Ferdinando Galiani De' doveri de' principi neutrali verso i principi guerreggianti, e di questi verso i neutrali, libri due

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1 Ferdinando Galiani De' doveri de' principi neutrali verso i principi guerreggianti, e di questi verso i neutrali, libri due 1

2 QUESTO E-BOOK: Questo e-book è stato realizzato anche grazie al sostegno di: E-text Editoria, Web design, Multimedia TITOLO: De' doveri de' principi neutrali verso i principi guerreggianti, e di questi verso i neutrali, libri due AUTORE: Galiani, Ferdinando TRADUTTORE: CURATORE: NOTE: testo è tratto da una copia in formato immagine presente sul sito "Gallica, bibliothèque numérique de la Bibliothèque nationale de France" (http://gallica.bnf.fr/). DIRITTI D'AUTORE: no LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: TRATTO DA: "De' doveri de' principi neutrali verso i principi guerreggianti, e di questi verso i neutrali, libri due", di Ferdinando Galiani; Napoli, CODICE ISBN: informazione non disponibile 1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 8 novembre 2006 INDICE DI AFFIDABILITA': 1 0: affidabilità bassa 1: affidabilità media 2: affidabilità buona 3: affidabilità ottima ALLA EDIZIONE ELETTRONICA HANNO CONTRIBUITO: Claudio Paganelli, REVISIONE: Paolo Alberti, PUBBLICATO DA: Claudio Paganelli, Alberto Barberi, Informazioni sul "progetto Manuzio" Il "progetto Manuzio" è una iniziativa dell'associazione culturale Liber Liber. Aperto a chiunque voglia collaborare, si pone come scopo la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico. Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito Internet: Aiuta anche tu il "progetto Manuzio" Se questo "libro elettronico" è stato di tuo gradimento, o se condividi le finalità del "progetto Manuzio", invia una donazione a Liber Liber. Il tuo sostegno ci aiuterà a far crescere ulteriormente la nostra biblioteca. Qui le istruzioni: 2

3 DE' DOVERI DE' PRINCIPI NEUTRALI VERSO I PRINCIPI GUERREGGIANTI, E DI QUESTI VERSO I NEUTRALI. LIBRI DUE. Suave mari magno, turbantibus æquora ventis, E terra magnum alterius spectare laborem; Non quia vexari quemquam est jucunda voluptas, Sed, quibus ipse malis careas, quia cernere suave est. Suave etiam belli certamina magna tueri Per campos instructa, tua sine parte pericli. LUCRET. LIB. II. ******** ******* ****** ***** **** *** ** * NEL MDCCLXXXII. 3

4 Olli subridens hominum; rerumque repertor Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt Utque est nomen erit. Virgil. Æneid Lib. XII. 4

5 AL LETTORE Un irresistibile comando ha prodotta quest'opera. Fu fatta quasi senza ajuto di libri, in così breve tempo, che darebbe sentore di millanterìa il dirlo, e da chi era tra molte nojose occupazioni distratto. Niuno più dell'autore stesso conosce quanto perciò sia riuscita imperfetta. Se taluno biasimerà, che così sconcia qual ella è, siasi data alle stampe, ne punisca, se vuole, la presunzione colla sola regolare, e concessa vendetta di non comprarla; ma sappia buon grado all'intenzione dello Scrittore d'aver col suo esempio incitati gli uomini dotti a trattare compiutamente una materia divenuta oggi importantissima, e che non può dissimularsi d'essere stata soverchio da' maestri tutti del Dritto publico negletta, e dimenticata. 5

6 PREFAZIONE I doveri de' Principi sia nell'interiore governo delle loro Signorìe, o sia rispetto agli altri Principi vicini, e indipendenti, sono stati dagli scrittori sotto due diversissimi aspetti riguardati. Molti han tenuto fissamente in mira quell'eterno lume della giustizia impresso dalla mano Onnipotente in ogni secolo ne' cuori umani, perfezionato indi dalla filosofia, e dalla culta ragione, corroborato infine da' dogmi della vera rivelazione. In questo lume gli uomini tutti (1) eguali tra loro, tutti fratelli, tutti congiunti dal vincolo della universal società (2), tutti in fine avendo un egual dritto alla propria conservazione, ed alla propria felicità (giacchè questa è la definizione giusta di quella voce egualità) non solo han dritto a non esser da veruno offesi, ma esiggono amore, beneficenza, ajuto