SOMMARIO. Esecutività del decreto di omologazione della separazione consensuale circa le spese straordinarie

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1 SOMMARIO Tribunale di Monza, Esecutività del decreto di omologazione della separazione consensuale circa le spese straordinarie 02 Cass. civ., Sez. I, Sent., , n Sindrome di Alienazione genitoriale (PAS, parental alienation syndrome ) 07 Tribunale Milano sez. IX, Rapporto genitoriale nella famiglia di fatto 18 Cass. civ., Sez. I, Sent., , n Competenza tra giudice ordinario e giudice specializzato per i procedimenti in materia di affidamento dei minori e decadenza della potestà genitoriale 22 Tribunale Modena sez. II, Tutela urgente ed efficace nell affidamento e mantenimento di figli nella coppia di fatto 25 Cass. civ., Sez. I, Sent., , n Infedeltà e offesa alla dignità e all'onore dell'altro coniuge 28 Cass. civ., Sez. I, Sent., , n Addebito della separazione a carico del genitore (nel caso in esame, la madre) che, allontanandosi volontariamente dalla abitazione familiare, impedisca di fatto all altro di incontrare i figli. 36 Cass. civ., Sez. I, Sent., , n Imputabilità della crisi coniugale al tradimento 46 1

2 Tribunale di Monza, La sentenza in commento si occupa del problema relativo al riconoscimento come titolo esecutivo del decreto di omologazione della separazione consensuale in punto di spese straordinarie. In particolare il giudice di merito ha ritenuto che il detto decreto non autorizzi la richiesta di rimborso per somme dovute a titolo di spese straordinarie a causa dell'incertezza ed illiquidità del credito che si pretende di attuare a tale titolo. Infatti, le suddette spese, di importo non preventivamente stabilito, possono essere determinate caso per caso a seconda delle esigenze concrete, e possono quindi essere oggetto di esecuzione forzata solo previo accertamento giudiziale della esistenza del credito e della sua esatta quantificazione, con la conseguenza che deve ritenersi nullo, per insussistenza di idoneo titolo esecutivo, quel precetto con cui sia richiesto il pagamento delle spese straordinarie sostenute per il mantenimento dei figli minori, poiché privo dei requisiti di certezza, liquidità ed esigibilità. REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO Il Giudice Istruttore del Tribunale di Monza, sezione distaccata di Desio, dr. Antonio Lombardi, ha pronunciato la seguente SENTENZA nella causa iscritta al n. 4268/2011 R.G.A.C., avente ad oggetto: opposizione a precetto; tra Z.E.A., elett. dom. in Garbagnate Milanese, alla via Verdi n. 2, presso lo studio dell'avv. Maurizio Cannistraro, dal quale è rappresentato e difeso come da procura a margine dell'atto di citazione in opposizione a precetto; - OPPONENTEe M.L., elett. dom. presso lo studio dell'avv. Raffaella Salamon in Paderno Dugnano, alla via Pogliani n. 26, dalla medesima rappresentata e difesa giusta procura in calce alla comparsa di costituzione e risposta; - OPPOSTA- 2

3 CONCLUSIONI Sono state rassegnate all'udienza del 27/11/2012, il cui verbale abbiasi qui integralmente riportato e trascritto. Motivi della decisione L'odierna opposizione appare parzialmente fondata e meritevole di accoglimento per quanto di ragione, per le ragioni di seguito espose. Fondata e meritevole di accoglimento appare altresì la domanda riconvenzionale svolta dall'opposta. Giova premettere, in punto di diritto, che a seguito della proposizione di opposizione a precetto di natura sostanziale, non fondata cioè su ragioni di illegittimità formale del titolo o dell'atto di precetto, si instaura un ordinario giudizio di cognizione nell'ambito del quale occorre procedere all'accertamento della fondatezza ed azionabilità della pretesa esecutiva del creditore procedente sulla base dei motivi di opposizione proposti (Cass. civ., sez. lav., 28 luglio 2011, n ; Trib. Modena, sez. II, 15 giugno 2005, n. 1190). Nell'ambito di tale opposizione è astrattamente ammissibile, da parte del debitore opponente, l'eccezione di compensazione con altri crediti dallo stesso asseritamente vantati, a condizione che la contemporanea pendenza di poste creditorie si sia verificata posteriormente alla formazione del titolo esecutivo sulla cui base è avvenuta la notificazione del precetto (Trib. Roma, 9 maggio 2006, n ). Al contempo, il creditore opposto, nell'ambito del giudizio di cognizione instauratosi a norma dell'art. 615 c.p.c., può proporre domande riconvenzionale nei confronti dell'opponente per ragioni creditorie diverse da quelle azionate, al fine di conseguire una pronuncia che costituisca un nuovo titolo esecutivo, in aggiunta a quello azionato o in sostituzione di esso, se invalido (Cass. civ., sez. III, 27 maggio 2003, n. 8399; Trib. Roma, 14 marzo 2011, n. 5360). Applicando tali principi al caso all'odierno esame ne deriva, pertanto, l'astratta ammissibilità sia della domanda di compensazione, svolta da parte opponente, che della domanda riconvenzionale dell'opposta, finalizzata alla formazione di titolo di condanna per somme ulteriori rispetto a quelle azionate nel precetto. Venendo al merito della questione, l'opponente Z.E.A. eccepisce l'illegittimità del precetto, e la non dovutezza delle somme in esso portate, notificatogli il 21/11/2011 a cura di M.L., per la complessiva somma di euro ,61, di cui euro , a titolo di somma una tantum da corrispondere alla moglie a seguito degli accordi di separazione 3

