L'appiglio più piccolo del mondo.

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1 Page 1 of 6 L'appiglio più piccolo del mondo. L'arrampicata in placca di Manolo. di Oscar Durbiano Maurizio Zanolla, meglio conosciuto come "Manolo", è chiamato "Mago" dagli intimi. Mago perché, verso la fine degli anni anni '70, questo giovane arrampicatore trentino aveva raggiunto livelli di arrampicata tali che qualcuno, per dare una spiegazione al fenomeno, cominciò a prendere in considerazione ipotesi che prevedevano arti magiche o stregoneria. A parte gli scherzi Manolo, a quei tempi, veramente piombò sul pianeta della montagna e dell'arrampicata, come un ciclone che sconvolse letteralmente un ambiente ormai tranquillo da troppo tempo. Da allora niente fu più come prima. Mago Manolo rappresentò uno dei principali input del cambiamento etico-morale degli anni '80. A lui, e a pochi altri, si deve la genesi di quella che oggi è diventata la moderna arrampicata. Manolo atterrò quindi come un ufo sul pianeta verticale. Una scia luminosa, una stella polare che fece intuire direzioni e sviluppi dell'arrampicata del futuro. Un oggetto non identificato quindi, quasi si trattasse di un alieno, un qualcosa fuori dal mondo, difficile da raccontare perché complicato da interpretare, come molte novità importanti del resto. Col passare del tempo la storia del Mago diventa sempre più misteriosa, progressivamente avvolta da un alone mistico che sfiora la leggenda. Il tutto amplificato dai seguaci che idolatrano l'uomo schivo che non ama la folla e vive nella tranquillità dell'armonia interiore. Metà degli anni '80. Arrivano le prime gare di arrampicata. Manolo è presente ma non vi partecipa perchè infortunato. Iniziano le polemiche che mettono in discussione il valore dell'atleta e dell'uomo. Addirittura qualcuno lo accusa di aver mentito su alcune sue realizzazioni sulle pagine di una rivista d'arrampicata (Punto Rosso, n.6, luglio 1991). Perchè tutto questo? Solo perchè non ama il confronto sportivo e quindi non partecipa alle gare? Le sue vie sono sempre state a disposizione di tutti e pare più che lecita una scelta di campo fatta da un personaggio che, a quel punto della sua carriera sportiva, aveva tutto da perdere e poco da guadagnare. Dove sta quindi la verità e sopratutto, cos'è diventata oggi l'arrampicata di Manolo? Coniglio bagnato. Manolo, in seguito alle polemiche, rimase molto deluso e amareggiato. Le contestazioni arrivarono farcite d'invidia, stupidità e, in qualche caso, anche di cattiveria. Tutto ciò a che fine se non per distruggere una reputazione? Se si comincia a dubitare delle persone, senza peraltro presentare controprove precise, allora bisogna mettere in discussione l'intera storia dell'alpinismo. In ogni caso, a prescindere da ogni polemica, Manolo non ha mai detto, o preteso, di essere il migliore. Ha semplicemente cercato di condurre un'esistenza professionale legata al mondo dell'arrampicata conquistandosi, nel tempo, un'immagine di un certo tipo grazie a un lavoro serio e costante nel tempo. Non è certamente colpa sua se altri non sono riusciti a fare altrettanto. Lasciate dietro le polemiche, il Mago ha continuato la sua vita di sempre, tra boschi e crode. Una vita semplice e riservata la sua, divisa tra famiglia, lavoro, natura e arrampicata. Il tempo, poi, ha fatto il resto. Alcuni sponsor hanno continuato ad appoggiarlo, perchè conoscono il personaggio e credono nell'immagine che rappresenta, altri si sono succeduti nel tempo. Uno di questi, la Sector, lo ha promosso uomo immagine della filosofia dell'estremo "No Limits". I media continuano a interpellarlo regolarmente e oggi più che mai Manolo resta il personaggio di