Comitato economico e sociale europeo. Analisi settoriale delle delocalizzazioni: quadro fattuale di riferimento. Relazione finale

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1 LLP Regulation & Competition Economics Comitato economico e sociale europeo Analisi settoriale delle delocalizzazioni: quadro fattuale di riferimento Relazione finale 19 maggio 2006 DI CESE 49/2006 riv. DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb

2 INDICE 1. RIASSUNTO... 1 La delocalizzazione: definizione operativa...1 L'approccio adottato...1 I settori considerati...3 Osservazioni sui dati disponibili...3 Conclusioni...4 Struttura della relazione DESCRIZIONE DEI DATI E DEGLI INDICATORI UTILIZZATI... 6 Statistiche sul commercio estero...6 La banca dati STAN dell'ocse per l'analisi industriale...6 Statistiche strutturali delle imprese (SBS)...6 Tavole input-output simmetriche...7 Osservatorio europeo per le ristrutturazioni (ERM)...8 Investimenti diretti esteri (IDE) e investimenti fissi nazionali...8 Industria europea e associazioni di categoria ANALISI SETTORIALI... Struttura delle analisi settoriali..... Industria aerospaziale... Autoveicoli... Cemento... Prodotti chimici... Ingegneria elettromeccanica... Servizi finanziari... Prodotti alimentari... Vetro... Ferro e acciaio... Servizi all'impresa ad alto tasso di conoscenza (Knowledge-Intensive Business Services)... Pelletteria, abbigliamento e calzature... Metalli non ferrosi... Carta e pasta di cellulosa... Prodotti farmaceutici... Plastiche... Attrezzature ferroviarie... Cantieristica navale... Tessile... Legno... ALLEGATO 1: RASSEGNA BIBLIOGRAFICA... ALLEGATO 2: CONTROLLO TRA I SETTORI E LE SERIE DI DATI.... DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb

3 1. Riassunto 1. Il 14 luglio 2005 il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ha adottato un parere intitolato Portata ed effetti della delocalizzazione delle imprese 1, in cui si afferma tra l'altro che "il fenomeno della delocalizzazione colpisce alcuni settori più di altri" (punto 2.6). L'Ufficio di presidenza del CESE, riunitosi il 12 luglio 2005, ha autorizzato la commissione consultiva per le Trasformazioni industriali (CCMI) a elaborare una relazione informativa dal titolo Analisi settoriale delle delocalizzazioni, allo scopo di approfondire tale giudizio e procedere a una valutazione settoriale del fenomeno. 2. L'obiettivo del presente documento è contribuire alla stesura della relazione informativa passando al vaglio i dati empirici sulle delocalizzazioni per 19 settori dell'unione europea. Lo studio ha soprattutto lo scopo di raccogliere e riportare i dati esistenti in materia e, dove esistano dati su un dato settore, fornire un quadro sinottico delle delocalizzazioni. L'analisi deve essere condotta al livello dell'unione europea (UE) e di ciascuno Stato membro. 3. Le specifiche definite dalla CCMI per la redazione dello studio ne indicano chiaramente la portata. Lo scopo non è, ad esempio, raccogliere dati di base, ma solo esaminare quelli esistenti e già divulgati. Lo studio inoltre non è tenuto a formulare proposte riguardo alle opzioni strategiche. La delocalizzazione: definizione operativa 4. Come risulta dall'esame dei documenti politici e della letteratura accademica sull'argomento, oltre che dai colloqui con le parti interessate, non vi è accordo unanime sul significato del termine "delocalizzazione". In questa sede non ci si ripropone di riassumere né di riproporre il dibattito 2 sull'argomento, tanto più che ci è stato chiesto di adottare la definizione di cui al parere CESE del 14 luglio Il termine "delocalizzazione" (la versione inglese del testo usa indifferentemente delocalisation o relocation) è definito al punto 1.18 del documento: Fenomeno che consiste nella cessazione, totale o parziale di un'attività e della sua successiva ripresa all'estero per mezzo di un investimento diretto. 5. Il parere passa poi a distinguere tra delocalizzazione interna ed esterna: la prima riguarda i casi in cui le attività riprendono in un altro Stato membro dell'unione europea, la seconda i casi in cui le attività sono trasferite in paesi terzi. 6. La presente relazione verte sulla delocalizzazione esterna. Si segnaleranno tuttavia i casi in cui le cifre indicano delocalizzazioni avvenute dai vecchi Stati membri (UE-15) verso i dieci nuovi Stati membri, o viceversa. L'approccio adottato 7. I dati relativi al volume o al valore delle attività cessate in uno Stato membro e riprese altrove mediante investimenti diretti non figurano in raccolte coerenti o complete per tutti i settori e in tutta Europa. In altri termini, non esistono dati che consentano una valutazione diretta del fenomeno della delocalizzazione, così come lo si è definito. 8. Alla luce di quanto precede, abbiamo selezionato un insieme di indicatori che, pur dando una misura imperfetta della delocalizzazione, rappresentano altrettanti aspetti di tale realtà. A questo scopo abbiamo passato all'esame la letteratura esistente per poter definire una serie di indicatori pertinenti. Gli indicatori scelti sono enumerati nella tabella L'attività di selezione degli indicatori è stata dominata da un'esigenza: la disponibilità di dati coerenti e sufficientemente completi, in modo da consentirne il computo. 10. Nessuno degli indicatori elencati nella tabella 1.1 può essere messo in rapporto diretto con la delocalizzazione. Il grado di trasferimento delle attività produttive all'estero non si può dedurre esaminando, ad esempio, le tendenze della produzione interna. Se è vero infatti che le delocalizzazioni incidono sulla produzione interna, è chiaro anche che su di essa agiscono molti altri fattori che nulla hanno a che vedere con le decisioni delle imprese di delocalizzare. Altrettanto dicasi per le tendenze riguardanti le bilance commerciali, i livelli occupazionali, la quota di produzione interna consumata nei paesi dell'ocse (le quali riflettono la posizione del settore sul mercato mondiale), e per tutti gli altri indicatori previsti. 11. Dato che gli indicatori scelti danno solo una misura parziale delle delocalizzazioni, ai fini di una valutazione efficace è essenziale incrociare i diversi valori. 12. La necessità di fondarsi su vari indicatori e non su uno solo è inoltre corroborata dal fatto che neanche le serie di dati da cui sono tratti gli indicatori sono perfette. Al di là infatti di occasionali difetti di metodo, nessuna di esse copre in modo esaustivo tutti i settori in tutti gli Stati membri per un lasso di tempo sufficientemente significativo. 13. Il capitolo 2 presenta in dettaglio gli indicatori considerati e le serie di dati utilizzate per calcolarli. 1 Comitato economico e sociale europeo (2005), Portata ed effetti della delocalizzazione delle imprese, CCMI/014 - CESE 851/ Ciò nonostante, nell'allegato 1 figura una breve rassegna delle diverse definizioni rinvenute nella letteratura in materia. DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 1

4 Tabella 1.1: Indicatori considerati nell'analisi Indicatore Definizione Fonte Produzione interna Produzione interna, in termini di valore e in percentuale del PIL SBS (Eurostat) Occupazione Occupazione in termini assoluti e in percentuale dell'occupazione interna totale SBS (Eurostat) Percentuale dei consumi nell'ambito dell'ocse Produzione interna in percentuale dei consumi nei paesi OCSE SBS (Eurostat), STAN (OCSE) Penetrazione delle importazioni Rapporto tra importazioni e produzione interna SBS, COMEXT (Eurostat) Tasso di autosufficienza Rapporto tra produzione interna e consumi interni SBS, COMEXT (Eurostat) Indice settoriale inputoutput Rapporto tra prodotti intermedi importati dal settore straniero x e valore della Eurostat ristretto produzione totale del settore interno x Indice settoriale inputoutput complessivo Rapporto tra prodotti intermedi importati e valore della produzione totale del settore interno x Eurostat Bilancia commerciale Bilancia commerciale (esportazioni nette), con suddivisione dei paesi partner in 4 gruppi: UE-25, UE-15, nuovi Stati membri, paesi in via di sviluppo COMEXT (Eurostat) Investimenti diretti esteri Investimenti in capitali nazionali Perdita di posti di lavoro in base a ERM Investimenti diretti esteri, distinguendo tra quelli all'interno e all'esterno dell'ue- 15, dell'ue-25 e dei nuovi Stati membri. Investimenti in attivi fissi nazionali. Numero di posti di lavoro perduti a causa della delocalizzazione secondo la banca dati ERM, con suddivisione in base alle zone verso cui si effettua la delocalizzazione: nuovi Stati membri, UE-15, paesi membri dell'ocse ma non dell'ue, paesi in via di sviluppo Settore Economia e finanze - Bilancia dei pagamenti (Eurostat) Dati sui conti nazionali annui (Eurostat) ERM (Osservatorio europeo per le ristrutturazioni) NB: La sigla SBS si riferisce alle statistiche strutturali delle imprese, STAN all'analisi strutturale e COMEXT al commercio estero. Per maggiori informazioni, si veda il capitolo 2 della presente relazione. DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 2

