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1 CARNE A CUOCERE (1) postato da untitled io nel suo blog 'diario di untitled io', venerdì 13 ottobre 2006 alle 15,19: IL TALENTO Ho due pensieri fissi più circa tre che ballano e s'intrecciano variamente fra di loro, per conseguenza mi è difficile parlare. Ci provo per più punti, vediamo se me la sbroglio. Pensiero fisso 1: sto pensando al talento. Al talento no al genio. Il libro di queste sere è la biografia di Capote, quella di Gerald Clarke da cui è stato tratto il film, che peraltro parla d'altro e che per giunta non ho visto anche se spero vedrò. Mi ci sono attaccata, a questo libro, perché parla dei rivoli nei quali si divide e si diffonde, ma anche si nasconde si protegge, per crepe o capillari, il talento. E' una specie di storia del talento, e di quanto il talento appartenga alla società, e di quanto e con che mezzi il talento sappia rubare alla società, e di come il talento venga infine utilizzato, oppure inutilizzato, dalla società stessa che lo provoca lo produce e se lo mangia, o lo sputa - dei residui indigeribili che sputa, la società, del talento, di questo tratta il libro secondo me - o potrebbe trattare. Ora non mi interessa assolutamente di quanto questo libro sia ben scritto, mi basta di sapere quel che disse Capote a Clarke: ti uccido se non racconti la verità. Io lo leggo tradotto, la traduzione pare a naso elementare, sarà brutto pure il testo originale in certi punti non lo so, ma davvero non m'importa perché qui, non è affatto la parola che m'importa: m'importa la questione. E chi racconta lo sa, che mi sta offrendo soprattutto una questione allo sguardo, e la questione è piuttosto grossa e ai miei occhi si mette in questo modo: com'è che non abbiamo più nessuna frequentazione (se mai l abbiamo avuta) col concetto di talento, pur essendo bravissimi a costruire personaggi? Il personaggio, voglio dire, ha sempre torreggiato sul talento - pure a volte inglobandolo, ma sempre che il talento resti servo del personaggio, qui in Italia in particolare questa speciale mistura si chiama genio, perfino in una stupida recensione si chiama genio - in America invece... Aha, m'interrompi, parliamo di Capote? il personaggio, Capote? Appunto è proprio questo che m'interessa, questo limite. Quanto Capote stesso, e la società letteraria e non letteraria intorno a lui, convivessero e commerciassero col personaggio-genio, quanto molto e quanto poco (e quando precisamente) questo commercio toccasse la questione del suo talento, e come infine il talento scivolasse non visto (non pensato) per le rughe di quella cartapesta, fino a formare fiumi irroranti dove, limpidi quando e se, valutabili in quanto flusso da chi e come: da noi che non abbiamo parole per pensarlo? Il talento è urticante e non ha nulla di sacro e non proviene da nulla di inconoscibile e soprattutto - la cosa più indisponente - il talento è applicabile più o meno a qualunque cosa, e non chiede permesso e non si leva di mezzo facilmente, e turba per una certa semplicità della faccenda. Allora travestiamolo da genio, oppure da stravaganza, da originalità: qualunque piumaggio è buono per renderlo inoffensivo, un complemento d'arredo direi quasi, e Capote lo sapeva e ci ha giocato in un certo senso, e Clarke nella biografia sta raccontando soprattutto di queste cose, ed è un racconto ironico ma duro e lancinante, al quale una società come la nostra non sa bene come rispondere, se non facendo un film, costruendoci sopra una vicenda, la famosa vicenda-sopra, la vicenda che salva il personaggio e finalmente lo tralascia il talento - di nuovo e come sempre, per manifesta incapacità di farne uso. Nel frattempo, ovviamente, il talento prosegue per le vie carsiche ordinarie. Devo aggiungere una cosa. Non è la prima volta che qui parlo di Capote, ne avevo parlato un giorno per star dietro a palmasco che mi parlava del film, ma non riesco più a trovarlo quel post. A questo punto temo una cosa, e cioè: che io non abbia postato, in effetti, niente del genere nel mio blog e interrogato Nicola mi rispondeva di non averlo mai letto. Vado a cercare, allora, da un altra parte. Erano mesi che il suo numero non me lo trovavo più, da quando mi rubarono il mio vecchio cellulare. È successo che si è assentato dal suo blog, apparendo di tanto in tanto qua e là, solo per dire che era in pausa di riflessione, o in ascolto degli altri. Poi da ieri è ricomparso, con un articolo dei suoi, riguardo al tentativo di fare un cambiamento, nel modo di parlare, di tenere il suo blog. Ma appena rotto il ghiaccio con questo post formale da rientro, ne ha fatto subito un altro, parlando di Capote, un film per cui l attore protagonista, certo Philip Seymour Hoffmann, ha appena preso l Oscar. Ha messo un link poi, al trailer originale di questo film, perché ascoltassimo tutti la voce vera non doppiata cioè dell attore che fa Capote. E ho cliccato sul link. E ho cliccato sul link. Ed è venuta fuori una fotografia in bianco e nero, dell attore-capote, in un

2 fantasmatico quasi fosforescente piano americano, sbalzato sullo sfondo di un paesaggio secchissimo, e in capo alla fotografia sono venute fuori delle scritte nero su bianco, in caratteri da vecchia macchina da scrivere, e una musica lenta e circolare, e l uomo ha cominciato a parlare. Con una voce lontanissima, da bambino o da vecchio, leggermente tremolante, morbida e tremolante come un budino, e dei sospiri in mezzo rapidissimi, come minimi sbuffi, una voce sospirante e decisa, tenera e assertiva, leggermente femminea, e quasi ipnotizzante, che ti scavava lo stomaco. Non ho potuto resistere, ho commentato che era una cosa straordinaria, ci aveva raccomandato, a noi lettori, di mettere le cuffie se le avevamo io lo consiglierei. Ho commentato che era una cosa straordinaria, e uno splendido modo di ripartire, a partire da una voce in quel modo. È stato dopo questo, che ho sentito così forte il bisogno di parlargli. Ho provato allora a scrivergli una lettera, di nuovo dopo mesi, per raccontargli questo in una forma pulita, ma alla quidicesima riga già partivo in arrampicata sugli specchi, e non ce l avevo il fiato per continuare, e avrei potuto cadere, sfracellarmi, sono debole ho detto, e allora tanto che ho rovistato che ho ritrovato il suo numero di cell, segnato da qualche parte. Ho provato alle undici ma niente. Poi ho riprovato all una, lo sapevo che all una lo riapriva, gli ho detto semplicemente due volte - quando ti posso chiamare? quando ti posso chiamare?, e lui mi ha detto così: chiamami all una e mezza. Allora all una e venticinque tagliavo velocissima la bistecca a Vincenzo appena tornato da scuola, all una e ventisette ingurgitavo la mia, e all una e trenta chiamavo, ben sistemata col piedone fasciato all interno del solito cassetto, il primo in basso dei due della scrivania, che sta all altezza migliore. Come stai. Gli ho parlato per tre quarti d ora esatti. Abbiamo parlato anche di Hoffmann in Capote. Quando mi ha detto questa vocina acuta, leggera e un po artefatta, da omosessuale anni cinquanta, gli ho detto sorridendo: un po come la tua. Dal suo modo di sorridere nel telefono ho capito che l avevo spiazzato, sì forse, ha detto incerto. Era il motivo per cui dovevo assolutamente telefonarti, ho pensato di spiegargli, ma poi non gliel ho detto. E poi dopo, a Nicola: Oh te l ho detto, che gli avevo telefonato. Oh sì lo immaginavo, che qualcosa ne avrebbe detto. Che qualcosa avrebbe, a breve, anzi prima di sera, pubblicato. Perché noi vedi, è in pubblico che si parla. Perché noi vedi cosa siamo diventati? femmes publiques. Che in francese, come sai, oppure forse non sai, significa puttane. Le puttane si parlano contente, microfono alla mano, oppure pulce nel bavero, camminando elastiche col viso rivolto al sole, in mezzo al traffico. Sono bellissime, non credi? Sono solari, cambiano trucco e umore, al cambiare del tempo, questa specie di puttane. Perché infatti palmasco, nel suo blog, qualcosa aveva detto: Allo scattare del verde, un enorme pullmann ha ripreso a scorrere nel traffico di piccole utilitarie e lussuose berline tedesche, svolta a destra in corso di Porta Romana, dondola sulle sue antiche lastre di pavé, e dolcemente i sessanta giapponesi al suo interno hanno dondolato con lui dietro i suoi finestrini fumé, alcuni sorridendo, altri usando due dita della mano libera per sostenere con delicatezza il polso della mano che regge la videocamera. Blasco parla al telefono risalendo velocemente a piedi l'ombra fredda di via de' Pellegrini, quando sbuca su corso di Porta Romana illuminata dal sole già un po' caldo di marzo, la telefonata è per molti versi così inconsueta che lo assorbe completamente, quindi sceglie istintivamente e senza pensarci la posizione più adatta a fermarsi un attimo a riprendere fiato e scaldarsi, una pietra liscia in piena luce che irradia calore già alla vista, con un palo di regolamentazione della sosta al quale appoggiarsi. E' al telefono con un'amica blogger, hanno cominciato ormai quando lui era da BlockBuster a scegliere un film, l'ha preso e l'ha pagato facendo cenno di scusa con le sopracciglia e il dito alla ragazza in uniforme, e poi per tutta la passeggiata da via Sabotino fino al corso, ed è sorprendente che la telefonata sia così lunga e sciolta, perché fin dagli inizi del suo bloggare Blasco aveva rifiutato qualsiasi contatto telefonico con le persone conosciute via blog, non c'è ragione di sovrapporre le vie di telecomunicazione era la sua filosofia, i pensieri affidati alla scrittura non dovrebbero aver bisogno della familiarità del ti dò un colpetto di telefono più tardi, per viaggiare da una mente all'altra, credeva. M'è sembrato che non avrebbe senso rimettermi a scriverti, gli diceva lei, ho delle cose da dirti e sarebbe meglio che ci vedessimo, ma intanto ho pensato che era meglio che ti telefonavo, perché

