Un caffè macchiato caldo

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1 Laura Amadio Un caffè macchiato caldo Primo Premio Concorso Letterario Nazionale Pontegobbo-Città di Bobbio 2012 Città di Bobbio

2 Collana Itinerari narrativi Vietata la riproduzione Edizioni Pontegobbo Loc. Moglia, Bobbio (PC) tel Via Emilio Po, Modena telefax

3 Giulia Tornò a Fossombrone un freddissimo lunedì pomeriggio del mese di gennaio. Tornò come se niente fosse successo, come se tutti quegli anni non fossero mai passati, e quando noi ne avevamo trenta, otto anni ci sembravano proprio tanti. Era il 1982 e lei non era cambiata affatto. La sua inconfondibile andatura sinuosa, i suoi vertiginosi tacchi a spillo, i suoi capelli neri, lucenti e lunghissimi, che amava anche allora portare sciolti. I suoi occhi, scuri e penetranti, la sua pelle bianchissima. La sua voce: un misto di gioia e maliziosità nelle quasi note di un canto. Entrò, quindi, e si fermò davanti a me, che ero girato di spalle dietro il bancone. Un caffè macchiato caldo mi chiese. Io non la guardai subito. Meccanicamente presi il braccio dalla macchina, lo pulii dei fondi del caffè precedente e, in meno di tre secondi e in gesti che ormai non consideravo quasi più, ne preparai uno nuovo. Mi chiamo Tommaso e sono un barista. Quindi, oltre a servire caffè, bibite e gelati, faccio anche lo psicologo, il maestro, il giullare, il mago delle previsioni del tempo e spesso do i risultati delle partite di calcio. A volte il nostro lavoro è assurdo sembriamo confessori noi baristi, con tutto il rispetto per i confessori veri in realtà ci sentiamo assaliti da un umanità veloce, a volte silenziosa, a volte più marcata. Siamo bersagliati dai piccoli e grandi problemi del mondo, dal tempo alla guerra e in un buongiorno, che è sempre il solito, metodico, abituale e sfinente, impariamo a leggere il disagio delle persone. Ci puoi impazzire dietro questa svilente realtà. Non è un caffè. Sono gli occhi. Io faccio questo lavoro da più di vent anni. Ho imparato a leggerli, gli occhi. Siamo nel 1990, è estate, e questo è il periodo dove non sai mai se dietro il banco uno basta e avanza o dovrei prendere una ragazza che mi aiuti, specialmente nelle lunghe serate. Il mese scorso ho 3

4 comprato un televisore nuovo; domani sera inizieranno i mondiali di calcio e, anche se io di calcio ci capisco poco e niente, mi piace, mi è sempre piaciuto quello che la nazionale ti trasmette e allora tanto vale che un po ci guadagni anch io dietro quest Italia 90 Non mi sono mai spostato dal mio bar. Ci ho messo piede per la prima volta che dovevo ancora finire la terza media. Mi aiuteresti, ragazzino? Giusto un paio d ore dopo cena poi chiudo io mi disse il titolare precedente, che poi è andato a godersi la pensione in Sudamerica e il locale me l ha venduto. Qui a Fossombrone, piccolo borgo medioevale dell entroterra marchigiano, il mio bar è senz altro il più frequentato. Ce ne sono altri due, ma questo è nel centro storico e fa sempre un bell effetto, sai due porticati, le logge dei ricchi e quelle dei poretti, negozi che sono quasi diventati boutique, auto parcheggiate ai lati che sono sempre più Mercedes o Audi, discount, dove prima vendevano saponette, caramelle al miele nei barattoli, scope e detersivi in scaglie, che si trasformano in banche. E la mattina, nelle ore della colazione, mi ritrovo assieme ai capisaldi che si leggono la Gazzetta in canottiera bianca e calzoncini, giovani impiegati col completo gessato a trentacinque gradi all ombra, cartella sottobraccio e bustina dello zucchero che iniziano a sbattere prima ancora che io abbia il tempo di mettere su il loro caffè. Mi chiamo Tommaso e oggi di anni ne ho quasi quaranta, abbiamo detto. Lei è Giulia; allora ne aveva ventinove ed era bellissima. *** Guarda, ci hai fatto un delfino. Fu in quell istante che alzai lo sguardo e la vidi. Giulia, ma sei davvero tu? le chiesi quel freddo pomeriggio, dopo che ebbi posato la tazzina bianca sul piattino ed ebbi disegnato con il latte uno scarabocchio frettoloso. Solo lei era stata capace di vedere le figure più disparate ogni volta che le preparavo il caffè la mattina. Ero un artista, per lei. Facevo cuori perfetti, fiori, farfalle e tutti gli animali del creato. Ed era 4