4 consensuale, euro 2.197,24, relative a spese mediche non coperte dal SSN in favore della figlia Federica, euro 914,48 per la quota di iscrizione della figlia al liceo artistico per gli anni 2010/2011 e 2011/2012, euro 3.300,00 in forza del minor versamento dell'assegno di mantenimento dovuto alla precettante in forza delle condizioni di separazione, asserendo la compensazione delle somme con controcrediti dallo stesso vantati in misura superiore alla somma precettata, e l'assenza dei requisiti di certezza e liquidità del credito relativo a spese mediche. La domanda di compensazione non può essere accolta. Assume l'opponente di aver sostenuto consistenti esborsi in favore della M., per complessivi euro ,36, per l'acquisto dell'arredamento e delle suppellettili dell'abitazione in assegnazione alla stessa, per lavori di sistemazione e migliorie, per riparazione dell'autovettura concessa in godimento a seguito di sinistro con colpa della M., e per retta scolastica degli anni dal 2009 al 2012, non previsti in sede di separazione. Al di là della questione del computo della somma e del valore probatorio della documentazione depositata dall'opponente, deve rilevarsi come le allegazioni dello Z. difettino di astratta idoneità a sorreggere una domanda di compensazione legale o giudiziale. Il sostenimento di un esborso, sia pure nell'interesse esclusivo o concorrente di altro soggetto, non fa ex se nascere un diritto di ripetizione della somma, o di compensazione degli esborsi con poste creditorie passive, dovendo il soggetto che agisce in ripetizione o compensazione fornire rigorosa prova che l'esborso non sia caratterizzato da causa liberale, diretta o indiretta, ma sia una mera anticipazione dalla quale possa originare un credito restitutorio. Non avendo l'opponente fornito prova documentale o orale in ordine alla natura di mera anticipazione degli esborsi asseritamente sostenuti, lo stesso non può vantare alcun credito restitutorio da opporre in compensazione. Ad avvalorare la tesi dell'assenza di un obbligo restitutorio in capo alla M., e la riconducibilità degli esborsi a iniziative benevola o liberale dello Z., concorrono ulteriori elementi di natura documentale o logica riferibili a ciascuna delle poste evidenziate, come la notevole disparità economica incontestatamente esistente tra le parti, la constatazione che al punto 6 degli accordi di separazione consensuale omologata in data 15/10/2009 lo Z. si obbligava ad arredare l'appartamento della M. sino alla concorrenza di euro ,00, e che lo stesso, in sede di accordi di separazione, abbia acconsentito all'accollo della totalità delle spese straordinarie sostenute in favore della figlia Federica. 4

5 Ciò detto in merito alla domanda di compensazione, andando ad esaminare l'ulteriore questione dell'assenza dei requisiti della certezza e liquidità del credito azionato per spese mediche, si osserva quanto segue. Ai sensi della clausola di cui all'art. 4 del ricorso per separazione consensuale, le parti concordavano l'accollo in capo allo Z. delle "eventuali spese mediche della figlia non coperte dal Servizio Sanitario Nazionale nonché le spese dentistiche". Sul punto questo giudice aderisce a quell'orientamento giurisprudenziale secondo cui "il decreto di omologazione della separazione consensuale costituisce in astratto titolo esecutivo, ma non può fondare la richiesta di rimborso per somme dovute a titolo di spese straordinarie a causa dell'incertezza ed illiquidità del credito che si pretende di attuare a tale titolo, le suddette spese, di importo non preventivamente stabilito, possono essere determinate caso per caso a seconda delle esigenze concrete, e possono quindi essere oggetto di esecuzione forzata solo previo accertamento giudiziale della esistenza del credito e della sua esatta quantificazione (Trib. Salerno, 9 luglio 2010; Trib. Roma, sez. IV, 24 agosto 2009, n ; GDP Bari, 31 gennaio 2009), con la conseguenza che deve ritenersi nullo, per insussistenza di idoneo titolo esecutivo, quel precetto con cui sia richiesto il pagamento delle spese straordinarie sostenute per il mantenimento dei figli minori, poiché privo dei requisiti di certezza, liquidità ed esigibilità (Trib. Busto Arsizio, 20 maggio 2010). Ne deriva, pertanto che il precetto in questa sede opposto deve essere dichiarato nullo limitatamente alla parte in cui si intimava il pagamento della somma di euro 2.197,24, relative a spese mediche non coperte dal SSN in favore della figlia F., per assenza dei requisiti di certezza, liquidità ed esigibilità del credito azionato. Tale credito, del resto, non può essere neanche riconosciuto alla M. a seguito di accoglimento della domanda sub 3 delle conclusioni di parte opposta, sulla falsariga della giurisprudenza che ammette la proposizione di domande di cognizione, nel giudizio di opposizione, atte alla formazione di titolo sostitutivo di quello dichiarato parzialmente o totalmente nullo (C. App. Milano, 10 febbraio 2004), non avendo l'opposta provato - ed anzi, avendo riconosciuto il contrario - la natura di spese "non coperte dal Servizio Sanitario Nazionale", relativamente a quelle precettate. Quanto, infine, alla domanda riconvenzionale di pagamento della somma di euro 3.677,48, per rivalutazione Istat degli assegni di mantenimento, interessi di mora, spese gita scolastica e parcella visita psicologica per la figlia F., importo rettificato in sede di euro 2.956,88 in sede di memoria di replica a seguito di versamenti parziali dello Z., la stessa appare ammissibile e merita integrale accoglimento. 5

