Il profumo della rosa di mezzanotte

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3 Lucinda Riley Il profumo della rosa di mezzanotte Traduzione di Lisa Maldera

4 Titolo originale: The Midnight Rose Copyright Lucinda Riley, 2013 All rights reserved Questa è un opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti e persone realmente esistiti è puramente casuale Giunti Editore S.p.A. Via Bolognese Firenze Italia Via Borgogna Milano Italia Prima edizione: febbraio 2014 Ristampa Anno

5 Per Leonora Lascia che i miei pensieri vengano a te, quando me ne sarò andato, come il riverbero del tramonto ai margini del silenzio stellato. Rabindranath Tagore, Uccelli erranti

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7 Darjeeling India Febbraio 2000

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9 Prologo Anahita Oggi compio cent anni. Non solo ho vissuto un intero secolo, ma ho persino visto l alba del nuovo millennio. È un pensiero talmente assurdo che non posso fare a meno di sorridere, distesa fra i cuscini, mentre il sole del mattino si alza sopra il monte Kanchenjunga. Se fossi un mobile, una sedia elegante ad esempio, sarei un pezzo d antiquariato; verrei restaurata, lucidata ed esposta come un manufatto di pregio. Purtroppo non vale lo stesso per la mia veste umana: col tempo il mogano migliora e si leviga, al contrario il mio corpo è diventato ossuto e grinzoso. Qualunque bellezza rimasta in me giace nascosta nel profondo: è la saggezza di cent anni vissuti su questa terra, e un cuore che ha scandito con i suoi battiti l intero spettro delle azioni ed emozioni umane. Cento anni fa, in questo stesso giorno, i miei genitori consultarono un astrologo per conoscere il mio destino, come prevede la tradizione indiana. Conservo ancora il responso che l indovino diede a mia madre, fra le poche cose che mi restano di lei. Diceva che sarei vissuta a lungo ma, nel 900, vivere a lungo significava arrivare a cinquant anni, con la protezione 9

10 degli dèi; di sicuro non avrebbero mai immaginato che ne avrei compiuti il doppio. Sento un leggero bussare alla porta. È Keva, la mia fidata cameriera, con il vassoio dell English Breakfast e un piccolo bricco di latte freddo. Quella del tè all inglese è un abitudine che non ho mai perso, nonostante viva in India proprio a Darjeeling da settantotto anni. Non le rispondo subito: è un giorno speciale e stamattina desidero restare sola con i miei pensieri più a lungo del solito. Di sicuro Keva avrà fretta di procedere con i preparativi e sarà ansiosa di svegliarmi, lavarmi e vestirmi prima che comincino ad arrivare i parenti. Mentre il sole incendia e disperde le nuvole sopra le cime innevate, scruto il cielo cercando la risposta che prego di ricevere ogni mattina, da settantotto anni a questa parte. Che sia oggi, vi prego, chiedo agli dèi: sono certa che mio figlio sia ancora vivo, da qualche parte su questa terra. Se fosse morto, l avrei saputo nel momento della sua scomparsa, come mi succede sempre quando se ne va qualcuno che amo. I miei occhi si riempiono di lacrime e mi volto a guardare l unica fotografia che ho di lui, posata sul comodino: un bimbo di due anni, paffuto e sorridente, seduto sulle mie ginocchia. Me la diede la mia amica Indira, insieme al suo certificato di morte, poche settimane dopo averne ricevuto la notizia. È passata una vita, ormai. Ma io ne sono certa: mio figlio oggi è un uomo anziano, e in ottobre festeggerà il suo ottantunesimo compleanno. Devo ammettere, però, che mi è difficile immaginarlo, nonostante la fantasia non mi manchi. Distolgo lo sguardo dalla foto, so che oggi dovrei pensare soltanto a godermi i festeggiamenti che la famiglia ha organizzato in mio onore. Ma è proprio in queste occasioni, quando 10

