Indice. economia ECONOMIA VOLUME 2. Indice 2VOLUME

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1 Indice Indice ECONOMIA VOLUME 2 UD 10 eco. L1 Francia contro il dollaro da De Gaulle a Sarkozy 109 UD 10 eco. L2 La battaglia del denaro di plastica 111 UD 11 eco. L1 Inflazione al 3,8%, record dal 96. Volano i prezzi alla produzione 113 UD 11 eco. L2 Euro: ok alla Slovacchia dal 1 gennaio UD 12 eco. L1 Il Governatore della Banca d Italia alla Bocconi. Draghi: «Crisi drammatica. Per fortuna c è l euro» 115 UD 13 eco. L1 Le poste italiane e il modello Deutsche Bank 117 UD 13 eco. L2 Fidi a breve, rischio tagli 118 UD 14 eco. L1 Fmi: «È la crisi peggiore dal 1930». Eurostat: Pil della zona euro cede lo 0,2% 120 UD 14 eco. L2 Gli errori, la bufera e il capitalismo «sostenibile» 122 UD 15 eco. L1 Cina, fine dei prezzi stracciati. Ora Pechino esporta inflazione 124 UD 15 eco. L2 Alla Giornata mondiale dell alimentazione il monito di Diouf: Solo un decimo dei 22 miliardi promessi sono davvero stati dati 126 UD 16 eco. L1 Il liberismo e la speranza 128 UD 16 eco. L2 E ora la grande crisi del cibo può frenare la globalizzazione 131 UD 17 eco. L1 L umanità è «lacerata» da «spinte di divisione e sopraffazione» 134 UD 17 eco. L2 «La globalizzazione? Può essere dolce» 135 UD 17 eco. L3 Contro il mercato della fame e della sete 138

2 Lettura UD 10 eco. L1 La moneta UNITÀ 10 Francia contro il dollaro da De Gaulle a Sarkozy Proponiamo di seguito una lettera di Giorgio Vergili a Sergio Romano e la relativa risposta apparse sul Corriere della sera del 28 settembre 2008, in cui viene svolta un attenta analisi dei nodi dell attuale crisi mondiale e sono illustrati i motivi per cui urge una nuova Bretton Woods. La gravità della crisi rende urgente una nuova Bretton Woods per stabilire che: 1) la Federal Reserve, la maggiore responsabile del disastro, sia dotata di uno statuto simile a quello della Banca Centrale Europea che la protegga dalle pressioni politiche; 2) anche gli Usa debbono rispettare i parametri di Maastricht, perché la preoccupante crescita del debito rischia di provocare la fuga degli investitori dai titoli pubblici con conseguente ulteriore deprezzamento del dollaro. Con l occasione, si dovrebbe cercare di convincere finalmente la Cina a rivalutare lo yuan (o remimbi) in modo da porre un freno all esportazione di merci cinesi e rendere più competitivi i prodotti occidentali. Giorgio Vergili Caro Vergili, ricordo ai lettori che gli accordi di Bretton Woods furono stipulati nel luglio del 1944 in una cittadina del New Hampshire. La guerra non era ancora finita, ma i rappresentanti di 44 Paesi alleati affrontarono i mali che avevano afflitto l e la finanza mondiali dopo la Grande guerra e la recessione del Occorreva ristabilire la convertibilità delle monete e creare istituzioni che fornissero liquidità agli Stati in crisi e ai Paesi in via di sviluppo. Mentre un famoso economista britannico, John Maynard Keynes, avrebbe preferito creare una nuova unità monetaria, il bancor, gli Stati Uniti insistettero perché la moneta di riferimento fosse il dollaro. Nacque così un ordine monetario in cui ogni Paese avrebbe fissato il cambio della propria moneta in dollari, e il dollaro, a sua volta, sarebbe stato convertibile in oro: un sistema solare in cui tutte le monete avrebbero ruotato intorno a quella degli Stati Uniti. Il sistema si ruppe nel 1971 quando la guerra del Vietnam costrinse il presidente Nixon a sospendere la convertibilità del dollaro in oro. Ma il dollaro non smise di essere la moneta di riferimento del sistema monetario. La finanza mondiale fu da allora, per molti aspetti, ancora più americana di quanto fosse stata precedentemente. Gli Stati Uniti non erano più soggetti all obbligo della convertibilità, ma continuarono a scrivere le regole del capitalismo e della finanza mondiali. Le leggi si facevano a Washington, le regole si fissavano a Wall Street, e gli altri Paesi avrebbero dovuto adeguarsi al Galateo del capitalismo finanziario degli Stati Uniti. Ce ne accorgemmo tra l altro quando il grande scandalo della Enron, nel 2001, provocò una legge del Congresso (il Sarbanes-Oxley Act del 2002) che complicava considerevolmente la quotazione a Wall Street delle società europee per azioni. Quando ha criticato pubblicamente gli errori del capitalismo finanziario america- 109

3 2 VOLUME UNITÀ 10 La moneta UD 10 eco. L1 no e proposto di fronte all Assemblea generale dell Onu la convocazione di uno speciale G8, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha chiesto, di fatto, una nuova Bretton Woods: un idea che Giulio Tremonti aveva cominciato a far circolare in Italia sin dalla scorsa primavera. Per la Francia il discorso di Sarkozy è una rivincita storica. La prima battaglia contro il dollaro fu quella del generale De Gaulle verso la metà degli anni Sessanta. Con l aiuto di un influente monetarista francese, Jacques Rueff, il presidente della V Repubblica denunciò più volte la pericolosa egemonia del dollaro. La decisione di Nixon nel 1971 gli avrebbe fornito munizioni per una nuova e più decisiva offensiva. Ma il generale era morto e la Francia, dopo le ripercussioni finanziarie della «rivoluzione studentesca» del 1968, non era più in condizione di dare battaglia. Sarkozy sembra deciso a raccogliere, con qualche possibilità di successo, l eredità incompiuta di De Gaulle. Sergio Romano Fonte: Corriere della sera, 28 settembre

