Cortona o settembre UN ECONOMIA PER CREARE LAVORO E O BUONO E GIUSTO. Materiale e per l approfondimento

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1 Cortona Centro Convegni ni S, Agostino o settembre 47 incontro o nazionale al di studi 2014 UN ECONOMIA PER CREARE LAVORO E O BUONO E GIUSTO Materiale e per l approfondimento ond nto a curadella funzione n Studi delle e Acli

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3 INDICE Il lavoro non è finito, di Gianni Bottalico p. 5 Tra Cortona 2013 e Cortona 2014 Da dove veniamo: Cortona 2013, a cura di Ufficio Studi 9 Cortona Il tema, a cura di Ufficio Studi 13 Suggestioni e scenari Una nuova forma di solidarietà, di Roberto Rossini 21 Dalla cooperazione alla comunità, di Piero Bargellini 27 Mutamento sociale, capitalismo e crisi, di Andrea Casavecchia e Fabio Cucculelli 30 Il senso del lavoro Il lavoro nello scorrere del tempo. Un analisi socio-storica, di Andrea Casavecchia 37 Lavorare in gratuità. Un analisi biblica, di Marco Bonarini 45 Il bene nel lavoro. Un analisi dottrinaria, di p. Elio della Zuanna 51 La realtà del lavoro Il lavoro presente e assente, a cura di Iref 59 Lavoro e vulnerabilità sociale: un inedito binomio, a cura di Giuseppe Marchese 92 Famiglia e lavoro: fra vulnerabilità e opportunità, di Santino Scirè 98 Il lavoro e il sindacato europeo, di Simonetta De Fazi 104 Le Acli e il lavoro I servizi al mutare del lavoro: il Patronato, di Marco Calvetto 111 I servizi al mutare del lavoro: il Caf, di Paolo Conti 118 I servizi al mutare del lavoro: Enaip, di Tino Castagna 121 La forza (del) lavoro: una campagna per dimostrare che il lavoro non è finito, di Stefano Tassinari 128 Appendice Bibliografia e filmografia, a cura di Simone Cittadini, Storico Acli 147 Repository, a cura della redazione di BeneComune.Net 150 3

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5 IL LAVORO NON È FINITO. Un economia per creare lavoro buono e giusto IL LAVORO NON È FINITO Gianni Bottalico Presidente Nazionale Mentre assistiamo a movimenti della storia sempre più intensi, spesso violenti, alla ricerca di un nuovo equilibrio globale capace di sostituire quello impostosi nel ventesimo secolo, a quasi settant'anni dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, e nel centenario dell'inizio della Grande Guerra, le Acli tornano a Cortona per interrogarsi sul ruolo che possono esercitare nell'attuale complicata fase di transizione e di crisi. Il lavoro continua ad essere il termometro della stabilità sociale e politica di un'epoca. Quando questo è ridotto a merce e la giustizia sociale è sacrificata sull'altare dell'idolatria del profitto e di un sistema finanziario basato sulla speculazione, si va incontro a tempi convulsi. Per questo il tempo attuale è così denso di incognite. Oggi tutto congiura contro il lavoro. Le scelte strategiche fondamentali lo penalizzano e sempre meno lo tutelano. Gli stati non trovano le risorse per politiche di sviluppo, ma trovano copiose risorse per soccorrere gli istituti finanziari. Da anni i legislatori sono sottoposti ad una pressione continua e martellante da parte degli organi di stampa per più deregolamentazione e flessibilità, ma nel contempo le istituzioni accettano, senza significative resistenze, le rigidità della politica europea di austerità, e paiono già pronte ad accettare quelle ancor più gravi che si profilano, derivanti dalla stipula in segretezza e senza controllo democratico, di trattati internazionali come il Trattato transatlantico di libero scambio (Ttip) e l'accordo di Commercio sui Servizi (Tisa). Il quadro giuridico e istituzionale che si va costruendo non ha al centro né il lavoro, né la persona, ma il profitto, una sua ulteriore centralizzazione nelle mani di pochi operatori globali a scapito dei diritti sociali, della sicurezza sul lavoro, della salute dei consumatori. I Paesi emergenti hanno approfittato della globalizzazione per avviare la loro industrializzazione, ma adesso invocano un sistema finanziario internazionale più equilibrato ed il riconoscimento del loro ruolo politico sulla scena globale. Un unico centro politico e finanziario oppure diversi centri. È questo l'oggetto del conflitto del nostro secolo. In questa partita l'europa rappresenta l'ago della bilancia ma rischia di divenire il teatro dello scontro se anziché ricercare il bene comune si dovesse lasciare sopraffare dagli altrui interessi. Da dove ripartire, allora, per costruire un'economia che crea lavoro buono e giusto? Da una grande iniziativa politica che scaturisce da una capacità di lettura e di progetto adeguata alle sfide non semplici che questo tempo ci presenta. E da una capacità di cogliere le difficoltà sociali ed economiche che si manifestano sui territori: la deindustrializzazione, l'aumento della disoccupazione, l'impoverimento dei ceti lavoratori, il dilagare della povertà. Su queste emergenze dobbiamo rimodulare la nostra vita associativa e l'intero sistema dei servizi, sia in termini di capacità di lettura dei nuovi bisogni sociali, sia in termini di nuove offerte che puntino a subentrare alle sempre più numerose lacune lasciate dal ritiro e dal ridimensionamento dello stato sociale. Ancora una volta, come in altre epoche, per le Acli il compito principale ed il maggior servizio che possono rendere al bene comune, è quello di cercare di tradurre in progetto politico coerente quanto suggerito dall'esperienza e dal contatto diretto con le difficoltà dei nostri associati e dei concittadini che incrociamo, con le nostre iniziative e con i nostri servizi. 5