3 troppe mail ci siamo scritti che hanno troppi automatismi, non volevo, per dirti le cose nuove che ho pensato, dirti anche quelle che ci siamo abituati a dirci nel tempo, che poi non so più se per me sono ancora vere, sì, punteggiava lui per farla continuare, e lei continuava. Quello che gli stava dicendo del resto era vero, Blasco se ne accorge benissimo, dunque era giusto dirle sì per farla continuare, ed era giusto che la telefonata continuasse per tutto quel tempo, del resto sono stato così tanto tempo senza scrivere il blog proprio perché che senso ha, mi dicevo, le diceva Blasco al suo turno, fare una cosa per quasi tre anni e farla sempre allo stesso modo, e ancora di più per la scrittura, non ti pare?, le diceva, come sarebbe possibile che ti metti a scrivere per tre anni e non cambi per niente?, e se cambi tu deve cambiare il tuo modo di scrivere, devi fermarti un attimo a ripensare tutto quello che stai facendo, prima di rimetterti a farlo, e lei gli diceva sì a intermittenza per farlo continuare, e parlavano da quando era partito da BlockBuster, e ora che lui s'era appoggiato a un palo a prendere il sole mentre rispondeva al telefono come se fosse in vacanza, anche se era al telefono con una blogger, nonstante le regole che una volta s'era dato, e che ora guardava sciogliersi al sole, come da lontano, cioè senza che gliene fregasse granché, non vedo perché te ne dovrebbe fregare qualcosa, in effetti, gli avrebbe detto lei se gliel'avesse raccontato, ma siccome lo sapeva e anche lui non voleva che lei dicesse cose che si sapevano, insieme alle cose nuove che si stavano dicendo, non le disse dello sciogliersi indifferente. Sono andata per le lunghe e non a caso, non voglio lasciar nulla dell intero ragionamento, se no poi come faccio a render conto dell imbroglio di oggi? E dunque si parlava, ho controllato quassù, della voce di Capote o era la voce di P.S. Hoffmann che rifaceva Capote? In ogni caso: il dato che mi mancava, all epoca che annotavo queste cose, era il doppiaggio di quella voce in italiano, che ho potuto ascoltare oggi. Ovviamente, tanto in Italia che lì, con la voce in un film che cosa fai? disegni un personaggio, il personaggio principale del film. E però che personaggio diverso, fra qui e lì, tanto diverso che con la voce del doppiatore italiano nelle orecchie, mai e poi mai mi sarebbe venuto in mente di intraprendere la lettura del librone di Clarke (che fra l altro ho trovato in casa, non ho comprato io), cosa che invece ho fatto con una certa risolutezza avendo in testa l altra voce, la voce americana che palmasco ci invitava ad ascoltare, con le cuffie per giunta. Son contenta di citare palmasco, mi succede ogni volta che cerco di fare ordine in un imbroglio, e ogni volta che tiro fuori un pezzettino, di queste conversazioni o di questi parlari pubblici paralleli, mi viene in mente che di quella questione, magari un sacco di tempo fa, privatamente ne avevamo già parlato. In particolare mi ricordo benissimo di quando, con palmasco, si parlò privatamente di talento, Tanto privatamente che un poco mi vergogno a riparlarne nel dettaglio, ma grossomodo il fatto andò così: che avendogli mandato un mio racconto, pubblicato per giunta, mi fece i complimenti per la trovata finale. Allora io gli dissi di non esserne soddisfatta, sinceramente, per niente perché mai, mi chiese lui. Gli dissi che non sapevo. Lui mi disse: è il colpo di talento che ti turba. Ci pensai su, cazzo se ci pensai. E decisi che era vero, che era un fastidio enorme, quel trovarti davanti un qualche cosa che non poteva chiamarsi in altro modo che così: il tuo talento. Poi non ci ho più pensato, e neanche a quel racconto a quel fastidio ho ripensato: ho riposto tutto quanto in un cassetto, lasciando fuori solo una questione generale irrisolta: come la mettiamo, noi tutti, col talento? se costruirci un personaggio sopra costituisce in qualche modo un tradimento, o un voluto e furbesco e utilitario travestimento, o anche soltanto un bell indebolimento; e se genio non è, forse neanche bravura, ma qualche cosa di più sottile e impresentabile che ha a che fare con lo scarto dell intuizione; se è qualcosa da vergognarsi, se è qualcosa di plastico da ridursi a una forma convenzionale più presentabile; o anche no, se è l inverso, se è quello che mai e poi mai potrai ridurre a carino, benfatto o tollerabile, e neppure arricciolare fino a una comica imitazione del genio ci cui sopra, e neppure allisciare per ottenere una più becera e moderna genialata, com è che ci mettiamo insomma noi, col talento? Fu in quel momento, mentre girava leggermente il viso nella direzione del sole, col telefonino attaccato all'orecchio ormai caldissimo, che il pullmann di giap arrivò in Porta Romana all'altezza di via Pellegrini, come sul viale sonnacchioso di un paesino polveroso di un tour in un west da comparse, passò proprio nel momento che lui con un dito spostava leggermente all'indietro il cappellino da baseball per prendere meglio i raggi solari, e incrociava le gambe sulla pietra calda, appoggiandosi di più al palo per stare più comodo, passò e sicuramente qualcuno di loro che magari conosce il cinema americano, avrà pensato che sembrava una di quelle ragazze che sognano soltanto

4 di essere portate via da lì, in fondo non importa nemmeno da chi. Blasco si rimette a camminare lungo corso di Porta Romana a Milano Tra qualche giorno magari, il suo faccione che pronuncia in labiale le parole... perché sai, la mia scrittura..., comparirà per un attimo, dondolando dolcemente, nel tubo catodico di un televisore di un quartiere residenziale di Narita, Japan. Ok palmasco. Ok Hollywood. Ok tutti. C'è una casa editrice qui intorno a questo blog, non so se ve n'eravate accorti. La casa editrice si chiama Untitled Editori: editori detitolati, sarebbe. E in quel detitolato, senza alcun titolo a, ci starebbe tutto un odio verso questo sistema di promozione (ma prima ancora: di attribuzione di valore) centrato sulla creazione o sull adozione di un personaggio lo sapete. Si è parlato in passato, e fino allo sfinimento, di scritture de-autorizzate, tenute fuori dall influenza onnipotente e universalmente riconosciuta del Personaggio, e tanto si è equivocato su questo punto: per esempio si è equivocato sul fatto che a Untitl.Ed, dell autore, non importasse nulla. Io credo che sia piuttosto evidente, oggi almeno che un po di tempo è passato da quelle enormi discussioni, che invece degli autori a noi importava, e accidenti: così tanto da lavorarci fino quasi ad innamorarci, spesso e tanto fino al punto di incazzarci, così rigorosamente da innervosirci moltissimo, quando un autore a caso (l han fatto tutti, chi più chi meno) cedeva un po al sistema-personaggio, più per farsi capire che per gusto magari. Io credo che questa cosa si sia capita, e proprio adesso che si è capita, che incomba su questa piccola impresa una grandissima domanda: e allora, dove volete arrivare? Sapete tutti che gli Appunti sono Appunti: è consentito origliare, non è permesso commentare, quelle riunioni sono le nostre veramente, gli Appunti sono gli ordini del giorno di riunioni archiviate, e sono inizi certo di discussioni accese, aperte e a volte chiuse a volte no, aperte e lasciate in mezzo, aperte per spaventarci e per capire cosa fare che cosa fare noi, coi nostri soldi e i nostri pacchi, e i nostri commercialisti e i nostri debiti e crediti, cioè niente da commentare, soltanto da seguire dietro al vetro della sede di una Casa privata, ma non del tutto insonorizzata. Fermo restando questo, è da un po che qui sentiamo, io almeno sento molto, la voglia di dire in pubblico - di nuovo in mezzo a un pubblico che risponda, che aggiunga, che precisi, che contesti, che aiuti - in quale direzione stiamo andando, e per creare cosa, e dove stanno i bisogni, e poi i bisogni di chi. Io per me (parlando dal mio blog qua dico solo: io per me) vi dico chiaro e tondo che a me non importava, di creare una piccola editrice di qualità che m importava, a quasi cinquantanni? avevo un altro lavoro, e un milione di altre cose di cui occuparmi. No l ho creata, e sono ancora contenta di averlo fatto, per creare uno spazio una zona franca, dove nulla avesse a che fare col teatro dei personaggi, e dove in scena fossero solo le scritture? No non proprio, non solamente, le scritture. Quelle che cercavamo, e che ancora cerchiamo e poi in effetti troviamo, sono scritture umane, segnate dal talento (non dal genio né dall aura) di una persona. Un talento sostenuto da una voce, da una voce che tutta quanta sia il portato di un corpo, di una presenza fisica individuata e franca, da non svendere a un qualsiasi agenzia di caratteristi per ricavarne un personaggio, ma da conoscere da sapere, da sentire. Stiamo parlando, se non ve ne siete accorti, di scriventi: quelli untitled, riconoscibili non per targa né per titolo ma per voce - vale a dire: non tutti. Non tutti. Li ho chiamati scriventi, che a chiamarli scrittori si rischia di vedere un altra cosa; certamente si tratta di femmes publiques. Ethel posa per nudi artistici, ma sogna un avvenire di attrice, cioè di "donna pubblica". L'occasione si presenta quando un regista la scrittura per una parte in un film da I demoni di Dostoevskij, ma si trova in mezzo a un susseguirsi di avvenimenti drammatici: la scomparsa di una donna, l'assassinio di un arcivescovo lituano in visita a Parigi, un incidente d'auto mortale, un suicidio. Terzo film francese del polacco A. Zulawski, regista che ignora la linea retta e la calma: violento, sregolato, parossistico, delirante sotto il segno della dismisura e del disordine. Tra attori spinti all'estremo delle loro possibilità spicca V. Kaprisky, caso raro di un'attrice che rivela l'anima attraverso il corpo (nudo). (dal Morandini: La femme publique, di Andrzej Zulawski, 1984)) Femme publique, tu connais bien la musique (Noé Willer, Toi femme publique, dalla colonna sonora del film di Zulawski)