4 Lettura UD 10 eco. L2 La moneta UNITÀ 10 La battaglia del denaro di plastica Che uso fanno gli italiani delle carte? Come si collocano in Europa in tale settore? Perché gli italiani sono ancora diffidenti di fronte a questi mezzi di pagamento? L articolo che segue risponde alle domande appena poste. Scena uno, la cassa si apre. «Sconto contante?». La cassa si chiude. La negoziante milanese di via Moscova paga alle banche il 2% su ogni incasso con il PagoBancomat, il 3% per CartaSì, il 3,5% per American Express. Al cliente che salda cash può abbassare i prezzi, affare fatto. Scena due, la cassa si apre. «Non accettiamo carte, prelevate al Bancomat». La cassa si chiude. Lo chef Davide Oldani del D O di Cornaredo chiede solo banconote: «Con quello che risparmio tengo bassi costi e prezzi». L ha detto il governatore della Banca d Italia Mario Draghi il 14 giugno, l aveva ricordato il viceministro dell Economia Vincenzo Visco in dicembre. L Italia è sotto allarme: troppo contante. Siamo il fanalino di coda d Europa per utilizzo del denaro elettronico. Nove pagamenti su dieci sono cash: il 91,1% contro il 60,6% dei francesi, il 69% degli inglesi, l 82% dei tedeschi. Usiamo le carte di credito e di debito soltanto nel 3% delle transazioni, a Parigi e Londra è il quintuplo (16% e 17%). Per il sistema è un costo: 10 miliardi di euro stima l Abi, senza contare la pubblica amministrazione; miliardi tutto compreso, giudica CartaSì. Sono i soldi spesi per trasportare le banconote, assicurarle, contarle, impacchettarle. È un quinto dei costi di gestione del contante di tutta Europa: 50 miliardi. Ed è un terzo di tutte le transazioni di denaro passate su suolo italiano l anno scorso: 34,9 miliardi di euro. Qualcosa si muove. La «war on cash», guerra al contante, sta iniziando anche da noi. Mercoledì partirà la campagna delle Poste «Zero contanti, più contenti». Ed entro l anno «è prevista una campagna di sistema», annuncia Roberto Tittarelli, direttore generale di Mastercard Italia, che riunirà l Abi, Mastercard, Visa e American Express, «per accelerare l utilizzo delle carte». Sarà d aiuto anche la migrazione alla Sepa, l area europea dei pagamenti che dal 2008 renderà omogenee commissioni e carte in tutta Europa, per la quale le banche italiane spenderanno 1,5 miliardi. Ma perché in Italia circola ancora tanto contante? Eppure l offerta c è: «Oltre 50 milioni di carte, quasi un milione di Pos per leggere i PagoBancomat, 8 milioni di clienti con conti online», elenca Domenico Santececca dell Abi. Perché soltanto la metà dei 31,3 milioni di carte di credito sono attive? Perché i Pos sono 925 mila e gli operatori del commercio 1,6 milioni, quasi il doppio? Chi sono i «nemici» della moneta elettronica, i cavalieri del cash? Con sintesi estrema ne abbiamo individuati quattro: 1) l evasore, il titolare di partita Iva che fa pagare in nero; 2) l hacker, il pirata informatico che ruba i codici delle carte; 3) il piccolo esercente, che non ha potere contrattuale per ribassare le commissioni delle carte; 4) infine, per paradosso ed estensione, il banchiere, per il doppio ruolo. Da un lato spinge infatti alla diffusione delle carte per abbattere i costi di struttura, dall altro deve tenere alte le commissioni, essendo le banche socie dei circuiti delle carte di credito: Visa è un asso- 111

5 2 VOLUME UNITÀ 10 La moneta UD 10 eco. L2 ciazione di banche, Mastercard una spa partecipata da banche, lo stesso CartaSì, primo azionista Intesa-Sanpaolo al 36,7%. Questi quattro profili corrispondono ai quattro freni alla diffusione della moneta elettronica nel nostro Paese (oltre alla resistenza socioculturale). Vediamoli. Il primo freno è l evasione: la carta di credito o il bonifico lasciano tracce. Nel rapporto Istat 2006 (dati al 2004) si dice che l sommersa in Italia copre il 16,6-17,7% del Pil: sono miliardi di valore aggiunto non dichiarato, di cui l 80% nei servizi. «L uso del contante nasconde la criminalità economica», dicono al ministero dell Economia e sottolineano i tre provvedimenti presi. Uno è la Finanziaria 2007, che ha limitato a mille euro il pagamento in contanti ai fornitori di servizi (obiettivo 100 euro nel 2009). L altro è il disegno di legge Bersani che chiede l obbligo, per la pubblica amministrazione, di accettare i pagamenti elettronici: «Ora sia applicato dal governo», esorta l Abi. Il terzo è il decreto anti-riciclaggio in arrivo, che vieta il trasferimento di contanti quando il valore dell operazione supera i 5 mila euro. «Bisogna fare emergere le falle dell sommersa», dice Giorgio Avanzi, direttore generale di CartaSì. Che ha un progetto: convenzionare commercialisti, notai, dentisti, farmacie, agenzie assicurative. «Investiremo alcuni milioni per installare i terminali», dice. Sono in fase pilota: «Abbiamo alcune migliaia di adesioni». Il secondo freno è la sicurezza. L Abi calcola che il numero delle frodi con carta di credito sia in calo, da nel 2004 a nel 2006, 28%. E Davide Steffanini, direttore generale di Visa Europe, reputa «in un euro ogni mille il livello fisiologico delle frodi: lo stesso del contante». Ma molti consumatori sono ancora restii all uso della carta, soprattutto online. «Il cliente venga assicurato contro l hackeraggio», propone Gustavo Ghidini, presidente onorario del Movimento consumatori. Il terzo freno è la frammentazione del commercio italiano. Tre piccoli esercenti su 10 non accettano le carte. Le commissioni che pagano sono un mistero: nessun dato ufficiale. Sembra siano in calo, quelle medie di Cartasì sarebbero scese dall 1,81% del 2005 all 1,69% di oggi. Ma si sa che la grande distribuzione paga molto meno, anche lo 0,2%. Mentre il piccolo esercente arriva al 4% per la carta di credito e al 2% per il PagoBancomat. «È meno del costo di gestione del contante», dice l Abi. E Isabella Artioli, responsabile monetica in quella Unicredit che ha investito 120 milioni in tre anni per potenziare i servizi «cashless», parla di «contrattazione». Il nodo però sono le commissioni interbancarie (lo 0,8%, dice CartaSì) che la banca di chi paga gira a quella di chi riceve. Dure da abbattere. «Per il PagoBancomat versiamo una quota fissa e una percentuale dice Ernesto Ghidinelli, responsabile credito in Confcommercio. Capiamo che è perché ci sono commissioni a livello interbancario. Il problema è l entità. In Francia le commissioni ai commercianti sono più basse». «Stiamo cercando un trattamento agevolato per le piccole transazioni», annuncia Steffanini di Visa. E il quarto freno? L ambivalenza delle banche, che con una mano danno e con l altra tolgono. Loro sostengono che «prevale l interesse alla diffusione della monetica». Sarebbe un bene per tutti. Unicredit ha calcolato che dimezzando le operazioni allo sportello si potrebbe abbassare di 40 euro l anno il costo del conto corrente. Fonte: Alessandra Puato, Corriere della sera, 2 luglio