6 Lo Z., difatti, non ha contestato la debenza di tali somme, con ogni conseguenza ai sensi dell'art. 115 c.p.c., come novellato dalla l. 69/2009, limitandosi ad eccepire, in sede di scritti conclusivi, l'avvenuta estinzione integrale del debito, senza tuttavia fornire adeguata prova documentale in ordine all'allegazione di fatto estintivo che, pertanto, non può ritenersi provato. L'accoglimento dell'opposizione in misura assai limitata rispetto all'importo precettato e l'accoglimento della domanda riconvenzionale inducono alla compensazione, nella misura di un mezzo, delle spese di lite, con la conseguenza che l'opponente rifonderà all'opposta la restante metà delle spese di lite, che si liquidano come in dispositivo. P.Q.M. Il Giudice, definitivamente pronunziando sull'opposizione a precetto proposta da Z.E.A. e sulla domanda riconvenzionale proposta da M.L., ogni diversa domanda ed istanza disattesa e respinta, così provvede: accoglie in parte l'opposizione e, per l'effetto, dichiara la nullità parziale del precetto notificato il 21/11/2011 a Z.E.A. a cura di M.L., limitatamente alla somma di euro 2.197,24, relative a spese mediche non coperte dal SSN in favore della figlia F.; accoglie la domanda riconvenzionale proposta da M.L. e, per l'effetto, condanna Z.E.A. al pagamento, in favore di M.L., della somma di euro 2.956,88, per rivalutazione Istat degli assegni di mantenimento, interessi di mora, spese gita scolastica e parcella visita psicologica per la figlia F., oltre interessi al saggio legale dalla data della pronuncia al saldo effettivo; dispone la compensazione nella misura di un mezzo delle spese di lite e, per l'effetto, condanna Z.E.A. al pagamento, in favore di M.L., della restante metà delle spese di lite, che liquida in euro 54,00 per spese ed euro 2.350,00 per compensi di avvocato, oltre accessori come per legge. Desio, 12/03/2013 Il Giudice dr. Antonio Lombardi 6

7 Cass. civ., Sez. I, Sent., , n Con la pronuncia in commento la Suprema Corte ha sancito il principio per cui la c.d. sindrome di alienazione parentale non esiste. In particolare gli ermellini hanno precisato come, alla luce delle perplessità manifestate dal mondo accademico internazionale, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) non riconosce la c.d. Sindrome di Alienazione genitoriale (PAS, che sta per parental alienation syndrome ) come malattia. Per l effetto ha statuito che il giudice del merito, ricorrendo alle proprie cognizioni scientifiche (cfr. Cass. Civ. n 14759/07; Cass.civ. n 11440/97), ovvero avvalendosi di idonei esperti, deve verificare il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale (cfr. Cass. Civ. n 1652/12). Per l effetto, una CTU che si fondi sulla PAS quale malattia costituisce una devianza dalla scienza medica ufficiale e, come tale, non può costituire oggetto per l adozione di un provvedimento giurisdizionale. Di tal chè nel caso specifico la Cassazione ha cassato con rinvio la decisione dei giudici del merito che, nell'ambito di una controversia sull'affidamento del figlio minore, avevano fondato la loro decisione di allontanamento dalla madre e affidamento al padre sulla base della sussistenza di una "sindrome da alienazione parentale", non esaminando le censure, specificamente proposte, sia in relazione alla validità, sul piano scientifico, di tale controversa patologia, sia in merito alla sua reale riscontrabilità nel minore e in sua madre. (Vedi anche: Cass. civ., sez. un., 21 ottobre 2009 n , Cass. civ., sez. un., n. 3387, Cass. civ., sez. I, 13 settembre 2012 n , Cass. civ., sez. II, 12 novembre 2007 n Vedi anche: Cass. civ., sez. VI, 3 febbraio 2012 n. 1652, Cass. civ., sez. lav., 12 gennaio 2011 n. 569, Cass. civ., sez. VI, 8 novembre 2010 n , Cass. civ., sez. lav., 25 agosto 2005 n , Cass. civ., sez. lav., 20 agosto 2004 n ) LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE PRIMA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella - Presidente - Dott. PICCININNI Carlo - Consigliere - Dott. CAMPANILE Pietro - rel. Consigliere - Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria - Consigliere - Dott. DE CHIARA Carlo - Consigliere - 7

8 ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 21156/2012 proposto da: G.O. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BELSIANA 71, presso l'avvocato OCCHIPINTI MARIO, che la rappresenta e difende, giusta procura in calce al ricorso; - ricorrente - contro D.M. (C.F. (OMISSIS)), nella qualità di genitore esercente la potestà sul figlio minore D. L.E., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA CIVILE DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso da se medesimo; - controricorrente - avverso il decreto della CORTE D'APPELLO di VENEZIA, depositato il 02/08/2012, n. 313/2011 R.G.V.G.; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 06/03/2013 dal Consigliere Dott. PIETRO CAMPANILE; udito, per la ricorrente, l'avvocato OCCHIPINTI MARIO che si riporta agli atti del ricorso; udito, per il controricorrente, l'avvocato D.M. che ha chiesto l'inammissibilità del ricorso; udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FUCCI Costantino, che ha concluso per l'inammissibilità del ricorso. Svolgimento del processo 1 - I coniugi G.O. e D.M., dalla cui unione era nato, in data (OMISSIS), il figlio L. E., a seguito di una crisi insorta dopo pochi anni di convivenza si separavano consensualmente nel (OMISSIS). Nell'ambito degli accordi omologati dal Tribunale di Padova era stabilito l'affidamento in via esclusiva del minore alla madre, con una regolamentazione dei rapporti del piccolo L. con il padre che prevedeva una loro progressiva intensificazione in relazione alla crescita del bambino. I rapporti tra il minore e il genitore non affidatario si rivelavano presto soggetti ad ingravescente involuzione, tanto che il D., attribuendone la causa alla condotta della moglie, adiva il Tribunale per i minorenni di Venezia che, nel contraddittorio fra le parti (la G., nel costituirsi, aveva riconosciuto che il figlio si rifiutava categoricamente di 8