5 bellissimo parlarle, perché quando il caffè non bastava più, allora scomodava il cielo; le nuvole erano il latte del mondo e lei faceva galoppare la fantasia e interi popoli prendevano vita. Ci salutammo come due veri vecchi amici; ci abbracciammo, lei mi baciò la guancia destra ed io la ricambiai. Le chiesi se stava bene, ma sì, certo che stava bene e si vedeva; le chiesi dell America, di New York, che effetto facevano i grattacieli e anche le strade affollatissime. Ma è come lo vediamo noi in televisione?. Lei adorava quelle domande. La facevano salire almeno di una spanna, senza contare i tacchi. Gongolava come a far credere che in fondo tutti possono vivere quelle esperienze, ma tanto lo sapeva che non era vero, non a quel tempo, quando se nascevi in mezzo ai monti spesso lì ci morivi. Le chiesi di suo marito John, o come si chiamava sì, John, c avevo azzeccato per fortuna. Del resto le possibilità di sbagliare erano limitate; la metà degli americani si chiama John. Ci siamo separati. Deglutii. Ok, quindi era tornata per restare, giusto? Giusto. E che farai?. Non lo so, Tommi. Ci sedemmo; uno di fronte all altra. Lei mi guardò. Il suo labbro inferiore tremava. Se lo morse con rabbia, con vergogna. Abbassò lo sguardo e tracciò strani disegni sul bancone con le dita. E me lo chiese: Ti prego, parlami di lui. Conosco Giulia da sempre, credo. Entrò per la prima volta in questo bar che io facevo ancora le mie prime chiusure serali e lei stava preparando l esame di maturità. C era ancora il vecchio pavimento, quello con le grandi mattonelle di marmo con i sassi incastrati, c erano ancora i vecchi tavolini arancioni e le sedie impagliate. C era quell enorme crocefisso che da giorni non faceva che fissarmi. Lui, lassù, col capo chino, che guardava me quaggiù. A volte alzavo gli occhi e lo riguardavo, ma i suoi occhi mi fissavano, severi, inquisitori e mi aspettavo che staccasse un 5

6 braccio dalla croce e mi puntasse l indice sotto il naso. Ne avevo paura, e spesso gli avevo chiesto aiuto. Quando vidi Giulia entrare per la prima volta pensai mi avesse ascoltato. Credo di averla amata, Giulia. Era il 1974 e lei aveva una lunga treccia che le scendeva sulla schiena, una camicetta a fiori e una lunga gonna che le arrivava ai piedi. Mi chiese un succo di frutta, allora, si sedette al bancone e si guardò un po intorno. La sua solita ricerca di presenze inesistenti e la prima cosa che mi chiese fu: Ma ci sono i fantasmi in questo bar?. Io scoppiai a ridere. No! Perché?. Non lo so è talmente vecchio vicino c è una chiesa e va beh, pensi che io sia matta?. La guardai. Pensai fosse una figlia dei fiori scappata di casa, anche un po pazza, sì, ma bella soprattutto così profumata, così pulita, leggera. Le offrii io il succo di frutta e parlammo un po. Mi disse che stava preparando la maturità, ma che non aveva alcuna voglia di studiare. Mi disse che appena preso il diploma avrebbe viaggiato per un anno, poi sarebbe partita per l America. E i tuoi? Ti lasceranno fare tutto questo? le chiesi. I miei vogliono che mi iscriva alla Facoltà di Farmacia ed è quello che farò. Ma non potranno mai impedirmi di sognare. Va beh senti, voi baristi, che conoscete tutti (e non era esattamente il giusto approccio, diciamo), non è che conosci qualcuno che mi aiuti a studiare? Bisogna che almeno sto diploma lo prenda e da sola non cavo un ragno dal buco. Perché non vieni a casa mia? Ci sta uno che i libri se li mangia. Perché scusa tu dove stai?. Sto al fiume, alla comune. Sei uno di quei fricchettoni che mio padre vorrebbe ammazzare?. Buono a sapersi, grazie, e comunque non siamo fricchettoni paghiamo trentamila lire di affitto al mese e abbiamo un tetto sopra la testa. Ma vi fate le canne?. Ma a te che ti frega scusa? Sei dell antidroga?. Allora vi fate le canne. 6