da' loro simili. Legalmente si presumono sempre buoni (3), innocenti, disposti a rendere reciprocamente tanta giustizia, quanta ne ricevono, e chiunque la rende loro trova la speme d'una ricompensa o nel consuolo della propria coscienza, o nella gratitudine altrui, o ne' premj eterni, ed invisibili, che la vera religione assicura ai virtuosi (4). Altri Scrittori poi (che con rossore e con rammarico dirò esser i più vantati) hanno dati insegnamenti o consigli a' Principi sulla legale presunzione, che dicono ritrarsi costantemente da' fatti della storia d'ogni età, (5) d'esser tutti gli uomini cattivi, proclivi all'invidia, e alla maldicenza (6), avidi, e usurpatori dell'altrui (7), ingrati a' benefizj, (8) memori finanche delle offese fatte, (9) non che delle ricevute, (10) pronti a sopraffare i creduli (11), a profittare su' semplici, machinanti sempre il danno de' deboli, (12) e degli scioperati (13). Ad immensa distanza di conseguenze di massime da adottarsi conducono, come ognun vede, queste due così contrarie prevenzioni sul naturale istinto, e carattere della spezie umana. Pure egli è avvenuto, che in quasi tutti gli scritti, anche degli uomini di maggiore ingegno e più virtuosi, trovinsi intarsiate sentenze, e dottrine, che or dall'una, or dall'altra opposta ipotesi derivano: e tra tanta confusione, e contrasto di sentimenti spesso il dritto è restato messo in dubbio, ed ottenebrato dalla politica maliziosa; spesso si è veduta questa arrogarsi a' suoi consigli quella lode di convenevoli, saggi, e giusti, che solo dovea concedersi a' dettami della ragione, e della illibata morale. Ad evitare io adunque e l'incertezza nelle opinioni, ed il mescolamento, e la contradizione nelle dottrine, in cui ad ogni passo inciamperei in questa parte di Dritto Publico, che ho impresa a trattare, divido quest'opera in due parti. Dirò nella prima de' doveri de' Sovrani neutrali secondo i principj della pura morale, e del giusto, che sono i soli dal mio cuore, e dalla mia mente adottati. Nella seconda indicherò le massime di quella politica mondana, che col nome di Ragion di Stato si è tentata render tolerabile ai popoli, e gradita a' Sovrani: massime, le quali quantunque repugnino al (1) Quod ad jus naturale attines omnes homines æquales sunt. Dig. De Reg. Juris l. 32. (2) Facile intelligitur nos ad conjunctionem congregationemque hominum, & ad naturalem communitatem esse natos. Quemadmodum igitur membris utimur, prius quam didicimus cujus ea utilitatis caussa haberemus, sic inter nos natura ad civilem comunitatem conjuncti, & consociati sumus. Quod ni ita se haberet nec Justitiæ ullus effet nec bonitati locus. Cic. de Fin. (3) È assioma in legge, che il dolo non si presuma Dolum ex indiciis perspicuis probari convenit. C. Lib. II. Tit 22. l. 6. (4) Deus est mortali juvare mortalem, & hæc ad æternam gloriam via. Hic est vetustissimus referendi bene merentibus gratiam mos, ut tales Numinibus adscribant. Plinius Hist. Nat. l, II. c. VII. (5) Jura inventa metu injusti fateare necesse est; Tempora si fastosque velis evolvere mundi. Horat. Serm. 1. I. Sat. 3. v (6) Perchè degli uomini si può dire questo generalmente, che siano ingrati, volubili, simulatori, fuggitori de' pericoli t cupidi di guadagno, e mentre fai lor bene sono tutti tuoi, ti offeriscono il sangue, la vita, e i figliuoli (come di sopra dissi) quando il bisogno è discosto; ma quando ti s'appressa, si rivoltano. Macchiav. Princ. c. 17. (7) Mentre che gli uomini cercano di non temere, cominciano a far tremare altrui, e quella ingiuria, ch'egli cacciano da loro, la pongono sopra d'un altro, come se fosse necessario offendere, o essere offeso. Macchiav. Discorsi lib. I. cap: 46. (8) Si può ricordare ad ogni Potente, che mai le ingiurie vecchie non furono cancellate da' benefizj nuovi; e tanto meno quanto il beneficio nuovo è minore, che non è stata l'ingiuria. Macchiav. Disc. lib. 3. cap. 4. (9) Proprium humani ingenii est odisse quem læseris. Tac. Ann. L. I. (10) Gli uomini grandi o non s'hanno a toccare, o tocchi a spegnere. Macchiav. Princ. (11) Voluntas lædendi omnibus inest in statu naturæ. Tom. Hobes de Cive l. I. cap. I. ; 4. (12) La malignità non è doma da tempo, nè placata da alcun dono. Macchiav. Disc. lib. 3. cap. 3. (13) Homo homini lupus. Plaut. in Asinar. 6

