IL SUICIDIO ECONOMICO DELL ITALIA

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1 IL SUICIDIO ECONOMICO DELL ITALIA La crisi economica mondiale che stiamo attraversando mi appare sempre più simile a quella del 1929 ed ugualmente sbagliate mi sembrano le politiche adottate per contrastarla. Angela Merkel e Nicolas Sarkozy che hanno guidato in questi ultimi anni la politica economica europea, hanno indossato i panni dei severi guardiani dei conti pubblici e del forte valore dell euro per fronteggiare la crisi, ma tutti sanno che il vero obiettivo dei due era quello di risolvere le questioni elettoralistiche interne dei rispettivi paesi. Hanno scambiato molti sorrisi e moltissime gentilezze con i Premier degli altri paesi dell Eurozona, mentre la situazione economica europea è andata peggiorando sempre di più ed ora si avvia verso il tracollo per i paesi più deboli. Ma vediamo cos è la crisi economica: è la riduzione drastica della produzione, dell occupazione, degli stipendi, dei consumi e degli investimenti. Tutte queste grandezze devono invece crescere per assicurare il benessere della popolazione. Nel 1929 la crisi si manifestò in maniera improvvisa. Il giovedì 24 ottobre, si ebbe il primo giorno di panico a Wall Street e, successivamente, il martedì 29 ottobre si ebbe il crollo definitivo della borsa che non fu la causa della crisi, ma la conseguenza. La crisi infatti aveva origini ben diverse: le politiche monetarie dei vari paesi che tendevano a difendere la forza del dollaro, della sterlina e del marco, ma soprattutto l eccesso di credito. Dopo la prima guerra mondiale gli Stati Uniti apparivano enormemente cresciuti economicamente e da paese debitore, erano divenuti il principale paese creditore del mondo ma soprattutto dell Europa. L aumento delle quotazioni della borsa di New York nel periodo precedente alla crisi non era collegato all aumento dei dividendi delle azioni, bensì alla sola speculazione: i prezzi crescevano ed era vantaggioso comprare per rivendere, senza preoccuparsi della bontà dei titoli. Per il possesso di questi titoli, proprio grazie all abbondanza del credito, tutti gli investitori ricorrevano alle banche. Fu così che tra il 1925 e il 1929 il valore dei titoli scambiati raddoppiò, mentre non era affatto aumentato l effettivo valore delle imprese collegate a questi titoli: questa situazione viene chiamata dagli economisti una bolla speculativa. Il crollo del valore delle azioni si trasferì subito nel crollo degli investimenti e nella necessità delle imprese di vendere subito la merce prodotta ed a prezzi più bassi. Vediamo perché la crisi si trasferì subito anche alle banche: il fatto che la produzione delle industrie dovesse essere venduta a prezzi bassi, e che gli agricoltori, per la caduta anche dei prezzi agricoli, fossero costretti ad accontentarsi di un guadagno minimo, ebbe subito conseguenze sulle banche perché sia l industria che l'agricoltura erano enormemente indebitate. Compromesse dalla caduta delle vendite e dei prezzi, un grandissimo numero di imprese non fu in condizione di pagare i debiti alle scadenze,

