Chagall. Domenica. Fiabe. Un immigrato si familiarizza con la lingua del paese di. perdute. di Repubblica. Repubblica Nazionale

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1 Domenica La DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009 di Repubblica l attualità Welby, diario di un uomo in rivolta ADRIANO SOFRI e PIERGIORGIO WELBY cultura Il cinema che raccontava la fabbrica NOVELLI, OLMI, QUENEAU e SOLDATI SIEGMUND GINZBERG Un immigrato si familiarizza con la lingua del paese di adozione facendosi leggere e rileggere dalla moglie le favole di La Fontaine. Talvolta la ferma al punto in cui il poeta fa la morale: «Questa puoi saltarla». Poi, quando ormai le conosce a memoria, le dipinge con una fantasmagoria di colori gioiosi, brillanti e sgargianti, quasi pop, che accentuano, anzi fanno esplodere l elemento ironico, fiabesco, surreale. Lui è già un pittore famoso, non un esordiente. L editore che gli ha commissionato le tavole è uno dei più grandi collezionisti d arte dei suoi tempi. Mal gliene incoglie però. Gli rinfacciano di tradire il più elegante, «il più cartesiano e il più lucido» dei poeti francesi del Seicento, una gloria della cultura occidentale, facendolo illustrare dalla «barbarie urlata ispirata al colore di un orientale». L immigrato è russo. E per giunta ebreo. Che sarebbe a dire, per quei tempi, peggio che extracomunitario. Nella sua città natale, Vitebsk, ora Bielorussia, era stato registrato all anagrafe come Moshva (Mosè) Shagal. A Parigi si sarebbe fatto chiamare Marc Chagall. L editore per cui lavora si chiama Ambroise Vollard. Ha già fatto fortuna lanciando Cézanne, Matisse, Gauguin, Van Gogh, e un altro Fiabe Le perdute Chagall di immigrato, Picasso. Ma gli rimproverano di aver montato soprattutto artisti «stranieri e semiti». Chagall gli ha già illustrato Le anime morte di Gogol, ma con incisioni, in bianco e nero. Gli illustrerà poi, sempre con incisioni, I profeti della Bibbia. Per il progetto La Fontaine si butta invece sul colore, inventando nuovi impasti, ricchi, corposi, talvolta addirittura quasi violenti. Non sono più nemmeno i colori notturni, spenti, tristi della Russia della sua infanzia, che pure lo avevano reso celebre. Sono colori solari, che scintillano di allegria, sono i colori del paesaggio francese e del Mediterraneo, che Chagall ha appena scoperto, sono i colori di Cézanne, di Matisse, dei Fauves, non più quelli dello shtetl, del villaggio-ghetto. Ecco qualche esempio. Un cuoco brillo scambia un cigno per un oca e sta per sgozzarlo. Quello intona un lungo dolcissimo lamento e salva il collo perché l ubriaco lo riconosce. «Questo per dire che il saper parlare/ con voce dolce e con parole belle/ consente a volte/ di salvare la pelle», la morale della favola. Noi, come Chagall, come probabilmente anche La Fontaine, sappiamo che talvolta è così, talvolta no. Il cigno dell illustrazione potrebbe benissimo rappresentare uno dei protagonisti delle bellissime Storie di uomini e animali di Scholem Aleykhem. (segue nelle pagine successive) Cento gouaches per illustrare le storie di La Fontaine Poi il progetto fallì, i dipinti furono messi all asta e dispersi Ora un libro li ha riuniti spettacoli E la chitarra inventò il rock EDMONDO BERSELLI i sapori Verdure ripiene, cenerentole a palazzo LICIA GRANELLO e MASSIMO MONTANARI le tendenze I mille look dell abito da giorno LAURA ASNAGHI l incontro Zaha Hadid, spazi per sentirsi bene CLOE PICCOLI ILLUSTRAZIONE MARC CHAGALL

2 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009 la copertina Le fiabe perdute Nel 1926 un editore parigino chiese al pittore di illustrare cento racconti di La Fontaine. L idea non andò mai in porto: troppo russo e troppo ebreo quell artista nella Francia dell antisemitismo e dell affaire Dreyfus, e nell Europa dei primi totalitarismi. Le tavole andarono disperse. Oggi Donzelli ne ha recuperate quarantatré e fa rivivere quel progetto geniale IL MUGNAIO, SUO FIGLIO E L ASINO Il viaggio di padre e figlio per vendere il somaro LA PERNICE E I GALLI Una pernice poco rispettata da galli rissosi IL LUPO E LA CICOGNA La cicogna salva il lupo ma senza ricompensa L ASINO CARICO DI SPUGNE Affoga per imitare l asino carico di sale Chagall e il colore delle favole SIEGMUND GINZBERG (segue dalla copertina) Ma la differenza è che quelle, pur essendo anche loro deliziose favole per bambini, sono di una tristezza struggente, fanno venire i lacrimoni agli occhi. Mentre Il Cigno e il cuoco così illustrato trasmette allegria. E forse più per i colori da Costa Azzurra che per il lieto fine. Tutti sappiamo come va a finire Il lupo e l agnello. Esaurite le scuse, quello finisce divorato «senza neanche la farsa di un processo». Ma nell illustrazione ci si può per un attimo illudere che il lupo cattivo e il tenero agnellino stiano giocando. Chagall non si limita a illustrare La Fontaine, come altri avevano fatto, egregiamente, per secoli. Lo interpreta, aggiunge qualcosa. Quel che aggiunge in genere è una nota di ottimismo. Ma altre volte una nota di ulteriore ironia. Ad esempio, ne Il lupo, la volpe e la sentenza della scimmia, il poeta di corte del Re Sole chiaramente parteggia per la scimmia, che è il giudice chiamato a dirimere la querela del lupo contro la volpe. Quel giudice condanna entrambi, querelante e querelato, a rischio di contraddirsi: «È inutile che sprechiate tanto fiato,/ vi conosco fin troppo, amici cari./ Pagherete l ammenda, siete pari:/ tu, lupo, per avere simulato/ un furto mai subìto,/ e tu, volpe, per aver rubato/ più di una volta, e a vari proprietari». Non esattamente l ideale della giustizia, da cui ci si aspetterebbe un «sì, sì», o un «no, no». Tanto che nelle edizioni successive La Fontaine dovrà difendersi dalle critiche addossando la responsabilità delle contraddizioni alla