11 vedo mia figlia e i suoi figli e i figli dei suoi figli, che sento più forte il dolore per quel bimbo che ho perduto. Ovviamente tutti pensano, e hanno sempre pensato, che sia morto settantotto anni fa. «Maaji, questo è il suo certificato di morte: guarda! Lascialo in pace» dice mia figlia Muna, sospirando. «Goditi la compagnia di noi vivi.» Capisco che si senta frustrata, dopo tanti anni, e ne ha tutto il diritto; vorrebbe potermi bastare lei sola, ma perdere un figlio lascia un vuoto incolmabile nel cuore di una madre. Oggi, però, ho intenzione di accontentarla; siederò sulla mia poltrona e mi godrò la compagnia della stirpe che ho generato. Non li annoierò con i miei racconti sulla storia indiana. Quando arriveranno sulle loro Jeep occidentali, insieme ai bambini carichi di giocattoli a pile, non racconterò di come io e Indira salivamo sulle colline attorno a Darjeeling cavalcando a pelo, né di quando l acqua corrente e l elettricità non erano cose scontate, né di come leggevo avidamente qualsiasi libro mi capitasse fra le mani, per logoro che fosse. I giovani si irritano ascoltando le storie del passato, preferiscono vivere il presente; anch io ero così quando avevo la loro età. Immagino che la maggior parte dei miei familiari non fosse entusiasta all idea di attraversare l India per andare a far visita alla bisnonna nel giorno del suo centesimo compleanno; ma forse sono troppo severa. Ho riflettuto molto sul perché i giovani non sembrino a proprio agio in compagnia degli anziani, anche se potrebbero imparare molte cose sulla vita da noi vecchi. Credo che questo disagio dipenda da quanto la nostra debolezza fisica ricordi loro ciò che li aspetta. In tutta la loro forza e bellezza, riescono solo a vedere che queste qualità svaniranno; non sanno cosa si guadagna invecchiando. 11

12 Come spiegare loro il nostro mondo interiore? Far capire come l animo vada rafforzandosi, l impetuosità si plachi e l egoismo venga mitigato dall esperienza? Ad ogni modo, mi rendo conto che questa è la natura umana in tutta la sua gloriosa complessità, e ormai ho smesso di arrovellarmi. Quando Keva bussa per la seconda volta, la faccio entrare. Mentre mi sommerge con le sue chiacchiere in hindi, io sorseggio il tè e ripasso mentalmente i nomi dei miei quattro nipoti e undici pronipoti. Nonostante abbia cento anni, tengo molto a dimostrare di avere ancora una mente lucida e perfettamente funzionante. I quattro nipoti che mia figlia mi ha dato sono a loro volta diventati bravi genitori e persone in gamba. Sono sbocciati nel nuovo mondo, nell India libera dalla dominazione britannica, e i loro figli hanno portato ancora più lontano il testimone. Da quel che ricordo, almeno sei di loro hanno un attività propria o sono professionisti nel settore del commercio. Mi sarebbe piaciuto che almeno uno dei miei discendenti avesse seguito le mie orme e si fosse specializzato in medicina, ma nella vita non si può avere tutto. Mentre Keva mi aiuta a lavarmi, rifletto su come la mia famiglia abbia avuto dalla sua un insieme di fortuna, intelligenza e forti legami di parentela. E sul fatto che la mia amata India vedrà passare forse cent anni, prima che i milioni di persone sofferenti che muoiono di fame ai margini della strada raggiungano un livello di vita accettabile. Ho sempre fatto del mio meglio per dare una mano, ma mi rendo conto che i miei sforzi sono stati una goccia in un oceano battuto da venti impetuosi di stenti e indigenza. Siedo pazientemente mentre Keva mi veste con il nuovo sa 12

13 ri regalo di compleanno di Muna, mia figlia decisa a non lasciare spazio a questi pensieri, almeno per oggi. Ho cercato di fare il possibile per migliorare le vite che hanno incrociato la mia, e devo accontentarmi di quello che ho fatto. «È bellissima, signora Chavan.» Guardo il mio riflesso allo specchio: sta mentendo e, proprio per questo, la adoro. Accarezzo la collana di perle che porto da otto anni. Nel mio testamento l ho lasciata a Muna. «Sua figlia sarà qui alle undici, e il resto della famiglia un ora dopo. Dove vuole che la metta, nel frattempo?» Le sorrido, sentendomi proprio come una vecchia sedia di mogano. «Puoi mettermi alla finestra. Vorrei guardare le mie montagne» dico. Mi aiuta ad alzarmi, mi guida pazientemente verso la poltrona e mi fa accomodare. «Desidera altro, signora?» «No. Va in cucina e assicurati che il cuoco abbia tutto sotto controllo.» «Sì, signora.» Sposta il campanello sul tavolino accanto a me e lascia silenziosamente la stanza. Mi volto verso la luce che sta incominciando a filtrare attraverso la grande finestra panoramica del mio bungalow in cima alla collina. Mentre mi scaldo al sole, penso alle persone che non ci sono più e non potranno partecipare ai festeggiamenti per il mio compleanno. La mia adorata Indira, la mia migliore amica, è morta quindici anni fa. Confesso che è stato uno dei pochi momenti della mia vita in cui mi sono accasciata a piangere per la disperazione. Mi ha saputo dare più amore e amicizia di chiunque altro, persino di mia figlia. Incostante ed egocentrica fino al giorno della sua morte, Indira è sempre stata presente quando ho avuto più bisogno di lei. Mi giro verso lo scrittoio, nella nicchia dall altra parte della 13

