Ferdinando Galiani De' doveri de' principi neutrali verso i principi guerreggianti, e di questi verso i neutrali, libri due

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1 Ferdinando Galiani De' doveri de' principi neutrali verso i principi guerreggianti, e di questi verso i neutrali, libri due 1

2 QUESTO E-BOOK: Questo e-book è stato realizzato anche grazie al sostegno di: E-text Editoria, Web design, Multimedia TITOLO: De' doveri de' principi neutrali verso i principi guerreggianti, e di questi verso i neutrali, libri due AUTORE: Galiani, Ferdinando TRADUTTORE: CURATORE: NOTE: testo è tratto da una copia in formato immagine presente sul sito "Gallica, bibliothèque numérique de la Bibliothèque nationale de France" (http://gallica.bnf.fr/). DIRITTI D'AUTORE: no LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: TRATTO DA: "De' doveri de' principi neutrali verso i principi guerreggianti, e di questi verso i neutrali, libri due", di Ferdinando Galiani; Napoli, CODICE ISBN: informazione non disponibile 1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 8 novembre 2006 INDICE DI AFFIDABILITA': 1 0: affidabilità bassa 1: affidabilità media 2: affidabilità buona 3: affidabilità ottima ALLA EDIZIONE ELETTRONICA HANNO CONTRIBUITO: Claudio Paganelli, REVISIONE: Paolo Alberti, PUBBLICATO DA: Claudio Paganelli, Alberto Barberi, Informazioni sul "progetto Manuzio" Il "progetto Manuzio" è una iniziativa dell'associazione culturale Liber Liber. Aperto a chiunque voglia collaborare, si pone come scopo la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico. Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito Internet: Aiuta anche tu il "progetto Manuzio" Se questo "libro elettronico" è stato di tuo gradimento, o se condividi le finalità del "progetto Manuzio", invia una donazione a Liber Liber. Il tuo sostegno ci aiuterà a far crescere ulteriormente la nostra biblioteca. Qui le istruzioni: 2

3 DE' DOVERI DE' PRINCIPI NEUTRALI VERSO I PRINCIPI GUERREGGIANTI, E DI QUESTI VERSO I NEUTRALI. LIBRI DUE. Suave mari magno, turbantibus æquora ventis, E terra magnum alterius spectare laborem; Non quia vexari quemquam est jucunda voluptas, Sed, quibus ipse malis careas, quia cernere suave est. Suave etiam belli certamina magna tueri Per campos instructa, tua sine parte pericli. LUCRET. LIB. II. ******** ******* ****** ***** **** *** ** * NEL MDCCLXXXII. 3

4 Olli subridens hominum; rerumque repertor Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt Utque est nomen erit. Virgil. Æneid Lib. XII. 4

5 AL LETTORE Un irresistibile comando ha prodotta quest'opera. Fu fatta quasi senza ajuto di libri, in così breve tempo, che darebbe sentore di millanterìa il dirlo, e da chi era tra molte nojose occupazioni distratto. Niuno più dell'autore stesso conosce quanto perciò sia riuscita imperfetta. Se taluno biasimerà, che così sconcia qual ella è, siasi data alle stampe, ne punisca, se vuole, la presunzione colla sola regolare, e concessa vendetta di non comprarla; ma sappia buon grado all'intenzione dello Scrittore d'aver col suo esempio incitati gli uomini dotti a trattare compiutamente una materia divenuta oggi importantissima, e che non può dissimularsi d'essere stata soverchio da' maestri tutti del Dritto publico negletta, e dimenticata. 5

6 PREFAZIONE I doveri de' Principi sia nell'interiore governo delle loro Signorìe, o sia rispetto agli altri Principi vicini, e indipendenti, sono stati dagli scrittori sotto due diversissimi aspetti riguardati. Molti han tenuto fissamente in mira quell'eterno lume della giustizia impresso dalla mano Onnipotente in ogni secolo ne' cuori umani, perfezionato indi dalla filosofia, e dalla culta ragione, corroborato infine da' dogmi della vera rivelazione. In questo lume gli uomini tutti (1) eguali tra loro, tutti fratelli, tutti congiunti dal vincolo della universal società (2), tutti in fine avendo un egual dritto alla propria conservazione, ed alla propria felicità (giacchè questa è la definizione giusta di quella voce egualità) non solo han dritto a non esser da veruno offesi, ma esiggono amore, beneficenza, ajuto da' loro simili. Legalmente si presumono sempre buoni (3), innocenti, disposti a rendere reciprocamente tanta giustizia, quanta ne ricevono, e chiunque la rende loro trova la speme d'una ricompensa o nel consuolo della propria coscienza, o nella gratitudine altrui, o ne' premj eterni, ed invisibili, che la vera religione assicura ai virtuosi (4). Altri Scrittori poi (che con rossore e con rammarico dirò esser i più vantati) hanno dati insegnamenti o consigli a' Principi sulla legale presunzione, che dicono ritrarsi costantemente da' fatti della storia d'ogni età, (5) d'esser tutti gli uomini cattivi, proclivi all'invidia, e alla maldicenza (6), avidi, e usurpatori dell'altrui (7), ingrati a' benefizj, (8) memori finanche delle offese fatte, (9) non che delle ricevute, (10) pronti a sopraffare i creduli (11), a profittare su' semplici, machinanti sempre il danno de' deboli, (12) e degli scioperati (13). Ad immensa distanza di conseguenze di massime da adottarsi conducono, come ognun vede, queste due così contrarie prevenzioni sul naturale istinto, e carattere della spezie umana. Pure egli è avvenuto, che in quasi tutti gli scritti, anche degli uomini di maggiore ingegno e più virtuosi, trovinsi intarsiate sentenze, e dottrine, che or dall'una, or dall'altra opposta ipotesi derivano: e tra tanta confusione, e contrasto di sentimenti spesso il dritto è restato messo in dubbio, ed ottenebrato dalla politica maliziosa; spesso si è veduta questa arrogarsi a' suoi consigli quella lode di convenevoli, saggi, e giusti, che solo dovea concedersi a' dettami della ragione, e della illibata morale. Ad evitare io adunque e l'incertezza nelle opinioni, ed il mescolamento, e la contradizione nelle dottrine, in cui ad ogni passo inciamperei in questa parte di Dritto Publico, che ho impresa a trattare, divido quest'opera in due parti. Dirò nella prima de' doveri de' Sovrani neutrali secondo i principj della pura morale, e del giusto, che sono i soli dal mio cuore, e dalla mia mente adottati. Nella seconda indicherò le massime di quella politica mondana, che col nome di Ragion di Stato si è tentata render tolerabile ai popoli, e gradita a' Sovrani: massime, le quali quantunque repugnino al (1) Quod ad jus naturale attines omnes homines æquales sunt. Dig. De Reg. Juris l. 32. (2) Facile intelligitur nos ad conjunctionem congregationemque hominum, & ad naturalem communitatem esse natos. Quemadmodum igitur membris utimur, prius quam didicimus cujus ea utilitatis caussa haberemus, sic inter nos natura ad civilem comunitatem conjuncti, & consociati sumus. Quod ni ita se haberet nec Justitiæ ullus effet nec bonitati locus. Cic. de Fin. (3) È assioma in legge, che il dolo non si presuma Dolum ex indiciis perspicuis probari convenit. C. Lib. II. Tit 22. l. 6. (4) Deus est mortali juvare mortalem, & hæc ad æternam gloriam via. Hic est vetustissimus referendi bene merentibus gratiam mos, ut tales Numinibus adscribant. Plinius Hist. Nat. l, II. c. VII. (5) Jura inventa metu injusti fateare necesse est; Tempora si fastosque velis evolvere mundi. Horat. Serm. 1. I. Sat. 3. v (6) Perchè degli uomini si può dire questo generalmente, che siano ingrati, volubili, simulatori, fuggitori de' pericoli t cupidi di guadagno, e mentre fai lor bene sono tutti tuoi, ti offeriscono il sangue, la vita, e i figliuoli (come di sopra dissi) quando il bisogno è discosto; ma quando ti s'appressa, si rivoltano. Macchiav. Princ. c. 17. (7) Mentre che gli uomini cercano di non temere, cominciano a far tremare altrui, e quella ingiuria, ch'egli cacciano da loro, la pongono sopra d'un altro, come se fosse necessario offendere, o essere offeso. Macchiav. Discorsi lib. I. cap: 46. (8) Si può ricordare ad ogni Potente, che mai le ingiurie vecchie non furono cancellate da' benefizj nuovi; e tanto meno quanto il beneficio nuovo è minore, che non è stata l'ingiuria. Macchiav. Disc. lib. 3. cap. 4. (9) Proprium humani ingenii est odisse quem læseris. Tac. Ann. L. I. (10) Gli uomini grandi o non s'hanno a toccare, o tocchi a spegnere. Macchiav. Princ. (11) Voluntas lædendi omnibus inest in statu naturæ. Tom. Hobes de Cive l. I. cap. I. ; 4. (12) La malignità non è doma da tempo, nè placata da alcun dono. Macchiav. Disc. lib. 3. cap. 3. (13) Homo homini lupus. Plaut. in Asinar. 6

