LIBERI DALLA CIVILTÀ

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1 ENRICO MANICARDI LIBERI DALLA CIVILTÀ Spunti per una critica radicale ai fondamenti della civilizzazione: dominio, cultura, paura, economia, tecnologia Con una prefazione di John Zerzan MIMESIS

2 INDICE PREFAZIONE di John Zerzan p. I INTRODUZIONE DELL AUTORE p. III PROLOGO: CHE COS È LA CIVILTÀ? p. 1 PARTE PRIMA LA MENTALITÀ DEL DOMINIO (CRITICA DEL DOMINIO) I. DOMINIO DELL ESSERE p L abominio del Dominio p Alienazione, reificazione, domesticazione p Ordine o armonia? Mentalità egocentrica o prospettiva ecocentrica? p Dal potere sulla terra al potere sulle persone: l agricoltura p Dal potere sulla terra al potere sulle persone: l uso e il consumo degli animali p Dal potere sulla terra al potere sulle persone: stratificazione sociale e fine della parità anche tra gli umani p Dal potere sulla terra al potere sulle persone: supremazia maschile e società patriarcale p Dal potere sulla terra al potere sulle persone: schiavitù umana e lavoro produttivo p Dal potere sulla terra al potere sulle persone: socializzazione e rapina dell identità p Vita libera, vita naturale, vita senza potere p. 122

3 II. DOMINIO DEL SAPERE p Dominio cosciente, ideologia incosciente: il sapere come potere p La rivolta nei confronti del governo della scienza p Riuscirà la civiltà a mettere in fila anche le stelle? p. 141 PARTE SECONDA IL PRIMATO DELLA CULTURA SIMBOLICA (CRITICA DELLA CULTURA) III. LA PRESUNTA EMANCIPAZIONE DELLA CONOSCENZA ASTRATTA p La cultura come programma di separazione e isolamento p La cultura come ideologia della civiltà p Una vita senza cultura? p. 167 IV. LE FORME SIMBOLICHE DELLA CULTURA p Le fondamenta simboliche del controllo sociale: rito, arte, mito, religione p Impara l arte e metti il mondo da parte: l arte come effetto sostitutivo p Sotto Babele: nascita e significato del linguaggio p Civiltà come società grafocentrica p La matematica non è un opinione: il concetto di numero e la sua valenza assolutistica p Dall assolutismo numerico all assolutismo della ragione: il pensiero analitico-astratto come dogma p Cronocrazia: la tirannide del tempo nel mondo civilizzato p. 243 PARTE TERZA LA DOTTRINA DELLA PAURA (CRITICA DELLA PAURA) V. LA PAURA COME FONDAMENTO PSICOLOGICO DELLA CIVILIZZAZIONE p La paura che si chiama paura, la paura che si chiama terrore p La sicurezza dell insicurezza p. 273

4 VI. LA CIVILTÀ DEL TERRORE p La politica del terrore, la politica come terrore p La paura della libertà p La paura della diversità p. 298 VII. ETICA DELLA PAURA, ETICA DELL INFELICITÀ p Paura della morte, paura della vita: la società civile come società dell infelicità p Terrore, aggressione, violenza: nascita della guerra, ripudio della guerra p. 320 PARTE QUARTA IL POTERE DELL ECONOMIA (CRITICA DELL ECONOMIA) VIII. ECONOMIA E RAGIONE UTILITARIA p Che cos è l economia? L economia è un furto! p La menzogna dell homo oeconomicus e la cultura del dare per avere p. 353 IX. DALLA PRATICA DEL DONO AL GOVERNO DELL ECONOMIA p Genesi del modello economico: dall etica della gratuità allo spirito della ricompensa p La dottrina dello scambio p La congiura silenziosa del denaro p Miseria e civiltà: il denaro come artefice della povertà p Il denaro criminale p L apologia del vuoto p Assalto produttivista, resistenza antisviluppista p. 402 X. ORDINE MERCANTILE: ORDINE IMMONDO DI UN SISTEMA SERVILE p Della causa contro l economia p. 409

5 PARTE QUINTA L IMPERATIVO TECNOLOGICO (CRITICA DELLA TECNOLOGIA) XI. L ESPROPRIAZIONE TECNOLOGICA p Fine e pratica della tecnologia p Utensile e tecnologia: l approccio psicologico alla tecnica p. 424 XII. L INVASIONE TECNOLOGICA p La falsa neutralità della tecnologia p Etica tecnicista, propaganda tecnicista: la tecnologia come strumento di potere p Tecnologia e totalitarismo: la tecnologia come fenomeno totalitario p La falsa comodità della tecnologia: critica della comodità p Necrofilia e tecnologia: la civiltà come mondo-morto p. 492 EPILOGO: DECIVILIZZARE IL MONDO p. 505 RINGRAZIAMENTI p. 523 BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE p. 525

6 A mia fi glia Gioia, sei anni, la cui profonda saggezza mi ha insegnato a comprendere il linguaggio non parlato della tenerezza, a riscoprire la meraviglia per i colori dei fi ori e a vedere perfettamente con gli occhi chiusi. A Lei, che mi ha anche fatto capire quanta forza si celi dietro il nostro naturale desiderio d indipendenza. E pensare che, da adulti, invece di imparare dai bambini li costringiamo a diventare come noi.