riferimento legato all'arrampicata per l'immaginario collettivo. Si tratta indubbiamente di un uomo vero, di quelli che lasciano il segno, nel bene e nel male. Facendo un parallelo, ovviamente con le dovute cautele, potremmo dire che affiora quasi un caso alla "Baggio", sublime artista del pallone amato dal pubblico ma avverso agli allenatori per eccesso di popolarità. Roby Baggio un giorno venne definito dall'avvocato (quello con la "A" maiuscola) Agnelli il "Raffaello" del calcio. In un secondo tempo, sempre l'avvocato, ricorse a un'altra icona, legando l'immagine del fantasista di Caldogno alla metafora del "coniglio bagnato", in certi casi un po' triste e sfigato, ma che fa tenerezza e proprio per questo ben voluto da tutti. Manolo è il Baggio dell'arrampicata, genio e sregolatezza, un po' Raffaello e un po' coniglio bagnato. Personaggio amato e discusso come pochi in questi ultimi anni, Manolo ha diviso l'opinione pubblica, arroccandosi su posizioni etico-morali ben precise : no alle competizioni, si alla libertà di pensiero e movimento. Questo ha detto e questo ha fatto, da quindici anni a questa parte. Quante cose sono passate nel frattempo e quanti personaggi si sono susseguiti alla ribalta. Manolo è sempre lì, severo e maestoso come un'aquila appollaiata su una roccia inaccessibile che osserva il mondo sottostante, ovviamente sempre più strapiombante. Ed è bello oggi, a distanza di qualche tempo, tornare a parlare di certe cose, di certi momenti che hanno rappresentato le tappe fondamentali di quello che oggi è diventata la moderna arrampicata. Manolo ci racconta quindi la "sua" verticale : gli esordi, gli slanci della passione motoria, l'esplorazione dell'estremo e dei suoi limiti. Una storia di roccia e fantasia, ingenuità e magnificenza, motricità e neuroni. Il figlio del vento. Il mago è sempre lo stesso. Un po' invecchiato, un po' noioso perchè si lamenta sempre dell'ennesimo Manolo Ritratto Arrampicata In Manolo Anni70 (ph.mariacher) ManoloAnni70 (Ph.Simion)

2 Page 2 of 6 infortunio, ma è sempre lo stesso. Magnifico e un po' folle. Lo tradisce la luce negli occhi, il luccichio della passione che si accende non appena inizia a parlare di arrampicata e movimento. In certe cose però è quasi banale : mai una volta che riesca a mascherare qualcosa che gli brucia dentro. Se fosse un assassino, ad esempio, lo beccherebbero subito, e questo non è un bene perchè nella vita non si sa mai. In ogni caso il Mago non sa fingere, almeno per certe cose. Manolo è un istintivo e un montanaro. O meglio, un montanaro istintivo. Bisogna voler bene agli istintivi, occorre capire le persone prima di amarle. Sono cordiali ma solitari e, a volte, anche un po' diffidenti. Odiano le mezze misure: amore o odio. Col tempo amore o indifferenza. Quando però è amore tutto è amplificato e il Mago, da sempre, è innamorato dell'arrampicata. Roccia e movimento. Aria e cielo. Fantasia e pensiero. Manolo è un artista della verticale, un animale selvaggio e solitario : genio e sregolatezza, prendere o lasciare. Manolo è un ragno, la roccia la sua tela. Si muove nel suo ambiente con naturalezza, istintivamente arrampica pareti che, col tempo, sono diventate la storia dell'arrampicata sportiva nazionale e non solo. Linee magiche, intrise di fascino e malinconia. L'arrampicata diventa un modo di comunicare con l'ambiente che lo circonda e Manolo lo fa in modo affascinante, quasi si esprimesse con un linguaggio d'altri tempi, armonioso perchè onomatopeico, bello da ascoltare quasi si trattasse di una musica che parla di momenti irripetibili, emozioni verticali. È sempre bello sentir parlare di certe cose, perchè fa tornare indietro nel tempo e ci fa sognare. E