5 I settori considerati 14. La presente relazione copre 19 settori, scelti e definiti dal gruppo di monitoraggio della CCMI: (a) Industria aerospaziale (b) Autoveicoli (c) Cemento (d) Prodotti chimici (e) Ingegneria elettromeccanica (f) Servizi finanziari (g) Prodotti alimentari (h) Vetro (i) Ferro e acciaio (j) Servizi all'impresa ad alto tasso di conoscenza (Knowledge-Intensive Business Services) (k) Pelletteria, abbigliamento e calzature (l) Metalli non ferrosi (m) Carta e pasta di cellulosa (n) Prodotti farmaceutici (o) Plastiche (p) Attrezzature ferroviarie (q) Cantieristica navale (r) Tessile (s) Legno. 15. Dei 19 settori studiati, 17 fanno capo all'industria manifatturiera. Nel 2003, questi 17 settori impiegavano poco meno di 25 milioni di persone, pari all'80% di tutta l'occupazione dell'industria manufatturiera nell'ue a I due settori non legati all'industria manifatturiera sono i servizi finanziari e i servizi all'impresa ad alto tasso di conoscenza. 16. Alcuni settori sono più circoscritti di altri. Il settore dell'industria aerospaziale, ad esempio, è relativamente ristretto: comprende la costruzione di aeromobili e di veicoli spaziali, come pure il riattamento degli aeromobili e la manutenzione e la riparazione dei loro motori. I servizi all'impresa ad alto tasso di conoscenza coprono viceversa una gamma più ampia di attività, alcune delle quali riguardano il settore immobiliare, l'affitto di macchinari e di attrezzature senza operatore, l'affitto di beni per uso personale e domestico, attività informatiche e affini, servizi di consulenza giuridica, contabile, di audit, architettura e ingegneria, pubblicità e pulizia industriale. Le sottosezioni del capitolo 3 enumerano le attività coperte da ciascun settore. 3 In base alla nostra analisi delle statistiche strutturali sulle imprese (SBS), Eurostat. Osservazioni sui dati disponibili 17. La banca dati relativa alle statistiche strutturali delle imprese (Structural Business Statistics - SBS), a cura di Eurostat, è la migliore fonte esistente per misurare l'attività in corso, in quanto fornisce informazioni sul valore dei livelli di produzione e di occupazione nella maggior parte dei settori oggetto dello studio. Essa riguarda tutti i 25 paesi dell'unione europea e copre il periodo Ciò detto, essa presenta alcune gravi lacune. Per esempio, le informazioni relative ad alcuni Stati membri, in particolare Grecia, Malta, Cipro e Svezia, appaiono relativamente incomplete per molti settori. I dati inerenti alla Germania e ad alcuni dei nuovi Stati membri riguardano solo il periodo Nessun dato è disponibile per il settore dei servizi finanziari, e piuttosto scarsi sono quelli sulla cantieristica navale. Nonostante queste carenze, continuiamo a ritenere che essa presenti i dati migliori in modo sistematico per tutta l'ue, e che per completezza sia da preferire a Europroms, anch'essa a cura di Eurostat ma incentrata sulla produzione. 19. La banca COMEXT, a cura di Eurostat, fornisce dati sul commercio estero da e verso gli Stati membri. Le statistiche disponibili si riferiscono al periodo per l'ue-15 e al periodo per quanto riguarda i nuovi Stati membri. 20. Anche COMEXT, tuttavia, non è esente da lacune. Anzitutto, essa si limita alla fornitura di beni materiali e non copre quindi le attività rientranti nel settore dei servizi all'impresa ad alto tasso di conoscenza e in quello dei servizi finanziari. Infine, per quanto riguarda Slovacchia e Polonia, solo i dati del 2004 sono disponibili. 21. Nonostante questi inconvenienti, COMEXT presenta un grado di completezza tale da presentare interesse ai fini di questo studio. 22. Le tavole input-output diffuse da Eurostat costituiscono una valida fonte di informazione per cogliere il fenomeno dell'esternalizzazione (offshore outsourcing), in quanto permettono di misurare i livelli di penetrazione dei prodotti intermedi importati nei processi di produzione nazionali. Tuttavia, se è importante quantificare il grado di penetrazione dei prodotti intermedi importati in un dato anno, particolarmente illuminante è osservarne la variazione nel tempo. Purtroppo, queste tavole vengono prodotte di rado, solo ogni cinque anni nella maggior parte degli Stati. In tali casi, i dati disponibili si riferiscono di norma a due anni: il 1995 e il Alcuni Stati membri hanno elaborato tali tavole solo per un anno del periodo di riferimento qui considerato. Queste ultime, quindi, offrono informazioni utili solo su dieci Stati membri. 23. Il ricorso alle tavole input-output pone un altro problema relativo al livello di aggregazione delle categorie di prodotti, visto che per alcuni settori la DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 3

6 categorizzazione delle attività avviene a un livello di aggregazione maggiore rispetto ai settori considerati. Esistono ad esempio tavole input-output per tutta una serie di attività comprese nella categoria "Altre attrezzature di trasporto", in cui rientrano le attrezzature ferroviarie, l'industria aerospaziale e la cantieristica navale. 24. La banca dati dell'osservatorio europeo per le ristrutturazioni (ERM), a cura dell'osservatorio europeo del cambiamento (EMCC) fornisce informazioni sull'attività di ristrutturazione in corso nell'unione europea. La banca ERM contiene informazioni dettagliate sui tipi di ristrutturazione (tra cui quello denominato offshoring/delocalizzazione), sui settori colpiti e sul numero di posti di lavoro persi o creati. 25. Pur essendo una valida fonte di informazione, sul piano metodologico ERM presenta notevoli carenze legate al sistema di rinvenimento dei dati. Questi ultimi sono ricavati passando in rassegna una selezione di quotidiani europei e prendendo nota delle informazioni relative a soppressioni di impieghi legate a ristrutturazioni. Di conseguenza, la banca dati registra le perdite di posti di lavoro anche quando le cifre indicate si basano su mere dichiarazioni di intenti dei dirigenti di impresa. In realtà, il numero effettivo di posti di lavoro soppressi in seguito a un'operazione di delocalizzazione può differire considerevolmente dalle previsioni iniziali. Dato che non è facile seguire le rettifiche a posteriori di tali cifre, esse non vengono integrate nella base dati. In questa sede si riportano le cifre indicate nelle tavole che corredano le analisi settoriali, ma non ci si basa su di esse ai fini di una descrizione globale del fenomeno delocalizzazione. 26. Inoltre, come avviene per le tavole input-output, tra la tassonomia dei settori inclusi nella banca dati ERM e molti degli ambiti selezionati per il presente studio non vi è una corrispondenza uno a uno. Ad esempio, la serie ERM riporta le perdite di posti di lavoro per una categoria denominata "Metalli", che copre le attività non solo del settore dell'acciaio e del ferro ma anche quelle del comparto metalli non ferrosi. Il problema è stato risolto riclassificando i dati ERM conformemente ai settori oggetto dello studio: a tal fine ci si è basati sulle informazioni dettagliate aggiuntive fornite per ogni dato registrato. 27. I dati relativi agli investimenti diretti esteri (IDE) e agli investimenti nazionali sono pubblicati da Eurostat e ripartiti per attività e regione di destinazione. 28. A nostro giudizio, il collegamento tra i dati relativi all'ide e le delocalizzazioni è particolarmente fuorviante. Infatti, ogni investimento effettuato da un ente nazionale per acquisire più del 10% del capitale di un'impresa straniera viene annoverato tra gli IDE e incluso in questi dati. Tuttavia, non tutti gli investimenti esteri sono finalizzati alle delocalizzazioni e non tutte le delocalizzazioni avvengono attraverso IDE. Inoltre, i dati sugli IDE comprendono anche il flusso dei disinvestimenti effettuati da un ente nazionale nel settore straniero in questione. 29. L'affidabilità dei dati sugli IDE è ulteriormente compromessa dalla relativa frammentarietà delle statistiche Eurostat, la quale in linea generale non consente di dedurre dai dati disponibili quali flussi di IDE provenienti da un ente di un dato settore in un particolare Stato membro siano destinati a un particolare paese (ad esempio, Cina, India o Brasile) o magari a un insieme più ampio di "paesi in via di sviluppo". Per avere risultati più completi, i paesi destinatari andrebbero aggregati al livello dei paesi extracomunitari. 30. Inoltre, come per le tavole input-output, la possibilità di applicare i dati IDE ai settori oggetto dello studio appare ulteriormente complicata dalla classificazione utilizzata per la serie di dati IDE, la quale presenta un livello di aggregazione maggiore rispetto alla definizione dei settori considerati in questa sede. Nell'ambito della classificazione settoriale dei dati IDE proposta da Eurostat, solo quattro categorie corrispondono ad ambiti di nostro interesse: i prodotti alimentari, l'ingegneria elettromeccanica, i servizi all'impresa ad alto tasso di conoscenza e i servizi finanziari. Per questi settori, lo studio riporta i relativi dati IDE. Tuttavia, per le ragioni già addotte, riteniamo che l'utilizzo di questi dati come indicatori della delocalizzazione presenti notevoli inconvenienti, per cui la nostra analisi della delocalizzazione in tali settori non si baserà su di essi. L'allegato 1 espone più in dettaglio i limiti riscontrati nei dati IDE. 31. Per certi settori ci si è valsi dei dati sui livelli di attività diffusi dalle rispettive associazioni di categoria, dati che nella maggior parte dei casi integrano le informazioni tratte dalle fonti statistiche enumerate finora. Per la cantieristica navale, in particolare, si è scelto di usare i dati in materia di produzione e occupazione forniti dal Comitato di collegamento dei costruttori di navi delle Comunità europee (CESA), anziché quelli disponibili nella base SBS. Ai fini del presente studio, infatti, i dati del CESA sembrano offrire un quadro più preciso delle attività afferenti alla cantieristica navale rispetto a quelli riportati dalla base SBS di Eurostat. Inoltre, la copertura di tali dati appare meno lacunosa, pur riferendosi solo ai paesi affiliati al CESA (cioè solo 14 Stati membri dell'ue). Conclusioni 32. Il capitolo 3 analizza i dati relativi alla delocalizzazione per settore e giunge ad alcune conclusioni generali. 33. Per tutti i settori, tranne due, i dati non fanno trasparire una chiara attività di delocalizzazione nell'insieme dell'unione europea. I due settori in cui i dati confermano invece l'esistenza di delocalizzazioni sono il tessile e il comparto "Pelletteria, abbigliamento DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 4