7 I JOHN ZERZAN PREFAZIONE Enrico Manicardi ci ha offerto un libro di grande importanza. È, per quanto ne so, il più completo trattato di critica alla civilizzazione scritta in qualsiasi lingua. In Italia Liberi dalla civiltà si aggiunge ai lavori di studiosi e scrittori come Stefano Boni e Alberto Prunetti. Questo libro è un approfondita introduzione a un nuovo movimento e spiega perché un numero crescente di persone stiano mettendo in discussione lo stesso concetto di civiltà. Il tono che Enrico ha usato nello scrivere questo saggio, che trovo emozionante, è una sua ulteriore forza. A partire dal prologo, esprime che cosa voglia dire e come ci si senta a vivere dentro la civiltà. Questo mi ricorda il meglio del lavoro di Derrick Jensen. Sono profondamente colpito da questa combinazione di passione e analisi, e prevedo che molti lettori ne saranno ugualmente toccati. Mentre la crisi si accentua, diffondendosi in ogni parte del nostro pianeta, replica la traiettoria anti-vita della forza civilizzatrice che addomestica, controlla e appiattisce. Al contempo, la realtà che si manifesta, sveglia il desiderio di una trasformazione radicale, di un cambiamento di paradigma. Di fronte a minacce intollerabili e nocive, ci prepariamo a nuovi modi di pensare. Questi nuovi modi di pensare devono esser abbastanza profondi e creativi da contrastare le forze distruttrici che ci stanno sovrastando. Sono incoraggiato dall emergere di questi nuovi orientamenti e pensieri in molte nazioni non riconosciuti ufficialmente, ma in rapido sviluppo, e trascendendo sia la Destra che la Sinistra. La società di massa, la vita industrializzata, la fi ne della natura, la tecnocultura possiamo usare diversi concetti per descrivere questa sterile realtà. Si sta mettendo male. Molto male. Siamo qui e avremmo bisogno di essere da un altra parte. Liberi dalla civiltà è una guida d inestimabile valore. Grazie, Enrico!

8 III INTRODUZIONE DELL AUTORE Perché scrivere un saggio critico nei confronti della civiltà proprio oggi che la civilizzazione è presentata ovunque come l unica via di salvezza alla deriva del mondo in cui viviamo? Perché stigmatizzare, nelle sue fondamenta, il complesso dei valori che caratterizzano la vita civile proprio ora che questi valori sono elevati a base d appoggio di sonanti propositi propagandati di benessere e felicità futura? Sarebbe fin troppo facile rispondere che ormai non è più possibile credere a simili propositi soltanto propagandati: che è da tempo che le fanfare del Futuro Migliore suonano a festa, senza che nessuna festa segua alle promesse annunciate. Ma il problema è certamente più complesso. Se guardiamo con attenzione alle condizioni del mondo moderno, possiamo accorgerci che questo non è soltanto un coacervo di promesse di felicità mancate, ma anche un insieme di promesse d infelicità perfettamente mantenute. Quando ci viene detto che per stare meglio qualcun altro deve stare peggio, quando ci viene chiesto di sopportare ancora un po, di tirare la cinghia, di stringere i denti e fare quei soliti sacrifici che faranno di nuovo risplendere il sole, siamo di fronte proprio a questo tipo di promesse rispettate. Esattamente come quando ci viene chiesto di lavorare ancora di più, di correre ancora più in fretta, di consumare tutto e tutti per sostenere l Economia, il Progresso, lo Sviluppo, la Democrazia Situazioni che siano interamente negative o positive del tutto non esistono al mondo. Persino ciò che ci allieta enormemente può presentare momenti di sofferenza (l amore ne è forse l esempio più autorevole); per contro, ciò che consideriamo negativo può aiutarci a crescere e dunque non essere totalmente sfavorevole. La civiltà, come qualsiasi altra condizione dell essere umano, presenta questa commistione di caratteri. Il problema non è dunque quello di giudicarla come del tutto carente di vantaggi (o assolutamente priva di inconvenienti), quanto quello di cercare di comprenderla nelle sue dinamiche consolidate, nei suoi paradigmi, nei suoi sviluppi, nei suoi effetti, in modo da porsi nella posizione migliore per valutare se valga ancora la pena di camminare sulla strada segnata dal suo corso o cambiare rotta. Esiste un prezzo che paghiamo tutti i giorni per mantenere in auge la civiltà e consentirle di diffondersi: è sull entità di questo prezzo che dovrebbe giocarsi la partita della nostra disponibilità ad ammetterla. Un esempio banale per tutti. Ognuno di noi è in grado di giudicare il telefono cellulare come un oggetto molto utile. E indubbiamente lo è. Ma a quale costo?

9 IV Liberi dalla civiltà Basta non pensare al danno che provoca alla nostra salute per le onde nocive che propaga (su chi lo usa, su chi non lo usa, e persino quando è in stand-by). Basta non pensare al danno che impone all ambiente: costellando i paesaggi della Terra di ripetitori ovunque; incentivando la produzione massiccia di quei materiali iperinquinanti che lo compongono (plastiche, vernici, batterie); diventando un rifiuto tossico quando non lo si userà più. Basta ancora non pensare all isolamento relazionale in cui tende a rinchiuderci tutti, rendendo sempre più improbabile una comunicazione viso a viso e, per molti giovani, anche la semplice attitudine a esprimere le proprie opinioni (e persino i propri sentimenti) di persona. Basta ancora non pensare agli interessi economici che il business della telefonia cellulare muove, alle speculazioni monetarie che incoraggia, alle condizioni di sfruttamento ecologico e umano che pone in essere (alcuni dei materiali che compongono i telefonini vengono portati alla luce da profonde miniere nelle quali ancora oggi scendono e muoiono tantissime persone trattate come schiave). Basta poi non pensare ai programmi di sviluppo tecnologico e di componentistica militare che il fenomeno della telefonia mobile alimenta, rendendo il controllo sociale sempre più invadente e le guerre maggiormente efferate. Insomma, basta a non pensare a tutte queste cose (e a tante altre ancora) perché il nostro cellulare appaia soltanto come un qualcosa di molto utile. La civiltà (come il telefonino) impone un prezzo molto caro da pagare, e sebbene questo costo sia in genere accuratamente occultato o sottostimato, esiste. Acquisirne la consapevolezza è già un passo decisivo sulla strada della sua valutazione di compatibilità. Nel mondo civilizzato stiamo male, sempre più male. E non soltanto per la fame nel mondo, per la morte straziante di bambini sterminati dalle malattie, dalle carestie o dalla mancanza di acqua potabile. Stiamo male anche nelle aree opulente del pianeta, quelle che sono solitamente presentate come il Paese di Bengodi. Le forme di tossicodipendenza sempre più dilaganti (tabagismo e alcolismo che si diffondono tra i più giovani; droghe di tutti i tipi, farmaci, psicofarmaci, videogame, mercato del sesso, gioco d azzardo), le malattie nervose sempre più diffuse (anoressia, bulimia, attacchi di panico, affaticamento cronico, disturbi del sonno), le varie ossessioni compulsive (a correre più in fretta, a comprare tutto, a collezionare tutto, a igienizzare e sterilizzare tutto), le manifestazioni di violenza in crescita esponenziale (dal bullismo ai killer seriali) ci dicono che anche laddove è stato ufficialmente proclamato lo stato di benessere nazionale la civiltà non perdona. Scandita irrimediabilmente dalla routine su cui è imperniata la nostra triste quotidianità, accompagnata dall angoscia continua che ci attanaglia e dall isolamento procurato da un esistenza sempre più mediata dagli oggetti e dai servizi, quella sensazione di vuoto interiore che si fa ogni giorno più pressante e incombente travolge tutti: dissidenti, devoti sostenitori della civiltà, persone senza opinione. Lo stress procurato dall operosità spasmodica in cui tentiamo di annegare le nostre sofferenze, e la noia che ci assale non appena usciamo da questi cicli logoranti dell iperattività, ci comunicano

