LO SBAGLIO PIÙ BELLO DELLA MIA VITA. Traduzione di Simona Mambrini

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2 Il libro Questa è una storia d amore. Ma non è la solita favola. Non parla del primo bacio. Non parla del primo appuntamento. Non parla del colpo di fulmine che arriva a un tratto ad aggiustare tutto. Parla di Reena, che da sempre è innamorata di Sawyer e pagherebbe per un suo sguardo. E parla di Sawyer, che un giorno all improvviso si accorge di lei e la trascina in una storia bellissima, tormentata, imprevedibile. E un altro giorno all improvviso se ne va, senza una parola, lasciandola sola con i suoi sedici anni, i suoi sogni infranti e una bambina in arrivo. Reena voleva andare all università, girare il mondo, diventare una scrittrice. Invece abbandona la scuola, resta in città e diventa mamma. Una scelta coraggiosa, di cui non si pentirà mai, perché la piccola Hannah è la cosa più bella che le sia mai capitata. Anche se nei suoi occhi rivede ogni giorno quelli del ragazzo che le ha spezzato il cuore. Poi, dopo tre anni, ecco che Sawyer torna dal nulla a sconvolgerle l esistenza. Proprio quando Reena stava provando a vivere una nuova storia, proprio quando stava mettendo in pratica tanti buoni propositi (essere forte, odiarlo, dimenticarlo), lui è di nuovo lì, con quelle labbra e quelle mani irresistibili, pronto a incrinare la sua rabbia e il suo orgoglio, a far riaffiorare quel sentimento che lei ha fatto di tutto per spegnere. Così. Come se il cuore di Reena fosse un giocattolo da smontare e rimontare. Come se fosse scontato perdonare e concedere una seconda possibilità. Come se per imparare ad amare fosse necessario farsi del male. Sbagliare e riprovare. Come se Reena e Sawyer stessero vivendo una vera storia d amore.

3 L autrice Katie Cotugno vive a Boston. Autrice di racconti pubblicati su importanti riviste letterarie, è stata candidata al prestigioso Pushcart Prize. Lo sbaglio più bello della mia vita è il suo primo romanzo, attesissimo in ben quattordici Paesi.

4 KATIE COTUGNO

5 LO SBAGLIO PIÙ BELLO DELLA MIA VITA Traduzione di Simona Mambrini

6 A Jackie, la mia prima lettrice

7 1 Dopo CERCAVO Sawyer da una vita, ed eccolo là, davanti al distributore automatico di Slurpee del supermercato 7-Eleven, a fissare i colori fosforescenti delle granite, come se si aspettasse di trovarci dentro la risposta ai misteri dell universo. A pensarci bene, forse è così. Mi fermo. Lo guardo. Devo comprare delle gomme da masticare, una bibita e una confezione dei biscotti preferiti di Hannah, ma so già che me ne andrò via a mani vuote. Tra quindici minuti ho una stupida lezione di ragioneria. La mia treccia gronda acqua piovana sul linoleum scuro, formando una piccola pozza ai miei piedi. «Ciao, Reena.» Colta in fallo, come al solito. Sta sistemando con cura il coperchio di plastica sul bicchiere. Sawyer LeGrande non è uno che si fa sorprendere alle spalle e quando si volta non sembra minimamente sorpreso. Ha i capelli tagliati cortissimi, quasi a zero. «Ciao, Sawyer», saluto lentamente. Quel suono mi esplode in testa con il fragore di un onda. Infilo l indice nell anello del portachiavi e affondo il metallo freddo nel palmo. Trovo sia un ingiustizia che dopo aver trascorso tutto questo tempo chissà dove, si rifaccia vivo all improvviso, radioso e abbronzato, mentre io ho l aspetto di una barbona. Sono struccata. Ho i jeans bucati sulle ginocchia e ho messo su almeno cinque chili dall ultima volta che ci siamo visti. Ma, prima che io abbia il tempo di sprofondare nell umiliazione, lui supera l espositore delle patatine e della carne affumicata e mi stringe in un abbraccio. Come se fosse una cosa normalissima. Ha sempre lo stesso odore, un misto di sapone e sottobosco. «Non lo sapevo», esordisco allibita. Non so quale sia esattamente l ignoranza che sto per professare. Forse tutte quante: diciotto anni di verità universali ovvie per tutti tranne che per me. «Sono tornato solo ieri», chiarisce. «Non sono ancora passato al ristorante.» E sulle labbra gli spunta uno di quei sorrisetti obliqui ai quali ho cercato di rendermi immune sin dalla seconda elementare. «Saranno in molti a essere sorpresi.» «Dici?» mi lascio sfuggire. Il suo sorriso svanisce. «Uh... sì. Almeno credo.» «Già.» Non mi viene in mente niente di meglio da dire. Non mi viene in mente proprio niente, come al solito quando mi trovo di fronte Sawyer. Eppure uno potrebbe aspettarsi che ormai abbia sviluppato almeno qualche anticorpo. Andavo nel pallone quando facevamo lo stesso turno al ristorante Da Antonia, ed era un continuo di piatti rotti e ordini e conti scambiati. Una volta, quando avevo quindici anni e