2 mentre le banche erano pressate anche dai loro clienti che volevano la restituzione delle somme depositate. Nell autunno del 1929, dopo il crollo della borsa, gli americani cominciarono allora a richiamare improvvisamente i capitali prestati all Europa sottraendoli alle attività in cui erano investiti. E la crisi divenne mondiale. Il fallimento delle maggiori banche americane, infatti, non poteva non ripercuotersi anche sugli inglesi che si videro richiamare l enorme quantità di prestiti a breve concessi negli anni precedenti senza però essere in grado di restituirli in quanto quegli stessi capitali erano stati investiti a medio e lungo termine. Era la fine anche dell impero commerciale inglese. Ma ora veniamo alla politica. La reazione del presidente americano Hoover, fu sbagliata sia perché si rifiutò di porre mano a un piano di pubblica assistenza per le famiglie che, impossibilitate a pagare i mutui, persero, dopo il lavoro, anche la loro casa, sia perché si rifiutò di svalutare il dollaro ed aumentare la spesa pubblica. La disoccupazione mondiale fu aggravata quindi dalle politiche adottate dai governi che miravano solamente ad evitare conseguenze sui bilanci statali: riduzione degli stipendi e salari, aumento della tassazione diretta anche su stipendi e salari, e drastica riduzione della spesa pubblica: proprio come sta avvenendo in Italia nella crisi attuale. La politica di contenimento della spesa pubblica e di salvaguardia del valore del dollaro promossa da Hoover, è da considerarsi una delle principali cause della ingente disoccupazione mondiale. Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti portarono, infatti, alla inevitabile sconfitta di Hoover e della sua politica ed alla vittoria di Roosevelt. Il sistema economico capitalista nel 1929 parve essere sull orlo di un completo collasso. Erano indispensabili provvedimenti drastici, ma prima di poter salvare il sistema era necessario comprendere meglio la malattia. E questo fu il compito affidato all economista Keynes il quale spiegò come il liberismo economico deve essere sospeso nei periodi di crisi. La depressione, infatti, nasce dal fatto che una riduzione degli investimenti, si riflette in una riduzione della produzione dei beni strumentali (cioè di quei beni che servono per produrre) nei quali gli investimenti normalmente si indirizzano. Da qui una riduzione nell occupazione e dei consumi da parte di chi percepisce il reddito ed è interessato in tale produzione. Di conseguenza, peggiorano le prospettive di guadagno di altri gruppi di imprenditori e con esse diminuisce ulteriormente l incentivo ad investire. Cadono così ulteriormente i consumi, attraverso una serie di reazione a catena per effetto delle quali la situazione, in fatto di occupazione, produzione, prezzi e profitti, tende a peggiorare da se stessa. In particolare, gli imprenditori non hanno convenienza ad utilizzare nei nuovi investimenti il risparmio accumulato da chi percepisce il reddito (e quindi ha in tasca i soldi che potrebbero salvare il sistema).

3 Il nodo della crisi risiede proprio in questa discordanza tra le decisioni di chi ha i soldi, che ritiene conveniente non consumare e risparmia, e non investe direttamente il danaro risparmiato, e le decisioni degli imprenditori, che non ritengono conveniente utilizzare tale denaro per aumentare i loro investimenti e, quindi, la domanda di beni strumentali. Keynes ha spiegato che solo lo Stato (nel nostro caso l Europa) può arrestare il processo di perdita di velocità del sistema economico. Ciò può ottenersi solamente attraverso una mirata spesa pubblica addizionale, che deve essere effettuata tempestivamente per invertire la tendenza e ricondurre il sistema verso posizioni di pieno impiego, mantenendo una situazione di prezzi stabili. Dopo di che l intervento statale deve cessare. Roosevelt mise in pratica proprio la politica Keynesiana. Il 1933, infatti, segnò una svolta importante nella crisi americana perché Roosevelt si adoperò finalmente per la svalutazione del dollaro e stimolò la spesa pubblica (quella che viene chiamata spesa corrente), intraprendendo un vasto programma di opere pubbliche. Per l Italia, ricordo a tutti che il fallimento delle banche italiane (legate a filo doppio con le grandi imprese in una fratellanza contro natura) si ebbe in ritardo, nel 1931, quando tutte le industrie italiane erano entrate ormai nel marasma della crisi economica.