sua fonte, ad Esopo. Chagall nel dipingere la scena va oltre: ironizza su tutti e tre, scimmiesco magistrato compreso. Tra il 1926 e il 1927 Chagall aveva realizzato un centinaio di gouaches sulle Favole. Ma non se n era poi fatto nulla. Il libro a colori non sarebbe mai uscito. Non si hanno spiegazioni convincenti del perché. Si disse che Vollard avrebbe rinunciato perché le prove di stampa a colore non erano riuscite bene. Più tardi Chagall avrebbe ripiegato su incisioni con gli stessi soggetti. Sarà anche andata così. Ma qualcosa non quadra. La Francia continuava ad accogliere immigrati, era un polo d attrazione per gli intellettuali da ogni angolo d Europa. Ma in fatto di avversione agli stranieri tirava già una brutta aria, anticipava, come spesso succede, il peggio a venire altrove. Avevano tradizioni da vendere, erano stati già nei decenni precedenti all avanguardia in Europa in fatto di nazionalismo e antisemitismo. Avevano dato punti a tutti col caso Dreyfus. Non è così sorprendente che abbiano in qualche modo anticipato il linciaggio dell arte d avanguardia straniera inscenato dai nazisti qualche anno dopo la loro ascesa al potere in Germania. Nell inaugurare a Monaco nel 1937 la grande mostra sull Arte degenerata, Hitler aveva ironizzato sui dipinti «con cieli verdi e mari viola», e proposto la sterilizzazione e il ricovero forzato nei manicomi dei «disgraziati» che «dipingono così perché vedono le cose così». Tra le 730 opere forzosamente sequestrate e additate all infamia c erano diversi Chagall. In Francia avevano ottenuto lo stesso effetto, senza nemmeno dover instaurare un nuovo regime: di violenza gli bastava quella esercitata attraverso i giornali. In quel clima Vollard forse semplicemente non aveva altra scelta. Erano gli anni in cui l editore Grasset scopriva e pubblicava l ebrea russa Irène Némirovsky. Ma forse lo faceva anche perché gli ebrei dei suoi romanzi, a cominciare da quel David Golder, il cui protagonista ricalca la figura del padre banchiere dell autrice, accomodavano certi cliché antisemiti. Gli artisti immigrati cercavano disperatamente di integrarsi, farsi francesi. La Némirovsky scriveva in francese, sua figlia era nata a Parigi, ma nessuno della famiglia riuscì mai a ottenere la cittadinanza francese. Si convertirono ostentatamente, forse addirittura con convinzione, al cattolicesimo. Ma nemmeno questo bastò a salvarli dal treno per Auschwitz e dalla camera a gas. A Chagall invece la cittadinanza la concessero. Sia pure parecchio dopo che l aveva chiesta: nel 1937, quando al governo c era la sinistra, col Front populaire. Ringraziò colorando coi colori del tricolore l ultima versione del tema ricorrente della coppia innamorata. Poi evitò il peggio perché riuscì ad ottenere un visto per New York. Morì ricco e onorato, nel suo castello, a novantasette anni, nel Ma l ansia di assimilazione talvolta fa brutti scherzi a chi s è visto per tutta la vita additare come diverso. S è detto che Chagall è «il più ebreo dei pittori ebrei». Persino i suoi Cristi crocifissi sono innanzitutto ebrei. Eppure era laicissimo. A differenza della Némirovsky e del suo amico Maritain o della sua contemporanea Simone Weil, non risulta si sia mai convertito. Di cose di religione, a quanto pare, non si curava molto. Ma è sepolto in un cimitero cattolico, sotto una croce, perché così volle l ultima moglie, Valentine, Vava Brodsky, ebrea ma convertita. Le sue illustrazioni alle Favole erano un omaggio a La Fontaine, un inno alla cultura e ai colori della Francia. Trasudano felicità. «Quelli sono stati i nostri anni più felici», avrebbe confessato. L ironia amara è però che queste tavole, concepite per esprimere la felicità di vivere in Francia, non furono pubblicate in Francia. Caduta l idea del libro d arte, nel 1930 le tavole erano state esposte in tre mostre, a Parigi, a Bruxelles e a Berlino, per essere subito dopo vendute ad acquirenti privati. L editore forse pensava così di recuperare le spese. Nessun museo si fece avanti per evitare la dispersione. Né nessuno da allora è riuscito a mettere insieme e recuperare tutte e cento le illustrazioni. Solo a metà anni Novanta il Museo Chagall di Nizza e il Musée d Art Moderne di Céret sareb- IL TOPOLINO TRASFORMATO IN FANCIULLA La ragazza, ratto in origine, sposerà un topo IL LUPO, LA VOLPE E LA SCIMMIA La scimmia magistrato emette una sentenza L UCCELLO FERITO DA UNA FRECCIA La tragedia di un uccello colpito dall uomo L ASINO E IL CANE La mancata solidarietà tra asino e cane

3 DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 IL LIBRO Da domani è in libreria Favole a colori, le fiabe di Jean de La Fontaine illustrate da Marc Chagall La traduzione è di Maria Vidale ed è completamente nuova rispetto a quella ottocentesca di Emilio De Marchi Il volume (180 pagine, 43 illustrazioni a colori, 24 euro) è edito da Donzelli I DUE TORI E LA RANA Un toro in pena si vendica sulle rane IL LEONE DIVENTATO VECCHIO I sudditi si ribellano al re della foresta In copertina, un particolare da La rana che voleva diventare grossa come il bue bero riusciti ad esporne una parte. Di una trentina i curatori erano riusciti a rintracciare almeno l ubicazione, anche senza riuscire ad esporle. Di un altra trentina, si sono invece perse del tutto le tracce. Si tratta per lo più dei dipinti venduti a Berlino. Solo tre anni prima della nomina di Hitler a cancelliere. Tra la favola e l orrore talvolta i tempi sono stretti. Il catalogo pubblicato nel 1995 dalla Réunion des musées nationaux presentava quarantatré gouaches. Sono esattamente quelle che l editore Donzelli ora pubblica e presenta per la prima volta al pubblico italiano con il titolo Favole a colori, affiancando ciascuna alla rispettiva favola di La Fontaine in una nuova, sorprendentemente brillante traduzione in versi