10 Introduzione V un fatto inequivocabile: la vita, una volta addomesticata e messa al servizio del Sistema, non aumenta di qualità; checché ne dicano gli indici del PIL, le statistiche istituzionali o i resoconti parlamentari. Gli integralismi sempre più accesi e contrapposti, come gli atti di autolesionismo in aumento nel mondo progredito, suggellano nella maniera più tragica questa amarissima constatazione. D altra parte, gli umani non sono gli unici soggetti a soffrire nel mondo civilizzato. Anche il pianeta geme con noi. Inondazioni, alluvioni, nubifragi, tifoni, tempeste tropicali, grandinate sempre più violente, piogge acide, nano-polveri, aumento delle specie in via di estinzione, riscaldamento globale, siccità, desertificazione, deforestazione, cementificazione stanno trasformando la Terra in una zona morta, in una landa tossica e inospitale la cui esistenza è segnata dalla medesima parabola di devastazione che guida quella diretta contro la vita umana. Il prezzo che paghiamo perché la civilizzazione possa continuare a trionfare sui destini del pianeta (e di chi vi abita) è ben espresso nel nostro progressivo distacco dalla vita e dal senso della vita. Nel mondo civilizzato le basi naturali della nostra esistenza (costituzione genetica, multisensorialità, libera percezione della realtà, esperienza diretta, autonomia, condivisione, immedesimazione, aiuto reciproco) vengono continuamente aggredite da un universo tecno-meccanizzato, competitivo e calcolatore, che le sta rendendo sconosciute persino a noi stessi (quando non addirittura soppresse dichiaratamente in laboratorio). Esistono, del resto, nel mondo in cui viviamo, categorie alle quali abbiamo imparato a dare un enorme rilevanza e che la civiltà ci ha insegnato a credere assolute e neutrali. L Autorità come la Burocrazia, la Scienza come la Tecnologia, l Economia come la Sovrappopolazione, l Educazione come il Lavoro, l Istruzione come le forme simboliche della cultura (Arte, Rito, Mito, Religione, Linguaggio, Scrittura, Numero, Tempo, Denaro, Diritto, Ruolo Sociale) non sono luoghi universali, né tanto meno imparziali. Sono classi concettuali del mondo civile affermatesi con la civiltà e nella civiltà divenute intoccabili. Cominciare a guardare a queste categorie con occhio critico significa riuscire a guardare al nostro modo di essere (e di pensare) senza timori reverenziali; significa cercare di capire in cosa consista quel prezzo così esoso che la civiltà c impone di pagare perché possa continuare ad espandersi. E al tempo stesso significa anche cercare di risalire alle cause di quella condizione di malessere diffuso che nessuno dei servizi messi in vendita dalla civiltà è in grado di curare. Generalmente, quando si cerca di indagare le cause della degenerazione del nostro tempo si tende a correre a ritroso soltanto di qualche decennio, o di qualche secolo al massimo: la nascita della società dei consumi, il sorgere dell organizzazione di massa, il successo dell industrializzazione. Non vi è dubbio che tutti questi fenomeni abbiano contribuito a rendere il quadro attuale ancora più degradato. Ma è possibile fermarsi agli inizi dell Ottocento e alla nascita del capitalismo industriale per individuare le fonti della crisi di oggi? Il movimento antagonista tradizionale ha sempre ritenuto di poter rispondere affermativamente. Personalmente, condivido l opinione contraria.