8 lui era dietro al banco, una cliente aveva ordinato un Sex on the beach. Ci misi così tanto tempo a trovare il coraggio di ripetergli il nome del cocktail che la cliente si lamentò con mio padre per la lentezza del servizio, cosicché, per punizione, mi toccò restare a pulire la cucina dopo la chiusura. «Ho saputo da mia madre...» sta dicendo. Lascia la frase in sospeso, poi ci riprova. «A proposito di...» Sono tentata di lasciarlo così, in sospeso, come un impiccato, ma poi decido di tagliare corto. «Hannah», dico. Chissà cos altro gli ha raccontato sua madre. Non riesco a smettere di fissarlo. «Si chiama Hannah.» «Già. Cioè...» Sembra a disagio, come in attesa che succeda qualcosa. Magari si aspetta di sentirselo dire in faccia. Bentornato. Fatto buon viaggio? Oh, a proposito, abbiamo una bambina, ma tengo la bocca cucita. Che cuocia un po nel suo brodo, penso, meschina. Che sia lui a tormentarsi per una volta. Lo Slurpee che ha in mano è verde kryptonite. La treccia mi ha lasciato una chiazza umida sulla maglietta. Sawyer si dondola imbarazzato. «So anche questo.» Restiamo lì, impalati. Ad ascoltare il nostro respiro nel brusio di sottofondo dell ambiente freddo e algido del supermercato. Sopra la sua spalla destra c è un vistoso cartellone che pubblicizza hot dog. Non era così che mi ero immaginata quella scena. «Be...» dico dopo un po, sforzandomi, senza successo, di mostrarmi disinvolta. «Mi ha fatto piacere vederti. Adesso è meglio che mi sbrighi a prendere quello che mi serve...» Mi fermo, scosto una ciocca di capelli dalla fronte e guardo le luci al neon sfarfallanti. «Devo proprio andare, Sawyer.» Scorgo una contrazione alla mascella. Un moto praticamente impercettibile per chiunque non abbia passato l intera adolescenza a scrutargli la faccia. «Reena...» «No, ti prego...» Non voglio rendergli le cose facili. Chi me lo fa fare? È lui quello che è scomparso, che ha tagliato la corda senza nemmeno salutare. Arrivederci, a presto, ti amo. È lui che mi ha piantato in asso. «Senti, qualsiasi cosa tu stia per dirmi, lascia perdere. Alla fine tutto si è risolto, no?» «No, non è vero.» Mi guarda e lo rivedo esattamente com era a otto anni, a undici, a diciassette. Io e Sawyer eravamo insieme solo da pochi mesi prima che se ne andasse, ma io avevo sempre avuto una cotta per lui, e la sua partenza sarebbe stata comunque una brutta tegola anche se non avessimo avuto una storia. Sposto lo sguardo dai gelati alle confezioni di tabacco da masticare e alle patatine. Scuoto la testa. «Sì, invece.» «Eddai, Reena.» Sawyer dondola sui talloni come se l avessi spinto. «Non piantarmi così.» «Tu dici a me di non piantarti?» esclamo a voce più alta di quanto avrei voluto. Vorrei prendermi a calci per essermi tradita e avergli fatto capire che ancora mi brucia. «Pensavano tutti che tu fossi morto stecchito in qualche vicolo. Io ti credevo morto. Quindi non venirmi a dire che ti senti piantato...» Sono stata sferzante e posata. Per un attimo il grande Sawyer ha un aria talmente disarmata e dispiaciuta che quasi mi si spezza di nuovo il cuore. «Non fare così», gli intimo pacatamente. «Non è giusto.»

9 «Guarda che non sto facendo niente», replica. «Niente di niente.» «Sawyer, smettila...» sbotto, esasperata. «Sei uno schianto, Reena.» Ecco che ricomincia con la tattica del domatore di leoni. La situazione è talmente surreale che mi viene quasi da ridere. «Piantala», gli intimo, sforzandomi di essere categorica. «Ma è la verità!» Sorride. Sembra avere un sesto senso per farmi sciogliere. «Ti rivedo in giro?» «E tu, ti farai rivedere in giro?» «Sì, direi di sì», annuisce. «Bene», dico come se non mi stessero tremando le mani e la gola non mi si fosse chiusa. Il fatto è che mi ero abituata alla sua assenza. «Sai, io ci abito qui.» «Mi piacerebbe vedere la bambina.» «Abita qui anche lei.» Ci sono altre persone nella nostra stessa corsia, gente che sta facendo la spesa come niente fosse, senza che la loro vita abbia preso una brusca piega inattesa. Un tizio mi scosta senza tanti complimenti per raggiungere i Cheetos. Fuori continua a diluviare: chissà, forse la fine del mondo non è lontana. Mi sforzo di respirare a fondo. «Ciao, Sawyer.» «Ci vediamo, Reena.» Se non sapessi con chi ho a che fare, prenderei quel saluto per una promessa.