di Maria Vidale, che dell originale riproduce non solo il ritmo ma anche buona parte della verve ironica. «Si tratta di un tentativo e di una scommessa. A un certo punto ci eravamo accorti che l unica traduzione ancora corrente, in quasi tutte le edizioni attualmente in commercio, era quella di Emilio De Marchi, che risale al 1867, e, con tutti i suoi meriti, è figlia dell epoca. Ma d altra parte, un La Fontaine non in versi sarebbe un po come uno Chagall senza colori», spiega Carmine Donzelli. È comprensibilmente soddisfatto. E a ragione, perché il risultato è effettivamente un gioiellino. Non necessariamente per bambini, come non lo erano le favole di la Fontaine, né le illustrazioni di Chagall. Il leone diventato vecchio Il leone è invecchiato. Lui, che era un tempo il re della foresta, ora è fiacco, intristito, malandato. Dell antico valore non gli resta che la memoria. I sudditi in rivolta, senza rispetto per la sua maestà, si presentano a lui uno alla volta per infierire sulla sua tarda età. Il cavallo gli dà una zoccolata, lo azzanna il lupo, e persino il bue si avventa per mollargli una cornata. Il povero leone, indebolito, non ce la fa nemmeno più a ruggire e aspetta, rassegnato, di morire. Ma nel vedere l asino accostarsi, «No, questo è troppo! dice con orgoglio. Passi il morire, ma non sentendo un raglio!» LA LEPRE E LE RANE La lepre scopre che le rane son più vili di lei IL CIGNO E IL CUOCO Grazie al suo canto il cigno salva le piume IL PRETE E IL MORTO Un carro funebre e un prete troppo avido

4 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009 l attualità Combattenti Tre anni fa moriva l uomo che testimoniò fino all ultimo la sua battaglia contro l accanimento terapeutico. Scelse di far staccare il respiratore che lo teneva in vita dopo anni di immobilità totale. Non gli vennero concessi i funerali religiosi. Mentre ancora l Italia discute di testamento biologico, ecco le sue parole e i suoi disegni mai visti LE ILLUSTRAZIONI I disegni che accompagnano il diario di Piergiorgio Welby Da sinistra, in senso orario, un autoritratto di Welby; una scena infernale con scheletri; una donna distesa; un volto deformato Welby, diario ultimo di un uomo in rivolta ADRIANO SOFRI muore un (vecchio) uomo, è come se bruciasse un intera biblioteca». Quanti libri aveva letto Piergiorgio Welby, quante donne aveva amato e «Quando sentito «come il rumore di fondo del mare» e quanti buchi si era fatto. Torna il nome di Welby, e ci si chiede a che punto siamo con la vita che finisce: malissimo punto, perché la buona intenzione di votare una legge civile sul cosiddetto testamento biologico ha finito per lastricare, con l oltranzismo della maggioranza introvabile di centrodestra (e complici dal centrosinistra), l usurpazione medica e la sopraffazione della nutrizione artificiale obbligata. Perché questa bravata non si compia si può solo auspicare l alleanza ragionevole fra chi, in qualunque punto dello schieramento politico, preferisce l astensione da una legge ulteriore alla pessima e più invadente fra le leggi. Ma farebbe un gran torto al ritorno del nome di Welby piegarlo a un occasione per ridiscutere dei diritti della vita che finisce, di cui era diventato un alfiere, come Luca Coscioni, come la famiglia Englaro e ormai tanti altri. Questa riduzione del Welby morto a simbolo di una gran battaglia aveva già investito il Welby vivo, facendone un morente. Un imprigionato nel suo letto senza scampo come il condannato nella cella ultima. Noi, come sentivano gli antichi prima che i loro dei fossero eclissati, siamo i mortali, ma facciamo come se niente fosse, tanto più ora, che si imbonisce il differimento sine die dell esecuzione. Noi facciamo jogging, sorpassiamo quello in carrozzella, ci diciamo: «Come fa! Al suo posto mi sparerei subito!» e riprendiamo l ascolto in cuffia. Ci separiamo sempre più, salvo che tocchi a noi, dai morenti, dead men nemmeno più walking, quelli per i quali la sentenza è stata pronunciata ad personam, e allegata anche una data di scadenza. Ocean Terminal, il titolo del romanzo di Welby, è se non sbaglio l insegna di un ipermercato. Terminale è la vita dei malati irreparabili, e l aggettivo recente ha l effetto di tramutarla in non-vita. Non sono vivi: soltanto, non sono ancora morti non del tutto. Il romanzo non è l opera di uno che Ho Chi Min e il Che mi fissano con disapprovazione dalla parete... Ma che ne sapete voi della guerra che combatto ogni giorno! Delle ritirate, delle imboscate, delle umilianti rese Mi hanno fatto prigioniero il giorno in cui sono nato Io ancora non lo sapevo, ma i miei cromosomi malati sì che lo sapevano! sta morendo, non è un testamento. È il diario di un uomo dalla passione e dal talento esuberante. Opera incompiuta e diseguale, del cui montaggio si potrà discutere (il curatore, Francesco Lioce, ne dichiara i criteri), ma di una dirompente forza di cose, pensiero e linguaggio. Dura, anche maledettista, ma a ridosso di una vera maledizione. Si evoca il Céline del Viaggio al termine della notte, si potrà evocare il Pasolini di Petrolio. Ma Welby ha una personalità e una sicurezza sua di scrittore e di poeta, appena scalfita dalla rifinitura mancata. Lo sapeva chi avesse letto i suoi scritti editi, e specialmente gli editoriali sul suo blog, Il Calibano, in cui si trovavano già brani dello zibaldone di Ocean Terminal. Che restituisce a Welby la sua tremenda e anelante vita, la sua lunghissima stagione all inferno. Sia detto di proposito, perché ricordare di lui solo il fune-

