INSEGNARE CATALANO. STANDARD, LINGUA LETTERARIA E ALTRI CONCETTI D'USO

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1 GIUSEPPE GRILLI INSEGNARE CATALANO. STANDARD, LINGUA LETTERARIA E ALTRI CONCETTI D'USO Probabilmente il momento suggestivo di questo convegno è nella sua capacità propositiva; di scavalcamelo di spedalismi costruiti sulla dimensione accademica del lavoro intellettuale e di aggressione di un tema, angoscioso ormai, quello della professionalità e della nuova definizione di professionalità della vecchia figura dell'insegnante di lingua e letteratura straniera. Il mio intervento, in questa strategia, opera di fatto una difesa e una rivendicazione del binomio lingua e letteratura che diversi e opposti specialismi sembravano poter dissolvere o quel che è peggio costringere a una difesa corporativa di interessi di parte. Credo invece che una pratica didattica, che tenga conto ovviamente dei livelli e delle specificità, possa utilizzare utilmente le interferenze lingua/letteratura per quella ricomposizione del sapere cui si aspirava con veemenza e assolutismo in anni non troppo lontani quale finalità di ogni progetto di scolarizzazione democratica, o più genericamente di democratizzazione della cultura (si veda una testimonianza illustre, e significativa dell'estensione del fenomeno, in Corti, 1969). Utilizzerò come esemplificazione una lingua iberica il catalano scarsamente presente nelle università italiane, ma che forse proprio per questo è rimasta esente da vizi e pregiudì2ì (e purtroppo anche dalle necessarie esperienze difficili) che hanno ingabbiato spesso l'insegnamento delle altre lingue soprattutto del castigliano in compartimenti stagni chiusi alla problematizzazione sia dei postulati teorici di questo o quell'indirizzo della linguistica ipostatizzato come modello unico, sia da un provincialismo diffuso della didattica della letteratura, rivelatasi troppo spesso incapace di rastrellare nei territori del- 51

2 la linguistica contemporanea i segni in contraddizione con la pigrizia e la noia degli epigoni della tradizione critico-letteraria detta 'lo storicismo' (Terracini, 1980). Farò riferimento, cioè, a alcuni concetti d'uso che costituiscono gli strumenti istituzionali del catalanista e fanno parte del primo indispensabile bagaglio di conoscenze tanto di chi si interessa di letteratura catalana o appena intenda leggerla con un minimo di consapevolezza dei codici culturali che le sono propri, quanto del linguista, con relativa indipendenza dalla sua collocazione di scuola (funzionalista, generativista, ecc.) e di campo (fonologia, lessicologia, grammatica storica, ecc). Si tratta proprio di quei concetti capaci di offrire all'insegnante e allo studente di lingua e letteratura straniera spunti teorici e pratiche disciplinari di cui spesso si è costretti a lamentare la penuria o addirittura l'assenza. Innanzi tutto 'lingua'. Per il catalanista 'lingua catalana' non è mai stato un generico indistinto o scontato, né è possibile dare per scontati termini come standard o lingua letteraria. La ardua storicità del catalano, se impedisce l'identificazione idealista o semplicemente pigrona, non consente neppure facili schematismi di contrapposizione; addirittura una indagine di storia della linguistica catalana forse potrebbe notare che tra i catalani c'è sempre stata resistenza una resistenza che Fabra razionalizzò a accettare l'estremismo insito nel concetto di lingua nazionale e il suo inevitabile ideologismo (Rosiello, 1980), per cui si è a lungo preferito far uso della nozione di lingua comune, termine che a tutt'oggi mi pare ottenga, almeno sentimentalmente, maggiori adesioni di quanto non si possa supporre se si pensa all'accettazione universale e interdisciplinare della proposta avanzata dalla letteratura anglosassone di standard language (Vallverdú, 1973, p. 65). Tuttavia per una approssimazione sommaria al tema forse saranno sufficienti brevi cenni e basterà ricordare che il periodo medievale di formazione della lingua catalana sconta processi apparentemente divergenti. Da una parte sembra ormai accertato il carattere bicefalo del catalano, diviso in due grandi aree dialettali (orientale e occidentale) già a partire dal suo stato nascente anteriore al mille e in un ambito geografico ristretto, l'alt Urgell (Badia, 1979 e 1981). Qualche secolo dopo (XVII-XIV) osserviamo un 52