11 VI Liberi dalla civiltà Se è pur vero, infatti, che la mercificazione del mondo, che una mentalità consumistica spinta fino all inverosimile, che l esaltazione di un utilitarismo assoluto che trasforma tutti in speculatori patentati sono prodotti certi dell ideologia del capitale (fu Adam Smith, ideologo del capitalismo moderno, a promuovere l idea folle secondo la quale facendo i nostri interessi personalistici cureremmo indirettamente anche quelli di tutti), è anche vero che l eliminazione di questa cinica ideologia non sarebbe sufficiente, da sola, a farci ritrovare un modo di vivere libero e soddisfacente. In fondo, la mentalità del dominio era in voga ben prima dell Ottocento; così come l autoritarismo, lo sciovinismo, la società patriarcale. L economia c era anche prima dell arrivo della società industriale. Esattamente come c era la politica con i suoi demagogici imbonimenti, il controllo sociale con i suoi invasivi precetti di coesione forzata, la scienza con i suoi moniti assolutistici, la tecnologia, lo sfruttamento animale ed ecologico, l inquinamento. Per non parlare poi della guerra o della schiavitù che non sono certo invenzioni della società capitalistica. Se vogliamo provare a guardare alle radici della crisi del nostro tempo, se vogliamo cercare di capire cosa stia succedendo a quel nostro presente sempre più vuoto e sfuggente non basta fermarsi alle degenerazioni innescate due secoli fa; occorre andare ancora più indietro. Quanto tempo indietro? La questione sembra condurre a quesiti molto precisi: è mai esistita un epoca in cui gli esseri umani siano vissuti in modo pacifico, gioioso, rispettoso, senza farsi la guerra, senza dominarsi e sfruttarsi vicendevolmente, senza confinarsi in organizzazioni sociali strutturate gerarchicamente che regolassero le relazioni in maniera prestabilita e obbligatoria per tutti? C è mai stato un tempo nel quale l umanità abbia potuto condurre una vita tendenzialmente libera da forme di controllo sociale, libera da logiche di scambio economico e di produzione, libera da programmi ideologici di efficienza, di rendimento e di potenza? È mai stata accertata l esistenza di un era in cui gli uomini, le donne e i bambini si siano giovati di una comunione profonda con la natura, senza alcuna prospettiva di avvelenamento, di consumo ambientale, e immuni da quella condizione di alienazione nella quale siamo tutti confinati oggi? Studi avviati da oltre cinquant anni sull argomento hanno dato risposte sorprendentemente positive, e il discrimine tra un vissuto umano libero e appagante e uno via via più irreggimentato dai valori del mondo moderno è rappresentato proprio dall avvento della civiltà. Parlare di civiltà, significa prima di tutto chiarire un equivoco. Troppo spesso si ritiene che il termine civiltà coincida con umanità, e cioè che l essere umano, da quando esiste sulla faccia della Terra, viva nella civiltà. Non è così. La civiltà non nasce con il genere umano. Anzi, se si guarda alle vicende del passato, la civilizzazione è un fenomeno recentissimo. Stando alle stime di un celebre fisiologo e biogeografo americano, Jared Diamond, la famiglia umana si sarebbe differenziata dalla scimmie antropomorfe circa 7 milioni di anni fa, 3 milioni di anni dopo avrebbe assunto la stazione eretta e circa 2,5 milioni di anni or sono sarebbe entrata nel cosiddetto Paleolitico acquisendo tutte le abilità

12 Introduzione VII e le capacità (anche mentali e intellettuali) di cui dispone l individuo moderno. La civiltà, invece, comunemente fatta coincidere con l introduzione dell agricoltura (inizio del Neolitico), è datata soltanto anni. Due milioni e mezzo di anni di vita umana rispetto ai soli diecimila anni di vita civilizzata. Pensata con l ausilio dell unità di misura monetaria la differenza si mostra ancora più impressionante: due milioni e mezzo di Euro, diecimila Euro Di fatto, per almeno centocinquantamila generazioni i nostri progenitori umani hanno vissuto in un mondo non-civilizzato, come raccoglitori-cacciatori nomadi: vale a dire come persone che, senza dimora fissa, senza mentalità possessista e manie di conquista, vivevano da individui liberi, immersi in una natura incontaminata e lontani dalle opprimenti preoccupazioni del mondo progredito. Non erano soffocati dalla burocrazia, né dal denaro, né dalla gerarchia perché non esistevano unità socio-politiche accentrate da amministrare (regni, nazioni, stati, imperi); formavano piccole comunità di poche decine di persone (bande), profondamente cooperative ed egualitarie, nelle quali ciascuno poteva esprimere la propria personalità fino al punto di potersene andare liberamente in qualsiasi momento. Comparando la durata della vita del genere umano a quella di una giornata di 24 ore, abbiamo vissuto fuori dalla civiltà per oltre il 99,6% del tempo a disposizione, ovvero dalla mezzanotte fino alle ore 23 e 55 successive, per poi cedere alla civiltà nei soli 5 minuti restanti. Ma in quei 5 minuti abbiamo distrutto tutto, devastato tutto, pregiudicato tutto, fino a mettere in pericolo la nostra stessa esistenza e quella del mondo intero. Da quel lunghissimo passato non-civilizzato possiamo cogliere tanti suggerimenti per il nostro presente. Ed è quello che questo saggio si propone di fare attraverso un costante rimando alle origini della civiltà e alla vita dei nostri avi pre-neolitici, guardati soprattutto attraverso l esperienza delle comunità di raccoglitori-cacciatori che ancora oggi abitano il pianeta (benché assediate, contaminate, sterminate dal mondo civile e comunque confinate nelle zone più impervie della Terra). Un lunghissimo passato non-civilizzato esiste e ne è stata preservata una viva presenza fino ai giorni nostri; volgere lo sguardo attento alle esperienze di questi Popoli della Natura rappresenterà non tanto il motivo conduttore di questo lavoro, ma un suo riferimento ricorrente. E ciò non perché una simile indagine possa costituire il pretesto per l approdo a una visione del mondo proiettata necessariamente a un ritorno ai primordi, ma per trarre insegnamento dall esistenza dei nostri antenati primitivi e opporre riflessioni e pratiche di vita non-civilizzata al vissuto degradato di oggi. Lo scopo rimane sempre quello: cercare di arricchire l analisi del nostro tempo di ogni elemento che valga la pena d essere considerato; non tanto per idealizzare un certo trascorso ma per tentare di rendere vivibile il presente che ci appartiene. Anche per questo, quando sarà possibile raccogliere spunti dall universo di saggezza dei bambini anche quello ci farà da guida. Alla fin fine, se quel che vogliamo è poter cominciare a vivere gioiosamente, liberamente, responsabilmente, in un