5 DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 IL LIBRO Si intitola Ocean Terminal e sarà in libreria dal 25 novembre il libro che raccoglie pensieri, riflessioni, storie e ricordi che Piergiorgio Welby scrisse fino a poco prima di morire Il volume, curato da Francesco Lioce, contiene anche i disegni che illustrano queste pagine. È edito da Castelvecchi (192 pagine, 16 euro) Resto qui a contare i giorni e a fingere di essere vivo PIERGIORGIO WELBY Desiderio esaudito! In cambio di quello che la vita mi ha tolto, a parziale risarcimento, mi viene data una carrozzina ortopedica di un bel blu oltremare, in modo che il culo abbia l impressione di riposare in un eterno semicupio marino, cromata come un Harley appena uscita dalla fabbrica, aerodinamica quel tanto che basta per farmi provare l illusione della velocità. Manca il casco, ma chissenefrega. Non dovrò più preoccuparmi delle cadute, dei cedimenti improvvisi delle ginocchia, dei gradini e no, cazzo! Dei gradini devo preoccuparmi e la storia ricomincia. Dove prima inciampavo adesso mi blocco. Due militari mi alzano di peso per farmi superare la scalinata che porta al seggio elettorale, un ascensore in panne mi lascia per ore nei sottoscala della Usl l unico percorso che non mi riservi imprevisti è quello che va dal letto alla tazza del cesso. Uscendo dall ospedale ti assale l assurda fantasia che nel mondo sia cambiato qualcosa, pensi che l orrore che ti ha colpito debba in qualche modo riflettersi sui volti della gente, sui muri, nel volo dei piccioni; aspetti ansioso che da un momento all altro il cielo si squarci e un triangolo al neon con un occhio al centro ti illumini e una voce tonante gridi: «Nessuno tocchi Caino!» beh non proprio nessuno tocchi Caino, basterebbe che dicesse: «Qualcuno dia una mano a Caino» ma Nessun grido, nessuna complice partecipazione, nessuna amorevole pietà. Sei un ricatto vivente, uno scomodo MEMEN- TO MORI, sei la cattiva coscienza che agita i sonni, sei un ammonimento inquietante per un umanità convinta di aver conquistato l immortalità comprando una bustina di integratori, mangiando crusca e yogurt, lavandosi i denti tre volte al giorno, facendosi il check-up una volta all anno, scopando con due preservativi infilati sull uccello insomma quella gente normale che ogni domenica indossata un A- DIDAS corre nei parchi cittadini. Un giro in più e un altra manciata di anni è assicurata! Poi arrivi tu. E mentre gli rotoli davanti, con le braccia penzoloni e la testa cadente il loro cuore accelera e anche la loro andatura aumenta, ma la tua immagine gli resta nel cervello, imprigionata come una vespa in un bicchiere capovolto. Zzzzzzz zzzzz zzz «e se capitasse a me cosa farei?». Zzzzz zzzz «come si può continuare a vivere in quelle condizioni?». Zzzz zzz «io non ci riuscirei mai». Zzzzz zzzz «meglio un colpo di pistola!». E, rassicurati da questa scappatoia, alla prima curva, scattano e spariscono dietro una siepe di mortella. Io resto qui. E, senza tirarmi un colpo di pistola, continuo, insieme a tutti gli altri nelle mie stesse condizioni, a domandarmi perché sia dovuta capitare proprio a me, perché mentre le persone normali contano i chili in più, io debba contare i giorni che mi restano. [...] Tac! Tac! Tac! brevi scatti decisi delle sue dita sulla Wangler e il mio torace nudo aspetta il tepore sconosciuto delle labbra «Come sei pallido! e magro!». Dead man walking si è accorta che sono morto strano, ero riuscito a ingannare tutti! Ero già morto nell oasi di nespoli e cedri del Libano, ero morto sulla spiaggia di meduse e colibrì e la luna affogando nel vaso dei pesci rossi aveva singhiozzato: «Sei morto perché vuoi ostinarti a fingere?» In lacrime avevo risposto che nessuno mi aveva insegnato a morire e l unica cosa che sapevo fare era guardarmi intorno e imitare gli altri, imitare la vita: respirare, mangiare, bere senza averne bisogno baciare il viso ruvido di mio padre la domenica mattina, il bacio slabbrato di rossetto di mia madre tutto questo per me era come l agitarsi convulso della coda amputata di una lucertola le emozioni si esibivano in contorcimenti e vibrazioni che io ignoravo con il corpo ero già lontano e la mia coda era lì a esibirsi, a fare ciò che gli altri si aspettavano. Recitavo con tanto impegno che, alla fine, mi ero convinto anch io: cazzo, sei vivo! Sei come gli altri ma quel giorno che con l omero spezzato entrai nel pronto soccorso del San Giovanni il medico di guardia urlò: «Stronzi! Perché mi portate un cadavere? lavatelo e mettetelo con gli altri, domani faremo l autopsia». Eravamo in tanti nella morgue, cadaveri gonfi di sogni e illusioni fermentate nella putrida e ristagnante assenza di vita. [...] Si alzarono e fissandomi con le orbite buie di catrame e follia mi sputarono parole taglienti di ghiaccio: «Vattene, tu non sei dei nostri puzzi di vita e allontani i vermi, vattene e torna da dove sei venuto!»... Non ero abbastanza vivo per i vivi, non ero abbastanza morto per i morti Alberto Castelvecchi Editore Srl rale assente e la commozione di un paese in uno dei suoi momenti migliori sarebbe come dimenticare di Rimbaud la morte disperata e l amputazione e la corrispondenza ansiosa col distretto militare e i traffici africani. Il romanzo di Welby non tradisce il suo impegno civile, e lo perfeziona. Aveva scritto a Napolitano: «Sono consapevole, Signor Presidente, di averle parlato anche, attraverso il mio corpo malato, di politica». Nel libro: «Ho Chi Min e il Che mi fissano con disapprovazione dalla parete... Ma vaffanculo, che cazzo ne sapete voi della guerra che combatto ogni giorno! Delle ritirate, delle imboscate, delle umilianti rese incondizionate. Mi hanno fatto prigioniero il giorno stesso che sono nato. Io ancora non lo sapevo, ma i miei cromosomi malati sì che lo sapevano! [...] Era facile fare gli eroi nella jungla cambogiana o contro i governativi in Bolivia Io non finirò mai sulle T-shirt degli ipervitaminizzati cuccioli dell Occidente o sugli striscioni dei centri sociali o sulla parete di qualche sezione di Rifondazione. No! Io finirò in un centro di