6 Lettura UD 11 eco. L1 L inflazione UNITÀ 11 Inflazione al 3,8%, record dal 96. Volano i prezzi alla produzione L articolo seguente fa il punto sull attuale impennata dell inflazione e prende in considerazione i beni che più ne hanno risentito. ROMA Inflazione record; prezzi alla produzione alle stelle. I dati Istat e le stime di Eurostat, l ufficio statistico delle comunità europee, delineano una crisi economica grave. A giugno l inflazione è salita al 3,8%. Pasta e benzina schizzano verso l alto: gli spaghetti costano il 22% in più rispetto ad un anno fa; la benzina in un mese è aumentata quasi del 5%. Nel 2007 costava il 12,6% in meno. Un grido d allarme che si ripete in tutta l eurozona. Seguono lo stesso trend anche i prezzi alla produzione dell industria italiana: a maggio sono aumentati del 7,5%, la variazione tendenziale massima da gennaio Come pure il dato su base mensile, che è aumentato dell 1,5%. L INFLAZIONE SEGUE L INFIAMMATA A giugno l inflazione è salita al 3,8%, dal 3,6% di maggio portandosi ai massimi dal luglio Su base mensile i prezzi sono aumentati dello 0,4%. Un grido d allarme che si ripete in tutta l eurozona. A giugno, l inflazione nella zona euro ha raggiunto quota 4%: è la prima volta dalla nascita di eurolandia, nel A maggio nell eurozona l inflazione era 3,7%; ad aprile 3,3% e a marzo 3,6%. BENZINA E ALIMENTARI ACCELERANO L INFLAZIONE Sono ancora alimentari e carburanti le voci che fanno accelerare l inflazione a giugno in Italia. In base ai dati forniti dall Istat nella stima preliminare, i prodotti alimentari sono cresciuti del 6,1%, con un forte incremento soprattutto per la pasta i cui prezzi salgono in un anno del 22,4% (dal 20,7% di maggio). In forte tensione anche il comparto energetico (oggi nuovo massimo storico del petrolio, per la prima volta venduto a 143 dollari al barile), dove si registra un aumento dei prezzi del 14,8% annuale e del 2,8% su base mensile. L aumento congiunturale è dovuto soprattutto ai carburanti, in particolare al gasolio, i cui prezzi in un mese sono cresciuti del 5,5%, portando l aumento tendenziale a sfondare il 31,2% (dal 26,3%); la benzina in un mese è aumentata del 4,7% e in un anno del 12,6%. RECORD PREZZI ALLA PRODUZIONE Come per l inflazione, è ancora l energia che pesa maggiormente sulla variazione record dei prezzi alla produzione. Su base annua, il raggruppamento energia ha registrato un aumento del 21,5%. Rispetto al maggio di un anno fa, schizzano verso l alto i prezzi della produzione dei prodotti petroliferi raffinati che aumentano del 32,1%. Elettricità, gas e acqua salgono del 12,9%, mentre alimentari, bevande e tabacco costano alla produzione il 10,1% in più rispetto al Simile la curva degli aumenti dei prezzi della produzione su base congiunturale, la benzina segna un più 10,3%, mentre l energia elettrica, il gas e l acqua salgono in un mese del 2%. Fonte: la Repubblica, 30 giugno

7 2 VOLUME UNITÀ 11 L inflazione Lettura UD 11 eco. L2 Euro: ok alla Slovacchia dal 1 gennaio 2009 L articolo che proponiamo di seguito fornisce un quadro sulla zona euro e ne annuncia l ulteriore ampliamento. STRASBURGO La Slovacchia dal 1 gennaio 2009 sarà la sedicesima nazione ad adottare l euro. Il Parlamento europeo con 579 voti a favore, 17 contrari e 86 astenuti ha detto sì a Bratislava nell eurozona, ma ha detto anche che l attenzione deve rimanere alta sul tasso d inflazione, che rischia di superare in futuro i parametri di Maastricht. Sono state respinte le posizioni più estreme espresse il 30 maggio da due europarlamentari tedeschi del Ppe, che chiedevano di rinviare al 2010 l allargamento della zona euro alla Slovacchia. L Europarlamento di Strasburgo ha accolto in parte le loro critiche, sottolineando che «il rapporto sulla convergenza 2008 della Bce individua alcuni rischi relativi alla sostenibilità del tasso di inflazione» raggiunto dalla Slovacchia. INFLAZIONE Uno dei cinque parametri fissati dal Trattato di Maastricht prevede che un Paese candidato all eurozona debba avere un tasso d inflazione che non superi in maniera «sostenibile» dell 1,5% l inflazione media su dodici mesi dei tre Paesi più virtuosi dell Ue. Secondo l ultima rilevazione Eurostat, l inflazione media in Slovacchia a maggio ha raggiunto il 2,6%, un punto percentuale sotto il tetto di Maastricht. Ma la tendenza è al rialzo dei prezzi, come dimostra il dato anno-su-anno di maggio: 3,7%. INGRESSO L ingresso della Slovacchia nell eurozona è già stato approvato dalla Commissione europea e dai ministri dell Economia e delle finanze (Ecofin), che nella loro prossima riunione dell 8 luglio dovrebbero fissare il tasso di cambio definitivo tra corona slovacca ed euro. LE SEDICI NAZIONI Con l entrata della Slovacchia le nazioni dell euro diventano sedici. Le altre quindici sono: dal 1 gennaio 2002 Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Belgio, Germania, Finlandia, Austria, Grecia; dal 1 gennaio 2007 Slovenia; dal 1 gennaio 2008 Malta e Cipro. Oltre a queste emettono monete in euro anche Città del Vaticano, San Marino e Principato di Monaco. L euro è anche la moneta legale di Andorra, Bosnia, Montenegro e Kosovo, che però non emettono monete o banconote proprie. Fonte: Corriere della sera, 17 giugno