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7 TRA CORTONA 2013 E CORTONA 2014

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9 IL LAVORO NON È FINITO. Un economia per creare lavoro buono e giusto DA DOVE VENIAMO: CORTONA 2013 Partecipazione e democrazia per abitare la storia a cura di Ufficio Studi Potremmo sintetizzare con un interrogativo l esigenza da cui è nato l incontro di Studi 2013: Come possiamo abitare il nostro tempo? Quale tipo di presenza ci chiede la storia? Il tempo non è neutro o astratto, ma è un tempo calato in una storia ben precisa e delineata, che presenta due grandi sfide, la crisi economico-culturale e la (conseguente) crescita delle disuguaglianze. Le nostre società democratiche si sono sempre distinte (ma ora non più) per la forza della partecipazione con le opportunità da essa create, e per la ricchezza dei diritti di cittadinanza con il loro bagaglio di potenzialità per lo sviluppo integrale della persona. Questo tempo interroga la fedeltà alla democrazia che è una caratteristica genetica delle Acli: appartiene al loro DNA e si declina nell attenzione alla dimensione popolare e nella proiezione verso un ideale di giustizia. Confermare la nostra fedeltà lungo la storia acquista nuovi significati da esplorare per gettare le basi di una cultura politica capace di costruire un nuovo modello di convivenza civile, che consideri la dignità della persona umana nella vita e nelle sue relazioni. Proporci la questione di come abitare la storia significa anche per noi, riscoprire un compito, una vocazione: quali Acli vogliamo per abitare il nostro tempo? Quale missione? Dentro questa cornice inquadriamo i contenuti proposti a Cortona nel 2013, provenienti dai relatori, dagli interlocutori politici, dal confronto delle esperienze nei laboratori tematici. Contesto: quale mondo viviamo? Il politologo Filippo Andreatta ci ha introdotto nel contesto mondiale. Sono segnalati due elementi: da un lato la riduzione della quota di umanità che versa in stato di povertà: se negli anni Settanta del Novecento la metà delle persone viveva con meno di un dollaro al giorno, oggi si trova nella stessa situazione un settimo della popolazione globale. Dall altro lato abbiamo assistito alla separazione della coppia capitale-democrazia: se nel recente passato la crescita economica era legata a doppio filo con la sorte della democrazia di un Paese, oggi i destini si separano: anzi, assistiamo a un blocco delle democrazie. In Cina la crescita economica non è affiancata dalla maturazione di una società garante del pluralismo democratico; così come nei paesi europei la difesa dell economia ha ampliato le disuguaglianze sociali e solo alcuni hanno beneficiato degli effetti della globalizzazione. Quando Filippo Andreatta concentra la sua analisi sull Italia, emergono due indicatori di crisi: il primo riguarda l autoreferenzialità politica, che è emersa in tutta la sua forza nelle ultime elezioni, dove l astensionismo è stato imponente e il Movimento 5 Stelle ha catalizzato il consenso delle categorie più deboli (giovani, autonomi, disoccupati). Il secondo indicatore riguarda la frattura generazionale: l Italia è un paese dove chi lavora controlla meno della metà della ricchezza complessiva, dove i giovani sono poco valorizzati e l investimento nell istruzione è scarso: se pensiamo che sono quasi solo i figli dei laureati a laurearsi, prendiamo atto che alle nuove generazioni sono offerte scarse opportunità di lavoro e scarsi investimenti per il loro futuro. E allora, ecco il problema politico: quali sono le domande di futuro su cui costruire la storia del nostro Paese? Quali forze politiche e civili avranno il coraggio di sceglierle? L economista Leonardo Becchetti ha aggiunto alla 9