rianimazione con gli occhi fissi al soffitto bianco e il corpo pieno di tubi. Vorrei vederli al mio posto questi morti sul campo di battaglia con il sole negli occhi come i tori di Hemingway». Dal corpo dei malati al cuore della politica è lo slogan che i radicali hanno fatto proprio, ed è molto più che uno slogan. Leggendo il libro postumo di Welby sarete colpiti e scandalizzati, commossi e offesi, e potrà tornarvi alla mente un altro slogan di quel Che (dal suo letto Welby lo manda affanculo, ma lo sa che non era facile fare l eroe in Bolivia, e non si moriva col sole negli occhi): «Bisogna indurirsi senza perdere la propria tenerezza». Ne fece di guai quel motto. Per una volta, lo si può riscattare, l ha riscattato Welby, nella sua scrittura dura, in cui il nome di tenerezza non compare, ma basta saperlo leggere. GLI AMANTI Sopra, una coppia di amanti A sinistra, una fotografia di Piergiorgio Welby e, sotto, un altro disegno con un Cristo deposto dalla croce

6 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009 CULTURA* Tra gli anni Trenta e Settanta, le grandi industrie, dalla Fiat alla Olivetti, commissionavano film destinati alla fruizione interna o alla pubblicità. Con quei formidabili strumenti di politica aziendale si cimentarono registi come Alain Resnais ed Ermanno Olmi e uomini di lettere del calibro di Raymond Queneau, Italo Calvino e Mario Soldati. Ora una rassegna ripercorre tra Torino, Ivrea e Roma quel patrimonio di pellicole e parole MASSIMO NOVELLI In un famoso film di Jean-Luc Godard, Pierrot le fou, il regista americano Samuel Fuller pronuncia una battuta leggendaria: «Il cinema è come una battaglia: amore, odio, azione, morte, violenza. In una parola: emozione». Per le maggiori aziende manifatturiere italiane e straniere del Novecento, soprattutto tra gli anni Trenta e Settanta, se non proprio emozione i film commissionati per uso interno e pubblicitario furono comunque un formidabile strumento di politica industriale così come di diffusione di un idea totalizzante di fabbrica. Cioè di un luogo di lavoro che, allo stesso tempo, produceva consenso, rispettabilità, socialità e risposte ai bisogni dei dipendenti: assistenza e tempo libero, colonie per bambini, attività ricreativa e sportiva. Nessuna, in oltre mezzo secolo, mancò all appello. Per restare in Italia, si va dalla Fiat alla Edison, dall Ansaldo all Italsider, alla Borsalino, all Olivetti, all Eni. Per girare i documentari, in taluni Cinema Quando la fiction era operaia Fabbrica di casi anche opere di fiction con attori e attrici di fama, vennero chiamati registi importanti, scrittori e poeti celebri, raffinati, a volte dichiaratamente di sinistra. Alain Resnais, uno dei maestri del cinema francese, e Raymond Queneau, l autore de I fiori blu, non ebbero timore di mettere in scena Il canto del polistirene, per il gruppo Pechiney, come se fosse un brano dell Odissea. Mario Soldati immortalò lo stabilimento fordista del Lingotto di Torino, che già aveva sedotto Piero Gobetti, utilizzando la bellezza intrigante di Isa Pola. Mentre Giorgio Ferroni, alla macchina da presa, e Franco Fortini, nel testo, tesserono le lodi dell Olivetti e della Città dell Uomo. Ermanno Olmi si dedicò alle Costruzioni Meccaniche Riva. Primo Levi, su invito della Montedison, ricordò in un filmato Italo Calvino, con il quale aveva collaborato alla traduzione italiana del poema sulla plastica di Queneau. Al patrimonio del cinema industriale, la cui ricchezza è venuta alla luce dai fondi aziendali soltanto in questi ultimi anni, ma pure a quello del movimento sindacale e dei lavoratori è dedicata la rassegna Memoria contesa/ Memoria condivisa. Il lavoro nei documenti filmati dell impresa e del movimento operaio, che dal 30 novembre al 12 dicembre si terrà tra Torino, Ivrea e Roma. Promossa dall Archivio nazionale cinema d im- presa-centro sperimentale di cinematografia e dall Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, con il contributo del Ministero dei beni culturali, la manifestazione, curata da Gabriele D Autilia e da Sergio Toffetti, rappresenta il battesimo di un vero e proprio festival cinematografico del lavoro che dovrebbe tenersi annualmente. In questa prima edizione saranno proiettate tante opere significative, originali e preziose. Tra queste, Le officine di corso Dante del fotografo e documentarista Luca Comerio, che nel 1911 riprese a Torino la fabbrica storica della Fiat; e I nuovi stabilimenti Fiat, risalente al 1941, del critico e scrittore Mario Gromo. Senza dimenticare Le chant du styrènedi Resnais e Queneau, del Oppure il citato Sotto i tuoi occhi, del 1932, attribuito a Soldati. E, ancora, Andando verso il popolo (sui tubifici di Dalmine) di Michele Gandin, già assistente di Vittorio De Sica; un raro filmato sulla Borsalino di Alessandria, forse del 1913, in cui si ammirano i manifesti disegnati da Marcello Dudovich; e Incontro con la Olivetti, del 1950, con la regia di Ferroni e il testo di Fortini. Un viaggio in quel mondo che prosegue con L avventura nella vacanza di Piero Nelli: il regista de La pattuglia sperduta, probabilmente il più bel film sul nostro Risorgimento, lo realizzò nel 1963 all interno della colonia estiva dell Italsider di San Sicario, sulle montagne della Via Lattea. Se questo è il catalogo della rassegna d esordio, D Autilia e Toffetti promettono sorprese a non finire nelle prossime edizioni. Qualche anticipazione? Toffetti: «Penso ai lavori di Alessandro Blasetti e di Steno sulla Fiat. O ai film aziendali di Michelangelo Antonioni per la Snia Viscosa, e a quelli di Jean-Michel Folon e di Kon Ichikawa, l autore de L arpa birmana, commissionati dall Olivetti. Fino a Ermanno Olmi, ingaggiato dalla Edison, e a Bernardo Bertolucci, Gillo Pontecorvo e i fratelli Taviani, che girarono per conto dell Eni».

