2^ edizione. AllamemoriadimiamoglieMaria ai mieifigli:adelaide,nadia,lucillaeluigi, amiciecompagnidellamiavita.

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1 1999 2^ edizione AllamemoriadimiamoglieMaria ai mieifigli:adelaide,nadia,lucillaeluigi, amiciecompagnidellamiavita.

2 Carissimo Visitatore, benvenuto nella Casa Contadina! Per entrare ti è stata aperta la "mezza porta" e la porta grande di legno. Hai subito avvertito un odore strano, odore di fumo e di paglia insieme, l'odore caratteristico dei nostri contadini..!!. Gli oggetti che vedrai, sono tutti originali e sono stati donati dai Forenzesi, alla Pro-Loco, affinché potesse realizzarsi questo mio sogno: (il sottoscritto è un socio della Pro-Loco) " La Casa Museo" Desidero subito darti un consiglio: affinché tu possa entrare in questa realtà, ti prego di ritornare indietro nel tempo di circa un secolo (fine 1800 inizio 1900), quando in Forenza non c'era acqua, non c'era luce, non c'era fogna, eppure gli abitanti di questa casa, compivano gli stessi atti che oggi compie qualsiasi essere umano Gli oggetti sono stati volutamente collocati in questo o in quel posto e, per quasi tutti, vi è un perché. Cominciamo dall'ingresso. Il primo oggetto che troviamo in angolo, entrando sulla sinistra, è la scopa di miglio. Devi sapere che i nostri antenati erano molto religiosi, infatti, se noti, dappertutto vi sono quadri di santi e figure di santini; però erano anche molto superstiziosi, pertanto la scopa situata all'ingresso della casa aveva la facoltà di non far entrare eventuali spiriti maligni (li spi'r' t malign'), streghe (r masciar'), e di tenere lontano il malocchio (u malucch(i)). Se chiudi un attimo la porta grande dell'ingresso, noterai un paradosso: una croce (na croc(e)) e un ferro di cavallo (nu firr d' cavadd'). Anche le forbici (la furc(i)), che vedi appese al muro sulla grande cassapanca, alla tua destra, erano aperte con le punte rivolte verso l'ingresso della porta, sempre per quell'atavica convinzione!!! Ritorniamo sul lato sinistro dell'ingresso. Dopo la scopa, troviamo il barilaio (u varlar') con due barili ( l' varreil'). Il barilaio era formato dalla giuntura di due grossi rami di quercia rivolti verso il basso, forati ad altezze diverse, nei quali fori venivano inseriti dei piccoli tronchetti e su di essi adagiati i barili, contenitori di acqua della capienza di litri. Ti chiederai perché proprio in questo posto. Se noti, la casa contadina non ha finestre; quella che vedi in alto è stata aperta in un secondo momento, per cui, chiusa la "mezza porta", la parte alta fungeva da finestra. Era l'unico posto dove circolava aria e l'acqua si manteneva un tantino più fresca. Oltre a questo motivo ve ne era un altro: la donna, che per attingere acqua andava con questi due barili (uno in testa e l'altro sul fianco) all'unica fontana pubblica situata oltre il Convento a circa due chilometri, (la fundan' d'abbadd'), di ritorno, immediatamente, poteva lasciare, all'ingresso della casa, questi (dolci) pesi... Subito dopo noterai, poggiata in una conchetta di rame, una tavola dentellata a mano (u strcatour'). Questa serviva per lavare biancheria intima in casa, mentre lenzuola o roba ingombrante si portavano in una grossa cesta al fiume (la cest' du uaddòun'). La cesta, che per motivi di spazio è situata là in angolo dopo la madia, oltre ai panni da lavare, conteneva un pezzo di sapone fatto in casa con grasso di maiale e soda caustica, nonché un attrezzo: il maglio (u magl(i)) che puoi notare di grande pregio, perché intarsiato a mano. Al fiume generalmente andavano sempre due donne, per farsi compagnia e per aiutarsi eventualmente a vicenda. Ai margini del fiume si trovavano sempre delle grosse pietre (r bàs'l') su cui si adagiava il panno da lavare dopo averlo immerso nell'acqua e strofinato col sapone, quindi si batteva fortemente col maglio. Più volte l'operazione si ripeteva finché il panno non fosse diventato candido. Una volta risciacquato, veniva strizzato dalle due donne girandolo in senso inverso