14 stanza, e non posso fare a meno di pensare a cosa ci sia dentro il cassetto chiuso a chiave. È una lettera, lunga più di trecento pagine. È indirizzata a mio figlio e contiene la storia di tutta la mia vita, fin dal principio. Temevo che col passare degli anni avrei dimenticato i dettagli, avevo paura che diventassero sfocati e confusi come la pellicola di un vecchio film muto. Se, come credo, mio figlio è ancora vivo e un giorno tornerà da me, voglio potergli donare la storia di sua madre e del suo infinito amore. E delle ragioni per cui è stata costretta a separarsi da lui, tanto tempo fa Ho iniziato a scriverla quando avevo circa cinquant anni, temendo di morire da un momento all altro. È rimasta chiusa là dentro per altri cinquanta, intatta e inviolata, perché lui non è mai venuto a cercarmi e io non l ho ancora trovato. Nemmeno mia figlia conosce la storia della mia vita, prima della sua nascita. A volte mi sento in colpa per non averle mai detto la verità, ma lei ha conosciuto il mio amore, mentre a suo fratello è stato negato, e penso che questo sia già abbastanza. Lancio un occhiata allo scrittoio, visualizzando la pila di fogli ingiallita all interno del cassetto. E chiedo agli dèi di guidarmi. La mia più grande paura è che, alla mia morte (che non potrà tardare molto), possa cadere nelle mani sbagliate. Accarezzo l idea di accendere un fuoco e chiedere a Keva di gettarvi i fogli. Ma poi scuoto la testa: no, non potrei mai, finché c è ancora speranza di ritrovarlo. Dopotutto ho vissuto cento anni, e non è detto che non arrivi a centodieci. Ma a chi potrei affidarla nel frattempo, nel caso? Passo mentalmente in rassegna i miei familiari, generazione dopo generazione. Ad ogni nome aspetto un segno. Ed è quando arrivo a uno dei miei pronipoti, che mi fermo. Ari Malik, il primogenito del maggiore dei figli di Muna, 14

15 Vivek. Sorrido fra me quando un brivido mi percorre la schiena: il segno inviato dalla divinità che mi guida e conosce ciò che io non posso. Ari, l unico della famiglia che abbia ricevuto il dono degli occhi blu, proprio come il mio figlio perduto. Devo sforzarmi molto per visualizzare i suoi lineamenti; mi consolo pensando che, con undici pronipoti, chiunque alla mia età faticherebbe anche soltanto a ricordarne il nome. Inoltre abitano tutti lontano, sparsi ai quattro angoli dell India, e non li vedo molto spesso. Vivek, il padre di Ari, è stato il nipote che ha avuto più successo, economicamente parlando. È sempre stato un ragazzo sveglio, anche se un po indolente. È un ingegnere e ha guadagnato abbastanza da permettere a moglie e figli di condurre un esistenza agiata. Se ben ricordo, Ari ha studiato in Inghilterra. È sempre stato un ragazzino brillante, anche se al momento mi sfugge cosa abbia fatto dopo gli studi. Oggi farò in modo di indagare. Lo osserverò. E scoprirò se la mia intuizione è corretta. Presa questa decisione, fiduciosa e più tranquilla all idea di trovare presto una soluzione al mio problema, chiudo gli occhi e mi concedo un sonnellino. «Dov è finito?» sussurrò Samina Malik al suo consorte. «Mi ha giurato che non sarebbe arrivato in ritardo, stavolta» aggiunse, osservando gli altri parenti di Anahita. Erano già tutti raccolti attorno all anziana signora nell elegante salotto del suo bungalow, e la stavano omaggiando con regali e complimenti. «Sta tranquilla, Samina,» la confortò suo marito «nostro figlio starà arrivando.» «Aveva detto che si sarebbe presentato in stazione alle dieci per salire insieme a noi Vivek, quel ragazzo non ha nessun rispetto per la sua famiglia, io» 15