5 E con la cima di questo connaître bien la musique, posso legare finalmente quel che individuo confusamente come talento, a quest essere femmes publiques - qualcosa che sta in mezzo fra le attrici, le modelle per nudo come l Ethel del film, o ancora le puttane di cui sopra e allora torno a quella fotografia, di Philip Seymour Hofmann as Capote, che sta nella locandina, che sta sulla copertina, e mi chiedo dov è il talento, dov è la femme publique, dov è insomma quel sorriso segreto di chi sa: che cosa sta facendo, come lo sta facendo, e come lo sa fare. E il sorriso segreto del talento, e della femme publique, secondo me sta qua: (fine della prima parte) (prima parte? prima parte di cosa?) (di un discorso insidioso segue, ma già ci siamo, pensiero fisso n 2: il diario intimo-pubblico) IL DIARIO INTIMO-PUBBLICO (Ouverture. Lunga) Ma a me non interesa la verità, m'interesa l amore, i teatri. Penso, per colpa di essere-per-te, scrivere, sono in questa gabbia televisata. Scrive così Llu, in un suo post che fa parte di un rigirare intorno, e un ritornare incessantemente, al tema del suo libro che ha scritto per Untitl.Ed. Il tu è un tu vero, cioè non è un tu-lettore, ma il lettore che legge si sente tuttavia preso per mano, tant è che il blogger Effe, che conduce una battaglia tutta sua sulla scrittura separata, netta e autosufficiente, dopo aver, come me, incorniciato la frase, senn esce qualche commento più tardi col suo solito: chi legge ne sa più di chi scrive. Chi legge scrive, chi scrive sta leggendo, la mano sulla tastiera e l occhio al monitor, e nel monitor scorrono parole che provengono da altri, la mano le rincorre le acchiappa le fa proprie, tutto un mondo diverso dal quietissimo procedere in un libro, dove tu sei il lettore, e chi scrive è chi ha scritto e non è lì, e il mondo che si crea, poco al di sopra del rimbocco di lenzuolo del letto dove leggi, è proiezione sovrapposta dei due mondi diacronici, condensata in una specie di sottovuoto spinto (il qui e ora del tuo letto-e-pigiamino, o comodino-e-segnalibro se vuoi). Maria parlava invece, credo proprio, di una cosa diversa. Prima di tutto parlava, io almeno questo vedo, di una gabbia televisata, che nel suo italiano/spagnolo significa assai di più di una gabbia televisiva: significa una gabbia trasformata in qualche cosa che ha a che fare con la televisione resa simile, o uguale, trasformata in qualche cosa di analogo e parla dello starci o del non starci a questa cosa, dell accettarlo o del non accettarlo, comunque del vederla, questa cosa, e del vederla lampante. È per questo lampante che io e Effe, due persone di web, isoliamo la frase e la guardiamo. E dopo ne parliamo. Ma è una pagina di diario, quel che leggiamo di Llu, o è altro? È altro è altro: è un post. Non per lei, non per Chester: per tutti. È una Lettera Generale. Ora a parte la mia Lettera Generale, di cui avevo parlato qui, che è di un periodo ante-blog anzi ante-web: se una lettera privata o un tu privato, viene mostrata al pubblico, anzi macché mostrata, girata, forwardata, anzi proprio pensata per il pubblico, allora non è di diario ma nemmeno di un libro che qui si sta parlando: stiamo parlando appunto di diario intimo-pubblico. Quando penso al diario intimo-pubblico, cioè all oggetto d interesse primario prima mio poi della casa editrice che sapete, chissà perché penso a un post particolare (pensi a un pezzo, già direbbe qualcuno, poi vi spiego - CAPO DA ANNODARE, SEZIONE IL LETTORE COMUNE ). Una cosa di Tez, di molto tempo fa (fra parentesi: il primo post di Tez, vera e propria apertura del suo blog, datato 4 novembre 2003, consisteva in una sola strana domanda, che straordinariamente fa il paio con la frase di Llu di tre anni dopo: Dovrò iniziare a guardare la televisione? ) CAPO DA ANNODARE, SEZIONE IL

6 LETTORE COMUNE (e in un mio commento a uno degli innumerevoli post di Tez sulll impresa Untitl.Ed ai suoi albori mi limitavo a considerare: Certe volte penso che questi libri verranno stampati all'unico scopo di finire nelle mani di Tez) CAPO DA ANNODARE, SEZIONE IL LETTORE COMUNE tutte queste parentesi e questi capi da annodare per dire che non ritrovo ancora e ho scorso tutto intero il suo archivio di due anni il post di cui parlavo. Ricordo solo che si parlava di una casa e di un cancelletto che si apriva, che probabilmente aveva bisogno di essere oliato, di un vialetto e una casa. Poi ho visto che di una casa e di vialetto, e forse di un cancelletto, Tez parla tante volte nel suo blog, troppe perché quella visione di una casa con giardino non finisca dispersa in una specie di pulviscolo dal titolo visioni della casa con giardino di Tez che poi potrebbe essere la partenza, dal punto di vista Untitl.Ed, di un libro da far scrivere a Tez. e poi s inframmezzano, a tutto questo spasmodico cercare negli archivi di Tez, le voci del muratore, dell idraulico e mia stessa, che ragionano su una semplice questione: dov è la perdita. Dal momento che la perdita non c è, dove si ipotizzava che fosse. Da una conversazione tranquilla e da un tranquillo armeggiare coi doppimetri, si è passati nel giro di un ora sola ai rumori del flex e del mazzuolo, e poi della scopa che spazza via i detriti, e dall italiano si è passati a un più economico e assertivo e preoccupato dialetto, e insomma nel frattempo muri rotti e bestemmie, e io sto sempre qui, cioè un po qui un po lì, a cercare di riconnettere i fili e pur sempre rivolgendomi, così piena di polvere, a qualcuno Ho detto questa cosa, quest ultima, giusto perché sia chiaro, a chi non frequenta il web, ma anche a chi lo frequenta ma fa finta di non capire, cosa significhi essere intimi E pubblici E immediati, non in momenti distinti ma tutto quanto assieme nel medesimo momento, il che fa sì che io non parli mai di pezzi o di racconti quando parlo di scrittura del web e per chiarire che non è ai blog di racconti che noi ci rivolgiamo, ma ai blog. (Posto che un post NON È, un post come questo qui questo, così eccessivo, è un eccezione) (segue Diario intimo-pubblico: svolgimento) (madonna!) NOTA: aggiungo qui sotto i pochi link necessari: sto andando per le lunghissime e ho pensato che a infilarli nel corpo del discorso sarei stata più d'impiccio che d'aiuto. post di palmasco su Capote ultimo post di llu sulla mia Lettera Generale il blog di Tez Commenti (31) tanta. carne a cuocere. cuocerà lentamente, lasciamo fare. :) a. ottobre 13, 2006 at 08:45PM gio Se ci pensi, nonostante i fiumi d'inchiostro e di cristalli liquidi (appunto), di questo non si è detto granché. Dell'uomo o della donna che scrive, del bimbo che scrive, del vecchio che scrive. Si è parlato assai dello scrivere e degli scritti. Di autori e di generi. Di stili e sintomi. Di tormento ed estasi. Dicendo spesso accademiche stronzate, ovvero tutto e il suo contrario. Un lavoro necessario, per carità, tutto un fare cultura che ammiro, in fondo. Ma mi chiedo anche se non sia più utile - adesso - ritornare al "di cosa esattamente stiamo parlando?". Perchè io penso che ogni discorso

7 (riflessivo o narrativo che sia) su questo argomento abbia un non-detto, una posizione storica data per scontata, una teoria implicita, un pregiudizio negato; tutto questo non è invisibile, ma nessuno si preoccupa di mostrarlo. (Nessuno no, diciamo pochi). E perchè mai porsi questo come "problema"? La risposta sta nel proposito (nel desiderio?) di uscire dalla circolarità viziosa delle idee che proliferano in uno smisurato chiacchericcio che sembra svolgersi fuori dalla vita. Anzi, che si pone fuori dalla vita, perchè pretende di parlare d'altro. La Vita e la Letteratura, ecco un dualismo che nasconde con maldestria e rovescia con evidente formazione reattiva (per dirla psicodinamicamente) il vero oggetto del contendere. Non è la sola risposta, ma è tanto per cominciare a dirsi le prime cose. Di cosa stiamo parlando, dunque? Della vita umana, del suo posto nel mondo. Ti sembra un'esagerazione? Un delirio? Ma io ti chiedo: a cosa mai potrebbe rimandare un discorso che si occupa del pensare e agire discorsivamente ovvero di un processo che incessantemente delinea e ricrea la realtà vissuta? Così io penso che ogni discorso - ma forse anche ogni azione attinente - su questo argomento contiene allo stesso tempo un vissuto personale (negato) e una teoria antropologica (nascosta). Almeno queste due cose. Ed è questa la posta in gioco quando parliamo dello scrivere. Vorrei fare un esempio. L'autore-personaggio. Se ne dà il più delle volte una piatta spiegazione socioeconomica, come se tutto si riducesse alla questione dell'uso comunicativo di alcuni tratti distintivi in ottica pubblicitaria. Dicono: le cose funzionano così, è il sistema che produce l'esigenza del personaggio e non importa se si tratta di un professore, un criminale o un ex-comico. Alla fine la barca è questa e chi vuole approdare da qualche parte deve remare (tutti sulla stessa barca? e se fosse una galera?) Bene, questo è in effetti un discorso che pretenderebbe di esaurire la questione, nascondendo e negando. Non si tratterebbe cioé di un discorso innocente. L'accettazione dello "stato di cose", la mancanza di critica e la chiusura disciplinare sono i caratteri di un discorso che anestetizza rispetto al proprio contenuto implicito. Dice sì alcune cose, ma non va fino in fondo. Non si vuole (non si deve) dire che si considera l'opera come mezzo narcisistico e la maschera come destino invalicabile, ovvero che si vede il mondo umano come teatro in cui esisti solo nei ruoli di pubblico passivo o di attore sovradeterminato. Questa ideologia ha una realizzazione esemplare nel reality show, vera e propria volgarizzazione di un'idea antropologica regressiva, la stessa che puoi trovare nei discorsi apparentemente specialistici e neutri sullo "scrittore". Recitare per i media, è questa l'esperienza che integra la scrittura nella rete di rapporti sociali? Non si legge dunque, ma si assiste? Le parole stesse denunciano la natura mortifera di questa prospettiva. Questo esempio ridotto all'osso mi serve solo a presentare una modalità normale ancorché normalizzatrice di fare cultura. Che non è criticabile tanto in sé ma per il fatto che non si accompagna quasi mai alle proprie implicazioni antropologiche. Ecco dunque che emerge, secondo me, un elemento di chiara distinzione del tuo approccio untitled. Il fatto di portare in primo piano, nel discorso e nel lavoro editoriale concreto, quello che in genere viene nascosto e negato. Il tuo discorso è infatti pieno di vissuto, anzi è un vissuto discorsivo, con una storia, un quando, un dove, con chi. E' un discorso aperto, in cui entra ad ogni passo un po' del mondo, percezioni, eventi, accidenti. Non è tutto un io, io, io. Proprio quando sembra divagare senza meta ti riporta al nucleo più denso di elaborazione "antropologica", ad un' idea dell'umano come costruttore di significato. Dire che questo riguarda tutti è rivoluzionario, perchè chi ha il potere (e chi vorrebbe averlo) vuole o pretende una delega in bianco per poter definire ciò che ha valore, ciò che è importante. Se dici che questa attività è essenzialmente diffusa e attiene al rapporto che ogni individuo (e ogni gruppo) ha con il proprio mondo, togli legittimità a chi privilegia un giudizio con certificazione di titolarità. E anche a chi è ben contento di marciare in parata, senza dare un contributo personale a rischio di conflitto. Tutto questo è assai difficile da digerire. Penso infatti che molti capiscano abbastanza bene quello che state facendo, ma scelgono il malinteso, non deliberatamente, piuttosto difensivamente. Li rassicurerebbe molto la rivendicazione di un'aristocratica differenza "qualitativa", che tu hai giustamente negato. La differenza c'è, ma non è dove la si immagina. Temono infatti assai di più il contagio graduale e orizzontale. L'orgoglio detitolato. Il terzo webstato. Alcuni possono ammettere un'astratta affinità di pensiero, poi però non ci stanno a farsi superare e vi arruolano. Ma sono le reazioni stizzite e gli assordanti silenzi che mi sembrano la prova di un effetto urticante del progetto con le sue implicazioni (perdipiù esplicitate) di critica degli assetti mentali e dei ruoli che li perpetuano. Critiche e silenzi che vanno presi come medaglie da portare sulla giacca. Perchè occorre dimostrare di saper portare la detitolatezza, l'abitus di chi ha fatto la storia senza lasciarci la firma. ottobre 14, 2006 at 09:18PM omniaficta