9 incontrare il padre, escludendo, tuttavia, una propria responsabilità a tale riguardo), all'esito dell'espletamento della disposta consulenza tecnica d'ufficio, con decreto del 2 ottobre 2009 pronunciava la decadenza dalla potestà genitoriale della madre sul minore, che veniva affidato al servizio sociale del Comune di (OMISSIS), pur rimanendo collocato presso la stessa G., ivi residente In data 6 luglio 2010 il D. presentava ricorso al Tribunale per i minorenni di Venezia, chiedendo l'allontanamento del figlio dalla famiglia materna, con collocamento presso di sè, ovvero presso propri congiunti o i servizi sociali, diversi da quelli già individuati, rivelatisi inadeguati, e comunque l'adozione di provvedimenti idonei a favorire il ripristino dei rapporti del figlio con esso padre e con i parenti paterni. La G., costituitasi, pur avanzando istanza di provvedimenti intesi a favorire il rapporti) del minore con il padre, chiedeva il rigetto delle richieste del coniuge, nonchè di essere reintegrata nella potestà genitoriale Con decreto del 10 dicembre 2010 il Tribunale adito rigettava tanto la domanda di modifica del collocamento del minore, tanto quella - avanzata dalla G. - di revoca della dichiarazione della decadenza dalla potestà; disponeva che L. fosse affidato al Servizio sociale del Comune di (OMISSIS), cui demandava, anche in collaborazione con altre istituzioni, di vigilare e sostenere il percorso di riavvicinamento del minore al padre, da attuarsi mediante il già disposto sostegno specialistico sia per il figlio che per ciascun genitore Avverso tale provvedimento il D. e la G. proponevano reclamo ai sensi dell'art. 739 c.p.c.. Il primo deduceva che, poichè la permanenza del figlio presso la famiglia materna comportava un inasprimento della situazione patologica, già diagnosticata in precedenza dal consulente tecnico d'ufficio, e definita come "sindrome da alienazione parentale", il bambino doveva essere collocato in un ambiente diverso e maggiormente idoneo a favorire il riavvicinamento alla figura paterna. La G., in via incidentale, insisteva per la reintegra nella potestà genitoriale, chiedendo il rigetto delle richieste del marito, specificando che il riavvicinamento fra il bambino e il padre dovesse realizzarsi attraverso il supporto psicoterapeutico e un'opportuna regolamentazione dei loro incontri La Corte di appello di Venezia, disposta consulenza tecnica d'ufficio, affidata allo psichiatra già nominato in precedenza, acquisite le relazioni dei servizi che davano conto degli sviluppi della situazione, prendeva atto che il miglioramento dell'atteggiamento del figlio nei confronti del padre era meramente effimero, vale a dire riscontrabile solo in 9

10 concomitanza di accertamenti nell'ambito di procedure in cui si profilava il pericolo di una decisione sfavorevole per la madre. Constatava quindi che, nonostante fossero state rispettate le prescrizioni circa i percorsi terapeutici già stabiliti, l'equilibrio psicofisico del minore risultava minato ed esposto a grave pericolo in relazione alla condizione patogenetica in cui versava, determinata da un forte conflitto di fedeltà nei confronti della madre. Veniva evidenziato come la mancata identificazione della figura paterna, e, soprattutto, l'immotivato e comunque ingiustificato rifiuto di rapporti con il padre fossero da attribuirsi a un'evidente alleanza collusiva tra la madre e L. e che, ad onta della già dichiarata decadenza dalla potestà genitoriale, la G. avesse mantenuto un potere assoluto sul figlio, che non risultava in alcun modo utilizzato per rivalutare la figura paterna e per favorire la ricostruzione di un rapporto con il padre evidentemente ritenuto "inutile e dannoso". Si riteneva, pertanto, che soltanto una diversa collocazione del minore potesse scongiurare l'ormai quasi cristallizzato rifiuto e odio dello stesso verso la figura paterna, e si rilevava altresì come l'età ormai adolescenziale di L. da un lato accrescesse il pericolo di uno sviluppo alterato irreversibilmente dalla situazione patogenetica sopra indicata; dall'altro consentisse, senza gravi traumi, una collocazione in un ambiente scolastico/educativo dotato della necessaria specializzazione ed equidistante dai genitori Si disponeva quindi, riservando ogni decisione sulle domande proposte con il ricorso incidentale all'esito della verifica, dopo un anno, della nuova regolamentazione, che il minore fosse affidato al padre ed inserito in una struttura residenziale educativa, prescrivendo la programmazione di incontri con entrambi i genitori, sulla base di uno specifico e dettagliato programma psicoterapeutico. Per la cassazione di tale provvedimento la G. propone ricorso, affidato a due motivi, illustrati da memoria. Resiste con controricorso, parimenti illustrato da memoria, il D.. Motivi della decisione 2 - Deve in primo luogo esaminarsi l'eccezione di inammissibilità del ricorso, sollevata nel controricorso e fondata sull'assenza del carattere di decisorietà del provvedimento impugnato, inteso a disciplinare in maniera temporanea e non definitiva gli aspetti relativi al collocamento del minore e ai suoi rapporti con entrambi i genitori Viene, in particolare, invocato il principio, ribadito anche di recente da questa Corte, secondo cui i provvedimenti emessi dal Tribunale per i minorenni, in sede di volontaria giurisdizione, che limitino o escludano la potestà dei genitori naturali ai sensi 10