16 «Calma, pyar, Ari è un uomo molto impegnato, ed è anche un bravo ragazzo.» «Tu credi?» domandò Samina. «Io non ne sono tanto sicura. Tutte le volte che lo chiamo a casa mi risponde una donna diversa. Sai com è Mumbai, piena di squali e attricette di Bollywood» sussurrò, per evitare di farsi sentire dagli altri parenti. «Sì, e nostro figlio ha venticinque anni e gestisce un attività sua. Sa badare a se stesso» replicò Vivek. «Tutto il personale sta aspettando il suo arrivo per portare lo champagne e fare il brindisi. Keva ha paura che tua nonna si stanchi troppo ad attendere così a lungo» sospirò Samina. «Se Ari non si presenta entro dieci minuti, dirò di cominciare anche senza di lui.» «Te l ho detto, non ce ne sarà bisogno» disse Vivek, osservando il suo figliolo preferito che entrava in salotto sfoggiando un sorriso smagliante. «Tua madre stava dando di matto come al solito» disse, abbracciandolo calorosamente. «Avevi promesso che ci saremmo incontrati in stazione. Ti abbiamo aspettato un ora! Dov eri finito?» disse Samina guardandolo con espressione accigliata, ma sapendo già che la sua era una battaglia persa in partenza perché il fascino del suo bellissimo figlio l avrebbe avuta vinta di nuovo. «Perdonami, mamma.» Ari rivolse a sua madre un sorriso ammaliante e le prese le mani. «Il mio aereo era in ritardo; ho provato a chiamarti ma il tuo telefono era staccato come al solito» disse, lanciando un occhiata d intesa a suo padre. Samina era famosa in famiglia per la sua scarsa confidenza con i telefoni cellulari. «Ad ogni modo, ora sono qui» disse, osservando il resto dei presenti. «Mi sono perso qualcosa?» «No, e la tua bisnonna è stata impegnatissima a parlare con 16

17 tutti, speriamo non si sia accorta della tua assenza» rispose Vivek. Ari si voltò a osservare la folla dei suoi consanguinei, e la matriarca che aveva tessuto i fili invisibili dell unione familiare, generazione dopo generazione. Incontrando il suo sguardo, si accorse di avere gli occhi curiosi e scintillanti dell anziana donna puntati addosso. «Ari! Alla fine hai deciso di unirti a noi, vedo.» Sorrise. «Vieni a dare un bacio alla tua bisnonna.» «Avrà anche cento anni, ma non le sfugge niente» sussurrò Samina a Vivek. Quando Anahita spalancò le sue fragili braccia per dare il benvenuto ad Ari, la folla di persone attorno a lei si aprì, lo sguardo di tutti puntato sul ragazzo. Ari la raggiunse e le si inginocchiò di fronte, mostrando il suo rispetto con un profondo pranaam, in attesa della sua benedizione. «Nani» salutò con il nomignolo che tutti i nipoti e pronipoti usavano da sempre per rivolgersi a lei. «Perdona il mio ritardo. È stato un lungo viaggio da Mumbai» spiegò. Quando alzò gli occhi, avvertì lo sguardo penetrante della sua bisnonna passarlo da parte a parte, come se stesse saggiando la sua anima. «Non preoccuparti» disse, accarezzandogli la guancia con la sua mano rugosa e minuta, leggera come un volo di farfalla. «Anche se,» abbassò la voce in modo che soltanto lui potesse sentirla «ho sempre trovato utile controllare di aver impostato la sveglia correttamente, prima di andare a dormire.» Gli strizzò furtivamente l occhio e gli fece cenno di alzarsi. «Noi due parleremo più tardi. Keva mi sembra ansiosa di procedere con i festeggiamenti.» «Certo, Nani» disse Ari, alzandosi in piedi con le guance un po arrossate. «Buon compleanno.» 17