7 No, non io per lo meno. Senti, se vuoi è l unico indirizzo che possa darti. Domani sono libero e Angelo è sempre in casa. Se vieni ti ci faccio parlare. Ma è carino, almeno?. E che ne so, io? Mica li guardo, i maschi. Venne alla casa al fiume il giorno dopo, quindi. E credo ne restò ammaliata. Fin da quel primo istante. Bussò, a quella porta che forse sarebbe caduta da sola a breve se qualcuno non avesse avuto la decenza di sostituirla prima, per necessità. Le aprii io, che la stavo aspettando. E quando la feci entrare vidi i suoi occhi illuminarsi. La osservai mentre si guardava intorno e sembrava non bastarle. C è c è una gran luce e infatti era vero. Il salone era rischiarato da tre grandi finestre e una che si apriva su di un balcone; all ingresso da una vetrata che dava vita ad una decina di piante, fissa della nostra padrona di casa. Muovendosi lentamente, quasi calpestando piano il parquet che una volta doveva essere stato davvero bello e oggi era anche vissuto, andò a sedersi sul divano rosso bordeaux in miniatura, nostro gioiello e rifugio della casa, l angolo dei segreti, delle gioie e dei pianti, perché lì potevi farlo quasi di nascosto e non è facile quando si è in tanti. Ma in quanti siete qui dentro?. Otto. Misti?. In che senso scusa?. Maschi e femmine?. Certo. Da quella porta può entrare chiunque. Non è certo il posto che manca basta avere un minimo di badget però i maschi dormono con i maschi e le donne con le donne. Mio padre dice che siete dei drogati. L avevo già sentita. L invidia è una brutta bestia. Se tu non puoi essere quello, allora quello di certo è sbagliato, depravato eccetera eccetera Dicono anche che siamo dei comunisti, dei buddhisti, che ci 7

8 accoppiamo tra di noi come capita, che siamo sporchi e abbiamo le unghie nere e che sicuramente spacciamo nel terzo mondo. Giulia mi guardò sgranando gli occhi nerissimi. Uscimmo sul balcone e la vista da lì è mozzafiato. Il Metauro ti si offre in tutta la sua bellezza, la sua eterna importanza ed il suo silenzio. Guardò il ponte a tutto sesto che sull acqua forma un cerchio perfetto. Mio padre è un fascista. Ed è cattolico disse. Credo abbia una visione piuttosto limitata. Poi lo vide. Laggiù, proprio in riva al fiume. Angelo stava rientrando dopo aver passato la sua ora preferita. Quella a guardare l acqua scorrere e lui a pensare chissà a che cosa. Ma io lo sapevo, l ho sempre saputo che lui era un mistico, anche se allora aveva poco più di vent anni. Chi è quello? mi chiese Giulia. Perché?. È veramente figo. Beh, è lui Angelo quello delle ripetizioni. Wow mi piacerà studiare. Angelo ci raggiunse in cinque minuti, salendo dall entrata secondaria che dal fiume ti portava alla cantina. Una rampa di scale ed eri nel salone. Ciao salutò. Timido e insicuro, come sempre quando entrava in contatto con persone sconosciute. Vi ho fatti aspettare molto?. Giulia al contrario di timido non aveva proprio nulla. Gli si piazzò davanti, gli sfoggiò la curva delle sue tette e gli allungò la mano. Affatto. Piacere, io sono Giulia Tommi mi ha detto che dai ripetizioni, vedi, io ho qualche problema in greco e latino per cui se tu potessi darmi una mano. Ma vidi che Angelo era rimasto a piacere io sono Giulia lo vidi ammorbidirsi improvvisamente, vidi i suoi occhi guardare qualcosa che solo lui vedeva e che improvvisamente avevano cancellato qualsiasi cosa fosse fuori da quella ragazza. Vidi la famosa scintilla ed io capii. Capii che dio non aveva risposto alle mie di preghiere, ma forse aveva risposto alle sue. 8

9 Angelo aveva un mondo dentro di lui. E lo teneva per sé. Ci aveva fatto entrare poche persone, ed io ero tra i pochi fortunati. Il suo problema erano le parole. Non gli riusciva molto di parlare, spesso s impappinava, iniziava a balbettare e tutto ne usciva confuso. Ma era un maestro. E quando insegnava tu potevi solo ascoltarlo. Io dormivo nella stanza con lui; all inizio eravamo gli unici maschi della casa. Sopra il suo letto aveva appeso un crocefisso e poco lontano aveva attaccato l immagine di un re indiano che suonava il flauto e delle mucche lo stavano a sentire. Lo trovai un po incongruente ed un giorno glielo dissi: Ma tu, in quale dio credi?. In dio. Sì, ma il tuo come si chiama?. Dio. E allora quelli chi sono?. Ah, quelli quelle sono solo due delle sue forme quelle che amo di più Gesù Cristo, ovviamente, e Krisna. Eccolo il suo mondo. Mi parlò, con una certa reticenza all inizio, della spiritualità, che non c entra niente con la religione, ma questo è piuttosto ovvio mi parlò dell India, che allora non aveva ancora visto e che nel suo immaginario era semplicemente la terra dei suoi sogni. L unica terra dove dio può scegliere d incarnarsi. E perché? gli chiesi. Perché proprio in India?. Per il profumo. Mi disse che in India tutto ha a che fare con dio per cui esiste uno stuolo di dei e dee che presiedono il mondo, che si occupano dell amore, del lavoro, del discernimento, del karma e del dharma. Ma tu ci credi davvero? gli domandai. Incerto se mettermi a ridere. Perché non dovrei?. Angelo e Giulia erano la coppia perfetta. Erano bellissimi e insieme avevano creato un universo strano, palpabile eppure intoccabile. Venivano al bar e la gente li guardava. Non poteva farne a meno. Gli sembrava di vedere l amore prendere una forma, eppure restavano garbati, silenziosi e riservati. 9

