Storie di musica. Abaluth

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2 vivonic, Giovanna Bertino, Paolo Dapporto, Cettina Barbera, Erika Marzano, Roberta Cadorin, Luna de Magistris, Anna Rita Lisco, Giuseppe De Micheli, Daniele Coviello, Davide Schito, Lavella, Patrizia Rossi Copertina di Ilaria Tuti Editing e impaginazione di Fabrizia Scorzoni Prima edizione marzo 2013 Questo ebook è distribuito con Licenza Creative Commons BY-NC-ND È consentita la riproduzione, parziale o totale, dell opera e la sua diffusione a uso personale dei lettori, purché sia riconosciuta l attribuzione dell opera al suo autore, l opera non venga modificata e non venga riprodotta a scopo commerciale. Abaluth

3 L angelo del porto E mi ricordo che eravamo piccoli e tu da solo non restavi mai o solo un po come lo sono tutti e poi un giorno conoscesti lei e i vostri occhi divennero un tutt uno e non ricordo che litigavate forse perché non importava a nessuno forse perché semplicemente era estate. E tornò l aria dell autunno incolore e tu che hai sempre odiato settembre perché col freddo non giravi più in motore e poi la scuola e voglia di studiare niente. E un settembre si portò via lei non posso dire quante lacrime versaste ma i vostri cuori non li separò la nebbia né la distanza, ma mai più v incontraste. Poi una mattina l ha scoperto dal giornale e dal telefono, grazie a una vecchia amica che aveva in mente quelle passeggiate ricordate come una gioia antica.

4 Lei scivolò in un baratro d oblio ma il tuo sorriso non si può dimenticare e tutto quello che per te ha voluto Dio è di lasciarti per l eternità al mare ma non è il mare delle estati da ragazzo in cui stringevi la sua mano e la baciavi ma quello lurido di un porto di provincia dove da appena qualche ora lavoravi. E mamma che è andata a far la spesa per prepararti un atteso ritorno non vede l ora di vederti rincasare e chiederti com è andata il primo giorno. Il primo giorno del tuo nuovo lavoro il primo giorno, tragica ironia, di un settembre privo di decoro che la tua vita ha strappato via. vivonic A Luca Vertullo

5 Sommario Seppia...1 Bridge...7 Ferita...12 Misery...23 Quanti anni hai...29 Black Rose immortal...37 Bianco, nero...39 Alleluia...45 Le turbe dell anima...49 Chi fermerà la pioggia...51 L energia prorompente di una musica...59 L uomo delle note...62

6 Seppia Giovanna Bertino Osso di seppia Mannarino «Ah coso!, C hai na cicca?» Seppia si raggomitolò nel cappottone e grugnì: «Lasciami stare. Non vedi che sto dormendo?» Ma quello diede un calcio allo scatolone. «E ce riesci co sto freddo?» «Ci riesco sì, se ti togli dai coglioni!» Seppia sentì i passi zoppi dell altro andar via e cercò di trovare una posizione meno scomoda. Si girò e rigirò nella sua tana di stracci e cartone, senza successo. In realtà erano notti che non chiudeva occhio. Si sentiva addosso la febbre alta e aveva una tosse così forte che, quando tossiva, era come se il petto gli si squarciasse in due. Questa volta mi viene la polmonite pensò. Quando finalmente la luce filtrò attraverso i fori della sua tana, Seppia tirò fuori la testa. La stazione era già un formicaio di passeggeri multicolori. «Ma dove cazzo andate?» strillò con rabbia. Il catarro gli tornò su, duro e compatto come una pallina da tennis. Cominciò a tossire violentemente per liberarsene, ma quello gli restava attaccato in gola, come una zecca. Nel rumore generale, nessuno si fermò a guardare la sua sagoma contorcersi sul marciapiede lurido, tra cocci di bottiglie e puzzo di urina. Non ebbe neppure un occhiata di disprezzo. Quando smise di tossire e il dolore nel petto si calmò, si appoggiò sui gomiti e piano piano si tirò su a sedere. Lo raggiunse l aroma inconfondibile del caffè del bar dirimpetto. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per un sorso! «Allora, come va? Ancora febbre?» Paolo sentì la mano fresca e morbida di sua moglie accarezzargli 1