3 l'una rispetto all'altra ed infine, adagiato sulla siepe sciorinato al sole. Che odore di pulito, che profumo soave emanava un simile bucato!. Ritornando un tantino indietro, notiamo uno dei due unici mobili che si trovavano nella casa contadina: la madia (la fazzatòur'), presso la quale, un giorno alla settimana, la padrona di casa trascorreva quasi tutta la nottata per impastare il pane. Sono convinto che desideri sapere di più sulla procedura di un simile lavoro. Allora, ascolta. La sera, all'imbrunire (a la scure(i)), passava la fornaia (la furnar') di casa in casa a chiedere se l'indomani si facesse il pane. Alla risposta positiva, su di un pezzo di canna tagliata per metà, faceva tanti piccoli tagli con un coltello corrispondenti al numero delle panelle (r panedd') previste da infornare. Alle due di notte del giorno dopo, la stessa fornaia ripassava per svegliare la padrona di casa la quale doveva scendere dal letto ed aprire la porta, salutando (lauram De(i)) lodiamo Dio; le assicurava così di essere sveglia, quindi la fornaia andava via augurandole buon lavoro. Alla flebile luce di una lampada a olio, la donna, dopo essersi legata i capelli con un fazzoletto (u maccatòur'), cominciava il suo lungo lavoro, mentre il resto della famiglia continuava a riposare. Prendeva la farina da un sacco, nel ripostiglio sotto la madia, ne versava il quantitativo da setacciare (da cern') in un setaccio (la s' tell') poggiato su un asse e, con un movimento ondulatorio, faceva scendere la farina bianca nella madia, mentre nel setaccio rimaneva la crusca (la can(è)gl(ia)), alimento per ore e ore. La pasta, che spesse volte, durante la lavorazione, si attaccava alle pareti della madia, veniva rimossa con un raschietto di ferro (la ruslecch(ia)) e riportata al centro; quindi ricominciava il lavoro.. Non appena la massa diventava lucida e faceva le bolle, era pronta per essere coperta affinché continuasse a lievitare. Sulla pasta ammassata al centro della madia e ben infarinata veniva incisa con la punta del raschietto una croce, mentre si recitava questa preghiera: "Crisc (i) mass' com cresc (e) G (i) s' Cr (i) st' ind la fass" "cresci massa di pasta come cresce Gesù Cristo nelle fasce"; quindi veniva ricoperta con calde coperte e ben riparata dal freddo. Siamo così giunti alle cinque del mattino. E' l'alba. A lievitazione completata la fornaia si riaffaccia per dire di formare le panelle (d' sc'canà). Quindi si ricoprivano con le stesse coperte di lana, finché non ritornasse la fornaia per portarle al forno. Qui succedeva un fatto curioso: da una di queste panelle la padrona del forno, tacitamente autorizzata, staccava un pezzo di pasta di circa due o trecento grammi e la metteva da parte. Questa pasta, unita ad altri pezzi, staccati da panelle di altri che avevano panificato quel giorno, formavano la panella della fornaia (u patèit' d' la furnar'). Così veniva retribuita la poverina, sveglia dalle due di notte!! In Forenza vi erano più forni, naturalmente a legna che generalmente operavano allo stesso orario, pertanto alle tre del pomeriggio nel paese si spandeva una fragranza di pane indescrivibile. Noi bambini aspettavamo con ansia l'uscita del pane e facevamo a gara con gli altri fratelli per cercare di avere quella parte di pane (u sciur(é)dd') da cui era stata tolta la pasta per la fornaia, perché diventata ruvida e croccante, quindi molto saporita. Come puoi notare, nella casa contadina non vi sono armadi. Il tutto è appeso ai chiodi: il cappotto a ruota (u mandill' a rut '), lo scialle (u sciall'), il cappello (u cappidd') nel cui nastro, sopra la falda, nei giorni di festa di S.Antonio, del Crocifisso e di S.Vito, in onore di tali Santi veniva infilata l'immaginetta acquistata durante la processione. Poco più dietro, sulla parete della madia, le scarpe dell'uomo (u scarpunett') e della donna, (u scarpéin').le scarpe dell'uomo avevano nella parte sottostante una corona di chiodi (r' tacciodd'): singolare espediente per non far consumare la suola. Consumati i chiodi, si rimettevano. Mancano le scarpe dei bambini. Costoro andavano scalzi sino all'età della prima Comunione e anche oltre, in qualunque stagione dell'anno. Prima di passare alla camera da pranzo, nota in alto, sulla porta da cui si entra nella zona museo, un piccolo finestrino (u fnstridd'). Era l'unico posto dove poteva formarsi un tantino di corrente e quindi, il posto migliore per essiccare le ricotte che, col tempo, diventavano dure, per cui chiamate (r r'cott tost'),che, grattugiate,