11 dell'art. 317 bis c.c., che pronuncino la decadenza dalla potestà sui figli o la reintegrazione in essa, ai sensi degli artt. 330 e 332 c.c., che dettino disposizioni per ovviare ad una condotta dei genitori pregiudizievole ai figli, ai sensi dell'art. 333 c.c., o che dispongano l'affidamento contemplato dalla L. n. 184 del 1983, art. 4, comma 2, in quanto privi dei caratteri della decisorietà e definitività in senso sostanziale, non sono impugnabili con il ricorso straordinario per cassazione di cui all'art. 111 Cost., comma 7, (Cass., 31 maggio 2012, n. 8778) In realtà, ai fini della verifica dell'ammissibilità o meno di un mezzo di impugnazione non si può prescindere, in ottemperanza alla regola della prevalenza della sostanza sulla forma (Cass., 12 novembre 2007, n ; Cass., 27 luglio N ; Cass., Sez. un., 29 dicembre 2004, n ), dal suo contenuto. Nel caso in esame, a distanza di anni dal provvedimento, ormai definitivo, con cui era stata dichiarata la decadenza dalla potestà genitoriale della madre, con affidamento del minore, ancora collocato presso di lei, ai servizi sociali del Comune di (OMISSIS), il padre aveva nuovamente adito l'autorità giudiziaria, e, adducendo un inasprimento della condotta della G., precipuamente finalizzata a ispirare nel figlio una irriducibile avversione nei propri confronti, aveva chiesto che il piccolo L. fosse a lui affidato, con le istanze subordinate sopra richiamate Trattasi all'evidenza di una domanda intesa ad ottenere una revisione della regolamentazione del regime di affidamento nell'ambito della separazione dei coniugi, del tutto svincolata dagli aspetti inerenti all'applicazione della disciplina dettata dall'art. 330 c.c. e segg., e riservata, per altro, alla cognizione del tribunale ordinario. A tale riguardo, pur risultando la relativa questione, mai sollevata in precedenza, ormai definitivamente preclusa, deve constatarsi che il giudice del merito si è sottratto alla necessaria verifica in ossequio al principio del giudice naturale, circa la propria competenza. Viene invero in considerazione l'ontologica difformità dei provvedimenti de potestate (quali quelli richiamati nel controricorso) da quelli assunti - in sede di revisione delle precedenti condizioni - in materia di affidamento dei figli minori, siano essi legittimi o naturali, per i quali è sicuramente ammesso il ricorso per cassazione (anche per vizio di motivazione, dopo la modifica dell'art. 360 c.p.c., u.c., introdotta dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 2), in quanto tesi a risolvere un conflitto che prescinde dalla titolarità della potestà genitoriale (cfr. Cass., 13 settembre 2012, n , in motivaz.; Cass., Sez. Un., 21 ottobre 2009, n ; Cass., 21 dicembre 2007, n ; Cass., 28 agosto 2006, n ). Il ricorso è quindi ammissibile. 11

12 3 - Con il primo motivo si deduce violazione di legge e vizio di motivazione in merito a un fatto decisivo e controverso per il giudizio, sotto i seguenti profili: la Corte territoriale, pur recependo integralmente le conclusioni cui era pervenuto il consulente tecnico d'ufficio, fondate sull'accertamento diagnostico, nei confronti del minore, della "sindrome da alienazione parentale" (PAS), non ha esaminato le censure, specificamente proposte, sia in relazione alla validità, sul piano scientifico, di tale controversa patologia, sia in merito alla sua reale riscontrabilità nel minore e in sua madre Con il secondo mezzo sì denuncia violazione di legge ed omessa motivazione in merito a un fatto controverso e decisivo per il giudizio, consistente nella mancata verifica dell'attendibilità scientifica della teoria posta alla base della diagnosi di "sindrome da alienazione parentale". 4 - Entrambi i motivi, che possono essere congiuntamente esaminati, in quanto intimamente connessi, sono fondati Deve preliminarmente constatarsi come nella motivazione della sentenza impugnata la Corte territoriale, che pure cita testualmente numerosi brani della consulenza tecnica d'ufficio, alla quale, a un certo punto, opera un richiamo nella sua integralità (pag. 4), eviti accuratamente ogni riferimento alla "sindrome da alienazione parentale" (d'ora in avanti, per brevità, PAS), che pure costituisce il sostrato teorico, utilizzato a fini diagnostici e terapeutici, dell'elaborato peritale. Che si tratti di un mero lapsus memoriae o di un espediente dialettico per eludere la questione della validità scientifica della PAS e le critiche alla consulenza tecnica d'ufficio, questa Corte non è in grado di stabilire: di certo, il tema della condizione patologica del minore, unicamente riferibile alla condotta della madre "alienante", rappresenta l'ubi consistam non solo del citato elaborato, ma dell'intero giudizio di secondo grado. Tale lacuna, per altro, è meramente apparente, dovendosi applicare il principio in base al quale la motivazione della sentenza "per relationem" è ammissibile, dovendosi giudicare la sua completezza e logicità sulla base degli elementi contenuti nell'atto al quale si opera il rinvio e che, proprio in ragione dello stesso, diviene parte integrante dell'atto rinviante, fermo restando, tuttavia, secondo un principio generale dell'ordinamento, desumibile dalla L. n. 241 del 1990, art. 3, e L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 1, per gli atti amministrativi (e valido, a maggior ragione, in forza dell'art. 111 Cost., per l'attività del giudice), che il rinvio va operato in modo tale da rendere possibile ed agevole il controllo della motivazione "per relationem" (Cfr. Cass., 29 maggio 2002, n ; Cass., 8 luglio 2005, n ; Cass., 16 gennaio 2009, n. 979; Cass., 11 febbraio 2011, n. 3367, e, con riferimento alla consulenza tecnica d'ufficio, Cass., 4 maggio 2009,n ). 12

13 4.2 - Dalla lettura della relazione depositata dal medico psichiatra al quale la Corte di appello aveva affidato il compito di accertare "le condizioni psicofisiche attuali del minore, per verificare se la prosecuzione delle condizioni di vita e delle modalità dei rapporti parentali in essere possa compromettere ulteriormente la sua salute e quale sarebbe, sotto lo stesso profilo, l'eventuale pregiudizio che gli conseguirebbe dall'inserimento in diverso ambiente, endofamiliare o comunitario/educativo (che il genitore non decaduto dalla potestà può ricercare - fra quelli più adeguati alle necessità educative e allo stile di vita che intende assicurare al figlio - e proporre ai CTU, per opportuna valutazione) con indicazione delle più opportune modalità di attuazione", emerge una chiara conferma della diagnosi di PAS (già in precedenza formulata, del resto, dallo stesso consulente). Nell'elaborato in questione si legge, infatti, che " L., seppure invischiato nel cosiddetto conflitto di fedeltà, pilastro portante di PAS, ha lasciato presagire, imminente e possibile, la ripresa della frequentazione dell'ambiente paterno, secondo schema comportamentale connotato da coazione a ripetere, condizione che se da un lato permetterà il superamento del rifiuto e della situazione ostativa, dall'altro non garantirà in termini certi ed irreversibili lo scioglimento di quel legame patogeno esistente tra madre e figlio, legame alla base del rilevato conflitto di fedeltà, che sul piano tecnico urge risolvere". Illustrato il pericolo dello sviluppo, in età post-adolescenziale, di un quadro patologico attinente a grave "Disturbo di Personalità, o a Disturbo Dissociativo di tipo disaffettivo, ovvero a Psiconevrosi Depressiva", si conclude nei seguenti termini: "L'attento accertamento commissionato dalla Corte di appello di Venezia, Sezione per i Minorenni porta inequivocabilmente a confermare, nella vicenda in attenzione di causa, la sussistenza di PAS, disfunzione ad intensa connotazione psicopatologica, che deve essere al più presto delimitata e interrotta al fine di tutelare il processo evolutivo del minore in attenzione, oggi già compromesso e prodromico, sic stantibus rebus, di futuro sviluppo psicopatologico" Il decreto in esame, richiamando le valutazioni del consulente tecnico d'ufficio, e ritenendo che non si tratti di "assecondare le propensioni affettive (o meglio distruttive) del minore, già unilateralmente indirizzate", bensì di "individuare le condizioni più rispondenti al suo preminente interesse all'accesso alle figure genitoriali di riferimento", afferma, citando la consulenza tecnica d'ufficio, che il mantenimento dell'attuale collocamento di L. "non garantirà in termini certi ed irreversibili lo scioglimento di quel legame patogeno esistente fra madre e figlio, legame alla base del rilevato conflitto di fedeltà che sul piano tecnico urge risolvere". Ben si vede come il provvedimento adottato 13