3 marcato bilinguismo letterario provenzale/catalano basato su opzioni di genere letterario che comunque sembrano attribuire al catalano funzioni di comunicazione più estesa, popolarità e minor prestigio letterario (Riquer, 1953 e ). D'altra parte è impossibile non rilevare il costante e progressivo consolidamento di una lingua comune basata sull'integrazione dei linguaggi utilizzati dai grandi cronisti, dagli umanisti, dai predicatori e soprattutto dall'amministrazione dello stato, la famosa Cancelleria barcellonese che era il cervello, e in vero anche il braccio esecutore, dell'intera corona catalano-aragonese. È una lingua comune che dimostra una forte capacità di normativizzazione sopradialettale e di normalizzazione dell'uso della lingua il cui effetto più appariscente è la fine del bilinguismo letterario catalano-provenzale, ma rivela anche volontà e possibilità di espansione durante tutto il XV secolo e oltre nell'area mediterranea. Di questa fase storica il testimone più congruo è costituito dall'enclave di Alghero (Sanchis Guarner, 1980, pp ), tuttora vivo (Grossmann, 1981). Complesse ragioni, prevalentemente esterne, secondo quasi tutta la letteratura sull'argomento (ma è un'ipotesi a mio parere da verificare ulteriormente e ridefinire con più moderne e agguerrite strumentazioni metodologiche), provocano nei secoli XVI e XVII un collasso nel processo di standardizzazione e, in parte conseguentemente, una crisi della competenza linguistica dei catalanoparlanti con effetti rovinosi rispetto alla difesa della lingua da interferenze di ogni tipo (fonetico, morfosintattico, lessicale), da volgarismi e dialettismi che frammentano e decompongono la lingua letteraria e la lingua scritta. Decade così il livello di correttezza della lingua amministrativa il cui prestigio è fortemente condizionato dalla riduzione degli stati della Corona catalano-aragonese a vicereami e capitanie generali del regno di Spagna/Castiglia. Nel settecento con l'uniformismo borbonico, e la perdita di ogni vestigia o simulacro di indipendenza poi, e ancor più nel XIX secolo con la crescita economica della Catalogna (e in misura minore del País Valencia) e le prime migrazioni interne allo stato spagnolo, l'inizio di una scolarizzazione se non di massa popolare, le concentrazioni urbane e l'affermarsi dei modelli culturali della grande industria, il catalano pare destinato a raffigurare il livello inferiore 53

4 di una situazione di bilinguismo diglossico castigliano/catalano estesa in Catalogna, Paese Valenziano e Isole Baleari, mentre nella Catalogna Nord il fenomeno corrispondente con il francese al posto della lingua A è ormai già stabilizzato. (Una discussione di questi problemi nodali nella storia della lingua catalana è presente in zone ampie della letteratura critica e investe campi di interesse e scelte metodologiche assai differenziate: cito solo per fare qualche esempio Rubió, 1958; Aramon, 1968; Coromines, 1972; Carbonell, 1979 e Grilli, 1979 per segnalare come un modello descrittivo diacronico sia ancora desiderio e bisogno in diversi settori della ricerca catalanistica). È noto, tuttavia, che con il movimento detto della Renaixenca a partire da una rivendicazione della lingua letteraria che è abitudine definire romantica, inizia un processo che tende a fare della ritrovata, e da ritrovare, unità e correttezza della lingua, la prima simbolica e cioè politica, richiesta di identità/diversità catalana (Molas, 1978; Grilli, 1979). Lungo questo processo si danno più di un miracolo, terribili arretramenti e forzate battute d'arresto, ma comunque si conferma tra rivendicazioni e realizzazioni una capacità catalana di autoriconoscimento linguistico che costituisce l'oggetto di una sezione nazionale della ricerca linguistica di proporzioni ormai ragguardevoli, con uno statuto scientifico solido e strumenti istituzionali non effimeri (Badia, 1976). Fatta questa sommaria premessa, è gioco forza ammettere che se è forse eccessivo escludere la possibilità di parlare oggi di standard a proposito del catalano come fa Aina Moli (Moli, 1979, p. 572), che è poi il Direttore Generale dei programmi linguistici del primo governo della Generalitat postfranchista risorta a stentata esistenza, lo standard non si può identificare con il catalano letterario attuale (Vallverdú, 1981a, p. 172). (Una posizione diversa e più estrema si trova in Aracil, 1975: «El català standard en la mesura en qué és efectivament reconegut i acceptat és una varietat quasi exclusivament escrita i llegida. El terme mateix "llengua literaria" insinua això.», p. 51). La lingua letteraria infatti non è soltanto il frutto di un complesso processo di normativizzazione della lingua e della cultura catalane emarginate e represse durante lunghi 54