7 mio animo, io non avrei potuto in silenzio trapassare senza parere a moltissimi di non aver compiutamente discorso sul soggetto da me intrapreso, anzi a non pochi sarebbe forse parso, che io non ne avessi punto adequatamente, ed a proposito ragionato. Lo stile negletto, e poco ornato in cui scrivo, può alla gravità della materia, che non lo esigge, esser perdonato. La brevità è consequenza del limitato tempo concessomi. Il poco, e scarso ornamento di erudizioni, e di citazioni (ornamento in cui molti si abbagliano) provviene dalla mancanza del tempo, e de' libri in cui sono. Ma io metterò ogni mio studio a ragionar dritto, nè d'altro mi curerò. Certamente niuna cosa mi ha fatto sempre tanto maravigliare, e niuna mi pare più atta a discreditare questo nobilissimo, ed utilissimo studio del Dritto Naturale, quanto il vedere l'incertezza de' più gravi, e celebri maestri a definire da quali luoghi di ragioni, e da qual fonte derivasse la forza delle pruove di esso, talvolta ripetendola dal lume della ragione, e dalla voce dell'interna coscienza, tal volta o dal consenso de' popoli, e delle nazioni, o dall'autorità de' filosofi, de' giureconsulti, e de' più eloquenti scrittori in verso ed in prosa, talvolta dalla storia, talvolta da' codici delle leggi e da' trattati, e convenzioni de' popoli, talun altra dalle Divine Scritture. Finanche i Rabini (oh vergogna!) sono stati messi in contribuzione a fornir argomenti, e pruove al Dritto Naturale: tanta è stata la smania di ostentar erudizione recondita, e ricercata. A me pare chiarissimo non esser la scienza del Dritto altro, che una geometrica meditazione delle verità, che si deducono da alcuni principj, o vogliam dire assiomi, subitocchè siansi questi ammessi, e conceduti. Nè ad alcuno faccia stupore, che da picciolissimo numero di principj possano dedursi in così copioso numero le verità, e le risoluzioni de' problemi, giacchè ad ogni geometra è ben noto, che tutte le verità pressocchè innumerabili, che, per ragion d'esempio, si dimostrano del triangolo, tutte da una sola verità, anzi dalla sola definizion del triangolo infallantemente, e con forzosa concatenazione derivano. Gli errori, e le incertezze della scienza del Dritto Naturale sono dunque derivate tutte o dal non aver ben stabiliti i principj, e gli assiomi fondamentali di esso, o dall'avervi mal ragionato di poi. Ma quando una verità morale, che alla massima parte degli uomini sembri certa ed evidente sarà da taluno o fintamente per malizia, o per capriccio, o da senno per una infelice organizzazione di cerebro, e per totale guastamento di cuore impugnata, e non voluta ammettere nè per assioma, neppur anche come postulato, non sarà certamente un bel verso di Euripide, nè un sonoro periodo di Cicerone, e molto meno un fatto storico, chi sà se vero o falso, di Temistocle, o d'agesilao quello, che ne lo potrà convincere, e farlo acchetare Nil agit exemplum litem quod lite resolvit. Horat. serm. lib. II Sat. III. 7

8 DE' DOVERI DE' PRINCIPI NEUTRALI LIBRO I INTRODUZIONE. Grande, e nobile parte del Dritto delle Genti è questa, di cui mi è stato imposto di ragionare, e tanto più degna d'essere a fondo trattata, quanto ella più spezialmente si confà, e si adatta all'animo, ed ai consigli de' Principi placidi, e virtuosi. Sono in fatti le loro neutralità un bene universale della misera spezie umana, che all'ombra di esse trova un asilo, ed un ricovero dalle straggi desolatrici della guerra: sono un virtuoso esempio, e spettacolo di felicità, e di calma da far rientrare in loro stessi, ravvedere, ed arrossire a quell'aspetto i Sovrani contendenti, accesi or dal furor dell'ira, or dell'ambizione, or della mal calcolata avidità (14), sono in fine un felice istrumento delle mediazioni, e delle concordie: Nestor componere lites Inter Peliden féstinat, & inter Atriden. (15) Qual vergogna, che così bella materia di studj, e di meditazioni sia stata poco men, che dell'intutto trascurata! Quel, che ne' libri degli antichi filosofi Platone, Aristotele, Cicerone, Seneca, e tra' frammenti, d'altri autori Greci, o Latini è pervenuto fino a noi è tanto privo di dottrine riguardanti questo stato d'umanità, di saviezza, e di continenza, da noi detto neutralità, che le stesse abondantissime loro lingue mancano di voce, che esattamente vi corrisponda, e l'esprima (16). Della quale mancanza di termini, e silenzio sulla materia, la ragione a parer mio potrebbe essere stata l'assai diverso costume di que' tempi da' nostri. Certamente in quell'età il restare nella neutralità provveniva quasi sempre non da amore del giusto, e da virtuosa moderazione; ma o da ignoranza assoluta di ciocchè altrove facevasi, quale era in tutt'i popoli barbari rispetto al resto del mondo, o da timidità, quale era nelle piccole Sovranità, e Repubbliche rispetto alle guerre delle grandi Potenze, o finalmente da maligno piacere dell'altrui scambievole distruzione, quale fu per lungo tempo nelle Repubbliche, e Sovranità Greche. Nè fu tra' costumi d'allora di gran lunga tanta corrispondenza d'interessi, di trattati, di ministri residenti, di corrieri, di carteggio, di parentele tra' Principi, nè tanto legame di commercj, di viaggi, di comunicazione di pensieri co' libri, colle gazzette, e con ogni genere di stampe ne' popoli, quanta ne è oggi tra tutti le Sovranità dell'europa. Ne' moralisti, e ne' teologi, che fondarono nel secolo decimoterzo le scuole del rinnovato sapere Europeo, onde trassero il nome di scolastici, e nel loro maggior maestro S. Tommaso (uomo d'ingegno, stupendo, e miracoloso) qualche cosa si comincia ad incontrare; ma ella è sepolta, per così dire, nell'oscurità, e nella secchezza di quello stile, e di quella maniera di disputare. I successori, ed i seguaci di lui trattarono, egli è vero, grandissima parte del Dritto Universale, ma con tanta confusione, e agglutinamento d'idee ora tratte dalla teologia Cristiana, ora da' canoni della Chiesa, ora dal semplice dritto, e dalla morale universale, che spesso è loro avvenuto di meschiare le controversie, e lo studio d'una scienza coll'altra (17). Così, per esempio, in vece di disputare se una nazione Cristiana recando armi, navi, e munizioni ai Musulmani, perpetui nemici del nome Cristiano, offendesse l'alleanza, o la neutralità verso gli altri Cristiani, sono andati a ricercare, se col (14) Quicquid delirant Reges, plectuntur Achivi: Seditione, dolis, scelere r atque libidine, & ira Iliacos intra muros peccatur, & extra. Horat. Epist. l. I. 2. (15) Horat. Epist. I. 2. (16) Le voci neutralis, neutralitas da' giureconsulti moderni usate, prese in questo senso sono barbare. Alcuni gli han chiamati Pacati, voce che dinota tutt'altro. Altri infine, gli han detti Medii, ma neppur questa voce è precisamente corrispondente alla Italiana neutrali.; (17) Sarebbe lunghissima la filza di tutti que' moralisti, che hanno trattata qualche questione relativa allo stato di neutralità. Il Leffio, il Suarez, il Soto, Francesco a Victoria, il Molina, il Castropalao, il Conningio, ed innumerabili altri, che o della giustizia, o delle leggi, o delle virtù morali hanno disputato, o che hanno commentata la Somma di S. Tommaso, tutti ne ragionano; ma sempre è misto il loro disputare co' dogmi della teologia Cristiana, e taluno di essi ha mostrata soverchia passione a sostener per buone tutte le azioni degli Europei verso gli sventurati Indiani, le quali sarebbe stato assai miglior consiglio coprir d'eterno oblio, che stiracchiando dottrine cercar di giustificare. 8

9 trasporto di queste munizioni da guerra s'incorresse, o nò nelle scommuniche fulminate nella Bulla di Pio V, in Cæna Domini (18). Ugon Grozio, che col favore della sua immensa lettura, e prodigiosa memoria, avendo d'un ricamo ricchissimo d'erudizione abbellita la vecchia stoffa del Dritto Publico, acquistò fama di fondatore d'una scienza, che alla vaghezza, ed al lustrore di quell'insolito ornamento parve tutta nuova, appena destinò uno, o due capitoli del suo libro De Jure Belli, & Pacis a parlare de' dritti, e de' doveri della neutralità. Nelle opere degli scrittori, che sono contemporanei, o susseguirono al Grozio, quali furono il Bodino il Besoldo (19), l'arniseo, il Varemondo di Berembergh, il Neumayr (20), i due Coccej, il Puffendorf, il Seldeno, l'hobes, il Gumberland, il Boeclero, il Volfio, l'einnecio, il Buddeo, il Barbeyrac, l'abbate di Saint-Pierre, il Bielfeld, ed altri, in vano si cercheranno profonde discussioni sulla materia della neutralità, giacchè solo brevissime nozioni elementari, e spesso poco correttamente pronunziate, o anche in tutto false vi s'incontrano. Un poco più entrò a trattare della materia della neutralità il Vattel nel suo Dritto delle Genti. (21) Ma quello scrittore, che di gran lunga più diffusamente, e più sensatamente de' precedenti ha discorso sulla neutralità è stato il Sig. Hubner Danese nel suo trattato De la Saisie des Bâtimens neutres, ou du Droit, qu'ons les nations Belligerantes d'arrèter les Navires des peuples amis stampato all'aia nel Questo scrittore però non trattò generalmente de' doveri della neutralità, se non in quanto si confaceva ad illustrare la particolare quistione delle prede de' bastimenti, che sola si era impegnato a trattare. Non negherò per altro essermi l'opera di questo giudizioso giureconsulto stata di grande utilità, quantunque in non poche opinioni abbia io creduto di dovermi discostare da lui. Di molti degli altri o non ho potuto procurarmi la vista, o non me ne son curato. (18) Il Padre Antonio Tommaso Schiara nella sua Teologia Bellica impressa in Roma nel in mezzo a varie questioni di Dritto Publico, nella 33. Difficoltà della Parte prima, e nella 26. Difficoltà della Parte seconda esamina la questione An deferentes ad Turcas, aliosque Christiani nominis hostes biremes, triremes, & alia bellica navigia incurrant in excommunicationem Bullæ Cæna & aliorum jurium. Moltissime questioni consimili s'incontrano in tutti i moralisti. (19) Christophori Besoldi Dissertatio de Fœderum jure, ubi insimul de Patrocinio, & Clientela, ac item de Neutralitate disputatur succincte. Argentorati (20) Giovan Guglielmo Neumayr scrisse un Trattato particolare Della Neutralità, e dell'alleanza in tempo di Guerra nella sua lingua Tedesca stampato in Erford nel 1620., che non so se sia stato mai tradotto in altra lingua. (21) Il Vattel impiega il Capo VII. del libro 3. a parlare della Neutralità: ma si trattiene perloppiù sulle generali massime già insegnate dal Grozio, dal Volfio, e da' Coccej. È rimarchevole inoltre, che spesso unisce, e meschia i dettami della giustizia co' consigli della prudenza politica; il che come io ho già avvertito genera confusione, e turba la concatenazione degli argomenti, e delle pruove, dalla quale sola ha da dipendere la verità delle dottrine del Gius. 9