13 VIII Liberi dalla civiltà mondo ecologicamente salubre e relazionalmente vivo, guardare all esperienza di chi, nel passato come nel presente, è in grado di darci buoni consigli può solo farci bene. A qualcuno il libro potrà apparire eccessivamente teorico, privo di propositi di azione concreta. Osservando le cose dalla prospettiva tracciata dalla nostra mentalità, sembra chiaro che per diffondersi nel corpo e poi nel cuore ogni spirito di trasformazione debba partire dalle convinzioni. Nelle società di oggi, però, le convinzioni non sono libere. Come ha denunciato Jerry Mander assai prima di Latouche, viviamo soffocati da un immaginario completamente colonizzato dai valori della cultura dominante. Quello che occorre fare, dunque, è innanzitutto cercare di affrancarsi il più possibile (e per quanto possibile) da simili condizionamenti. Liberi dalla civiltà non contiene ricette magiche, istruzioni per l uso e nemmeno precetti, editti o comandamenti. Come pensava il pedagogista libertario Marcello Bernardi, le soluzioni ai nostri problemi non sono mai nelle dogmatiche prescrizioni di qualcun altro ma dentro di noi, e occorre che ognuno cerchi, immagini e realizzi le sue proprie. Le opinioni altrui, semmai, possono costituire la base di elaborazione delle proprie opinioni, ed è in questa dimensione di interazione che si pone il manoscritto. Le tesi che seguiranno, quindi, non avranno lo scopo di raccogliere vocazioni fideistiche ma quello di suscitare dubbi, interrogativi, aperture alla riflessione. Lo spirito, insomma, non sarà mai quello di voler infondere verità, ma quello di cercare d incrinare le false verità sulle quali è fondato il mondo civile. Senza la disponibilità ad ipotizzare che la civiltà possa essere il problema del mondo in cui viviamo, nessun paradigma di questo mondo potrebbe mai essere messo seriamente in discussione e il processo degenerativo avviatosi con l introduzione dell agricoltura continuerebbe ad espandersi: progressivamente, inevitabilmente, inesorabilmente. La prima rivoluzione contro la civiltà è quindi una rivoluzione che parte dentro di noi, come disponibilità a guardare criticamente le basi ideologiche che reggono l universo che ci sta annullando. Questo saggio non vuol essere un atto d accusa contro qualcuno in particolare (il contadino piuttosto che il divo-pupazzo dell éra dell intrattenimento), ma un compendio di spunti critici inteso a mettere in discussione quell intero sistema pervasivo e insinuante che chiamiamo civiltà. Un sistema che ci ha talmente imbrigliati, assuefatti, posti in balìa di noi stessi da renderci tutti incapaci d esserne franchi, a cominciare da chi scrive. Infatti, ciò che risulta esposto in queste pagine è il frutto di battute al computer, ricerche documentali (anche su internet), uso di strutture grammaticali e sintattiche di una lingua imparata in famiglia, perfezionata a scuola e utilizzata in tutti i contesti della vita sociale e personale dell autore. Un autore che svolge un attività lavorativa come fa la stragrande maggioranza della gente, che utilizza l automobile, che si cura con la medicina (naturale se è possibile, ma pur sempre medicina), che ascolta e compone musica, che ama il cinema; un

14 Introduzione IX autore che ha in tasca la carta d identità come ogni altro cittadino italiano, che viaggia nel mondo utilizzando treni, traghetti e aerei e che esibisce il proprio passaporto alle autorità di frontiera. Non è un inarrivabile coerenza assoluta che conferisce legittimità alla critica del mondo in cui viviamo. Se così fosse, non vi sarebbe alcuna possibilità di critica. Ognuno di noi ha infatti i propri scheletri nell armadio e le proprie debolezze; ognuno di noi è preso per il collo da questo universo generalizzante e spesso fa quello che può e non quello che vuole. La pura coerenza non esiste nel mondo civilizzato, se non per coloro che lo accettano integralmente e passivamente; e forse nemmeno per loro. Nessuno ha la verità in tasca, tanto meno il sottoscritto. Nessuno ha la pretesa di ergersi a giudicatore dell umanità, tanto meno il sottoscritto. Nessuno vuole far credere di essere in grado di camminare sulle acque. Esiste però un modo di pensare, di sentire, di agire che giustifica e sostiene il complesso dei princìpi che reggono questo mondo in declino e un altro che, al contrario, si sforza di comprendere quel che non va e tenta di abbattere ogni pregiudizio, fino alla radice. La critica radicale ai fondamenti della civilizzazione che esce dalle pagine di questo testo vuole essere un piccolo e ulteriore contributo alla presa di coscienza di ciascuno: alla presa di coscienza di quello che siamo e di quello che potremmo essere. Insomma, un piccolo e ulteriore contributo indirizzato alle menti, ai corpi, ai cuori di tutti, affinché i nostri pensieri, le nostre sensibilità, le nostre azioni quotidiane (per quanto minime) comincino davvero ad indirizzarsi contro il sostegno a questo mondo invivibile e non in suo favore.

15 1 PROLOGO Che cos è la civiltà? La civilizzazione sfocia nella morte Nikolaj Berdjaev Cosa penseremmo se qualcuno ci invitasse a prendere parte, in qualità di figli legittimi, alla vita di una famiglia nella quale i genitori costringessero i loro giovani discendenti a vivere in condizioni disumane? Li costringessero, per esempio, a una vita di stenti, affollati in spazi dall aria contaminata dal fetore di gas nocivi; impedissero loro di muoversi liberamente obbligandoli, sin da piccini, e per tutta la loro esistenza, a sacrificarsi nello svolgimento di attività per lo più estranee alle loro necessità motorie, di gioco, di sussistenza, e comunque inutilmente ripetitive, faticose, dannose, stressanti. Li educassero ad accettare quei sacrifici come esito di un impegno che esige l acquisizione di un certo numero di gettoni di partecipazione come unica via all aspettativa di raggiungere una condizione minima di sopravvivenza altrimenti irraggiungibile; vale a dire: indumenti, un luogo ove ripararsi dalle intemperie, luce solare per nutrire le cellule, affetti, cure, cibo quotidiano. Che però anche questo costoso riconoscimento di sopravvivenza potesse essere messo in discussione in qualsiasi momento dai genitori, a loro totale discrezione: l abitazione potesse essere confiscata dall oggi al domani, la luce solare continuamente sopraffatta da quella artificiale, gli affetti e le cure rese inaccessibili o negate, avvelenato il pasto quotidiano e gli stessi gettoni di partecipazione sequestrati o erosi nel loro valore convenzionale. Cosa penseremmo, poi, se apprendessimo che, di fronte al manifestato disagio di quei poveri ragazzi, i genitori operassero per cercare d ingannarli, spingendoli ad accettare passivamente la loro sorte? Anzi, per assicurarsi la più efficace soppressione di ogni potenziale esternazione di malessere, si attivassero in via preventiva e abituassero i loro giovani all uso di sostanze psicotrope o narcotiche utili a distrarre l attenzione dal dolore, a sviare la riflessione sulle condizioni di disagio, a offuscare la capacità di analisi infondendo nei loro animi tormentati la convinzione che tutto è sempre stato così, e quindi tutto sarà così per sempre? Accetteremmo di vivere in una famiglia del genere? Molto verosimilmente la risposta è no. Ognuno di noi, per quanto capace di condiscendenza, finirebbe col giudicare quella condizione esistenziale come inaccettabile e persecutoria. Anche se fossimo costretti a ritenerla come la miglior sorte augurabile tra quelle esistenti al mondo (o la più condivisa dalle persone del pianeta), essa rimarrebbe ugualmente quella che è: una tremenda congiura contro la vita. Sotto l infierire di tali imperiosità il nostro corpo e il nostro spirito