7 e calzature". Si tratta di ambiti strettamente legati, nel senso che la produzione del tessile costituisce a sua volta un importante fattore di input per la fabbricazione di abiti e accessori. 34. Nel settore dell'ingegneria elettromeccanica, dai dati provengono segnali misti. La produzione europea nel settore segna un graduale arretramento e l'occupazione si contrae in misura ancora maggiore. Tra il 1999 e il 2003 la quota rappresentata dal settore nell'insieme dell'economia ha subito un netto calo. In controtendenza, la bilancia commerciale europea relativa a questo settore è andata migliorando, specie nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Una possibile lettura di questi dati, considerati nel complesso, è che la produttività del lavoro in Europa è migliorata, determinando un calo dell'occupazione, e che anche le esportazioni sono cresciute. Essi però possono essere visti anche come indicatori dell'avvenuta delocalizzazione di certe attività dall'europa verso i paesi in via di sviluppo, se non che nei dati commerciali tale fenomeno è occultato dall'aumento delle esportazioni verso quegli stessi paesi. 35. Dai dati non risulta che il fenomeno della delocalizzazione abbia colpito qualche particolare Stato membro, né tanto meno che certi Stati membri abbiano in generale attirato le attività delocalizzate altrove. 36. Oltre alla generale tendenza alla delocalizzazione accertata nei settori europei del tessile e della pelletteria, abbigliamento e calzature, la nostra analisi ha evidenziato solo altri tre casi in cui questo fenomeno è attestato sul piano statistico. Nel settore dei prodotti chimici, le statistiche sembrano riferirsi a possibili delocalizzazioni nel Regno Unito e in Slovacchia. I dati relativi alle attrezzature ferroviarie fanno supporre l'esistenza del fenomeno in Germania, mentre nel comparto della cantieristica navale la delocalizzazione sembra avere interessato Germania e Danimarca. 37. Dai dati disponibili non risulta che gli Stati membri dell'ue abbiano beneficiato in misura notevole della delocalizzazione interna. Nei due settori in cui le statistiche hanno accertato una forte tendenza alla delocalizzazione, cioè il tessile e il comparto "Pelletteria, abbigliamento e calzature", le attività sembrano essere state trasferite verso i paesi in via di sviluppo. In realtà, sulla scorta dei soli dati commerciali, l'andamento della bilancia commerciale tra i dieci nuovi Stati membri e l'ue-15 pare essere stato favorevole a quest'ultima. 38. Nessun elemento emerso dall'analisi permette di istituire un collegamento tra la propensione di un settore a delocalizzare e la sua relativa maturità. (a) nel capitolo 2 si descrivono le serie di dati e si definiscono gli indicatori utilizzati, (b) nel capitolo 3 figurano tutte le analisi settoriali, (c) nell'allegato 1 si passa in rassegna la letteratura in materia e si indicano i riferimenti bibliografici, (d) nell'allegato 2 si tracciano le corrispondenze tra i settori esaminati e le categorie di dati proprie delle fonti statistiche usate per lo studio. 40. I dati alla base della presente analisi sono riportati in un file Excel allegato allo studio. Struttura della relazione 39. Il resto della relazione è strutturato come segue: DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 5

8 2. Descrizione dei dati e degli indicatori utilizzati il commercio extracomunitario sono stati ricavati sommando le cifre relative alle esportazioni e alle importazioni extracomunitarie per ciascuno Stato membro. 1 Questo capitolo descrive in dettaglio le fonti statistiche su cui si basa la relazione e gli indicatori utilizzati per delimitare il fenomeno della delocalizzazione. Le informazioni relative alle banche dati utilizzate provengono dai metadati forniti da Eurostat. Statistiche sul commercio estero 2 I dati relativi al commercio estero provengono dalla banca dati COMEXT, a cura di Eurostat, che riguarda i movimenti di merci attraverso le frontiere degli Stati membri dell'ue. 3 I dati relativi al commercio extracomunitario sono tratti dagli esemplari statistici delle dichiarazioni doganali. Le statistiche sul commercio intracomunitario sono calcolate sulla base di dati forniti direttamente dagli operatori commerciali. Tuttavia, ogni soggetto detentore di partita IVA in uno Stato membro che svolga transazioni commerciali all'interno dell'ue al di sopra di una certa soglia è tenuto a precisarne il valore alle autorità statistiche nazionali. 4 I principali indicatori presenti in questa banca dati sono le importazioni e le esportazioni, per valore e volume, suddivise per gruppi di paesi dichiaranti, paesi partner e prodotti. Ai fini del presente studio si è ricorso ai dati sul commercio estero espressi in valore (in milioni di euro). 5 La banca dati comprende, per ciascun paese dichiarante, gli scambi commerciali da e verso paesi terzi e altri Stati membri dell'unione. 6 Essa copre inoltre tutti i beni mobili e fisici, ma non gli scambi di servizi, e più di prodotti classificati secondo la nomenclatura combinata (NC). 7 La banca dati, che copre tutti i 25 Stati membri dell'unione, si riferisce al periodo per l'ue- 15 e al periodo per i dieci nuovi Stati membri. 8 L'indicatore bilancia commerciale usato nel contesto del presente studio si basa sui dati COMEXT relativi alle importazioni e alle esportazioni. Tali dati, aggregati in un primo momento in gruppi di prodotti quanto più possibile conformi ai settori considerati per lo studio, lo sono stati nuovamente per gruppi di paesi partner, al fine di ottenere cifre relative al commercio extracomunitario, intracomunitario e con i paesi in via di sviluppo. Ai fini dell'analisi, sono stati considerati paesi in via di sviluppo quelli non appartenenti né all'ue, né all'ocse. La bilancia commerciale (o saldo netto delle esportazioni) è stata calcolata sottraendo le importazioni dalle esportazioni. I dati aggregati UE per La banca dati STAN dell'ocse per l'analisi industriale 9 La banca dati per l'analisi strutturale (STAN), curata dall'ocse, comprende dati su produzione, manodopera occupata e commercio estero per varie attività. 10 STAN, che copre tutti gli Stati membri dell'ocse e tutti gli anni tra il 1995 e il 2003, presenta dati raccolti sulla base dei conti nazionali dei diversi paesi. 11 Le attività incluse nella banca dati seguono la classificazione internazionale tipo, per industrie, di tutti i rami d'attività economica (CITI riv. 3). 12 La banca dati STAN è utilizzata per calcolare la variabile consumo dell'ocse, cosa che avviene sommando la produzione e le importazioni dei paesi OCSE, e sottraendo dal totale le esportazioni. Questa variabile è qui adoperata come misura indiretta del consumo globale. Statistiche strutturali delle imprese (SBS) 13 Le statistiche strutturali delle imprese (SBS) sono un insieme di dati pubblicato da Eurostat che fornisce diversi indicatori relativi alla natura e ai livelli dell'attività economica nell'ue. 14 La banca SBS abbraccia le attività in tutti gli Stati membri, ed è elaborata da Eurostat sulla scorta delle informazioni trasmesse dagli istituti nazionali di statistica di ciascuno Stato membro. 15 Questi ultimi raccolgono i dati attraverso indagini statistiche, fonti amministrative o registri di imprese. L'unità di campionamento in questa procedura è l'impresa, così come definita dal regolamento (CEE) del Consiglio n. 696/93: la più piccola combinazione di unità giuridiche che costituisce un'unità organizzativa per la produzione di beni e servizi che fruisce di una certa autonomia decisionale in particolare per quanto attiene alla destinazione delle sue risorse correnti I dati sono ripartiti al livello di gruppi di prodotti in linea con la classificazione statistica delle attività economiche nella Comunità europea (NACE riv. 1). 17 La banca dati, realizzata nel 1995, ha vissuto una prima fase transitoria tra il 1995 e il Di conseguenza, alcune delle informazioni relative a questo periodo risultano incomplete, mentre più 4 Statistiche strutturali delle imprese, metadati Eurostat in formato SDDS: sintesi della metodologia. DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 6