10 CAPO I. Definizioni, ed assiomi. Senza aspirare con affettazione a voler dare a questa mia opericciuola la religiosamente venerata sembianza della sublime geometria, solo per semplice chiarezza del mio discorso, e per scansare ogni equivoco, avvertirò quasi a forma di definizioni l'uso di alcune parole, ch'io son per fare. [Definiz. I] Dico dunque, che indifferentemente userò le parole Principe, Sovrano, Potenza, Signorìa, Sovranità, Nazione per esprimere qualunque Società d'uomini civilizzata, e ridotta sotto qualunque spezie di governo sia monarchico, republicano, o misto, purchè abbia o l'assoluta indipendenza da ogni altra, o ne abbia tanta quanta basti ad avere il dritto della guerra, della pace, e di potersi liberamente, e spontaneamente determinare a restar neutrale. [Definiz. II] Intendo per stato di quiete quello, in cui troverebbonsi i sudditi di due nazioni, che senza avere niun precedente vincolo tra loro, incontrandosi non si offendessero. Tale sarebbe per esempio tra' Napoletani, e i Cinesi, i Giapponesi, gli Ottentotti, gli Esquimaux, ed altri popoli inculti, e lontani, se un bastimento Napoletano approdando a' loro lidi trattasse innocentemente con que' popoli non prima frequentati. [Definiz. III] Intendo per stato d'amicizia uno stato di conoscenza, e di frequentazione tra due popoli, e di corrispondenza tra due Sovrani, ancorchè niun espresso trattato di pace fossesi per anche stipulato tra loro: Tale è lo stato de' Napoletani rispetto alle città Anseatiche, alla Polonia, alla Moscovia &c. E intendo egualmente per stato d'amicizia quello, che risulta da semplici trattati di pace, o anche da trattati puramente di navigazione, e di commercio. Tale è lo stato de' Napoletani rispetto alla Danimarca, alla Svezia, all'olanda, e alla Turchia. [Definiz. IV] Intendo infine per stato d'alleanza quello, che vien prodotto da trattati stipulati tra due Sovranità, in cui vi sieno articoli contenenti patti, e promesse relative al caso previsto di qualche futura guerra. [Definiz. V] Chiamo neutralità lo stato di quel Principe, il quale ritrovandosi in stato di quiete, d'amicizia, o di alleanza con altri Principi, che erano in pace tra loro, continua a rimanere nello stesso stato verso di essi, ancorchè sia nata o rottura, o fuoco di guerra tra quelli. (22) Dopo data questa definizione parrà superfluo a molti, che io aggiunga derivare da essa, che la neutralità si osserva, o si offenda co' fatti, e non co' soli pensieri. Pure sono costretto a dichiararlo, giacchè gl'illustri Coccej vi abbagliarono (23). (22) L'Ubner nel sopracitato suo Trattato definisce la neutralità così La neutralitè consiste dans une inaction entiere relativement a la guerre, & dans une impartialitè exacte, & parfaite, manifestèe par les faits, a l'egard des belligerans, entant que cette impartialitè a rapport à cette guerre même, & aux moyens directs, & immediats de la faire. Sia detto con pace di così giudizioso scrittore, questa definizione non è giusta. Egli ha espresso in essa la formola dell'essenziale dovere di chi vuol essere neutrale, in vece di darci la definizion della cosa. Ciò è tanto vero, che quel Principe, che non eseguisse esattamente il precetto datoci in vece di definizione dall'ubner, se non ricevesse per ciò nè ostilità, nè querele, sarebbe sempre neutrale de facto, benchè non meritasse d'esserlo de jure; e per contrario chi ricevesse le ostilità, ancorchè avesse usata una imparzialità esatta, e perfetta, non potrebbe dire d'esser stato veramente neutrale, quantunque lo avrebbe meritato. In somma per spiegarmi con un paragone quanto grossolano, altrettanto chiaro, l'ubner fa a guisa di chi obbligato a definire che cosa sia l'uomo, rispondesse esser l'uomo quell'animale, che è obbligato ad amare, e servir Dio in questa vita. Costui direbbe certamente il primo, ed essenziale dovere dell'uomo, ma non darebbe la di lui definizione; tanto vero, che chi non eseguisse questo precetto, non lascerebbe d'aver la figura, e di potersi denominar uomo. (23) Errico Coccejo nelle sue note al Grozio, ed il suo rispettoso figlio Samuele nella Dissertazione Proemiale hanno assunto per verità incontrastabile, che Medii nihil decidunt, sed judicium suspendunt, e replicando, più volte questa loro dottrina giunsero fino a riprendere, e corrigere l'illustre Grozio di non esser del loro sentimento. Quindi l'errico 10

11 [Definiz. VI] L'essere stata finora pochissimo esaminata, e discussa la parte del Dritto, che riguarda i doveri dello stato neutrale fa, che mi manchino esempi di autori, che abbiano prima di me usata una distinzione di espressioni, e di parole importantissima, a creder mio, ad evitare l'equivoco, e l'incertezza del preciso dovere de' neutrali in molti casi. Perciò prima d'inoltrarmi nel discorso stimo conveniente il dar qui la spiegazione di queste espressioni, delle quali mi è stato forza essere in certo modo il primo introduttore. Io priego i miei lettori ad avvertire, che un Principe neutrale tra due contendenti, certamente è obbligato ad essere rigorosamente uguale, ed imparziale verso ambedue; nè su questo saldo principio è caduta mai esitazione, o controversia. Ma l'imparzialità, ed egualità può mantenersi in due guise sommamente diverse tra loro, e che si traggono dietro grandissima varietà di conseguenze. Può una Potenza conservando la neutralità, o vogliam dire piuttosto l'egualità, lasciar, per esempio, aperti i suoi porti egualmente a' bastimenti de' sudditi delle nazioni in guerra tra loro, e può chiudergli, e negargli ad ambedue senza mancare nell'una determinazione, o nell'altra ch'ei faccia, all'egualità. Ma non hanno le lingue a me note varietà di parole, che precisamente esprimano questa grandissima differenza. Così l'una, come l'altra maniera d'agire d'un Principe, o che conceda ad ambedue, o che ricusi ad ambedue, è chiamata neutralità. La forza grammaticale, ed etimologica della parola neutro, indicherebbe, che con essa si spieghi il solo caso del non concedere nè all'uno, nè all'altro. Il caso di concedere ad ambedue, vorrebbe la forza della lingua, che si dicesse piuttosto comunità, o accomunamento, il che non è in uso, nè da veruno s'intende così, o si usa sì fatta voce. Pure di quanti abbagli negli scrittori anche più gravi, e di quanti errori nelle determinazioni de' Sovrani, e nelle controversie, che sonosi indi eccitate tra loro, sia stata causa l'oscuro, e doppio senso della voce neutralità, esprimente così il rifiuto, come la concessione ovvero la tolleranza, chiunque sia versato nella storia me ne potrà far buona testimonianza, e l'età nostra ne dà l'esempio maggiore (24). A me converrebbe adunque imaginare, e coniare qualche nuova parola da mettere a fianco alla vecchia parola neutralità, e restringendo questa al suo solo grammaticale senso di esprimere il ricusar, che ad ambedue i guerreggianti si faccia, destinar l'altra voce, ad esprimere il concedersi qualche atto, o qualche cosa ad ambedue egualmente. Ma se al più temuto degli Imperatori Romani (25) fu a ragione negato l'aver possanza di aggiunger nuove voci in una lingua, quanto meno ne avrò la forza io meschino privato. Il popolo è il solo sovrano delle lingue. Forzato adunque dalla necessità, risolvo di usare in vece dell'ambigua parola neutralità, non una voce nuova; ma esprimere il caso di ciocchè si deve dal Principe neutrale negare ad ambedue i combattenti colle voci imparziale rifiuto, e ciò che si deve accordare colle parole imparziale concessione, o pure imparziale tolleranza. Come con questo più accurato uso di voci si tronchino molte quistioni, se ne rischiarino molte altre, si vedrà evidentemente in appresso. [Definiz. VII] confutando l'opinione del Grozio avvertì male auctor Mediis tribuit judicium circa justitiam caussæ inter duas partes bellìgerantes. Hoc ipso enim fierent hostes ejus, cujus judicium impugnant. Medii igitur non examinant justitiam caussæ, sed utriusque factum pro jure habent, id est judicium suspendunt. Sembra incredibile, che così dotti uomini non avvertissero ciocchè in tutti gli elementi di logica s'insegna, e ciascuno sente in se medesimo, che presentate due idee alla mente d'ogni uomo, il compararle, e il formarne giudizio è un movimento subitaneo non men, che necessario dell'intelletto umano. Non è possibile nella comunicazione tra' Sovrani, in cui vive oggi l'europa, che ve ne sia chi ignori le cause d'una guerra nè volendolo potrebbe perloppiù ignorarle, essendo introdotto il costume, che ciascuno de' contendenti le pubblica in qualche scritto, che fa da' suoi ministri partecipare ai Sovrani amici. Il giudicarne internamente la giustizia è dunque inevitabile; ma que' Sovrani, che vogliono serbarsi neutrali s'astengono dal manifestare il loro giudizio, e co' fatti osservano l'imparzialità. Quindi avvedutamente l'ubnero aggiunse nella sua definizione essere la neutralità una imparzialità manifestata co' fatti; non alterandosi questa da' pensieri, o da' soli voti interni, che si facciano per la vittoria dell'uno, o dell'altro, sia che questi nascano, dal sentimento della giustizia della causa, o dalle passioni, ed inclinazioni a cui spinge i Principi or l'interesse, or la maggior amicizia, or la parentela. (24) Tutta, la controversia nell'attual guerra su' doveri della neutralità si riduce a questo, che una delle Potenze guerreggianti sostiene doversi astenere i Neutrali di somministrare certi generi di mercanzie, così all'uno, come all'altro guerreggiante, mentre da altre Potenze si sostiene in contrario, che possano i Neutrali egualmente, darle ed all'uno, ed all'altro. (25) Il grammatico Marco Pomponio Marcello, che Svetonio dice essere stato sermonis latini exactor molestissimus, ebbe il coraggio di dire con pedantesca petulanza sul viso all'imperator Tiberio per una parola non latina di cui erasi avvaluto; tu enim Cæsar civitatem dare potes hominibus, verbis non potes. Sveton. de illustr. Gram. C