8 ieri lessi che virginia woolf quando è morta katherine mansfield che lei considerava una fuoriserie, nel suo diario scrisse "una rivale meno" e poi, linee dopo, "e adesso perchè scrivere se katherine non potrà leggerlo? con l'altra mano pensavo a un'avvertenza di kundera che lui prendeva di kafka. Disse nessuno è più insensibile che la gente sentimentale. Siccittà del cuore dietro uno stile straripante di sentimenti" qua la carne a cuocere si chiama "caldeirada" ottobre 15, 2006 at 07:34PM llu non so come si chiama la carne a cucire ottobre 15, 2006 at 07:40PM llu le coincidenze mi stupiscono sempre. Ho appena finito di leggere "A sangue freddo" di Capote stasera mi hanno prestato il dvd con il film "Capote" con Hoffman. Pura coincidenza leggere ora il tuo post. Il talento. grande incognita. Si dice che da quel libro lui sia uscito prosciugato. E' il libro di un genio. Mi ha lasciato senza fiato. E poi leggevo, Susan Sontag, dal suo diario, di come lei considera la scrittura."non posso scrivere finchè non trovo il mio ego. L'unico tipo di scrittore che potrei essere è il tipo che si espone...scrivere è spendersi, giocarsi d'azzardo. Ma fino ad ora non mi era piaciuto nemmeno il suono del mio nome. Per scrivere devo amare il mio nome. Gli scrittori sono innamorati di se stessi...e i libri che scrivono nascono da quell'incontro e da quella violenza" Sono convinta di questo incontro tra un sè esplorato ed una specie di ossessione a renderlo pubblico. Sono convinta che accanto alle parole di un libro, accanto all'autore, premano continuamente, pervicacemente, un'urgenza, una necessità, una violenza a se stessi, un'esposizione più o meno celata. Mi pare che sia questo quello che, voi di untitled, cercate nei vostri autori "detitolati". Mi pare che sia questo che vi interessi veicolare. ottobre 15, 2006 at 10:38PM bri Ah lo sapessi io, come si chiama la carne a cucire. Quello che sto cercando è il modo in cui una questione va a finire in un'altra. Mi sembra di aver capito che non si possa parlare, di diario intimo-pubblico, se non parli della gestione del talento. E che se parli del talento non puoi evitare di parlare del problema dell'attribuzione di valore, che col talento dovrebbe avere a che fare ma pure a volte non ce l'ha - ed è un male, ed è un bene, e non è nulla. E che se parli del problema dell'attribuzione di valore non puoi evitare di parlare del pregiudizio, e dal pregiudizio te ne vai dritto a questa storia della detitolatezza, e dal detitolato vai a finire all'orizzontalità, alla presunta democrazia della rete, ma dalla democrazia te ne vai a finire non ai discorsi, ma alle "discussioni", le discussioni ti portano alle prese di posizione, le prese di posizione alla politica - e l'espressione, e la poesia se vogliamo? no allora te ne vai verso il "letterario", ma dio mio il "letterario" ce l'ha già, un vocabolario fondante, e poi c'è la letteratura lassù, mentre noi ce ne siamo tutti orizzontali a discutere quaggiù, ma discutiamo PER ISCRITTO allora cazzo, questo provoca sbandamenti, figure del letterario si calano piano piano nei cestelli dai piani alti al piano strada, dove un'orda di ragazzini & ragazzine (dai 13 ai 90 anni), tutti col-diarioonlàin portato a zaino, fanno quel cavolo che gli pare, e dunque signora mia chi ci capisce più niente, e intanto andiamo a Mantova perché no, tutti a Mantova a Torino, a inedita o al convegno di Tecnocoso. Più o meno su questo genere di confluenze e raccordi avevo voglia (HO voglia) di ragionare - ma come ho detto: è proprio negli innesti che si rompono i tubi. Vedo di andare avanti un altro po', poi torno qui o lì, dove state più comodi. ottobre 15, 2006 at 10:46PM untitled io Scusa bri non t'avevo visto. L'idea di "libro" si vaporizza e si ricondensa, come vedi. E' un fenomeno interessante, credo sia molto utile l'esercizio di osservarlo per un po' - magari senza troppa preoccupazione, come se fosse un fenomeno naturale. Se noi riusciamo a farlo (facendo e leggendo libri, scrivendo e leggendo blog) non si capisce perché non possano farlo gli altri. Vedi è divertente: appare/scompare... ottobre 15, 2006 at 11:11PM untitled io

9 La carne a cucire a Genova si chiama cima. Vedi la canzone di De Andrè. La cima è una cosa molto elaborata da fare, grande attenzione, cura, e stando alla canzone, anche un po' di giaculatorie e di riti apotropaici. Credo che in un certo senso ci voglia talento. Il talento è quella cosa che gli orientali (giapponesi) chiamano "chi". Assolutamente necessario per le arti marziali. Il talento è quella cosa che nel primo Karate Kid il maestro fa tirar fuori al ragazzino ingiungendogli: Metti la cera, togli la cera. Però non faccio testo: non so cucire la cima e ho fatto solo un paio d'anni di Tai chi chuan ottobre 15, 2006 at 11:11PM caracaterina gabbia televisata era per dire tutta questa scrittura senza i confini della carta, dei quaderni, dei muri di casa, non so se dell'io. Con l'altro sempre 24 ore sul collo immediatamente lì. Questa estate Hanna mi diceva spesso, già non si raccontano storie nei blog, non c'è trama, non si narra. Credo parlassi di questo. Denait, credo fosse Denait, una volta feci un racconto, lo ricordo svagatamamente di uno scrittore in una vitrina. Scriveva lì alla vista dei passeggianti. Forse se stai 24 ore in una cassa di cristallo senti certa obligazione di fare il santo o l'eroe, provi ogni poco a conciliare il mondo privato dei post col mondo inevitabile pubblico dei commenti, degli incontri. L'io permanentemente in mostra, sempre guardato, inizia a rappresentarsi, si copre, si divide o la scrittura scivola verso il teatro, inizia a essere, come per gli attori, qualcosa che passa col propio corpo, con la propia voce, coi gesti scrivo senza appena articolare, vado sparata al lavoro. poi vengo ottobre 16, 2006 at 08:37AM llu non ho capito bene, panna. Mi interessava il concetto di talento-genio. Capote è un talento geniale. Mi pare che tu voglia distinguere i due concetti, come se la definizione pubblica di genio "sporcasse" in qualche modo quella di talento. Ho capito bene? Per caracaterina il talento è duro lavoro "togliere-mettere" (un piccolo cult per me quel film) :) al Tai chi ho rinunciato. Ci vuole troppa concentrazione. Quanto alla scrittura teatro, come dice Llu, credo che in questo sia, stia il pericolo, l'esaltazione, il fascino, la morbosità della scrittura su web. la continua esposizione. La reazione, immediata del lettore, il sentirtelo addosso, subito. Il sentirsi esposta, nuda. E allora, per difendersi, per salvarsi, o si adotta una scrittura fumosa, contraddittoria, in cui dici tutto e il contrario di tutto in un continuo gioco di specchi, in cui, alla fine lasci il lettore disorientato, con in mano delle mosche e alla ricerca di una spiegazione, di un nuovo post, o ci si espone, veramente, e, allora, per saper restare bisogna essere forti. E non è da tutti. Nel blog, al contrario di un libro in cui c'è la distanza, tra il lettore e lo scrittore, tutto è ravvicinato, compresso, confuso. Si mescola la realtà con la finzione. Credo che ci voglia un po' di tempo per abituarci a questa modalità di espressione. Credo che non siamo ancora pronti a vederne tutti i pericoli e le potenzialità. Insomma. Ci sto pensando da un po' con un misto di repulsione, di desiderio di fuga, e di attrazione. una cosa così. ottobre 16, 2006 at 09:06AM bri credo che se tu non giudicassi la scrittura necessaria e sufficiente, non avresti creato, con le consorelle, "questa" casa editrice. Ma aspetto (al)la distanza. ottobre 16, 2006 at 10:35AM Effe perchè? d. ottobre 16, 2006 at 02:44PM demetrio

10 "metti la cera- togli la cera": non mi riferivo all'atto ma al fatto che questi gesti suggeriti dal vecchio maestro sono laterali rispetto all'obiettivo da raggiungere. L'obbligo della finalizzazione, secondo me, non fa emergere il talento che si sviluppa con un esercizio a latere. Giorni fa ho scritto in un post di un gatto che, in corsa sparata lungo una direzione di fuga, si alzava di scatto a catturare un calabrone di lato, pur continuando a correre dritto. Mi si dirà: istinto. Dico, invece: talento, capacità di attenzione al laterale. Nelle arti marziali è esattamente questo che si esercita. Bri parla della fatica della concentrazione nel Tai chi. Infatti è sbagliato "concentrarsi", questo è un termine che usiamo noi ma non è quello che intendono gli orientali che ti insegnano a fare il gatto che caccia mentre fugge. In un'operazione del genere noi ci distrarremmo, abbandoneremmo la concentrazione. Ma è una dicotomia occidentale. Il talento è, invece, questa attenzione per noi ossimorica, concentrato-distratta. La scrittura in rete, la nudità della scrittura in rete, ha spesso qualcosa di questo. Il che significa, anche, abbandonare l'habitus della finalizzazione, spesso egocentrica, senza che per questo, l'operare sia inconcludente. E qui quoto omniaficta: "E' un discorso aperto, in cui entra ad ogni passo un po' del mondo, percezioni, eventi, accidenti. Non è tutto un io, io, io. Proprio quando sembra divagare senza meta ti riporta al nucleo più denso di elaborazione "antropologica", ad un' idea dell'umano come costruttore di significato. Dire che questo riguarda tutti è rivoluzionario." ottobre 16, 2006 at 05:41PM caracaterina sì, è vero. Il metti togli-la cera non è solo lavorare duramente per arrivare allo scopo. Questo è solo uno dei significati. L'attenzione laterale, il gatto che fugge e caccia, la concentrazione- distratta. mi piace molto caracaterina :) uno spunto interessante su cui riflettere. ottobre 16, 2006 at 07:21PM bri chiarisco anch'io che per teatro intendevo che la rete mi sembra più vicina al corpo, alla voce, alla divisione o molteplicità della voce. sulla voce pensavo a quella che va dietro le contradizioni e gli andirivieni del desiderio; non più vicina all'inganno ottobre 16, 2006 at 07:29PM llu condivido la tua precisazione, llu, ma oltre a questo che tu dici, pensavo, anche e forse "soprattutto", all'effetto di straniamento che la molteplicità di voci, la molteplicità di sguardi, può causare qui nel web. Io non riesco ad essere "straniera" rispetto allo sguardo altrui e, nemmeno allo sguardo che io lancio/concedo/volgo verso l'altro. Per straniera intendo estranea, distante. Il contatto qui è ravvicinato nel tempo, nelle risposte, nelle reazioni. Questo cambia la scrittura, cambia la lettura, cambia i rapporti tra le persone (non le voglio chiamare nicks, non lo sono) ma è un discorso cominciato da tempo e mai concluso, credo. del resto, si può concludere? ottobre 16, 2006 at 09:08PM bri Letto lettissimo tutto tuttissimo. Io quando c'è un gruppo femminile che discute mi metto lì da una parte e ascolto cosa dicono. Poi rimugino, ci penso. Passa del tempo, cambiano i luoghi, cambia il corpo e mutano i pensieri. Cambai tutto così tanto che non si riconosce più niente. Qualche volta anche scrivo. Poi certe volte le parole scritte diventano di tutti, ma non tutto però. ottobre 16, 2006 at 09:09PM mics