10 47 Incontro Nazionale di Studi - Materiali per l approfondimento cornice altre tre coordinate: la crisi di senso, la crisi ambientale e la crisi finanziaria. Dentro di esse si origina la decrescita italiana. Bisogna prendere atto che la delocalizzazione industriale non si può fermare, finché non sarà colmato il divario Nord-Sud del mondo. Inoltre siamo impigliati in un rigorismo autistico che non permette di modificare il rapporto tra il debito pubblico e il Pil. C è infine un problema culturale che domina il sistema economico: si privilegia la produzione di beni di comfort - che creano una dipendenza del consumatore - invece di produrre beni di stimolo - che creerebbero una crescita del cittadino (si preferisce inondare il mercato di Suv tutti uguali, ma personalizzabili, piuttosto di investire su trasporti ecologici, integrare tecnologie ibride e piste ciclabili). Le proposte di Leonardo Becchetti toccano due livelli: il primo livello richiede un cambio di paradigma, che superi l ideologia del Pil per andare verso un economia civile, nella quale si combinino mercato, istituzioni pubbliche e cittadinanza. Il secondo livello è strategico: per uscire dalla congiuntura avversa è importante investire su fattori competitivi non delocalizzabili. L economista ne individua alcuni, dove l Italia parte avvantaggiata: i siti segnalati dall Unesco come patrimonio dell Umanità; il luogo di maggior concentrazione di biodiversità in Europa; la leadership mondiale per i beni culturali e religiosi. Certo ci sarebbe bisogno infine di investimenti per creare un habitat al sistema economico: efficienza della Pubblica Amministrazione, giustizia civile, banda larga, istruzione... La sociologa Rosangela Lodigiani ha allargato la riflessione sul tema della vulnerabilità sociale che, nell ultimo periodo storico, è diventata la categoria interpretativa delle disuguaglianze e della stratificazione sociale. Attraverso il concetto di vulnerabilità sociale si comprende il senso di instabilità, fragilità e incertezza che colpisce in modo trasversale la popolazione. Si introduce una dimensione di disuguaglianza che coinvolge diversi fattori di rischio: precarizzazione del lavoro, instabilità reddituale, corrosione delle reti di prossimità, inerzia istituzionale. Nel corso degli ultimi decenni anche in Italia il contratto sociale, incentrato su lavoro, famiglia e welfare ha segnato il passo: la nostra società perde la capacità di provvedere al benessere e alla sicurezza dei cittadini. Ne scaturisce una modifica dei rischi e dei bisogni sociali: destandardizzazione del lavoro; trasformazioni demografiche; contrazione delle reti familiari; trasformazioni culturali di impronta individualistica. I cambiamenti tendono a favorire l autonomia dei cittadini, la loro indipendenza a scapito della loro sicurezza e della loro socialità. Così attecchisce la vulnerabilità caratterizzata per la scarsa stabilità dei meccanismi di acquisizione delle risorse. Rosangela Lodigiani cita Robert Castel, quando parla di individui per difetto: quelli privi delle risorse e delle capacità necessarie per essere autonomi, quelli per i quali un evento negativo o una normale transizione del corso di vita diventa un ostacolo insormontabile. Tale situazione espone tutti alla vulnerabilità; soprattutto chi si trova nelle posizioni intermedie della società. Lo stato della partecipazione e della democrazia La partecipazione sociale è in bilico nella nostra storia. Ma la partecipazione è uno dei possibili modi di abitare la storia in modo collettivo. Per descriverne lo stato attuale, il sociologo Paolo Ceri ha distinto tre dimensioni. La prima riguarda i compiti e il ruolo che un soggetto svolge all interno di un attività comune: aver parte nel raggiungere un obbiettivo. La seconda riguarda la capacità e la possibilità di influenzare le decisioni collettive: sentirsi parte di un gruppo, della famiglia, di un impresa, di un associazione. La terza dimensione, sostiene Ceri, si inserisce nel quadro del cambiamento di regole e finalità di una comunità: consiste quindi nel prender parte ad un azione di trasformazione collettiva. Oggi sono principalmente due le vie privilegiate di partecipazione per le persone: il mondo digitale e l associazionismo. Entrambe presentano problematicità. La prima via per ora sembra essere sostitutiva più che trasformativa delle forme tradizionali: diventa uno sfogo individuale, un segnale di protesta, ma manca di collante e di forza propositiva. La seconda, l associazionismo, sembra avvitarsi su se stessa; stimola alla partecipazione interna e alle finalità di servizio dell organizzazione, piuttosto che promuovere la cittadinanza tout court. 10

11 IL LAVORO NON È FINITO. Un economia per creare lavoro buono e giusto Per verificare le forme di partecipazione, Paolo Ceri, individua una strategia d azione. Innanzitutto occorre ricostruire la rete della fiducia tra le persone e nel rapporto cittadini e istituzioni. Perciò si propone di operare su tre piani: legalità, giustizia sociale, connessioni tra sfere vitali e culturali. L operazione chiama in causa alcune minoranze attive: dirigenti con visione internazionale; associazioni non corporative; movimenti sociali per i diritti e la democrazia. Infine per riattivare la partecipazione secondo il sociologo bisogna alimentare un collante etico che ruoti attorno all appello per la dignità umana, ancora oggi capace di mobilitare azioni di protesta e proposta. Una seconda modalità dell abitare la storia in modo collettivo è la democrazia, che il politologo Ilvo Diamanti segnala nella sua specificità temporale: la democrazia non esiste se non la collochiamo nell oggi lungo un percorso tra passato e futuro. Il rapporto con la storia è una prima questione da affrontare: nel nostro sistema democratico non garantiamo una previsione di breve e tanto meno di lungo periodo. Nel primo caso è sufficiente considerare l attuale situazione: come si può governare quando non si è a conoscenza della data delle prossime elezioni, quali saranno le alleanze, quali partiti esisteranno? Nel secondo caso è sufficiente osservare le prospettive della condizione giovanile: la fascia adulta della popolazione ha bloccato il tempo e detiene il potere; i giovani non entrano in conflitto, non ne avrebbero la forza economica né demografica, semplicemente se ne vanno. Una seconda questione, per Ilvo Diamanti, attiene al significato della democrazia. L astensionismo mette in crisi la dimensione della rappresentanza e della rappresentatività, che è la forma di democrazia attualmente conosciuta. Si è passati da una democrazia dei partiti alla democrazia dello spettatore, dalla partecipazione alla comunicazione, dall identità agli slogan. Il voto infatti - non riesce a esprimere una vera e propria maggioranza politica e per questo, da tre anni, ricorriamo a governi tecnici composti da saggi. Dentro una fase di eccezione assumono importanza altre figure: la magistratura, l università. Oltre alla dimensione procedurale c è una paralisi contenutistica: uguaglianza, giustizia e legalità sono dentro il patto di delega democratica: cosa succede se non sono rispettate? Infine il sociologo segnala un rischio: stiamo abbandonando la democrazia associativa e deliberativa, accantonate insieme al federalismo... Lo stile dell abitare Nella situazione di crisi, come appare la speranza dei cristiani? Fratel Massimo Fusarelli, a partire dal Salmo 37, indica la peculiarità del vivere nel margine, descritto nella Sacra Scrittura: nel momento della persecuzione, al credente è proposto di coltivare la fedeltà e il bene, di non cedere al male. Ne emerge la differenza tra lo stolto e il saggio: il primo si chiude in sé stesso, si sente protagonista assoluto, invade lo spazio e aspira al possesso esclusivo. Il saggio, invece, rimane ancorato all alleanza e vive la storia dentro la categoria del pellegrino, in continua ricerca della verità, con i piedi ancorati alla terra e gli occhi fissi verso il cielo. Il saggio è capace di vedere l ingiustizia e ascoltare il lamento di chi vive nella sofferenza. Monsignor Riccardo Fontana, vescovo di Arezzo e Cortona, evidenzia la necessità di trovare un posto nella storia per attraversare la palude in cui siamo impantanati. L invito richiede un discernimento attraverso il recupero di uno stile di vita secondo lo Spirito. Il richiamo vale per i singoli, come per le associazioni e la Chiesa stessa. Per abitare la storia dobbiamo fare memoria della nostra tradizione. Il vescovo provoca quindi con due domande: com è possibile traghettare l esperienza del cattolicesimo democratico? Come si concretizza oggi l appello di don Luigi Sturzo rivolto agli uomini liberi e forti? Dentro questo perimetro è possibile ricavare lo spazio politico dell azione locale, che si caratterizza per alcuni elementi: l amore per gli ultimi, la cultura della legalità e il dialogo per superare la cultura dell assedio. Spiega il vescovo: l unico nemico nel Vangelo è il diavolo, non bisogna crearsi fortini. Le sfide per abitare la storia Dal confronto con gli esperti e dal dibattito avvenuti nei laboratori tematici è possibile individuare alcune sfide: 11