4 condivano, sostituendo il formaggio, la buona pasta di casa che vedi sulla piccola spola(u spul cchiudd') poggiato sulla madia:(strasc(i)nat', r'cch(i)tell, fusidd', strasc(i)nat' apirt', tagliaridd'), questi ultimi gustati per lo più con i legumi. Passiamo all'angolo pranzo, accanto al camino: non vedi che un rudimentale tavolo( la scannedd') e degli scanni ( li scannidd'). Sul tavolo un unico piatto grande ( la spasett') in cui vi sono delle forchette di canna ( r furcein' d' cann'). Queste erano le forchette giornaliere. Quelle di ferro, che vedi infilate in quel grosso cilindro, venivano usate soltanto " nelle grandi feste " cioè Natale, Epifania, Pasqua, S.Antonio, il Crocifisso, S.Vito. Si mangiava tutti nello stesso piatto, con molto rispetto reciproco. Sul tavolo puoi notare anche un piccolo fiasco di legno ( la fiaschtedd') contenente dell'ottimo vino aglianico ( ru mmìr' agliann'). Non vi erano bicchieri, per cui il vino si beveva a garganella direttamente dal fiasco, la cui apertura conteneva una cannula di legno (u cann(è)tt'). La bocca non toccava mai questa cannula. Beveva sempre prima il papà, poi la mamma e poi i figliuoli. Se costoro desideravano bere qualche altro goccio, chiedevano il permesso al genitore. Ai piedi di questo misero tavolo, vi è un orciuolo di creta ( u c(è)c(e)n') che si riempiva di acqua. Prima dei pasti si teneva quasi sempre in cantina perché, l'acqua si mantenesse fresca. Esso è dotato di due fori: uno grande, da cui si immetteva l'acqua, ed uno piccolo da cui si beveva, sempre a garganella. Per evitare che entrassero mosche o insetti nell'orciuolo, ma per far sì che passasse anche l'aria dal foro grande, si ricorreva a un sistema molto originale: un tappo ricavato da un rocchetto di fili (u carruzzidd') a cui veniva tolta la parte sottostante. Passiamo alla cucina che è tutta lì, nel camino ( la ciumnìr'). Si nota subito il caldaio appeso alla camastra ( la camastr'): una catena di anelli per mezzo della quale il caldaio poteva essere alzato o abbassato sulla fiamma sottostante. Poco più avanti un vasetto bombato di creta rossa ( u pignatidd'). In esso venivano cotti, a fuoco lento, tutti i legumi. La massaia doveva fare soltanto attenzione a rifondere di tanto in tanto l'acqua che facilmente si essiccava. Ti assicuro che legumi cotti in simile recipiente avevano un sapore straordinario mai più sentito da quando il gas ha sostituito la legna. In basso, sulla sinistra del camino, il vecchio ferro da stiro ( u firr p' st'rà) a carbone (ch'lì carvoun'); sulla destra un tre piedi ( u trapir') su cui è poggiata una padella di ferro ( la sartasc'n'). In essa si friggeva il lardo precedentemente tagliuzzato sul tagliere (l'adaccia lard') tramite quella piccolissima scure (l'acc(i)tt(o)udd') entrambi appesi sulla parete esterna a destra del camino. Nella parte interna (del camino), sul lato destro, vi è una lucerna alimentata a petrolio.( la luc(e) a p'trogl(io)). E' situata in quel posto, sia perché la fiamma è molto fuligginosa, sia perché ha il compito di illuminare il camino. Sulla parte alta trovi: il mortaio di legno (u murtal') dove si pestava il sale grosso, la lucerna a olio (la luc(e) a ugl(ì)) situata lì perché non faceva molto fumo. Come puoi notare: acqua, luce e, come vedrai fra poco, servizi igienici creavano un gran disagio nella casa contadina. Sul caminetto troneggiano altri oggetti: una zucca essiccata, tagliata nella parte superiore, ( e tale estremità fungeva da tappo), svuotata, nella quale si conservava il sale grosso (la ch'cozz' d' ru sal'), senza mai inumidirsi. Puoi notare la differenza con il sale che trovi nel bianco vasetto al lato della zucca. All'estremo lato destro, due recipienti: uno di canna e l'altro di lamiera con beccuccio. Quest'ultimo: ( l'ugliaràl') conteneva olio, mentre, quello di canna era un misurino chiamato in dialetto (l'abbast') che conteneva la quantità di olio che doveva necessariamente bastare per condire la minestra per l'intera famiglia. L'olio era usato con parsimonia, perché molto costoso; lo strutto ( la nzogn'), invece, lo sostituiva in pieno. Sulla parete, a destra del camino, una piccola rustica piattaia (u piattar') ove si riponevano grossi piatti e alcuni utensili di legno. Sostenuta dalla piattaia e da quel grosso cilindro in angolo, una canna:

5 ha il compito di fare asciugare quella buona pasta di casa: le fettuccine (r lagh'n'). Quel cilindro è la (canacamr'),camera di canna, magnifico manufatto costruito dai nostri contadini con canne fresche tagliate ed intrecciate in una certa maniera. E' veramente un capolavoro di artigianato; in esso si conservava la quantità di grano che potesse bastare per un intero anno, per cui poteva avere dimensioni diverse. Esternamente, a parte i santini messi a protezione del contenuto, si riponevano posate, peperoncini piccanti e quant'altro dovesse essere a portata di mano per la cucina. E' situato in questo posto per due motivi: perché è l'angolo più asciutto della casa, ed è al riparo da eventuali malintenzionati In alto, sulla parete, vedi un oggetto di legno a forma di parallelepipedo. Ti incuriosisce sapere cos'è? Ebbene, quello è lo scaldaletto ( u scaffalitt' ). Qualche ora prima di andare a dormire, si posizionava nel letto tra le lenzuola in modo che le due tavolette stessero a contatto con queste. Su quella sottostante si adagiava una piccola teglia di ferro contenente brace accesa ma non molto viva, mentre la tavoletta superiore faceva sì che il fuoco non bruciasse le lenzuola. Si copriva il tutto con le coperte, così che il calore veniva ben custodito fino al momento in cui si doveva andare a letto. Che delizia quel tepore! Appeso allo scaldaletto, il cacciamosche (u cacciamosch'), una piccola canna cui sono state legate tante strisce di carta. Passa ad ammirare il letto grande ( u l'ttoun'), così monumentale. Imponente e perfetto sicché, dalla sua fattura, l'ospite poteva dedurre le virtù e l'ordine della padrona di casa. Era formato da due ferri con piedi lavorati o meno ( li trispt' ) che reggevano generalmente quattro o cinque tavole di legno, su cui venivano adagiati i materassi che, bada bene, si chiamavano i sacconi ( li saccoun'),infatti non erano altro che due grossi sacchi riempiti di brattee di mais, secche (fogl'(ie) d grandìn(i) assccat'). Il sacco sottostante, quello a contatto con le tavole, conteneva foglie meno scelte, quello sovrastante, foglie più scelte, perché a diretto contatto col corpo. I sacconi hanno quattro grandi fessure che servivano per rimuovere, con la mano, sino al punto in cui si poteva arrivare, e con la forcina di legno (la vruscedd')che vedi poggiata al muro, per la parte centrale, le foglie ammassatesi durante la notte per il peso dei corpi. Dopo questa operazione, venivano ricoperti dalle lenzuola, quindi dalla coperta, che a prima vista può sembrare di iuta, invece è una bellissima e caldissima coperta di lana cardata ( la manda sc(i)cardat') lavorata a mano, quindi il piano del letto si livellava con l'altro attrezzo che vedi vicino alla forcina: un grosso matterello (u lagh'natòur'), detto così perché usato per spianare la pasta di casa (la lagh'n'). Quella striscia bianca che fuoriesce dai cuscini, anche essi ripieni di foglie di grano turco, non è la parte del lenzuolo sottostante la coperta, ma un finto lenzuolo detto ( u mandill') che si metteva al mattino e si toglieva a sera, prima di andare a letto, così che restava sempre pulito. Il cambio delle lenzuola non avveniva frequentemente. Ti chiederai perché il letto era così alto. Innanzi tutto per evitare che in casa conigli (li cun(e)gl(i), topi d'india ( li surg(i) rin( i)), galline ( r gaddein'), che circolavano liberamente in casa, vi potessero salire (era la carne di questi animali che si mangiava nelle grandi feste), e poi perché, essendo la parte sottostante molto alta, poteva essere usata come deposito di legna ( r lì'un'), o come ripostiglio di mele ( r mledd'), castagne (r castagn'), noci ( r noc(i)) e quant'altro. Sul letto penzola una culla, anch'essa rudimentale, (la nanav(e)zzch') formata da un pezzo di panno robusto, infilato in due grosse corde (r zoch') ancorate al muro e allargate da due pezzi di canne ( l scamurz') tagliate alle punte a forchetta, che davano l'ampiezza alla culla. Un pezzo di legno flessibile ad arco reggeva un velo ricavato, generalmente, dall'abito da sposa della madre, mentre fungeva da cuscino un panno piegato più volte. Lenzuola logorate dall'uso e poca lana formavano invece il piccolo materasso trapuntato a mano. Allo stesso modo venivano cuciti alcuni pannolini che si mettevano prima della fasciatura, in maniera che la lana, in qualche modo, trattenesse la pipì. Questi pannolini, chiamati in dialetto (r' taccunedd'), una volta bagnati si asciugavano sull'asciugapanni ( l'assucapann') di legno o di ferro che vedi lì sul braciere ( u vrascìr') ai piedi del letto. Dalla culla penzola una funicella (na zouch') che, come vedi, è abbastanza lunga. Questa era portata legata alla cintura dalla mamma mentre sfaccendava, così che in qualsiasi angolo si trovasse poteva cullare il proprio bambino. Sul lato destro, guardando il letto, pudicamente nascosti, vedi due vasi: uno piccolo e uno grande: ( li candr'). In questi due recipienti si andava, come si dice oggi, al bagno, e tutti i santi giorni venivano svuotati in una pubblica carretta che passava tutte le mattine, all'alba.