il sogno è il regno della fantasia, dove non ci sono regole e confini. La vita di Manolo, per molti di noi, è stata e continua ad essere un sogno. Leggende, chiacchiere, incomprensioni a parte. Manolo è un personaggio "vero", semplice e allo stesso tempo complesso. Proprio per questo interessante. Fantasia e intuizioni illuminate dalla fantasia. Manolo è un uomo libero, nel vero senso della parola. E al giorno d'oggi, credetemi, la libertà, quella vera dello spirito, è l'unica cosa che ci arricchisce interiormente, per il semplice fatto che ci permette di realizzare le cose che amiamo. E Manolo questo lo ha capito prima di altri. Un uomo d'altri tempi quindi, quasi fosse uscito da una macchina del tempo. Che ama guardare le nuvole rincorrersi nel cielo, libere e felici. In un mondo dell'arrampicata sempre più fisico e strapiombante cosa ha rappresentato per Manolo la placca? Invecchiando inizio a fare confusione, faccio fatica a distinguere i ricordi tra placche appoggiate, muri verticali, etc... Direi semplicemente che si trattava del modo di arrampicare di quei tempi e quindi fine anni '70. Io ho iniziato ad arrampicare a diciasette anni. Allora non si andava troppo per il sottile, l'importante era scalare, sempre e comunque. Alla base di tutto c'era un gran entusiasmo per questa nuova espressione motoria. Il terreno di gioco erano quindi placche, fessure e diedri. Direi che in quei primi anni lo strapiombo non veniva quasi concepito. Allora si immaginava che su quel tipo di arrampicata fossero necessarie prese grandi e noi facevamo il contrario : cercavamo di tenere appigli sempre più piccoli, ovviamente su pareti non strapiombanti. In quegli anni l'evoluzione passava attraverso il rimpicciolimento degli appigli, si ricercavano percorsi sempre più tecnici, quindi verticali o appena appoggiati con appigli sempre più piccoli e precari. Ad Arco e in Totoga l'evoluzione delle difficoltà di quel periodo avvenne così. Penso che per un certo periodo, almeno finché lo sviluppo dell'arrampicata mantenne una certa direzione, fummo sicuramente all'avanguardia, in Italia e non solo. Poi la mutazione delle difficoltà si è spostò verso altre inclinazioni. Quando hai scoperto il Totoga? Era il Ben presto mi resi conto che per continuare ad arrampicare anche quando in montagna era finita la stagione, dovevo trovare qualcosa a bassa quota, in valle. Sopratutto da queste parti, dove l'autunno è freddo e l'inverno è lungo. Un giorno, appena tornato dal Verdon, e quindi illuminato da quel tipo di arrampicata indirizzata verso alla ricerca della difficoltà, cominciai a guardare con occhi diversi quella grande parete che da sempre avevo davanti agli occhi. Pochi giorni dopo iniziai la mia storia col Totoga : era l'autunno del '79. Hai parlato del Verdon. Cosa rappresentò per te quell esperienza? In quel periodo avevo già fatto cose interessanti in giro, mi riferisco a salite in libera di itinerari già esistenti. Nel 77 avevo liberato la Cassin alla torre Trieste, oggi valutabile 6c. nel 78 avevo ripetuto nello stesso stile la Bonatti al Capucin, pochi giorni dopo la prima libera di Jean Claude Drojer. In ogni si trattave sempre di difficoltà in montagna. Mai fino allora mi era venuto in mente di ricercare la difficoltà nelel strutture di bassa quota. L illuminazione avvenne in Verdon che rappresentò, quindi, un po la genesi della mia arrampicata sportiva. Quell'episodio rappresentò la scopertà di una nuova dimensione, un modo diverso di vedere le cose finalizzandole alla ricerca della difficoltà? Esatto. Nel '78 finii il militare e iniziai un periodo particolarmente intenso dedicato arrampicata. Ripetevo vie in montagna e tentavo sempre di salirle