7 mio animo, io non avrei potuto in silenzio trapassare senza parere a moltissimi di non aver compiutamente discorso sul soggetto da me intrapreso, anzi a non pochi sarebbe forse parso, che io non ne avessi punto adequatamente, ed a proposito ragionato. Lo stile negletto, e poco ornato in cui scrivo, può alla gravità della materia, che non lo esigge, esser perdonato. La brevità è consequenza del limitato tempo concessomi. Il poco, e scarso ornamento di erudizioni, e di citazioni (ornamento in cui molti si abbagliano) provviene dalla mancanza del tempo, e de' libri in cui sono. Ma io metterò ogni mio studio a ragionar dritto, nè d'altro mi curerò. Certamente niuna cosa mi ha fatto sempre tanto maravigliare, e niuna mi pare più atta a discreditare questo nobilissimo, ed utilissimo studio del Dritto Naturale, quanto il vedere l'incertezza de' più gravi, e celebri maestri a definire da quali luoghi di ragioni, e da qual fonte derivasse la forza delle pruove di esso, talvolta ripetendola dal lume della ragione, e dalla voce dell'interna coscienza, tal volta o dal consenso de' popoli, e delle nazioni, o dall'autorità de' filosofi, de' giureconsulti, e de' più eloquenti scrittori in verso ed in prosa, talvolta dalla storia, talvolta da' codici delle leggi e da' trattati, e convenzioni de' popoli, talun altra dalle Divine Scritture. Finanche i Rabini (oh vergogna!) sono stati messi in contribuzione a fornir argomenti, e pruove al Dritto Naturale: tanta è stata la smania di ostentar erudizione recondita, e ricercata. A me pare chiarissimo non esser la scienza del Dritto altro, che una geometrica meditazione delle verità, che si deducono da alcuni principj, o vogliam dire assiomi, subitocchè siansi questi ammessi, e conceduti. Nè ad alcuno faccia stupore, che da picciolissimo numero di principj possano dedursi in così copioso numero le verità, e le risoluzioni de' problemi, giacchè ad ogni geometra è ben noto, che tutte le verità pressocchè innumerabili, che, per ragion d'esempio, si dimostrano del triangolo, tutte da una sola verità, anzi dalla sola definizion del triangolo infallantemente, e con forzosa concatenazione derivano. Gli errori, e le incertezze della scienza del Dritto Naturale sono dunque derivate tutte o dal non aver ben stabiliti i principj, e gli assiomi fondamentali di esso, o dall'avervi mal ragionato di poi. Ma quando una verità morale, che alla massima parte degli uomini sembri certa ed evidente sarà da taluno o fintamente per malizia, o per capriccio, o da senno per una infelice organizzazione di cerebro, e per totale guastamento di cuore impugnata, e non voluta ammettere nè per assioma, neppur anche come postulato, non sarà certamente un bel verso di Euripide, nè un sonoro periodo di Cicerone, e molto meno un fatto storico, chi sà se vero o falso, di Temistocle, o d'agesilao quello, che ne lo potrà convincere, e farlo acchetare Nil agit exemplum litem quod lite resolvit. Horat. serm. lib. II Sat. III. 7

8 DE' DOVERI DE' PRINCIPI NEUTRALI LIBRO I INTRODUZIONE. Grande, e nobile parte del Dritto delle Genti è questa, di cui mi è stato imposto di ragionare, e tanto più degna d'essere a fondo trattata, quanto ella più spezialmente si confà, e si adatta all'animo, ed ai consigli de' Principi placidi, e virtuosi. Sono in fatti le loro neutralità un bene universale della misera spezie umana, che all'ombra di esse trova un asilo, ed un ricovero dalle straggi desolatrici della guerra: sono un virtuoso esempio, e spettacolo di felicità, e di calma da far rientrare in loro stessi, ravvedere, ed arrossire a quell'aspetto i Sovrani contendenti, accesi or dal furor dell'ira, or dell'ambizione, or della mal calcolata avidità (14), sono in fine un felice istrumento delle mediazioni, e delle concordie: Nestor componere lites Inter Peliden féstinat, & inter Atriden. (15) Qual vergogna, che così bella materia di studj, e di meditazioni sia stata poco