12 47 Incontro Nazionale di Studi - Materiali per l approfondimento 1. La democrazia non può prescindere dalla realtà del sociale e non può rinunciare alla trasparenza del suo discorso pubblico. La crisi della democrazia, spiega il politologo Luigi Ceccarini, si individua nell incapacità di unire la dimensione istituzionale a quella sociale. Le persone sono in ricerca di nuovi canali partecipativi per trasmettere le domande sociali che provengono dalla loro vita. I soggetti tradizionali, come i partiti, i sindacati le associazioni, faticano a intercettare questi nuovi modelli partecipativi, a tradurli in istanze concrete a ricondurli nel quadro di una progettualità più ampia. Per le Acli questo si traduce nell impegno a sostenere coesione anche attraverso la costituzione di comitati civici o forme di circolo che rilancino l impegno politico sul territorio. 2. Il lavoro presenta due urgenze: le difficoltà di inserimento e l erosione della socialità. Massimiliano Colombi, l esperto della Cisl, intervenuto al laboratorio, ha sostenuto che c è una vasta area della popolazione che non partecipa al mercato del lavoro si tratta degli esclusi: gli esodati, i giovani, e in particolare i giovani adulti, i disoccupati over 50. Prendiamo atto che i servizi, le cooperative, i progetti sono occasioni di incontro per sostenere le fasce deboli, poi il ruolo dei nostri operatori fornisce una grande varietà di relazioni tra le persone. Nasce l esigenza di occuparsi di lavoro e di economia per essere cittadini e non sudditi. Per e Acli si presenta un ruolo di informazione e di educazione: come alfabetizzare su questioni per l orientamento ai contratti lavorativi, nelle tutele; come creare iniziative di mutualità e sostegno tra persone e tra famiglie; come formare alla costruzione di profili previdenziali e alla finanza. 3. Il sostegno sociale subisce una mutazione genetica. Di fronte ai cambiamenti del welfare e alla costante riduzione della spesa pubblica, destinata ai servizi sociali, è necessario per chi opera nel sociale adottare una prospettiva della cura della relazioni personali, vedendo il singolo soggetto inserito in un sistema di legami (familiari, sociali, comunitarie). Secondo una logica sussidiaria va ripresa un azione che sia capace di tessere reti di protezione sociale, come ha ricordato Fabio Vando della Caritas. La sfida che attende i sistemi di welfare è quella dello sviluppo delle capacità personali e comunitarie per superare la logica dell emergenza. Le politiche sociali dovrebbero adottare una logica dell integrazione istituzionale (Stato, Regioni, province, comuni), di integrazione tra pubblico/privato e di integrazione tra le diverse politiche (sanitarie, abitative, fiscali, del lavoro). Per le Acli si tratta di tradurre in opere l obiettivo di sviluppare un modello sociale che crei reti e costruisca cittadinanza a partire dai giovani e dalle donne. Esempi di questo sono i Punti Famiglia o iniziative di conciliazione vita lavoro. 4. Gli stili di vita mostrano la possibilità di costruire nuovi modi di convivenza. Una novità antropologica sorge nella nostra convivenza umana, in particolare nella famiglia e tra le famiglie: l assopirsi e la difficoltà a svolgere il normale lavoro di cura delle relazioni, tra adulti e con i non-ancora-adulti, l afasia educativa, la corsa a rinchiudersi in cittadelle fortificate da dove guardare il mondo cattivo e pericoloso, la difficile convivenza fisica ed emozionale con il diverso da me e tra generazioni. Viviamo frequentemente la solitudine. L appartenenza non basta a farci riconoscere e vivere buon relazioni buone, in quanto queste nascono se sono generative: lo sottolinea Franco Floris, direttore di Animazione Sociale, nel suo intervento di approfondimento. Per promuovere stili di vita creativi e praticabili è necessario uscire dalla tentazione egocentrica che pervade le persone e i gruppi, per rivolgerci verso le relazioni con gli altri e verso i beni comuni. Dobbiamo cominciare a immaginarci come un gruppo jazz dove non c è un maestro che assembla gli spartiti e i diversi strumenti musicali, ma sono i diversi musicisti che annusano le strade che odorano di fritto misto e che collettivamente costruiscono e producono musica locale. Per le Acli vanno valorizzati percorsi si attivazione della cittadinanza attraverso la promozione di stili di vita responsabili: gruppi di acquisto solidali, Distretti di economia civile, pratiche di educazione civica, iniziative di integrazione dei cittadini immigrati sono esempi da perseguire. 12