in libera. Spesso si trattava vecchie linee aperte in artificiale. Aprivo anche nuove vie. Di quel periodo ricordo I Piazaroi, sulla Cima della Madonna nelle Pale di San Martino. La via per i tempi era molto difficile, chiodata lunga e coi gradi stretti : un 7b molto esposto, se si ripete il persorso originale. Tutto questo per dire che allora ero veramente in palla per certe cose, come ad esempio ricercare il massimo della difficoltà col minimo di protezioni. Forse ero anche un po' incoscente. Il Verdon quindi si rivelò uno shock, sotto diversi punti di vista. Abituato all'esposizione, alla roccia non sempre buona e alle protezioni lontane, ritrovarmi su calcare splendido con chiodi ogni tre metri non mi sembrava vero. Onestamente fare a vista quello che si riteneva il 7a di allora, quello di vie come Mangoustine Scatophage o Dengomaniaque, mi sembrava facile. La frequentazione di quell'ambiente mi fece capire molto, mi aprì gli occhi sulle potenzialità dell'arrampicata sportiva. I primi spit li hai quindi visti in Verdon? Diretta al Gran Diedro 7a+ (Ph. Bellenzier) Microappigli Della (Ph. Bellenzier) Tramonto acrobatico (Ph.Simion) Arrampicata Precaria Solitaria Su Trimurti 7b Ph. Simion

3 Page 3 of 6 Certo. Ci ho messo poi circa tre anni ad utilizzarli dalle mie parti, perchè restavo legato a un'etica tradizionale, che non ne prevedeva l'uso. In ogni caso il chiodo a pressione ha rappresentato il mezzo attraverso il quale è stato possibile percorrere un certo percorso alla ricerca della difficoltà, senza rischiare la vita. Il Mattino dei maghi, ad esempio, non sarebbe stato possibile senza il chiodo a pressione messo nell'81. Che effetto ti fecero gli spit in mezzo a una placca? Rimasi sopratutto sorpreso e per diversi motivi. Subito non capivo come si potessero mettere quelle protezioni dal basso, perchè per me l'unico modo di aprire una via, allora, era di farlo dal basso. Poi mi chiesi perchè ne utilizassero così tanti. Ricordo che salii Mangoustine Scatophage con tre rinvii, e non per fare il furbo, ma semplicemente perché per me era naturale arrampicare con pochi chiodi. Solo dopo Jean Marc e Stèphane Troussier, Patrick Berhault e "Pshitt " Perrier, mi spiegarono che le vie si chiodavano sia dal basso appendendosi ai "cliff -hanger", dei piccoli uncini metallici di provenienza americana, che dall'alto, calandosi sulla via. Tornato dalla Francia cominciai a guardarmi intorni con occhi nuovi. Poco tempo dopo nasceva la prima via del Totoga, Lucertola schizofrenica 6c. Logicamente aperta dal basso e con pochi chiodi normali. Da quell'episodio è partita l'avventura del Totoga. Per quanto tempo hai arrampicato sul Totoga? Praticamente sei-sette mesi all'anno per almeno dieci anni. Poi sempre meno, anche se ci torno volentieri. Sai, il Totoga ha un po' rappresentato il mio "laboratorio" del gesto e quindi, anche quando arrampicavo molto fuori, amavo provare, sperimentare nuove soluzioni sul terreno di casa. Quali sono stati i tuoi primi sponsor? La ditta Ande, che ai tempi importava la "Vertical", una ditta di abbigliamento tecnico. Poi "La Sportiva" per le scarpette di arrampicata. E oggi? Degli storici è rimasta solo La Sportiva. Collaboro da quasi un decennio con gli orologi "Sector" che mi forniscono anche l'abbigliamento "No Limits". Ho poi Longoni Sport per il materiale ed infine "Gensan" come integratori alimentari. Cosa hanno rappresentato gli sponsor per Manolo? Mi hanno permesso di vivere la vita che ho sempre desiderato. Mi hanno reso indipenente economicamente e libero di dedicarmi a tempo pieno all'arrampicata. Gli sponsor mi hanno dato molto e io penso di aver dato altrettanto a loro. Non sono certamente un uomo