6 All'inizio ti facevo notare che due soltanto erano i mobili che si trovavano nella casa contadina: la madia e questa cassapanca ( u casciòun') in cui si conserva il corredo. Aprendolo potrai notare: delle lenzuola ( r l'nzul'), una trapunta ( la manda mbuttèit), delle fasce (r fass') per fasciare il bimbo, che hai certamente notato nella culla. Sul lato interno destro di questa cassapanca vedi un piccolo ripostiglio ( u r'pust(e)gl(i)) il cui coperchio, se aperto, regge il coperchio grande. In tale ripostiglio generalmente venivano conservati un piccolo borsellino ( u burzllein'), la corona del rosario (la croun du rusar(i)), una candela presa in chiesa il giorno della Candelora ( la cannèl d la ngannlòur'), alcune immaginette di santi (r f'òur' d' li sand'). Sulla parete, alzando lo sguardo, vedi un girello (u scaplatòur') in cui il bambino grandicello sgambettava. Poi ancora santi, un porta-rocchetti a forma di triangolo, le famose forbici (la furc(i)), aperta con le punte rivolte verso la porta d'ingresso. Prima di entrare nella stalla, sul lato destro, tutto l'occorrente per la pulizia personale: i due catini ( li vac(ei)l'); in alto, formato da vecchie cartoline cucite fra loro, un porta-pettini (porta pttnèss'), delle forcine ( li f'rrìtt d' uss'), il rasoio ( u ras(òu)l) a mano libera, un pezzo di specchio. Tutti questi oggetti erano proprio situati in questo punto, perché il più illuminato e perché l'acqua usata nei catini poteva essere facilmente buttata nella strada. La tavola che vediamo pendere dal soffitto era la dispensa (la rspenz'). Perché così in alto? Perché molto difficilmente potevano salire i topi ( li surg(i)). Vi notiamo due forme di formaggio (du(i) masc(i)òttl' d' furmagg(io)), due vasetti di creta bianchi (li candaridd'). In quello piccolo si conservava generalmente lo strutto di maiale la sugna ( la nzogn'); in quello più grande, sempre nella sugna, la salsiccia (la saz(e)zz' ind la nzogn') che rimaneva umida e fresca. Sulla destra, nell'altro vasetto di creta quasi scuro, si conservava il sanguinaccio ( u sangicch(io)) che, spalmato su una fetta di pane (na fedd' r pan'), costituiva la colazione dei bambini di età scolare. Spostandoti e guardando sempre in alto, potrai vedere la panella di pane ( u patèit' d ru pan') che fa capolino dalla dispensa. Adesso dovresti visitare la stalla. Prima di entrare, voglio dirti, e certamente resterai sbalordito, che molte case contadine avevano, come area, soltanto quella da te visitata sino a questo momento. Non vi erano altri ambienti, per cui l'asino (u ciucc(io)) o il cavallo (u cavadd') e sempre il maiale (u purch'), dopo essere stati per tutto il giorno o in campagna o legati fuori presso la casa, all'imbrunire rientravano e i loro posti erano: ai piedi del letto, il maiale, e alle spalle del letto, l'asino o il cavallo. Quindi, la casa che stai visitando era certamente la casa di un contadino medio. Entriamo nella stalla. Sulla tua destra vedi una tinozza (la tnedd'). In essa si conservava la biada (la biam') che insieme alla paglia (la pagli'(a)) costituiva il foraggio per gli animali. La mangiatoia (la mangiator') è lì sulla tua sinistra, in fondo. Al lato della tinozza vedi in alto una rete di fune (u ré't') utilizzata per trasportare la paglia dalla campagna. Sulla parete alcuni ornamenti per i cavalli (li guarnmind'); in alto due selle a punta (r' vardedd'), una finemente lavorata, appartenuta a qualche agricoltore benestante ( u patroun'), l'altra a un povero contadino (u ualan'). Nella parte sottostante due collari ( li cuddar') che si mettevano sul collo degli animali per tirare tutte le attrezzature agricole. Nella zona della mangiatoia, in alto, un rudimentale basto (u mmast') e sul lato sinistro alcuni attrezzi manuali: la zappa (la zapp'), la zappetta (u zappudd'), la scure (l'accett'), la zappetta a penna per cavare dal terreno i lambascioni, (u cavambasciòun'), il rampino (u rambein'), attaccata ad una piccola catena (la ruslecch(ia)) che il contadino portava sempre attaccata alla cintura dei pantaloni per pulire la zappa ogni volta che la terra umida si attaccava, un