12 Parlando di guerra mi spiegherò sempre, come se la guerra si facesse solo tra due; perchè sebbene possa essere tra più di due, se questi sian collegati tra loro chi per una parte, chi per l'altra, sempre vengono a ridurre la controversia come se fosse tra soli due contendenti, de' quali ne' giudizj civili de' privati l'uno è chiamato l'attore, l'altro il reo convenuto. Se poi non hanno legame d'unione tra loro, nè è una sola la controversia, allora sono più diverse guerre, ciascuna delle quali però non è, nè può per sua natura essere altro, che tra due contendenti. Premesse queste spiegazioni di voci, voglio ora per render più facile, e più pronta a' miei lettori la pruova delle risoluzioni, che farò per dare a' casi proposti, indicare alcuni principj, e verità fondamentali dalle quali dipendono, ed alle quali in ultima analisi anderanno a rimontare le risoluzioni delle questioni. [Assioma I.] Dico adunque, che debba concedermisi come assioma, e principio fondamentale, che tutti gli uomini sono tenuti per dovere di natura, e di umanità a fornire agli altri uomini quel, che giova a' bisogni, e agli agj della vita, per quanto lo possono o con loro profitto, o senza loro danno. [Assioma II.] Dico inoltre, che tutti gli uomini sono obbligati per dovere di natura, e di umanità non solo a non far male agli altri uomini, ma a rimuovere le cause, e a frastornare i mezzi, co' quali gli uomini possano nuocersi fra loro, semprecchè senza pericolo di danno proprio possano farlo. Questi due assiomi sono nella mia mente, e nel mio cuore stabiliti come verità tanto luminose, e manifeste, quanto gli assiomi geometrici, e niente di meno. Contiene in sustanza il primo una proposizione, che immediatamente deriva da' principj, e dalla definizione stessa della beneficenza, l'altro da que' della giustizia. (26) Consumerei il tempo in vano a parer mio, a volergli con chiare ragioni dimostrare, come lo impiegherebbe male chi s'impegnasse; volendo insegnar la geometria ad altri, a dimostrar con diffusi argomenti, che il tutto è maggior della sua parte. E se mai taluno con mala fede negasse di sentir nella sua mente tanta evidenza nelle sopraddette verità morali, quanta ne hanno gli assiomi geometrici, la pena di questa mala fede ha da esser non altra, che quella di ritorcer da lui il discorso, ed indrizzarlo ad altri più benevoli, e più ingenui ascoltatori. Che se poi con buona fede taluno confessasse esser il suo cervello così stranamente organizzato (il che non sarebbe impossibile nell'infinita varietà delle teste umane) che non sentisse in se l'evidenza delle sopraddette verità morali, quel silenzio stesso, che a' disputanti di mala fede si è dato per pena, si darà anche a questi per solo sentimento di compassione. Con costoro, come verso tutti gli altri o stolidi, o malefici guastatori del vero sapere non ci rimane altro, che ad esclamar con Cicerone. Perturbatricem autem barum omnium rerum Academiam (hanc ab Arcefila, & Carneade recentem) exoremus, ut sileat. Nam si invaserit in hæc, quæ satis scite nobis instructa, & composita videntur, nimias edet ruinas. Quam quidem ego placare cupio, submovere non audeo. De leg. lib. I, cap. 13. (26) Il più virtuoso non men che il più eloquente filosofo dell'antichità ristrinse questi due principj in queste brevissime parole: referri enim decet ad ea, quæ proposui in principio, fundamenta justitiæ; primum ut ne cui noceatur; deinde ut comuni utilitati serviatur. Cic. de offic. l. I. c. 10. L'Abbate di S. Pierre quanto vicino all'antico oratore in virtù, tanto lontano per l'eloquenza, riempì i suoi discorsi politici, e morali di ripetizioni su questi due principj della giustizia, e della beneficenza. Ad essi rimando i miei lettori. 12

13 CAPO II Di alcune teorie generali de' doveri umani. Vengo in questo capo a ragionare di cose conosciutissime, e volgarissime; eppure io temo, che a molti sembrerà, che io dica cose nuove e strane, o che almeno le abbia vestite in una foggia inusitata, e bizzarra: del che io non mi maraviglierò tanto, quanto m'affliggerei. Certamente niuna cosa abborrisco così e disprezzo, come la puerile affettazione d'un linguaggio oscuro, e sublime, e il trasporto de' vocaboli, e delle formole d'una scienza ad un altra per solo prurito di mostrarsi intelligente in ambedue. Ma se forzosa necessità mi vi obbligasse, nè avessi altra via per chiaramente spiegarmi, io non saprei come poterlo evitare. Scusino i miei lettori quelle idee, e quelle frasi tratte dalla geometria, e dall'analisi universale, che mio malgrado sono qui costretto ad impiegare, e che colla maggior parsimonia adoprerò. È noto, che le Sovranità indipendenti sono tra loro in quello stesso stato, in cui sarebbero gli uomini viventi separatamente sulla faccia della terra, e non legati ancora, nè volutisi spontaneamente sottomettere ad alcun vincolo di società civile. Parlando adunque de' doveri dell'uomo in quello stato, che dicesi di natura, si viene a parlar de' doveri delle Sovranità. L'uomo ha obblighi verso se stesso, ne ha verso la spezie sua sola (27) Nell'adempire perfettamente, e combinatamente questi due diversi doveri sta la perfezione d'ogni virtù. Ma questi obblighi non sono già due linee parallelle, che non s'incontrino mai: sono anzi due linee convergenti, che prima o poi si vanno ad intersecare, e per così dire, ad urtare l'una coll'altra; tale essendo l'intrinseca costituzione, che al suo autore piacque dare all'uomo, e a tutto quel, che lo circonda (28) Ogni questione morale adunque non è una ricerca semplice del come in un dato caso si possa fare il maggior bene a se stesso, o pure come si possa far il maggior utile ad altri; ma è un problema composto, che si riduce sempre a determinare come in un dato caso si possa far il maggior bene a se col minor danno altrui, ovvero per contrario come si ottenga il maggior bene di altri (27) Quel natural lume di ragione, che quasi per istinto ha condotti in ogni età tutti gli uomini ad accorgersi dell'esistenza d'un Creatore di noi stessi, e dell'universo, aggiunge a questi doveri un terzo, cioè quello degli obblighi dell'uomo verso il suo Autore. Ma i fondatori delle false religioni spacciandosi per confidenti, ed interpreti de' Numi abusarono della universale credenza per esiggere a nome di quelli dagli illusi mortali molti doveri quanto gravosi alla moltitudine, tanto utili, e profittevoli ad essi soli, e misero così i doveri verso i Numi in contrasto cogli altri due naturali doveri. Quindi i sacrifizj delle Ifigenie, e cento altre mostruosità. La vera religione mentre ci ha assicurata la credenza, e data la conoscenza del vero Dio, ci ha manifestato non esigger egli da noi per se altro, che gl'interni sentimenti nostri di amore, riconoscenza, rassegnazione. Esiggere in oltre, e per nostro maggior bene, l'esatto adempimento di quegli stessi doveri verso noi, e verso la nostra spezie, che la natura ci additava. Ecco come al lume della vera Fede la morale si ricongiunse per la prima volta alla religione. Io, che diriggo il mio discorso a gente, che al pari di me gode la luce della cognizione del vero Dio, parlando de' soli doveri esterni, posso senza timore d'abbaglio non rammentarne qui altri, che di due classi, e così continuerò in appresso mettendo da parte i dogmi della Religione, che nulla han che fare col mio suggetto. (28) Queste leggi d'intersecazione, e di contrasto, e queste direzioni di moti sempre composti, e per linee curve perchè nascenti da due, o anche più di due impulsi verso diverse parti, sembrano infatti esser le leggi universali della natura, e l'arcano della sua organizazione. Quindi dacchè cominciò la geometria ad inoltrarsi nella conoscenza della natura delle curve, s'accorsero i saggi, che incontravasi mano mano la chiave, per dir così, che interpretava, e scioglieva le cifre, in cui questo Universo sta quasi un gran libro scritto. Ma gli sforzi fatti a penetrar con essa nella interpretazioni de' fenomeni della fisica, della meccanica, dell'agronomia, dell'ottica, e fin anche della chimica, quantunque felicissimi, non ci potranno far molto inoltrare. Vi porrà sempre ostacolo il nostro limitatissimo intelletto: pure i dotti seguono ad applicarvisi. Intanto non è a me noto, che altri finora abbia indicato le vie d'adattare l'analisi universale alla morale. Io non me ne maraviglio, giacchè la stessa sublime geometria, e l'algebra sua compagna non si sono inalzate ad una universalità ignota agli antichi, se non se da ben poco tempo. Se taluno l'imprenderà, come io ne dò ora ai dotti tutti il consiglio, e l'incoraggimento, e forse (se da altri non sarò prevenuto) ne darò, a misura de' miei deboli talenti, l'esempio in altra opera, potrà la morale acquistar quella precision geometrica di espressioni, che non ha finora avuta, e tanta chiarezza di dimostrazioni, quanta ne può avere una scienza in se stessa certa, e suscettibile di esser sottomessa al calcolo, giacchè deriva da conseguenze forzose di alcuni dati, subito che siano quelli stati accordati; ed inoltre ragiona di quantità maggiori, o minori, e comparabili tra loro. Nè posso io persuadermi. che esista oggi alcun seguace dell'insensato error degli Stoici, che non ammettevano nelle virtù, e ne' delitti varietà di quantità. 13