d'affari, altrimenti avrei intrapreso altre strade, sicuramente più remunerative. Quando hai scoperto Arco? Un giorno rispondo al telefono e sento dall'altra parte : " Sono Roberto Bassi. Vuoi arrampicare con me? ". Quel giorno nacque un'amicizia importante e portai Roby ad arrampicare, in Totoga. L'inverno successivo Roberto cominciò a chiodare l'area di San Paolo ad Arco e io andai a trovarlo sul calcare del Garda. Siamo nei primi anni '80, direi '82. Quell'inverno scesi a provare le sue prime vie ed iniziai a divertirmi, scoprivo il piacere dell'arrampicata anche sui monotiri fuori dal Totoga. Contemporaneamente iniziai a girare per visitare i centri di arrampicata più in voga dell'epoca : Verdon, Finale, Valle dell'orco, Sardegna. Fuori casa mi concentravo sull'arrampicata a vista o in pochi tentativi. Il lavorato lo riservavo al Totoga. Chi c'era ad Arco in quel periodo? Poca gente : Roberto Bassi, Heinz Mariacher, Luisa Iovane e, qualche volta, Bruno Pederiva. Eravamo un bel gruppo, affiatati e entusiasti. Penso che si trattò del periodo più bello della mia vita, eravamo amici con poche preoccupazioni e pensavamo solo ad arrampicare. L'incantesimo durò un paio d'anni. Quali i più bei ricordi di quella magnifica stagione? Mi riaffiorano momenti su La signora degli appigli, 7c alla Spiaggia delle Lucertole. Rammento la salita a vista di Tom e Jerry, forse uno dei primi 7c fatti in quello stile ad Arco e anche Impedita, un 7c nella Gola di Toblino. Ricordo battaglie epiche su Nisida e Indiana Jones, l'essenza di un certo tipo arrampicata, tutta di movimento su piccoli appigli e molto di testa. E poi Dracurella a San Paolo, forse uno dei primi 8a di Arco. Infine La Sfinge, una via bellissima di 7c/8a nella Gola di Toblino, salita nell'autunno '85. Esaurita la stagione di Arco come è proseguita l'avventura della tua arrampicata in placca? Come già detto, quando ero fuori casa, arrampicavo a vista, o su veloci lavorati. La difficoltà pura la ricercavo sui muri del Totoga, dove potevo dedicare più tempo ai progetti che avevo in cantiere. Alla fine, prova e riprova, quasi sempre riuscivo a risolverli. Quindici anni fa, sei stato uno dei primi a discutere di "intelligenza motoria", dell'importanza di conoscere e saper dialogare con corpo e mente per migliorare la qualità dell'arrampicata. Cosa pensi oggi, a proposito dell'argomento? Penso che si tratti di un aspetto fondamentale, sopratutto nell'ambito di una disciplina motoria particolare come l'arrampicata, dove la qualità della prestazione ha una grande dipendenza dalla preparazione fisica ma anche dall'aspetto mentale e dall'equilibrio psico-fisico. L'arrampicata tecnica di quel periodo ha sicuramente contribuito a stimolare le capacità di adattamento del mio corpo a certe esigenze di interpretazione del movimento. Ho anche migliorato alcune caratteristiche specifiche di forza, come quella nelle dita, dando un certo tipo di impronta al mio stile di arrampicata. In ogni caso penso di essere nato con certe caratteristiche fisiche più indirizzate verso un certo tipo di Su (Ph. Zagonel) Manolo In Totoga (Archivio Manolo) Manolo In Totoga (Archivio Manolo) Manolo Su Ultimo Movimento 8b Manolo Ritratto Baby Rabbit 8b (Ph. Bellenzier)