collare ( u cuddar' )per cani da guardia, con molte punte acuminate: efficace mezzo di difesa per l'animale dall'assalto dei lupi, che azzannavano i cani al collo per sbranarli. Più avanti, il tipico campanaccio per gregge. Esci dalla stalla ed andando in fondo a sinistra, puoi scendere in cantina; troverai subito di fronte, per terra, due aratri, il primo antichissimo, di legno, detto (u s'glioun') e l'altro, di ferro, (u votarecch(ia)); sulla parete alcuni attrezzi di legno: (u furcidd' e la furcedd'): servivano entrambi per sollevare i fasci di grano (r gregn') mietuti e riporli in quei due recipienti che vedi appesi al muro, in alto, molto ingombranti costruiti rudimentalmente con vincastri ( r conl') che venivano fissati sui basti (mmast') degli asini, e svuotati sull'aia ove si

7 formavano i covoni (r v(i)rredd') (composta da 44 gregn'). Sul pavimento altro attrezzo pesantissimo, formato da tante lamelle di ferro conficcate in un tronchetto di quercia (u rùc(i)l'). Tale attrezzo, tirato dall'asino, doveva sgranellare i chicchi di grano dalle spighe sparse sull'aia e tagliuzzare la paglia. Dopo ore e ore di lavoro, tutto questo ammasso di paglia e grano veniva setacciato con quel grosso setaccio che vedi in alto, sulla parete: ha fori molto grandi ( l'airal') e veniva tenuto lla stessa parete altri tipi di setacci, alcuni a fondo pieno (r tumbanedd'), altri con fondo in filo di ferro (li c(i)rnìcch(i)). Sul piccolo piano rialzato, altri aratri di ferro, più avanti una trappola per topi (u mastrucc'(io)) e tre recipienti di legno di diversa capienza per misurare il grano: (la m'sòur') equivalente a 2-3 kg., (u stuppidd') 5-6 kg., (u m'nzett') a kg. Il contenuto d la m'sòur' era quanto si portava ad un barbiere per un taglio di capelli. Al lato destro della scala, alcune piccole botti (l vuttìtt'), una giarla di creta ( u r'zzòul'), alcuni fiaschetti (r fiaschtedd'), le damigiane (r damggian') e prima di salire troviamo in angolo un grosso tronco d'albero incavato rudimentalmente con un foro centrale e un manico all'esterno: è un grosso imbuto di legno ( u mut(e)dd' r l'gnam') che introdotto sull'apertura delle botti (r vutt') permetteva lo svuotamento di questo grosso barile ( la mandegn') contenente litri di vino. Prima di salire, nota alcuni altri oggetti sulla parete: seghe (serr', s'rracch(i)' e strung), quest'ultimo veniva usato per tagliare gli alberi dei boschi e tirato da due persone. Forenza possiede un bosco tra i più estesi della Basilicata. Salendo sul piccolo pianerottolo sconnesso, a destra troverai due colini di legno ( li colalatt') lavorati in maniera artigianale con fori e crocette sul fondo; servivano per colare il latte o la ricotta. In quella parte di conchetta forata si stendeva una particolare erba (l'erv cola latt') che, con le proprie spore, tratteneva tutte le impurità contenute nel latte. Sulla parete, alcuni recipienti circolari di paglia ( r fascedd'): contenitori per formaggio fresco. Per terra, due giochi: il cerchio (u circh'(io)') e (la mazza e z(ì)ppl o r tacch'r'). Adesso potrai accedere nella zona museo. Qui si conservano alcuni oggetti risalenti grosso modo agli inizi del nostro secolo, ma che stanno diventando rari: questo grosso televisore, il primo che arrivò a Forenza nel 1957; una radio del primo'900 con il cambio delle stazioni a nastro: è funzionante; un vecchio mangiadischi a pila usato dai giovani per portare serenate notturne alle fidanzate, fino agli anni 50-60; più in là, una radio grammofono con dischi di bachelite a 33 giri, tenuto generalmente nei bar a mò di jukebox ; un vecchio sediolone con foro centrale per i bisogni corporali del bambino; una vecchia macchina per il grano (la c(i)rntrèic(e)): serviva per pulire il grano e selezionarlo. Sulla parete, in alto, misure di peso con piatto (l vlanzòun'), la stadera ( la statèi'); più in basso, un chiavistello ( u votaiann') o (u masch'r') per portone, mentre sulla parete a sinistra un piccolo appendi-rame (l'appinn'ram') chiamato così perché vi si appendevano tutte le pentole di rame rossa. Attualmente vi sono appesi tanti piccoli oggetti che certamente