14 uomini col minor incomodo proprio (29) Questi sono que' problemi, che i Geometri hanno chiamati de maximis, & minimis, le teorie de' quali si adattano così mirabilmente, allo studio della morale, che è strano al certo, che così poco o nulla, se ne sia veduta finora la correlazione (30). E pure se colla precisone del linguaggio geometrico si fossero i moralisti espressi, non si sarebbero sempre con termini assoluti, e semplici pronunziate quelle verità morali, che avrebbero dovuto esprimersi co' termini d'una ragion composta. Così, per darne un esempio tra mille, quando il moralista, e il giureconsulto ci dicono, che niuno può far lucro con danno altrui (31), si esprimono poco correttamente, giacchè nel lucro proprio un danno altrui o grande, o piccolo, o piccolissimo è inevitabile (32). Egli è ben vero, che può questo ridursi talvolta ad una quantità infinitesima, e l'infinitamente piccolo si confonde col niente così da' geometri come da tutti gli uomini. Ma se questo fosse maggiore dell'infinitamente piccolo, allora la vera espressione della sentenza morale avrebbe dovuto esser questa, che niuno può per un picciolo guadagno suo cagionar altrui un danno di gran lunga maggiore. Che se queste quantità fussero pressocchè eguali, e contrastanti tra loro? Sotto le forme de' governi civili, le leggi scritte (o siano state dettate da' Principi, o convenute tra' popoli) ne danno la decisione. Nello stato di natura niuno avendo dritto di deciderlo, lo decide la forza. Questo è il caso, che dicesi della estrema necessità da ambe le parti. Nasce allora una guerra egualmente legitima per que' due, che la muovono. E per esprimermi più chiaramente con un esempio, suppongansi due uomini indipendenti tra loro ridotti a non aver altro, che un solo pane bastante ad alimentarne un solo (33). Il dritto di conservar la sua vita è massimo ed è eguale in (29) Benchè pochissimi l'avvertano, e lo veggano con chiarezza, a tutti per interno senso, e per proprio esperimento si fa scorgere questa verità, che non è umanamente possibile quasi mai fare ad altri qualche bene, qualche vantaggio, qualche anche piccolo piacere senza un proprio incomodo, o privazione: nè per contrario farlo a se stesso senza incomodo altrui. L'istesso paragone d'un benefizio recato ad altri senza proprio incomodo, che Cicerone; traendolo da' versi dell'antico poeta Ennio ci dà, meditandovi dimostra la verità di ciò, che io dico. Dice Cicerone Homo qui erranti comiter monstrat viam Quasi lumen de suo lumine accendat, facit; Nihilominus ipsi lucet, cum illi accenderit, Onde soggiunge Una ex re satis præcipitur, ut quicquid sine detrimento possit commodari, id tribuatur vel ignoto. Ma in verità render così piccolo servizio ad altri, come il mostrar la strada, o il lasciargli accender il lume, pure non è senza qualche incomodo di chi lo fa. Vi è il trattenimento, la perdita di un qualche tempo, l'uscir di strada &c. Nè l'esser queste cose infinitamente piccole fa, che divengano assolutamente niente. Il niente non è per sua natura suscettibile di dimensione, nè può farsi maggiore, o minore. Or suppongasi, che colui, a cui si chiede la brevissima pazienza di trattenersi finchè dalla sua si accenda un altra fiaccola, si trovasse andar di fretta per timor d'esser inseguito da' suoi nemici, ognuno confesserà, che quel brevissimo trattenimento diviene in quel caso un evidente pericolo della vita di colui, a' cui si richiede. Non è più dunque allora un niente; non è un infinitamente piccolo il servizio, che si domanda; può negarsi senza rimprovero d'inumanità: anzi diviene un di que' casi, ne' quali il dovere verso se stesso, e la propria conservazione, contrasta cogli atti di umanità verso gli altri uomini. Lo stesso discorso può farsi sù moltissimi casi, ne' quali si crede a prima vista potersi giovar ad altri senza alcuno incomodo proprio. (30) Sembrerà quasi un delirio a moltissimi ciò, che io son per dire; ma forse non lo parrà, ai geometri. Dico che si potrebbe dal geometra considerare, ed esprimere una classe de' doveri umani come le ascisse, un altra classe come le ordinate di qualche curva. Allora il confine delle azioni umane verrebbe espresso da quella curva, che così designerebbe ne' suoi varj punti la quantità, e la grandezza maggiore, o minore delle virtù, e de' vizj. Ovvero si potrebbe talvolta considerare la progressione degli atti umani sotto la sembianza d'una curva circolare, che abbia per sua tangente la perfezione delle virtù. In un sol punto la curva giunge a toccarla, e volendola spinger più innanzi, se ne rivolge, e va a discostarsene tanto quanto vi si era accostata. Così con chiarezza geometrica s'intenderà quel, che in certa grossolana maniera han gli uomini detto, che la virtù stasse nel mezzo; il che non è sempre vero. Perciocchè i doveri interni dell'uomo verso il suo Creatore non solo non sono capaci d'eccesso, ma neppur si possono far giunger mai alla perfetta estensione; e questi non si potrebbero mai meglio esprimere, e figurare, che sotto l'imagine della iperbole, e del suo asintoto, al quale essa si accosta sempreppiù senza giungerne mai al contatto. Ma basti aver qui di corso indicati questi miei pensieri. Non è necessario al mio presente soggetto, che io ne spinga più innanzi l'astruso discorso. (31) Quia bona, & æquo non conveniat aut lucrari aliquem cum damno alterius, aut damnum sentire per alterius lucrum. Dig. Tir. de Jure dot (32) Se tutto manchi vi sarà sempre quello, che altri non abbiano avuto quel lucro, che uno ha fatto. (33) Acciocchè a questo caso da me proposto non si dia la taccia di chimerico, ed ideale, dirò, che consimili ad esso, ed assai frequenti ad avvenire sono i casi del doversi salvar la gente tutta dell'equipaggio di grossa nave, che va a fondo, o s'incendia, sul battello non capace di contenerla tutta; il salvarsi gente dal contagio, e che nel luogo ove và reca con se il timore della comunicazion della peste; l'arrestarsi ne' casi di carestia navi, o vetture cariche di vettovaglie destinate per altro luogo anche afflitto dalla fame, e molti altri casi, che potrebbonsi additare. 14

15 ambedue. Niuno potendo decidere chi abbia ad aver quel pane, e salvar la vita, la forza deciderà (34). Ecco ciò, che impropriamente dicesi il Dritto del più forte. Ma la forza non è un dritto, non ne dà, non ne aumenta. Il dritto viene dalla necessità dell'adempimento de' doveri verso se, o verso gli altri uomini, e non mai da diversa fonte: nè perchè uno abbia minor forza, ha men dritto. La forza altra portanza non ha, che d'assicurar l'evento favorevole della tenzone, nella quale chi riman soccombente non ha per ciò o perduto il dritto, o diminuitolo punto; fuorchè nel caso, che per conseguir la pace non v'abbia rinunziato. Ripigliando tutto ciò che ho detto stabilisco: Primo. Che possono incontrarsi in due persone ovvero in due società d'uomini (che sono considerate come persone ed enti morali) dritti eguali, o quasi eguali, e contrastanti tra loro. Secondo. Che ciò avviene ogni qualvolta i doveri dell'uomo verso se stesso contrastino tanto co' doveri verso i suoi simili, che non possano a patto veruno combinarsi, e siano per così dire in equilibrio contrapposti, che è, ciò che dicesi caso d'estrema necessità in ambedue. Terzo. Che se da sì fatto contrasto nasce pugna, e tenzone, sarà legitima, e non colpevole da amendue le parti. Quarto. Che l'evento favorevole per colui, che sarà superiore in forza o d'ingegno, o di muscoli nulla ha, che far col Dritto, nè dichiara ingiusta la pretensione del succombente: la rende soltanto infelice (35). Quinto. Che in ogni altro caso dove non siavi equilibrio di dritti, ragion vuole, che prevalga il dritto maggiore; nè perchè il dritto minore sia sostenuto da maggioranza di forze diventa migliore, ma riman sempre tanto quanto egli era. Sesto. Il dritto sta nel perfetto adempimento de' due doveri dell'uomo verso se, e verso gli altri. Si adempiono perfettamente allorchè in ciascun dato caso si combina o il maggior utile proprio col minor danno altrui, o il maggior bene degli altri col minor incomodo proprio. Settimo. Evvi una gradazione di approssimazione, ed un altra di slontanamento da questo punto; e da questa gradazione prendono i varj nomi le virtù, ed i vizj, e tutti gli atti morali. Ottavo. Son conseguenze di questa teoria generale de' doveri le leggi del dritto della guerra, delle quali quantunque dagli scrittori di Dritto Publico si sia lungamente ragionato, pure tanto discorso si ristringe tutto ad una sola teoria generale, che può esprimersi in brevissimi termini. Essendo la guerra giusta una violazione di quel, che l'uomo deve all'altro uomo fatta per forzosa necessità della conservazione di quel, che l'uomo deve a se stesso, è dovere, che anche la guerra sia la minima violazione degli obblighi della beneficenza, che però riesca combinabile col conseguimento dell'oggetto della guerra (36). È dunque tutta la scienza del gius della guerra anche essa lo studio della soluzion d'un problema de maximis & minimis, e quindi, se per esempio, a conseguir una vittoria bastasse d'uccider cento uomini, non se ne possono uccider mille. Il farlo è una sevizie, ancorchè si agisca contro i nemici, perchè questi benchè nemici son pur uomini, co' quali vi è legame eterno di doveri (37). Sieguono dalle sopraddette Teorie altre verità, che sarà utile indicar qui prima, che io m'inoltri nel discorso, tantoppiù che da molti scrittori mi sembrano oscuramente dette, da altri ignorate, o alterate. Dico adunque esser falso, che l'estrema necessità renda giusta qualunque azione. Id enim justissimum quod necessarium è una sentenza mille volte con enfasi ripetuta, e non per ciò divenuta più vera. La necessità rende soltanto scusata una azione per se stessa non giusta, ma non ha forza di renderla giusta, essendo immutabile la natura del giusto, e dell'ingiusto (38). Nè è lo stesso commetter (34) In questa situazione ipotetica ognun vede subito quanto siano difettosamente pronunziate le sentenze morali, che uno non possa lucrare con danno altrui, che non si possa nuocere ad altri, ed infinite consimili massime vere, ma non con esattezza geometrica dette. Non si rimprovererà certamente ad Euclide d'aver concepito un suo teorema con termini, di cui in qualche ipotesi s'incontri la fallita. Io non mi stancherò di dirlo, la morale ha tanta certezza quanto la geometria. Resta solo, che sia meditata con egual chiarezza d'idee, e parlata con egual precisone di parole. (35) Victrix caussa Diis placuit, sed victa Catoni. Lucan. (36) Gianfrancesco Buddeo nella sua breve dissertazione De Jure Belli circa res sacras, che va tralle sue Selecta Juris Naturæ & Gentium dopo aver dimostrato, che quicquid jure belli in res Civitatis licet, hoc quin etiam in res sacras liceat dubitari nequit, soggiunse questa stessa teoria fondamentale de' Dritti della Guerra, che io ho quì indicata dicendo. Illæ autem (res sacre) & destrui, & devastari ab hoste possunt, si quidem finis belli hoc exigat. Nec vero sine modo in res hostium sævire licet. Moralium enim rerum hæc est indoles, ut æstimationem accipiant ex fine. Tantum ergo licet quantum finis permittit. Unde consequitur quod etiam res, quæ sacræ non sunt, non tamen semper perdi, aut vastari possint. (37) Sævitia est ejus, qui puniendi jus habet, modum non habet, Senec. (38) Chiunque si vorrà prender la pena di leggere tutto il Capo VI. del libro II. del Puffendorf, o il Capo II. del libro II. dell'illustre Grozio vi troverà un lunghissimo discorso sù questi, che essi chiamano Dritti, e Privilegj della Necessità, e 15