10 Giulia è la mia Laxmi mi ripeteva sempre Angelo, ed io m immaginavo questa Laxmi con i capelli nerissimi, la pelle diafana e coloratissimi abiti intrecciati d oro. E chi è Laxmi?. È l amore, Tommi. La sposa devota. La prosperità e la gioia famigliare nasce da un fiore di loto, il fiore di dio. Era l estate del 74, quella. Ricordo i cigni al fiume, l aria irrespirabile e le zanzare. Ricordo l amaca appesa in giardino e la Diane 6 colorata di verde. Ricordo le loro canzoni fino a tarda notte, intere serate trascorse a cantare tutti insieme e poi loro due che si appartavano che cantavano insieme le loro canzoni e con quelle voci che si ritrovavano sarebbero potuti arrivare fino in capo al mondo. Parevano invincibili, ed anche se avresti voluto invidiarli con tutta l anima, in realtà potevi solo amarli. Finché accadde. Parlarti di lui? le domandai il pomeriggio del suo ritorno. E perché?. Non lo so credo di essere tornata per questo. Giulia, sono passati otto anni. Per me potevano passarne anche cento Tommi. Ma io dovevo sapere. Sapere cosa? Tu te ne andasti tu lo lasciasti solo nel momento più doloroso della sua vita ce lo siamo chiesti per mesi come hai potuto farlo?. Immagino che da allora io sia diventata Giulia, la stronza che lo abbandonò, vero?. Non glielo mandai a dire, anche se mi costò molto. Sì. Non avete mai provato a capirmi e in fondo non posso biasimarvi. Era la vigilia di Natale, Giulia. Lo lasciasti la vigilia di Natale e volasti via. Il più lontano possibile da lui. Volò via che c era una tormenta di neve e lui lo lasciò senza neppure entrare nella sua stanzetta d ospedale. Lo lasciò dalla porta, senza avere neppure il coraggio di salutarlo davvero. Si 10

11 giustificò dicendo che quella maledetta notte era cambiato tutto, che non ce la faceva a vederlo per sempre su quella sedia a rotelle, non Angelo, non il suo Angelo, non il suo Krisna. Era ottobre e Angelo tornava da una partita di calcetto; lui è sempre stato fissato con il calcio. Con il calcio e per un breve periodo con le moto. La sua sbandò quella sera e finì dritta contro una Citroen GS che veniva dal lato opposto. Fece un volo di qualche metro e la sua spina dorsale, molto semplicemente, si spezzò come un grissino. Così; il tempo di battere gli occhi, il tempo di un breve cenno di saluto con la mano, e un secondo dopo la corsa in ospedale, tutti chini su di lui a guardare l orrore, quella telefonata a casa di Giulia nel mezzo della notte e fu proprio suo padre a rispondere. Lei arrivò il giorno dopo e per un paio di mesi ci provò a stargli vicino. Ma non ci riuscì. Era poco più che una bambina, eravamo tutti poco più che bambini, ma mentre tutti noi fummo costretti a crescere, lei scelse di restare tale ancora per un po. Anche se improvvisamente voleva fare la donna; partire per l America, sì, dimenticare e credere che si poteva anche far finta di niente a migliaia e migliaia di chilometri di distanza. È che poi la vita torna a presentarti i suoi conti. E ti risponde a tutte le tue domande. Anche se possono passare mesi, anni, decenni. Non c è molta importanza in fondo. Credo che Giulia si sia portata un peso enorme per tutto questo tempo. E se quel peso resta sempre lì, sul cuore, e tu non ci provi a mandarlo via, perché ti fa paura, perché se ne parli hai paura di svegliarlo, questo giorno dopo giorno si appesantisce soltanto, non basta coprirlo e fingere che non ci sia. C è, maledizione. E un giorno inevitabilmente vomiterà tutto il suo peso, tutto il suo dolore e tu non potrai fare altro. Lei lasciò suo marito, prese il primo aereo e tornò a casa. Angelo è in Uganda continuai. Incerto, a dire il vero, se dirle tutta la verità. In Uganda?! E che fa?. È partito da poco a dire il vero non sei stata fortunata fa il 11