riconoscerai: la vecchia macchinetta per la salsa a mano, quella per riempire le cartucce, diverse scodelle, due setacci per la salsa che, se essiccata al sole, veniva chiamata (la cunzerv'). In alto, dietro la cernitrice, sulla parete in angolo, il caldaio grande dove si cuocevano i pomodori per la salsa ( la callar p'r'pummdòur'); più in basso un recipiente per spegnere il fuoco ( u stutafuch'). Nella parte antistante la cernitrice, il banchetto del calzolaio ( u bangaridd' ru scarpar'); più in dietro la fornacella per abbrustolire il caffè (d'orzo), (la furnacedd' p'u'cafè); ancora più in fondo, sul mobile, vecchia macchina per macinare il caffè nel Bar (nota, alla base di essa la scritta : ampia garanzia). Al piano sottostante dello stesso mobile, il piccolo macinino da caffè per famiglia. Ancora più avanti, sempre sul pavimento, due diversi forni di campagna con teglia, il primo davanti molto più antico, è quello a cui le nostre nonne si riferivano quando dicevano: na tiell' fuch' sott' e fuch' soup, e non hai che mangià (un cibo cotto in una teglia avente fuoco sotto e sopra e non hai di meglio da mangiare!!). Come funzionava: la teglia contenente cibi molto frugali veniva collocata sui carboni accesi, si chiudeva con il coperchio di ferro sul

8 quale si spargevano altri carboni accesi, e si lasciava così fino a cottura avvenuta. L'altro, più grande e più alto, aveva le stesse funzioni, solo che la teglia, anzi che sulla brace, veniva adagiata sulla crociera di ferro che potrai vedere all'interno, alzando quel coperchio di ferro. Tutto il forno poggiava sui carboni accesi, per cui una volta chiuso col coperchio che abbiamo precedentemente aperto, diventava rovente.da una apertura sottostante il coperchio, si regolava la caloria del forno. Alzando lo sguardo un po più in alto, vediamo penzolare lunghe catene, una di ferro e una di legno: sono due camastre. Quella di ferro veniva utilizzata in casa e, come hai visto nel camino, regge il caldaio; quella di legno aveva la stessa funzione, ma veniva utilizzata all'aperto. I boscaioli se la portavano a spalla; all'ora di pranzo, in qualsiasi posto si trovassero, l' appendevano ad un ramo di albero, accendevano il fuoco, vi sospendevano il caldaio e cucinavano. Passiamo alla vetrinetta ricca di oggetti, tra i più svariati!: pennini di un tempo, calamai, asticciole, carta assorbente, quaderni, giochi innocui di un tempo ormai passato, una vecchia macchina fotografica, la vecchia caffettiera napoletana, tre oggetti utilizzati durante la "GRANDE GUERRA": borraccia, bandoliera, gavetta. Ma la cosa più interessante è lì nel ripiano centrale: quella lampadina (non il piattino) la lampadina, una di quelle che si ebbero in dotazione sia nelle case che nelle strade nel lontano 1924 quando, per la prima volta, arrivò la corrente elettrica a Forenza. ( la Società era denominata S.L.I.I.-Società Lucana Imprese Idroelettriche-) E' funzionante: è da 15 candele, è formata da fili di tungsteno verticali ed ha un voltaggio di 110 Volts. Sul ripiano sottostante, a destra, la bottiglia del rosolio con piccolissimi bicchieri chiamati: (li disc(i)tal'); una collezione (privata) di monete, alcune dell'epoca di Vittorio Emanuele II, altre di quella fascista e di Vittorio Emanuele III, sino ai giorni nostri. La collezione continua con le monete di carta sulla parete. In alto, sul mobile della vetrinetta, una piccola vecchia valigia di cartone, una macchinetta per il flit (D.D.T), una campana votiva con santino. Guarda con attenzione anche questa macchina da cucire Singer: ha circa 170 anni!!. E' funzionante ed è una delle prime macchine a navetta, ovvero con la bobina sottostante che si muove in senso orizzontale. A fianco, infine, una cucina economica relativamente vecchia. La visita termina qui. Spero sia rimasto soddisfatto per quanto visto. Prima di uscire, sul lavabo appartenuto ad una famiglia gentilizia, munito di un particolare vaso per i servizi igienici, sempre della stessa famiglia, troverai il registro dei visitatori sul quale ti prego voler apporre la tua firma e, se vuoi, anche un tuo commento. Lascerai così