7 DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009 La canzone del polistirene RAYMOND QUENEAU Tempo, ferma la forma! Canta il tuo carme, plastica! Chi sei? Di te rivelami lari, penati, fasti! Di che sei fatta? Spiegami le rare tue virtù! Dal prodotto finito risaliamo su su Ai primordi remoti, rivivendo in un lampo Le tue gesta gloriose! In principio, lo stampo. Vi sta racchiusa l'anima; del lor grembo in balìa Nascerà il recipiente, o altro oggetto che sia. Ma lo stampo a sua volta lo racchiude una pressa Da cui viene la pasta iniettata e compressa, Metodo che su ogn altro ha il vantaggio innegabile Di produrre l'oggetto finito e commerciabile. Lo stampo costa caro; questo è un inconveniente, Ma lo si può affittare, anche da un concorrente. Altro sistema in uso permette di formare Oggetti sotto vuoto, per cui basta aspirare. Già prima il materiale, tiepido, pronto all'uso Viene compresso contro una filiera: "estruso", Ossia spinto all'ugello per forza di pistone; Lo scalderà il cilindro al punto di fusione. È lì che fa il suo ingresso nel bollente crogiolo Il rapido, il vivace, il bel polistirolo. Lo sciame granuloso sul setaccio si spinge, Formicola felice del color che lo tinge. Prima di farsi granulo, somigliava a un vibrante Spaghetto variopinto: chiaro, scuro, cangiante. Una filiera trae, dall'estruso finito, Gli spaghi che una vite senza fine aggomitola. E l'agglutinazione come si fa ad averla? Con perle variopinte: un colore ogni perla. Ma colorate come? Diventerà uno solo Il pigmento omogeneo dentro il polistirolo. Prima certo bisogna asciugarlo per bene il rotante prodotto, dico il polistirene, il nostro neonato, il giovane polimero Del semplice stirene, ma nient'affatto effimero. "Polimerizzazione" designa, già lo sai, il modo d'ottenere più elevati che mai Pesi molecolari; non hai che far girare Un reattore idoneo: mi sembra elementare Come perle in collana, legate l'una in cima All'altra, tu incateni le molecole... E prima? Lo stirene non era che un liquido incolore Coi suoi scatti esplosivi e un sensibile odore Osservatelo bene: non perdete le rare Occasioni che s'offrono di vedere e imparare. È dall'etilbenzene, se lo surriscaldate Che stirene otterrete, anche in più tonnellate. Lo si estraeva un tempo dal benzoino, strano Figlio dello storace, arbusto indonesiano. Così, di arte in arte, pian piano si risale Dai canali dell'arido deserto inospitale Verso i prodotti primi, la materia assoluta Che scorreva infinita, segreta, sconosciuta. Lavando e distillando quella materia prima, - Esercizi di stile meglio in prosa che in rima - L'etilbenzene scoppia per sua virtù esplosiva Se la temperatura a un certo grado arriva. L'etilbenzene il quale, com'è noto, proviene Dall'incontro d'un liquido che sarebbe il benzene Mischiato all'etilene che è un semplice vapore. Etilene e benzene hanno per genitore O carbone o petrolio oppure entrambi insieme. Per fare l'uno e l'altro, l'altro e l'uno van bene. Potremmo ripartire su questa nuova pista Cercando come e quando l'uno e l'altro esistano. Dimmi, petrolio, è vero che provieni dai pesci? È da buie foreste, carbone, che tu esci? È il plancton la matrice dei nostri idrocarburi? Questioni controverse... Natali arcani e oscuri... Comunque è sempre in fumo che la storia finisce. Finché non viene il chimico, ci pensa su e capisce Il metodo per rendere solide e malleabili Le nubi e farne oggetti resistenti e lavabili. In materiali nuovi quegli oscuri residui Eccoli trasformati. Non v'è chi non li invidii Tra le ignote risorse che attendono un destino Di riciclaggio, impiego e prezzo di listino. (Questo testo, conservato all Archivio Edison, fu composto per il documentario Le chant du styrène di Alain Resnais, quindi tradotto da Italo Calvino con la collaborazione di Primo Levi per l edizione italiana del film che circolò solo all interno di Montedison Venne in seguito pubblicato dall editore Vanni Scheiwiller) FOTOGRAMMI Nella pagina di sinistra, tre fotogrammi da Sotto i tuoi occhi, il corto Fiat del 1931 attribuito a Mario Soldati i titoli Mario Soldati LE CHANT DU STYRÈNE (1958) La plastica secondo Resnais (regia) e Queneau (commento) Tradotto da Calvino per la Montedison La coppia entra nello stabilimento di Fiat Lingotto. I due seguono tutte le parti della lavorazione dell auto. Lo sguardo di lei è attento, sembra essere incantata da quelle lavorazioni. La linea di montaggio e il Lingotto sono i veri protagonisti di queste sequenze. Voce fuori campo: «Questa linea a catena che non si ferma mai, vedrai rapidamente lo chassis trasformarsi sotto i tuoi occhi nella più moderna delle vetture». Mezzo primo piano di lei con modellino di auto in mano. Voce fuori campo: «Questo è il modello della prima vettura Fiat costruito nel 1898, quanta differenza con la nuova». La macchina è pronta per essere guidata. Lui è intenzionato a guidare ma lei lo blocca. Lei: «No, no voglio guidare io!». I due provano l auto sulla pista di Stupinigi. Primo piano di lei al volante. Lei: «La vettura che sognavo. Grazie!». (Da Sotto i tuoi occhi, cortometraggio Fiat del 1931 attribuito a Mario Soldati) INCONTRO CON LA OLIVETTI (1950) Una giornata qualsiasi nell azienda di Ivrea Regia di Giorgio Ferroni, testo di Franco Fortini LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 SABATO DOMENICA, LUNEDÌ (1968) Un documentario sulla condizione della donna lavoratrice Regista: Ansano Giannarelli VORREI CHE VOLO (1980) La Torino del lavoro e dell immigrazione con testimonianze raccolte da Ettore Scola LE FOTOGRAFIE Una foto dell americano Lewis Hine Nei tondi a destra, Mario Soldati ed Ermanno Olmi BUON LAVORO SUD (1969) L apertura di una sede della Montedison in un centro al Sud Regia di Giovanni Cecchinato LA FABBRICA DEI TEDESCHI (2008) Mimmo Calopresti sulla Thyssenkrupp di Torino, tra finzione e realtà dopo la tragedia del dicembre 2007 Ermanno Olmi Si può dire che nella produzione della Riva non c è fase, non c è momento in cui non vi siano da risolvere problemi singolari e decisamente fuori dal comune. Persino quello che per qualsiasi fabbrica si chiama recapito della merce a domicilio del cliente, per la Riva costituisce un operazione irta di difficoltà tecniche. Per averne un idea basta pensare alle dimensioni dei pezzi da trasportare sul luogo di montaggio e specialmente di alcuni di quei pezzi, quali ad esempio la ruota della turbina. È un viaggio avventuroso, compiuto a velocità ridottissima, accompagnato dagli sguardi curiosi della gente che osserva con un misto di stupore e di ammirazione quel carico dalle forme inconsuete. (Tratto dal documentario Costruzioni Meccan che Riva, realizzato dall Ufficio Propaganda delle Costruzioni Meccaniche Riva S.p.a. con la Sezione Cinema Edisonvolta S.p.a.)