7 la fronte, e seppe di essere amato. Quasi quasi gli dispiaceva di dover guarire, perché tutto quell eccesso di coccole e premure lo rendeva sereno, protetto come un bambino. Si tirò su a sedere e prese il vassoio che lei gli porgeva. Tè e biscotti dietetici. Chiuse gli occhi e avvicinò la faccia alla tazza fumante. Aerosol naturale che scioglie il catarro pensò. Sorseggiò piano, a occhi chiusi, cercando di concentrarsi sul benefico effetto che provava. Allora immaginò il fumo salire su per le narici e arrivargli al cervello, e lì sciogliere tutti i pensieri che lo tormentavano. Erano già sei mesi che aveva fatto la cazzata. E non sapeva come uscirne. Ormai ci era dentro fino al collo e più annaspava, più andava a fondo. Era stato uno stronzo a fidarsi. Un completo imbecille. Guardò sua moglie, così giovane e bella da torcergli l anima. Forse era quello il momento adatto per confessarle tutto. Ma non poteva; gli mancava il coraggio. Non era sicuro che avrebbe capito. Probabilmente sarebbe scoppiata in lacrime e poi, dopo giorni di broncio, se ne sarebbe tornata dritta dritta dai suoi. Quelli avrebbero fatto festa. Non aspettavano altro. Paolo si lasciò cadere sul cuscino e ripensò a quando si erano conosciuti: lui, giovane diplomato di belle speranze, lei, figlia quattordicenne di genitori severi. Lui l aveva sedotta con la sua allegria e la promessa di una vita libera e piena, e lei lo aveva seguito fiduciosa, contro il parere di tutti. Era stato un matrimonio frettoloso, senza sfarzi, tra adolescenti. Erano andati a vivere in un bilocale di periferia: lui, a lavorare nell officina meccanica che il padre gli aveva lasciato, lei, a badare alla casa. Non aveva avuto rimpianti nel dire addio ai suoi sogni di ingegnere, anzi. Adesso che ci pensava, gli sembravano gli anni più felici della sua vita. Seppia si mise in piedi, a fatica. Gli girava la testa ma, se non si fosse sbrigato, l avrebbe fatta in terra. Non che gliene fregasse molto, però quelli delle pulizie erano già in giro e ci andavano giù duro quando lo beccavano. Si appoggiò al muro per non cadere e, quando si sentì stabile, scivolò verso la rampa di scale che portava di sotto, ai 2

8 bagni pubblici. Speriamo che ci trovo la Gina pensò, mentre scendeva a fatica le scale di marmo. La Gina lo faceva sempre entrare senza fare storie, ma era l unica là sotto. Gli altri addetti ai bagni lo scacciavano a colpi di scopa, anche quando aveva da pagare. Dicevano che insudiciava tutto, che aveva le pulci, che puzzava come un secchio della spazzatura. Tutto vero. Lui era il rifiuto mobile della società, un secchio della spazzatura con le gambe. Almeno fino a quando le gambe lo avrebbero retto. Presto sarebbe diventato un sacco nero all obitorio. Zitto e fermo. Meglio. Un problema in meno per tutti. Però, cazzo! Roma, la città santa dei papi, lo aveva sempre trattato con durezza. I peggiori erano i pellegrini che la domenica sbarcavano a frotte dai treni, con i loro gagliardetti colorati e le croci appese al collo. Gli passavano oltre, lanciandogli occhiate di disprezzo, e correvano ad ascoltare le parole sante del Papa. Se gli avessero lanciato soldi invece che disprezzo, a quest ora sarebbe stato ricco. Seppia arrivò in fondo alla scala e, appoggiandosi al muro, si trascinò lungo il corridoio deserto che portava ai bagni. Paolo finì di farsi la doccia e si avvolse nell accappatoio pulito e caldo. Sua moglie gli venne vicino e cominciò a frizionargli la schiena. «Sei proprio deciso a voler riaprire oggi?» gli chiese senza smettere. «Se non riapro, addio clienti. Sai com è la gente. Non ha pazienza e se non usa la macchina per qualche giorno muore.» «Meglio per noi, no?» «Già, meglio per noi.» Paolo rise ma aveva il cuore che piangeva. I clienti erano ormai mosche bianche nella sua officina e il più delle volte passava il tempo a mettere in ordine senza vedere nessuno. A parte il postino, i creditori e Lo Zoppo. Il postino arrivava almeno due volte al mese con le cartelle esattoriali ben in vista, come a sbandierarle ai quattro venti. Però in fondo era un povero diavolo e qualche volta gli offriva il caffè, tanto per scambiare due chiacchiere. Appena il postino se ne andava, gettava le cartelle esattoriali nel cestino della carta straccia, dopo averle fatte in mille pezzi, senza neanche aprirle. Restava un cestino pieno di coriandoli. I creditori spuntavano in genere all ora di 3