18 Tornando in mezzo ai parenti, si chiese come avesse fatto a indovinare l esatta ragione del suo ritardo. La giornata proseguì come previsto, con il discorso commovente di Vivek, cui toccava l onore in qualità di nipote più anziano, in ricordo della vita straordinaria di Anahita. Lo champagne sciolse in fretta il tipico imbarazzo che si crea tra familiari che si ritrovano dopo tanto tempo. La naturale competitività tra fratelli si dissolse, come assorbita nei ranghi della gerarchia familiare, e i cugini più giovani abbandonarono ogni timidezza scoprendo di avere molte cose in comune. «Guarda tuo figlio!» disse Muna, la figlia di Anahita, a Vivek. «Le sue cugine gli ronzano tutte intorno. È ora che cominci a pensare al matrimonio» aggiunse. «Dubito che lui sia d accordo» borbottò Samina alla suocera. «Di questi tempi sembra che i ragazzi non si mettano in gioco prima dei trenta.» «Non potete cercargli voi una moglie?» chiese Muna. «Ovviamente ci proveremo, ma non credo accetterà.» Vivek sospirò. «Ari fa parte della nuova generazione, è lui il signore e padrone del proprio universo. Ha i suoi affari e gira il mondo. I tempi sono cambiati, mamma, e io e Samina dobbiamo lasciare ai nostri figli la libertà di scegliere da sé i propri compagni.» «Davvero la pensi così?» Muna alzò un sopracciglio. «Molto moderno da parte tua, Vivek. Dopotutto voi due non siete stati male assieme.» «Sì, mamma» concordò Vivek, prendendo la mano di sua moglie. «Hai scelto bene per me.» «Noi nuotiamo contro una corrente impossibile da risalire» disse Samina. «Al giorno d oggi i giovani fanno quello che vogliono, e prendono decisioni per conto proprio.» Ansiosa di cambiare argomento, lanciò uno sguardo ad Anahita. «Vostra 18

19 madre sembra divertirsi» commentò. «È davvero una forza della natura.» «Sì,» disse Muna con un sospiro «ma ho paura a lasciarla vivere qui, in mezzo alle colline, con la sola compagnia di Keva. L inverno è molto freddo e non fa bene alle sue ossa. Le ho chiesto mille volte di trasferirsi da noi a Guhagar, ma ovviamente ha sempre rifiutato. Dice che qui si sente più vicina agli dèi e, ovviamente, al suo passato.» «Il suo misterioso passato.» Vivek alzò un sopracciglio. «Mamma, credi che riusciremo mai a persuaderla a rivelarci chi era tuo padre? So che è morto prima che tu nascessi, ma non riesco a farmi un quadro chiaro della storia.» «Quando ero ragazza avevo bisogno di sapere, e la sommergevo di domande. Ma ormai» Muna si strinse nelle spalle «se vuole tenere il segreto, che lo tenga. È stata una madre premurosa, non avrebbe potuto fare di meglio, e non voglio turbarla adesso». Così dicendo, Muna lanciò uno sguardo pieno d affetto a sua madre, e Anahita approfittò del contatto visivo per chiamarla a sé. «Dimmi, maaji, che c è?» chiese Muna avvicinandosi. «Sono un po stanca.» Anahita soffocò uno sbadiglio. «Vorrei riposare. E vorrei che tra un ora portassi Ari a farmi visita.» «Certamente.» Muna aiutò sua madre ad alzarsi e l accompagnò in mezzo ai parenti. Keva, come sempre vicina alla sua signora, le venne incontro. «Mia madre vorrebbe riposare, Keva. Puoi accompagnarla tu?» «Certamente. È stata una giornata intensa.» Muna le osservò lasciare la stanza e poi tornò da Vivek e sua moglie. «Sta andando a riposare, ma mi ha chiesto di mandarle Ari fra un ora.» «Ah, sì?» Vivek aggrottò le sopracciglia. «Mi domando perché.» 19