11 cerco di fare un po' di ordine per evitare fraintendimenti e per chiarire il mio pensiero. Allora. Io ho capito questo. Si parla di talento e della ricerca di una sua definizione. Si parla, anche, di Capote e di quanto, forse, il capolavoro del suo romanzo " a sangue freddo" abbia costruito un per"sonaggio" che poi ha influenzato il successo, la "percezione" degli altri suoi scritti. Quindi non più attenzione alla scrittura, ma allo scrittore. (concetto che ho chiamato di genio riconosciuto" Si parla di scrittura "teatro" e giustamente, llu, per non essere fraintesa specifica che per teatro lei indica la molteplicità di voci... (anch'io specifico che per "finzione" non indico "inganno", ma racconto) terzo, mi viene spontaneo, allora, sempre sul concetto di personaggio, chiedermi quanto, nel web, soprattutto nelle scritture del tutto o parzialmente "nude" la lettura e la presenza ravvicinata tra scrittore e lettore, favorisca, senza alcuna colpa da perte dello scrittore, e nemmeno del lettore, ma per la qualità intrinseca di questo mezzo e delle sue caratteristiche, il crearsi di "personaggi", impedisca una distanza, per cui la lettura/scrittura viene, in qualche modo, sporcata, cambiata, da questo sguardo. Si instaura una specie di "conoscenza" o di desiderio di conoscenza. Questo cambia la scrittura successiva, credo, la rende più cauta o ancora più esposta. Insomma, la limita nella sua espressione che sarebbe più libera se ci fosse la famosa "distanza". Ne avevamo parlato ancora, se ben ricordo, nel passato. Qui. discorso vecchio dicevo. Spero di essere stata chiara. Poi c'è molto altro, ma io mi sono soffermata su questo. spero di essere stata chiara. ottobre 17, 2006 at 09:38AM bri Sì, sei stata chiara. O almeno: credo di aver capito, e la tua è una domanda sensata, alla quale per esempio non so rispondere. Perché questa è una ricerca non è una discussione, né uno schierarsi di posizioni, né una sequenza di domande e risposte. Tu stessa circoscrivi: "io mi sono soffermata su questo". Vorrei che fosse chiaro. La tua è una domanda sensata. Ed è chiara. Da parte mia posso solo farti notare che il personaggio Capote è nato addirittura PRIMA che uscisse il suo PRIMO libro, e l'ha creato lui non qualcun altro per lui. Il personaggio Capote è una figura DI capote. E' affascinante, il talento che mi interessa è quello che permette creazioni di questo tipo, la creazione di un sé scrittore - io mi sono soffermata su questo. ottobre 17, 2006 at 10:05AM untitled io ecco, il talento. per me è proprio questo, esserci prima. esserlo prima. allora sono d'accordo con te. Scoprire e valorizzare un talento già presente. questo è il compito. Questa è la parte affascinante del lavoro. ottobre 17, 2006 at 10:22AM bri per esempio, il talento di Llu c'era ben prima della scrittura del suo libro e continua ad esserci. Mi chiedo solo quanto la sovraesposizione webbica può, in qualche modo, influenzarlo in futuro o se può influenzarlo o meno. Nel caso accada in positivo spero lo faccia come sensazione di attenzione amichevole da parte degli altri, può diventarlo, in negativo, invece, se lei, lo sente come uno sguardo prolungato e/o soffocante (mi pareva di aver colto questa sua preoccupazione) ottobre 17, 2006 at 10:37AM bri

12 ad esempio a me la sovrapposizione webbica ha portato nocumento. io ho perso il talento. e lo dico senza ironia. d. ottobre 17, 2006 at 12:08PM demetrio Non ho difficoltà a credere, conoscendo il tuo modo di parlare, che l'abbia detto senza ironia. In che senso dici di averlo perso, il talento? ottobre 17, 2006 at 02:50PM untitled io temeraria che non sei altro eccola: "ad esempio a me la sovrapposizione webbica ha portato nocumento. io ho perso il talento. e lo dico senza ironia.". ho scritto così sotto il lungo pezzo (io lo chiamo pezzo, perché anna per i giornalisti ogni cosa scritta è un pezzo, comunque) di anna, rispondendo alla preoccupazione di bri riguardo alla troppa esposizione che il web potrebbe dare ad alcune scritture. In quel caso era per Maria. Ma io posso dire che per ciò che mi riguarda nel mio piccolo io ho perduto quel talento, quella strana luminosità, quel modo di mettermi a nudo che avevo prima e che mi veniva naturale. tutto quello che una volta, quasi inconsapevolmente mi veniva quasi facile, un po' come un pesce che nuota, ora mi fa fatica. E questa fatica è andata aumentando dalla pubblicazione de Il pasto grigio in poi. Una fatica che paradossalmente ora è diventata sempre più insopportabile, tanto da farmi decidere di mandare in vacca tutto, per tutto intendo il blog: mi sono messo pure a fare le catene di sant'antonio... io capisco la posizione di noantri (stefano). Quella era la mia posizione: io volevo solo scrivere, volevo dimostrare che questa stramba cosa che era mettere giù delle storie e farle sentire al pubblico faceva per me. Qualcosa si è poi rotto. Non so bene cosa, ma è avvenuto. E' avvenuto anche un certo fastidio per tutte queste discussioni, che non so non riesco a seguire. Il discorso di anna, ad esempio, capisco, sento e comprendo che è importante, ma non riesco a seguirlo. Così di primo, mi verrebbe da dire che non mi frega se Capote era "personaggio" prima o dopo la pubblicazione del suo libro, ma mi interessa "A sangue freddo" a prescindere da questo. Credo che questo sia dovuto al diverso mio punto di vista: che continua a stare tutto nella letteratura e starci così dentro che non riesco a vedere gli altri mutamenti. E' possibile, anzi no, quasi certo. Così come succede tutte le volte che io provo a entrare nel merito di una 'costruzione', come nel caso di un post di palmasco: mi arrivano da destra e da manca bordate sonorissime e giustificate. Io non so leggere i blog, o meglio non so leggere questo tipo di 'scritture'; non ne ho gli strumenti, non credo neanche di volermeli dare e prendo atto di una effettiva ignoranza. Per un certo periodo, un periodo felice, inconsapevolmente ho usato questa 'scrittura'. (mi viene in mente che io ho questi perido 'felici', mi è successo a calcio balilla, c'è stato un momento quando ero ragazzino che non ne prendevo una, poi un giorno di colpo al bar divento bravissimo, ma tipo da andare in giro a fare i tornei, e vincerli, poi di colpo smetto... ho qualcosa nel dna). Ora per motivi diversi, non riesco più. Si parla di talento etc etc. Io ho avuto sempre delle strane ammissioni di talento. A partire dal mio prof., che mi disse: non venire in università, prova a scrivere, tu hai talento per quello. Io non sapevo cosa voleva dire 'talento': io ho l'impressione che certe volte, per motivi strani e felici, scrivo una storia e questa storia piace. E' talento questo? Boh, io penso di no, almeno non è il talento che ad esempio descrive anna, che un è un certo senso è 'prima' della scrittura o dell'atto artistico. E' una sorta di disposizione dell'anima, una sorta di modo d'essere. E' preventivo a tutto questo: la ricerca di anna è, se ho ben capito, andare a ricercare quando questa cosa si riverbera nella scrittura. In questi mesi ho avuto una lunga consuetudine, per il saggio che sto scrivendo, con editor di tipo classico, gente che lavora per einaudi o per rizzoli. Mi sono reso conto che il lavoro che ad esempio ho fatto io con erica non era editing. A Erica non interessavano certe cose della scrittura né cercava altre. Provo a chiarire io ho scritto un raccontone lungo lungo e l'ho mandato all'editor del mio saggio, le ho detto senti un po' guarda sta cosa e dimmi cosa ne pensi. Lei l'ha letto e mi ha detto: bellissimo, ma