14 assume, proprio nell'ottica della teoria incentrata sulla PAS, una valenza clinica e giuridica assieme, nel senso che l'interesse del minore viene perseguito, al di là dei principi della bigenitorialità e della necessità dell'ascolto del minore (inteso non solo come mero recepimento delle sue istanze, anche affettive, ma come necessità di motivare adeguatamente provvedimenti adottati in difformità alle sue esternazioni), attraverso una serie di misure intese a prevenire, in funzione terapeutica, l'aggravamento di una patologia in atto. Di certo non può ritenersi, in contrasto con la motivazione del provvedimento impugnato (la quale, come già evidenziato, pur non utilizzando la terminologia adottata nella consulenza, ad essa rinvia espressamente ed integralmente, facendola propria), che la decisione di sottrarre un bambino all'ambiente materno, con il quale il rapporto - indipendentemente dalla ritenuta condotta "alienante" - non presenta altre controindicazioni, per collocarlo, non potendo stabilire un immediato inserimento nell'ambiente familiare paterno, a causa della forte avversione manifestata al riguardo dal minore, in una struttura educativa, possa attribuirsi a una valutazione che prescinda dalle suindicate - ancorchè innominate - esigenze terapeutiche. Ciò vale a dire che nè il tenore del provvedimento, nè la sequenza degli atti procedimentali antecedenti, autorizzano soltanto a ipotizzare che la consulenza sia stata utilizzata soltanto nella parte "percipiente", come tale dotata di una indiscutibile valenza oggettiva (Cass., 13 marzo 2009, n. 6155). Sotto tale profilo va sottolineato che a un certo punto, richiamandosi le osservazioni del consulente, si afferma che "allorchè la signora è stata posta nelle condizioni di collaborare proficuamente ed ha, con sufficiente convincimento personale, aderito al progetto comune proposto dal CTU, i mutamenti comportamentali di L., come già avvenuto nel corso della prima CTU, hanno assunto caratteri meno oppositivi nel processo di riavvicinamento al padre", precisandosi che nella prima relazione si evidenziava che "a fronte della possibile involuzione svantaggiosa per la madre, L. riprese, quasi d'incanto e con la massima naturalezza, a frequentare il padre, ma lo fece per un tempo irrisorio e risibile, finchè non fu scongiurato lo scampato pericolo". Tale costatazione di una dato fattuale, per il vero non priva di intrinseci aspetti valutativi, appare per certi versi, ancorchè ancorata ad aspetti di natura oggettiva, distonica rispetto alla complessiva diagnosi di PAS, in quanto non è dato comprendere come una vera e propri patologia psichica, indotta da elementi che evidentemente sfuggono - obbedendo a meccanismi interiori e profondi - a qualsiasi consapevolezza, soprattutto da parte di un bambino, possa essere compatibile con la descritta mutevolezza di comportamenti verso il genitore "alienato", evidentemente frutto - come si 14

15 sostiene in maniera abbastanza esplicita - di suggerimenti, induzioni o suggestioni, provenienti da situazioni di carattere esterno e contingente. 5 - Deve quindi ritenersi che, come si afferma nel ricorso, il provvedimento impugnato sia intimamente correlato alla diagnosi di PAS formulata dal consulente tecnico d'ufficio, e che, essendo la statuizione adottata dalla Corte di appello rispondente a pretese esigenze terapeutiche, la sua validità, sotto il profilo non della scelta di merito, bensì del percorso motivazionale che la sorregge, dipenda esclusivamente da quella della valutazione clinica, posto che da una diagnosi in tesi errata non può derivare una terapia corretta Passando all'esame delle censure dedotte, deve rilevarsi che la loro fondatezza discende dall'intreccio di due principi, parimenti disattesi, costantemente affermati da questa Corte in presenza di elaborati peritali che, interamente recepiti dal giudice del merito, siano stati sottoposti a specifiche censure, soprattutto quando, come nel caso in esame, venga in considerazione una teoria non ancora consolidata sul piano scientifico, ed anzi, come si vedrà, molto controversa Deve invero evidenziarsi che la ricorrente, nel pieno rispetto del principio di autosufficienza, ha richiamato le critiche mosse alla relazione depositata dal consulente tecnico d'ufficio, alla diagnosi dallo stesso formulata e, soprattutto, alla validità, sul piano scientifico, della PAS. Basterà qui ricordare che sono state richiamate le perplessità del mondo accademico internazionale, al punto che il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) non la riconosce come sindrome o malattia; che si è evidenziato che vari autori spagnoli, all'esito di una ricerca compiuta nel 2008, hanno sottolineato la mancanza di rigore scientifico del concetto di PAS e che, nel 2009, le psicologhe B.C. e V.S., la prima spagnola e la seconda argentina, hanno sostenuto, in una pubblicazione del 2009, che la PAS sarebbe un "costrutto pseudo scientifico". Nell'anno 2010, inoltre, la Asociacion Espanola de Neuropsiquiatria ha posto in evidenza i rischi dell'applicazione, in ambito forense, della PAS, non diversamente da quanto già manifestato nel 2003, in USA, dalla National District Attorneys Association, che in nota informativa sosteneva l'assenza di fondamento della teoria, "in grado di minacciare l'integrità del sistema penale e la sicurezza dei bambini vittima di abusi". Sono stati altresì richiamati i rilievi in base ai quali, anche volendo accedere alla validità scientifica della PAS, molti dei suoi caratteri, come definiti dal suo sostenitore principale, Richard Gardner (nei cui confronti non sono mancati accenni poco lusinghieri, quale l'essersi presentato quale Professore di psichiatria infantile presso la Columbia University, essendo un mero "volontario non retribuito", e persino l'aver giustificato la pedofilia), non sarebbero riscontrabili nel caso di specie. 15