12 volontario presso una missione a Kampala, insegna ai bambini. Insegna quello per cui è nato, insomma solo che non credevo fosse necessario spingersi tanto lontano bisbigliò lei tra sé e sé. Anni fa andò anche a Calcutta, con Giorgia e Stefano, ma tu lo sai vero? Devo avertelo detto se non sbaglio, una volta per telefono. Sì, lo so, ma quello era dio, il suo dio, no? Ce l hai il numero di telefono della sua missione?. No Giulia, non ce l ho credo non ce l abbiano per niente il telefono, laggiù. Ed io come faccio, eh? spiegamelo Tommi, come faccio a parlare con lui?. Le presi le mani quella volta. Cercai di capire se quel sentimento che l aveva riportata a Fossombrone fosse solo il suo esagerato senso di colpa o amore vero. Aspetti che torni. Potrebbero volerci dei mesi. Tu hai lasciato passare degli anni. Mi guardò dritto dritto negli occhi. Non mi perdonerete mai, vero? mi disse, gelida. No, noi ti abbiamo già perdonata. Sei tu a non averlo ancora fatto le risposi io, altrettanto gelido. *** L Italia ha vinto la sua prima partita contro l Austria. Sulle note di una canzone che ci accompagnerà per tutta l estate e forse più, mi sono ritrovato a tifare una nazionale di cui non capisco niente, ma di cui mi piace l energia, il cuore, l amore. Il bar era pieno; per fortuna c erano Paolo e Theodor a darmi una mano. Ancora un paio d ore e me ne torno finalmente a casa anch io, con un po d adrenalina in più dentro. Mi piace il momento in cui mi ritrovo solo dentro questo locale. Sono gli spazi e i minuti che qui riservo per me. Chiudo le grate e finalmente posso tornare ad essere chi sono; triste se mi sento giù, annoiato o felice, e se sono felice posso evitare di regalare 12

13 comunque sorrisi finti, abbozzarne alcuni veri e quelli migliori tenerli per me. Mi dispiace soltanto che non ci sarà Stefano, questa volta. Gli ho telefonato l altro giorno, ma mi ha detto che è troppo impegnato con la maturità e che non riuscirà a scendere a Fossombrone prima della metà di luglio. Peccato. Se l Italia va in finale però ti giuro che sarò lì. E allora mi sono ritrovato a pregare come uno scemo che quest Italia vinca. Così potrò rivederli entrambi. Lui e Giorgia. Stefano Stefano era il più grande fricchettone di tutti noi. Il più comunista, il più esagerato, il più attivo e di sicuro lui le canne le fumava. Quindi era colpa sua se ci chiamavano drogati. Aveva una massa informe di capelli ricci (anche oggi a dire il vero), ci legava una fascetta rossa in mezzo e con un paio di sandali in pieno inverno andava a guidare i cortei lungo le strade storte e ciottolose di Urbino, dove assieme ad Angelo frequentava la facoltà di Filosofia e Letteratura. Quindi era colpa sua se dicevano che eravamo sporchi. In quegli anni, in casa, sopra il camino, lui aveva appeso una bandiera; the south will rise again, sullo sfondo della croce confederata americana, inno alla rivoluzione, a dar voce all anima che voleva semplicemente un mondo più giusto, e forse quello fu l unico periodo in cui ci provammo a sperarlo, a dire il vero. Poi ci siamo tutti rilassati, accontentati, e lasciato che il mondo prendesse una piega perversa. Abbiamo lasciato il lavoro a metà e adesso ne paghiamo le conseguenze. Stefano è tedesco, figlio di italiani emigrati in Germania in cerca di fortuna. È arrivato in Italia a vent anni, lasciando i suoi a Münster, dove si erano stabiliti. Arrivò con una valigia piena di progetti, si inserì in un contesto che a lui parve subito congeniale. 13

14 Si iscrisse al Partito Comunista, in breve tempo ne divenne un affiliato di fiducia, fondò il primo centro sociale in mezzo a questi paesini dimenticati da tutti e divenne un punto di riferimento. Per qualche anno visse con sua nonna paterna, un ex partigiana che lo assecondava in tutto e per tutto e spesso gli dava consigli e dritte. Lui aveva un rispetto sincero per sua nonna. L adorava, semplicemente e ne aveva fatto il suo mito. Perché in tutta questa lotta, la vita è sempre una lotta, figlio mio, non ti sedere mai e combatti, anche solo camminando lei gli aveva insegnato che esiste una sola regola: la lealtà. Non ferire mai, aiuta sempre tutti. Non è vero che a tutto pensa dio, non può, poveraccio, quindi aiutiamolo noi. E lui ha fatto della lealtà il suo baluardo. Conobbe Angelo una mattina di novembre, in facoltà. Stefano aveva i suoi sandali e la sua fascetta rossa e dal microfono stridente di un palco improvvisato incitava gli studenti a pretendere un mondo migliore. Angelo viveva già alla comune; partiva la mattina presto con la corriera e tornava il tardo pomeriggio. I loro sguardi si sono incrociati un istante. Un istante soltanto. E quell istante è valsa tutta la loro vita. Il sentimento che li ha legati inesorabilmente è nato quel giorno, in uno sguardo furtivo; in fondo Angelo voleva solo studiare e non gliene fregava niente di quelle lotte lì, credo, ma si sono incrociati e hanno capito entrambi, subito, che quello sguardo sarebbe stato per loro il regalo più bello. Angelo mangiava in mensa, e mangiava male e pochissimo. Solo snack al cioccolato e verdure. Stefano invece, massiccio, collo taurino, mani grandi, si faceva il pieno di proteine e carboidrati. Si avvicinarono allo stesso tavolo e alla fine fu proprio Angelo a proporglielo: Ci prendiamo il caffè da un amico mio?. Ok, dov è il bar?. A Fossombrone. Ma sono più di venti chilometri. La corriera parte tra cinque minuti. Arrivarono qui e sembravano provenire da due emisferi opposti. Uno, Angelo, altissimo, magro come uno stecco, un eschimo 14