13 qui il lettore si aspetterebbe questo, qui dovresti mettere così etc etc etc...aveva ragione? Sì. A lei interessava cosa sentiva il lettore nel leggere il mio testo. Ad erica interessava, secondo me, che uscisse sulla pagina una certa attitudine, un certo modo di essere della storia stessa. Per questo dovreste trovare un termine diverso da "editing" qualcosa di più stringente. Ed è forse per questo motivo che io non scriverò mai più nulla di simile a Il pasto grigio. Perché non tornerò più in quella disposizione d'animo; è un po' come è successo per il calciobalilla. C'è stato un momento che facevo i tornei e li vincevo; poi più niente. Avevo il talento e l'ho perduto. (scusate la sfiancante lunghezza) ottobre 17, 2006 at 03:29PM demetrio (posso certificare che la lettera era esattamente questa) ottobre 17, 2006 at 04:01PM untitled io odio quando mi costringi a fare l'outing... d. ottobre 17, 2006 at 04:10PM demetrio volevo dire che ho postato una versione riveduta e corretta sul mio blog d. ottobre 17, 2006 at 05:52PM demetrio quest'ultima cosa che hai scritto, demetrio, è una delle più belle che ho letto di te. se hai dovuto scrivere mille cose, poi un blog, poi un romanzo, pubblicarlo, poi 'perdere' il talento per scrivere oggi questo e così, bèh _fa la pecora_, e per quel niente che vale il mio punto di vista_ ne è valsa la pena. è una cosa dolce e pubblicamente intima, è un pezzo dello svolgimento del tema "diario intimopubblico". sei uscito, credo, da una scatola. e, certo, non ci puoi più tornare. è una scatola d'identità, e questo è l'interstizio vuoto nei pezzi che compongono la matrioska. e mi piace molto anche il ricordo del ragazzino che sei stato e del calciobalilla. perchè, in definitiva, il talento è, per me, come la felicità inconsapevole ma assai intensa e totale che sanno provare, nell'attimo, i bambini quando fanno quel che fanno. il totale assorbimento, l'assoluta presenza, senza passato nè futuro. ché loro lo sanno che domani saranno altro. noi lo abbiamo dimenticato e dobbiamo ricordarlo. qualcuno, poi per grazia, non dimentica mai. questo post e il successivo e i commenti e tutto il resto e il tema proprio, quello del diario-pubblico, mi assediano non poco in questi giorni, come un profumo persistentissimo. anche di notte, in verità, chè chi mi sa sa quanto per me sia sottile il velo tra una parte e l'altra. perchè, temerariamente, sì, anna mette al centro della riflessione il centro della questione,almeno per me, un tormentone che ho in mente quasi tutti i giorni da circa tre mesi da quando l'ho aperto anch'io un blog, e che riguarda il senso di questo. mi vengono in mente trecentomila cose e nessi,pure tra le cose, e letture ma anche fatti che si portano su come ami pezzi di me, di quello che sono, che non sono, che voglio e che non voglio, _e niente di questo so_ graffiandomi a destra e a manca. mi girano per la testa come mosche fastidiose post su post che non scrivo o mille commenti, e neppure quelli scrivo, fatta eccezione di questo perchè demetrio mi ha proprio tirato come quando ti si lancia la palla e un impulso fisico ti muove. le mosche sulle grigliate di carne non sono un bel vedere e bisogna farci attezione sventolando. ecco. io, a parte questo momento di distrazione, sto sventolando perchè le mosche non si posino dove non devono. poi, ieri, andando al mercato in una giornata calda e di sole e vociante assai che faceva tornare gioia d'essere, di respirare e muoversi _pur con le mosche fastidiose in testa_ ho sentito quanto il talento sia legato per me al verbo 'osare'. 'osare' esistenzialmente, intendo. e che il mio periodo di prova del blog _chè tre mesi sono un buon tempo per sapere qualcosa di più_ poteva chiudersi con una diciamo ad esempio a manginobrioches che m'è parso di capire abiti un certo meridione anche se non so quale e chiederle: cosa fai domenica, ci incontriamo? sì perchè, devo dirlo francamente: io, la dimensione 'televisata', non la reggo.

14 ottobre 17, 2006 at 09:03PM solotu Si parla della "lettera di demetrio", oltre che nel suo blog, nei commenti al post successivo (carne-acuocere-2). Che disordine infinito, il solito disordine. Mi accorgo che qui dentro, spesso mi succede di far fare una fatica maledetta, a tutti: guarda lì, poi vai là, poi torna qui. E che idea spezzettare tutto in molti post. Non è tanto che ragionare per cunicoli mi diverta. Mi accorgo che tutto questo è violentemente centrifugo. Me lo dicono sempre: in rete non si fanno cose così centrifughe (il peggio è che a me sembrano centripete, anche!) - allora uso pochi link, preferisco usare le parole e le mani, dire vai di qua poi giri a destra, sali le scale... comunque questa è molto poco una situazione "televisata", sarà questo il problema. ottobre 18, 2006 at 06:57PM untitled io Interventi in altri blog postato da tez nel suo blog the wreck, domenica 15 ottobre 2006 alle 20,34: Talenti Stanotte ho fatto un sogno, credo, oppure devo aver immaginato, con uno degli angoli della mente dei quali non ho il controllo, qualcosa che aveva a che fare con libri, i calcinacci e salsedine, libri con la copertina piegata in su come un ricciolo vezzoso, al mare, oppure, non lo so. Adesso che ricordo, mentre scrivo cerco di ricordare meglio, non si trattava di un sogno (o giù di lì) che parlasse di libri, oppure c'entravano ma come ingrediente. Il punto centrale era che avevo scritto un post in cui ci fosse questa unione tra libri e calcinacci, intonaco che cade, un post che effettivamente non ho scritto e che al risveglio si è polverizzato come un mandala. Tutto nasce, credo, dal fatto che untitled ha parlato del mio blog, non di me. Non ha cercato di descrivere un personaggio quale io potrei essere - qualsiasi descrizione di persone ne fa personaggi - ma ha indicato quello che a tutta prima viene chiamato prodotto, tecnica, arte. In genere pensiamo che c'è qualcuno, che viene prima, che produce qualcosa che viene dopo. Credo di aver capito che lei non ama un ordine gerarchico di questo tipo, ma ama la scrittura che si mostri priva di tassonomie del tipo scritta da x, che ha la storia y, e dunque ne esce un quadro che è già vittima, da subito, di preconcetti di tipo psicologico, sociologico, critico letterario (ah, ha scritto così per questo questo e questo). C'è, o ci dovrebbe essere, anche una scrittura nuda, come venisse direttamente da Marte. Scrissi un po' di tempo fa, che da ragazzino prendevo libri di cui non conoscevo l'autore, né m'importava, e li leggevo, così, scrittura nuda, che esplodeva o comunque si espandeva senza troppi laccioli. Anche adesso ho questo vizio, di ricordare solo la scrittura, ma ho imparato a emendarlo, perché se scrivo un post divento impreciso, vago. Tra l'altro, la scrittura da blog mi ha insegnato una sorta di disciplina, che sarebbe anche quella di rispettare l'autore. Ma fondamentalmente dell'autore ho poca cura. Ho finito di leggere, di Saramago, Saggio sulla lucidità, e di lui non so nulla di sostanziale, ma non m'importa, poi posso venirne a sapere tante cose, alcune delle quali potrebbero persino rovinarmi la lettura. Stasera, che sono fuori per lavoro, vado a una cena dentro un ristorante enorme. C'è un complesso che suona, due cantanti, poi persone che lavorano nel mondo dello spettacolo, quasi famosi, intervengono esibendo le loro doti. Cosa vuol dire essere quasi-famoso? Ne parliamo a tavola mentre uno di questi quasi-famosi canta e ha una bella voce, poi sale sul palco un altro che canta in modo più roboante, più fastidioso, sgraziato, ma si muove meglio. Constatiamo che i musicisti sono bravi, hanno studiato, e anche i quasi-famosi sono bravi, magari hanno studiato tanto anche loro, concediamoglielo, hanno speso anni a sputare sangue, e poi arriva un complesso, che tecnicamente sa fare le cose la metà di loro, magari un decimo, e diventa famoso, fa accendere le fiammelle ai concerti, arriva uno qualsiasi dal niente e buca lo schermo e va in prima serata. Un po' come le donne, alcune sono bellissime ma non dicono tanto quanto altre così così ch e faresti follie per

15 conoscerle perché hanno una luce, qualcosa, un che di ineffabile, un richiamo pur senza avere curve mozzafiato. Davanti a me siede una ragazza che avrà vent'anni, è molto bella, ma non è appariscente, sa d' essere attraente e ancora non sa gestire questo vantaggio (mi direte, come fai a dirlo, e rispondo, ho visto un sacco di cose nella mia vita, un sacco di volti, di donne, ho imparato a guardarle, le conosco in un certo senso) la guardo per capirne il volto, o per carpirlo, mettere una didascalia simbolica sotto, ma appena volto lo sguardo me ne dimentico e riprendo a parlare del fatto che alcuni complessi suonano da cani e hanno successo. Mi chiedo "come potrei innamorarmi di una così?". So che ora non sarebbe possibile, non saprei cosa dirle, lei non avrebbe nulla da dirmi. Innamorarmi significherebbe fissarla tutta la sera e struggermi dal desiderio di conoscerla, il cuore che evade e si posa sul suo piatto, palpitante, e lei può disporne come vuole, può uccidermi o salvarmi e dipende solo da lei. Ecco, mi dico, questa è un'azione stolta e vana e assolutamente necessaria (direi meravigliosa e meravigliante) che avrei compiuto a vent'anni. Che ho compiuto a vent'anni. Sarei stato male per una così, avrei sofferto fisicamente. Questa constatazione mi ha fatto tornare in mente Murakami, che in Dance, dance, dance fa sì che il 34enne protagonista dica alla giovane Yuki, se avessi quindici anni mi innamorerei di te. Non dice: ora non potrei, ora non posso, ora non mi innamoro di te, ma sceglie una forma indiretta. Forse pensa di farle un complimento, io invece non lo direi mai. Mettiamo che avessi la possibilità di parlare alla ragazza che ho di fronte, che lei capisca la forma quasi tragica che assumono le parole, non le direi mai se avessi vent'anni mi innamorerei di te, perché la considererei un' indelicatezza. Non mi piacerebbe. Le direi ora non posso innamorarmi di te. Forse sarebbe peggio, forse sarebbe meglio. Glielo direi, no, non credo, cosa sarebbe, una forma di difesa? In effetti non ho capito perché il protagonista del libro dica una cosa del genere. Non c'entra niente. Qui mi si presenta davanti il discorso sul talento, che untitled affresca, ed è così, qualcuno che fa arte e conosce poco, sa poco, ma fa arte e chi ha studiato da matti guarda e dice. Non so, non capisco. Il talento è quando uno non dovrebbe saper fare le cose e invece le fa, e le fa in un modo speciale. Poi studia, si migliora, Kant ci teneva a questa cosa della cura del talento, ma all'inizio è così, non si sanno le cose ma si riesce a farle in un modo speciale..