13 IL LAVORO NON È FINITO. Un economia per creare lavoro buono e giusto CORTONA IL TEMA Le Acli negli anni Per una nuova società del lavoro a cura di Ufficio Studi «[ ] un lavoro che, in ogni società, sia l espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna: un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa» (Caritas in Veritate, 63) «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società» (Costituzione Italiana, art. 4). Come inquadrare il tema del lavoro oggi? È superato lo schema che contrappone il capitale al lavoro, in una lotta che oggi registrerebbe una clamorosa regressione della componente lavoratrice (contemplando in essa il lavoro salariato, il lavoro dipendente, il lavoro falsamente dipendente in realtà precario, dalla classe operaia al cosiddetto quinto stato, passando dai piccoli commercianti)? Quale direzione prendere per meglio proteggere i diritti dei lavoratori? Possiamo anche noi confermare che alle conquiste sindacali degli anni Settanta, è amaramente corrisposta una stagione di contrazione dei diritti dei lavoratori? Per rispondere a queste domande poniamo qualche frammento di realtà, proponiamo un nostro punto di vista per circoscrivere il lavoro attorno a tre poli. La nostra prospettiva parte dalla persona che lavora, si interroga sull organizzazione del sistema produttivo, per arrivare al ruolo del Paese e del territorio. La persona che lavora 1. Il senso del lavoro: il lavoro subisce profonde trasformazioni. Sono molteplici le ricadute sulle persone e sulle loro relazioni. L interrogativo è rivolto alle condizioni future del nostro convivere perché, come recita il dettato costituzionale all art. 3: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Il lavoro contribuisce a disegnare un progetto di vita. Oggi la logica di quello che alcuni chiamano capitalismo tecno-nichilista propone il lavoro come strumento per il consumo e per la soddisfazione dei desideri suggeriti-imposti dalle innovazioni del mercato. Questa idea svuota il significato del lavoro perché lo individualizza e lo marginalizza all interno del sistema produttivo. Il lavoro diventa essenzialmente 13

14 47 Incontro Nazionale di Studi - Materiali per l approfondimento fonte di guadagno e di autosostentamento, diventa luogo di competizione dove sopraffare l altro, il più debole, per ottenere successo. Così il lavoro consuma le persone: questa economia uccide (EG 53) e incentiva la cultura dello scarto (EG 53). Invece il lavoro non si può circoscrivere al suo mero significato materiale ed economico, perché è actus personae (LE, 6) e come espressione della persona acquista un significato antropologico: la persona è il metro della dignità del lavoro (Compendio DSC, 271). Attraverso il loro lavoro le donne e gli uomini realizzano un prodotto, perfezionano se stessi, entrano in relazione con gli altri, compiono la loro vocazione di lavorare e custodire il creato (Genesi 2,15), contribuiscono a generare bene comune. Quando si pone al centro la persona il lavoro diviene un bene plurale, perché considera i genitori, i figli, le donne e gli uomini in carne e ossa con le loro età e le loro condizioni di vita, con la loro cultura e le loro diverse abilità e competenze. Per promuovere un realistico senso del lavoro è necessario agire su tre dimensioni. Anzitutto stabilire un rapporto sano con il tempo: la dimensione biblica della festa è il luogo nel quale si attribuisce il senso del proprio lavoro, nel quale si valuta se è bello e buono ; il nostro tempo è aggredito dalla logica dell usa e getta e i compiti lavorativi si esauriscono nella prigione del presente e non aprono a una visione progettuale. In secondo luogo ricostruire una socialità del lavoro richiede di investire nelle relazioni, non solamente quelle interne all impresa, ma anche quelle tra impresa e territorio, tra impresa e comunità locale, tra impresa e società civile. Abbiamo bisogno di riappropriarci di un umanesimo del lavoro che chiede l attenzione alle relazioni nella giustizia e nella solidarietà anche con la promozione dei valori di mutualità e cooperazione. Infine fondare una res pubblica, perché occorre un etica del lavoro orientata al bene comune: lavorare è sensato quando ci si interroga sulle conseguenze dei risultati di ciò che si produce, per conciliare sviluppo economico con l innovazione, con la crescita sociale e la compatibilità ambientale. 2. Il lavoro e la cittadinanza: l attuale scenario ci induce a riflettere su una svalutazione del lavoro. Accenniamo ad alcuni aspetti: la crescita degli indicatori di Pil nei Paesi a economia avanzata non produce un corrispettivo aumento dei tassi di occupazione, anzi nei Paesi dell Unione europea, e in particolare in Italia, si assiste all aumento dei tassi di disoccupazione e di inattività. Non c è un automatismo diretto tra lavoro e cittadinanza, ma il legame tra diritti sociali e lavoro è strettissimo e l assenza di lavoro rischia di produrre anche la contrazione dei diritti di cittadinanza. Anche a livello culturale si perde un legame prima presente e fortemente radicato tra lavoro e cittadinanza. Se si erodono i diritti, allora le persone sono schiacciate dal bisogno di lavorare e si aprono vie per trascurare le norme, per rendere accettabili condizioni precarie, lavoro nero, lavoro sommerso. I costi si caricano sull individuo, sulla famiglia e sulla comunità. Lo stesso se passiamo dalla civiltà del lavoro alla civiltà del non-lavoro, dove le persone inoccupate rimangono imprigionate dal bisogno di lavorare. Siamo in presenza di una deriva, che finisce per non considerare il lavoro come un diritto di cittadinanza esigibile da tutti, ma solo come una possibilità a cui non è necessario che tutti accedano. C è uno stretto legame tra lavoro e coesione sociale, lavoro e relazioni con altri, lavoro e costruzione della polis: la mancanza di lavoro da una parte alimenta un vuoto sociale, dall altra parte influisce su spazi e tempi di vita (famiglia su tutti), ricchi di significato ma diseconomici nel breve periodo. Il legame tra lavoro e cittadinanza ci ricorda la stretta e intima connessione tra la fedeltà al lavoro e la fedeltà alla democrazia delle nostre Acli. 3. Il lavoro e la vulnerabilità: la nuova ripartizione del lavoro, tra lavoratori forti e strategici per i processi produttivi e lavoratori deboli e periferici, intacca le posizioni occupazionali intermedie sia con una riduzione della domanda di lavoro, sia con una riduzione salariale. L effetto poi si riproduce nella società con la crisi dei ceti medi. La vulnerabilità è percepita soprattutto dai lavoratori autonomi, da quelli subordinati a medio e basso reddito, dai piccoli artigiani. Tutti vedono da una parte peggiorare il proprio tenore di vita, dall altra parte percepiscono maggiori insicurezze relative alle condizioni lavorative, alla stabilità del lavoro, alle tutele nei rapporti di lavoro. Si aggiunge poi un processo di individualizzazione degli ambienti di lavoro 14