5 periodi storici, ma è anche e soprattutto il risultato di una dialettica tra scrittura e tradizione: qui dominio o egemonia agiscono e ottengono risultati non omogenei a quelli che operano nel corpo sociale più esteso che esprime i comportamenti linguistici della comunità catalana. Si è già accennato implicitamente al fatto che la letteratura catalana dell'epoca classica o rinascimentale, così come quella della decadenza o più avanti ancora della renaixenga, non espressero mai un'opzione linguistica tanto univoca e sicura da proporsi come paradigma solitario, sia positivo che negativo. Il patrimonio sintattico della prosa classicista di Corella o la degradazione lessicale e i barbarismi dei barocchi, oppure il costumbrismo urbano di Emili Vilanova, non sono mai stati immagine, se non parziale, della lingua nel loro stesso momento di massima presa sociale e storica secondo un destino neppure tanto stravagante se si pensa alle vicende della lingua letteraria italiana e ai suoi rapporti con i 'dialetti' e gli stili dei suoi scrittori. Persino la biografia e la bibliografia del Grande Normalizzatore Pompeu Fabra sono prova di questa mobilità e curiosità che la lingua esprime e documenta negli scritti letterari. È davvero un peccato che nessuno abbia pensato all'opportunità di studiare l'opera di Fabra in modo serio: se si pensa a certi sprazzi di luce che sono stati fatti sul gruppo dewaveng di cui Fabra fu uno degli ispiratori (Pia, 1975) e all'utilità e alla produttività delle ricerche di storia della grammatica in un ambito come quello catalano (Sola, 1977) si può facilmente supporre quel che rappresenterebbe per vasti campi disciplinari poter disporre di un saggio complessivo sul linguista, sulla sua opera e sulla fortuna della riforma da lui promossa (cfr. i suggestivi cenni di Ferrater, 1978). D'altra parte il concetto di varietà linguistica che oggi torna prepotente all'attenzione dei linguisti di tutte le scuole (Silvestri, 1979), è sempre stato al centro degli interessi metodologici della catalanistica; basti pensare ai criteri ispiratori dei grandi repertori ideati da Alcover e Moli (DCVB) e Coromines (DCELC e DECLC). Viceversa un'attenzione allo standard inteso come svincolato, se non addirittura contrapposto alla lingua letteraria comune, è sentita come non congeniale non solo come è ovvio da parte degli studiosi di letteratura, 55