16 6 - Le esposte critiche non sono state esaminate nel provvedimento impugnato, così violandosi il principio secondo cui il giudice del merito non è tenuto ad esporre in modo puntuale le ragioni della propria adesione alle conclusioni del consulente tecnico d'ufficio, potendo limitarsi ad un mero richiamo di esse, soltanto nel caso in cui non siano mosse alla consulenza precise censure, alle quali, pertanto, è tenuto a rispondere per non incorrere nel vizio di motivazione (Cass., 6 settembre 2007, n ; Cass. 1 marzo 2007, n. 4797; Cass., 13 dicembre 2006, n ). Tale vizio è correttamente denunciato - come nel caso di specie - in sede di legittimità, attraverso una indicazione specifica delle censure non esaminate dal medesimo giudice (e non già tramite una critica diretta della consulenza stessa), censure che, a loro volta, devono essere integralmente trascritte nel ricorso per cassazione al fine di consentire, su di esse, la valutazione di decisività (Cass., 28 marzo 2006, n. 7078) L'altro principio, parimenti disatteso e non meno importante, riguarda la necessità che il giudice del merito, ricorrendo alle proprie cognizioni scientifiche (Cass., del 2007; Cass., 18 novembre 1997, n ), ovvero avvalendosi di idonei esperti, verifichi il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale (Cass., 3 febbraio 2012, n. 1652; Cass., 25 agosto 2005, n ). Il rilevo secondo cui in materia psicologica, anche a causa della variabilità dei casi e della natura induttiva delle ipotesi diagnostiche, il processo di validazione delle teorie, in senso popperiano, può non risultare agevole, non deve indurre a una rassegnata rinuncia, potendosi ben ricorrere alla comparazione statistica dei casi clinici. Di certo non può ritenersi che, soprattutto in ambito giudiziario, possano adottarsi delle soluzioni prive del necessario conforto scientifico, come tali potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che le teorie ad esse sottese, non prudentemente e rigorosamente verificate, pretendono di scongiurare. 7 - Per le ragioni indicate il ricorso deve essere accolto e il decreto impugnato va cassato. Il giudice del rinvio, che si individua nella Corte di appello di Brescia, esaminerà il reclamo senza incorrere nell'evidenziato vizio motivazionale, provvedendo, altresì, alla liquidazione delle spese relative al presente giudizio di legittimità. P.Q.M. La Corte accoglie il ricorso. Cassa il decreto impugnato e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Brescia. 16

17 Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Prima Civile, il 6 marzo Depositato in Cancelleria il 20 marzo

18 Tribunale Milano sez. IX, La sentenza in commento affronta il delicato problema del rapporto ad instaurarsi tra i figli ed il nuovo partner del genitore separato. Il giudice milanese, con un argomentare di indubbio rigore, evidenzia come la famiglia di fatto vada sempre più assumendo un ruolo preponderante quale formazione sociale, oltre che avere rilevanza di natura costituzionale. Su questa premessa, si afferma che qualora il genitore sia separato da tempo e sia stato già instaurato il procedimento divorzile, quindi siano passati diversi anni dalla rottura del rapporto coniugale, appare meritevole di tutela, anche giuridica, le volontà del padre di coinvolgere il proprio figlio nella sua nuova relazione sentimentale. OSSERVA All'udienza del 21 marzo 2013, i genitori, con l'assistenza dei rispettivi difensori, hanno riferito di avere trovato un accordo quanto all'ampliamento del diritto di visita del padre, nel senso di incrementare lo statuto delle frequentazioni, mediante l'introduzione del rapporto di visita padre-figlio anche nei fine settimana in via alternata, con prelievo della prole nel sabato pomeriggio e riaccompagnamento della stessa, dalla madre, la domenica sera., tuttavia, sorto contrasto in ordine alla possibilità o non per il padre (genitore non collocatario), durante questa fase della frequentazione, di coinvolgere la nuova convivente la quale abita con lui, avendo i due costituito una nuova famiglia di fatto, unita dalla coabitazione. Sorto contrasto sul punto, i genitori, su sollecito del giudice, hanno rimesso la risoluzione della questione al Tribunale. Il conflitto genitoriale sopra denunciato va risolto ai sensi dell'art. 709-ter c.p.c., norma applicabile al procedimento divorzile, in forza dell'art. 5, comma II, Legge 8 febbraio 2006, n. 54. IN FATTO. Giova ricordare che i coniugi hanno contratto matrimonio concordatario il (dalla cui unione è nato X, il , minore di cui qui si tratta) e si sono separati (giudizialmente) in data (giusta sentenza del Tribunale di Milano n.../2007). A conclusione del giudizio di separazione, il Collegio ha affidato il figlio dei partners alla madre, introducendo, quanto al diritto di visita del padre, l'intervento dei Servizi Sociali. Con il ricorso introduttivo del giudizio divorzile, la madre ha richiesto - per quanto qui interessa - la conferma dell'affido esclusivo "con regolamentazione del rapporto padre - 18