20 «Chi lo sa cosa passa nella testa di mia madre» disse Muna, sospirando. «Allora sarà meglio che lo avvisi, ho sentito che aveva intenzione di partire fra poco. Domattina presto ha un incontro di lavoro a Mumbai.» «Be, vorrà dire che per una volta sarà costretto a mettere la famiglia al primo posto.» Suo padre aveva ragione: quando Samina disse ad Ari che la bisnonna voleva parlargli, non ne fu contento. «Non posso perdere l aereo» spiegò. «Cerca di capire, mamma, ho degli affari da portare avanti.» «Bene, allora dirò a tuo padre che riferisca a sua nonna che il maggiore dei suoi nipoti non ha un ora di tempo da dedicarle nel giorno del suo centesimo compleanno.» «Mamma» Ari sospirò di fronte all espressione severa di sua madre. «Va bene» annuì. «Resto. Scusami, devo trovare un angolo di questa casa dove c è la linea. Provo a chiamare per spostare la riunione.» Samina osservò suo figlio allontanarsi fissando il cellulare. Ari era stato una persona determinata sin dal giorno in cui era venuto al mondo, e senza dubbio era viziato come tutti i primogeniti. Aveva dimostrato di essere speciale dal primo istante in cui aveva aperto gli occhi e l aveva guardata dal profondo di quel blu, lasciandola a bocca aperta. Proprio per il bizzarro colore degli occhi di suo figlio, Vivek l aveva messa sotto interrogatorio dubitando della sua fedeltà, fin quando Anahita non gli aveva raccontato che anche il suo defunto nonno aveva gli occhi dello stesso colore. La pelle di Ari era più chiara rispetto a quella dei suoi fratelli e il suo aspetto inconsueto aveva sempre attirato l attenzione di tutti. Non c era da stupirsi che, in venticinque anni trascor 20

21 si fra l ammirazione generale, fosse un tantino arrogante. Per fortuna la sua innata dolcezza l aveva sempre salvato: tra tutti i suoi fratelli era sempre stato il più affettuoso, il più premuroso, sempre presente quanto c era stato bisogno di lui. Fino al giorno in cui aveva annunciato che si sarebbe trasferito a Mumbai per iniziare un attività propria L Ari che si era presentato a quella riunione di famiglia era più duro, più egocentrico, e a dire il vero a Samina non piaceva affatto. Tornando da suo marito, pregò che si trattasse solo di una fase momentanea. «Fai entrare mio nipote» comandò Anahita, mentre Keva l aiutava a sedersi sul letto, sistemandole i cuscini dietro la schiena. «Sì, signora. Vado a chiamarlo.» «E che nessuno ci disturbi.» «Certo, signora.» «Buon pomeriggio, Nani» disse Ari entrando di fretta pochi secondi dopo. «Spero ti senta più riposata.» «Sì.» Anahita indicò la sedia. «Prego, Ari, siediti. Mi dispiace aver scombussolato i tuoi programmi di lavoro per domani.» «Davvero,» Ari si sentì avvampare per la seconda volta «non c è nessun problema.» Mentre lei lo studiava coi suoi occhi penetranti, si domandò se avesse il potere di leggergli nel pensiero. «Tuo padre dice che vivi a Mumbai e porti avanti la tua attività con successo.» «Be, con successo non direi; non ancora, almeno» rispose Ari. «Ma sto lavorando sodo perché arrivi.» «Mi sembri un giovane ambizioso. E sono certa che un giorno la tua azienda darà i suoi frutti.» «Grazie, Nani.» Ari la vide accennare un sorriso. «Ovviamente, potrebbe 21

22 non essere sufficiente a soddisfarti del tutto. La vita è molto di più che lavoro e benessere economico. Un giorno lo capirai» aggiunse. «Adesso, Ari, c è una cosa che desidero affidarti. Per favore, apri il cassetto dello scrittoio e prendi i fogli che sono al suo interno.» Ari prese la chiave dalle mani della sua bisnonna, la infilò nella serratura ed estrasse dal cassetto un manoscritto ingiallito. «Cos è?» le domandò. «La vita della tua bisnonna. L ho scritta per tramandarla a mio figlio. Purtroppo, non sono mai riuscita a trovarlo.» Ari vide gli occhi dell anziana signora riempirsi di lacrime. Aveva sentito quella storia da suo padre, tempo addietro: del figlioletto di Anahita, morto in Inghilterra dopo la Prima guerra mondiale. Se la memoria non l ingannava, era stata costretta a lasciarlo là per fare ritorno in India. E a quanto pareva, tutt ora Anahita si rifiutava di credere che fosse morto. «Ma io pensavo» «Sì, sono certa che ti abbiano parlato del certificato di morte. E che ti abbiano spiegato che sono solo una madre inconsolabile, e forse un po matta, incapace di accettare il dolore per la perdita del proprio figlio.» Ari cambiò posizione sulla sedia, a disagio. «Sì, ho già sentito questa storia» ammise. «So cosa pensano i miei familiari, probabilmente anche tu sarai d accordo con loro» disse Anahita in tono fermo. «Ma credimi, ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne spieghi un documento scritto dal pugno di un uomo. Ci sono il cuore di una madre, e la sua anima, che le sussurrano cose impossibili da ignorare. Mio figlio non è morto.» «Io ti credo, Nani.» «No. So che non è vero» Anahita alzò le spalle. «Ma non 22