16 2 Liberi dalla civiltà finirebbero ben presto per ribellarsi sfogando magari nella patologia o nell impulso aggressivo (contro noi stessi o contro gli altri) tutta la sofferenza repressa. Pur con tutte le ovvie limitazioni che ogni semplificazione impone, la metafora della famiglia incosciente raffigura in maniera appropriata la realtà del mondo moderno: di quella grande famiglia sempre più globalizzata e massificata che è l attuale società tecno-industriale che domina la Terra. Questa, insomma, è la realtà in cui viviamo oggi: è la civiltà. Certo, la comparazione della vita umana alla conduzione di una famiglia in cui siano formalmente separate le responsabilità dei genitori (le élite che dominano il pianeta) da quelle dei figli (le persone che ne sono governate) stride non poco con la visione di un umanità capace di sovrintendere autonomamente alla propria esistenza. Eppure, una tale assegnazione di competenze non è soltanto la trama che informa le istituzioni del mondo civile (che è, per eccellenza, il mondo della delega e della rappresentanza), ma è l asse portante della sua stessa strutturazione. Tutto, nel mondo moderno, è organizzato affinché sia ben distinta la posizione di chi si occupa professionalmente di qualcosa (gestione delle controversie private piuttosto che cura delle anime, pedagogia piuttosto che informazione) da quella di coloro che sono invece semplicemente chiamati ad usufruire dei relativi servizi osservandone scrupolosamente le istruzioni: contribuente, utente, credente, cliente, paziente, elettore, spettatore E mentre ogni sostanziale critica a questo rigido schema organizzativo è irrisa, dall altro, la formale libertà riconosciuta a tutti di poter entrare nel gioco delle parti rende il modello ufficialmente approvato. Con la prospettiva di poter diventare un giorno il punto di riferimento di qualcuno (come genitore, come marito/moglie, come istitutore, tecnico, artista, professionista, capoufficio, leader politico), il sistema assume una connotazione democratizzante e finisce con l essere perpetuato proprio da coloro che, intanto, sono chiamati ad accettarlo in modo supino. Naturalmente, questa chiamata all approvazione a capo chino non favorisce certo un armonica compartecipazione sociale, e tanto meno una piena realizzazione di sé. Prima o poi ogni individuo che vive nel mondo incivilito finisce col subirlo. Raggiungere i propri limiti di sopportazione diventa soltanto una questione di tempo. La nevrosi, la malattia, la violenza, l indifferenza, lo smarrimento generale, il bisogno di comandare e di farsi comandare, di possedere e di farsi possedere giungono prima o poi a rivelare tutto il peso di questo valicamento. Maggiore è la spinta verso il disagio esistenziale, maggiore è anche la forza che la civilizzazione pone in campo per salvaguardare se stessa. Portarci fuori rotta, fornire obiettivi ingannevoli, canalizzare le energie migliori verso il consolidamento dello status quo diventano le vie da battere per ostacolare ogni presa di coscienza critica. E tanto più la civiltà ci spinge fuori direzione, quanto più si ostina a disconoscere i sintomi del malessere che infligge. Come se fosse possibile tenere a galla una nave senza fondo, siamo chiamati tutti a sistemarla minuziosamente nelle sue fiancate otturandovi, con le più innovative resine artificiali, ogni piccola fessurazione e ammaccatura; senza alcun minimo risultato di galleggiamento, ovviamente. La nave, priva della sua piattaforma, continua a