15 IL LAVORO NON È FINITO. Un economia per creare lavoro buono e giusto alimentato dal clima competitivo che contribuisce a sgretolare la dimensione socializzante e all isolamento dei singoli lavoratori. 4. Il lavoro e la virtù: si tratta di una visione poco esplorata, a causa della prevalenza di una visione più astratta (che colloca il lavoro in un quadro di valori morali o di morale politica) oppure più funzionalista (la competenza, l abilità). Tutti e tre i livelli sono evidentemente necessari, ma ci pare che il tema delle virtù - ovvero di quando il valore assume anche una declinazione di bene sul piano pratico - sia centrale. Si pensi a virtù come il sacrificio, la lealtà, il coraggio, la perseveranza, la pazienza, l attenzione, la cura. Il lavoro va compreso nella sua dimensione etica che si evidenzia nelle relazioni e nelle finalità del suo prodotto o servizio. Se perdiamo questa dimensione perdiamo la misura della qualità del nostro lavoro. Non riusciamo a provare i nostri risultati e non comprendiamo quale sia il frutto del lavoro, quali effetti abbia sul benessere delle persone e della comunità. Il lavoro è una questione strettamente relazionale e se ne valuta la qualità sulla base delle alleanze che costruisce, sulla forza dei legami che consolida e sulle dimensioni che lo caratterizzano dalla passione alla gratuità, dalla responsabilità alla cura per la società, dall apertura verso le generazioni, presenti e future. Un etica del lavoro vede l impresa come comunità di persone fortemente radicata sul suo territorio, con il quale stringe legami di senso, condivide sogni per il futuro e sente la responsabilità di progettare uno sviluppo sostenibile. L organizzazione che produce 5. L organizzazione del lavoro: il mondo produttivo ha abbandonato una visione omogenea del lavoro, che veniva sostenuta dal taylor-fordismo: l idea del one best way conteneva una forte impronta razionalistica e ingegneristica che strutturava e gerarchizzava il lavoro di fabbrica come quello delle amministrazioni. Le organizzazioni, inserite in un nuovo contesto di tecnologie informatiche, portano a dividere il lavoro all interno di reticoli più o meno estesi più o meno importanti, portano a privilegiare unità locali all interno di connessioni globali. L immagine del lavoro si articola. Non c è più una catena di montaggio tra un lavoro e un altro, ma i lavori diventano più indipendenti tra loro. Si costituiscono nuclei di knowledge worker iperpagati e sovraoccupati e nuclei di working poor, che sono la contraddizione vivente dell ipotesi per cui il lavoro conferisce (tra le altre cose) l autonomia e la libertà dall indigenza. Secondo alcuni autori si sta generando una società scissa tra queste due polarità, con i primi a governare la produzione e i secondi che operano a loro servizio. Ma emerge un ulteriore figura che si distacca dalle due polarità: i lavoratori artigiani, che cercano nella qualità e nella dimensione relazionale il senso del proprio lavoro, quelli che investono su una produzione cooperativa piuttosto che competitiva. Tra gli esempi citiamo il ritorno all agricoltura o all allevamento (biologica); l esperienza del coworking; l esperienza dei giovani che si giocano su un doppio lavoro ( uno remunerativo, uno espressivo) e le molte start up che investono sulle capacità di mettere insieme intelligenze e idee con sogni e bisogni. In tutte queste diversità organizzative, sarà possibile sostenere un lavoro dignitoso? Saranno immaginabili adeguate misure di protezione sociale? 6. Il lavoro e i giovani: ogni generazione intende il lavoro a seconda delle esperienze che fa e che vede (nel lavoro degli altri) negli anni che precedono l ingresso nel mondo del lavoro. Ma questa generazione rischia di essere la prima a diventare adulta senza passare attraverso l esperienza lavorativa. La generazione dei ventenni e trentenni che sta faticosamente cercando di entrare si caratterizza per aver conformato il proprio modo di vedere attraverso una significativa espansione spaziale (sia sul piano virtuale, ovvero il web e i social network, sia sul piano fisico, la mobilità, l Erasmus, i viaggi low cost, la contaminazione dei linguaggi ecc.) e temporale (più tempo passato in ambienti scolastici e formativi). Le conseguenze di questi modelli formativi influenzeranno il modo di concepire la produzione e il lavoro: non sarà remoto affermare - come già sostiene qualcuno - che una parte assai cospicua delle professioni del futuro prossimo venturo non sono ancora pensabili perché non sono ancora nate. Dobbiamo investire sulla capacità di creare innovazione, nuove idee per 15