9 esaustivi sono i dati dal 1999 al Al momento di scrivere la presente relazione, i dati per il 2004 non erano ancora disponibili. 18 Il valore della produzione misura il valore reale, espresso in euro, dei beni e servizi venduti da un'impresa durante l'anno di riferimento. Questa variabile è utilizzata in questo studio per misurare la produzione. 19 L'occupazione è definita come il numero di lavoratori dipendenti, cioè il numero di persone legate all'impresa da un contratto di lavoro e a cui essa versa una retribuzione o uno stipendio. In questa variabile non rientrano i lavoratori contrattuali che non sono direttamente impiegati dall'impresa. 20 Il consumo apparente è calcolando sommando il valore della produzione e delle importazioni, e sottraendo dal totale le esportazioni per ciascun gruppo di prodotti. Il valore della produzione è tratto dalla banca dati SBS, mentre i dati relativi alle importazioni e alle esportazioni provengono da COMEXT. 21 La produzione in percentuale del PIL, è il rapporto tra la produzione globale di un settore e il PIL di uno Stato membro. 22 La produzione in percentuale dei consumi in ambito OCSE, è il rapporto tra la produzione di un settore e il consumo apparente aggregato dei prodotti del medesimo settore in tutti i paesi OCSE. Questo indicatore può essere utilizzato come misura indiretta della quota di produzione di un dato settore rispetto alla produzione mondiale, ovvero della sua quota di mercato mondiale. 23 Il tasso di autosufficienza è il rapporto tra la produzione di un dato settore in uno Stato membro e il consumo apparente dello stesso nel medesimo Stato membro. 24 L'indice di penetrazione delle importazioni è il rapporto tra le importazioni in un dato settore e il consumo apparente nello stesso settore per ciascuno Stato membro. 25 La quota di occupazione globale, espressa in percentuale, è il rapporto tra il numero di occupati in un settore e l'occupazione globale in tutti i settori di uno Stato membro. 26 I dati aggregati per l'ue relativi a produzione, occupazione e consumo apparente sono ricavati sommando i valori relativi a ciascuno Stato membro. Il dato aggregato UE per la produzione in percentuale del PIL è il saldo tra la produzione totale e il PIL complessivo dell'ue. Il dato aggregato UE per la produzione in percentuale dei consumi in ambito OCSE è il saldo tra produzione totale UE e consumi complessivi dei paesi OCSE. 27 Al momento di calcolare i dati aggregati per l'ue, quando i dati sulla produzione o sull'occupazione in uno Stato membro non erano disponibili per il 2003, al loro posto è stato usato il corrispondente valore per il Quando non vi erano dati disponibili per un anno compreso tra il 1995 e il 2003, per ottenere il dato mancante si è fatto ricorso all'interpolazione lineare. Tavole input-output simmetriche 28 Le tavole input-output (o delle interdipendenze) simmetriche, pubblicate da Eurostat previa raccolta dei relativi dati presso i dipartimenti di contabilità degli istituti nazionali di statistica, vengono elaborate convertendo le tavole delle risorse e degli impieghi a prezzi costanti. Tra tali tavole, quelle che presentano interesse per il presente studio sono le tavole inputoutput simmetriche per le importazioni e le tavole input-output simmetriche per la produzione interna. 29 Le tavole input-output simmetriche non vengono elaborate ogni anno, ma ogni cinque, e comunque Eurostat non le produce per numerosi Stati membri. I dati di queste tavole sono stati utilizzati solo quando erano disponibili per almeno due periodi consecutivi. 30 Le tavole input-output simmetriche classificano le attività in 60 categorie, sulla base del sistema di nomenclatura NACE riv Le tavole input-output per le importazioni riportano il valore totale di ogni prodotto intermedio importato, suddiviso per le attività interne che ne fanno uso. Le tavole input-output per la produzione interna indicano il valore aggregato di tutti i prodotti intermedi importati, suddiviso per le attività interne che ne fanno uso. Le tavole indicano anche il valore aggiunto di ciascuna attività interna. 32 L'indice ristretto dell'esternalizzazione è il rapporto tra il valore dei beni intermedi importati nell'ambito di una data classe di attività e il valore aggiunto dalle imprese interne consumatrici finali che rientrano nella medesima classe di attività. 33 L'indice complessivo dell'esternalizzazione per una data classe di attività è il rapporto tra il valore di tutti i beni intermedi importati e il valore aggiunto dalle imprese interne consumatrici finali nell'ambito della medesima classe d'attività. 34 Dato che le classi di attività presentano talora un livello di aggregazione maggiore rispetto ai settori in esame, gli stessi dati vengono utilizzati per i diversi settori pertinenti a una medesima classe di attività. Esistono ad esempio tavole di input-output per la divisione 26 della classificazione NACE, cioè "altri prodotti minerali non metallici, inclusi vetro e cemento", per cui gli stessi dati vengono riportati nell'analisi di questi ultimi due settori. In certi casi, tuttavia, ciò non è possibile. Un esempio sono le tavole input-output disponibili per la divisione 24 della NACE, relativa ai prodotti chimici e farmaceutici, in quanto le tendenze in atto in questi due settori differiscono a tal punto che è difficile servirsi dei dati DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 7

10 aggregati. Si tratta di un inconveniente proprio di questa fonte statistica rispetto alle finalità del presente studio. 35 Per questi indici non è possibile ricavare dati aggregati al livello UE, dato che i beni intermedi importati non risultano ulteriormente ripartiti in importazioni intra- ed extracomunitarie. Investimenti diretti esteri (IDE) e investimenti fissi nazionali 44 I dati relativi agli investimenti diretti esteri (IDE) sono pubblicati da Eurostat nell'ambito del settore Economia e finanze - Bilancia dei pagamenti. 45 Eurostat definisce gli IDE come Osservatorio europeo per le ristrutturazioni (ERM) 36 La banca dati dell'osservatorio europeo per le ristrutturazioni (ERM) è pubblicata su base sistematica dall'osservatorio europeo del cambiamento (EMCC) di Dublino. 37 La ERM riporta tutti i casi di ristrutturazione industriale che: (a) interessano almeno uno Stato membro dell'ue; (b) comportano una riduzione annunciata o effettiva di almeno 100 posti di lavoro, o (c) interessano aziende con almeno 250 dipendenti e almeno il 10% della forza lavoro, o (d) creano almeno 100 nuovi impieghi. 38 L'Osservatorio europeo del cambiamento ricava queste informazioni passando in rassegna una selezione di quotidiani in tutti i 25 Stati membri. 39 I dati sono classificati a seconda del tipo di ristrutturazione. La banca dati conta otto tipi, tra cui "offshoring/delocalizzazione". 40 Per ciascun caso di ristrutturazione, la banca dati riporta le informazioni seguenti: (a) nome dell'impresa, (b) settore, (c) tipo di ristrutturazione, (d) data dell'annuncio, (e) numero di posti di lavoro persi o creati, (f) destinazione della delocalizzazione (se nota), (g) riassunto della notizia. 41 Il censimento dei casi ha avuto inizio nel gennaio 2002 e procede in modo sistematico. 42 La variabile posti di lavoro persi è calcolata sommando il numero di posti di lavoro persi per ciascun caso in un dato settore e Stato membro. 43 Anche in questo caso, come per le tavole di inputoutput, i settori definiti nella banca dati ERM presentano spesso un grado di aggregazione superiore a quello richiesto dal presente studio. In tali casi ci si serve dei riassunti delle notizie per riclassificare i singoli casi nei settori di nostro interesse. quegli investimenti internazionali che riflettono l'obiettivo di un'entità residente in un'economia (investitore diretto) di ottenere un interesse duraturo in un'impresa residente in un'economia diversa da quella dell'investitore (impresa di investimento diretto). L'interesse è considerato duraturo se l'investitore diretto acquisisce almeno il 10% del capitale sociale dell'impresa di investimento diretto. 46 I dati sono suddivisi per paese dichiarante, classe di attività dell'investitore diretto, regione di destinazione e anno dell'investimento, e coprono tutti i 25 Stati membri dell'ue. 47 La banca dati IDE è utilizzata per misurare il livello di investimenti diretti esteri realizzati da un paese dichiarante all'interno e all'esterno dell'ue-15, all'interno e all'esterno dell'ue-25 e nei dieci nuovi Stati membri. La banca IDE è classificata in base ai settori di attività dell'entità che effettua l'investimento, indipendentemente dalla destinazione finale. 48 Le statistiche sugli investimenti fissi nazionali sono pubblicate da Eurostat nel quadro dei dati relativi ai conti nazionali annuali. 49 Nella banca dati, gli investimenti fissi nazionali sono definiti come il saldo delle acquisizioni e delle cessioni di attivi fissi da parte dei residenti nel corso del periodo di riferimento, più alcune plusvalenze da attivi non prodotti derivanti dall'attività di produzione delle unità produttive o istituzionali. 50 I dati sono ripartiti per paese dichiarante, classe di attività e anno dell'investimento, e coprono tutti i 25 Stati membri dell'ue. 51 I dati sugli investimenti fissi lordi in un settore di attività da parte di uno Stato membro sono utilizzati per indicare il grado di investimento nell'economia nazionale. Industria europea e associazioni di categoria 52 A sostegno della nostra analisi abbiamo fatto ricorso ai dati raccolti presso diverse associazioni di categoria e gli organi di settore. Nella maggior parte dei casi, i dati provengono da fonti pubblicate; tuttavia, per quanto riguarda il settore della cantieristica navale, i dati sono stati resi noti dalla stessa associazione. DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 8