6 ma anche da parte dei linguisti. L'unità del catalano, la sua unità oltre le differenziazioni reali, oltre che di quelle indotte e interessate, e cioè il rigetto da parte dei catalani della situazione di diglossia imposta loro (Badia, 1977a, pp ), così come la sua unità e continuità nella storia (Coromines, 1972, pp ), sono testimoniate e garantite proprio dalla solidità della lingua comune letteraria, da Ramón Llull a Caries Riba (Aramon, 1968). È vero invece che ogni qual volta si è tentato di importare nella catalanistica rigide contrapposizioni del tipo standard vs dialetti vs linguaggi ristretti, esse si sono infrante al rapporto con la realtà. Se la lingua di Ausias March è inconcepibile e incomprensibile fuori da una conflittualità tra standard, dialetto e codice poetico nel XV secolo, la reidentificazione linguistica dei catalani la loro coscienza linguistica si affida periódicamente alla rilettura o all'adattamento della testualizzazione letteraria ausiasmarchiana: basterà citare i limiti, cronogicamente estremi, di Joan Pujol, epico cantore della battaglia di Lepanto, o di Raimon, cantautore degli anni della politicizzazione delle università. Anche in questo caso l'impossibilità di ridurre la storia della lingua a un suo spezzone oggi avvertita dagli studiosi (Varvaro, ) è per il catalanista una trasparente evidenza (e una difficoltà tuttora irrisolta). Analoghe considerazioni e forse più impegnative suggerisce un altro concetto, quello di norma, che è stato centrale nella stabilizzazione della cultura linguistica europea postsaussuriana (Rosiello, 1967, pp. 100 e ss.). Esso infatti è ben presente nella pratica didattica di cui ispira i criteri di valutazione e selezione, anche se, paradossalmente e con atteggiamento schizoide diffuso, viene relegato ai margini della coscienza scientifica e metodologica dell'insegnante di lingua e letteratura straniera. In vero anche i catalanísti hanno talvolta demonizzato la norma (o divinizzato, che è lo stesso in questo caso, almeno se si considerano i lunghi periodi), più spesso ne hanno però elaborato il desiderio e discusso l'utopia, cosicché nell'alternarsi degli atteggiamenti e dei programmi 'normativi', dal rigorismo accademico più settario nella sua solitudine e autocompiacimento, al lassismo e al particularismo più sfrenati nel propagandare libertà dialettali e anarchia ortografica, si è riusciti 56

7 almeno nei settori scientificamente più consapevoli a storicizzare quella norma che veniva invocata dagli uni come l'ancora di salvezza dell'unità della lingua e dagli altri come una coercizione grammaticale artificiosa. In questa direzione un contributo, che potremmo definire di critica della linguistica, la catalanistica lo ha già dato e con tratti potenti di originalità (Sola, 1977); ancora di più è possibile attendersi da una messa in relazione dei concetti di normativizzazione e di normalizzazione (Vallverdú, 1979a). Detto piuttosto grossolanamente la normativizzazione del catalano moderno è quel complesso processo che, iniziatosi con la pubblicazione delle Normes orfogràfiques dell'institut d'estudis Catalans nel 1913, cui segue la Gramática del 1918, si conclude (almeno provvisoriamente, nel senso che si conclude la tappa istituzionale) nel 1932 con la pubblicazione del Dicàonari General de la Uengua Catalana, noto come Diccionari Fabra o normatiu, il cui patrimonio è costantemente arricchito e precisato dalla Secció Filològica deltle.c.. Questa dinamica fu interrotta violentemente nel 1939 a seguito della sconfitta militare degli eserciti e delle milizie popolari che difendevano la Catalogna dalla aggressione franchista ed è ripresa con una qualche energia e successo solo negli anni sessanta, anche se una resistenza semiclandestina e tenace non è mancata neppure nel ventennio più buio della repressione (Benet, 1978). Obiettivo di tanti sforzi normativizzatori, e della accanita resistenza opposta a una nuova rovinosa dialettalizzazione della lingua letteraria, è quello di offrire al catalano una condizione grammaticale che gli alti e bassi della politica peninsulare hanno compromesso; codeste iniziative tendono dunque a garantire la tenuta di quello che potremmo chiamare il fronte interno della lingua. Analogamente sul fronte esterno la normalizzazione deve rappresentare la conquista/riconquista di tutte le capacità funzionali della lingua: dall'ufficialità pubblica a tutti i livelli istituzionali, alla scolarizzazione in catalano e all'integrazione degli immigrati, al controllo linguistico dei media e dell'informazione. Se osserviamo, poi, le cose più da vicino notiamo che normativizzazione e normalizzazione linguistica convivono anche ai livelli della descrizione linguistica e eluderli implica ormai costi piuttosto alti. Ad esempio prendendo in esame le descrizioni 57