19 minore che l'ill.mo Tribunale vorrà determinare" (v. ricorso pag. 6); dunque, almeno in quella sede, nulla osservando o richiedendo circa la frequentazione del figlio con la nuova compagna del padre. Con la memoria di costituzione nel processo, il padre ha, invece, richiesto l'affido condiviso della prole. Nella comparsa di costituzione dinanzi al giudice istruttore, il padre ha, poi, insistito per la possibilità di presentare al figlio la nuova compagna -... (35 anni) - con la quale ha instaurato una relazione affettiva di fatto da oltre tre anni (circostanze di fatto da ritenersi pacifiche, poiché non contestate, v. art. 115 c.p.c.). Nella sua memoria integrativa, l'attrice ha ribadito le proprie istanze. All'udienza presidenziale del 9 ottobre 2012, la madre riferiva di essere disposta all'affido condiviso del figlio, purché il padre condividesse il medesimo progetto educativo e gestorio. Il Presidente del Tribunale introduceva il diritto di visita padre - figlio, senza la possibilità del pernottamento, con previsione che gli incontri avvenissero in assenza di estranei, parenti o la nuova compagna del medesimo. IN DIRITTO. Giova muovere da due dati di primaria importanza, di fatto rilevanti ai fini della risoluzione del conflitto genitoriale. In primis, devesi rilevare come la parte attrice, nel richiedere che il padre non frequenti il figlio alla presenza della nuova compagna, non abbia allegato alcuna circostanza da ritenersi ostativa alla relativa frequentazione, nel senso che non si rintracciano deduzioni in fatto idonee a far ritenere al giudicante che la presenza della nuova compagna potrebbe rivelarsi di pregiudizio (o anche meramente rischiosa) per il minore. Ne consegue che la relativa istanza si fonda su un assioma privo di sostegno motivazionale e, dunque, si traduce di una mera opinione soggettiva della madre, che non trova riscontro nemmeno nei fatti notori di cui il giudice potrebbe tenere conto a prescindere dalle allegazioni. In secundis, devesi rilevare come l'intervento del Presidente - nel senso di escludere la nuova compagna del padre dal diritto di visita - sia stato pronunciato "allo stato" (rebus sic stantibus, v. pag. 2 verbale udienza) in stretta correlazione con i brevi periodi di incontro con il minore e, soprattutto, per l'assenza precipua del pernottamento. L'intenzione evidente era, allora, quella di avviare un'opera di ricostruzione del rapporto genitoriale che necessariamente muove dall'incontro uti singuli del genitore con il proprio figlio. Ma si tratta di una pronuncia - come detto: allo stato degli atti - da retrodatare ad ottobre del 2012 e, dunque, risalente a cinque mesi fa. Il fatto che, a questo punto, le condizioni in fatto siano mutate, si trae dallo stesso accordo dei genitori che - proprio per le sopravvenienze - giudicano necessario per il 19

20 figlio, la introduzione del pernottamento. Figlio che - opportuno rimarcarlo - compirà quest'anno 13 anni ed ha già affrontato la separazione dei genitori, del Nella relazione dei Servizi Sociali del 19 marzo 2013, peraltro, gli osservatori esterni danno atto dell'intenzione del padre di potere far frequentare la sua nuova compagna al figlio e si astengono da qualunque giudizio, così non attribuendo all'evento alcun rilievo negativo. Analoghi rilievi "negativi" sono assenti nella relazione dello psicologo del 22 giugno Alla luce dello sfoglio probatorio sin qui condotto, manca in modo assoluto, allo stato, alcuna prova o indizio che la frequenza del figlio con la nuova compagna del padre possa nuocere al minore. In assenza di elementi circostanziati che suggeriscano la distanza tra figlio e nuova compagna del genitore, quest'ultima non può essere esclusa dal rapporto di vita del padre con S.. Va premesso che il convivente del genitore, il quale abiti con questi in modo permanente, non è qualificabile come mero "ospite": dal momento che "la famiglia di fatto è compresa tra le formazioni sociali che l'art. 2 della Costituzione considera la sede di svolgimento della personalità individuale, il convivente gode della casa familiare, di proprietà del compagno o della compagna, per soddisfare un interesse proprio, oltre che della coppia, sulla base di un titolo a contenuto e matrice personale la cui rilevanza sul piano della giuridicità è custodita dalla Costituzione, sì da assumere i connotati tipici della detenzione qualificata" (Cass. Civ., sez. II, 21 marzo 2013 n. 7214). Ne consegue che: sotto un primo angolo prospettico, in assenza di pregiudizio per il minore e adottando le opportune cautele, il genitore ha diritto a coinvolgere il proprio figlio nella sua nuova relazione sentimentale, trattandosi di una formazione sociale a rilevanza costituzionale; ciò, a maggior ragione, dove il periodo di riferimento non sia quello immediatamente successivo alla separazione (e più delicato) ma, addirittura, quello divorzile a distanza di 9 anni dalla rottura della convivenza madre - padre; sotto un'altra visuale, il divieto di frequentazione del nuovo convivente del genitore non collocatario, di fatto può tradursi in una lesione del diritto di visita inclusivo del pernottamento proprio perché, come sopra rilevato, il nuovo partner non è un mero ospite che può essere allontanato tout court dalla casa; l'effetto sarebbe porre il padre di fronte ad una scelta che mette da una parte la nuova compagna e dall'altro il figlio; quanto troverebbe giustificazione solo se il preminente interesse della prole fosse esposto a rischio. Caso non ricorrente. Valga anche ricordare l'arresto Cass. Civ., sez. I, sentenza 9 gennaio 2009 n. 283 dove la Cassazione ha confermato integralmente la decisione della Corte di Appello di Napoli e quindi anche nella parte in cui aveva revocato il divieto imposto per il padre di far frequentare alla figlia la sua nuova compagna. Concludendo, merita di essere citata la 20

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