23 m importa. Ad ogni modo, se la mia famiglia non mi crede, la colpa è anche mia. Non ho mai raccontato a nessuno ciò che accadde tanti anni fa.» «Perché no?» «Perché» Anahita spostò lo sguardo fuori dalla finestra, sulle sue amate montagne, e scosse leggermente il capo. «Non sarebbe giusto dirtelo ora. È tutto scritto lì.» E indicò la pila di fogli tra le mani di Ari. «Quando sarà il momento quando sentirai che è arrivato forse leggerai la mia storia. E a quel punto sceglierai da te se indagare o no.» «Capisco» disse Ari, sebbene non stesse affatto capendo. «Tutto quel che ti chiedo è di tenerlo segreto al resto della famiglia fino al giorno della mia morte. È la mia vita che ti affido, Ari. E come ben sai,» Anahita si fermò un istante «il mio tempo su questa terra è quasi finito». Ari la fissava, non era sicuro di cosa la sua bisnonna gli stesse chiedendo. «Vuoi che lo legga e che indaghi su dove potrebbe trovarsi tuo figlio?» le domandò esplicitamente. «Sì.» «Ma da dove dovrei cominciare?» «Dall Inghilterra, ovviamente» disse Anahita, fissandolo. «Ripercorrerai i miei passi. Tutto ciò che ti occorre sapere ce l hai fra le mani. Inoltre, tuo padre dice che gestisci una specie di azienda informatica. Tu, più di tutti, sai come sfruttare le risorse della ragnatela.» «Intendi della rete?» Ari trattenne una risatina. «Sì, sono sicura che impiegherai solo pochi secondi per rintracciare il posto dove tutto ha avuto inizio» concluse Anahita. Ari seguì lo sguardo della sua bisnonna fino alle montagne oltre la finestra. «È un magnifico panorama» disse, non trovando nulla di meglio da dire. 23

24 «Sì, è per questo motivo che rimango qui, nonostante mia figlia disapprovi. Presto sarò in viaggio oltre quelle cime, e ne sarò felice. Rivedrò tutte le persone per cui ho pianto in questa vita. Ma ovviamente,» lo sguardo di Anahita tornò a posarsi sul pronipote «non quella che desidero incontrare più di ogni altra al mondo; almeno non per ora.» «Come sai che è ancora vivo?» Gli occhi di Anahita tornarono a posarsi sull orizzonte, per chiudersi poi con stanca lentezza. «Come ti ho detto, ogni cosa è scritta in quei fogli.» «Ovviamente.» Ari capì di essere appena stato congedato. «Ti lascio riposare, Nani.» Anahita annuì. Ari si alzò, la salutò con un pranaam e le dette due baci sulle guance. «Arrivederci, sono certo che ci rivedremo presto» disse, incamminandosi verso la porta. «Forse» rispose lei. Un attimo prima di uscire, Ari si voltò d istinto verso la sua bisnonna. «Nani, perché proprio io? Perché non affidare la tua storia a tua figlia o a mio padre?» Anahita lo fissò. «Perché i fogli che hai tra le mani, oltre ad essere il mio passato sono anche il tuo futuro.» Ari lasciò la stanza con addosso una sensazione di stanchezza. Attraversò il bungalow diretto all appendiabiti sotto al quale aveva lasciato la sua valigetta. Vi infilò la pila di fogli ingialliti e proseguì fino al salotto. Sua nonna, Muna, gli andò immediatamente incontro. «Perché ha voluto vederti?» «Ah,» rispose Ari con leggerezza «è convinta che suo figlio sia ancora vivo e vuole mandarmi in Inghilterra a investigare.» Alzò gli occhi al cielo per comunicarle la sua opinione a riguardo. 24

