La venuta del Paraclito Giovanni 14,15-29

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1 La venuta del Paraclito Giovanni 14,15-29 [In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli] 15 Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16 e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, 17 lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21 Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch io lo amerò e mi manifesterò a lui». 22 Gli disse Giuda, non l Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?». 23 Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24 Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. 25 Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26 Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 27 Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28 Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò da voi. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29 Ve l ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. Il brano liturgico è ripreso dal primo discorso di addio di Gesù (Gv 13,31 14,31), riportato da Giovanni, che è tutto dedicato al tema del suo imminente ritorno al Padre. Nella seconda parte del c. 14 (vv ), si richiama l attenzione sulla venuta dello Spirito. Lo sviluppo di idee nel brano non è omogeneo. In un primo momento l accento è posto sulla venuta dello Spirito consolatore (vv ), poi si parla dell inabitazione del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo nel credente (vv ), infine si indica la pace come conseguenza del ritorno di Gesù al Padre (vv ). Questo testo è utilizzato tre volte dalla liturgia in modi diversi: vv a Dom. di Pasqua Anno A vv b-26 Pentecoste Anno C vv a Dom. di Pasqua Anno C

2 Il brano si apre con un esortazione di Gesù ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (v. 15). L amore del Padre verso l umanità (cfr. 3,16), che si manifesta attraverso l amore del Figlio (cfr. 13,1; 14,21), dà origine ad un analogo amore da parte dei discepoli verso Gesù. Questo amore si manifesta spontaneamente attraverso l osservanza dei suoi «comandamenti» (entolai). È questo un motivo ricorrente nel capitolo (cfr. vv ). L esigenza di obbedire a una legge è tipica non solo dell antica, ma anche della nuova alleanza, che Gesù ha rappresentato simbolicamente durante la cena nella lavanda dei piedi e ha poi ratificato sulla croce. A volte si parla però non di «comandamenti» al plurale, ma di un unico comandamento che ha per oggetto l amore vicendevole (cfr. 13,34); Nel presente contesto si parla invece di comandamenti al plurale, ma successivamente questo termine viene sostituito con «parola», sia al singolare che al plurale (cfr. vv ). Si può quindi supporre che anche qui l evangelista pensi, al di là del significato letterale del termine, all unico comandamento dell amore. All amore dei discepoli verso Gesù corrisponde la sua preghiera, mediante la quale ottiene dal Padre che mandi loro un altro Paraclito (paraklêtos), il quale rimarrà sempre con loro (v. 16). Il termine Paraklêtos applicato allo Spirito, indica non solo colui che consola in un momento di difficoltà, ma anche l avvocato, l intercessore, colui che esorta e incoraggia: il suo compito è dunque quello di continuare l opera di Gesù rendendola attuale nella vita della chiesa. Lo Spirito adempie così la promessa fatta dai profeti che avevano visto nella sua infusione alla fine dei tempi il compimento dell alleanza escatologica (cfr. Ez 36,27; Gl 3,1). Designando lo Spirito come un «altro» Paraclito, Gesù presenta implicitamente se stesso come il primo Consolatore, in quanto è lui che compie l opera di salvezza voluta dal Padre. Ora però Gesù sta per lasciare i suoi discepoli, mentre il Paraclito rimarrà sempre con loro. Gesù prosegue affermando che il Paraclito, designato anche come Spirito di verità, non può essere conosciuto e ricevuto se non dai discepoli (v. 17). In quanto associato alla «verità», che designa la fedeltà di Dio manifestata da e in Gesù (cfr 1,14), lo Spirito ha il compito di portare a termine il progetto di Dio nel mondo. Il mondo però, in quanto si identifica con il potere delle tenebre (cfr. 1,5.10), non lo può ricevere, come non ha ricevuto lo stesso Gesù: di fatto l opera dello Spirito è efficace solo nella misura in cui è preceduta dalla fede in Gesù, che non tutti sono disposti ad accogliere. I discepoli, in quanto hanno creduto in Gesù, «conoscono», cioè entrano in un

3 rapporto vitale con lo Spirito, il quale prende dimora in loro: tutte le loro azioni saranno perciò ispirate e guidate dallo Spirito. Gesù prosegue così la sua esortazione: «Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi» (vv ). Egli stesso ritornerà dai suoi discepoli e si rivelerà a coloro che lo amano e osservano i suoi comandamenti, rendendoli sempre più coscienti del rapporto che lo lega al Padre e a loro. Con queste parole, pronunziate prima della sua morte, Gesù allude certamente alle sue apparizioni dopo la risurrezione. Ma rilette dopo la sua morte, le sue parole assumono un significato più profondo: per mezzo dello Spirito è Gesù stesso che ritorna dai suoi discepoli e rimane con loro rendendoli partecipi del suo amore e di quello del Padre. Lo Spirito non rende dunque superflua nei discepoli la presenza del Padre e del Figlio, ma piuttosto ne è il segno e la garanzia. Gesù conclude riprendendo e sviluppando le parole iniziali: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui» (v. 21; cfr. v. 15). Il Padre ama coloro che amano il Figlio e osservano la sua parola, e anche lui li amerà e si manifesterà a loro. Termina qui il brano liturgico della 6a Domenica di Pasqua Vai alla conclusione A questo punto viene riportata una domanda che ha lo scopo di rilanciare il discorso: «Gli disse Giuda, non l'iscariota: Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?» (v. 22). Il discepolo in questione, che l evangelista distingue espressamente dall Iscariota, è probabilmente lo stesso chiamato Giuda di Giacomo (cfr. Lc 6,16). Egli chiede come mai Gesù si manifesti solo ai discepoli e non al mondo. Secondo la mentalità giudaica il Messia è inviato da Dio per instaurare il suo regno in questo mondo: non è quindi concepibile che solo alcuni colgano la sua manifestazione, mentre tutti gli altri ne sono esclusi. La risposta Gesù non porta però nessuna chiarificazione, in quanto non fa altro che ripetere quanto già detto precedentemente. Egli si esprime in due frasi parzialmente parallele: se qualcuno lo ama, osserverà la sua parola e di conseguenza il Padre lo amerà e ambedue prenderanno dimora in lui; al contrario chi non lo ama non osserva la sua parola, la quale non è sua, ma del Padre che lo ha mandato (v. 23). La manifestazione del Figlio è dunque subordinata all accoglienza della sua parola, la quale mette i discepoli in comunicazione non solo con lui, ma anche con il Padre, dal quale in