9 chiusura perché speravano di mettere le mani sull incasso della giornata, ma se ne andavano quasi sempre a mani vuote e la bocca piena di ingiurie che riguardavano lui, sua madre e tutti i suoi parenti, sia morti che vivi. All inizio aveva risposto e insultato a sua volta, facendosi rosso in viso, ma col passare del tempo si era convinto che uno stronzo lo era davvero e che quegli insulti se li meritava tutti, dal primo all ultimo. Lo Zoppo, invece, lo aveva visto solo un paio di volte e i soldi erano arrivati subito, a fargli riprendere fiato. Era sembrato un amico, uno di cui potersi fidare, un prestito rimborsabile senza troppa difficoltà. Adesso i suoi scagnozzi spuntavano ogni giorno a ricordargli l impegno. Prima solo in officina, adesso anche sotto casa. Di quelle visite gli restava il ricordo nei lividi sulla pelle e nel terrore sul cuore Paolo tirò la tenda e sbirciò in strada: l Audi non c era. Tirò un sospiro di sollievo e finì di vestirsi. Seppia arrivò ai bagni senza incontrare nessuno e meno che mai i soliti teppistelli che, quando erano strafatti, si divertivano a tormentarlo a suon di calci e sputi. Tirò un sospiro di sollievo ed entrò. C era una ragazza nuova in servizio, tette enormi e fianchi larghi. Un bel bocconcino. Sentì il suo coso muoversi in fretta ai piani bassi. Lei lo guardò e storse la bocca dipinta. «Qui er cesso se paga» disse con sgarbo. «E se ti pago per il servizietto, ci stai?» Quella scoppiò a ridere «Ma che sta a dì? Anvedi de annattene, che è mejo!» Lui invece le si avvicinò di qualche passo: «Senti» disse abbassando la voce, «ho un ciondolo d oro con me. Se vuoi te lo regalo.» La ragazza si scansò «Ma nun te sei visto allo specchio? Ah coso, va ar cesso e poi smamma.» Seppia guardò la sua immagine riflessa nei quattro specchi a parete, sopra i lavandini. Tutti e quattro gli mandarono indietro l immagine di un vecchio barbuto, magro e ricurvo come il manico 4