8 del sistema fonologico delle vocali atone a partire dalle formalizzazioni saussuriane di Pompeu Fabra (Fabra, 1968a), passando a quelle di Alarcos Lorach (Alarcos, 1953); Badia Margarit (Badia, 1951 e 1968), Cerdà (Cerdà, 1968) fino alle più recenti ricerche di indirizzo trasformazionale (Wheeler, 1979), raramente esse dimenticano più o meno esplicitamente i problemi posti dalla coppia normativa/normalizzazione, mentre hanno avuto e hanno una valenza didattica accentuata. Questo ordine di considerazioni risulta ancor più evidente dalla lettura di un'opera di divulgazione come è il manuale di introduzione alla lingua e alla letteratura di Terry e Rafel ove, se adottiamo lo stesso modello di esemplificazione richiamato sopra, il sistema delle vocali atone viene presentato con l'ausilio del concetto di arcifonema, richiamandosi esplicitamente alla scuola di Praga (Rafel, 1977, p. 27) e si potrebbe fare altrettanto utilizzando un diasistema. Ovviamente questi paradigmi descrittivi, che pure appaiono e sono più potenti di quelli tramandatici dalla grammatica tradizionale, non sono neutrali (Varvaro, 1971), implicano infatti prima o poi una scelta che è possibile radicalizzare: si tratta dello stesso fonema, oppure di un altro fonema? I fonemi appartengono a uno stesso sistema, oppure a sistemi contrapposti? Finalmente risulta impossibile preservare i concetti stessi di sistema, di discretezza e di continuità del linguaggio. Ma se l'approdo, o almeno uno degli approdi possibili, di un'analisi descrittiva didatticamente operante com'è quella indicata, viene a essere il concetto di continuum linguistico, così come è stato formalizzato da DeCamp a partire certo non a caso da un esempio come quello giamaicano, in cui il conflitto linguistico opera secondo tracciati di apparente evidentissima distribuzione funzionale diglossica (Varvaro, 1978, pp ), possiamo dire che la descrizione sincronica della lingua non può prescindere da un'informazione sufficiente su quello che sono i suoi condizionamenti sociali: le categorie della sociolinguistica svolgono dunque un ruolo preciso e non secondario nella didattica e assolvono al compito importantissimo di rendere evidente la storicità delle grammatiche. Si vedano, per ottenere un effetto di immediata visualizzazione di quanto qui esposto, alcuni dei paradigmi richia- 58

9 mati nella Tabella n. 1 : tutti descrivono la stessa realtà linguistica, ma con strumenti concettuali non identici. Il catalanista, ma a questo punto anche lo studente di catalano, sono pertanto consapevoli che normalizzazione e normativizzazione sono indissolubilmente legati (in questa consapevolezza lo studioso di letteratura catalana scopre ragioni non effimere dell'antitolosismo della poesia quattrocentesca, così come dell'antifelibrismo dell'ottocento (Tavani, 1979 e Grilli, 1979); sanno anche che esse non sono che aspetti di una stessa realtà: quella dell'identità linguistica di etnie escluse o marginalizzate dai processi di centralizzazione e dall'imperialismo linguistico. Mi riferisco ai problemi posti alle lingue di cultura Vocali atone - modelli descrittivi Tab. 1 anteriors o palatals mitjanes altes tancades obertes baixes i \ \ \ : \ extrema mitjes \ è 1! ó/ 3 Ò' ^ /! O tí ' ' r/5 Ò i 'a U extrema Fonte: Fabra 1968 (ma 1933), p. 7 59

10 Clásico Á, À" L A T 1 N Vulgar Ejemplos CANTABAT A LENGUA LITERARIA Ejemplos cantava Vocal DIALECTO CENTRAL Ejemplos k? ntáb 9 E E, ì E e E LEGUMEN SECURU PÌSCABE llegum segur pescar e BfgÚ P?8ká I I LÌMITABE Mudar i linda Ó 5, u O e o MÓBIBE TÒBNABE CÌJBABE morir tornar covar u mori tiirna knbá ü u DÜBAEE durar dura Fonte: Badia 1951, p. 122 Catalán occidental Catalán oriental i U i /u Esquema pleno Esquema reducido e O Fonte: Rafel 1977, p. 27 a Leggenda tabella n. 1 Modelli diversi, storicamente datati, rispondono a momenti differenziati della ricerca linguistica, ma descrivono tutti un medesimo fenomeno, mentre costituiscono tappe didatticamente ancora operative nell'approssimazione a una conoscenza scientifica del catalano. 60