10 2 Prima «HO vinto!» esultò Allie trionfante, calando l ultima carta sulla trapunta, il mento alzato in segno di vittoria. «Ti ho stracciata!» «Sul serio?» Sprofondai sui cuscini e le appoggiai i piedi in grembo. Avevamo passato gran parte del pomeriggio a giocare a una versione di ramino assurdamente complicata da una serie di regole che ci eravamo inventate noi, troppo macchinose per riuscire a spiegarle a chiunque. A ogni modo, giocavamo sempre e solo noi due. «Mi arrendo.» «Non puoi arrenderti se hai già perso», sottolineò. Allungò una mano verso il cassettone e scorse i brani musicali sul computer. La sua musica pop preferita risuonò gioiosa dagli altoparlanti metallici. «Non ti resta che ammettere la sconfitta.» Scoppiai a ridere e le tirai un calcio per scherzo. «Scema.» «Scema sarai tu.» «Tua sorella!» Per un po restammo in silenzio. Allie giocherellò distrattamente con una sfilacciatura dell orlo dei miei jeans. Sul muro c era un poster del Ponte dei Sospiri e uno di una veduta di Parigi al crepuscolo, entrambi rovinati agli angoli dallo scotch. Era primavera inoltrata del primo anno delle superiori; il mondo sembrava sconfinato e incredibilmente piccolo. «Ehi, ragazze?» Soledad, la mia matrigna, comparve sul vano della porta, i lunghi capelli neri raccolti sulla testa. «Roger e Lydia arriveranno a momenti», mi informò. «Ti dispiace preparare la tavola, per favore? Allie, tesoro», continuò senza aspettare la mia risposta tanto avrei detto di sì, come sempre «ti fermi a cena?» Allie fece una faccia perplessa e sbirciò la sveglia sul mio comodino. «Mi sa che devo proprio tornare a casa», rispose con un sospiro. Un paio di settimane prima si era fatta di nuovo beccare a rubacchiare in un negozio stavolta un paio di occhiali di plastica e una sciarpa di seta e i suoi genitori la stavano marcando stretta. «Grazie lo stesso.» «D accordo.» Soledad sorrise. Prima di voltarsi, diede due colpetti allo stipite della porta e riecheggiò il suono metallico della fede che aveva al dito. «Mi raccomando, metti un coperto in più, Serena», disse da sopra la spalla. «Dovrebbe venire anche Sawyer stasera.» Io e Allie ci scambiammo subito un occhiata, sgranando gli occhi. «Ho cambiato idea», saltò su Allie come un cane da punta. «Avverto i... ehm. Sì, credo proprio che mi fermerò a cena.» Scoppiai in una risata così forte che per poco non rotolai giù dal letto. Mentre cercavo di ricompormi pensai che era il caso che mi truccassi un po. «Sei così prevedibile», dissi.

11 Scesi dal letto e mi avviai in corridoio con aria disinvolta, come se il cuore non mi stesse battendo all impazzata. «Vieni, scema. Mi aiuterai a piegare i tovaglioli.» Venti minuti dopo, Lydia LeGrande irruppe in cucina come un uragano, sprizzante sicurezza da tutti i pori e carica di collane pesanti. «Come stai, Reena?» chiese, dandomi un fuggevole bacio sulla guancia. Senza aspettare risposta, appoggiò un vassoio di costosi formaggi sul bancone della cucina e cominciò a togliere la pellicola. Subito dopo entrò Roger con una bottiglia di vino. Malgrado la stazza, si muoveva con sorprendente agilità. Mi appoggiò una mano sulla spalla e mi salutò con un: «Salve, bellezza». I LeGrande erano i migliori amici di mio padre e Soledad. Soci in affari del ristorante a gestione familiare, erano inseparabili in vacanza alle Keys, e ai concerti all aperto di Holiday Park. I loro chiassosi giochi di società erano leggendari. Lydia era stata compagna di università di mia madre e fu grazie a lei e Roger che i miei si conobbero. Mia madre morì in seguito alle complicazioni di una sclerosi multipla quando avevo quattro anni e mio padre era troppo prostrato per pensare a preparare da mangiare e badare alla casa. Allora Lydia aveva provveduto a chiamare Soledad per dare una mano. Così, senza saperlo, finì per trovargli, oltre alla prima, anche la seconda moglie. A distanza di oltre dieci anni venivano spesso a cena da noi. La maggior parte delle volte senza figlio. Quella sera, però, la fortuna era dalla mia, oppure lo dovevo all allineamento delle lune di qualche lontano pianeta, fatto sta che al loro seguito spuntò Sawyer, in jeans e maglietta e una zazzera di capelli neri e mossi. Al collo aveva il ciondolo ossidato a forma di sottile mezzaluna che portava sempre. «Eccoti», lo salutò mio padre arrivando dal giardino dove stava preparando il barbecue. Io e Allie non avevamo ancora finito di preparare la tavola. Allie stringeva in pugno una manciata di forchette. «Devo farti sentire un disco. Roba seria. Herbie Hancock. Vieni con me.» «Mio figlio ha la luna storta», avvertì Roger. Sawyer si limitò a dare un bacio a Soledad e a fare un cenno con la testa a mio padre prima di seguirlo in sala, dove c era lo stereo. Sawyer era cresciuto scorrazzando per i corridoi di casa nostra. Mio padre era il suo padrino ed era stato lui a insegnargli a suonare il pianoforte oltre una decina di anni prima. «Ehilà, Reena», mi salutò distrattamente passandomi accanto. Riconobbi il suo profumo, una tiepida fragranza di sapone. Lo avevo visto al lavoro qualche giorno prima ma era un anno che non veniva a cena da noi. Deglutii. Il cuore mi picchiava contro la cassa toracica come sassolini contro il vetro di una finestra. «Ehilà.» Sawyer era due anni avanti a noi a scuola, anche se sembrava molto più grande, più vicino all età di mio fratello Cade che alla mia. È sempre stato così, per quanto mi ricordi, come se avesse già vissuto mille vite diverse. Faceva il barista al ristorante e si faceva vedere a scuola quando ne aveva voglia, quasi sempre ignorandomi: non per cattiveria, ma come si ignora una scritta sul muro di un palazzo davanti al quale si passa ogni giorno. Io facevo parte del paesaggio, tanto da fondermi con esso; ero un tratto talmente