4 Nella figura precedente si vede una delle azioni acquistate l 1 gennaio 1929 e trovate da me nell archivio di famiglia. Il Banco Commerciale di Calabria nacque come Società Anonima per Azioni in Cosenza nel 1928, proprio alla vigilia della grande crisi economica. Non si poteva scegliere un momento peggiore per investire e questo vale ovviamente anche per la mia famiglia che ha comperato le azioni. Queste sono le cedole collegate con le azioni e che servivano alla riscossione dei dividendi. Sono state staccate fino al 1930, il 1931, come già detto, tutte le grandi banche furono travolte dalla crisi e chiusero l attività, figuriamoci un piccola banca di provincia! Il Banco Commerciale di Calabria fu infatti assorbito, il 23 giugno 1933, dalla Banca Commerciale Italiana. Vediamo il modello italiano per uscire dalla crisi: Mussolini affidò ad Alberto Beneduce il compito di approntare un piano per il salvataggio dell economia nazionale. Figlio di un tipografo del napoletano, Beneduce era un socialista riformista e si era sempre rifiutato di chiedere la tessera del PNF (aveva chiamato una figlia Vittoria Proletaria, e l altra, che si chiamava Idea Nuova, era sposata con un giovanissimo Enrico Cuccia, futuro capo di Mediobanca).

5 La riduzione della spesa pubblica era stata uno dei punti fermi delle politiche adottate nella prima fase della crisi da tutti i paesi. Ora, con il piano di Beneduce, in Italia si ritornò a privilegiare la spesa pubblica e, nel gennaio 1933, fu inventato l'i.r.i (il notissimo Istituto per la Ricostruzione Industriale) di cui lui stesso fu il primo Presidente. Con l'i.r.i. si ottenne la riorganizzazione gestionale e produttiva del sistema industriale ma soprattutto furono finanziate, rilevando le azioni, le maggiori banche come la Comit, il Credito Italiano e la Banca di Roma che ripresero l attività. Beneduce salvò naturalmente anche la Banca d Italia trasferendo allo Stato tutti i suoi debiti contratti dalle imprese. Lo Stato divenne così proprietario di una grossa fetta di grandi imprese italiane. Si mise mano, poi, ad un piano sociale simile a quello Roosevelt affiancato da grandi bonifiche e lavori pubblici in larga scala. Furono costruite strade e ferrovie e addirittura nuove città come Latina (Littoria), Sabaudia, Aprilia, Guidonia, Carbonia e Pomezia. In Italia, per l uscita dalla crisi fu necessario quindi attendere fino al ma, comunque ne uscì. La lezione della storia però, non viene fatta propria dall attuale classe politica europea che, come ha scritto recentemente un grande economista, Paul Krugman, sul New York Times in un articolo (Europe s Economic Suicide), i politici europei sono incredibilmente autolesionisti con in testa solo idee e politiche fallimentari e continuano imperterriti di fronte agli effetti devastanti di queste politiche sulle loro economie e sulla loro gente. Afferma Krugman che tutto questo porterà al suicidio economico dell Europa e fa l esempio della Spagna che con le prescrizioni di austerità imposte da Berlino ha una disoccupazione del 23,6 % e quella giovanile del 50% e nonostante la durissima austerità, i rendimenti dei bonds spagnoli crescono: la politica economica spagnola di lacrime e sangue non serve a nulla! Succede esattamente quello che gli studiosi di economia (quelli veri) avevano detto che sarebbe successo: tutti queste politiche di riduzione del deficit, in questo momento storico (depressione dell economia) spingono ancora di più verso la depressione, cioè verso il baratro e per di più non riducono affatto il deficit! Anche l attuale Governo italiano è chiuso in una bella camicia di forza, in parte imposta da Berlino ed in parte prodotta in casa nostra: - il principio del pareggio di bilancio dello Stato, inserito nella Costituzione, impedisce le politiche keynesiane di Roosevelt; - il patto di stabilità impedisce ai comuni di effettuare investimenti anche a livello locale; - la riduzione degli ammortizzatori sociali produce una forte riduzione della spesa pubblica anche nel sociale, dove servirebbe di più; - l aumento indiscriminato della tassazione, dell IVA e delle accise riduce fortemente i consumi; - l euro forte riduce le possibilità di esportazione.

6 Spero veramente di sbagliare, ma le considerazioni fin qui esposte mi portano a pensare che se i super tecnici del Governo cercheranno di portare a termine con freddezza il risanamento dei conti pubblici e continueranno in questa folle politica autolesionista (lo ripeto: è folle in questo momento storico), prima che dell Europa, sarà il suicidio economico dell Italia. Francesco M. Amato

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