11 all'affermarsi di modelli di comunicazione verbale e non verbale che hanno origine in comportamenti linguistici dell'inglese (Els Marges. 1979). Su come vive, resiste o sopravvive, tema o rischi di morire una lingua sottoposta all'impero dei codici di comunicazione di massa elaborati e trasmessi in un'altra lingua, dominante, il catalano può dire molto e non solo si tratta di vani piagnistei e romantiche nostalgie del passato: è qui che l'esperienza catalanistica si fa viatico a una conoscenza più estesa e combattiva. (Si veda, per non fare che un solo esempio, l'estensione politicologica a livello areale iberico dell'esperienza catalana testimoniata da López del Castillo-Riera, In questo caso la datazione del contributo all'indomani della stabilizzazione costituzionale del Portogallo e della morte di Franco in Spagna è rilevante. Un'altra attestazione, già di una fase storica successiva, ma ugualmente paradigmática, è offerta dal documento del PSUC (Partit Socialista Unificat de Catalunya) del luglio 1980: Criteris per a un Estatuí de la llengua catalana, primo sintomo di come la politica linguistica alla fine della transizione postfranchista diventi una delle articolazioni fondamentali delle istituzioni democratiche spagnole, osservazione questa che ovviamente non vuole entrare nel merito delle valutazioni o delle proposte contenute nel documento.) Su di un altro piano, e sempre in relazione con la tematica normativa, l'apprendimento del catalano si offre come esperienza paradigmática. Mi riferisco a quella interdipendenza e storicità del rapporto tra statuto esterno della lingua e sue leggi interne. In questa direzione ai livelli elementari eppure inelusi dell'insegnamento quelli del giusto/sbagliato per l'insegnante di catalano è doveroso trasmettere l'informazione e allo stesso tempo problematizzarla, praticando sia pur modestamente, quella coscienza della lingua integrata di teoria e prassi che è stata la filigrana utopistica di tutte le grandi costruzioni teoriche sulla lingua. Anche in relazione ai concetti di lingua e dialetto, gergo, idioletto, ecc. l'apprendimento del catalano rende immediatamente operativi strumenti di indagine e teorie non convenzionali; tuttavia piuttosto che accennare alle ulteriori potenzialità didattiche che si offrirebbero in questa direzione, vorrei segna- 61

12 lare il ruolo che il catalano e la calatanistica hanno avuto e hanno in due campi di ricerca tanto ampi e attuali quali sono l'etnolinguistica e la sociolinguistica (Veny, 1965 e 1980). In entrambi i casi l'esperienza del catalano è servita a smitizzare molte panacee e modelli descrittivi tendenziosi e consolatori, a contribuire a consegnare quel che spetta a ciascuna branca disciplinare, chiarendo l'autonomia e delineando le finalità di un sapere a mezza strada tra la ricerca scientifica e la gestione del potere come è la politica linguistica, ecc. Basterà qui accennare alla discussione cui Aracil ha sottoposto il concetto di bilinguismo, criticandone le molte ambiguità e l'escamotage che opera su molte realtà conflittive; oppure alla polemica che Vallverdú mantiene nei confronti del diglossocentrismo, che il continuo sovrapporsi di lingua A e lingua B può offrire il fianco a paradossali capovolgimenti e travisamenti di concreti e ben reali conflitti linguistici; finalmente come ha chiarito Badia Margarit le lingue in contatto connotano di affettività i loro rapporti e nei portatori di una varietà linguistica determinata (nel nostro caso: i catalanoparlanti) si fa esplicita una non accettazione della condizione diglossica che si tende a imporre loro divenendo coscienza linguistica della differenza, una differenza che immediatamente e continuamente intende scavalcarsi e straripare nel sociale. (Aracil, 1966; Vallverdú, 1973 e 1979a; Badia, 1977a e b). A questo punto credo che si possa affermare che la storia recente delle alterne vicende della lingua catalana rende consapevole lo studioso o lo studente che parlare di bilinguismo castigliano/catalano è in realtà fornire copertura democratica alla situazione di diglossia: lingua A castigliano/lingua B catalano; che però la diglossia non può di nuovo essere invocata se non in presenza di un vero rapporto di lingue in contatto descritto nella sua concreta entità conflittiva. Scopertamente: non è corretto capovolgere il discorso e ai primi cenni di normalizzazione linguistica del catalano cioè di lotta antidiglossica efficace accusare la lingua B di costituirsi in lingua A ai danni del castigliano. La minaccia di morte per il castigliano e le sorti della popolazione immigrata in Catalogna sono strumenti atti alla retorica politica, ma non possono legittimarsi in altri ambiti. Sappiamo ormai troppo bene che la scienza non è neu- 62