8 La moneta unica europea e il mercato valutario UNITÀ 12 Lettura UD 12 eco. L1 Il Governatore della Banca d Italia alla Bocconi. Draghi: «Crisi drammatica. Per fortuna c è l euro» Nell articolo che proponiamo di seguito, il Governatore della Banca d Italia, Mario Draghi, in un suo intervento all Università Bocconi di Milano, esprime il suo parere sull attuale crisi e sottolinea i vantaggi della moneta unica come garanzia di stabilità. MILANO Secondo Mario Draghi «stiamo affrontando la più drammatica crisi degli ultimi decenni». Ma, rispetto a quella degli anni 30, ci sono «alcuni vantaggi tangibili» che derivano dalla moneta unica. Il governatore della Banca d Italia lo ha detto nel suo intervento Financial stability and growth: the role of the euro alla Bocconi, in occasione del decennale dell euro. La moneta unica, ha spiegato Draghi, «è stata un essenziale elemento di stabilità. I vantaggi tuttavia non si limitano al suo ruolo: l euro è stato anche un catalizzatore di cambiamenti fondamentali e positivi nell reale, alcuni dei quali sono già molto visibili». I BENEFICI DELLA MONETA UNICA «Rimane molto da fare sottolinea Draghi per cogliere i benefici della moneta unica e dal mio punto di vista ciò che rimane da fare va nella direzione di una maggiore, piuttosto che minore, integrazione delle nostre economie». Vi sono misure che, spiega il governatore, «possono essere prese per raggiungere questo obiettivo in molte aree e, per prima cosa, nel settore della regolamentazione». RISCHIO DI SPIRALE VIZIOSA In questo momento il «rischio maggiore» per l globale è rappresentato dalla possibilità che «l irrigidimento delle condizioni del credito e la fase congiunturale negativa si rafforzino a vicenda in una spirale viziosa». È l allarme del Governatore della Banca d Italia, in occasione del decennale dell euro. «A questo proposito aggiunge Draghi ripristinare il normale funzionamento dei mercati interbancari a livello globale e nell area dell euro è la precondizione per assicurare un flusso di credito stabile a famiglie e imprese, minimizzando l impatto reale della crisi finanziaria». NON ESCLUSE NUOVE MISURE Da governi e banche centrali potrebbero arrivare presto nuove misure più decise per contrastare la crisi dei mercati finanziari ha anche aggiunto Draghi. «Non possiamo escludere ha spiegato che nel futuro prossimo siano necessari passi ulteriori, e perfino più audaci, per restaurare rapidamente la fiducia, comprese azioni per rafforzare i mercati interbancari». NUOVE REGOLE Secondo Draghi «una parte essenziale della cura per uscire dal- 115

9 2 VOLUME UNITÀ 12 La moneta unica europea e il mercato valutario UD 12 eco. L1 l emergenza» finanziaria che stiamo attraversando è rappresentata da progressi «decisivi e tangibili» nella «riscrittura delle regole che governano il sistema finanziario globale, in una prospettiva più strutturale e di medio termine». In particolare, secondo il governatore, bisogna «concentrare i nostri sforzi per superare velocemente le differenze attualmente esistenti nelle procedure di vigilanza a livello nazionale, lavorare per un set di regole più armonizzato, fare ulteriori progressi nella cooperazione e nello scambio di informazioni tra le Autorità». Fonte: Corriere della sera, 17 ottobre

10 Lettura UD 13 eco. L1 Le banche e il sistema bancario UNITÀ 13 Le poste italiane e il modello Deutsche Bank Poste italiane S.p.A. costituisce oggi la più importante azienda postale italiana. Le Poste italiane sono nate come ente pubblico con il compito di gestire in monopolio i servizi postali e telegrafici per conto dello Stato. Attualmente sono organizzate in società per azioni, il cui capitale è detenuto dallo Stato italiano per il 65% e Cassa Depositi e Prestiti per il 35%. Il breve articolo che proponiamo di seguito si interroga sul possibile destino di Poste italiane S.p.A. nell immediato futuro. Mossa e contromossa. Dopo l operazione Dresdner-Commerzbank, la regina della banche tedesche, la Deutsche Bank ha, per così dire, dato una risposta di sistema. Con l acquisizione degli 850 sportelli della Postbank, il braccio finanziario delle Poste tedesche. Una privatizzazione lampo dopo molti negoziati andati a vuoto. Nulla, però, potremmo dire se paragonati ai numeri italiani. Il motivo? La somma dei due gruppi è molto lontana dalla rete di gruppi come Intesa San Paolo e Unicredito. Naturalmente perché nel giro di valzer non sono ancora entrate le casse di risparmio, il vero tessuto bancario del sistema renano. Ma la privatizzazione della Postbank fa venire in mente un dossier che in Italia gira da molto tempo sui tavoli delle decisioni, quello delle Poste Italiane. Una rete che conta oltre 14 mila sportelli e che rappresenta ancora un ibrido tra le funzioni postali e quelle propriamente finanziarie. Di privatizzazione si parla a intermittenza, ma in molti Dpef è presente la possibilità di cederne una quota (attualmente fa capo al Tesoro e alla Cassa Depositi e Prestiti). Forse è arrivato il momento di decidere se portarla in Borsa o, perché no, se ragionare su una qualche forma di integrazione con il sistema bancario. Come dire: il modello tedesco potrebbe funzionare. Fonte: Nicola Saldutti, Corriere Economia, 15 settembre