4 Page 4 of 6 arrampicata che altre. Quando, ad esempio, l'evoluzione delle difficoltà è andata verso lo strapiombo, ho iniziato a segnare il passo, perché di forza generale negli arti superiori non ne ho mai avuta molta. Non sono mai stato, ad esempio, molto forte nei grandi strapiombi e ho sempre dovuto soffrire più di altri per fare le stesse cose. In ogni caso ho sempre cercato di agire in modo spontaneo. Mi è venuto quindi naturale cercare di compensare le carenze genetiche del mio fisico sviluppandone altre. Quali? Avendo poca forza di base negli arti superiori ho cercato di finalizzare al massimo la progressione, privilegiando la velocità di esecuzione e la rapidità nei movimenti nelle vie a vista, basata completamente sull'intuito di progressione. Ricordo che qualche anno fa, quando ho fatto a vista un 8a a Cïmai, En un combat doteaux, non ci messo più di dieci minuti e ricordo di aver letto di una prestazione analoga di Alberto Gnerro, effettuata qualche anno prima, dove lui era stato quasi un'ora sul tiro! Per me si tratta di una cosa inconcepibile proprio perché non ne ho le possibilità fisiche. Io devo andare come un razzo, perché non posso fare altrimenti. Per questo ho sempre rifiutato di memorizzare i passaggi delle vie, tranne logicamente le sezioni chiave delle vie lavorate, proprio per sviluppare al massimo un intuito motorio che è diventato la caratteristica principale della mia arrampicata. Ecco svelato uno dei segreti del Mago... Non penso che si tratti di qualcosa di particolare. Semplicemente è la chiave di interpretazione personale del gioco-arrampicata. L'arrampicata è, e deve rimanere, sopratutto un gioco, un'attività da fare con la mente aperta perchè ci permette di sognare e ci rende liberi di muoverci, nel modo più efficace, nell'ambiente che ci circonda. Se l'arrampicata, come ha detto qualcuno, è il modo più lento per spostarci sul pianeta, l'arrampicata tecnica ci costringe a rallentare ulteriormente, ci obbliga a pensare. E concentrarsi fa bene al cervello, ci rende vivi. Quando stiamo bene con noi stessi pensiamo più velocemente, ci spostiamo con maggior rapidità e tutto diventa più piacevole, meno faticoso : diventiamo spontanei e integrati nella natura rocciosa. Interessante questo concetto : spontaneità e razionalità all'insegna dell'efficacia del gesto? Direi proprio di si. A un giovane che inizia con l'arrampicata oggi, col senno di poi, consiglierei di partire curando al massimo la tecnica, oltre che la forza. Suggerirei a tutti di avere un po' pazienza prima di ricercare il valore numerico della prestazione e di applicarsi in esercizi di decodificazione motoria, di ottimizzare il gesto. Nessuno dovrebbe trascurare l'aspetto emozionale dell'arrampicata, e quindi perseguire il "piacere" del gesto motorio finalizzato all'obbiettivo che ognuno di noi si pone. Senza dubbio arrampicare bene sul tecnico non porta che benefici alla qualità dell'arrampicata di ognuno. Vedo che sempre più gente sposta l'interesse oltre la verticale, rincorrendo erroneamente il semplice valore numerico della prestazione. Una vera difesa a favore dell'arrampicata tecnica! Sono convinto di quello che dico. Chi recepisce il concetto non ha che da guadagnare in tutti i campi dell'arrampicata, a prescindere dalle qualità fisiche di base. Se uno arrampica bene e in modo efficace ne trarrà beneficio sempre e comunque. Ad esempio, dal mio punto di vista, l'importanza dei piedi è enorme, in ogni frangente. Addirittura in certi casi superiore alla qualità dell'allenamento. Sono convinto che l'arrampicata ha ancora molto da dire in questo campo. Penso che in questi ultimi anni si siano trascurati questi aspetti perchè c'era ancora indubbiamente molto da fare nel campo degli allenamenti. Oggi che ci siamo avvicinati ai limiti fisiologici, muscolarmente parlando, penso sia arrivato il momento di occuparsi meglio dell'aspetto tattico-mentale. L'arrampicata del futuro, ovviamente in ambiente naturale, andrà verso queste direzioni, verso sfide sempre più complesse da risolvere, rebus motori che necessitano molti requisiti, non solo fisici, per essere risolti. Quindi sfruttare al meglio