13 trale e sappiamo anche che l'umanità è giunta a uno stadio di evoluzione che rende ineludibile una certa divisione del lavoro intellettuale; ebbene questo è uno dei casi in cui il sapere scientifico specialistico può dimostrare di non essere inerte e operare la verifica dei poteri; la sociolinguistica catalana non ha eluso questi problemi. Risulta infatti di immediata evidenza il rilievo di codesto contributo per la più generale comprensione di complesse fenomenologie linguistiche, perché indica con chiarezza i meccanismi con cui opera l'oppressione linguistica, un'oppressione che appare spesso celata nei paesi in via di sviluppo da diverse barriere, comprese le barriere della fame e della sopravvivenza fisica di intere etnie. Tuttavia non è di minore importanza che l'esperienza del catalano renda esplicita una richiesta di un certo tasso di resistenza alle lingue che non vogliono morire che le differenzi dalle infinite minoranze sparse per la galassia, affinchè la morte naturale di queste non giustifichi il genocidio di quelle. Il senso e il peso della differenza, così come la richiesta ultimativa di giustizia, sono stati indicati assai bene da Salvi 1973 e 1975, anche se qualche correzione al suo discorso si rende necessaria se si vuole evitare una proposta in chiave di 'minoranze' dei vecchi populismi sorti nel XIX secolo al riparo, o addirittura come supporto, dei nazionalismi imperialistici. Cosa significhi questo richiamo, che a taluni potrebbe anche apparire eccessivamente realistico e privo di quella carica utópica che pare connaturale a quanti si occupano di campi disciplinari ridotti, potrà essere facilmente spiegato con l'ausilio di un contributo che Francese Vallverdú ha in corso di pubblicazione in un suo libro miscellaneo di sociolinguistica catalana che stamperà la casa editrice Península (cfr. la Tabella 2). In esso attraverso il campione offerto dall'attività delle case editrici in lingua catalana è possibile notare l'effetto immediato della fine della dittatura (1975/1976) e delle aperture propiziate dalla transizione (1977/1980) nella crescita costante e ininterrotta della porzione di mercato libraio guadagnata dalla lingua catalana (Vallverdú, 1981). Né è da trascurare il valore che l'osservazione e la comprensione dei fenomeni cui ho accennato possono rivestire per rileggere intere pagine della storia linguistica del passato, una storia che, almeno in parte, dovette svolgersi 63

14 Tab r / 1.132/ 1.015/ A 700? 740Ì L J 300 L I 1 I : l 100 -_ i II 1 1 li*m4 ro in o.. fm l'~ 5Q \ Fonte: Vallverdú 1981b, p. 104 l l l l t l f l O»Ó IO >O / 855/ / J 413 / A [426/ / 370 \ 294/ / --' II \ O IO O in o O\ NO O\ \o r- r~- oo O\ Os O^ Leggenda tabella n. 2. La morte del Dittatore e la crisi del sistema istituzionale franchista imprimono un'impennata alla produzione editoriale in catalano, benché i vecchi condizionamenti culturali e sociali negativi continuino a operare oltre i cambiamenti della scena politica. /