12 familiare da diventare invisibile. Allie, però, non era una che passava inosservata. «Ciao, Sawyer», lo salutò, agitando la graziosa testolina riccioluta. Si era cambiata, e aveva addosso uno dei miei top: nero, semplicissimo, con le spalline sottili. Aveva le spalle cosparse da una spruzzata di lentiggini. «È da un pezzo che non ci si vede.» Sawyer si fermò e la guardò con un certo interesse. Nel frattempo, Roger aveva raggiunto Soledad nel patio e mio padre era sparito in soggiorno. Come al solito, Lydia faceva come se fosse a casa sua e si era messa a frugare nei cassetti in cucina alla ricerca di forchette d argento per i formaggi. Allie sorrideva. Io rimasi a osservare la scena con attenzione. Loro due si conoscevano per essersi incrociati alle feste compleanni, cerimonie di diploma e nei corridoi della scuola. Ma non si frequentavano e non erano nemmeno lontanamente amici, per cui rimasi sorpresa nel vedere Sawyer sorriderle nel suo solito modo accattivante. «Puoi dirlo forte», rispose puntando il mento nella sua direzione. «È da un pezzo che non ci si vede.»

13 3 Dopo «SAWYER LeGrande è tornato?» Di ritorno dal supermercato, due ore prima del previsto, entro in casa, furibonda, e irrompo in cucina con la grazia e la pacatezza di una granata. Ho guidato a vuoto sotto la pioggia torrenziale in preda al panico, spinta da una smania irrazionale a muovermi come se tutto congiurasse contro di me e l unica possibilità di sfuggire a una catastrofe fosse tenersi in movimento. Fuori, le palme si piegano in un gesto di supplica. Mi si è spento il motore al semaforo per ben tre volte. «Cosa?» scatta Soledad. Le scivola di mano il coltello con cui stava tagliando le carote e sbatacchia nel lavandino. Impreca in spagnolo prima di portarsi alle labbra il pollice ferito. Hannah, occupata a ridurre in poltiglia un pomodoro dell orto di mio padre sul seggiolone, comincia a strillare. Mia figlia è minuta, scura di capelli e pestifera: si direbbe che i suoi urli provengano da una creatura dieci volte più grande. «Mama», si lamenta, strascicando l ultima a come se si sentisse tradita dal mondo intero. La prendo in braccio, appoggiandomela su un fianco, e mi metto a camminare avanti e indietro per la stanza come una belva in gabbia. «Va tutto bene», mento, sussurrandole frasi senza senso per calmarla. Le manine paffute sono impiastricciate di polpa succosa. «Scusami. Ti ho spaventata.» La mia matrigna continua a fissarmi incredula, succhiandosi il pollice. «Sawyer LeGrande», ripeto, come se potesse esserci il dubbio che stia parlando di un altro Sawyer. «L ho incontrato davanti al distributore di granite Slurpee.» Soledad ci mette alcuni secondi a registrare l informazione prima di chiedere: «Che gusto?» La guardo senza capire. «Che gusto?» «È quello che ti ho chiesto.» «Ma che cazzo di domanda è?» «Modera il linguaggio», mi rimprovera. Guardo Hannah con aria colpevole. Mia figlia ha cominciato da poco a trotterellare e farfugliare qualche parola, mossa alla conquista dell universo da una sorta di smania irrefrenabile. Se non sto attenta a come parlo, c è il rischio che quando andrà all asilo si esprima come uno scaricatore di porto. «Scusami», mormoro dandole un bacio sulla testolina mentre mi spalma un po di polpa di pomodoro in faccia. «La tua mamma è proprio sboccata.» «Hai saltato la lezione?» mi chiede Soledad. Sto per risponderle che in questo momento i corsi universitari non sono proprio in cima alla lista delle mie priorità, quando