17 Prologo: che cos è la civiltà? 3 imbarcare acqua, e l indisponibilità a guardare alle cause originarie di questo disastro spiega la ragione che ci ha portato a cercare altrove la responsabilità della sommersione. Il problema, si è cominciato a teorizzare, non è nella costruzione che abbiamo progettato (la nave senza fondo), ma nel mare dispettoso e incontrollabile. È dunque su questo elemento che dobbiamo concentrare gli sforzi per renderlo ancora più sottomesso alle nostre tecniche, alle nostre invenzioni, al nostro potere. L inquietudine esistenziale che ci divora, insomma, non deriva dall invivibilità di quel mondo triste e senza fondo che abbiamo sovrapposto a un esistenza naturale e libera, ma da questa stessa esistenza spontanea che deve imparare a piegarsi ancor meglio alle necessità del sistema sociale. In quest ottica è diventato facile trasformare la crisi del nostro tempo non più in un sintomo di un problema che sta a monte (la civiltà), ma in un effetto degenerativo autonomo che deve quindi essere ulteriormente represso. Nel mondo in cui viviamo tutte le manifestazioni di sofferenza perdono il loro carattere sintomatico. Vengono semplicemente purgate attraverso i più comuni metodi di conservazione del modello: in via preventiva, inventando tutto ciò che serve a far sfogare o a rimuovere il malessere; in via repressiva, trattando il disagio come un problema di ordine pubblico. Materialmente: 1) intrattenendo le persone pur di distrarle dai loro patimenti esistenziali (logica dello svago, ideologia della competizione, ossessione per la celebrità, brama possessista); 2) consolandole con la Speranza quando le attività di distrazione non sono in grado di fare il loro effetto (Religione, mito del Progresso, dello Sviluppo, del Futuro Migliore); 3) punendole o curandole se proprio non vi si adattano in altro modo. I risultati di questo processo di occultamento delle cause della crisi che ci consuma (e gli effetti della repressione delle sue manifestazioni di sofferenza) sono chiaramente scritti nella dilatazione di questa stessa crisi. Mentre la retorica del governo buono continua a rassicurare tutti circa il fatto che le cose procedano nel verso giusto, assistiamo ogni giorno di più alla totale devastazione del pianeta, alla sterilizzazione di ogni forma di relazione umana, alla riduzione degli individui a fattori della produzione e ad oggetti della Politica, della Burocrazia, della Scienza, della Tecnica. La vita non è più in ciò che siamo ma in ciò che rappresentiamo per il mondo civile: nella funzione che dobbiamo imparare ad assumere nel corso degli anni. Ed è ovvio che in un simile contesto non esiste alcuno spazio per affermare la prevalenza del vivente sul costruito (sull organizzato, sullo strutturato, sul sovrapposto), ma solo lo spazio per accelerare il processo di degenerazione che sta togliendo noi stessi (e il mondo naturale) dalle preoccupazioni della modernità. Gli effetti travolgenti di questo modo particolare di considerare le cose sono sotto gli occhi di tutti. I veleni costituiscono ormai un alleato fedele della vita civile: quelli che siamo costretti a respirare non sono diversi da quelli che siamo abituati a bere, o da quelli che impreziosiscono gli alimenti industriali che abbiamo imparato a trangugiare in tutta fretta tra una pausa pranzo o un coffiebreak. Il lavoro, inteso come attività separata dalla vita, occupa la quasi totalità

18 4 Liberi dalla civiltà del nostro tempo e condiziona ogni momento della nostra esistenza: sia quella sprecata all interno dei luoghi della sacra produzione economica, sia quella permessa all esterno di essi. Il denaro, simbolo valutario delle cose, è stato elevato a fine delle relazioni tra gli umani e idolatrato. Senza la sua intercessione non è quasi più possibile regolare alcun tipo di rapporto, e la sua mancanza nega l auspicio di qualsiasi ipotesi di protezione: protezione dalle intemperie, dai malanni, dall isolamento. Persino i frutti della terra sono stati assoggettati al dominio delle leggi di mercato, e con l affermazione della civiltà si è man mano stabilito di doverne pagare un prezzo per poterli avere a disposizione. Allo stesso modo, i luoghi nei quali scorre la nostra moderna esistenza sono sempre più innaturali: dalle scatole abitative in cui dimoriamo lontani da ogni contatto diretto con la terra, ai luoghi insalubri della produzione industriale. Il grigiore del cemento delle città opprime il colore della campagna, l odore acre degli insediamenti urbani deturpa il profumo della natura, il rumore dei motori è ormai entrato fin dentro le nostre case sotto forma di aspiratori, seghe, trapani, spremiagrumi. Insidia direttamente il primato del frastuono delle strade, dei lavori in corso, delle attività commerciali e produttive che avevano reso impraticabile già da tempo l esperienza del silenzio. Ogni cosa intorno a noi è oggi adulterata: gli alimenti sono diventati potenziali entità ricostruite in laboratorio attraverso la ricombinazione genetica o mediante procedimenti sistematici di calcolo elettronico; il divertimento è preconfezionato; il tempo è programmato. Persino l aria è stata riprodotta artificialmente e la chiamiamo condizionata. «Ciò che oggi si chiama naturale notava Raoul Vaneigem è tanto artificiale quanto il fondo tinta naturale dei profumieri» 1. Inoltre, i contatti umani sono sempre più mediati dalle macchine, il nostro isolamento personale è continuamente magnificato dall informatica ed anche la nostra vita biologica sta ormai diventando un arido terreno privo di vivacità in procinto di essere interamente colonizzato dalla scienza e dalla tecnologia. «La pura gioia che deriva dal contatto quotidiano con la natura», ha riassunto l etnobotanico Michele Vignodelli 2, «è stata sostituita con la sovreccitazione da stimoli artificiosi, grossolani e meccanici, con le mode, i revival, musiche da sballo, giocattoli rombanti, attori di culto, eventi tutto un mondo rutilante, chiassoso e disperatamente vuoto. Un oceano montante di stimoli effimeri, una moltitudine di pseudointeressi e pseudobisogni in cui l energia emotiva si disperde fino a farci affogare nel nulla [ ]. La sostanza di tutto questo fastoso baraccone sembra ridursi al fiume di velenosi, nascosti rancori che scorre sotto la facciata cortese, nei corridoi del formicaio industriale, alla ringhiosa difesa del proprio loculo di libertà e di diritti garantiti per legge, a una solitudine profonda e sempre più nascosta nei rituali di massa; a una inautenticità globale dei rapporti e delle esperienze». È forse possibile pensare che una simile condizione 1 Cfr. R. VANEIGEM, Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni (1967), Vallecchi, Firenze 1973, pag Cfr. M. VIGNODELLI, Signori della Terra?, Anima Mundi, Cesena 2002, pag. 75.