l'uso dei piedi e delle gambe per andare veramente al limite, lavorare sulla scioltezza articolare per ampliare le possibilità di movimento, riuscire a mantenere la concentrazione ottimale anche quando sei veramente al limite, etc... Quanto è importante l'aspetto mentale nell'arrampicata estrema? Dal mio punto di vista direi oltre il 60%. E lo dico perché sono convinto che noi, come esseri umani, abbiamo delle risorse mentali incredibili. Il problema è che raramente ci rendiamo conto delle nostre possibilità. Io, ad esempio, certe capacità riesco ad esprimerle solo in alcuni frangenti. Non partecipo alle competizioni perchè non mi sono mai piaciute, ma comunque sono certo che non avrei l'attitudine mentale alla gara e alla concentrazione per sostenere la competizione e sopportare la tensione nervosa che ne deriva. Di questo me ne accorgo quando arrampico per i fatti miei. Solo quando sono completamente rilassato ti rendi esattamente conto delle potenzialità fisiche che hai e riesci ad andare veramente al limite. In tutti gli altri frangenti non riesci mai a sfruttare interamente le tue potenzialità e qui entra in gioco l'importanza dell'aspetto mentale, della concentrazione. Hai detto che, geneticamente, sei nato meno dotato di altri per quanto riguarda la forza negli arti superiori. Quanto pensi sia stato importante sviluppare una muscolatura armoniosa e completa ai fini della tua arrampicata? Direi che fino a una certa inclinazione della parete non hai bisogno di una grandissima forza, o perlomeno l'importanza di questa è relativa. In ogni caso è difficile pensare a un itinerio in placca, per quanto impegnativo, che non presenti un riposo, anche se parziale. Su uno strapiombo estremo la continuità è asfissiante. Su un muro, anche di 8b, credo che bene o male se uno sa veramente arrampicare ci siano sempre delle possibilità per scuotere una mano o decontrarsi prima di una sezione impegnativa. In placca la "tecnicità" è sicuramente premiante perché ti permette di sfruttare la globalità del corpo ed economizzare la progressione. Direi che su certi stili di arrampicata la "tecnicità" di progressione è assolutamente determinante. Ad esempio è fondamentale per andare veramente al limite sfruttare al massimo la forza dei piedi. Hai fatto qualche lavoro specifico per esercitare queste caratteristiche? Baby Rabbit 8b Baby Rabbit 8b su Border Line 8a + Su Border Line 8a + Su Cavallieri Selvaggi 7c 8a

5 Page 5 of 6 Niente di particolare. Anche qui sono sempre stato istintivo. Al contrario delle braccia, gli arti inferiori li ho sempre avuti abbastanza forti. Penso semplicemente di aver sfruttato le mie caratteristiche fisiche applicandole alla motricità verticale. È chiaro che su una certa tipologia di arrampicata come quella di placche e muri tecnici sono riuscito a dare il meglio di me stesso. Ho sfruttato molto i piedi, favorito anche da una certa scioltezza articolare del bacino, che mi permette di alzare molto i piedi per poi sfruttare la loro spinta. È per questo motivo che ho sempre preferito scarpette d'arrampicata morbide, per "sentire" meglio gli appoggi sotto i piedi, quasi come per "stringerli" come si fa con le mani. La scarpetta diventa quindi uno strumento determinante per la qualità dell'arrampicata? Indubbiamente. È l'unico intermediario tra il corpo umano e la roccia. La sua caratteristica di costruzione ci permette di avere un certo rapporto e quindi un certo "contatto", invece di un altro, con la roccia. Ecco il motivo per cui diventa determinante la scelta della scarpetta giusta, che meglio si adatta a quelle che sono le nostre caratteristiche. Io scelgo le scarpe morbide perchè favoriscono la fantasia e la libertà di