11 53 I dati relativi al settore della cantieristica navale sono stati forniti dal Comitato di collegamento dei costruttori di navi delle Comunità europee (CESA), e abbracciano il periodo con riguardo all'occupazione e il periodo con riguardo alla produzione in tutti i paesi affiliati al CESA. Dato che solo 14 paesi CESA sono anche Stati membri dell'ue, l'analisi è stata circoscritta a essi. 54 Ulteriori dati giustificativi sono stati tratti dalle pubblicazioni delle seguenti associazioni: (a) (b) (c) (d) Consiglio europeo delle federazioni dell'industria chimica (CEFIC), Federazione europea delle industrie alimentari (CIAA), Organizzazione europea dell'abbigliamento e del tessile (Euratex), Associazione delle industrie ferroviarie europee (UNIFE), (e) Confederazione delle associazioni nazionali dei conciatori della Comunità europea (Cotance), (f) Confederazione europea dell'industria di lavorazione del legno (CEIB), (g) (h) (i) (j) (k) Comitato permanente delle industrie del vetro della CEE (CPIV), Confederazione delle industrie europee della carta (CEPI), Associazione europea delle industrie aerospaziali e di difesa (ASD), Associazione europea dei costruttori di materiale aerospaziale (AECMA), Associazione europea del cemento (Cembureau). DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 9

12 Allegato 1: Rassegna bibliografica 1 Si è passata in rassegna la letteratura esistente sulla rilocalizzazione 5 (relocation) per comprendere meglio: (a) la definizione dei vari termini associati alla rilocalizzazione e ciò che si intende per rilocalizzazione; (b) i metodi usati in letteratura per misurare la rilocalizzazione, e i dati di riferimento; (c) i fattori, specifici a determinati settori e ambiti di attività, che sono associati a una maggiore propensione alla rilocalizzazione; (d) le tendenze future della rilocalizzazione; e infine (e) gli effetti della rilocalizzazione. 2 Sarà ora trattato ognuno di questi aspetti. Alla fine dell'allegato è riportato un elenco di riferimenti bibliografici. Definizione dei termini associati alla rilocalizzazione 3 La letteratura esistente in materia non offre una definizione univoca del termine "rilocalizzazione". Molti degli studi presi in esame, anzi, non usano affatto questo termine e trattano le stesse problematiche impiegando termini quali outsourcing, offshoring, deindustrializzazione e delocalizzazione. Non tutti gli autori usano questi termini nella stessa accezione. 4 Tanto per cominciare, il concetto di rilocalizzazione è spesso associato a quello di delocalizzazione, che si riferisce alla cessazione di un'attività produttiva seguita dalla sua riapertura o dal suo subappalto all'estero (cfr. per esempio Aubert and Sillard, 2005). Ciò è in linea con la definizione della delocalizzazione adottata dal Comitato economico e sociale europeo (CESE) nel suo parere del Gran parte della letteratura, tuttavia, è dell'opinione che tale definizione sarebbe troppo restrittiva e inoltre, come osservano Boulhol e Fontagné (2005), non si può dire che essa corrisponda a una categoria statistica o a un fenomeno di rilievo. 5 Gran parte della letteratura preferisce definire il fenomeno come le alternative che una ditta ha di fronte per le decisioni organizzative sui possibili modi di realizzare un dato processo produttivo. Queste decisioni 5 6 Tabella A1.1: Outsourcing e offshoring N.d.T: anche se i termini inglesi "relocation" e "delocalisation" corrispondono entrambi al termine italiano "delocalizzazione", in questa sezione si è comunque deciso di mantenere la distinzione anche in italiano a fini di chiarezza espositiva. Comitato economico e sociale europeo (2005), Portata ed effetti della delocalizzazione delle imprese, CCMI/014 CESE 851/2005, punto Produzione internalizzata o esternalizzata Localizzazione della produzione Internalizzata Esternalizzata (outsourcing) Paese di origine Insourcing Outsourcing Paese estero Captive offshoring Offshore outsourcing (offshoring) Fonte: adattamento di UNCTAD (2004) e Pujals (2005) organizzative riguardano il ricorso all'outsourcing e all'offshoring ed è in riferimento a questi due termini che la maggior parte della letteratura discute la rilocalizzazione. 6 L'uso dei termini outsourcing e offshoring, però, non è ancora standardizzato. Le definizioni più comuni sono quelle proposte dall'unctad (2004) e da Pujals (2005). Questi autori definiscono l'outsourcing in termini di scelta tra "internalizzare" (mantenere all'interno) ed "esternalizzare" (affidare all'esterno) il processo di produzione degli input intermedi; il termine offshoring è impiegato in relazione ai casi in cui il processo produttivo è svolto in un altro paese. 7 La tabella A1.1 evidenzia i vari aspetti coperti da questi due termini. 8 Entrambe le forme di offshoring citate sono considerate un parziale trasferimento all'estero della catena di valore e costituiscono il principale ambito di interesse della letteratura in materia. Secondo quest'interpretazione le attività oggetto di offshoring possono essere fatte rientrare nel fenomeno della rilocalizzazione anche nel caso in cui, inizialmente, non fossero localizzate nel paese di origine dell'impresa. 9 Le trattazioni citate definiscono l'outsourcing e l'offshoring con riferimento ai beni intermedi, ovvero non agli input di materie prime né ai prodotti finiti. Altri studi, però, non operano la stessa distinzione: per es. Drumetz (2005), che definisce l'offshoring semplicemente come trasferimento all'estero di attività produttive interne, a quanto pare senza limitare l'analisi agli input intermedi. In sostanza una misura della rilocalizzazione incentrata sui beni intermedi interesserebbe solo i settori in cui la fase finale del processo produttivo è realizzata all'interno. Per esempio, se un produttore nazionale di automobili decidesse di produrre i suoi motori all'estero, questo cambiamento sarebbe rilevato in quanto i motori sono una componente intermedia. Se invece lo stesso produttore cessasse l'attività e la domanda interna fosse soddisfatta da prodotti importati, ciò non sarebbe rilevato in quanto non si avrebbe importazione di beni intermedi. 10 Alcuni studi impiegano una terminologia leggermente diversa con riferimento alle pratiche appena descritte. Per esempio, Geishecker (2005) e Amiti e Wei (2005) parlano di international outsourcing per intendere le attività di offshoring di cui nella tabella. I termini outsourcing e offshoring sembrano essere impiegati in modo intercambiabile anche in altri studi, nei quali, di DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 10

13 nuovo, di solito è attribuito loro lo stesso significato di ciò che nella tabella A1.1 è definito offshoring. 11 Un concetto legato a quelli esaminati finora è quello della deindustrializzazione: il processo mediante il quale un paese o una regione passano da un'economia basata sull'attività manifatturiera a un'economia basata sui servizi. Il parere del CESE del 2005 precisa il concetto in termine assoluti e relativi 7. Afferma che la deindustrializzazione assoluta è associata a "un declino dell'occupazione, della produzione, della redditività e dello stock di capitale nell'industria e un calo delle esportazioni di beni industriali, e che determina disavanzi commerciali persistenti in tale settore". La "deindustrializzazione relativa" è definita il "processo che consiste nella riduzione della quota dell'industria nell'economia e rispecchia un processo di cambiamento strutturale per quanto riguarda il rapporto tra la produttività dell'industria e il settore dei servizi." Misure della rilocalizzazione 12 Come fa osservare l'omc (2005), un grosso problema delle definizioni riportate di outsourcing e offshoring è che non sono facilmente armonizzabili con i dati rilevati ufficialmente sull'economia. Di solito questi dati sono raccolti a livello di settore, mentre le decisioni di rilocalizzazione sono prese a livello aziendale. È difficile stabilire un legame tra i dati sulle importazioni e la decisione gestionale di sostituire un prodotto importato con un altro prodotto internamente. Un altro problema potenziale, segnalato da Amiti e Wei (2005), è che i dati rischiano di sottostimare il valore dell'offshoring poiché il costo dei beni importati sarà probabilmente inferiore al loro prezzo di acquisto nel paese di destinazione. I dati quantitativi, pur essendo preferibili, non possono essere aggregati al di là dei singoli prodotti per fornire un utile quadro settoriale, che infatti in molti casi non è disponibile. 13 In mancanza di dati diretti sul fenomeno, gli studi hanno impiegato misure indirette (proxies) per ricavare un'approssimazione del numero di rilocalizzazioni che si verificano. Sono state impiegate molte proxy diverse, cosa che non sorprende dato che non esiste un consenso su cosa si intende per rilocalizzazione. 14 Saranno ora presentati gli indicatori di rilocalizzazione impiegati in letteratura. Tavole input-output 15 Poiché di solito l'outsourcing è definito in termini di input intermedi, per costruire una misura del fenomeno spesso si usano tavole input-output. Forse il metodo più preciso per misurare l'offshore outsourcing sarebbe impiegare come fonti tavole input-output riferite sia alle importazioni che alla produzione interna. Le tavole input-output per le importazioni riportano le 7 Ibidem. importazioni di ogni settore nazionale da settori di altri paesi, mentre le tavole input-output sulla produzione interna indicano il valore aggiunto da ogni settore nazionale. 16 Sulla base di questi dati si possono ricavare misure ristrette o ampie dell'outsourcing. Per una misura ristretta si prendono in esame, in ogni settore, solo le importazioni provenienti dal settore corrispondente all'estero e quindi ci si concentra sull'outsourcing dell'attività di base, mentre per una misura ampia si prendono in esame le importazioni da tutti i settori esteri. Hijzen et al. (2005) calcolano queste misure ristrette e ampie come segue: (a) L'outsourcing ristretto del settore I è dato dal rapporto tra gli acquisti di input importati effettuati dal settore I presso il settore I e il valore aggiunto del settore I. (b) L'outsourcing ampio del settore I è dato dal rapporto tra la somma di tutti gli acquisti di input effettuati dal settore I e il valore aggiunto del settore I. 17 Il difetto principale di queste misure è la scarsa frequenza con cui sono elaborati i dati su cui si basano, cioè le tavole input-output per le importazioni e quelle per la produzione interna, ovvero solitamente ogni cinque anni. Per ovviare a questo difetto e consentire di effettuare analisi che hanno bisogno di una maggiore quantità di osservazioni molti autori, tra i quali Amiti e Wei (2005), hanno elaborato approssimazioni di queste misure combinando tavole input-output e dati sull'interscambio. Le tavole standard, infatti, si limitano ad elencare gli input per settore, senza suddividerli in input acquisiti all'interno o all'estero. Questi autori usano le tavole standard partendo dall'assunto che il rapporto tra beni intermedi importati e interni sia pari al rapporto tra il totale delle importazioni del settore e il consumo totale del settore. 18 Il consumo, che forse sarebbe più esatto chiamare "consumo apparente", è definito come la somma della produzione interna e delle importazioni meno le esportazioni del settore in esame. Le due diverse tecniche si equivarranno nel caso in cui la quota dei beni intermedi importati sia pari a quella del totale dei beni importati. 19 Altri autori, come Geishecker (2005) o Falk e Wolfmayr (2005), elaborano ulteriormente queste misure disaggregandole per paese partner, cioè prendendo in esame solo le importazioni provenienti dai paesi che interessano. Dati sui conti pubblici nazionali 20 Altre misure di rilocalizzazione non si limitano agli scambi di beni intermedi, ma prendono in esame anche i dati sui conti pubblici nazionali, soprattutto per quanto riguarda le importazioni e le esportazioni. 21 Drumetz (2005), per esempio, calcola un rapporto di penetrazione delle importazioni e un rapporto di deficit DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 11