men, che dell'intutto trascurata! Quel, che ne' libri degli antichi filosofi Platone, Aristotele, Cicerone, Seneca, e tra' frammenti, d'altri autori Greci, o Latini è pervenuto fino a noi è tanto privo di dottrine riguardanti questo stato d'umanità, di saviezza, e di continenza, da noi detto neutralità, che le stesse abondantissime loro lingue mancano di voce, che esattamente vi corrisponda, e l'esprima (16). Della quale mancanza di termini, e silenzio sulla materia, la ragione a parer mio potrebbe essere stata l'assai diverso costume di que' tempi da' nostri. Certamente in quell'età il restare nella neutralità provveniva quasi sempre non da amore del giusto, e da virtuosa moderazione; ma o da ignoranza assoluta di ciocchè altrove facevasi, quale era in tutt'i popoli barbari rispetto al resto del mondo, o da timidità, quale era nelle piccole Sovranità, e Repubbliche rispetto alle guerre delle grandi Potenze, o finalmente da maligno piacere dell'altrui scambievole distruzione, quale fu per lungo tempo nelle Repubbliche, e Sovranità Greche. Nè fu tra' costumi d'allora di gran lunga tanta corrispondenza d'interessi, di trattati, di ministri residenti, di corrieri, di carteggio, di parentele tra' Principi, nè tanto legame di commercj, di viaggi, di comunicazione di pensieri co' libri, colle gazzette, e con ogni genere di stampe ne' popoli, quanta ne è oggi tra tutti le Sovranità dell'europa. Ne' moralisti, e ne' teologi, che fondarono nel secolo decimoterzo le scuole del rinnovato sapere Europeo, onde trassero il nome di scolastici, e nel loro maggior maestro S. Tommaso (uomo d'ingegno, stupendo, e miracoloso) qualche cosa si comincia ad incontrare; ma ella è sepolta, per così dire, nell'oscurità, e nella secchezza di quello stile, e di quella maniera di disputare. I successori, ed i seguaci di lui trattarono, egli è vero, grandissima parte del Dritto Universale, ma con tanta confusione, e agglutinamento d'idee ora tratte dalla teologia Cristiana, ora da' canoni della Chiesa, ora dal semplice dritto, e dalla morale universale, che spesso è loro avvenuto di meschiare le controversie, e lo studio d'una scienza coll'altra (17). Così, per esempio, in vece di disputare se una nazione Cristiana recando armi, navi, e munizioni ai Musulmani, perpetui nemici del nome Cristiano, offendesse l'alleanza, o la neutralità verso gli altri Cristiani, sono andati a ricercare, se col (14) Quicquid delirant Reges, plectuntur Achivi: Seditione, dolis, scelere r atque libidine, & ira Iliacos intra muros peccatur, & extra. Horat. Epist. l. I. 2. (15) Horat. Epist. I. 2. (16) Le voci neutralis, neutralitas da' giureconsulti moderni usate, prese in questo senso sono barbare. Alcuni gli han chiamati Pacati, voce che dinota tutt'altro. Altri infine, gli han detti Medii, ma neppur questa voce è precisamente corrispondente alla Italiana neutrali.; (17) Sarebbe lunghissima la filza di tutti que' moralisti, che hanno trattata qualche questione relativa allo stato di neutralità. Il Leffio, il Suarez, il Soto, Francesco a Victoria, il Molina, il Castropalao, il Conningio, ed innumerabili altri, che o della giustizia, o delle leggi, o delle virtù morali hanno disputato, o che hanno commentata la Somma di S. Tommaso, tutti ne ragionano; ma sempre è misto il loro disputare co' dogmi della teologia Cristiana, e taluno di essi ha mostrata soverchia passione a sostener per buone tutte le azioni degli Europei verso gli sventurati Indiani, le quali sarebbe stato assai miglior consiglio coprir d'eterno oblio, che stiracchiando dottrine cercar di giustificare. 8