14 mio fratello fa il suo ingresso in cucina, seguito da mio padre. Quel pomeriggio c era una riunione di lavoro al ristorante. «Signore...» Dopo avermi rivolto un occhiata di sfuggita, mio fratello Cade punta dritto al frigorifero. Al liceo giocava nella squadra di football e ha sempre l appetito di un bisonte. «Ho visto Aaron in palestra stamattina.» Fingo di non averlo sentito si riferisce al mio ragazzo e gli chiedo: «Sapevi che Sawyer è tornato?» Mio malgrado, non riesco a nascondere di essere sull orlo di una crisi di nervi. Inspiro profondamente e dondolo Hannah contro il fianco, cercando di contenermi. «Lo sapevi, eh?» «No», risponde, ma evita il mio sguardo. Cade fissa perplesso l interno del frigo come se là dentro stesse succedendo qualcosa di interessante. «È finito il succo d arancia?» «Te lo chiedo di nuovo, Kincade...» «Eh?» Ha un tono scocciato. «Non ne ero... sicurissimo.» «Cade!» «Reena...» Mio padre si intromette come se avessimo ancora sette e dodici anni. Teme forse che possa sferrargli un calcio a uno stinco o un pugno alla nuca, come una sorellina dispettosa? Ho diciotto anni e mio fratello ventitré. E ho in braccio mia figlia... «Smettetela», ci ammonisce. Mi volto verso di lui. Mio padre e il padre di Sawyer si conoscono da bambini, gestiscono insieme un ristorante da dieci anni e ognuno è il padrino del figlio dell altro. Se Sawyer ha rimesso piede in Florida, è praticamente impossibile che lui non ne sia al corrente. «E tu?» gli chiedo sforzandomi di mantenere la voce salda. Comincia ad avere le tempie brizzolate. Hannah si divincola, insofferente, tra le mie braccia. «Lo sapevi?» Annuisce. «Sì», risponde, rivolgendomi uno sguardo pacato. Mio padre è uno che non dice mai bugie. «E non me lo hai detto?» Tace per alcuni istanti, come se stesse riflettendo. Ha il davanti della camicia spruzzato di gocce di pioggia. «No», dice alla fine. «Non te l ho detto.» In fondo non dovrei stupirmi, eppure l impatto è tremendo. Accuso il colpo come una mazzata in testa o una punizione divina. «Perché no?» chiedo, in tono più amareggiato di quanto fosse mia intenzione. «Reena...» «Soledad, ti prego...» «Non te l ho detto», continua mio padre con una calma olimpica, «perché speravo che non si fermasse a lungo.» Ah. Tutti gli occhi sono puntati su di me, in attesa. Soledad ha una mano sul cuore. Il corpaccione muscoloso di Cade indugia ancora davanti al frigorifero aperto. «Il succo è nella porta», dico. Poi salgo di sopra a mettere Hannah a letto.

15 4 Prima «COMINCIAMO a essere troppo grandi per queste cose», dichiarò Allie a un tratto. Stavamo trascorrendo pigramente la mattinata nell area dei giochi in fondo all immenso e immacolato giardino di casa sua. Noi due sole, come al solito. I capelli biondo paglierino di Allie sfioravano l erba quando si dondolava sull altalena gettando la testa all indietro. «Siamo già troppo grandi», dissi. Sdraiata a testa in giù sullo scivolo di plastica, con le ginocchia piegate e le braccia ciondoloni, cercavo invano qualche erbaccia da strappare: il padre di Allie era orgogliosissimo del suo prato all inglese. Avevamo quindici anni quell estate, eravamo ancora senza patente e scroccavamo passaggi a un paio di amici di Allie più grandi. «Quindi stai zitta e continua a dondolarti.» «D accordo», incassò Allie, scoppiando a ridere. «Seguirò il tuo consiglio.» Poi, ripensandoci, si raddrizzò scuotendo la testa con aria spensierata. «Che ne dici di andare a berci un bel caffè shakerato?» Feci una faccia perplessa. Tra non molto avrebbe fatto troppo caldo per restarsene a ciondolare in giardino, ma Allie voleva andare al bar solo perché ci lavorava la sua amica Lauren Werner e distribuiva shakerati gratis. E io detestavo la faccia tosta di Lauren Werner. «Hai davvero voglia di caffè?» Allie rifletté un istante, socchiudendo gli occhi dietro gli enormi occhiali da sole in tartaruga. «No», confessò con un sospiro rassegnato. «Ho voglia di andare da qualche parte.» Stavo per suggerire di guardare un film o magari fare un salto alla caffetteria della libreria, ma in quell istante la madre di Allie apparve sulla soglia della porta scorrevole della cucina: stessi capelli biondissimi di Allie ma tagliati corti in un pratico caschetto. «Ragazze?» chiamò, appoggiata a uno stipite, grattandosi con il piede nudo il ginocchio dell altra gamba. «Ho fatto dei muffin se avete fame.» «Non lasciarti tentare», si affrettò a dire Allie. «Sono ultracalorici.» «Non dire sciocchezze!» urlò di rimando sua madre. La signora Ballard aveva l udito di un pipistrello. «Non è vero. Provane uno, Reena.» «Va bene», accettai con un attimo di ritardo. In genere ero una persona accondiscendente e poi mi scappava la pipì. Scesi dallo scivolo e mi avviai verso casa attraversando il prato verde brillante, nel caldo sciropposo di metà mattinata. «Vengo.» «Porta anche le carte!» urlò Allie, abbandonando qualsiasi ipotesi di andare da qualche parte. Quell estate non facevamo altro che giocare a carte come due vecchie signore: bridge, pinnacolo e burraco. Era il genere di cose che piaceva ad Allie. Altre estati le