un segno della tua venuta e noi saremo ben lieti di annoverarti fra gli Amici della Casa Contadina che senz'altro avrà toccato la tua sensibilità, i tuoi sentimenti, il tuo cuore. Porta con te questo ricordo, sapendo che noi Forenzesi siamo fieri ed orgogliosi di queste nostre origini, perché in questa terra, in queste case sono nati e da esse partiti Grandi Uomini che hanno dato lustro alla nostra civiltà. Grazie Bella mostra. MicheleCasteli. Hanno scritto ed hanno detto DanièleBoclsOlanda Complimenti e continuate ed approfondite l'iniziativa: senza l'attenzione per le radici non si può assicurare un futuro dignitoso. Le nuove generazioni distratte e messe sotto pressione dai mass-media e dal consumismo devono riscoprire il gusto della riflessione meditativa. GiuseppeDeVita Università di Basilicata La memoria dei tempi andati aiuta ad apprezzare il presente ed invita le nuove generazioni a considerare le origini dell'uomo e il suo valore. "Fatti per seguir virtude e canoscenza"

9 GiovannaCammarota Scuola Media Forenza La fedeltà della ricostruzione è di grande efficacia, ma ciò che colpisce è l'amore che domina la ricostruzione. Il meno che possa dirsi è GRAZIE. CamilloeDianaTresalti Roma Museo bello, lavoro encomiabile. Un grande rispetto agli uomini che conservano le tradizioni culturali. BardlujlLlugani Ambasciatore TIRANA Albania Bravo per aver tanto bene ricostruito l'atmosfera della vita degli anziani. Questo museo è adorabile e merita di essere visitato nuovamente. IsabeleMontrenil( E.Zotta) Ljon France Nativo di Forenza ho ritrovato una parte dei miei ricordi di gioventù quando venivo dai nonni. Tante felicitazioni alle persone che hanno contribuito a questa ricostruzione. ZottaAntonio Ljon France E' stato un grande poema. FamigliaBriola VitaMariaOrofino Madrid Espania Tanti auguri alla Pro-Loco. Forza par continuare. AnnamariaOrofino Madrid Espania Felice di aver ri/trovato gli oggetti della mia cultura. MicheleGriesi Lavello solo l'amore crea e "ricrea". Grazie. MauroCeriola Lavello Michele mi ha fatto rivivere un'epoca!. Grazie. AnnaMariaGerardi Lavello Una iniziativa encomiabile. DiLascio Roma Complimenti. S.Palumbo Roma E' uno splendido tuffo nelle mie radici AntonioDeFeo Roma Auguri e complimenti per questi bei ricordi! LucianoCiviello Ad maiora! FrancescoAndretta Potenza Grazie a chi ha saputo ricostruire atmosfere e suggestioni antiche, rendendo sì il fascino del tempo perduto, ma anche la fatica, lo sforzo, la povertà di una vita avara e difficile. Con ammirazione gli amici "nordisti" MarisaeAdrianoSciandradi Cuneo Grazie per aver curato questa raccolta di oggetti che sono appartenuti anche ai nostri nonni. Complimenti. AntonioCorbo I racconti della mamma hanno acquistato qui tutto il loro valore. HelèneGallo Torino

10 Ho rivisto i miei ricordi. IasiAntonietta Francia Una importante testimonianza della sensibilità forenzese ai richiami culturali e artistici del nostro paese. CeciliaNatale Mola di Bari Il bello di questa casa è che ha anche la parola. ( alcunicommentidianonimivisitatori) Nel giorno più bello della nostra vita vogliamo tenere vivo il ricordo delle tradizioni. LeonardoMiniscalchieFilomenaZotta sposi Forenza Ho rivissuto la mia infanzia. firmaillegibile Lecce Avete avuto una grande idea per non dimenticare nell'indifferenza. NicolettaPosa Modena Straordinario:un museo che riconduce alle nostre umili ma nobilissime origini!le auguro che l'impegno profuso le venga pienamente apprezzato. SalvatoreLaquale Lavello Grazie: ho rivissuto con cuore gonfio ricordi ed esperienze della dolcissima infanzia. LaqualeDomenico Lavello Meraviglioso! Vorrei che ci fosse la mia bisnonna piangerebbe di gioia!!! MarilenaGriesi Lavello Si entra con indifferenza e si esce pieni di meraviglia. La casa contadina mi ha insegnato ciò che dalla vita non ho mai imparato.

11 Lacasacontadina sitanelcentrostoricodiforenza(potenza) in viaroma75/77, rimaneapertaaivisitatoricomedaorarioaffissoall'ingresso. Tuttaviachivorràvisitarlain altrimomenti, potràfarnerichiesta,telefonandoainumeri: PRO-LOCO forenza

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