16 un atto giusto, o il commetterlo senza colpa. E per adattar questo discorso ad un particolar caso; il difendere la cosa propria è sempre giusto. Sempre è ingiusto l'invaderla, il rapirla, l'occuparla. Ma può taluno trovarsi messo in così stretta necessità dall'imperiosa fame, che gli comandi rapirla. Dico, che quest'atto non acquista per ciò legitimità, o giustizia; ma solo la necessità assolve, e fa sparire la colpa da chi lo commette. Conseguenza di questo è, che non è ingiusto colui, che difendendo il suo s'opponesse anche a quegli che ridotto ad estrema necessità volesse rapirglielo. Solo è vero, che se il bisogno, che il legitimo padrone ha di quella cosa sua fosse assai minore del bisogno di colui, che è ridotto ad occuparla, siccome resistendogli non meriterebbe mai la taccia d'ingiusto, meriterebbe quella di duro, inumano, crudele. Nè mi si venga a dire, che lo stesso, o poco diverso sia l'esser ingiusto, o l'esser crudele, e che con queste frivole distinzioni di parole, degne assai più della sterile grammatica, o della minuziosa scolastica, che della sublime morale io raffreddi in certo modo la sagra fiamma della virtù. Io so bene esser una la massa de' doveri umani, ed esser una in certo modo la virtù, e che di tutto il complesso de' doveri si ha sempre da ragionare. Ma penso nel tempo stesso, che la distinzion de' vocaboli è figlia della precision delle idee. Senza precisione d'idee non vi è più scienza; non vi è dimostrazione. Si eseguano in prattica tutti i doveri; ma non si confondano nel ragionare. Prego i miei lettori adunque a distinguer sempre ciò, che è giusto in se stesso, da ciò che è scusato dall'estrema necessità, la quale altro in sostanza non è, che una mancanza di libera volontà (39) : che avvertano, che nel caso, in cui fosse eguale, e comune l'estrema necessità in due persone, non è eguale, ma di molto maggiore il dritto di chi difende la cosa sua, di quel di colui, che invade la cosa altrui (40) : che infine i doveri della giustizia sono più precisi, più sagri, ed inviolabili, che non quegli della beneficenza, e dell'umanità, i quali si degradano e variano con insensibile gradazione, e differenza di misure secondo i rapporti del vario affetto, amicizia, gratitudine, o altro vincolo, che obblighi l'uomo agli altri della spezie sua; laddove i doveri della giustizia sono sempre d'una costante misura, come nel seguente capo più diffusamente spiegherò. Qual uso io sia per fare di queste teorie qui da me soltanto brevemente indicate, si vedrà in appresso. vi ravviserà grandissima disparità da ciò, che io qui dico. Io non ho voglia nè tempo di armeggiare, e contrastar nè co' morti, nè co' vivi. I lettori giudicheranno. Gli prego ad avvertire, che osserveranno ne' due sopracitati scrittori, ne' loro commentatori, e ne' loro numerosi imitatori una perpetua confusione e mescolanza di discorso tra' doveri dettati dalla natura, le leggi Mosaiche, o sia il dritto Divino positivo, le leggi canoniche, le civili, i consigli della perfezione evangelica, il puro giusto, e l'eroismo, e il tutto lardellato da gran citazioni di autori. S'avvedranno de' tormenti, che soffrono questi giureconsulti a risolvere i casi proposti, e a trovarne le teorie, e vedranno quanti sistemi imaginano, e gratuitamente stabiliscono. Io per me dico, che la necessità non ha dritti, nè può farne nascere. Privilegi ha sibbene. Ma tutti i privilegj suoi sono gli stessi, che quegli dell'ignoranza, dell'inavvertenza, della follia, del delirio, in somma di qualunque stato, in cui l'uomo opera senza la libertà dell'azione, e senza saper ciò che fa, o poter voler non far ciò, che fa. Senza libera volontà non vi è merito, nè demerito di azioni. L'uomo divien macchina, e la macchina non commette colpe. Ma la morte, che ad un uomo dà una macchina non è perciò giusta. Solo si può dire, che la macchina non ha commesso delitto. Quell'uomo adunque, che fuggendo a gran galoppo dall'inimico, e giunto in così stretta via da non poterla passare senza calpestar col cavallo un innocente, che in essa s'incontri, (che è uno de' casi proposti da' sopracitati autori) benchè avvedutamente dia la morte a quest'uomo, è a parer mio nell'istesso caso di chi inavvedutamente, o ignorantemente, o pazzamente la dasse. L'omicidio è sempre ingiusto; chi l'ha commesso in quella circostanza non è colpevole. Ma riman vero, che con egual dritto colui, che era in strada poteva prevenirlo, ed ammazzandolo salvarsi, come ognun può prevenendo romper quella macchina, che collo scroccare stà per schiacciarlo. Con questo semplicissimo discorso a me pare, che tutte si abbreviano, e tutte si risolvono le questioni riguardanti i casi di necessità senza far sistemi ideali. (39) Necessitas tollit arbitrium. Senec. De Benef. Lib II. c. 19. (40) Nisi quod melior est caussa suum non tradentis, quam poscentis alienum disse il Rè Aminta all'invasore Alessandro Q. Curt. lib. VII. c. I. 16

17 CAPO III Se sia lecito ad un Principe restare nella neutralità, e in quali casi. Egli è manifesto, che la prima questione da doversi esaminare è il decidere se possa un Principe senza mancare alla giustizia, o alla beneficenza restare nella neutralità: perciocchè se mai si dimostrasse non poterlo egli fare, di ogni altra questione, che si passasse indi a promuovere, sarebbe inutile, e vana la discussione. Or per procedere ordinatamente in questa, dico non doversi prender già le parole della questione nel loro più esteso senso, quasicchè si dubitasse se sia un Principe tenuto ad entrare in tutte le guerre indefinitamente, che sorgono. Perchè a niun uomo di sana mente verrà in pensiere di esaminare, se facendosi guerra tra Principi lontanissimi, co' quali nessun legame vi sia neppur di frequentazione di commercj, abbiasi ad entrar in guerra: nè vi sarà chi esamini da senno se accesasi guerra tra' Chinesi, e i Giapponesi, sia il Re di Marrocco obbligato per dovere di giustizia a prendervi parte. Egualmente è cosa chiara non esser dubbioso, il decidere se accendendosi guerra tra due grandissime potenze, come sarebbero la Francia, e la Casa d'austria, una Sovranità piccolissima, quale è la Signoria di Lucca, sia tenuta, o nò, a meschiarvisi, Tolti adunque di mezzo i casi, della somma lontananza, dè luoghi, e della totale separazione d'ogni legame anche d'amicizia, e quello della somma disparità delle forze, si propone a discutere, se un Principe non lontano per situazione di dominio, amico egualmente di due altri, non legato però con veruno di essi da vincolo di trattato d'alleanza, e le cui forze sian tali da far peso nella guerra, possa, nascendo guerra tra quelli, determinarsi a rimaner neutrale senza mancare ai doveri della giustizia, e dell'amicizia, che ha con loro (41) Potrebbe chi volesse sostenere il nò appoggiarsi sù questo argomento, che nello stato d'amicizia, e di corrispondenza, in cui egli era, non ha potuto ignorare le cause della guerra, e molto più, se come è solito oggi in Europa, gli siano siate legalmente palesate, e rese manifeste. Or non potendo esser a meno, che in sentirle non abbia giudicato l'una delle due Potenze guerreggianti aver la ragione dal suo canto, l'altra aver torto, quel naturale ed universale dovere, che è in ogni uomo di soccorrere, e proteggere chi riceve ingiustizia, ed è sopraffatto, ed oppresso, lo dovranno muovere a romper l'amicizia sua coll'ingiusto aggressore, e mettersi dal canto di chi ha ragione, per difenderla secondo il suo potere. Che se a quest'argomento si opponesse la regola generale di Dritto di non doversi alcuno meschiare de' fatti altrui (42) ; si risponderebbe, che ben esaminandola non si adatta questa al caso de' Sovrani. La regola è vera soltanto tra' privati sottomessi al governo civile, ai quali è con ragione vietato meschiarsi de' fatti, e delle ingiustizie altrui, perchè vi è il Principe, organo supremo delle leggi, a cui solo è riservato il raffrenar le ingiustizie. Ma le Sovranità sono in stato di natura tra loro; non hanno Principe, non superiore, nè altro custode delle loro ragioni, fuorchè le proprie loro forze, o le riunite da' legami dell'amicizia, o dell'alleanza. (41) Da niuno scrittore meglio, che da Cicerone si potrebbero trarre autorità in difesa di questa opinione: e certamente i detti di così grande, e virtuoso uomo sono di non lieve peso. Egli giunse a dichiarar colpa gravissima il non difender, potendolo, l'amico. Injustitiæ, dice egli, genera sunt duo: unum eorum qui inferunt, alterum eorum qui ab iis quibus infertur, si possunt, non propulsant injuriam. Nam qui injuste impetum in quempiam facit, is quasi manus afferre videtur socio. Qui autem non defendit, nec obsistit, si potest, injuriæ, tam est in vitio, quam si parentes, aut amicos, aut patriam deserat. Cic. de Off. lib. 1. c. 7. Solo si potrebbe avvertire, che sembra il discorso di Cicerone riguardar soltanto i doveri de' privati nello stato di società civile, e regolata, e non le Sovranità, che son tra loro in un stato di sola natura. Ora nello stato civile a ripulsar l'ingiuria dell'amico non son necessarie le armi, e la guerra; anzi basta il metter in chiaro la verità, patrocinarla, implorar l'autorità de' magistrati, o del Principe, e tentar altre consimili pacifiche vie per la salvezza dell'innocenza. Nè da chi l'imprende è tanto da temersi l'irritazione, che ne avverrà della parte contraria; perchè è questa sempre trattenuta, e frenata dal timor delle leggi, e de' gastighi. Non è così tra gli enti indipendenti affatto tra loro, de' quali l'irritazione è senza freno, e quindi di più lunga durata. Infine sotto al governo civile gli uomini sono, e debbono essere in uno stato di confidanza tra loro; ma nello stato di natura sono, e debbono essere in uno stato di perpetua diffidenza, come io dirò in appresso. (42) Culpa est immiscere se rei, ad se non pertinentis. Dig. T. de Reg. Jur. l