15 secondo processi in qualche modo simili, come di recente ha suggerito Alberto Varvaro (Varvaro, 1979). Probabilmente più d'uno si sarà accorto che il superficialissimo itinerario che abbiamo percorso ha già smontato qualsiasi pretesa di neutralità sia della ricerca linguistica, sia dell'insegnamento anche pratico di una lingua storico-naturale. La linguistica catalana non è mai stata neutrale, né ha permesso mascheramenti: da Meyer-Liibke a Menéndez Pidal, da Gerhard Rohfs a Mossèn Alcover, da Polripeu Fabra a Joan Coromines, fino ai più giovani linguisti della mia generazione (Joan Sarda, Maria Grossmann, Max Wheeler, Sebastià Serrano, Joan Argente e tanti altri), è stata sempre schierata, a volte addirittura con compromissioni politiche militanti eccessive, fossero esse ingenue o interessate. Tuttavia alla fine tra il dare e l'avere è risultato che quell'impegno, o quella affettività, risultavano ampiamente produttivi anche a livello squisitamente scientifico (Badia, 1977). Dell'insegnamento del catalano, poi, condotto più volte nella storia in condizioni abituali per la propaganda settaria o la cospirazione, forse vai meglio tacere pudicamente A questo punto, però, e senza false modestie, è pur giusto riconoscere che gli studiosi di letteratura catalana non hanno mai fatto orecchio da mercante ai risultati e alle ipotesi di lavoro dei colleghi linguisti, né in vero avrebbero potuto se, come ho accennato sopra, una delle caratteristiche specifiche della ricerca sociolinguistica e linguistica in generale di area catalana è stata quella di negare rigide contrapposizioni tra linguaggi, compresa quella tra standard e lingua letteraria. È anzi accaduto che i letterati abbiano usato perìfrasi linguistiche per formulare programmi di poetica che ritenevano tatticamente di dover presentare analogicamente: è il caso di Caries Riba negli anni trenta (Grilli, 1974). Naturalmente è altrettanto vero che i linguisti hanno sempre reso il prestito: così Badia Margarit negli anni sessanta ha ripreso (cioè ha preso per buona) la metafora di Riba con evidenti e omologhe finalità di schermo (Badia, 1964, pp ). Non vorrei, però, che alla fine si avesse un'idea di collaborazione a bassi livelli e di uno scambio di opportunismi, storicamente motivati e finalizzati, ma pur sempre opportunismi: l'estremismo degli esempi addotti aveva scopertissime intenzio- 65

16 ni didattiche e non esclude altre e più ricche interferenze. Sappiamo tutti come e quanto negli ultimi venti anni la linguistica abbia contribuito a innovare con suggestioni, metodologie, modelli di ricerca e paradigmi interpretativi la scienza della letteratura; oggi comincia a prospettarsi un nuovo fronte che dovrebbe condurre all'incontro con la cosiddetta 'nuova storia'. Anche in questa attualissima direzione la linguistica catalana ha svolto, e più ancora può svolgere, un ruolo importante nel riempire (almeno nel desiderio di riempire) i tanti buchi neri di una conoscenza che cominciamo a riconoscere come ancora fortemente condizionata da pregiudizi e ideologie caduchi. BIBLIOGRAFIA E. ALARCOS LLORACH, El sistema fonemàtico del catalán, in «Archiviimi» n. 3 (1953), pp R. ARAMON I SERRA, Problèmes d'bistoire de la langue catalane, in La Linguistique Catalane. Colloque International... Strasbourg Actes publiés par A. Badia Margarit et Georges Straka, Paris 1973, pp L. V. ARACIL, Un dilema valencia. A valencian dilemma, in «Identity Magazine» n. 24 (1966). L. V. ARACIL, Calala standard i didectes, in «Sant Joan i Barres». Publicació trimestral del Grup Rossellonès d'estudis Gatalans, n. 51 (tardor 1975), pp L. V. ARACIL, Conflit linguistique et normdisation linguistique dans l'europe nouvelle, Perpinyà A. M. BADIA I MARGARIT, Gramática histórica catalana, Noguer, Barcelona A. M. BADIA I MARGARET, Llengua i cultura ds Pasps Caldani, Edicions 62, Barcelona A. M. BADIA I MARGARET, Phonétique et phondogie catalane*, in La Linguistique Caldane, ót., pp A. M. BADIA I MARGARIT, Cap a una sockongúísfica caldana, Instituto de Estudios Herdenses, Lleida A. M. BADIA I MARGARIT, Vint-i-dnc anys d'estudis sobre la llengua i la literatura catdanes ( ). La llengua, Publkacions de l'abadda de Montserrat, Montserrat A. M. BADIA I MARGARIT, Ciencia i pasmó dìns la cultura caldana, Publicacions de l'abadia de Montserrat, Montserrat A. M. BADIA I MARGARIT, Lenguas en contacto: bilingüismo, diglossia, lenguas en convivencia (con especial aplicación al catalán), in Comunicaáón y lenguaje, Karpos, Madrid

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