16 CARNE A CUOCERE (2) postato da untitled io nel suo blog diario di untitled io, martedì 17 ottobre 2006 alle 11,09: DIARIO INTIMO-PUBBLICO (prova di svolgimento) Vabbè svolgimento. Mica siamo a scuola. In effetti non mi ricordo neanche più, cos è uno svolgimento - ma se fosse una matassa, dopo aver sbrogliato la parte iniziale, diciamo che puoi iniziare a srotolare. Ma c è un imbroglio ancora: l imbroglio più sottile e più fitto, e cioè che mi pare di star parlando di un fantasma, di una cosa che c era, che sembrava ci fosse ma in effetti, se nessuno la vede, può benissimo darsi che non ce l abbia fatta, a esistere davvero o almeno: che non ce l abbia fatta a diffondersi così capillarmente, così profondamente nei modi di parlare e di parlarsi, nel comune sentire. Intimo-pubblico: è una possibilità. Chi ci crede, chi l ha sempre frequentato questo spazio, sa del comfort che tale spazio può offrire: insomma ci si sta comodi, si acquista una bella voce per parlare, si può dire di tutto senza troppa paura? No che c entra: ostacolo principale, motore anzi rotore, di parole e mutismi, nel diario intimo-pubblico, è appunto la paura. Ma paura di che? Ti spiego. Se inizi a far confusione, fra un opinione e un atto di parola, passa poco e ti accorgi di ridurre te stesso, le parole che dici, in forma di opinione e ti domandi, giustamente: perché? Ah beh: perché l ambiente è sportivo. Tu dici come la pensi, e io da parte mia mi oppongo o ti lancio un assist col come la penso io nel caso si fa una gara si fa un torneo, e poi qualcuno vince qualcuno arriva secondo, qualcuno viene espulso, e poi ne facciamo un altra. Ieri mi sono data una scorsa al nuovo blog di Inedita, Piublog. Fino a quando non mi sono imbattuta nell intervista. Una piccola intervista, inutile e brillante come tante, una cosa leggera, seguita da commenti, leggeri naturalmente, gentili che ci costa, fino a che Fino a che arriva uno, che dice non ci sto per me è uno schifo. Apriti cielo si addensano gli interventi le posizioni, e i dimmi perché e percome, e che cosa intendevi. Il ragazzo lo dice, che cos è che intendeva, com è che si è sentito, lo dice due o tre volte, e non è un opinione è un altra cosa. Tanto che è un altra cosa che il ragazzo, per sottrarsi io credo, a questo incrociare spade d opinione, si rifugia nel diario, nello spazio intimo-pubblico della sua abitazione con veranda su strada, e continua a parlare: non s incazza, né sostiene opinioni, esattamente fa il ragazzo in pigiama e svegliato storto, che nell intimo della sua abitazione si prepara un caffè, e non si sente obbligato a vestirsi: parla solo, ad alta voce, e con la finestra aperta. Qualcuno dalla strada si affaccia in casa sua, volentieri il ragazzo gli si rivolge, continuando a parlare, non gli chiede che pensi tu, se ne fotte per meglio dire, in qualche modo, dell opinione di chi si affaccia, ugualmente gli piace che la sua voce si sia sentita, si senta e allora no, non si vergogna per niente (di fatto si sta dando del cretino da solo), purché non lo si spinga ad argomentare più di quanto abbia voglia, non voglio argomentare dice lui che facciamo, a che gioco giochiamo che non volevo giocare, non siamo in un talk-show volevo solo parlare - e siamo a casa mia, vi ricordo. Se davvero era una partita allora è un fallo da ammonizione. L ammonizione arriva, lui si aggiusta il pigiama e guarda storto anche l arbitro, rischiando l espulsione diremmo noi ma invece no ha ragione lui: non è partita questa, è spazio di parlare espulso? chissenefrega. Ti aspettavi che parlassi del diario che mi ricordo di mio nonno, del diario dei tempi andati e dell amore che m ha mollato? E come mai? No perché qui parliamo del diario intimo-pubblico non di quello che tenevamo a quindici anni nel cassetto, vale a dire: parliamo del parlare, del parlare a finestra aperta su strada, e del parlare infine e sempre per iscritto, scrivere con la voce sapendo che la tua voce viene sempre da qualcuno ascoltata, far teatro con la tua voce provocare, provocarsi da sé. No non parlo dell espressione del sentimento, neppure del racconto: sto parlando dell esserci e siccome ci si sta, di mettersi fin da subito affilando ammorbidendo la voce, nudamente (o anche molto vestitamente, a seconda dell attitudine) a parlare. Sto parlando da qui, da casa mia. Non ci metterei nulla, a esprimere un opinione su quanto letto, ma invece mi ci sono semplicemente incantata, vedi mi sono detta, che differenza passa, fra armarsi di un opinione e scrivere ad alta voce? Posso dirti che mi è piaciuto questo ragazzo, e per giunta che non ho la necessità di guardarlo in faccia, più di quanto già non lo veda appena sveglio, nel suo pigiama, davanti alla finestra di casa sua, che s incazza. E questo è un caso limite, situato sul confine fra il confidare e la discussione, o il talk show. Il fatto è che i talk show, chiamiamoli talk

17 towers, stanno aumentando di numero, e le case con finestra stanno diminuendo a vista d occhio, per questioni di tempo si dice spesso, per economizzare sui tempi far convergere le esigue risorse d attenzione del chiunque passante, questioni di decoro perfino aggiungerei, questioni dell agorà che volevate e ve la diamo ma chi aveva mai parlato, di agorà? Perché non è di un agorà che si tratta. Ci ho pensato e ripensato, quando ho letto il libretto di Granieri, all agorà. Ho pensato che a vederlo dall alto, questo gran formicaio, come a guardare dall alto le città, ti viene di individuare le piazze però sai che le piazze non sono le persone e tu vorresti, dall alto, vedere le persone a una a una Si può!, t è venuto in mente all improvviso, la prima volta che hai messo lingua nel web. La prima volta che hai messo lingua nel web, è stato soltanto dire: sono qui, so parlare, anzi sono un discorso. Poi subito, tu discorso, tu log, ti sei guardato allo specchio e ti sei chiesto: che tipo particolare di discorso? E il ragazzo ripete due, anzi, quattro volte - nel pieno della sua incazzatura, la parola: talento. Talento?? Non volevi, solamente, discutere o raccontare? e che caspita c entra adesso, il talento con questa storia? di, ragazzo, a che gioco stai giocando? talento che ti permetta di fare cosa? Di scrivere dei libri, piuttosto ingenuamente ti risponde: di scrivere racconti, rilegarli, portarli a vedere in giro, raccomandarli in giro. Poi lui stesso si pente, e dice: sai che c è? c è che non me ne frega niente qua non vedo nessuno che gli possa importare di me e dei miei racconti, quindi al diavolo tutti quanti, male che deve andare scriverò tutta la vita nel blog. Dentro di me a quel punto mando al diavolo pure lui: come male che deve andare? il talento ti serve per alzarti e parlare in pubblico come hai fatto qui ora, altro che a rilegare e trasportare e andare a cena con questo e quello per ottenere che cosa, a fronte di questo lusso che ti ritrovi? Io ti ho udito e ti ho visto, non voglio la tua raccolta di racconti. Ma sì che lo sapevo: tiri in ballo il talento, e sei già su una lastra saponata. Stop un attimo con la storia del ragazzo e dei racconti e del talento. Ci sta in Giappone un certo tipo di motel i Bagus Gran Cyber Cafés - l ho letto in un articolo su D qualche mese fa. Potrebbero sembrare normali spazi per navigare su internet ma se li si guarda più da vicino, attraverso le caratteristiche luci soffuse, sono molto diversi. Quelle che di giorno sembrano anonime sale di consultazione di biblioteche universitarie, di notte assumono un aspetto più visionario e incarnano la realizzazione architettonica della vita privata e sociale del futuro. "I giapponesi amano gli spazi di confine e le zone grigie", spiega Con Isshow, uno scrittore che ha pubblicato numerosi articoli sulla cultura giovanile. "Grazie all'anonimato e ai giochi di ruolo offerti dai Gran Cyber Cafés, non è necessario comportarsi secondo rigide norme sociali", precisa. "La tua identità può mutare continuamente. Non vai in questi posti per presentarti, quanto piuttosto per perderti. Perdere il tuo nome, perdere la tua posizione sociale, il tuo orgoglio". E vabbè. Segue descrizione dettagliata di questi posti e di ogni tipo di gadget. Poi però: Hidenori Kimura, un sociologo che pubblica articoli sugli incontri tra culture diverse, ritiene che il Gran Cyber Cafés soddisfi un desiderio culturale forte e profondo. Il competitivo sistema giapponese nell'ambito dell'istruzione, della carriera e del prestigio sociale, spiega il dottor Kimura, costringe i giovani a provare una sorta di ossessione nei confronti dell'auto-presentazione, che li priva sia della fantasia che dell'anonimato, due classici privilegi dell'infanzia. Ai suoi occhi, i giovani giapponesi vogliono avere la possibilità di liberarsi del proprio status sociale. "Secondo la nostra tradizione", spiega, "la cerimonia del tè e le feste avevano la funzione di privare gli individui del proprio status sociale e di aiutarli a diventare "nessuno". Le cerimonie del tè privavano l'élite feudale del proprio status e trasformavano tutti in persone qualunque, pronte ad assaporare una tazza di tè, mentre le feste di paese offrivano ai contadini una sorta di enclave anarchica, durante la quale era possibile liberarsi delle norme e delle regole imposte dal regime feudale". I Gran Cyber Cafés svolgono oggi la stessa funzione, sostiene Kimura. "A nessuno importa quello che fai, e questo permette di immergersi completamente nelle proprie fantasie, dedicandosi alla navigazione in internet, a un particolare videogioco o alla lettura dei manga. In ogni caso viene soddisfatto il nostro timido desiderio di appartenenza. Frequentare i Gran Cyber Cafés", conclude, "rientra nello jibun-sagashi, la ricerca del vero io". ( ) Virginia Hefferman New York Times. In realtà in questo articolo si parlava di web, di manga, di giochi di ruolo, di infomania e infotainment, insomma di un sacco di faccende che per ora non m interessano più di tanto mi interessava il signor Kimura, però. Mi piaceva questa storia dello jibun-sagashi. Quando ho letto