18 Si avrebbe dunque a dire, che essendo l'amicizia il più dolce, il più naturale, il più virtuoso vincolo tra gli uomini (43) ; essendo la forza di essa tanta, che parve al più virtuoso degli antichi filosofi troppo ristretto confine de' doveri dell'amicizia il dire, che abbiasi per l'amico a fare tanto quanto per se medesimo si farebbe; e dimostrò doversi far talvolta di più per l'amico, che non per se medesimo (44) non possa dispensarsi il Principe amico dal soccorrere l'ingiustamente assalito, e prender, ciò facendo, parte nella guerra, che all'amico si movesse, eccettocchè ne' seguenti casi. Primo. Qualora si può con probabilità prevedere, che le forze sole dell'assalito bastino a respingere il nemico: essendo chiaro, che solo nel loro bisogno siam debitori di soccorso ai nostri amici, e non quando essi possano farne a meno, e dispensarcene. Secondo. Quando la giustizia, o ingiustizia della guerra accesasi tra' due amici fosse tanto dubbiosa, oscura, e disputabile, che contro di niuno de' due si potesse dichiarar ingiusta. E certamente in questo caso niuno contrasterà, che non solo il Principe amico d'ambedue i contendenti possa restar neutrale, ma dico, che egli lo dovrebbe per giustizia, e diversamente operando mancherebbe al giusto, aumenterebbe senza causa i mali della spezie umana, opererebbe contro il sentimento della propria coscienza restata dubbiosa, e irresoluta, e si lascerebbe muover solo o da riguardi politici di quella ragion di Stato, della quale io qui non intendo ragionare, o da una parzialità d'inclinazione: inclinazione in questo caso biasimevole, e indoverosa. All'infuori di questi due casi si potrebbe con Cicerone sostenere, che basti il vincolo della general società eterno, e sacro tra gli uomini tutti (45) ; basti il sentimento dell'amicizia, e della umanità ad obbligar in giustizia ogni Principe ad accorrere alla difesa dell'ingiustamente assalito, e a non restar neutrale (46). Io vorrei ben di cuore per utile, e felicità della spezie umana, e per sradicarne la calamità delle guerre, che sì fatta opinione potesse tanto accreditarsi colla forza delle ragioni, quanto ella è per se stessa sublime, e generosa. E certo se ciò potesse avvenire, quel celebrato equilibrio della bilancia dell'europa tentato invano da' gran politici colle combinazioni, e cogli sforzi delle negoziazioni da due secoli in qua di stabilire, e quel progetto di Pace Universale, dolce delirio d'un anima onesta (47), verrebbe tosto prodotto dalla sola, virtuosa, e perfetta amicizia tra' Sovrani. Ma io mi veggo forzato a confessare, che non mi sembra sostenibile in tutti i casi, qualora non si voglian gratuitamente confondere i costanti, e precisi doveri della giustizia, cogli impulsi della beneficenza, e i limitati obblighi della bontà del cuore, co' magnanimi trasporti dell'eroismo. E per spiegarmi più chiaramente comincerò dall'avvertire, che abusò grandemente Cicerone (come se ne abusa da infiniti scrittori in ogni passo) delle voci giusto, ed ingiusto applicandole a chi ricusa di soccorrer il compagno, e l'amico (48). La giustizia sta nel non togliere, nè negare ad altri ciò, che loro si appartiene, (che è la forza delle parole alterum non lædere, jus suum cuique tribuere) ma il dare il proprio ad altri, il prestar l'opera propria non mai precedentemente promessa, appartiene alla beneficenza, e non mai si ha dritto di richiederla per giustizia. Questa è la sostanzial differenza tral Principe alleato e l'amico. Dall'alleato per giustizia si richieggono i soccorsi stipulati, e convenuti; dall'amico s'implorano per quel sentimento di umanità, che si spera trovar in lui. Sicchè non può mai dirsi d'esser ingiusto chiunque ricusa prestar il soccorso, e l'opera sua, ma solo può darsegli talvolta il nome di spietato, ed inumano. Avvertito questo abuso di voci, che si trarrebbe dietro importanti conseguenze, passo a dire, che se il dover soccorrer gli oppressi fosse sempre un obbligo di giustizia (prendendo questa voce (43) Solem videntur e mundo tollere, qui amicitiam e vita tollunt, qua a Diis immortalibus nihil melius habemus, nihil iucundius. Cic. de Amicit. c. 13. (44) Nec enim illa prima sententia vera est, ut quemadmodum in se quisque, sic in amicum sit animatus. Quam multa enim quæ nostra causa numquam faceremus, facimus causa amicorum?.. Multæ quoque res sunt, in quibus de suis commodis viri boni multa detrahunt, detrahique patiuntur, ut iis amici potius, quam ispi fruantur. Cic. de Amicit. c. 15. (45) Nihil est profecto præstabilius, quam plane intelligi nos ad justitiam esse natos, neque opinione, sed natura constitutum esse jus. Cic. de leg. l. I. c. 10. e poco di poi siegue a dire. Omnes homines inter se naturali quadam indulgentia, & benevolentia, tam etiam societate contineri. (46) Etenim si is qui non defendit injuriam, neque propulsat a suis cum potest, injuste facit, &c. Cic. de Offic. 1. III. c. 18. (47) L'Abbate di S. Pierre: del qual progetto disse il famoso Cardinal di Fleury esser les reveries d'un homme de bien. (48) Vedansi i passi di Cicerone di sopra citati alla nota 1 di pag. 27 e 2 di pag. 30 [corrispondono alle note 41 e 46 di questa edizione elettronica Nota per l'edizione Manuzio] 18