11 2 VOLUME UNITÀ 13 Le banche e il sistema bancario Lettura UD 13 eco. L2 Fidi a breve, rischio tagli L articolo che proponiamo di seguito suggerisce le strategie più corrette per le banche nei rapporti con le imprese per superare l attuale crisi. Secondo l ultima indagine sul credito bancario effettuata dalla Banca d Italia, nel secondo trimestre di quest anno le banche hanno leggermente irrigidito i criteri adottati per la concessione dei prestiti alle imprese. E questo per la quarta rilevazione consecutiva. Tra i settori che hanno iniziato ad avvertire la crisi ci sono le costruzioni. Paolo Buzzetti, presidente dell Associazione nazionale costruttori edili (Ance), commenta: «Prevediamo che il 2008 si chiuderà con un calo dell 1,1% degli investimenti, in un contesto in cui c è certamente una stretta creditizia da parte delle banche». La via d uscita per Buzzetti passa attraverso l azione ordinaria delle banche: «Ben vengano strumenti come Confidi o fondi di garanzia, ma nell immediato sarà fondamentale il ruolo delle banche nel fornire liquidità a breve termine, così come le misure adottate dal Governo per il piano casa e il rilancio delle infrastrutture». Concorda Rosario Messina, presidente di Federlegno-Assarredo: «Che ci sia maggiore difficoltà di accesso al credito ormai non è una sorpresa, ma le situazioni sono diverse: ci sono aziende poco competitive o troppo piccole per reggere i mercati internazionali, e queste sono le prime cui le banche hanno chiesto di rientrare. E poi ci sono aziende in salute, nei confronti delle quali le banche sono diventate molto più prudenti». Le due situazioni, secondo Messina, vanno affrontate diversamente. Per le aziende in difficoltà bisognerebbe aumentare le possibilità d intervento dei Confidi: «Potrebbero finanziare le imprese non solo in conto capitale ma in conto emergenza per far fronte alle spese correnti». Per le aziende in salute, invece, l importante è tenere aperto un canale con le banche, così da evitare l avvitamento tra diminuzione del credito e discesa delle attività economiche. E proprio per ricreare un clima di fiducia venerdì scorso Confindustria e Abi hanno deciso di attivare a livello territoriale tavoli di confronto diretto tra le associazioni industriali e il mondo bancario locale. Insiste sul dialogo anche Alfredo Mariotti, direttore generale di Ucimu, che riunisce i costruttori italiani di macchine utensili: «Il nostro comparto è ancora leader a livello mondiale, ma, dato il modello di business, si tratta di gestire i picchi della domanda di liquidità». Dall ordine alla consegna di una macchina passano da tre a sei mesi ed è difficile ottenere dall acquirente più del 10% d anticipo. Di conseguenza, spesso c è bisogno di finanziamenti a breve termine: «È importante che le banche conoscano bene il portafoglio ordini e le prospettive di crescita dei propri clienti, per non penalizzare operatori in crescita». Alle prese con esigenze cicliche di liquidità è anche il settore tessile. Afferma Luciano 118

12 UD 13 eco. L2 Le banche e il sistema bancario UNITÀ 13 Donatelli, presidente della Fondazione Biella The Art of Excellence: «I problemi maggiori riguardano le Pmi, realtà che spesso effettuano investimenti tecnologici rilevanti senza avere al proprio interno una direzione finanziaria strutturata». Nei loro confronti, osserva Donatelli, le banche dovrebbero adottare un atteggiamento innovativo, «legando la concessione dei prestiti non alle ipoteche, ma alle potenzialità di sviluppo delle aziende. E valutando la forza delle filiere naturali tipiche dei distretti: in queste situazioni, in cui sei o sette imprese coprono fasi diverse di un unico ciclo produttivo, si potrebbe pensare a forme di finanziamento che coinvolgano di fatto tutta la filiera». Esperimento che per Donatelli potrebbe avvenire anche nel distretto dell oro di Valenza o in quello delle rubinetterie del Verbano-Cusio-Ossola. Sempre nel campo manifatturiero, Vito Artioli, a capo dell Associazione nazionale calzaturifici italiani (Anci), rileva una sostanziale tenuta degli ordini confermata anche dalla fiera Micam ShoEvent di settembre e guarda al sistema dei Confidi, «che consente alle aziende di spuntare condizioni di affidamento bancarie migliori rispetto a quelle ottenute individualmente, condizioni che potrebbero ulteriormente migliorare se i diversi Confidi si consociassero in federazione». Fonte: Cristiano Dell Oste, Il Sole 24 Ore, 20 ottobre

13 2 VOLUME UNITÀ 14 Sviluppo e ciclo economico Lettura UD 14 eco. L1 Fmi: «È la crisi peggiore dal 1930». Eurostat: Pil della zona euro cede lo 0,2% L articolo che segue propone un analisi della fase di recessione che attualmente stiamo attraversando e confronta la situazione dell Italia con quella della Germania. BRUXELLES L globale sta «decelerando rapidamente», quella che stiamo vivendo è la «peggiore crisi finanziaria dal 1930». L allarme lo lancia il Fondo monetario nel suo ultimo «Rapporto sull mondiale», in cui descrive un globale che rallenta dal +5% del 2007 al +3,9% del 2008, per frenare ancora a +3% nel 2009, un ritmo che molti esperti considerano l orlo della recessione. Secondo il Fondo monetario internazionale, l mondiale sta «entrando in una crescente depressione economica a causa del più pericoloso shock finanziario per le economie avanzate dagli anni Trenta». Nel luglio scorso il Fmi stimava l mondiale in crescita del 4,1% nel 2008 e del 3,9% nel Ora però molte cose sono cambiate. RECESSIONE Male anche la situazione europea, con l Italia che piomba in recessione (e ci resterà anche per il 2009) accomunata, in questa marcia all indietro, a Spagna ( 0,2), Gran Bretagna e Irlanda. Il World Economic Outlook dipinge un quadro fosco per l mondiale. Le previsioni per l Italia degli economisti di Washington sono molto più pessimiste di quelle elaborate dal Governo nell ultimo aggiornamento del Documento di programmazione economico-finanziaria che prevedeva per quest anno una crescita dello 0,1% e per il prossimo addirittura un accelerazione a quota 0,5%, mentre sono più vicini con gli scenari previsionali recessivi elaborati recentemente da Confindustria. Il dato, oltretutto, mantiene il Belpaese nella scomoda posizione di fanalino di coda nella crescita tra i Paesi del G7, i cui ministri finanziari s incontreranno venerdì a Washington proprio a margine degli incontri annuali del Fmi. Con la recessione in Italia è previsto un crollo dell inflazione, che dal 3,4% stimato per il 2008 calerà nel 2009 all 1,9%. «PROBLEMI STRUTTURALI» Secondo il Fmi, l Italia «sarà colpita dalle strette condizioni di credito ma ha anche problemi strutturali e la necessità di cambiamenti strutturali che abbiamo sollecitato da tempo, come la liberalizzazione del mercato del lavoro». Lo ha detto il capo economista dell ente, Olivier Blanchard, sottolineando che l Italia non ha consolidato il proprio bilancio nei momenti di congiuntura positiva e «a questo punto le opzioni di politica fiscale sono limitate e non vediamo spazio per un piano di incentivi fiscali». EUROSTAT Le stime negative sulla situazione europea sono confermate anche dall Eurostat: i dati dell Ufficio Statistico delle Comunità Europee indicano che nel secondo trimestre del 2008 il Pil della zona euro ha ceduto lo 0,2% e quello dei Ventisette è rima- 120