19 Prologo: che cos è la civiltà? 5 esistenziale susciti felicità? In effetti, nel mondo civilizzato regna la tristezza e il malumore. Ogni dodici mesi, due milioni di adolescenti statunitensi tentano il suicidio. E l allarme recentemente sollevatosi per l impressionante numero di bambini americani che riesce annualmente a togliersi la vita (circa 300 bambini di età compresa tra i 10 e i 14 anni, ossia quasi un bambino al giorno!) 3 ci conferma che la disperazione non è un patrimonio esclusivo delle zone emarginate delle periferie della civiltà, ma una realtà comune a tutto il mondo moderno. Mentre là si vien meno per la fame e per la sete, qui si muore di un male incurabile: il male di vivere. E già si parla apertamente di mal d anima, di mal di civiltà. «Può darsi che gli uomini dei Paesi industrializzati preferiscano affogare e crepare nella grascia del benessere e dei telefonini è stato recentemente scritto ma alcune cifrette sembrano dire il contrario. Negli Stati Uniti 600 abitanti su fa uso abituale di psicofarmaci. Ciò significa che nel Paese più ricco, più abbiente, più affluente del mondo, punta di lancio dell attuale modello di sviluppo, una persona su due non sta bene nella propria pelle. E in Europa i suicidi sono passati da 2,6 per abitanti della metà del Seicento all attuale 20 per abitanti; sono quindi decuplicati» 4. Persino per Èmile Durkheim, inossidabile propugnatore del primato della società sull individuo, l enorme aumento dei casi di suicidio rinvenibili già dalla fine dell Ottocento doveva considerarsi «un tributo alla civiltà» 5, un effetto del «disagio generale che colpisce le società contemporanee» 6. Secondo il celebre sociologo francese, infatti, il «numero eccezionalmente alto di morti volontarie dimostra lo stato di profondo turbamento di cui soffrono le società civili, e ne rivela la gravità. Anzi, si può dire che ce ne dà la misura» 7. Effettivamente, il ricorso sempre più massiccio all uso di antidepressivi, la dilagante anoressia/ bulimia, l affermazione di una cultura dello stordimento anestetizzante che porta gli individui a cercare consolazione nel consumo di sostanze stupefacenti, frastuoni, persone, miti, religioni, prestazioni fisiche estreme, sfide alla morte, o che le aggioga alla dipendenza dalla pornografia, dal possesso di palliativi tecnologici e alla mistica dell apparenza, ci dicono che la «modernità è riuscita nell impresa di far star male anche chi sta bene» 8. Le cose, i servizi, i titoli, i gradi, gli status symbol, l opulenza materiale che il mondo sviluppato ci riversa addosso con la pretesa di tener alto il nostro morale, non servono a colmare il vuoto che queste stesse abbondanze hanno scavato dentro e fuori di noi. Il distacco con il quale conduciamo la nostra esistenza all interno dei binari austeri del mondo degli oggetti ci comunica che questa nostra 3 I dati sono tratti da diversi articoli apparsi sull argomento. Per tutti, si veda: Il suicidio tra i giovani, in: IlSuicidioFraIGiovani.doc. 4 Cfr. M. FINI, È un progresso da fi ne del mondo, in: «Il Tempo», 15 Gennaio Cfr. È. DURKHEIM, Il suicidio (1897), Rizzoli, Milano 1999, pag Ibidem, pag Ibidem, pagg Cfr. M. FINI, È un progresso da fi ne del mondo, cit.

20 6 Liberi dalla civiltà esistenza ormai scivola via invece di pulsare. Le attività, i pensieri, le sensazioni, le relazioni sono sempre più separate dai loro soggetti, e procedono lontane da noi come fossero qualcosa di estraneo a noi stessi. Persino la felicità non fa più parte del nostro presente; è diventata un mito da raggiungere, un qualcosa d intangibile proiettato in un tempo sempre di là da venire: questa sera dopo il lavoro, durante il prossimo week-end, alla prossima estate, quando avrò comprato casa, non appena mio figlio terminerà gli studi, il giorno che sarò in pensione Quante volte ci siamo trovati ad esultare per l imminenza di un breve periodo di ferie? Pensa piccola mia giubilava una giovane nonna rivolgendosi alla nipotina prima della partenza per una vacanza estiva tra qualche giorno partiremo per il mare e avremo due settimane per divertirci!. Già, due settimane per divertirsi. Calcolando la durata della vita umana, trovarsi costretti a tripudiare per quindici giorni di serenità all anno significa aver davvero imparato ad accontentarsi. Tutti ne siamo consapevoli e ne soffriamo. E ne soffriamo anche quando riusciamo a non darlo a vedere. Anche quando ci raccontiamo che è giusto così; anche quando ricordiamo a noi stessi che nel mondo strabiliante in cui viviamo a molte persone non è concessa nemmeno questa risicata opportunità. Ma è proprio lì il problema. Una vita che invece di poter essere vissuta intensamente è posta quotidianamente ai margini della sopravvivenza, soffocata da una messe infinita d impegni incalzanti, di doveri improrogabili, di conformismi da accettare, di mercificazioni a tutto tondo, di spargimenti di sangue diventati consuetudine, di adulazioni e risentimenti, ipocrisie e umiliazioni, coercizioni e indifferenze che tolgono di mezzo la possibilità di essere felici sempre, non è una vita che possa dirsi tale. Tanto più se si tien conto che la prima prospettiva che il mondo civile offre per far fronte al disagio che esso stesso genera rimane appunto quella della sopportazione: del non pensarci su. Attività di evasione, spettacoli di evasione, pillole di evasione: ce ne sono per tutti i gusti e per tutte le età. Se il mondo in cui viviamo non fosse una grande gabbia, non saremmo costretti a desiderare di evadere. ****** Siamo a tal punto il prodotto di quegli schemi culturali e morali che segnano i confini del nostro essere, che il solo guardare alla civiltà come alla causa dei nostri problemi ci è sembrato, per secoli, azzardato. Tuttavia, una maturata presa di coscienza critica verso ciò che contraddistingue il nostro modo di vedere le cose ha finito col fare breccia nel pregiudizio. Anche in questo senso uno sguardo al passato, al vissuto di quei popoli che per milioni di anni hanno condotto la loro esistenza da individui non-civilizzati, resistendo poi con forza all invasione del mondo civile, diventa inevitabile. L idea che i nostri avi pre-neolitici conducessero una vita di stenti, fortemente ridimensionata per durata dall incombenza delle più atroci malattie e contraddistinta dalla soggezione alle forme più terribili di violenza, è ormai un idea lasciata al campo delle suggestioni propagandistiche che un certo etnocentrismo di stampo colonialista ha cavalcato per secoli, cedendo infine all evidenza del-

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