16 47 Incontro Nazionale di Studi - Materiali per l approfondimento sostenere un economia che non può pensare di riprodurre gli schemi e i prodotti del passato. Innovazione è una parola chiave. 7. Il lavoro e la rappresentanza: è una questione bloccata e problematica. Il modello italiano di sindacato non sembra rispondere adeguatamente alle sfide attuali. I due principali poli sindacali si muovono lungo un asse che a un polo colloca una visione prevalentemente antagonista e all altro una visione prevalentemente trattativista secondo il principio del male minore; a un polo un sindacato fortemente tentato dal protagonismo politico, all altro un sindacato che cerca di non farsi coinvolgere troppo dalla politica senza disdegnare il dialogo con le diverse maggioranze politiche. Entrambi i poli, comunque, fanno politiche sociali : si occupano non solo di diritto del lavoro ma anche di welfare e di politiche economiche, cercando di condizionare l agenda politica. Nel frattempo si rileva la riduzione della percentuale di lavoratori sindacalizzati (anche per il fatto che oltre il 90% delle imprese è inferiore ai 15 lavoratori, e pertanto il clima sociale è informale e probabilmente ostile verso il sindacato, per cui si preferisce rinunciare ad una rappresentanza istituzionalmente formata). Una scarsa rappresentatività però può indurre alla formazione di un idea asettica di uguaglianza che finisce per produrre una falsa contrapposizione tra chi è garantito e chi non lo è. Forse sarebbe necessario evolvere vero un modello sindacale che privilegi la contrattazione. In tal senso diventa sempre più centrale la contrattazione di secondo livello anche sul piano della tutela e del riconoscimento di vecchi e nuovi diritti. Non mancano esperienze di welfare contrattuale innovativo ma è assente una prassi diffusa capace di cambiare la cultura delle relazioni industriali. A questo secondo livello deve corrispondere un adeguata e coerente partecipazione delle forze lavoro a alla governance delle imprese come i consigli di sorveglianza o strumenti analoghi. 8. Il lavoro e la partecipazione: L esigenza di favorire i meccanismi di partecipazione e di collaborazione dei lavoratori nell azienda era indicata nostra Costituzione che all articolo 46: Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende. Questa norma è rimasta a lungo disattesa. Promuovere partecipazione significa stimolare democrazia, ma anche aumentare la produttività, perché quando le persone sono coinvolte in un progetto sentono il loro lavoro utile per un obiettivo, che va oltre la mera sussistenza verso una dimensione creativa. Le forme di partecipazione sono diverse: operativa, organizzativa, strategica. Vanno da un livello minimo che riguarda le modalità di lavoro, a uno medio che tocca le corde organizzative, fino a uno massimo che attiene alla visione strategica dell impresa. La strada della democrazia economica è fondamentale per realizzare una vera democrazia in quanto favorisce lo sviluppo di forme di partecipazione dei dipendenti ai processi decisionali dell impresa e alla distribuzione degli utili prodotti dalla stessa. Ad oggi gli strumenti tecnici che possono costituire i pilastri necessari alla realizzazione della democrazia economica sono i fondi pensione e l azionariato collettivo; ci sono poi esperienze dove i lavoratori condividono le scelte di gestione aziendale mediante partecipazione dei rappresentanti eletti dai lavoratori o designati dalle organizzazioni sindacali. Lo Stato e la comunità che si assumono una responsabilità 9. Lavoro e modello economico: la qualità e la stabilità del lavoro derivano dal modello di economia che si sceglie, sono una variabile dipendente del modello economico. In Germania è prevalso e si è stabilizzato il modello dell economia sociale di mercato; in Italia ci si è per molti anni ispirati al Codice di Camaldoli, un modello di economia mista. È stato per almeno quattro decenni un modello vincente: inclusivo e remunerativo. Poi i cambiamenti internazionali (ma non solo: anche una degenerazione interna dell applicazione del modello) hanno indebolito un modello che non ha aggiornare l intuizione ai tempi che correvano rapidi e inesorabili. L assenza di una precisa politica economica e industriale ci ha portato ad essere assoggettati a flussi del mercato globale 16

17 IL LAVORO NON È FINITO. Un economia per creare lavoro buono e giusto e ai capricci della speculazione finanziaria, gestita esclusivamente dagli interessi privati, senza l argine di istituzioni regolative mondiali. Ma un modello economico che parta dal lavoro, dai lavoratori, dai cittadini ha invece bisogno di istituzioni sovranazionali. Per questo anche l Europa avrà senso se riconoscerà tra i sui compiti la costituzione di un cartello di protezione degli interessi dei Paesi membri verso un sistema di sviluppo giusto, sostenibile e solidale. Nella consapevolezza che «non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga, richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati a una migliore distribuzione delle entrate, alla creazione di opportunità di lavoro, a una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo» (EG, 203). Proponiamo allora di collocare il lavoro dentro un modello di economia civile, all interno di esso è recuperabile una dimensione collettiva di lavoro che depotenzi una visione individualistica a favore di una dinamica persona-comunità. Si tratta di affiancare al binomio lavoro-competizione il binomio lavoro-cooperazione. L economia civile, dentro un modello italiano, propone una strada che noi riconosciamo come possibile. La comunità, il territorio il distretto Alla tendenza globalizzante si contrappone l attenzione alle dinamiche dei territori che promuovono la biodiversità delle economie, nelle quali fare sistema, in cui riscoprire vocazioni antiche e nuove, in cui costruire con chi sente una responsabilità sociale e civile. Questa pensiamo sia anche la strada privilegiata per radicare una coesione territoriale che consideri le peculiarità regionali e le questioni complesse come lo sviluppo del Mezzogiorno, dove la marginalità va trasformata in tipicità, ovvero in elemento di alta qualità. Dentro tale modello vorremo concretizzate le seguenti caratteristiche: a - la forte partecipazione dei lavoratori ai destini dell impresa (utili compresi); b - il principio dell azione responsabile, per radicare la consapevolezza che il destino dell impresa ha a che fare con la comunità locale, nella quale è inserita; la comunità locale deve molto all impresa, ma anche l impresa deve saper di dover molto alla comunità locale all interno della quale è nata; il bene dell impresa non si riduce al profitto: sarebbe una visione miope anche sul piano economico e finanziario; c - la concreta alleanza tra lavoro, impresa, natura, cultura e territorio (istituzioni comprese) fondata sulla creazione di maggior benessere, pace sociale e sostenibilità ambientale; d - la valorizzazione della conoscenza, la forte spinta verso la formazione delle persone, di competenze, di ricerca e innovazione per migliorare la qualità del prodotto, della produzione e della produttività, ma anche la responsabilità sociale dell impresa e la crescita del senso civico; e - la creazione di welfare comunitario che mette in connessione i soggetti attivi del territorio: azienda, amministrazione pubblica, associazioni di promozione sociale, realtà della società civile, terzo settore, anche a partire dal sostegno al welfare aziendale (con la messa in atto di strumenti di sostegno sociale e familiare per i lavoratori), come una sorta di secondo livello rispetto al welfare universale rivolto a ogni cittadino; f - una politica orientata all equa distribuzione dei redditi; g - l investimento sul lavoro diffuso e utile per impegnare le persone in una sorta di lavoro civile per il benessere socio-ambientale, per curare la bellezza del territorio e quindi la qualità della vita in cui nascono e crescono i figli. 10. Ripartire il lavoro e ripartire il reddito: perché sia possibile rilanciare il lavoro è necessario condividere le risorse e i beni a partire da due nuclei basilari: la ricchezza e il lavoro. È inaccettabile lo squilibrio dei guadagni che si sta realizzando tra dirigenti e operai, tra manager e impiegati, tra rendite e redditi da lavoro. Si generano sacche di opulenza e altrettante di indigenza. Si tratta di un fenomeno pericoloso anche per il capitalismo in sé, che non può funzionare in assenza di una buona pace sociale fondata sull assenza di clamorosi squilibri. 17