19 nel suo giusto, ed esatto senso) sarebbe certo, costante, invariabile; ma perchè egli è un dovere di beneficenza, non è tale (49). La beneficenza è un obbligo nascente da quantità spesso variabili, e di diversa misura, come quelle, che sono prodotte da tre diverse ragioni, che debbono concorrervi per produrre l'obbligazione, e tutte tre non sono mai fisse. Vi si richiede imprima l'esame della giustizia, o ingiustizia nelle cause della oppressione, o del danno, che talun soffre (50). L'esame inoltre del grado d'amicizia, e d'affetto dovuto all'oppresso (51). L'esame infine delle forze del soccorrente, e dello sforzo, che abbia a costargli il soccorrere (52). Quando tutte queste tre ragioni si uniscano, e giungano ad esser in quel grado, che i geometri direbbero un massimo (53), il dovere di beneficenza può divenire così forzoso, e stringente, quanto quegli della più esatta giustizia (54). Quindi è avvenuto, che siansi confuse le voci, e l'espressioni da tutti i moralisti, spesso chiamandosi giusti gli obblighi della beneficenza, perchè son giunti al grado di forzosi, e da non potersene l'uomo dispensare. Ma quando non giungano le ragioni componenti il dovere della beneficenza al massimo loro grado, variansi i nomi dell'azione di beneficenza esercitata, e da quello di giustizia (impropriamente dato agli indispensabili, come di sopra ho detto) vanno degradandosi, e (49) Per togliere ogni oscurità a questa mia asserzione l'applicherò ad un caso. Suppongasi, che un uomo debba conseguir da un altro cento scudi per prezzo di cosa vendutagli, o per qualunque altro legale contratto. Ognun comprende, che il debito di quest'uomo è fissamente certamente di cento scudi nè più, nè meno. Or suppongasi d'altra parte, che un infelice ridotto alla mendicità implori la pietà d'un uomo ricco. È debito di carità il soccorrerlo. Ma quanto dovrà dare questo ricco al povero? La somma non è mai fissa. Possono esservi circostanze, che non dico cento, ma mille scudi siano una quantità tanto piccola, che meriti rimprovero di crudeltà il non aver dato di più. Possono esservi altre circostanze tali, che un soldo solo sia bastante beneficenza. Può non esservi obbligo di dar nulla, e può infine esservi caso in cui l'usar beneficenza sarebbe vizio, e colpa (il che gli algebristi esprimerebbero con dire, che la beneficenza allora passa ad esser tralle quantità negative). Questo è quel, che ho inteso di dire sostenendo, che i doveri della giustizia sian da considerarsi come quantità costanti; mentre que' della beneficenza sono quantità variabili, che posson crescere, e diminuire a guisa delle semiordinate di alcune curve, e giungere al zero, ed anche far recesso in contrario. Nè mi si opponga, che anche i debiti di giustizia possono variare, e diminuire, o crescere, come nel caso, che d'una somma dovuta si avessero a pagare gl'interessi, e le usure: perchè ognuno riflettendovi avvertirà, che le quantità variano ne' debiti di giustizia per cagioni estrinseche (come sarebbero la mora del tempo, la distanza de' luoghi, onde nasce il cambio, ed altri casi) laddove i debiti di beneficenza sono in se stessi, ed intrinsecamente varianti, ed indeterminati se non si applicano alle circostanze di ciascun caso particolare. (50) Nam (beneficia) nec in vulgus effundenda sunt, & nullius rei, minime beneficiorum, honesta largitio est; quibus si detraxeris judicium desinunt esse beneficia: in aliud quodlibet incidunt nomen. Senec. de Benef. lib. 1. c. 2. (51) Quello stesso Cicerone, che indefinitamente asserì esser ingiustizia, colpa, misfatto il non rispingere, e vendicare le ingiurie dell'amico, non potè in altro luogo, tacere d'esser sommamente diversi tra loro i gradi della benevolenza dovuti da noi agli enti della nostra spezie, e diverso il vincolo, che con essi ci lega. Sic enim mihi perspicere videor (disse egli) ita natos esse nos, ut inter omnes esset societas quædam; major autem ut quisque proxime accederet. Itaque cives potiores t quam peregrini, & propinqui quam alieni. De amicit. c. 5. Tanto egli è vero, che la morale è stata parlata sempre più con eloquenza, che con precisione. (52) Dabo egenti, sed ut ipse non egeam: succurram perituro, sed ut ipse non peream. Senec. de Benef. lib. II. c. 15. (53) Io prendo questa voce in quel senso stesso, in cui un geometra direbbe esser il diametro la massima delle linee, che possono tirarsi da un punto a qualunque altro della circonferenza dentro un cerchio; il che non dinota, che sia grandissima in se, ma solo maggiore delle altre tutte, che se le vanno approssimando in grandezza. (54) Gli alimenti dovuti a' più stretti congiunti non sono un dovere di giustizia in se stessi, ma di beneficenza; poichè non riguardano il restituire, o il non toccare ciocchè sia d'altri, ma il dare il proprio ad altrui: pure sono così stretti, che le leggi civili meglio ordinate vi metton mano, e vi astringono i renitenti. Nè solo sugli alimenti, ma su di molti altri obblighi di beneficenza han creduto potersi interporre l'autorità delle leggi que' vecchi giureconsulti Romani, che ne' loro responsi, e decisioni ci lasciarono il più glorioso monumento de' progressi allora già fatti nello studio della vera sapienza; della morale, e del gius, il quale coltivato per quindici secoli dopo o non ha fatto maggior cammino, o forse ha rinculato. Per legge si rivocano per vizio d'ingratitudine le donazioni, le manumissioni, si toglie il dritto alla successione. Per legge si punisce la colpa lata, cioè il non prestar l'opera propria dell'attenzione, e della cura dovuta ai beni altrui, come se fosse un dolo, ed una volontà di danneggiare &c. Quindi io non cesserò di maravigliarmi, come al celebre Grozio scappasse dalla penna al libro II. capo , ove tratta delle giuste cause di guerreggiare, questa indeterminata dottrina da lui in termini generali, e senza restrizioni profferita, che quando taluno, è obbligato a qualche cosa non per effetto della giustizia propriamente così detta, ma per qualche altra virtù, come la liberalità, la gratitudine, la compassione, la carità, siccome non si può tra concittadini farne ricorso al giudice, così tralle Potenze non si può ricorrere alle armi, e quindi ogni guerra intrapresa per il rifiuto di que' doveri ai quali ci obbligano le altre virtù, è guerra ingiusta. La stessa regola da lui presa per sicura guida di riguardar ciocchè praticavasi tra' privati cittadini, lo avrebbe condotto a dire, che in tutti que' casi, ne' quali si potrebbe in un paese di virtuose, e ben ordinate leggi convenire innanzi al giudice chi mancasse ai doveri della obbligatoria, e indispensabile beneficenza, in quegli stessi, tra enti, che non han superiore, nè giudice, è giusta la guerra. Ma di questa decisione del Grozio tratterò più distesamente nel capo seguente. 19

20 chiamandosi or gratitudine, or liberalità, or virtuoso affetto verso gli amici, e i congiunti, or magnanimità, or in fine eroismo. A questo punto giunti indicano un mezzano dovere, e perciò libero ad esercitarsi, o a dispensarsene, come quello che è prodotto e da mezzana causa d'ingiustizia, e da debole vincolo, ed obbligo d'affetto, e da un non facile sforzo in chi benefica (55), Discendendo di sotto a questo termine, gli atti umani cominciano a non prender più il nome delle virtù, e vanno ad acquistar quegli de' vizj, e de' difetti: ed imprima cominciano ad aver taccia di prodigalità, e di leggerezza, di capriccio, di mal inteso desio di gloria, finchè giungano all'irragionevolezza, alla follia, ed alla colpa, che è l'estremo punto contrapposto al sopraddetto termine massimo de' doveri. Ciò avviene quando e' si conferisce il benefizio ad un ignoto, quasi da niun vincolo legato al beneficante, e che costui lo fa con suo pericolo grande, e che in fine si dirigge a giovare chi soffriva per giusta causa qualche pena. Tale sarebbe la beneficenza assurda di colui, che si arrischiasse a liberar dalle forche, o dalla galera un altro uomo a lui pressocchè ignoto, che vi sia stato meritamente condannato. Sì fatta azione non merita altro titolo, che di stoltezza, o di delitto (56). Ciocchè ho discorso fin ora generalmente sulle azioni umane, si adatta intieramente alle risoluzioni delle Sovranità sul restar neutrale, o sull'entrar a parte della guerra mossa al Principe amico. Possono darsi casi, ne' quali, l'obbligo di soccorrerlo giunga al grado di forzoso, ed indispensabile. Tali sono quando unitamente e sia ingiusta al sommo, e per niun verso meritata, o causata la guerra a quello mossa: e che nel tempo stesso sian grandi tra loro i legami o dell'amicizia, o della riconoscenza per benefizj, e soccorsi altre volte ricevuti, o per communion di commercj, o per parentela tra' Sovrani, o per uniformità di culto religioso, o in fine per altro comune interesse, che gli unisca, e che quasi s'agguaglino ad una stipulata, e solenne alleanza: che in fine sian tali le forze del Principe invocato al soccorso da potersi riguardar come facile lo sforzo, e piccolo il pericolo a cui si espone prestandolo. Quel Principe, che in questo caso lo negasse mancherebbe al più bello de' doveri umani: giacchè la sola giustizia non fa altro, che render l'uomo quale dev'esser l'uomo; la beneficenza l'innalza, lo fa più simile, e lo accosta quasi alla Divinità (57). Ma gradatamente, se queste circostanze o non tutte, o non in così alto grado s'incontrino, cesserà d'esser forzoso il dovere di entrar in guerra, ma sarà pure or gratitudine, or magnanimità, or in fine eroismo il determinarvisi. Siegue indi quel punto in cui potrebbe la determinazione di muoversi a guerreggiare esser mista di lode, e di biasimo, e chiamarsi una bontà di cuore non esente dall'imprudenza, e dalla leggerezza. E finalmente potrebbe esser in tutto biasimevole se fosse mossa da una inconsiderata brama di gloria, e prurito di mostrarsi più potente, e più generoso di quel, che ai consigli d'una saggia politica non si conviene. Ecco la generale teoria, che comprende tutti i casi possibili della questione sul potersi o nò restare nella neutralità (58). L'applicarla dipende dall'esame delle circostanze di qualunque caso. Da (55) Quella mobilità, e variabilità de' doveri della beneficenza, unita all'abuso delle voci, e de' nomi dati alle virtù, e agli atti umani, han fatto credere ai moralisti, che non potesse trovarsi quella certezza nelle risoluzioni delle questioni morali, che incontrasi ne' problemi della geometria. Errore gravissimo tanto, quanto è universale. Non perchè un problema sia indeterminato sfugge dall'esser atto a risolversi. Si risolve con una equazion generale, anch'essa indeterminata, e composta di più ignote, che comprende tutti i casi. Questa a misura, che le ignote si determinano, e si fan note nelle particolari circostanze de' casi, si adatta a ciascuno, e gli risolve. Conveniva adunque meditar prima di quante ragioni indeterminate, e quindi ignote è composta ogni questione sulla beneficenza, e si sarebbe visto non esser più, che trè. Determinate questo è determinata, e definita ogni questione. (56) Benefacta male collata malefacta arbitror. Ennio. Una piacevole imagine di siffatta pazzia è D. Chisciotte, che per prodezza di quella sua cavalleria libera Ginès di Passamonte, e tutta la catena de' condannati in galera, ed immediatamente vien rubato, e bastonato da costoro. (57) Deus est mortali juvare mortalem. Plin. (58) Per coloro, che con geometrica precision d'idee vorranno meditare sulla natura de' doveri della beneficenza piacemi avvertire, che i gradi dell'ingiustizia delle cause della miseria in chi chiede il benefizio sono quantità, che possono talvolta oltrepassare ogni confine, quali sarebbero in chi riceve danno per quello stesso, per cui avrebbe dovuto ricever premio, o profitto. Possono discendendo esser di limitata misura, se la disgrazia non può dirsi venuta senza colpa affatto di chi la soffre. Possono anche svanire, e non essendovi ingiustizia divenir questa zero, quale è in coloro, che tutte le sciagure, che soffrono, co' loro vizj se l'abbiano meritate. Possono infine (come ho di sopra già detto) discendere di sotto al zero, cioè esser tanto meritata la sciagura, che sarebbe colpa il liberarnegli, come è in coloro, che sono stati condannati a qualche pena dalle leggi. Rispetto al maggiore, o minore obbligo d'affetto osserverò, che non può questo essere una quantità senza confine. Il solo obbligo d'amore infinito è nell'uomo verso il suo Creatore, ma appunto la Divinità non è suscettibile di benefizj da noi. I massimi de' nostri affetti dopo quello, sono verso i genitori, la consorte, i 20

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