10 di un ombrello. I capelli grigi gli stavano in testa dritti e ammassati, come tentacoli di una seppia. Gli occhi verdi, un tempo belli e magnetici, creavano un effetto orripilante sulla sua pelle giallognola di bevitore incallito. Neanche sua madre, pace all anima sua, lo avrebbe riconosciuto. Mi dispiace amico mio pensò, non c è nulla per te. Entrò nel gabinetto, si appoggiò alla tazza e lasciò che le lacrime gli scendessero copiose come la sua pipì. Paolo uscì di casa dopo aver ripetuto a sua moglie di non aprire a nessuno e di non uscire di casa per nessun motivo. La spesa l avrebbe fatta lui prima di rincasare. «Accipicchia come sei diventato geloso!» aveva detto lei, con civetteria. Una volta in strada, Paolo si accertò ancora una volta che quelli non fossero nei paraggi e quindi, a passo svelto, si incamminò in direzione dell officina. Ormai erano mesi che se la faceva a piedi. A sua moglie aveva detto che era per mantenersi in forma, che quei tre chilometri di strada li faceva volentieri, perché non aveva tempo di andare in palestra; in verità la macchina era senza assicurazione ed evitava di guidarla se non per necessità. Che menzogne che le imbastiva! E lei che ci cascava, con quell aria da innocente. A volte quel suo candore lo infastidiva; avrebbe voluto che lei lo smascherasse e lo coprisse di pugni e insulti. Si sarebbe sentito meno solo e avrebbe condiviso con lei l abisso in cui stavano precipitando. E invece lei pendeva dalle sue labbra e credeva a tutto ciò che le diceva. Che cavolo si sarebbe inventato quando avrebbero staccato la luce? Che c era un topo nell impianto elettrico? La fantasia non gli mancava. Rallentò il passo quando tagliò per il parcheggio della Stazione. Pieno di macchine ma deserto. I pendolari erano partiti tutti mezz ora prima, col treno delle Come i suoi ex compagni di liceo. Molti si erano già laureati e andavano incontro a una vita piena di speranze e soddisfazioni. Non come lui, che in tasca aveva solo settanta euro e un mare di debiti! A questo punto non aveva che due alternative: o bussare ancora alla porta degli ex amici ed ex parenti nella speranza di convincerli a buttare via i loro risparmi, oppure scappare. 5

11 Paolo si fermò. Già. Scappare. Sempre meglio che farla finita. Andar via, lontano, dove nessuno lo conosceva, e trovarsi un lavoro qualsiasi. Era giovane e forte, ce la poteva fare. Una volta in piedi, sua moglie lo avrebbe raggiunto e, finalmente, avrebbero costruito insieme il loro futuro pieno di bambini. Paolo si guardò attorno. Quel posto non gli offriva più nulla e scappando avrebbe salvato anche lei. Gli serviva solo un pizzico di fortuna. Ed ecco che vide qualcosa luccicare sull asfalto. Si chinò. Era un ciondolo d oro, a forma di quadrifoglio. Paolo sorrise, gli occhi verdi che gli brillavano Che culo! Questo sì che è un segno del Cielo! Raccolse il ciondolo e se lo mise in tasca. «Va bene» disse deciso, «da oggi si ricomincia.» Deviò verso la stazione e corse a prendere il treno. 6

12 Bridge Paolo Dapporto Sonata al chiaro di luna Beethoven Dio, come ho giocato male a bridge stasera! Sono tornato a casa tardi come sempre e fatico a prendere sonno in questa camera, dove filtra solo un filo di luna. Non so se mettermi di fianco oppure restare supino. Dopo l operazione che ho subìto al ginocchio sinistro, è ancora più difficile trovare la posizione giusta per dormire. Enzo, che di solito sopporta con benevolenza i miei errori, stasera non ha nascosto il suo disappunto e, alla fine della serata, mi ha salutato appena con un frettoloso buonanotte. Ma perché continuo a giocare a bridge? Non ho mai avuto una grande passione per le carte e spesso mentre gioco i miei pensieri navigano altrove. Stasera pensavo al risultato che un mio racconto aveva ottenuto in un concorso letterario: terzo posto. Appena ho saputo l esito, ho fatto un salto di gioia, perché non me lo aspettavo questo riconoscimento, anche se il racconto che avevo inviato mi sembrava molto bello, come tutte le cose che scrivo. Ero molto soddisfatto di me stesso e il sorriso dipinto sul mio volto ingannava Enzo sulla bontà delle carte che avevo in mano. Certo, Enzo ha le sue ragioni per essere arrabbiato con me. In quella mano avrei dovuto attaccare col re di cuori, anche se era secco, così l avversario avrebbe giocato l asso, liberando delle carte al mio compagno. Quando ripenso al concorso letterario, mentre mi rigiro tra queste coperte che diventano sempre più calde, non sono più tanto contento. 7