4 ultima analisi essa proviene. Dal parallelismo tra le due frasi risulta che «le parole» (al plurale) di Gesù si identificano con «la sua parola» (al singolare), che è la parola stessa del Padre da lui annunziata (cfr. 7,16-17; 14,10): nel prologo del suo vangelo Giovanni aveva affermato è lui stesso la Parola di Dio (cfr. 1,1.14). Nel seguito del brano Gesù osserva che le cose sopra riportate sono state dette da lui ai discepoli mentre si trovava ancora con loro (v. 25): la sua è stata quindi una comunicazione ancora condizionata da quello strumento limitato che è la parola umana. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che sarà inviato dal Padre nel suo nome, insegnerà loro ogni cosa e ricorderà tutto ciò che egli ha detto (v. 26): per mezzo dello Spirito si attuerà dunque quella conoscenza piena di Dio che era stata preannunziata dai profeti (cfr. Ger 31,34; Ez 36,26-27; Is 54,13), in quanto solo lo Spirito può parlare nell intimo dei cuori. Il rapporto diretto tra Gesù e i suoi discepoli passa quindi in secondo piano rispetto a quello che si stabilisce tra loro e lo Spirito. Questi però non farà altro che portare a termine l opera iniziata da Gesù, rendendo i discepoli interiormente capaci di capire e di assimilare quanto egli stesso aveva loro insegnato. Parallelamente Gesù annunzia il dono della sua pace, sottolineando che essa è diversa da quella del mondo: mentre la pace di questo mondo consiste sostanzialmente nell assenza di guerra, la sua pace si fonda sull amore che abbatte le barriere e unisce i cuori. La venuta dello Spirito e il dono della pace vanno di pari passo. Per questo i discepoli non devono turbarsi o avere timore (v. 27): pur tornando al Padre, egli lascia loro una sicurezza che non potrà mai venir meno. Gesù ripete poi nuovamente ai discepoli che ora se ne va, ma ritornerà da loro: per coloro che lo amano il fatto che egli vada al Padre deve essere fonte di gioia, perché il Padre è più grande di lui (v. 28): in quanto inviato, Gesù ha gli stessi poteri del Padre, ma è a lui subordinato (cfr. 1Cor 15,28) e a lui deve condurre l umanità perché ottenga la gioia della salvezza. Termina qui la parte utilizzata dalla liturgia. Nei tre versetti conclusivi (vv ) Gesù sottolinea che ha detto loro queste cose prima che avvengano, affinché, quando si realizzeranno, essi possano credere. Infine Gesù dice ai discepoli di non avere più molto tempo a disposizione per parlare con loro, perché viene il principe del mondo, al quale deve essere sottoposto, perché appaia che egli ama il Padre e compie ciò che egli gli ha comandato; e conclude invitandoli ad alzarsi e a lasciare il cenacolo. La passione di Gesù è dunque opera non di Dio, ma delle potenze a lui avverse (cfr.

5 13,27), alle quali è concesso un momentaneo successo solo in vista della salvezza di tutta l umanità. Mediante un sovrapporsi di frasi abbastanza monotone e ripetitive, l evangelista vuol far capire, ispirandosi a concetti tipici della sua cultura, che Gesù ha saputo amare fino in fondo i suoi simili, prodigandosi per loro e accettando su di sé tutto il peso dell odio e della violenza in cui erano immersi. Mediante questa scelta radicale di vita ha manifestato l amore infinito di Dio non solo per Israele ma per tutta l umanità. I suoi comandamenti, identificati con le sue parole, non sono altro se non le esigenze di vita che scaturiscono dal suo modo di essere e di agire: non si tratta dunque di comandi in senso proprio, ma della sua persona stessa in quanto ha la capacità di evocare l amore di Dio e di trascinare i credenti sulla stessa strada che lui ha percorso. La forza trainante che scaturisce dal suo esempio viene identificata con la figura biblica dello Spirito, che è la stessa forza divina che ha spinto Gesù ad amare fino alla fine. In altre parole, lo Spirito è il modo di pensare di Gesù (cfr. 1Cor 2,16), che egli trasmette ai discepoli in modo pieno morendo in croce: sotto l azione dello Spirito essi faranno la stessa esperienza di Gesù, e questo li porterà a capire sempre più in profondità la sua persona e il suo messaggio.

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