15 felpato che gli arrivava alle ginocchia, e non era facile, capelli lunghi e scuri, pelle bianchissima e occhi blu come l oceano. L altro, Stefano, che pareva uscito dalla spiaggia; sandali e camicia a fiori, pantaloni di lino a zampa, piuttosto basso e tarchiatello, capelli crespi e biondi, viso infuocato dall ardore. Tommi ti presento Stefano, un mio amico. Notai lo sguardo di Stefano quando si sentì chiamare amico. Uno sguardo che non ho mai dimenticato. Stefano lui è Tommaso, Tommi. Dormiamo insieme. L aveva provocato e ci riuscì. Stefano ci guardò senza parlare. Nel senso che viviamo nella stessa casa assieme ad altri ragazzi precisò. Ci faresti due caffè, Tommi?. E li guardai, mentre prendevano il caffè. Sembrerà esagerato, ma io ci ho imparato la vita a guardare gli altri che prendono i caffè. Come li sorseggiano, come li girano, come si pongono. E non sbaglio, sai? Guardando i clienti ho imparato a leggere i visi delle persone, perché ti parlano, a volte t invocano, ti chiedono aiuto e tu spesso glielo dai, senza renderti neppure conto, oppure se gli gira il cazzo, sei il primo che mandano a fanculo. Stefano lo beve tutto d un fiato. Amaro. Glielo metto sul piattino e non fa in tempo neppure a toccarlo, la tazzina. Ma dai cos è questa storia della casa? È una figata. Posso venire anch io? disse Stefano, posando la tazzina e pulendosi le labbra sulle maniche della sua camicia a fiori. Stefano venne alla nostra casa quasi ogni giorno, dopo. Lui ed Angelo studiavano insieme e la cosa bella è che dove finiva uno iniziava l altro. Furono i mesi delle basi della loro amicizia ed è bello quando vedi un sentimento nascere. Non c entravano niente l uno con l altro eppure erano inseparabili; persino Giulia, quando arrivò portando con sé tutto il suo amore, non riuscì in alcun modo ad intaccare quel legame. Un giorno li sentii che parlavano; io ero sul terrazzo, loro sul divano rosso bordeaux delle confessioni. Adesso te la porto io una foto di Gesù che ride mi fai pena con 15

16 quel crocefisso sopra la testa. Ce l hanno i preti diceva Stefano mentre si preparava il filtro per una canna. Primo: voglio vedere come fai a trovare una foto di Gesù Cristo secondo: il crocefisso per me è un simbolo e non lo toglierò mai. Spiegami sto simbolo allora sentiamo. Ma tanto tu non mi ascolti se io ti parlo tu fai sempre di testa tua. Ah, senti invece chi parla c hai mai provato, Angelo, a guardare la vita da un punto di vista pratico? Nel senso che forse non esiste questo alone mistico che ti porti appresso? Che la vita in realtà è molto più semplice, anche in tutte le sue difficoltà, e non richiede sempre una risposta comunque avanti, sono proprio curioso. Che senso ha la croce?. L amore. Eh. E poi?. Non ti basta? L amore regge l intero universo. Non mi hai convinto. L asse verticale: l amore divino. Quello che t innalza dalla terra fino al cielo, quello che trascende le nubi, su fino alle stelle e ti conduce a dio. L asse orizzontale: l amore umano. Quello che abbraccia a piene mani il mondo e ti regala tutti i suoi frutti. E te li regala sempre, non credere basta saperli riconoscere. Lo sai che giorno era? Era un pomeriggio di ottobre. Quel pomeriggio di ottobre. Stefano non lo lasciò mai. Con lui in ospedale trascorse intere giornate, e spesso intere nottate. Lui fu il primo a raggiungerlo al pronto soccorso quella notte; lui si spacciò per suo cugino, il suo parente più prossimo, perché gli dessero sue notizie e non gliele dava nessuno, maledizione. Lui non si schiodò mai dal maniglione dell enorme porta che si era inghiottita il suo amico. Attese ore ed ore che uscisse un medico e con la sua aria da medico gli dicesse in paroloni incomprensibili che c era stata una lacerazione, una frattura scomposta e che un ematoma premeva sulla colonna vertebrale. Che si doveva aspettare una settimana, forse un mese 16