9 trasporto di queste munizioni da guerra s'incorresse, o nò nelle scommuniche fulminate nella Bulla di Pio V, in Cæna Domini (18). Ugon Grozio, che col favore della sua immensa lettura, e prodigiosa memoria, avendo d'un ricamo ricchissimo d'erudizione abbellita la vecchia stoffa del Dritto Publico, acquistò fama di fondatore d'una scienza, che alla vaghezza, ed al lustrore di quell'insolito ornamento parve tutta nuova, appena destinò uno, o due capitoli del suo libro De Jure Belli, & Pacis a parlare de' dritti, e de' doveri della neutralità. Nelle opere degli scrittori, che sono contemporanei, o susseguirono al Grozio, quali furono il Bodino il Besoldo (19), l'arniseo, il Varemondo di Berembergh, il Neumayr (20), i due Coccej, il Puffendorf, il Seldeno, l'hobes, il Gumberland, il Boeclero, il Volfio, l'einnecio, il Buddeo, il Barbeyrac, l'abbate di Saint-Pierre, il Bielfeld, ed altri, in vano si cercheranno profonde discussioni sulla materia della neutralità, giacchè solo brevissime nozioni elementari, e spesso poco correttamente pronunziate, o anche in tutto false vi s'incontrano. Un poco più entrò a trattare della materia della neutralità il Vattel nel suo Dritto delle Genti. (21) Ma quello scrittore, che di gran lunga più diffusamente, e più sensatamente de' precedenti ha discorso sulla neutralità è stato il Sig. Hubner Danese nel suo trattato De la Saisie des Bâtimens neutres, ou du Droit, qu'ons les nations Belligerantes d'arrèter les Navires des peuples amis stampato all'aia nel Questo scrittore però non trattò generalmente de' doveri della neutralità, se non in quanto si confaceva ad illustrare la particolare quistione delle prede de' bastimenti, che sola si era impegnato a trattare. Non negherò per altro essermi l'opera di questo giudizioso giureconsulto stata di grande utilità, quantunque in non poche opinioni abbia io creduto di dovermi discostare da lui. Di molti degli altri o non ho potuto procurarmi la vista, o non me ne son curato. (18) Il Padre Antonio Tommaso Schiara nella sua Teologia Bellica impressa in Roma nel in mezzo a varie questioni di Dritto Publico, nella 33. Difficoltà della Parte prima, e nella 26. Difficoltà della Parte seconda esamina la questione An deferentes ad Turcas, aliosque Christiani nominis hostes biremes, triremes, & alia bellica navigia incurrant in excommunicationem Bullæ Cæna & aliorum jurium. Moltissime questioni consimili s'incontrano in tutti i moralisti. (19) Christophori Besoldi Dissertatio de Fœderum jure, ubi insimul de Patrocinio, & Clientela, ac item de Neutralitate disputatur succincte. Argentorati (20) Giovan Guglielmo Neumayr scrisse un Trattato particolare Della Neutralità, e dell'alleanza in tempo di Guerra nella sua lingua Tedesca stampato in Erford nel 1620., che non so se sia stato mai tradotto in altra lingua. (21) Il Vattel impiega il Capo VII. del libro 3. a parlare della Neutralità: ma si trattiene perloppiù sulle generali massime già insegnate dal Grozio, dal Volfio, e da' Coccej. È rimarchevole inoltre, che spesso unisce, e meschia i dettami della giustizia co' consigli della prudenza politica; il che come io ho già avvertito genera confusione, e turba la concatenazione degli argomenti, e delle pruove, dalla quale sola ha da dipendere la verità delle dottrine del Gius. 9

10 CAPO I. Definizioni, ed assiomi. Senza aspirare con affettazione a voler dare a questa mia opericciuola la religiosamente venerata sembianza della sublime geometria, solo per semplice chiarezza del mio discorso, e per scansare ogni equivoco, avvertirò quasi a forma di definizioni l'uso di alcune parole, ch'io son per fare. [Definiz. I] Dico dunque, che indifferentemente userò le parole Principe, Sovrano, Potenza, Signorìa, Sovranità, Nazione per esprimere qualunque Società d'uomini civilizzata, e ridotta sotto qualunque spezie di governo sia monarchico, republicano, o misto, purchè abbia o l'assoluta indipendenza da ogni altra, o ne abbia tanta quanta basti ad avere il dritto della guerra, della pace, e di potersi liberamente, e spontaneamente determinare a restar neutrale. [Definiz. II] Intendo per stato di quiete quello, in cui troverebbonsi i sudditi di due nazioni, che senza avere niun precedente vincolo tra loro, incontrandosi non si offendessero. Tale sarebbe per esempio tra' Napoletani, e i Cinesi, i Giapponesi, gli Ottentotti, gli Esquimaux, ed altri popoli inculti, e lontani, se un bastimento Napoletano approdando a' loro lidi trattasse innocentemente con que' popoli non prima frequentati. [Definiz. III] Intendo per stato d'amicizia uno stato di conoscenza, e di frequentazione tra due popoli, e di corrispondenza