14 esterno, che misura indirettamente il grado di dipendenza dalla produzione interna del consumo interno. Queste misure sono così calcolate: (a) Il rapporto di penetrazione delle importazioni come rapporto tra le importazioni e la somma della produzione interna e delle importazioni nette; (b) Il rapporto di deficit esterno come rapporto tra le esportazioni nette e la somma della produzione interna e delle importazioni nette. 22 Lo studio parte dall'assunto che l'offshoring abbia luogo nei settori in cui il rapporto di penetrazione delle importazioni è in forte aumento, il rapporto di deficit esterno è in rapida flessione e la quota dei posti di lavoro del settore sul numero totale è in discesa. Altri studi che utilizzano il rapporto di penetrazione delle importazioni sono Anderton and Brenton (1999) e Campa and Goldberg (1997). 23 Certi studi, come Amiti and Wei, prendono anche in esame direttamente la bilancia commerciale (il saldo tra esportazioni e importazioni), utilizzando le importazioni come proxy per l'outsourcing e le esportazioni come misura dell'insourcing. 24 Rowthorn and Ramaswamy (1999), tra gli altri, considerano la quota riferibile al settore in esame sulla produzione totale, che però di solito è usata come misura della deindustrializzazione. Lo scopo è studiare come questa quota sia influenzata da altri fattori, per esempio dalla bilancia commerciale. Occupazione 25 Rowthorn and Ramaswamy (1999), così come usano la quota di un settore sulla produzione totale come misura della deindustrializzazione, usano anche, come ulteriore proxy, la quota di un settore sull'occupazione totale. Anche Boulhol and Fontagné (2005) usano questa misura nello stesso contesto. 26 Invece del numero di posti di lavoro, Geishecker (2005) prende in esame le quote dei vari settori sulla massa salariale totale e studia come sono condizionate dall'outsourcing internazionale. 27 Aubert and Sillard (2005) osservano che basare la comprensione del processo di rilocalizzazione sulle tendenze occupazionali presenta alcuni limiti, in particolare il fatto che la variazione dei livelli occupazionali dipende anche da fattori estranei alla rilocalizzazione. Tra questi: il mutamento delle pressioni concorrenziali, sia all'interno che all'esterno, e gli incrementi di produttività, compresi quelli dovuti alla sostituzione del fattore lavoro con il fattore capitale. 28 Per elaborare una misura della rilocalizzazione si possono usare anche i dati dell'osservatorio sulla ristrutturazione in Europa attivato nell'ambito dell'osservatorio europeo sul cambiamento. Dal 2002 segue gli articoli pubblicati sugli organi di stampa dei paesi dell'ue sulle ristrutturazioni aziendali per raccogliere notizie sul numero di posti di lavoro persi e creati. Particolarmente interessante per il presente studio è il fatto che l'osservatorio registri il numero di posti di lavoro persi quando un'attività, pur rimanendo all'interno della stessa azienda, è trasferita in altra sede nello stesso paese. Studi come Daudin and Levasseur (2005) e Pujals (2005) hanno usato questa fonte di dati come indicatore dell'effetto della rilocalizzazione sull'occupazione. Galgoczi (2006), però, osserva giustamente che la banca dati dell'osservatorio sulla ristrutturazione in Europa, fornendo dati non scientifici e che non possono essere considerati rappresentativi, non consente di trarre conclusioni valide sulla rilocalizzazione. Investimenti diretti esteri 29 Gli investimenti diretti esteri (IDE), ovvero quegli investimenti che danno origine ad attività sull'estero, possono essere suddivisi in due categorie. La prima comprende gli investimenti in società estere esistenti (e quindi comporta solo un passaggio di proprietà). È poco probabile che questi investimenti modifichino la condotta della società beneficiaria inducendola ad esportare maggiormente verso il paese di origine degli IDE. La seconda categoria comprende gli investimenti che comportano la creazione di una nuova società o di nuove capacità produttive ed è quindi più affine al concetto di rilocalizzazione. 30 Nel verificare l'utilità dei dati sugli IDE per acquisire informazioni sulla rilocalizzazione, l'assemblea parlamentare del Consiglio d'europa (PACE) introduce un'ulteriore classificazione: IDE verticali e orizzontali. Un IDE è definito verticale nel caso in cui una multinazionale scomponga il processo di produzione per localizzare ognuna delle sue fasi nel paese in cui risulta più vantaggiosa in termini di costi. Si parla invece di IDE orizzontale nel caso in cui una multinazionale svolga la stessa attività in molti paesi diversi, in modo da servire i mercati locali. Quest'ultima categoria non rientra nella rilocalizzazione. I dati sugli IDE non sono disponibili a un livello disaggregato che permetta di distinguere tra orizzontali e verticali, tranne che in un numero ridotto di indagini condotte a lunghi intervalli. Nello studio PACE (2005) si osserva che quasi tutti gli studi empirici concludono che gli IDE verticali hanno un'importanza limitata come percentuale del totale di IDE e si ammette la difficoltà di trarre conclusioni semplici sugli effetti economici che produce la quantità totale di IDE sul paese di origine. 31 Anche se i dati sugli IDE sono usati da un gran numero di studi che trattano di rilocalizzazione, ciò non basta a spiegare quale logica ne giustifichi l'uso. La maggior parte degli studi si limita a rilevare che si tratta di dati disponibili. Una valutazione critica dell'uso dei dati sugli IDE, però, rafforza la convinzione che una frazione consistente del flusso di IDE in uscita dall'ue non è legata ad attività di rilocalizzazione. Ne consegue DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 12