13 Il terzo posto non mi soddisfa; ha il profumo agrodolce della consolazione. Il giorno delle premiazioni saremo solo in tre: il primo, il secondo e il terzo, cioè l ultimo. A me non importa di perdere una mano se gli avversari sono persone con cui mi trovo a mio agio. Ma quando perdo con quelli supponenti, con la puzza al naso, mi prende una rabbia Chi si credono di essere? Prima di pensare di essere più bravi e intelligenti, si confrontino con me anche su altri argomenti. Il bridge non è l unica cosa che esiste al mondo. Domani finisco di scrivere il racconto da mandare a un altro concorso, quello sull Arno. Ma come si fa a dire qualcosa di originale parlando di un fiume che sta lì sempre uguale da millenni? Boh, inventerò qualcosa, magari tirerò fuori una vecchia storia d amore con una compagna di classe. Le storie d amore tra adolescenti funzionano sempre e piacciono molto a chi legge. Lo intitolerò Un amore sulle rive dell Arno prima dei lucchetti. Però anche Enzo fa degli errori, forse provocati da me, ma sempre errori suoi sono. Forza troppo il gioco anche quando le carte non glielo permetterebbero e gli avversari lo contrano. Lui gioca bene, però, se non ha le carte buone, è un gigante con i piedi d argilla. La prossima volta glielo dico: «Devi essere più prudente, dichiari troppe volte 6 di qualcosa ed è difficile rispettare la licita anche se giochi bene la mano.» Io ho tante cose da fare tutti i giorni, ma la cosa più bella è guardare Niccolò, il mio nipotino. Mi sono convinto che lui mi aspetti sempre, e che stia male quando sente suonare il campanello e vede che non sono io. Sto male anch io quando ci penso. Vorrei andare di corsa a casa sua, fargli un improvvisata, ma non lo faccio mai perché non voglio essere invadente. Ho provato a leggere e studiare i libri del bridge, ma sono di una noia mortale. Quello che mi ha prestato Enzo per la verità non è 8

14 male. È scritto da un professionista inglese con molto humor e garbo. Lo leggo volentieri anche per il titolo: Perché perdete a bridge. Capissi questo, sarebbe già qualcosa. Ora c è anche la gatta che non sta bene. Non si muove dalla sua cuccia e non mangia. Povera Chicca, è vecchia e se continua così non le resterà molto da vivere. Domattina la porto dal veterinario. Gli animali vecchi sono come le persone, vanno trattati con cura, come si trattano i bambini, come io tratto Niccolò e come vorrei essere trattato io quando diventerò ancora più vecchio. Stasera poi ho avuto una sfortuna che non vi dico. Carte brutte: nessun asso e pochi re. E non è che, in compenso, io abbia fortuna in amore. Non ho mai creduto a questa fantasia popolare, anzi per me è vero il contrario: chi ha fortuna nelle carte ce l ha anche nell amore, perché il mondo è ingiusto e aiuta sempre le stesse persone. Domani dovrei andare avanti anche con il libro che sto scrivendo con Alfonso. Per me non è facile parlare di traffico di droga e di omicidi. È vero, la storia me la racconta lui che sta scontando l ergastolo per questi reati, ma poi il libro lo devo scrivere io. Preferirei parlare di sentimenti, di amori giovanili vissuti in atmosfere serene. Il protagonista del mio prossimo libro sarà un maestro delle scuole elementari, uno degli ultimi esemplari di questa specie in via di estinzione. Un uomo che ha conservato la sua anima di fanciullo, come il maestro che avevo io. All uscita della scuola veniva sempre a riprenderlo il suo figliolo, un ragazzone di una ventina d anni. Dicevano tutti che era un maestro matto, ma noi gli volevamo bene. Però, Enzo, almeno una mano l ho giocata bene, quando ho indovinato due impasse. Ma Enzo stasera non era in vena di complimenti e quando scherzando gli ho detto: «Nel gioco della carta sto migliorando» mi ha risposto di no in modo secco, con la faccia severa. 9