tra due Sovrani, ancorchè niun espresso trattato di pace fossesi per anche stipulato tra loro: Tale è lo stato de' Napoletani rispetto alle città Anseatiche, alla Polonia, alla Moscovia &c. E intendo egualmente per stato d'amicizia quello, che risulta da semplici trattati di pace, o anche da trattati puramente di navigazione, e di commercio. Tale è lo stato de' Napoletani rispetto alla Danimarca, alla Svezia, all'olanda, e alla Turchia. [Definiz. IV] Intendo infine per stato d'alleanza quello, che vien prodotto da trattati stipulati tra due Sovranità, in cui vi sieno articoli contenenti patti, e promesse relative al caso previsto di qualche futura guerra. [Definiz. V] Chiamo neutralità lo stato di quel Principe, il quale ritrovandosi in stato di quiete, d'amicizia, o di alleanza con altri Principi, che erano in pace tra loro, continua a rimanere nello stesso stato verso di essi, ancorchè sia nata o rottura, o fuoco di guerra tra quelli. (22) Dopo data questa definizione parrà superfluo a molti, che io aggiunga derivare da essa, che la neutralità si osserva, o si offenda co' fatti, e non co' soli pensieri. Pure sono costretto a dichiararlo, giacchè gl'illustri Coccej vi abbagliarono (23). (22) L'Ubner nel sopracitato suo Trattato definisce la neutralità così La neutralitè consiste dans une inaction entiere relativement a la guerre, & dans une impartialitè exacte, & parfaite, manifestèe par les faits, a l'egard des belligerans, entant que cette impartialitè a rapport à cette guerre même, & aux moyens directs, & immediats de la faire. Sia detto con pace di così giudizioso scrittore, questa definizione non è giusta. Egli ha espresso in essa la formola dell'essenziale dovere di chi vuol essere neutrale, in vece di darci la definizion della cosa. Ciò è tanto vero, che quel Principe, che non eseguisse esattamente il precetto datoci in vece di definizione dall'ubner, se non ricevesse per ciò nè ostilità, nè querele, sarebbe sempre neutrale de facto, benchè non meritasse d'esserlo de jure; e per contrario chi ricevesse le ostilità, ancorchè avesse usata una imparzialità esatta, e perfetta, non potrebbe dire d'esser stato veramente neutrale, quantunque lo avrebbe meritato. In somma per spiegarmi con un paragone quanto grossolano, altrettanto chiaro, l'ubner fa a guisa di chi obbligato a definire che cosa sia l'uomo, rispondesse esser l'uomo quell'animale, che è obbligato ad amare, e servir Dio in questa vita. Costui direbbe certamente il primo, ed essenziale dovere dell'uomo, ma non darebbe la di lui definizione; tanto vero, che chi non eseguisse questo precetto, non lascerebbe d'aver la figura, e di potersi denominar uomo. (23) Errico Coccejo nelle sue note al Grozio, ed il suo rispettoso figlio Samuele nella Dissertazione Proemiale hanno assunto per verità incontrastabile, che Medii nihil decidunt, sed judicium suspendunt, e replicando, più volte questa loro dottrina giunsero fino a riprendere, e corrigere l'illustre Grozio di non esser del loro sentimento. Quindi l'errico 10

11 [Definiz. VI] L'essere stata finora pochissimo esaminata, e discussa la parte del Dritto, che riguarda i doveri dello stato neutrale fa, che mi manchino esempi di autori, che abbiano prima di me usata una distinzione di espressioni, e di parole importantissima, a creder mio, ad evitare l'equivoco, e l'incertezza del preciso dovere de' neutrali in molti casi. Perciò prima d'inoltrarmi nel discorso stimo conveniente il dar qui la spiegazione di queste espressioni, delle quali mi è stato forza essere in certo modo il primo introduttore. Io priego i miei lettori ad avvertire, che un Principe neutrale tra due contendenti, certamente è obbligato ad essere rigorosamente uguale, ed imparziale verso ambedue; nè su questo saldo principio è caduta mai esitazione, o controversia. Ma l'imparzialità, ed egualità può mantenersi in due guise sommamente diverse tra loro, e che si traggono dietro grandissima varietà di conseguenze. Può una Potenza conservando la neutralità, o vogliam dire piuttosto l'egualità, lasciar, per esempio, aperti i suoi porti egualmente a' bastimenti de' sudditi