movimento. Trovo che la scarpa rigida sia limitante, perchè non permette certe cose e frena l'immaginazione. Mi rendo conto che in certi frangenti una certa rigidità strutturale mi potrebbe aiutare. Il morbido amplifica il piacere dell'arrampicata. La scarpa morbida diventa, quindi, uno strumento di evoluzione motoria? Io, a quarantadue anni, non posso più pretendere più di tanto dall'arrampicata, tranne una cosa : voglio gustarmi fino in fondo il piacere di muovermi bene, salendo una parete. Arrampicare con una scarpa morbida esalta la sensibilità e mi da una percezione più completa di tutto il movimento. L'arrampicata diventa più naturale, più libera e ti permette di conoscere meglio il tuo corpo, di sfruttarlo completamente. Qual'è il tuo consiglio nei confronti dell'arrampicata tecnica alle nuove generazioni? L'arrampicata tecnica oggi è un po fuori moda, basta vedere quanta gente frequenta i posti in voga quindici anni fa. Indubbiamente bisogna avere forti motivazioni di base : è certamente più semplice portarsi a casa un 7c strapiombante che non uno verticale. Il concetto fondamentale però è un altro. Se un giovane è veramente appasionato e mira a migliorare la qualità globale della sua arrampicata, non può trascurare l'aspetto tecnico perchè è troppo importante. L'aspetto tecnico poi è anche di testa, e quindi emozionale. Un climber, come ogni qualsiasi altro sportivo motivato a migliorare la qualità della sua passione, dovrebbe porsi delle domande : per cosa arrampico? Per fare numeri, per vincere le gare o per il semplice piacere di farlo? Se uno arrampica principalmente per una gratificazione personale allora deve seguire la strada dell'istinto che solitamente porta all'emozione. Da questo punto di vista l'arrampicata tecnica sicuramente rappresenta un gran patrimonio emozionale, anche perchè trasmette sensazioni che poi portano beneficio al piacere "globale" del movimento. Dove sta andando la tua arrampicata? Sta andando in pensione! A parte gli scherzi, acciacchi permettendo e nonostante le lodi che fino ad ora abbiamo tessuto all'arrampicata in placca, guardo con molto interesse anche agli strapiombi, proprio perchè sono il terreno dove "soffro" di più e quindi ne sono affascinato. Lo strapiombo rispetto alla placca regala una dimensione in più : la profondità. È chiaro che per goderne bisogna avere un fisico adatto. Ho avuto indubbiamente molta più soddisfazione a fare il mio primo 8a a vista in strapiombo che non il primo in placca. L'importante, però, è la motivazione che sta alla base di tutto. Io, in fondo, sono sempre un ragazzino entusiasta perché sono attratto dai miei limiti. Finchè continuo ad aver voglia di giocare su questo, vuol dire che l'arrampicata resta una componente fondamentale della mia vita, la luce della mia fantasia. Nome: Cognome: Soprannome: Altezza: Peso: Maurizio Zanolla BOX Manolo o Mago 1,78 cm da 70 a 73 kg Luogo e data di nascita: Feltre, Residente: Titolo di studio: Professione: Realizzazioni a vista: Realizzazioni lavorate: Transacqua (Tn) diploma professionale guida alpina 5 vie di 8a+ e circa 30 di 8a. In montagna vie lunghe fino all'8a come la Bonvecchio, alle Pale di San Martino e Acacia, nel Ratikön svizzero. The Dream is free, 8c, Goblin Area in Val Noana (Tn). Il maratoneta a Paklenika, Malvasia Dvingrad 8b/c Su Cavallieri Selvaggi 7c 8a Su Gli Inaffidabili 8a SuI Mattino Dei Maghi 7c+ (Ph.Simion) Su JukeBox All' Idrogeno 8a Totoga Su JukeBox All' Idrogeno 8a Totoga ( Ph. Simion)

6 Page 6 of 6 Su Uomini E Topi 7c (Ph.Simions) Manolo Su Velluto Grigio 7b Su Terminator 8a+ Totoga Sul Granito Della (Ph.Bellenzier) Home - Gare

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