17 o anche più. Che non poteva in alcun modo compiere anche il minimo movimento, Angelo. Non adesso e che forse non avrebbe mai più camminato. Che non sarebbe stato facile e questa fu l unica cosa che Stefano capì quella notte. Ma lui non aveva alcuna paura. Era pronto, se si doveva combattere. Lui al suo fianco aveva la sua bandiera: la lealtà. Lui era Rama, mi disse Angelo una volta. Ed io amai questo Rama. Rama è l eroe del Ramayana, il poema epico indiano che narra tutte le virtù del mondo. Erano quasi centomila anni fa, era l era del Tetrayuga, l era del bronzo, quella dove esistevano ancora uomini completamente buoni e uomini completamente cattivi. Quella dei deva e degli asura, degli angeli e dei demoni. Quella di scimmie devote alte cinque metri che per il loro re, Rama per l appunto, avrebbero dato la vita. Il proprio cuore. Un unica missione, stabilire il dharma sulla terra, ovvero la rettitudine, attraverso l onestà, la prodezza di cuore e la nobiltà d animo. Un unica sposa, Sita, che Rama salva dopo averla cercata per anni, ma allora gli anni erano inezie, perché la vita poteva durare anche un millennio. Questo era Rama, settima incarnazione di Visnu, il dio che prende forma, che per amore e fede al dharma accetta l esilio e la rinuncia al trono assieme alla sua sposa. Questo era Stefano e lo capii allora. Era gennaio; ancora. Ma era il Io ero lì quel giorno. Con loro. Quando l infermiera arrivò; con quella sedia a rotelle nuova nuova e disse ad Angelo che poteva scendere in giardino, se voleva. Ma lui non parlava, quei giorni. Si era chiuso in un silenzio comprensibile e inaccessibile e nessuno di noi poteva smuoverlo. E allora Stefano, com era nel suo stile, si ribellò. Gli tirò un maglione. Lasciami in pace protestò Angelo. Tu adesso scendi in giardino con me, lo sapevi? In macchina ho persino una stecca di cioccolato, figurati se io mi mangio il cioccolato. E a me che mi frega?. È quello che vuoi, Angelo, alzarti. Ed è ora che tu lo capisca. Avanti, vestiti. 17

18 No. Allora Stefano gli si avvicinò. Con amore gli infilò il maglione. Pensai, ecco, adesso Angelo gli arriva un pugno. Invece lo lasciò fare. Con amore, lo lasciò fare. Perché in quel momento era esattamente ciò di cui entrambi avevano bisogno. Io e l infermiera aspettavamo alla porta. Stefano lo aiutò a sistemarsi sulla carrozzina e quando Angelo vide le sue gambe ebbe un conato di vomito. Stefano allora lo abbracciò, si affrettò a coprirle con un pile e gli sussurrò qualcosa all orecchio. Pensa al cioccolato, pensa al cioccolato. Solo in quel momento, per la prima volta credo dall incidente, Angelo ebbe il coraggio di piangere. Lo vidi abbandonarsi tra quelle braccia, le possenti braccia di Rama e capii che niente, niente al mondo valesse più di un amicizia vera. Partirono per Calcutta due anni più tardi. Lui, Angelo e Giorgia. Giorgia era la fidanzata di Angelo allora. Venne ad abitare alla comune quasi contemporaneamente a Stefano e furono tra gli ultimi. Ognuno aveva dell India la sua strampalata idea. Angelo credeva che laggiù ci fosse dio. Che avesse il volto della gente per le strade, l odore forte delle spezie e la voce dei bramini che pregano all alba. Credeva di realizzare un sogno, il suo sogno, ed in effetti era vero. Stefano credeva che le sue mani laggiù sarebbero state utili in fondo erano talmente esagerate a lui poco importava dell orrore; lui non aveva tempo né spazio per giudicare un mondo. Lui operava, e me l immagino mentre salvava vite. Sarebbe stato un ottimo medico, Stefano, se non avesse deciso di fare il professore. In realtà le vite le salvavano i dottori, quando c erano e quando ci riuscivano, e Stefano svuotava le latrine, puliva i culi dei malati, chiudeva gli occhi dei morti e successe centinaia di volte, mi disse. Trasportava le medicine dalla missione in cui erano, al ghetto dei lebbrosi, e mi raccontò che quando smetti di farlo allora sei arrivato. A fare cosa? Ad arrivare dove?. A vedere il mondo nel modo che ci hanno insegnato qui. Non vedi i monconi, non vedi la faccia deturpata. Vedi solo gli occhi, 18