14 UD 14 eco. L1 Sviluppo e ciclo economico UNITÀ 14 sto invariato (invece di calare dello 0,1% come indicato nelle stime precedenti) rispetto al trimestre precedente. PRIMO TRIMESTRE Nel primo trimestre, i tassi di crescita erano stati dello 0,7% nella zona euro e dello 0,6% nei Ventisette. Rispetto al secondo trimestre del 2007 il Pil, al netto dei fattori stagionali, è cresciuto dell 1,4% nella zona euro e dell 1,7% nei Ventisette (contro l 1,6% simato in precedenza). In Italia il Pil è sceso dello 0,3% rispetto al trimestre precedente ed ha avuto una crescita piatta rispetto allo stesso periodo del In Francia il Pil è sceso dello 0,3% rispetto al trimestre passato, ma è aumentato dell 1,1% su anno. Nel secondo trimestre del 2008, i consumi delle famiglie sono scesi dello 0,2% nella zona euro e dello 0,1% nei Ventisette. Gli investimenti sono scesi dell 1% sia nella zona euro che nei Ventisette. ESPORTAZIONI Le esportazioni sono scese dello 0,2% in Eurolandia e dello 0,3% nei Ventisette e le importazioni hanno ceduto lo 0,5% in entrambe le zone. Negli Stati Uniti, il Pil è aumentato dello 0,7% durante il secondo trimestre del 2008, dopo un +0,2% nel primo trimestre. In Giappone il prodotto interno lordo è sceso dello 0,7% nel secondo trimestre, dopo un +0,7% nel primo. Su base annua, il Pil americano è salito del 2,1%, contro il 2,5% del trimestre precedente, e dello 0,8% in Giappone, contro l 1,2% del trimestre precedente. DATI POSITIVI Ma tra tanti dati negativi, compaiono anche indicazioni positive. A sorpresa la produzione industriale tedesca ha registrato ad agosto un balzo su base mensile del 3,4% contro 1,6% del mese precedente e una previsione di 0,3%. Si tratta del rialzo maggiore dall agosto A Ginevra il Forum economico mondiale (Wef) ha reso noto che l americana è pronta a ripartire appena sarà passata la crisi finanziaria. «L Usa ha caratteristiche strutturali con una base produttiva solida», dice il rapporto. Fonte: Corriere della sera, 8 ottobre

15 2 VOLUME UNITÀ 14 Sviluppo e ciclo economico Lettura UD 14 eco. L2 Gli errori, la bufera e il capitalismo «sostenibile» L articolo di seguito riportato propone un ripensamento del modello capitalistico e del ruolo del mercato alla luce dello sviluppo sostenibile e dei diritti della persona. La crisi finanziaria in corso, che non è di breve durata né meramente congiunturale, come ogni crisi comporta non solo rischi (il rischio di estendersi all reale, di minare la fiducia dei risparmiatori, di far pagare costi elevati ai soggetti più deboli e meno protetti), ma anche opportunità, prima fra tutte l opportunità di ripensare al modello di sviluppo capitalistico. Non segna la fine del capitalismo («che ha i secoli contati» come scrive Giorgio Ruffolo), ma incide in modo e grado diversi nei vari tipi di capitalismo reale (il modello anglosassone «trainato dal mercato», l sociale di mercato della tradizione continentale europea, il capitalismo gestito da un regime autoritario come nel caso cinese) e rafforza l esigenza di un modello diverso di capitalismo possibile (il modello dello sviluppo sostenibile). L attività economica avviene sempre in un dato contesto istituzionale, caratterizzato da complesse interazioni tra mercati, imprese, governi, reti associative, singoli individui. Ogni varietà di capitalismo presenta implicazioni differenti per la società civile e per il sistema politico. L aperta del mercato non implica necessariamente una società aperta o un regime politico democratico. Il mercato non è un ordine spontaneo, non è un fine ma un mezzo; è il meccanismo istituzionale [...] per organizzare la produzione, lo scambio e il consumo, ma non garantisce di per sé né la coesione sociale né la democrazia politica, e neppure una distribuzione equa del reddito e della ricchezza (che rimane un problema eminentemente politico). Esistono prove storiche a favore della correlazione tra aperta, società aperta e democrazia e altre prove che falsificano tale ipotesi. La crisi finanziaria dei derivati non è accaduta per caso. Alcuni acuti osservatori della realtà economica (economisti non appartenenti al main stream della Scienza economica americano-centrica, sociologi economici, political economists) avevano formulato critiche argomentate da cui si poteva dedurre questo tipo di esito, concernenti la finanziarizzazione del controllo di impresa, la difficoltà di applicare regole efficaci a attori del mercato globale come le banche d affari, la logica perversa di certi prodotti finanziari che spostano continuamente il rischio su altri soggetti in una sorta di catena di Sant Antonio, la diffusione delle stock options e dei superbenefici per top managers, i clamorosi conflitti di interesse tra società di auditing e di consulenza. Se prevale un tipo di capitalismo come quello in cui si è verificata la crisi attuale, che arricchisce i pochi insiders e crea difficoltà ai molti outsiders, che è ossessionato dal brevissimo termine e dal quotidiano oscillare dei titoli di Borsa, che non favorisce investimenti in capitale umano e in tutela ambientale, che non crea opportunità di inclusione per i molti esclusi, il mercato corre il serio rischio di essere erroneamente considerato causa primaria di disuguaglianza e di ingiustizia e di provocare reazioni politiche e culturali che ne minano la legittimità e la possibilità di funzionamento. Il ritorno allo Stato imprenditore, 122