25 «Ancora!?» Muna imitò il nipote alzando a sua volta lo sguardo, esasperata. «Ascoltami bene: se vuoi posso mostrarti il certificato. Suo figlio è morto quando aveva tre anni. Ti prego, Ari,» Muna appoggiò la mano sopra la spalla del nipote «fa come se non ti avesse detto niente. Va avanti da anni con questa storia. Purtroppo sono solo fantasticherie di un anziana signora, non sprecarci tempo prezioso; dammi retta, l ho già sentita miliardi di volte. Ora,» sua nonna sorrise «vieni a bere l ultima coppa di champagne insieme alla tua famiglia.» Ari prese l ultimo volo da Bagdogra a Mumbai. Sull aereo tentò di concentrarsi sulle cifre davanti a sé, ma il volto di Anahita continuava a tornargli alla mente. Sua nonna sosteneva che quella di Anahita fosse solo un illusione, probabilmente non a torto, ma c erano cose che gli aveva detto, quando si erano trovati in privato, cose su di lui, che non si spiegava come facesse a sapere. Forse scorrendo velocemente la sua storia avrebbe trovato qualcosa magari poteva dare un occhiata veloce, una volta arrivato a casa. All aeroporto di Mumbai, nonostante fosse già mezzanotte passata, trovò la sua nuova ragazza, Bambi, ad aspettarlo. Si intrattennero piacevolmente tutta la notte nello splendido appartamento di Ari, affacciato sul Mar Arabico. Quando il giorno seguente si svegliò era già in ritardo per la riunione, perciò disfece la valigetta e tolse i fogli che Anahita gli aveva affidato. Prima o poi troverò il tempo di leggerli, pensò, infilando il manoscritto nell ultimo cassetto della scrivania e precipitandosi fuori. 25

26 Un anno dopo Ricordo. Nelle notti quiete, il più leggero accenno di brezza era una benedizione e un sollievo dal caldo torrido di Jaipur. Spesso salgo insieme alle altre donne e alle bambine della zenana sui tetti del Moon Palace, e mi sdraio lassù. Mentre sono distesa a fissare le stelle sento il suono dolce e puro di quel canto; significa che una delle persone che amo è appena stata presa da questa terra e sollevata verso l alto Mi sveglio di soprassalto e mi ritrovo nella mia stanza a Darjeeling, non su un tetto di Jaipur. È stato solo un sogno, cerco di rassicurarmi, disorientata dal canto che continua a risuonarmi in testa, sebbene adesso sia sveglia. Cerco di raccapezzarmi e mi rendo conto di cosa significhi: se sono sveglia, allora qualcuno che amo sta morendo proprio ora. Mentre i battiti del mio cuore accelerano, chiudo gli occhi e passo in rassegna la mia famiglia: la mia seconda vista mi dirà di chi si tratta. Ma per la prima volta fallisco. È strano, credo, perché gli dèi non si sono mai sbagliati prima d ora. Ma chi? Chiudo gli occhi e inspiro profondamente, concentrandomi sull ascolto. E poi capisco. Ne sono certa. 26

27 Mio figlio il mio adorato figlio, sta salendo verso l alto. I miei occhi si riempiono di lacrime e guardo il cielo fuori dalla finestra, in cerca di conforto. Ma è notte e oltre il vetro c è solo oscurità. Sento un leggero bussare alla porta e Keva entra con una espressione preoccupata. «Signora, l ho sentita piangere. Sta male?» mi domanda avvicinandosi al letto, e subito sente le mie pulsazioni. Scuoto la testa senza proferire parola, mentre lei cerca un fazzoletto per asciugare le lacrime che mi scorrono sulle guance. «No,» la rassicuro «non mi sento male.» «Allora cosa succede? Ha avuto un incubo?» «No» alzo lo sguardo su di lei, so già che non potrà capire. «È appena morta la mia creatura.» Keva mi guarda sconcertata. «Come fa a sapere che la signora Muna è morta?» «Non si tratta di mia figlia, Keva, ma di mio figlio. Quello che abbandonai in Inghilterra tanti anni fa. Aveva ottantadue anni» mormoro. «Perlomeno ha vissuto una lunga vita.» Di nuovo Keva mi guarda con un espressione confusa e mi preme la mano sulla fronte, per controllare che non abbia la febbre. «Signora, suo figlio è morto tanti anni fa. Credo che abbia fatto solo un brutto sogno» dice, cercando di convincere se stessa quanto me. «Forse» dico gentilmente, per non allarmarla. «Ma in ogni caso vorrei che annotassi l ora e la data. È un momento che desidero ricordare con precisione. Perché, vedi, adesso non ho più nulla da aspettare» dico, sorridendo debolmente. Keva esaudisce la mia richiesta, scrivendo data e ora su un pezzo di carta che mi porge. «Bene, adesso puoi andare. Non preoccuparti per me.» 27

Milano, Corso di Porta Ticinese, 18. Terzo piano, interno 7.

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