8 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009 SPETTACOLI Più che uno strumento, è la componente essenziale di un rito consumato tra palco e platea. Il solo imbracciarla manda in visibilio oceani di fan che battono il ritmo di una coreografia che prevede sudore, capelli scompigliati e rumore. Per questo motivo, Ivano Fossati sostiene che dopo i cinquant anni bisogna smettere di suonarla. Keith Richards è di tutt altro avviso. Ora un libro racconta il simbolo di rivolta che ha cambiato la musica B. B. KING La sua Lucille è una Gibson ES 335 con cassa semi-hollowbody prodotta nel 1958 GEORGE HARRISON La Rickenbacker 360 prodotta nel 1960 era quella imbracciata dal chitarrista dei Beatles EDDIE COCHRAN La meteora americana del rockabilly, scomparsa prematuramente nel 1960, suonava una Gretsch 6120 EDMONDO BERSELLI Ognuno ha scoperto la sua chitarra rock a modo suo. Nel profondo nero degli anni Cinquanta con Bill Haley, B. B. King, Bo Diddley, Chuck Berry e Muddy Waters, fra suoni che affondavano nella giungla urbana, e prima ancora nel fango del Delta, ma erano ancora il frutto di meccaniche semplici, di microfoni rozzi, di suoni elementari. Mentre viceversa la generazione degli anni Sessanta ha potuto ascoltare per la prima volta le chitarre nuove dotate di quell attrezzo che allora veniva chiamato fuzz box, ed era il primo distorsore. Modernità assoluta e artificiale, quindi felicità. Per i piccoli mondani di allora, lo shock sonoro originale fu portato naturalmente dall attacco di Satisfaction, con il riff introduttivo di Keith Richards, semplice, anzi semplicissimo, ma che in ogni caso faceva ascoltare una musica mai sentita prima. Che cos era quella novità? Qualcuno si ingegnò subito a cercare di capire che cosa fosse quel suono prolungato praticamente a piacere, quella vibrazione che per i più immaginosi ancora oggi sembra alludere implicitamente alla radiazione fossile dell universo, fino a immaginare, allora, che si trattasse di un sassofono, altroché; poi la stampa giovanile di settore risolse ogni dubbio tecnico. Chitarra. A distanza di più o meno quattro decenni, Ivano Fossati ha potuto dichiarare che dopo i cinquant anni non si può, non sta bene, non è né elegante né Chitarra Quelle note elettriche che rifecero la storia KEITH RICHARDS La Fender Telecaster in commercio dal 1951 è la più amata dal chitarrista dei Rolling Stones adulto entrare in scena imbracciando una chitarra elettrica. Sarà perché la chitarra rock ha un vincolo pressoché indissolubile e metafisico con i capelli lunghissimi, in disordine chissà quanto calcolato, e con petti nudi e sudati, su costole lucide e finanche oscene; ma allora, figurarsi, bastava uno sguardo a Jeff Beck che ancora in giacchetta e cravatta suonava con gli Yardbirds e «faceva ginnastica» con il suo strumento sull assolo di Shapes of Things per restare felicemente sbalorditi (così come sarebbe successo con Eric Clapton per il blues e con Jimmy Page per un rock piuttosto hard, visto che dagli Yardbirds sarebbero discesi per vie traverse i Led Zeppelin, precursori dell heavy metal e cultori dopo le solite pentatoniche blues, anche di inaspettate sonorità etniche e tangerine. La caratteristica principale della chitarra rock è naturalmente di essere infinitamente versatile. Si può suonare, a esserne capaci, con la disinvoltura diabolica del Rolling Stone Keith Richards, aplombin apparenza svagato e sigaretta fra le dita, spesso solo cinque corde al capotasto (eliminato il mi basso), con l obiettivo di trovare il riff miracoloso, la sequenza che dà il tono e il ritmo a un intero brano, e che risolve integralmente una canzone (pensiamo soltanto, per dire, all energia elettrizzante di rock Honky Tonk Woman, un altra vibrazione che pervade il pezzo e lo anima di continuo con una sensazione entusiasmante di precisione e di forza). Ma potrebbe essere più che altro questione di stile: la chitarra elettrica può anche trasformarsi in uno strumento elegante, come nella tecnica scenica dei Beatles, in cui il rock si inserisce in un elemento visivo, iconografico, dove l estetica del gesto si sposa indissolubilmente alla creatività light della musica. Con il tranquillo e preciso solismo di George Harrison, e anche con la ritmica di John Lennon, le chitarre del Quartetto di Liverpool entrano infatti in una composizione e raffigurazione totale, cooperando a operine d arte insidiose e complete. Che tutto ciò figuri ancora nella categoria del rock ormai è dubbio, e difatti alcuni aficionados preferiscono gli album e le canzoni precedenti, anche quelle dei primordi, così grezze ma forse, chissà, anche più autentiche (difatti anche oggi i momenti migliori di Paul McCartney, quando se ne ricorda, sono legati a qualche supremo esempio di rock n roll classico, che riesce ancora a fare da fuoriclasse). Eppure nella chitarra rock è insito anche un richiamo tribale alla rivolta. Amplificatori fracassati, come nella violenza generazionale degli Who e dell eversore Pete Townshend, e via con la sequela di strumenti distrutti, annichiliti, bruciati come fece Jimi Hendrix per ascoltare il suono del fuoco. E un appello erotico al manico e alla cassa, alle corde, per sentire mugolare di dolore o di piacere o di rabbia le Fender e le Gibson, per trattenerle contro i visceri con la forza o allungarle in basso verso la coscia e i jeans laceri, con tutta la nonchalance necessaria. D altronde, basta guardare i campioni degli ultimi vent anni per constatare che non ci sono regole. Bruce Springsteen si accompagna e accompagna la band pompando sulle sei corde con la forza di un meccanico del Midwest, come se si trattasse di un esercizio ginnico praticato davanti all America e al mondo. Mentre a suo tempo Kurt Cobain riprendeva certe soluzioni ipnotiche, forse derivanti da Hendrix, che immettevano i suoni dentro spirali di esoterismo sonoro. E Prince si concedeva con calcolato relax agli accordi semplicissimi e tuttavia inconfondibili di Purple Rain. Quindi non c è bisogno di figurare tra i guitar heroes come Eddie Van Halen, con la sua velocità formidabile, e il tap-