16 UD 14 eco. L2 Sviluppo e ciclo economico UNITÀ 14 a politiche protezioniste, o addirittura a chiusure autarchiche, sono risposte sbagliate, ma non possono essere esorcizzate sottovalutando la gravità della crisi e le responsabilità della eccessiva finanziarizzazione del sistema. Vanno confutate formulando proposte realistiche di trasformazione del modello di sviluppo dell aperta, che attraverso incentivi e sanzioni modifichi aspettative e comportamenti dei soggetti economici e soprattutto dia risposte al vero problema centrale del capitalismo: come salvaguardare la sua carica innovativa e forza propulsiva, senza «annullare la sostanza umana e naturale della società» (come direbbe Karl Polanyi), ovvero senza negare i diritti civili e politici e le legittime pretese di migliore qualità della vita e senza infliggere ferite profonde all ecosistema. La crisi in corso non è irreversibile, verrà superata, ma il rischio è che poi si riprenda il cammino che ha portato alla crisi, il business as usual, limitandosi a qualche correttivo parziale e a qualche provvedimento di emergenza, anziché introdurre innovazioni autentiche nel rapporto tra mercato e società e tra mercato e democrazia. Fonte: Alberto Martinelli, Corriere della sera, 9 ottobre

17 2 VOLUME UNITÀ 15 Il mondo economico e i diversi gradi di sviluppo Lettura UD 15 eco. L1 Cina, fine dei prezzi stracciati. Ora Pechino esporta inflazione L articolo di seguito riportato illustra la situazione economica attuale della Cina e in particolare gli effetti inflattivi prodotti da un fenomeno inatteso: la protesta dei lavoratori che hanno chiesto e ottenuto aumenti salariali. Dietro il carovita che impoverisce i consumatori in Italia come in tutta l Europa e gli Stati Uniti, c è un cambiamento profondo nell globale. È la fine dello sconto cinese. Per la prima volta da quando è diventata un peso massimo del commercio internazionale, la Repubblica popolare non esporta più soltanto scarpe e vestiti, computer e televisori, ma anche inflazione. Una delle ragioni di questo cambiamento è una novità salutare: gli operai cinesi alzano la testa. Nelle zone dove c è la piena occupazione il loro potere contrattuale migliora, i salari aumentano. È esattamente quel che sta accadendo lungo il delta del fiume delle Perle, nel Guangdong che è la regione più industrializzata della Cina, la vera fabbrica del pianeta. Lì a gennaio le buste paga degli operai cinesi sono aumentate del 13% in media, rispetto a un anno fa. È una rincorsa salariale senza precedenti nella storia recente della Cina comunista, anche se non basta a compensare altri rincari del costo della vita locale (la fettina di maiale è aumentata del 48% in un anno). Se la classe operaia cinese si sveglia il mondo trema, per parafrasare la celebre frase di Napoleone. Dopo avere auspicato un progresso nelle condizioni sociali e nei diritti umani, ora ci accorgiamo che anche un modesto miglioramento retributivo in Cina non è indolore per i consumatori occidentali. Alan Greenspan, quando era presidente della Federal Reserve americana, aveva capito che la Cina era il suo migliore alleato per tenere a bada l inflazione. Secondo Greenspan, dalla seconda metà degli anni 90 fino a un epoca molto recente, l americana è stata miracolata da un nuovo paradigma : gli incrementi di produttività diffusi dalla New Economy (con l adozione universale delle nuove tecnologie), più il ribasso dei prezzi al consumo regalato dall invasione del made in China, hanno consentito agli Stati Uniti dei ritmi di crescita sostenuti, senza generare tensioni sui prezzi. La politica dei bassi tassi d interesse seguita dalla Federal Reserve era dovuta anche a questa convinzione: a contrastare l inflazione ci pensavano le importazioni di prodotti cinesi. Quella fase magica si sta chiudendo sotto i nostri occhi. Gli americani i consumatori più sino-dipendenti del pianeta sono stati i primi ad accorgersene. Nel solo mese di gennaio i prezzi del made in China sono saliti dello 0,8%, l aumento più elevato da quando lo Us Labor Department ha cominciato a misurare questo dato. In alcuni settori la fine dello sconto cinese si è già trasformata nel suo rovescio. Nel tessile-abbigliamento i prezzi al dettaglio negli Stati Uniti erano in discesa costante dal 1998, via via che il made in China rimpiazzava sugli scaffali i prodotti italiani o messicani. Da ottobre improvvisamente i vestiti sono rincarati del 4,6% (con punte del 7,3% nell abbigliamento femminile). Negli Stati Uniti e in Europa resuscita di colpo lo spettro 124