15 Meno male che nel pomeriggio vado a prendere Niccolò. Lo porterò ai giardini perché ora lui ha scoperto gli scivoli. Si diverte a buttarsi giù a testa in avanti e io devo stare in fondo a frenarlo perché altrimenti va a sbattere la faccia per terra. Tra poco finirà due anni e gli devo insegnare a spengere le candeline della torta. Niccolò è la mia gioia. Quando una mia amica mi ha chiesto quale fosse stata la mia prima sensazione di nonno, le ho risposto che ho provato per la prima volta il dispiacere di dover morire. Una cosa che non capisco del bridge è questa strana gerarchia dei semi (o pali come bisogna chiamarli qui), con le picche che contano più di tutti gli altri. Nel poker vale un altra regola, quella del come quando fuori piove, con le cuori che precedono le quadri (guai a chiamarle mattoni). Mi farò spiegare il motivo da Enzo, che conosce bene la storia del bridge; comunque penso che la ragione stia nel volersi distinguere dai giochi più popolari. Appena sarà un po più grande farò un discorso serio a Niccolò. Gli dirò di non rattristarsi troppo quando non mi vedrà più. I nonni sono stelle comete, volano via quando meno te l aspetti, insieme alle malattie di stagione e alla giovinezza. Enzo mi dice spesso che gioco con troppa fretta, senza meditare a fondo su quale carta giocare. Io, Enzo, gioco veloce perché vivo di pensieri semplici, nel bridge e nella vita. Cavolo! Non è neppure un ora che sono tornato e ho già voglia di andare in bagno. Mi devo alzare dal letto, ma mi fa tanta fatica. Dovrei andare dall urologo, ma il pensiero di avere una brutta malattia mi terrorizza. Preferisco non sapere e nascondere la testa sotto la sabbia, come gli struzzi. Anche se non sono bravo, faccio bene a continuare a giocare. Il bridge stimola il ragionamento e la memoria. Spero anche che tenga a bada l Alzheimer, una malattia che mi fa molta paura. I pensieri cominciano a trasformarsi in sogni. Finalmente lei arriva, cortese come un ombra e leggera come una carezza. I suoi 10

16 occhi neri sono più profondi di un abisso. Mi sorride e dietro le sue labbra rosse intravedo quel dentino scheggiato che mi ha sempre fatto impazzire. D un tratto il suo sorriso si confonde con quello beffardo della donna di fiori. L ho scartata dimenticandomi che il re era già passato e ho buttato a mare uno slam sicuro. Proprio da una donna mi sono fatto fregare. Lo slam mi fa tornare in mente ricordi lontani di partite a tennis. Chissà se ora con le protesi alle ginocchia potrò ricominciare. Non l ho detto a nessuno, ma è proprio per poter giocare a tennis che mi sono fatto operare. Ho tirato fuori altri motivi, tipo dolori durante la notte, difficoltà a salire e scendere le scale. La verità è che, quando si diventa vecchi, si ha ancora più voglia di vivere. Si sognano amori travolgenti con donne giovani che ti portano via, imprese sportive straordinarie, scoperte scientifiche che fanno il giro del mondo. È brutta la vecchiaia se non si ha qualcosa in cui credere o qualcosa che occupi il tuo tempo, come scrivere un libro, come portare a spasso un nipotino. Può bastare anche il bridge. 11

17 Ferita Cettina Barbera Hurt Johnny Cash I hurt myself today, to see if I still feel, I focus on the pain, the only thing that s real. Si sveglia, come al solito incollata al pavimento, in un bagno di gelido sudore; il corpo scosso dai tremiti, un conato di vomito nella gola, lacrime e muco secco sul volto. Fa leva con le braccia deboli per tirarsi su e riesce a staccarsi di qualche centimetro dal suolo. Raccoglie ogni briciolo di forza che trova nel proprio corpo sfatto, porta le gambe doloranti al bacino e finalmente si mette a sedere. Un ultimo attimo di preziosa incoscienza le permette di domandarsi che cosa ci faccia lì e perché stia così male; poi la sua vita le ripiomba addosso in un flash accecante che le fa stringere gli occhi. Vomita un fiotto acido: il suo corpo non può più aspettare. Stille brucianti le torcono muscoli e le infilzano ossa che non sapeva neppure di avere. Si alza e muove qualche passo incerto nel buio totale che avvolge ogni cosa, aguzza la vista e tenta di mettere a fuoco la stanza; le forme del mobilio scarno si vanno delineando indicandole il percorso. La ragazza conquista il soggiorno, arrancando contro il muro, gli occhi fissi sulla meta, le pupille dilatate, il respiro corto. Si farà di nuovo del male, lo sa: non può resistere, non può vincere; non sa nemmeno se vuole. Sul tavolino basso di teak e vetro, posto al centro della stanza, un cucchiaino dalla punta annerita le restituisce un bagliore argenteo; accanto gli altri strumenti che ormai da più di un anno colmano di 12