15 che questi dati non si prestano ad essere usati come proxy. 32 A questo proposito vanno segnalate le valutazioni esposte nello studio Drumetz (2005), secondo cui le statistiche sugli IDE non sono fatte per misurare l'offshoring e creano difficoltà se le si usa a questo scopo. Ad esempio, una parte degli IDE effettuati non sarà stata preceduta dalla chiusura di capacità produttive nel paese di origine. Anche Aubert and Sillard (2005) osservano che non è necessariamente vero che il risultato di un'attività di produzione frutto di un determinato IDE sarà importato nel suo paese di origine e, più in generale, nemmeno che questo prodotto sia destinato a sostituire la corrispondente produzione interna. Potrebbe darsi, infatti, che l'ide sia stato effettuato per espandere un mercato vicino al paese di destinazione oppure che sia di natura meramente finanziaria (per es. acquisto di azioni sul mercato borsistico del paese di destinazione) e abbia poco o nulla a che vedere con le decisioni produttive. 33 Una valutazione delle difficoltà che rendono difficile derivanti nel trarre conclusioni sulla rilocalizzazione dai dati sugli IDE è contenuta anche nello studio del Bureau fédéral du Plan (2005), l'ufficio Federale belga della Programmazione. 34 Fattori associati alla decisione di rilocalizzare 35 Alcuni studi sulla rilocalizzazione si propongono di far luce sui fattori associati alla decisione di un'azienda di rilocalizzare e, più in generale, sul profilo delle ditte che presentano la massima probabilità di attuare una rilocalizzazione. 36 In questo contesto è particolarmente utile lo studio UNCTAD (2004), in quanto precisa che i servizi ad alta probabilità di offshoring hanno le seguenti caratteristiche: (a) prestazione in modalità "faccia a faccia" non necessaria; (b) alto contenuto informativo; (c) procedimento effettuabile a distanza e mediante Internet; (d) ampio divario retributivo rispetto a impieghi analoghi nel paese di destinazione; (e) relativa facilità della creazione di strutture di servizi; e infine (f) scarse esigenze di networking sociale. 37 Secondo un altro studio, WTO (2005), i principali determinanti della decisione di rilocalizzare un'attività sono i seguenti fattori: (a) separabilità tecnica e istituzionale; (b) grado di standardizzazione della mansione da eseguire; (c) costi di transazione e gestione nell'azienda rispetto all'uso di fornitori esterni; (d) costi di produzione; e (e) dimensioni del mercato. 38 L'ulteriore scelta di ricorrere o meno all'offshoring impone di considerare ulteriori fattori pertinenti, in quanto può far sorgere ulteriori costi di gestione, di importo variabile, dovuti alle differenze tra i due paesi interessati in termini di lingua, legislazione e normative interne, valuta e distanza geografica. 39 Lo studio Girma and Görg (2004) utilizza dati raccolti a livello delle aziende britanniche di tre comparti manifatturieri (industria chimica, industria meccanica e ottica di precisione, industria elettronica) per studiare l'impatto di vari fattori sulla propensione di una ditta all'outsourcing. Lo studio non sembra fare distinzioni tra offshore outsourcing e outsourcing verso produttori interni. Emerge che le ditte di proprietà estera, nel valutare fattori come le dimensioni aziendali e il costo del lavoro, ricorrono maggiormente all'outsourcing rispetto a quelle nazionali. Questo risultato rimane convincente per diversi valori attribuiti ai parametri del modello. 40 Lo studio Kakabadse and Kakabadse (2002) esamina le tendenze dell'outsourcing in base a un'indagine condotta presso 747 ditte europee e statunitensi. Lo studio non sembra fare distinzioni tra outsourcing interno e offshore. La tabella A 1.2 riporta in dettaglio le motivazioni principali addotte dalle ditte europee per le loro decisioni di outsourcing. 41 Il lavoro di Rowthorn and Ramaswamy (1997), dopo aver esaminato cause e implicazioni della deindustrializzazione, conclude che non si tratta di un fenomeno negativo, bensì di una naturale conseguenza dell'ulteriore crescita delle economie industrializzate. Questi autori ravvisano la causa principale della deindustrializzazione nel fatto che la produttività cresce più velocemente nel settore manifatturiero che nel settore terziario e, inoltre, concludono che l'interscambio Nord-Sud non ha inciso in modo rilevante sul fenomeno. Motivazione Percentuale di rispondenti che hanno scelto la risposta Disciplina/contenimento dei costi 59 Applicazione delle migliori prassi 56 Migliorare la qualità del servizio 41 Concentrarsi sulle competenze centrali 39 Migliorare la capacità di sviluppare nuovi 35 prodotti/servizi Accesso a nuove tecnologie/abilità 34 Ridurre gli effettivi 34 Ridurre i costi in conto capitale 32 Sviluppare competenze specialistiche in- 30 DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 13

16 house Ridurre i costi di transazione 27 Ridurre i costi promozionali 23 Investmento tecnologico 18 Migliorare la propria posizione nella catena 17 di valore Accrescere la propria capacità di 17 cambiamento Tendenze previste per la rilocalizzazione 42 Si è pensato che fosse un utile esercizio verificare quali studi siano stati realizzati sulla probabile evoluzione del processo di rilocalizzazione, se sia considerato un processo destinato ad accelerarsi nel prossimo decennio, se e in che modo muterà verosimilmente la direzione dei flussi di attività economiche sull'intero pianeta. 43 È stato individuato un solo studio che esamina la questione dal punto di vista quantitativo: Forrester (2004), che contiene dettagliate previsioni, per paese e per settore, sui posti di lavori europei che saranno trasferiti offshore fino al Stando a queste previsioni saranno circa i posti di lavoro trasferiti offshore dall'ue-15 entro il 2010 e circa i posti persi entro il Si prevede che i posti persi dal Regno Unito costituiranno circa i due terzi del totale dell'ue-15. Come possibili cause dell'elevata percentuale attribuita al Regno Unito si citano il fatto che ogni anno in India vengono formati due milioni di anglofoni dotati di competenze tecniche e quantitative e che il Regno Unito ha un mercato del lavoro relativamente più flessibile rispetto al resto dell'ue-15. Passando alla scomposizione per categoria professionale, lo studio prevede che i posti di lavoro persi entro il 2015 interesseranno per il 13 percento circa gli addetti informatici, per il 34 percento gli impiegati, per il 29 percento gli addetti commerciali e alla gestione, per il 20 percento gli addetti scientifici e gli ingegneri, per il 3 percento il pubblico impiego e per l'1 percento gli addetti ai mezzi di comunicazione. Gli effetti della rilocalizzazione 44 Una questione che la letteratura ha esaminato con una certa attenzione è quella dell'identificazione degli effetti della rilocalizzazione. L'interesse per questo aspetto è comprensibile alla luce delle sensibilità politiche e, cosa più importante, della diffusa (ma non necessariamente fondata) convinzione che il processo di rilocalizzazione continuerà probabilmente ad espandersi. L'analisi degli effetti della rilocalizzazione si è tendenzialmente concentrata su uno o l'altro di due aspetti: l'impatto sui livelli occupazionali nel paese di origine e in quello di destinazione; l'impatto sulla produttività dell'economia di origine. Qui di seguito una breve sintesi dei lavori pertinenti. Gli effetti della rilocalizzazione sull'occupazione 45 Lo studio Falk and Wolfmayr (2005) analizza l'impatto dell'outsourcing internazionale sull'occupazione usando i dati sul settore manifatturiero di sette paesi dell'ue nel periodo Lo studio stima una serie di equazioni di domanda di lavoro che mostrano come le importazioni da paesi con basse retribuzioni, a differenza di quelle da paesi industrializzati, abbiano un effetto statisticamente significativo sull'occupazione. I calcoli degli autori mostrano che i cambiamenti osservati nell'outsourcing dall'ue solo nel periodo dal 1995 al 2000 sono all'origine di una riduzione annua dei posti di lavoro pari a 0,26 punti percentuali. 46 In Stauss-Kahn (2003) si costruisce un modello per dimostrare l'incidenza della specializzazione verticale (la quota degli input importati sulla produzione misura empirica dell'outsourcing) sulla percentuale di operai non specializzati nel settore industriale. Il modello è stimato sulla base dei dati dell'industria francese su 14 comparti manifatturieri per i periodi e In questi periodi la percentuale di operai non specializzati sul totale dell'occupazione è scesa rispettivamente di 0,49 e 0,44 punti annui. Negli stessi periodi il livello di specializzazione verticale è cresciuto rispettivamente dello 0,094 e dello 0,185 per cento all'anno. Gli autori stimano che l'evoluzione della specializzazione verticale abbia contribuito ad abbassare la quota di operai non specializzati sul totale degli occupati nel settore manifatturiero francese per l'11-15% nel periodo e per il 25 percento nel periodo In Egger and Egger (2000) si studiano gli effetti occupazionali dell'outsourcing verso l'europa orientale e l'ex Unione sovietica per un gruppo di venti imprese industriali austriache nel periodo I risultati indicano che un incremento dell'1% dell'outsourcing verso l'europa orientale (in termini di produzione lorda) provoca uno spostamento dell'occupazione relativa in favore del segmento della manodopera specializzata pari a circa 0,1 percento. Secondo la stima degli autori queste attività di outsourcing sono all'origine di circa un quarto delle variazioni dell'occupazione relativa a beneficio della manodopera qualificata. 48 Il rapporto dell'ocse sulle prospettive per l'occupazione 2005 prende in esame i costi di aggiustamento all'evoluzione degli scambi nell'ambito dei mercati del lavoro dell'ocse. In tema di effetti degli scambi internazionali su questi mercati, i principali risultati sono: (a) i principali effetti a lungo termine degli scambi e degli investimenti internazionali sui mercati del lavoro sono: l'aumento dei salari medi e gli spostamenti nella composizione settoriale e professionale dell'occupazione. Gli autori del rapporto non formulano teorie né adducono prove DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 14