19 quegli occhi che ti guardano. Ed arrivi alla gioia. Alla pienezza. Giorgia credeva che suo dovere fosse seguire quei pazzi. Tutto qua. E l aveva fatto semplicemente per amore. Per amore di Angelo, credeva lei, e forse era così davvero. Ma accadde qualcosa laggiù. Qualcosa che cambiò le carte in tavola, che mise a nudo i veri sentimenti, che oltrepassò le regole. Perché se Stefano le regole le violava tutte, se Angelo seguiva solo quelle che lui si dettava, Giorgia era una che le regole le seguiva e basta. Tutte. Fai quello, e lei lo faceva. Fai questo, e lei lo faceva. Stefano e Giorgia si sono sposati due anni fa e subito dopo se ne sono andati. Lui è stato chiamato per una cattedra in provincia di Genova e ancora sono lassù. Tornano d estate, appunto, e a Natale. Io credo solo che per lui fosse una pena restare qui. Nessuno di noi li ha biasimati. È vero, ogni anno io spero che tornino, definitivamente intendo, ma credo che ormai la loro vita non sia più in questo posto. Hanno spiccato il volo insieme. Ed è raro. È un dono. *** Altra vittoria dell Italia. Oggi è una splendida giornata. Fa caldo, molto caldo, e in queste prime ore del pomeriggio nessuno si muove dalle proprie case ed io sono solo, qui. Mi gusto un ghiacciolo, ascolto i grilli e le cicale e aspetto. Non i clienti, per carità. Non sempre per lo meno. A volte mi chiedo come abbia fatto a resistere a questo lavoro per così tanti anni. In fondo io sono un solitario, la gente per un inclinazione naturale tendo a fuggirla invece di cercarla. Mi guardo intorno e cerco la prova di tutti questi anni che sono passati. I muri scrostati, le crepe, un bancone che ormai è diventato vecchio. Un bancone che considero un amico, uno di quegli amici saggi che ne hanno viste tante ma non si permettono di dire niente, perché sanno che ogni esperienza porta con sé un insegnamento. Forse ride con me quando parlo con i bambini, scuote la testa se mio malgrado sono scortese. È stanco come me, credo. Si vede dalle rughe, dai segni indelebili sul legno. Il suo aspetto ormai fuori moda gli conferisce un importanza particolare. È uno che ne ha viste tante e gli porti 19

20 rispetto, tutto qua. Questa cosa dei mondiali lo sta torturando credo. Si prende pugni, calci, tutti accompagnati da un sentito turpiloquio. Finirà, deve pensare tra sé e sé. Era un martedì mattina. Era la fine di marzo di quei primi anni 80. Vidi Stefano entrare trafelato, sempre scoordinato, quasi di prepotenza, ma sempre d istinto. Meccanicamente gli misi su il caffè, poi gli chiesi se fosse tutto ok. Ce li hai gli elenchi del telefono delle altre regioni, vero? mi chiese riprendendo fiato. Sì, certo, sono lì sotto. Devo chiamare l ambasciata ugandese, vado nella cabina di là. L ambasciata ugandese?! Ma che dici, sei pazzo? ma ormai era nell altra sala ed io parlai solo per me prenditi il caffè, almeno. Lei, Giulia, era scesa per la colazione. Ormai era tornata da poco più di due mesi, era un indecisa cronica e non sapeva che fare. La casa al fiume, disabitata da anni, l aveva comprata lei. Che ci farai? le chiesi una volta. Non lo so. Qualcosa mi verrà in mente. Adesso viveva dai suoi, ma ancora per poco, ripeteva, come a giustificarsi. Stava mangiando la sua brioche quando Stefano rientrò, più calmo adesso. Tra una settimana è deciso, parto. Il visto me lo preparano all ambasciata. Ah sì? E dov è che vai? gli chiese Giulia, con le labbra leggermente infarinate di zucchero a velo. Vado in Uganda. Da Angelo rispose. Io giuro che c ho provato a fermarlo. A dirgli di lasciar perdere, che Angelo sarebbe tornato nel giro di qualche mese e che quell ennesima sua pazzia sarebbe svanita, lasciando il suo ricordo indelebile certo, ma svanita. Ma Giorgia che dice? gli domandai. Non lo so mi sono svegliato prima e sono corso qua. Non gliel ho chiesto, ecco. Aspetta ti rendi conto sì che è una cazzata che non ha senso rincorrerlo fin laggiù quella è la sua vita, Ste. La sua, non la nostra. Se l è scelta lui, forse per convincersi che anche da quella 20

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