18 incubi indispensabili la sua vuota routine: l accendino, la siringa incrostata di sangue, lo stantuffo rotolato poco più in là, il laccio... Guadagna centimetri verso il tavolo e scivola a sedere sulla moquette impolverata. I suoi grandi occhi blu si posano sul sacchetto trasparente, pieno di polvere bianca; qualche granello è fuoriuscito e risalta contro il vetro opaco, le sue dita esangui e frementi corrono verso le briciole di morte per recuperarle. La invade un senso di euforia mista a disgusto per se stessa, una combinazione di sentimenti alla quale non riesce mai a sottrarsi. Il suo sguardo punta all ago. Lacrime mute le scorrono sul viso incavato e intanto prepara la dose; malgrado il tremito che non le abbandona le membra, raggiunge il suo obbiettivo con una precisione e una rapidità sconcertanti. Stringe il laccio emostatico intorno al braccio e afferra la siringa, fa affondare la punta dell ago nella pelle tesa senza esitazioni. Lei che degli aghi ha sempre avuto una paura mortale... Si ferma, le lacrime le annebbiano la vista; si chiede come sia arrivata tanto in basso senza accorgersene, senza nemmeno provare a frenare la caduta, abbandonata nel vuoto, in discesa rapida, come morta, intrappolata in quel corpo senza stimoli né voglie che vadano oltre il giubilo che prova in quel momento, malgrado il dolore, mentre l ago le punge la pelle e intacca la vena. The needle tears a hole, the old familiar sting... Si strappa la siringa dal braccio, inorridita dalla consapevolezza della caducità di quel momento lucido: conosce troppo bene la persona che è diventata e sa bene che ripiomberà presto in ginocchio, alla ricerca dell unica amica che le è rimasta, per farsi la sua dose di oblio ed estasi chimica e sfuggire, se pure solo per qualche ora, all odio e alla sofferenza che le hanno portato via tutto, anche se stessa. Non le è restato nulla al di là di quella voglia cieca che dovrebbe servire a mascherare un passato che non la lascia, che la tormenta a ogni momento di veglia sottratto al baratro dell eroina, ma non c è nient altro 13

19 nella sua anima se non il dolore e non c è modo di dimenticare.... try to kill it all away, but I remember everything. Mentre cerca di rimettersi in piedi, le ginocchia le si piegano; non ricorda quando è stata l ultima volta che ha mangiato, potrebbero essere passati giorni. Il cuore le batte nel petto all impazzata, brividi le soffiano gelidi contro la pelle nuda della schiena, coperta a malapena da una sottoveste bianca. Guarda ancora una volta verso la moquette, verso la siringa, verso quel liquido capace di anestetizzare il suo dolore, anche se solo per poco. Una rabbia sconfinata la invade. Cosa è diventata? Come ha potuto permettere che le accadesse questo? Sola, bloccata in una fossa di disperazione, una fossa di fango dalle pareti troppo scivolose perché possa venirne fuori. Si domanda se valga la pena tentare di arrampicarsi, anche a costo di morire, per raggiungere gli altri che passeggiano sulla sua prigione, come visitatori che si recano al cimitero e passano sopra una tomba senza nome. Si chiede se ci sia ancora modo di salvarla, la ragazza che era una volta. Quella piena di amici e di vita, con tanti sogni da realizzare e tanta voglia di conquistare il mondo. Quella ragazza che sapeva amare, che non aveva paura. Quella ragazza dalla vita perfetta e organizzata. Quella ragazza che è stata ferita e abbandonata. Quella ragazza che ha smesso di lottare, che non ha chiesto aiuto, che ha lasciato che tutti la lasciassero, che si è gettata in quella fossa aspettando di morire. Il suo sguardo sofferente va alla segreteria telefonica, poggiata accanto al telefono; giace spenta e muta, come addormentata; nessun numero lampeggia sul suo schermo, nessun messaggio per lei. Nessuno la cerca più ormai. 14