17 del fatto che l'espansione degli scambi internazionali influenzi l'occupazione aggregata, ma ritengono probabile che la crescita degli scambi con i paesi con basse retribuzioni abbia contribuito ad accrescere le disparità salariali in molti paesi OCSE. (b) l'intensificarsi della concorrenza internazionale è associato alla crescita del job displacement, anche se si rileva che gli scambi non sono l'unico fattore trainante dell'avvicendamento della manopera e dei mutamenti strutturali. (c) I costi di aggiustamento sembrano più elevati per i lavoratori che perdono l'impiego per effetto dell'evoluzione degli scambi rispetto a quelli che lo perdono per altre cause. I primi, infatti, mettono più tempo a ritrovare un impiego e, una volta riassunti, subiscono una più forte contrazione salariale. 49 Lo studio di Amiti and Wei (2005) si chiede se l'outsourcing internazionale dei servizi abbia ridotto il numero di posti di lavoro nel Regno Unito. Sulla base di dati britannici ricavati nel periodo da 69 comparti manifatturieri e 9 comparti dei servizi, gli autori concludono che l'outsourcing non ha effetti negativi sull'occupazione dell'industria manifatturiera a livello settoriale. Giungono poi allo stesso risultato anche nel settore dei servizi. Ciò fa capire che chi perde il lavoro per effetto dell'outsourcing tende a ritrovare un posto all'interno della stessa categoria industriale. Dallo studio emerge anche che la crescita dell'occupazione non è correlata negativamente all'outsourcing. 50 Geishecker (2005) analizza l'effetto dell'outsourcing internazionale verso l'europa centrale e orientale sulla domanda relativa di lavoratori manuali in Germania, sulla base dei dati relativi a una serie di venti comparti manifatturieri nel periodo Lo studio combina dati sugli scambi e dati sugli input e output, in modo da disgiungere l'outsourcing internazionale dagli scambi di beni finiti e differenziare gli effetti dell'outsourcing in diverse regioni del mondo. Usando una misura ristretta di outsourcing e verificando l'incidenza di altri fattori, trovano che l'outsourcing internazionale verso l'europa centrale e orientale ha ridotto la quota riferita ai lavoratori manuali sulla massa salariale del 2,7 tra il 1991 e il 2000, il che corrisponde al 57% della riduzione complessiva di questa quota nello stesso periodo. 51 Il modello sviluppato da Boulhol (2003), ispirato a quello di Rowthorn and Ramaswamy (1998), consente di individuare uno stretto legame tra rilocalizzazione e incrementi di produttività. Lo studio fa uso di dati relativi a sedici paesi OCSE tra il 1970 e il I suoi risultati avvalorano quelli di Rowthorn and Ramaswamy (1998), confermando che la deindustrializzazione risulta in primo luogo da un processo naturale di crescita degli incrementi di produttività nell'industria. Le stime elaborate nello studio indicano che gli scambi internazionali sono all'origine di appena il 15 percento dell'entità di deindustrializzazione osservata. Ciò, a sua volta, è dovuto all'incremento delle importazioni dal Sud (i paesi più poveri). Si stima infatti che un incremento delle importazioni dal Sud pari all'un percento del PIL provochi un impatto sull'occupazione relativa pari al 2,8 percento. Gli effetti della rilocalizzazione sulla produttività 52 Lo studio di Girma and Görg (2004), come accennato, analizza l'impatto dell'outsourcing (interno e offshore) sulle ditte nazionali e quelle di proprietà straniera, utilizzando dati britannici raccolti a livello aziendale. Dallo studio emerge che l'outsourcing accresce sia la produttività del lavoro che la PFT (produttività totale dei fattori) e che quest'accrescimento risulta più pronunciato nelle ditte di proprietà straniera. 53 In uno studio successivo con risultati analoghi, Görg et al. (2005) studiano l'impatto dell'outsourcing internazionale sulla produttività usando dati sull'industria manifatturiera irlandese nel periodo , raccolti a livello di stabilimento e tratti dall'irish Economy Expenditure Survey. L'analisi econometrica consente di evidenziare incrementi di produttività presso le aziende esportatrici impegnate nell'outsourcing internazionale di beni intermedi. Lo studio scopre che un incremento dell'un percento dell'intensità di outsourcing accresce la produttività a livello di stabilimento dell'1,7 percento per le multinazionali straniere e dello 0,9 percento per le imprese nazionali. Secondo lo studio una possibile causa del fatto che le multinazionali traggono un maggior beneficio dall'outsourcing internazionale è che, facendo parte di reti produttive internazionali, sono più informate su dove sia possibile acquistare input a prezzi competitivi. Sintesi: risultati raggiunti sugli effetti della rilocalizzazione 54 Gli studi che indagano sugli effetti della rilocalizzazione impiegano dati di diverso tipo e prendono in esame settori, paesi e periodi diversi. Date queste premesse, forse non è sorprendente che non venga raggiunto un consenso sugli effetti della rilocalizzazione sull'occupazione in genere. Mentre alcuni autori rinvengono un'associazione tra rilocalizzazione e abbassamento dei livelli occupazionali, molti altri sostengono che la rilocalizzazione non incide sul numero di occupati pur avendo un indubbio effetto sulle loro caratteristiche. In particolare, un risultato riproposto da diversi studi è il fatto che la rilocalizzazione sposta la composizione dell'occupazione a beneficio dei lavoratori più qualificati. Un altro risultato che sembra emergere dalla letteratura è che la rilocalizzazione accresce il divario tra i livelli salariali nel paese di origine. 55 Fatto forse più sorprendente, la letteratura sembra realmente raggiungere un consenso in merito agli effetti DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 15

18 positivi della rilocalizzazione sulla produttività nel paese di origine. Riferimenti bibliografici Amiti, M. and S.Wei (2005) "Fear of outsourcing: is it justified?", Economic Policy, April 2005, pp Anderton, B. and P. Brenton (1999) "Outsourcing and low-skilled workers in the UK", Bulletin of Economic Research, vol. 51:4, pp Aubert, P. and P. Sillard (2005) "Délocalisations et réductions d'effectifs dans l'industrie française", G , Direction des Études et Synthèses Économiques, Institut national de la Statistique et des Études Économiques. Boulhol, H. (2004) "What is the impact of international trade on deindustrialisation in OECD countries?", Flash CDC IXIS Capital Markets, pp Boulhol, H. and L. Fontagné (2005) "Deindustrialisation and the fear of relocations in the industry", working paper version 13 July 2005 Campa, J. and L. Goldberg (1997) "The evolving external orientation of manufacturing industries: evidence from four countries", NBER working paper 5919 Council of Europe Parliamentary Assembly (2005) "Relocation of economic activities abroad and European Economic development" Daudin, G. and S. Levasseur (2005) "Offshore relocations and emerging countries' competition: measuring the effect on French employment", in Competition from emerging countries international relocation and their impacts on employment, OFCE, pp Directorate-General for Employment and Social Affairs, European Commission (2004) "Globalisation and labour markets: a European perspective", Chapter 5 in Employment in Europe 2004, pp Directorate-General for Employment and Social Affairs, European Commission (2005) "Employment in Europe 2005: Recent trends and prospects" Drumetz, F (2005) "Offshoring", Banque de France Bulletin Digest, No. 133 Egger, H. and P. Egger (2000) "Outsourcing and skill specific employment in a small economy: Austria and the fall of the iron curtain", Institut fűr Volkswirtschaftslehre, working paper no European Economic and Social Committee (2005) "The scope and effects of company relocations" Egger, P. et al. (2003) "Sectoral adjustment of employment: the impact of outsourcing and trade at the micro level", IZA discussion paper no. 921 Falk, M. and B. Koebel (2002) "Outsourcing, importazioni and labour demand", Scandinavian Journal of Economics, vol.104, no. 4, pp Falk, M. and Y. Wolfmayr (2005) "The impact of international outsourcing on employment: empirical evidence from EU countries", Austrian Institute of Economic Research WIFO working paper Feenstra, R. and G. Hanson (1996) "Globalization, outsourcing and wage inequality", The American Economic Review, vol. 86, no. 2, pp Gaffard, J. and M. Quéré (2005) "Relocation: What matters? Competition or/and a new policy mix", in Competition from emerging countries international relocation and their impacts on employment, OFCE, pp Galgoczi, B. (2006) "What is relocation. How to measure it and how extensive the phenomenon appears on the European scene?", presentation at the European Economic and Social Committee hearing on sectoral relocation, 4 May Geishecker, I. (2002) "Outsourcing and the demand for low-skilled labour in German manufacturing: new evidence", DIW Berlin discussion paper 313 Geishecker, I. (2005) "Does outsourcing to Central and Eastern Europe really threaten manual workers' jobs in Germany?", Free University Berlin and University of Nottingham working paper Girma, S. and H. Görg (2004) "Outsourcing, foreign ownership, and productivity: evidence from UK establishment-level data", Review of International Economics, vol.12, no.5, pp Görg, H. et al. (2005) "International outsourcing, foreign ownership, exporting and productivity: An empirical investigation with plant level data", working paper version January 2005 Goux, D. and E. Maurin (2000) "The decline in demand for unskilled labor: An empirical analysis method and its application to France", Review of Economic and Statistics, vol. 82, no. 4, pp Hijzen, A. et al. (2005) "International outsourcing and the skill structure of labour demand in the United Kingdom", Economic Journal, vol. 115, pp Kakabadse, A. and N. Kakabadse (2002) "Trends in outsourcing: contrasting USA and Europe", European Management Journal, vol. 20, no. 2, pp Kirkegaard (2005) "Outsourcing and offshoring: Pushing the European model over the hill, rather than off the cliff!", Institute for International Economics working paper WP 05-1 Marin, D. (2004) "A nation of poets and thinkers less so with Eastern enlargement? Austria and Germany", University of Munich discussion paper Marin, D. (2005) "A new international division of labour in Europe: Outsourcing and offshoring to DI CESE 49/2006 riv. EN-COS/SAN/rl/fb 16

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