delle nazioni in guerra tra loro, e può chiudergli, e negargli ad ambedue senza mancare nell'una determinazione, o nell'altra ch'ei faccia, all'egualità. Ma non hanno le lingue a me note varietà di parole, che precisamente esprimano questa grandissima differenza. Così l'una, come l'altra maniera d'agire d'un Principe, o che conceda ad ambedue, o che ricusi ad ambedue, è chiamata neutralità. La forza grammaticale, ed etimologica della parola neutro, indicherebbe, che con essa si spieghi il solo caso del non concedere nè all'uno, nè all'altro. Il caso di concedere ad ambedue, vorrebbe la forza della lingua, che si dicesse piuttosto comunità, o accomunamento, il che non è in uso, nè da veruno s'intende così, o si usa sì fatta voce. Pure di quanti abbagli negli scrittori anche più gravi, e di quanti errori nelle determinazioni de' Sovrani, e nelle controversie, che sonosi indi eccitate tra loro, sia stata causa l'oscuro, e doppio senso della voce neutralità, esprimente così il rifiuto, come la concessione ovvero la tolleranza, chiunque sia versato nella storia me ne potrà far buona testimonianza, e l'età nostra ne dà l'esempio maggiore (24). A me converrebbe adunque imaginare, e coniare qualche nuova parola da mettere a fianco alla vecchia parola neutralità, e restringendo questa al suo solo grammaticale senso di esprimere il ricusar, che ad ambedue i guerreggianti si faccia, destinar l'altra voce, ad esprimere il concedersi qualche atto, o qualche cosa ad ambedue egualmente. Ma se al più temuto degli Imperatori Romani (25) fu a ragione negato l'aver possanza di aggiunger nuove voci in una lingua, quanto meno ne avrò la forza io meschino privato. Il popolo è il solo sovrano delle lingue. Forzato adunque dalla necessità, risolvo di usare in vece dell'ambigua parola neutralità, non una voce nuova; ma esprimere il caso di ciocchè si deve dal Principe neutrale negare ad ambedue i combattenti colle voci imparziale rifiuto, e ciò che si deve accordare colle parole imparziale concessione, o pure imparziale tolleranza. Come con questo più accurato uso di voci si tronchino molte quistioni, se ne rischiarino molte altre, si vedrà evidentemente in appresso. [Definiz. VII] confutando l'opinione del Grozio avvertì male auctor Mediis tribuit judicium circa justitiam caussæ inter duas partes bellìgerantes. Hoc ipso enim fierent hostes ejus, cujus judicium impugnant. Medii igitur non examinant justitiam caussæ, sed utriusque factum pro jure habent, id est judicium suspendunt. Sembra incredibile, che così dotti uomini non avvertissero ciocchè in tutti gli elementi di logica s'insegna, e ciascuno sente in se medesimo, che presentate due idee alla mente d'ogni uomo, il compararle, e il formarne giudizio è un movimento subitaneo non men, che necessario dell'intelletto umano. Non è possibile nella comunicazione tra' Sovrani, in cui vive oggi l'europa, che ve ne sia chi ignori le cause d'una guerra nè volendolo potrebbe perloppiù ignorarle, essendo introdotto il costume, che ciascuno de' contendenti le pubblica in qualche scritto, che fa da' suoi ministri partecipare ai Sovrani amici. Il giudicarne internamente la giustizia è dunque inevitabile; ma que' Sovrani, che vogliono serbarsi neutrali s'astengono dal manifestare il loro giudizio, e co' fatti osservano l'imparzialità. Quindi avvedutamente l'ubnero aggiunse nella sua definizione essere la neutralità una imparzialità manifestata co' fatti; non alterandosi questa da' pensieri, o da' soli voti interni, che si facciano per la vittoria dell'uno, o dell'altro, sia che questi nascano, dal sentimento della giustizia della causa, o dalle passioni, ed inclinazioni a cui spinge i Principi or l'interesse, or la maggior amicizia, or la parentela. (24) Tutta, la controversia nell'attual guerra su' doveri della neutralità si riduce a questo, che una delle Potenze guerreggianti sostiene doversi astenere i Neutrali di somministrare certi generi di mercanzie, così all'uno, come all'altro guerreggiante, mentre da altre Potenze si sostiene in contrario, che possano i Neutrali egualmente, darle ed all'uno, ed all'altro. (25) Il grammatico Marco Pomponio Marcello, che Svetonio dice essere stato sermonis latini exactor molestissimus, ebbe il coraggio di dire con pedantesca petulanza sul viso all'imperator Tiberio per una parola non latina di cui erasi avvaluto; tu enim Cæsar civitatem dare potes hominibus, verbis non potes. Sveton. de illustr. Gram. C