16 avevamo passate a imparare a fare le trecce alla francese, oppure a guardare l intera filmografia di Katharine Hepburn. «E carta e penna!» «Nient altro?» dissi, lanciandole un occhiata da sopra la spalla. «Vostra signoria?» Allie si produsse nel suo sorriso più idiota e mi lanciò un infradito di gomma sfilandola dal piede. «Per favoreeeee?» «Vedremo...» Dopo aver fatto pipì, passai in camera sua a prendere le carte e aprii il cofanetto dei trucchi sul cassettone per cercare il lucidalabbra. Tirai fuori qualche ombretto e un paio di assorbenti interni, ma niente lucidalabbra. Stavo per rinunciarci, quando mi ritrovai tra le dita una sottile catenina da cui pendeva una mezzaluna d argento ossidato. La riconobbi subito, d istinto, così come si riconosce il proprio viso allo specchio: era il ciondolo di Sawyer LeGrande. Allibita, rimasi impalata per non so quanto tempo, il lieve ronzio dell aria condizionata in sottofondo, i piedi nudi affondati nella moquette grigio pallido, con ancora i segni dell aspirapolvere che Valencia, la donna delle pulizie dei Ballard, aveva passato da poco. Alla fine tornai in giardino, passando oltre la signora Ballard che reggeva un piatto di carta con due calorici muffin ai mirtilli. A quella vista provai una leggera nausea. Allie guardò verso di me vedendomi ricomparire. Era appesa agli anelli e continuava a rovesciarsi come facevamo da piccole, agitando in aria le gambe abbronzate. «Dove sono i malefici muffin?» mi chiese. Poi, vedendo la mia faccia: «Che c è?» Le mostrai la catenina facendola penzolare come se fosse radioattiva. «L hai rubata?» le chiesi. La mia voce risuonò stridula alle mie stesse orecchie. Allie lasciò andare gli anelli e assunse un espressione che non conoscevo, quasi accusatoria. Era come se sul suo viso fosse scesa un inferriata azionata da un sistema d allarme. «Sei andata a frugare tra la mia roba?» mi chiese. «Cosa?» Ero sbigottita. Non era mai stato un problema andare a guardare tra le cose dell altra. Allie avrebbe potuto fare l elenco del contenuto del cassetto della mia scrivania. «Cercavo il lucidalabbra.» «Ah», disse, riprendendo l espressione normale. «Eccolo», disse sfilandolo dalla tasca posteriore dei calzoncini. «Grazie.» Me lo misi, continuando a fissarla. Il ciondolo d argento mi penzolava tra le nocche e, quando le restituii il lucidalabbra, Allie si impadronì anche della catenina sfilandomela dalle dita come in un gioco di prestigio. «Allora?» la incalzai. «L hai rubato?» «Se l ho rubato?» ripeté. «Per chi mi prendi? Non sono una cleptomane!» «Non sarebbe certo la prima volta che sgraffigni qualcosa.» Allie inclinò la testa di lato come a dire: non hai tutti i torti. «A dire il vero ho rubato il lucidalabbra», ammise. «Cosa?» esclamai. «Al centro commerciale? Credevo che l avessi pagato!» «È quello che ti ho detto», rivelò stringendosi nelle spalle. «Tu eri occupata a provare i profumi.» Oh, maledizione. Mi lasciai cadere di peso sul prato e mi sdraiai a guardare il cielo implacabilmente terso. L aria mi avvolgeva come una coperta umida. «Devi perdere questo brutto vizio.»