18 47 Incontro Nazionale di Studi - Materiali per l approfondimento Allo stesso tempo è inaccettabile assistere alla polarizzazione tra il non lavoro e l iperlavoro, a volte anche scarsamente remunerato. Una società del lavoro cresce dentro un idea di uguaglianza e di libertà: occorre ripartire i redditi perché tutti abbiano il necessario e occorre ripartire il lavoro perché ognuno possa contribuire alla vita della comunità. In questo senso, in termini minimali, si può incentivare il part time e aumentare il costo orario del lavoro straordinario (attualmente più basso di quello ordinario), se non prevedere - in termini più progettuali - forme di cooperazione tra lavoratori. Conclusione: creare lavoro buono e giusto L Italia attraversa un momento difficile che richiede di impostare scelte efficaci per il suo futuro. Il lavoro è una risorsa strategica e irrinunciabile, fondativa per la nostra Costituzione, la nostra società è una repubblica democratica fondata sul lavoro (art. 1). Se manca il lavoro, manca l humus della nostra coesione, cede il patto che cementa la nostra alleanza di cittadini. Ci muoviamo all interno di un contesto europeo e non possiamo leggere le sorti del nostro paese al di fuori dell Unione, come istituzione che chiediamo sia sempre più vicina ai cittadini. Sosteniamo che le trasformazioni del mondo del lavoro, causate dai mutamenti dei sistemi economici, non possano stravolgerne il senso. Pensiamo quindi che dal lavoro riparte l Italia e a partire dal lavoro si crea un solido sistema economico, sociale e democratico. Per questo riteniamo essenziale la creazione di lavoro buono e giusto attraverso il contributo dei diversi soggetti: cittadini e imprese, sindacati e istituzioni, comunità locali e società civile perché sia possibile un economia equa sostenibile radicata sulla vocazione dei variegati territori del nostro paese. Per buono intendiamo dire un lavoro che produca beni utili, innovativi, rispettosi dell ambiente e del territorio, capaci di risolvere bisogni e non di creare dipendenze; per giusto intendiamo dire un lavoro che consenta lo sviluppo integrale della persona umana come singolo e come membro delle comunità all interno delle quali si sviluppa il suo percorso umano, la sua opera e la sua vocazione. Un lavoro buono e giusto contribuisce realmente sia al progresso materiale sia al progresso sociale sia al progresso spirituale. Un lavoro buono e giusto non è mai semplicemente individualistico perché è sempre sociale:. Il vero plusvalore è il bene comune. Cerchiamo di raccogliere l invito di Papa Francesco a dare priorità al tempo piuttosto che allo spazio. Questo «significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici» (EG 223). Allora, per un lavoro buono e giusto, le Acli s impegneranno a restituire spessore alla cultura del lavoro, costituita di parole e di idee popolari, capaci di rappresentare la realtà e non l astrazione della realtà; è importante ridare spazio e tempo alle esperienze concrete, attraverso analisi e studio delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici nei diversi ambiti professionali. Sarà altrettanto fondamentale ridisegnare le nostre attività ponendole a servizio delle persone che lavorano: il lavoro è il centro della nostra iniziativa politica, sociale, culturale ed ecclesiale; la fedeltà al lavoro conferisce piena identità alla nostra storia e alla nostra progettualità sociale, attuale. Le Acli vogliono immaginare nuovi modi per sostenere i lavoratori e le lavoratrici nella loro ricerca di senso: progetti reti, sportelli, circoli, cooperative, start up Tutto quanto rimetterà in circolo una creatività sociale capace di sostenere, promuovere e tutelare le comunità territoriali e i cittadini. Nella nostra tradizione abbiamo sempre coniugato pensiero e azione. È questo modo di agire che continua a qualificarci: un lavorare critico, capace di discernere ciò che è buono e giusto, sarà anche ciò che servirà per ricostruire l Italia. 18

19 SUGGESTIONI E SCENARI

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