12 Parlando di guerra mi spiegherò sempre, come se la guerra si facesse solo tra due; perchè sebbene possa essere tra più di due, se questi sian collegati tra loro chi per una parte, chi per l'altra, sempre vengono a ridurre la controversia come se fosse tra soli due contendenti, de' quali ne' giudizj civili de' privati l'uno è chiamato l'attore, l'altro il reo convenuto. Se poi non hanno legame d'unione tra loro, nè è una sola la controversia, allora sono più diverse guerre, ciascuna delle quali però non è, nè può per sua natura essere altro, che tra due contendenti. Premesse queste spiegazioni di voci, voglio ora per render più facile, e più pronta a' miei lettori la pruova delle risoluzioni, che farò per dare a' casi proposti, indicare alcuni principj, e verità fondamentali dalle quali dipendono, ed alle quali in ultima analisi anderanno a rimontare le risoluzioni delle questioni. [Assioma I.] Dico adunque, che debba concedermisi come assioma, e principio fondamentale, che tutti gli uomini sono tenuti per dovere di natura, e di umanità a fornire agli altri uomini quel, che giova a' bisogni, e agli agj della vita, per quanto lo possono o con loro profitto, o senza loro danno. [Assioma II.] Dico inoltre, che tutti gli uomini sono obbligati per dovere di natura, e di umanità non solo a non far male agli altri uomini, ma a rimuovere le cause, e a frastornare i mezzi, co' quali gli uomini possano nuocersi fra loro, semprecchè senza pericolo di danno proprio possano farlo. Questi due assiomi sono nella mia mente, e nel mio cuore stabiliti come verità tanto luminose, e manifeste, quanto gli assiomi geometrici, e niente di meno. Contiene in sustanza il primo una proposizione, che immediatamente deriva da' principj, e dalla definizione stessa della beneficenza, l'altro da que' della giustizia. (26) Consumerei il tempo in vano a parer mio, a volergli con chiare ragioni dimostrare, come lo impiegherebbe male chi s'impegnasse; volendo insegnar la geometria ad altri, a dimostrar con diffusi argomenti, che il tutto è maggior della sua parte. E se mai taluno con mala fede negasse di sentir nella sua mente tanta evidenza nelle sopraddette verità morali, quanta ne hanno gli assiomi geometrici, la pena di questa mala fede ha da esser non altra, che quella di ritorcer da lui il discorso, ed indrizzarlo ad altri più benevoli, e più ingenui ascoltatori. Che se poi con buona fede taluno confessasse esser il suo cervello così stranamente organizzato (il che non sarebbe impossibile nell'infinita varietà delle teste umane) che non sentisse in se l'evidenza delle sopraddette verità morali, quel silenzio stesso, che a' disputanti di mala fede si è dato per pena, si darà anche a questi per solo sentimento di compassione. Con costoro, come verso tutti gli altri o stolidi, o malefici guastatori del vero sapere non ci rimane altro, che ad esclamar con Cicerone. Perturbatricem autem barum omnium rerum Academiam (hanc ab Arcefila, & Carneade recentem) exoremus, ut sileat. Nam si invaserit in hæc, quæ satis scite nobis instructa, & composita videntur, nimias edet ruinas. Quam quidem ego placare cupio, submovere non audeo. De leg. lib. I, cap. 13. (26) Il più virtuoso non men che il più eloquente filosofo dell'antichità ristrinse questi due principj in queste brevissime parole: referri enim decet ad ea, quæ proposui in principio, fundamenta justitiæ; primum ut ne cui noceatur; deinde ut comuni utilitati serviatur. Cic. de offic. l. I. c. 10. L'Abbate di S. Pierre quanto vicino all'antico oratore in virtù, tanto lontano per l'eloquenza, riempì i suoi discorsi politici, e morali di ripetizioni su questi due principj della giustizia, e della beneficenza. Ad essi rimando i miei lettori. 12

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