20 What have I become? My sweetest friend... everyone I know, goes away in the end. Abaluth Non è stata l unica a pagare il prezzo di quel giorno devastante, in cui un solo atto di violenza terribile le ha portato via tutto ciò che era, tutto ciò che desiderava e tutto ciò che amava. Era bastata una sola persona a fare la differenza. Lei era cambiata, era diventata negativa e solitaria, non riusciva a riprendersi, non poteva dimenticare. Molti se ne erano andati via subito, persone che aveva amato con tutto il cuore, alle quali aveva dato tanto. Erano sparite dall oggi al domani, troppo prese dalle loro vite, forse troppo spaventate da ciò che le leggevano negli occhi, da tutta quella verità sul mondo e sul male; ne vedevano le tracce lasciate sul suo volto: la lunga cicatrice che le sfigurava una tempia, pallida rappresentazione della ferita che le aveva mutilato l anima. E poi c erano quella rabbia, quel dolore e il risentimento verso un aggressore del quale non aveva neppure visto il volto. Ancora non sapeva se fosse un bene o un male. Ma ricordava i suoi occhi pieni di odio e ciascuna delle orribili cose che le aveva sussurrato, la voce bassa e autoritaria, percorsa da un piacere crudele. Aveva visto la sua anima: era nera come il passamontagna che indossava. Alla polizia, quelle cose non le aveva dette. Che senso avrebbe avuto? Non sarebbero state sufficienti per trovarlo. Con coloro che le erano rimasti accanto non riusciva più a parlare. Ogni volta che la guardavano riviveva tutto; si chiedeva che cosa pensassero di lei, se non credessero che fosse colpa sua in fondo, se non fossero segretamente convinti che avesse potuto evitarlo se solo avesse lottato, nonostante le dicessero il contrario. C erano troppi dubbi. 15

21 Se ne era andata via di casa. Per un po avevano provato a chiamarla, ma lei non aveva mai risposto. Odiava tutti, non poteva frenarsi dal provare questi sentimenti. Li odiava perché non potevano capire, perché erano normali, perché non l avevano protetta, perché non potevano salvarla, perché non potevano restituirle se stessa e la sua vita. Li odiava perché provavano a capire, perché volevano che tornasse alla normalità, perché le ripetevano che non c era niente che avrebbe potuto fare, che doveva essere forte, che doveva ritrovare se stessa. Piangeva seduta accanto al telefono, bloccata in un limbo di indecisione; ascoltava la voce di sua madre e quella di suo padre, ma non poteva rispondere. Ora quelle voci le ha quasi dimenticate, il cordless è coperto di polvere; la segreteria è vuota, vuota come la sua vita; la solleva tra le mani e la osserva attraverso un velo di lacrime, la scaglia sul pavimento con un tonfo ovattato. Le gira la testa, esce dal soggiorno, deve allontanarsi fisicamente dalla siringa o fra un secondo sa già che la starà stringendo di nuovo fra le mani. Tentoni, raggiunge il bagno. Accende la luce bianca dello specchio e si guarda senza sbattere le palpebre, esterrefatta. Sono settimane che non vede la propria immagine riflessa. Profondi cerchi violacei le incavano a fondo nel viso cereo gli occhi ingialliti, il sudore le imperla la fronte e le fa aderire ciocche di capelli unti alle guance smagrite, le sue labbra sono ridotte a una piccola O screpolata, livide, bloccate in un urlo muto. Lo sente in fondo al proprio petto, le si stringe intorno al cuore, ma non può farlo uscire, non sa come fare. Da un angolo della sua mente, la ragazza che era la osserva, una smorfia di riprovazione le torce le belle labbra rosee, i suoi occhi tersi la trapassano con disprezzo. Ha tradito se stessa. 16

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