18 UD 15 eco. L1 Il mondo economico e i diversi gradi di sviluppo UNITÀ 15 della stagflazione crescita zero più inflazione che aveva colpito l Occidente negli anni 70. Una parte di questo choc è nata nel cuore dell America, tra il crollo del mercato immobiliare e la crisi dei mutui. L altro ingrediente sta in Cina. Questo colosso era stato un potente calmiere dei prezzi soprattutto dopo il suo ingresso nell Organizzazione mondiale del commercio (2001). Ora l indice dei prezzi al consumo cinesi è in crescita del 7,1%, il più forte rincaro del costo della vita negli ultimi 12 anni. L inflazione nella Repubblica popolare si ripercuote inevitabilmente sui prezzi esteri del made in China. Al rincaro delle esportazioni contribuisce anche la graduale rivalutazione della moneta cinese, lo yuan o renminbi. Dal luglio 2005, quando smise di essere rigidamente agganciato al dollaro, lo yuan si è rafforzato del 16% sulla moneta americana (ma non sull euro). Ai rincari sui prodotti made in China, si aggiunge la corsa alle materie prime che Pechino contende agli occidentali. Con una che l anno scorso è cresciuta dell 11,4% la Cina è diventata l elefante nella cristalleria sui mercati dell energia, dei minerali, delle derrate agricole. Poveri di risorse naturali in casa propria, i due giganti asiatici Cina e India hanno travolto tutti gli equilibri tra domanda e offerta. Dal petrolio a 100 dollari fino al minerale di ferro rincarato del 65% in pochi mesi, dall oro ai cereali, tutte le commodities segnano record storici per la pressione dei bisogni asiatici: centinaia di milioni di nuovi abitanti di centri urbani; cantieri edili a non finire; fabbriche energivore; il boom della motorizzazione individuale. La dieta alimentare del ceto medio cinese si globalizza e scopre i dolci per la prima volta nella storia, facendo impazzire le quotazioni mondiali di cacao, zucchero, caffè. Il benessere che fa crescere il consumo di proteine, insieme con la ricerca di fonti alternative di energia nei biocarburanti, mandano alle stelle i prezzi di soya, grano, riso. La Cina non è autosufficiente per i suoi bisogni alimentari, quest anno importerà 8,4 miliardi di dollari di prodotti agricoli dagli Stati Uniti, un aumento del 300% rispetto a dieci anni fa. Anche questo spiega i rincari della pasta e del pane nei supermercati italiani. Con un apparente paradosso, la fine dello sconto cinese non riduce la nostra dipendenza dal made in China. Anzi, le esportazioni cinesi verso il resto del mondo hanno segnato un nuovo massimo storico a gennaio aumentando del 27%: 110 miliardi di dollari di vendite in un solo mese. La più grande catena di ipermercati americani, Wal-Mart (che ha un fatturato superiore al Pil della Svizzera) ha confermato che continuerà ad approvvigionarsi in Cina esattamente come prima, malgrado i rincari e nonostante gli scandali sui prodotti tossici. La spiegazione: la Cina è diventata un quasi-monopolio in molti settori. In Occidente sono state smantellate e delocalizzate gran parte delle fabbriche che producevano non solo jeans e scarpe ma anche pc, laptop, telefonini, videocamere. Il made in China può rincarare, le fabbriche non torneranno indietro. Fonte: Federico Rampini, la Repubblica, 26 febbraio

19 2 VOLUME UNITÀ 15 Il mondo economico e i diversi gradi di sviluppo Lettura UD 15 eco. L2 Alla Giornata mondiale dell alimentazione il monito di Diouf: Solo un decimo dei 22 miliardi promessi sono davvero stati dati L articolo che proponiamo di seguito mostra una triste realtà: la lentezza e, più spesso, il mancato rispetto degli impegni presi dai Paesi più ricchi nei confronti dei Paesi poveri nella lotta alla fame nel mondo. ROMA Solo il 10 per cento delle risorse promesse per la lotta contro la fame nel mondo sono arrivate a destinazione. Troppo poco per combattere un flagello che colpisce, secondo le stime della Banca Mondiale, 923 milioni di persone. Oggi, in occasione della Giornata mondiale dell alimentazione 2008, un forte appello a tutti i Paesi a rispettare gli impegni presi, arriva da Jacques Diouf, direttore generale della Fao. Dopo la conferenza internazionale organizzata dalla Food and Agriculture Organization a giugno, solo un decimo dei 22 miliardi promessi sono stati effettivamente messi a disposizione, ha detto Diouf, sottolineando la necessità di portare a termine l impegno preso nonostante la crisi finanziaria globale. La crisi alimentare ha proseguito Diouf esiste ancora e se nel 2007 il numero degli affamati è salito in un solo anno di 75 milioni di persone, arrivando a quota 923 milioni, nel 2008 questo numero rischia di salire ancora. Alla cerimonia della Fao è arrivato anche l appello del Papa. Basta con questa speculazione sfrenata che tocca i meccanismi dei prezzi e dei consumi e basta anche agli egoismi degli Stati, ha scritto Benedetto XVI in un messaggio inviato alla Fao per l occasione. I mezzi e le risorse di cui il mondo dispone al giorno d oggi ha aggiunto Benedetto XVI sono in grado di fornire cibo sufficiente per soddisfare le crescenti necessità di tutti. Manterremo tra le priorità dell agenda internazionale la lotta alla fame e la soluzione della crisi alimentare mondiale per non farla dimenticare sotto il peso della crisi economica, ha assicurato il sottosegretario agli Affari Esteri, Vincenzo Scotti, ribadendo l impegno del governo italiano sul tema. Della crisi economica ha parlato anche la first lady egiziana, Suzanne Mubarak, che ha ricevuto dalla Fao la nomina a Raeia, guida illustre dell Onu per l agricoltura e l alimentazione. La signora Mubarak ha levato un appello perché si trovino per la crisi ali- 126

20 UD 15 eco. L2 Il mondo economico e i diversi gradi di sviluppo UNITÀ 15 mentare le stesse risorse finanziarie e con la stessa rapidità con cui sono stati reperiti i mezzi per la crisi dei mutui. Appello condiviso dall associazione Actionaid secondo cui la crisi alimentare deve essere affrontata con la stessa risolutezza di quella finanziaria. Anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in un messaggio ha sottolineato come quella della fame sia la sfida su cui si gioca il futuro del pianeta. Che cosa fare è ormai noto, ha concluso Diouf, quello di cui abbiamo bisogno è che vengano rispettati gli impegni politici per fare gli investimenti necessari a promuovere uno sviluppo agricolo sostenibile. Con le risorse economiche messe a disposizione per il momento, la Fao ha avviato progetti in 76 Paesi. E molti altri programmi a livello nazionale e regionale sono partiti. A ciò si aggiunge la messa a punto del piano d azione della task force delle Nazioni Unite, annunciato a giugno dal segretario generale dell Onu Ban Ki-Moon. Fonte: la Repubblica, 16 ottobre

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