17 «Lo so», convenne venendo a sdraiarsi accanto a me. Per un po nessuna delle due fiatò. Sentivo lo stomaco di Allie brontolare e il ronzio delle vespe poco lontano. «Allie», ripresi, sforzandomi di mantenere un tono neutro che non tradisse l ansia. Ci conoscevamo dall età di quattro anni. «Dove hai preso quella collanina?» Allie sospirò in segno di resa, come se si aspettasse che l avrei torturata fino a strapparle una confessione. Tanto valeva sputare subito la verità. «Non l ho rubata.» Sentii i polmoni svuotarsi completamente e mi presero le vertigini malgrado fossi sdraiata a terra. «Lo so», ammisi, arrendendomi alla cruda verità. «Te l ha data lui?» Allie annuì. Rotolò su un fianco, si puntellò su un gomito ossuto e mi guardò negli occhi. «Avevo intenzione di dirtelo», ammise alla fine. «Solo non sapevo come.» Mi premetti i palmi sugli occhi e una girandola di colori prese a scoppiettarmi dietro le palpebre come fuochi d artificio. «Sawyer LeGrande ti ha dato quella collana», ripetei. Ci mancò poco che mi mettessi a ridere, tanto mi sembravano assurde quelle parole pronunciate a voce alta. «Da quant è che vi frequentate?» Stavolta non riuscii a celare del tutto una nota stridula nella voce. Ma Allie si limitò a stringersi nelle spalle. «Un paio di settimane?» «Un paio di settimane?» «Tre, forse?» «Tre settimane?» Mi alzai bruscamente e stavolta la testa mi girava per davvero. Faceva un caldo insopportabile in giardino. «E me lo dici solo adesso?» «Eddai, Reena», fece Allie, tirandosi a sedere a sua volta, con le guance arrossate e una punta di sfida nella voce. «Come se fosse facile parlarti, specie su questo argomento.» «Non è vero», protestai. «Non è vero. E non è giusto...» «Ti chiedo scusa», si affrettò ad aggiungere Allie, aggiustando il tiro. «Hai ragione. Scusami. Avrei dovuto parlartene.» «Avresti dovuto parlarmene?» «La vuoi smettere di ripetere tutto quello che dico?» «Non sto ri...» mi fermai appena in tempo. «Allie, non si tratta di un ragazzo qualsiasi. Stiamo parlando di Sawyer Le...» «Avanti, cosa vuoi sapere?» Cosa volevo sapere? Restai a fissarla a bocca aperta, inebetita. Non avevo la minima idea di cosa domandarle. Assurdamente, e con una punta di panico, sentivo che avrei anche potuto scoppiare in lacrime. «Eddai», si difese Allie in tono sommesso dandomi un colpetto con il ginocchio. Non sopportava che qualcuno le tenesse il muso, non lo tollerava. «Non guardarmi con quella faccia. Non tu.» «Quale faccia?» bofonchiai. «Ti sto guardando e basta.» «Fai la faccia brutta.» «Non è vero!» risi. In realtà mi venne fuori una risatina secca che nemmeno io riconobbi. «È la mia solita faccia.» «No, di solito non hai quella faccia», precisò Allie. «Comunque, non è una cosa seria. Me l ha presentato una volta Lauren e lui mi ha chiesto se mi andava... sì, insomma...»

18 «Se ti andava cosa?» «Di uscire con lui! Tutto qui!» A un tratto Allie mi scrutò con attenzione, come se un pensiero le avesse attraversato la mente. Aveva le orecchie arrossate dal sole. «Non è che ci sei rimasta male, vero?» volle sapere. «Insomma, scherziamo sempre sul fatto che è uno schianto di ragazzo, ma tu non... Insomma se tu ci tieni...» «Per niente!» mi affrettai a protestare, come se una bugia detta con foga potesse passare per la verità. Sotto sotto sapevo che Allie aveva ragione: era risaputo che mi tenevo tutto dentro. Se non si era accorta di quello che provavo per Sawyer LeGrande, probabilmente la colpa era solo mia per non averglielo detto. Ma ormai era troppo tardi per confessare, seduta in quel giardino come centinaia di altre mattinate estive. Non se Sawyer aveva scelto Allie. Non se si erano già messi insieme. A quel punto, non mi restava che far buon viso a cattivo gioco. «Per me va bene», dissi con ostentata disinvoltura. «Fate come credete, l importante è che siate felici.» Probabilmente mi sarei spinta fino a offrirmi di aiutarli nei preparativi per le nozze, ma per fortuna la voce della signora Ballard, ancora sulla soglia della porta della cucina, risuonò come un clacson nel giardino deserto. «Ragazze!» Stavolta il tono era seccato, spazientito. Chissà se aveva afferrato qualche brandello della nostra conversazione. «Li volete o no questi muffin?» «No, mamma, non li vogliamo», urlò di rimando Allie, prima di rivolgermi uno sguardo interrogativo. Ma io mi ero già alzata e mi stavo ripulendo i calzoncini, il viso composto in una maschera di calma serafica. «Io sì», accettai, anche se non ne avevo voglia. «Arrivo», gridai, lasciandomi dietro Allie.