18 quest articolo mi sono sentita catapultata in un mondo sconosciuto, accidenti però, mi sono detta all improvviso, credo proprio di stare in internet più tempo di loro al giorno. Più tempo di una teenager giapponese ossessiva? più tempo del ragazzino giapponese con i capelli fucsia che paga per entare nel cubicolo a luci soffuse dotato di connessione iperveloce? io untitled, 47 anni, che uso parole come peraltro e nondimeno? che uso la rete per ficcarci dentro parole come peraltro e nondimeno? Certo, e non solo io. Che sarebbe da andarglielo a raccontare al signor Kimura. Che una Capsicum, con la sua borsa da medico e il suo camice e la sua busta della spesa, sta più in rete del ragazzino di Tokyo con i capelli fucsia, perché mentre lui smanetta lei trasporta se stessa e quel che fa nel suo blog, e scrive per noi un libro di quella stessa sostanza, e questo libro va a finire nelle mani di professori e studenti di medicina, mentre il blog lei non lo lascia sia ben chiaro, lo tiene lo accudisce, lo usa anzi lo fa Scherzavo, non c è niente da andare a raccontare al signor Kimura. Che poi mi piacerebbe conoscerlo e parlargli, ci mancherebbe. Volevo solo dire che, da un certo punto di vista, si è capito benissimo anche qui come funzionava, direi abbastanza al volo noi dico che a fatica rientreremmo in qualcosa come culture giovanili. Fin da subito s è capito che cosa c era da prendere, e pure cosa in cambio dovevi o potevi dare. Faccio parte di quel gruppo di persone (non dico del primissimo web, ma del secondo senz altro, di quando il ragazzino color fucsia avrà avuto otto anni) che ancor prima di capire com è che funzionava ci si è buttato in mezzo, ma faccio ancora parte come ho detto, di quella generazione che tiene nella testa una bilancia col prendere da una parte e con l offrire dall altra non quelli, per intenderci, che si chiamano utenti. Ne ho conosciuti tanti di non utenti. In tanti si cercava un laboratorio, in tanti lo si è trovato. A questo punto saremmo giunti al signora mia non son più i tempi di una volta ner web. È da mesi, in effetti, che le conversazioni muoiono a questo punto. Sta di fatto che tutti lugubri a questo punto, ci ritiriamo a turno, dalla mezza giornata alla settimana filata, per poi un giorno sbottare e dire no, checcazzo tengo un blog, voglio parlare e parlo, e adesso faccio un post. E da quel punto in poi si ricomincia a lavorare. Per portare se stessi in veranda, con tutta la fatica l attenzione che ci vuole, a trasportare un corpo dal privato di un letto al pubblico di un balcone dove passando ti vedono, pure se stai in pigiama, e possono ascoltarti quando parli, sia pure con la voce impastata dal sonno o dalle rabbie - e pure quella voce, te la devi tarare. Tutta la cura che ci avresti messo, solo dieci anni fa, a scrivere un racconto, o un pezzo come dicono alcuni, adesso ce la metti nel tragitto casa-blog, intimo-fuori, per trasportarti in pubblico. Forse come Capote si trasportava alle feste, con la sua lunga sciarpa ciclamino come una sciarpa scritta, scrittura sciarpizzata da imprimersi nella retina di chi guarda veloce. Con le sue mani in vista o non in vista, a seconda di chi guarda, come ci mostra Hoffman, come mi dice llu o le dico io: - Sì le mani possono dire il talento di esserci - Quelle della foto di chi sono? - Sono dell'attore che ha fatto Capote, nel manifesto del film e sulla copertina della biografia di Clarke - Sono strane. come gonfiate. come di un morto. Come il sorriso della gioconda - Secondo me, uno in rete si presenta con un "io so fare questo. Comunque è vero. E' impressionante. Sembra che possano dirlo solo ad ALCUNI - Vado a lasciarti quella cosa della woolf. Ti dicevo prima che freud, analizzando da vinci, scrisse che gli angeli hanno il sorriso degli idioti - Sì - Il sorriso di quelli che hanno conosciuto tutto l'amore, non vogliono più sapere niente - Quelle mani,. come quel sorriso, sono uno schiaffo a chi non può vederle. Un conforto per chi le vede. E una dimenticanza per chi le ha :) - Bene, ho già messo la cosa di woolf. Più di cuocere che così non mi occorre L ha messa (nei commenti alla sessione precedente di appunti, carne a cuocere 1). Sono andata a risfogliare (dal momento che quella cosa di woolf tira in ballo la Mansfield, cioè la rivale in meno della Woolf) le pagine segnate con le orecchie del Diario della Mansfield perché è un diario ovviamente, pieno di nudità di cattiverie, e anche naturalmente folgorazioni, di natura privata. Un diario che però, la Mansfield gioca spesso a immaginarsi pubblico (come molti scrittori d altra parte), e c è un punto in cui questa immaginazione viene fuori in un modo un po buffo, che pure forse parla della paura (mista a una certa forma di eccitazione e apportatrice di movimento o di cambiamento) di cui parlavo prima. In fondo di cosa parla, la Mansfield? Parla del repentino sbriciolarsi di un

19 lavoro privato letterario (contrapposto in qualche modo a un ipotetico diario pubblico), in favore dell atto di predisporsi teatrale, recitante, fatto forse della stessa sostanza del lavoro di scrittura o di lettura cui prima stava attendendo, che a un tratto diventa assai meno importante verso un qualsiasi visitatore imminente. E mi pare che la frattura fra vita e letteratura (o forse: fra vitale e letterario), di cui parla omniaficta (sempre in uno dei commenti al post di prima) sia mostrata qui in modo molto dolce, e schietto: 10 febbraio. Non sono andata in clinica, a causa del raffreddore. Ho trascorso la giornata a letto, leggendo i giornali. La sensazione che qualcuno debba venire a trovarmi è troppo forte, perché io possa mettermi a lavorare. È la medesima sensazione che si prova quando, seduti su una panchina, all estremità di un lungo viale in un parco, si vede qualcuno in lontananza dirigersi verso di noi. Si cerca di leggere: si tiene il libro aperto fra le mani, ma soltanto per darsi un contegno, ché il libro potrebbe benissimo essere capovolto. Si leggono degli annunzi, come se fossero articoli. Questo ha poco a che fare col teatro. Un letto, una panchina, una signora predisposta - per citare il mio aiutante metrapansèr: e loise de neval, e la part du fafì, e no ma de la val. Perché adesso, in assenza di testo, ci rimane il pre-testo. Una luce. - Come si chiama lei? - Katherine Mansfield. (segue terza puntata, o terza caldeirada) Riferimenti: Notte manga al cyber cubo il ragazzo in pigiama sulla veranda di casa sua Reader Comments (36) Mi piacerebbe cominciare da due ballerini di tango in pista, una figura ormai talmente riprodotta, da essere familiare a tutti credo, come modello di fluidità ed eleganza all'interno di una scenografia di passione. Così che sia facile visualizzare il talento dei due artisti, anche senza averli sotto gli occhi. In quel momento i due si trovano sotto la guida della musica, che alle loro orecchie è, nel momento in cui la esprimono ballando, costrizione, di ritmo, di tempo, di pausa. Si trovano anche sotto la sintassi della tradizione del tango, che per i loro corpi è, nel momento che la attualizzano ballando, costrizione, di passi, di movimenti, di figure. Il talento sta, nella sua espressione più pura, nel passaggio segreto che collega le costrizioni a cui s'assoggettano, alla capacità di significare eleganza e fluidità per chi li guarda. Ci sono altri ballerini bravissimi, nei quali vedo l'esecuzione perfetta del movimento e mi esalto, ma non vedo necessariamente quella facilità, quella naturalezza d'assoggettarsi a costrizioni scomode, che chiamo il talento. Quando guardo un ciclista di talento, io non m'accorgo che pedalare in quella posizione è scomodo, e se lo so già, lo dimentico. E' il suo talento a farmi dimenticare. La leggenda del talento di Truman Capote, lascia dimenticare facilmente che In Cold Blood è uno degli attacchi più spietati che siano stati fatti al sistema della condanna a morte, quanto inefficace. Spietato perché portato dall'interno del sistema, cioè dal cuore di un condannato che più colpevole non si può, colpevole oltretutto di fatuità della strage che compie. Come è chiaramente esposto nella prima parte del libro. C'è poi tutto il resto del libro, nel quale pagina dopo pagina ci si dimentica del crimine, avendo sotto gli occhi un uomo. Un uomo guardato in ogni suo aspetto, con una ricerca che inaugurava - che io sappia - lo stile della nonfiction, e guardato anche dalla prospettiva, allora certamente inesistente, della responsabilità sociale della sua colpa, che poi diventerà un tema anche troppo attuale una ventina d'anni più tardi. La forza della visione poggia sull'osservazione dei fatti e dei contesti, sulla ricerca sul campo, sull'intervista a tutti quelli che abbiano avuto qualche tipo di relazione con gli omicidi, ma la

20 leggenda del talento di Truman Capote lascia dimenticare facilmente che quella ricerca la svolse alla fine degli anni '50, nel midwest degli usa, un omosessuale abbastanza conclamato e, se non fosse sufficiente in una società che ancora oggi ha grandi resistenze ad accettare i gay come essere umani, un omosessuale con quella voce, perché quella di Hoffmann che recita, è molto molto simile alla vera voce di Capote... M'interessa, credo che sia evidente dalle mie parole, il tuo tentativo di definire il talento nella relazione tra il singolo e il gruppo. C'è poi un altro asse, mi pare, che riguarda la distinzione fra parlare e proporre un'opinione, tra esporsi e proporsi, tra esprimersi e opporsi. Al quale mi riferirei mettendo in campo, ma non ti preoccupare, non adesso, la differenza tra esprimersi nella scrittura e nella scrittura crearsi. Il primo in ultima analisi un discorso di rappresentazione, il secondo d'invenzione. Una differenza che secondo me ci aiuta a comprendere il comportamento poco dialettico, che hai tratteggiato così efficacemente, del tizio che lascia il salone dove le persone di buona volontà argomentano, per affacciarsi in pigiama da casa sua e dire quello che gli preme. Non quello che gli pare, quello che gli preme. E forse di comprendere anche un po' meglio Capote, che giustamente disse che in fondo la storia del suo condannato a morte dai tanti talenti espressivi, era la sua propria storia, soltanto con un finale diverso. ottobre 17, 2006 at 05:36PM palmasco io mi ricordo un natale vecchissimo. una notte che denait venne a prendere panna che era un poco ciucca. nei tempi di maudi e derrida. qua diluviava tale quale oggi. l'amore nei tempi della pioggia sembrava. lo dicco un po come questo incontro che hai fatto tra talento e carne a cucire nel tavolo di operazioni ottobre 18, 2006 at 09:50AM llu Non so: abbiamo messo questo santino di capote a capotavola, ed è improvvisamente una strana conversazione: ogni tanto lo guardo, ma non è una conferenza o un dibattito su di lui evidentemente. Teniamolo così. Tu per esempio dici crearsi, io dico esserci, anche se non penso a nessun tipo di presenzialismo, piuttosto a un ingombro. Occupare uno spazio precisato, rendersi evidenti, da un certo punto di vista ingombranti. Poco eludibili. Farlo a partire dalla propria intimità, o meglio non aver paura di costruire un discorso pubblico anche su elementi che hanno a che fare con la propria intimità. Perché in fondo, quello che "preme" dire (non quello che si può o che si deve) è sempre in relazione all'intimità. Lo percepisci, in un discorso, l'elemento intimo. Io personalmente ne sono attratta. ottobre 18, 2006 at 09:54AM untitled io devo spiegarla, la faccenda della rosa ubriaca? è una vecchia storia intima-pubblica... PERO' non avrei nessuna difficoltà a spiegarla, llu palmasco, se me lo permettete. Altrimenti non importa, ma nessuno capirà nulla qui :) ottobre 18, 2006 at 09:58AM untitled io (( si che adesso nel mezzo sembro una sicogenesi freudiana)) scapo al lavoro :) ottobre 18, 2006 at 09:58AM llu no, non spiegarla. anche cancellala meglio. fu un impulso. ho fatto un mucchio di note su questo post. non bene trovo un po di tempo, le metto ottobre 18, 2006 at 10:07AM llu Llu si riferiva a un piccolo avvenimento nel web. Io entrai nel web per tentare un altro modo di scrivere. Forse per giocare. Un po' meno per incontrare persone (ero impaurita, come tutti all'inizio credo). Trovai un piccolo ambiente che mi piaceva molto, al centro c'era una persona (gino tasca, molti dei lettori di questo blog l'hanno conosciuto, è morto l'anno scorso) che si occupava di traduzioni dei sonetti di shakespeare. Io mi affezionai sia alla persona, sia all'aria che tirava lì dentro, sia ai sonetti di shakespeare. Facevo parte della "congrega delle traduttrici strafatte", come ci chiamava affettuosamente gino (non so perché usando il femminile per tutti) - le mie traduzioni,

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