19 5 Dopo UNA volta messa a letto Hannah, scendo di sotto con il proposito di mettermi a studiare sul tavolino in giardino. Ha smesso da poco di piovere e l aria afosa pullula di zanzare. Niente di insolito, in fondo, e poi queste quattro mura cominciano a starmi strette. Passo un sacco di tempo qui fuori di sera, con l orecchio teso in caso la bambina si svegli, i piedi sulla sedia a sdraio, in compagnia delle lucertole che scorrazzano sul tronco dell arancio. L umidità arriccia le pagine del libro. Di solito studio, vado su Facebook o faccio due chiacchiere con Soledad se ne ha voglia. Per un po ho provato a scrivere, ma poi ci ho rinunciato. Inutile continuare a tormentarsi davanti allo schermo vuoto che non faceva che ricordarmi tutti i progetti mai realizzati. Stasera, però, mio padre mi ha preceduta. È al lavoro nell orto che cura da quando io e Cade eravamo piccoli, occupato a eliminare gli afidi dalle piante di pomodoro. La voce melodiosa di Sarah Vaughan si diffonde dalla finestra della cucina. Sono tentata di battere in ritirata ce l ho ancora con lui per prima ma non è solo per quello. Mi è bastato rivedere Sawyer per sapere che sarebbero riemersi tutti gli attriti tra me e mio padre e solo a stargli vicino avverto la familiare, bruciante sensazione di frustrazione e vergogna. Per un attimo ridivento la sedicenne incinta e disperata, con tutti i bei progetti per il futuro spazzati via come pagliuzze al vento. Comunque, questo era prima. «Come va l orto?» azzardo, avvicinandomi. Il lastricato è tiepido sotto i piedi. Mio padre mi rivolge uno sguardo prima di tornare a posarlo sulle piante. Il dottore ha detto che il giardinaggio gli fa bene al cuore ma non è questa la ragione per cui ci si dedica. «Bene, credo», sospira sfregando tra i polpastrelli una ruvida foglia verde. «Mi preoccupa il marciume radicale.» Lo guardo spostarsi verso le piccole zucche di un bel giallo vivace. Poi, come al solito, passerà a sfrondare le piante di rose di Soledad per evitare che avviluppino il fianco della casa come nelle fiabe. Una volta avevamo una piscina fuori terra, ma mio padre l aveva fatta togliere quando io e Cade eravamo piccoli sia per gli alti costi di manutenzione sia per il rischio di annegamento. «E poi», aveva detto all epoca, «a Roger e Lydia fa piacere se andate a trovarli. Potete approfittare della loro piscina quando volete.» In effetti io e Cade passavamo ore a tuffarci dal trampolino e a sguazzare nell acqua cristallina della piscina dei LeGrande. Provo a immaginarmi la scena, se mi presentassi adesso con Hannah, in costume da bagno. Siamo venute a fare un bagnetto. Ne varrebbe

20 la pena solo per vedere la faccia che farebbe Lydia. «Che c è?» mi chiede passando ai peperoni, la cesoia pronta. Drizzo le antenne. «Niente.» «Come mai quel sorrisetto?» «Oh.» Non mi ero accorta che mi stava guardando. Temo che, al contrario di me, troverebbe poco divertente la mia immagine mentale. «Ero soprappensiero.» Dopo aver saputo che ero incinta, mio padre non mi rivolse la parola per undici settimane. Ma non gliene voglio più di tanto: lui è rimasto orfano a sette anni ed è stato allevato dalle suore della parrocchia di Saint Tammany in Louisiana. Prima di incontrare mia madre, era seriamente intenzionato a farsi prete. Si confessa tutti i venerdì e porta sempre al collo una medaglietta di San Cristoforo. Nell animo è un musicista ma ha la devozione di un chierichetto e il fatto che non mi abbia spedito in un convento finché non ho avuto la bambina si deve forse alla misericordia di quel Dio che tanto abbiamo pregato in questa casa. I nostri rapporti sono migliorati dopo la nascita di Hannah ma sospetto che il miglioramento sia dovuto in parte alla scomparsa del mio manifesto e prorompente pancione e nell ultimo anno o giù di lì abbiamo raggiunto una sorta di tregua. Tuttavia, il rancore che nutre verso Sawyer è praticamente sconfinato e non mi sorprende che sia io a farne le spese ora che il mio famigerato fidanzato si è rifatto vivo. Rimorsite, no? «Pensavo di starmene qui fuori a leggere», dico alla fine, in mancanza di meglio. Ho ancora il libro di testo sottobraccio. «È un po buio per leggere, Reena», mi apostrofa mio padre perplesso. Sparisci, mi sta dicendo in realtà. Non so perché, non riesco a dargliela vinta. «Se è per questo, è troppo buio anche per andare a caccia di afidi», gli faccio notare. Lui sospira di nuovo, come se mi impuntassi apposta, eludendo il nocciolo della questione. «Be», ribatte dopo un po. E quando finalmente si volta verso di me, il silenzio è tale che sento il sibilo incessante dello sprinkler dei vicini. «In effetti hai ragione.»

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