9 DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 JIMI HENDRIX Il più grande chitarrista della storia (secondo Rolling Stone) fu tra i primi ad adottare la Gibson Flying V AL DI MEOLA Il jazzista fusion italoamericano suona una Paul Reed Smith 513 prodotta nel 1986 IL LIBRO Chitarre rock - I grandi interpreti è il libro di Ernesto Assante in uscita dalla casa editrice White Star (350 pagine, 45 euro) Si tratta di un omaggio ai più grandi chitarristi della storia del rock: da B. B. King a Ben Harper, passando per Keith Richards, Jimi Hendrix, Carlos Santana ed Eric Clapton Il volume (con premessa di Joe Satriani e prefazione di Adrian Belew) è completato da un ricco apparato fotografico dedicato ai singoli musicisti ping mutuato dal frenetico Heartbreaker di Jimmy Page (ma anche da Niccolò Paganini, dicono), e nemmeno occorre prendere come paradigma primario il potente rock mainstream degli Aerosmith. Per qualche tempo abbiamo assistito alla rivolta no future dei punk, con i tre accordi dei Sex Pistols, i power chords buttati in pasto al pubblico per sottolineare e approfondire l urlo della voce tossica. Ma è fuori dubbio che per gli appassionati rimangono insuperate le opere stilizzatissime dei Pink Floyd, in cui lo sviluppo melodico si stagliava, e ancora si staglia, sulla riconoscibile matrice blues, con effetti di semplice e bella ricercatezza, un sound semplice e raffinato insieme, ancora implicitamente moderno. Ed è fuori dubbio che la chitarra rock non finisce mai di evolversi, e non soltanto per lo sperimentalismo tecnico di virtuosi co- me Steve Vai o Joe Satriani: chiunque abbia ascoltato con attenzione i temi musicali degli U2 deve riconoscere che oltre alla voce di Bono il contributo maggiore è venuto dal modo in cui The Edge ha reinventato il modo di suonare la chitarra, con le sue scansioni veloci, ritmate e inconfondibili. In fondo il segreto della chitarra rock è che non ha terminato il suo corso. Mentre diversi strumenti della musica leggera sono finiti in archivio, soprattutto sul piano degli arrangiamenti e dell orchestrazione, la chitarra elettrica trova sempre un ruolo. Può bastare un palm muting, quell effetto facilissimo che scandisce il ritmo smorzandolo, come andava di moda ai tempi del beat, per evocare una suggestione, un non so che. Insomma, un suono di chitarra. Ogni volta uguale, ogni volta diverso. CARLOS SANTANA Il chitarrista messicano non si separa dalla sua solid body con corpo di legno pieno Gibson SG ERIC CLAPTON La Blackie del musicista inglese è una Fender Stratocaster prodotta a partire dal 1954 KURT COBAIN Il leader dei Nirvana suonava una Fender Jazzmaster prodotta dal 1958

10 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009 i sapori Farciture LICIA GRANELLO Si chiamano puparuoli imbottonati e a Napoli sono venerati come piccole divinità gourmand. Pieni, carnosi, sugosi, irresistibili. Del resto, nella Campania Felix, i peperoni imbottiti rappresentano solo uno dei tasselli del trionfale puzzle delle verdure, trasformate di volta in volta in ciotole, cucchiai e cucchiaini riempiti con ogni bendidio e tutti da mordere. Per molto tempo, le verdure farcite hanno abitato i ricettari in modo binario: nobilitazione di sapori altrimenti vagamente sciapi soprattutto quando si cucina in detrazione di grassi e ottimizzazione degli avanzi (il famoso fondo d arrosto). Un usanza imperante in tutte le famiglie, pur con risultati diversi: per esempio in Olanda e in Inghilterra, dove gli sformati di carne sono supportati dalle carote, gli esiti sono spesso scoraggianti, mentre nelle nostre contrade, zucchine, peperoni e pomodori (maturi) possono rallegrare più di un palato. Certo, c è ripieno e ripieno, nella sostanza, ma anche nel concetto. Se è vero che non esiste cucina dove a carne e pesce avanzati sia risparmiato il passaggio in tritacarne o robot tagliatutto, l immagine stessa di polpette e polpettoni suscita diffidenza, tanto che il loro consumo al ristorante è figlio esclusivo di rapporti basati su fiducia assoluta tra cuoco e clienti. Le verdure, invece, confortano di più e inquietano meno, anche grazie a una sterminata varietà di farciture possibili. Il pomodoro ripieno in versione antipasto, per esempio: riso e verdurine tagliate minuscole e spadellate, o insalata russa, o ancora tonno, maionese e capperi, tutto virato in rosa, grazie alla polpa con cui si diluisce l impasto. Magari arricchito col rosso d uovo sodo. Semplice, efficace, goloso, adorato dalle mamme in ansia per i loro bimbi refrattari agli ortaggi. Oppure la cipolla bassa, larga e dolce (su tutte, la sicula Giarratana): mezzo kg di bulbo da scavare, riempire con fave di Modica e spezie, secondo ricetta tradizionale, o carne, mollica ed erbette, poi gratinata in forno, per un piatto unico perfino più buono il giorno dopo la preparazione. E ancora, i teneri, colorati fiori di zucca, pronti a lasciarsi farcire con tutto quanto passi nella testa del cuciniere, che siano acciuga e ricotta o prosciutto e mozzarella, poi pastellati o solo infarinati, al vapore o dorati in forno, con un cucchiaio di pomodoro o accompagnati da una fonduta impalpabile. Dopo aver attraversato l intera storia della gastronomia italiana, dai primi ricettari ai più recenti, dalla cucina di casa a quella nobiliare, dalle preparazioni ipertradizionali alle invenzioni senz altra voglia che quella di stupire, le verdure ripiene sono entrare a testa alta anche negli atelier di cucina d autore, svincolate dal ruolo di cenerentole del menù. Basta scorrere le liste dei nostri cuochi più bravi e innovativi per trovarle lì, tronfie e colorate, protagoniste di piatti di indiscutibile allure gastronomica. Assaggiare per credere, magari cominciando con un gambo di sedano farcito con crema di gorgonzola e gheriglio di noce. Bollicine a cotè, naturalmente. Melanzane Sbollentate o passate nel forno tagliate a metà e svuotate, vengono farcite con la loro polpa, spadellate con carne tritata e verdure a dadini Cottura in forno o antiaderente Patata Cottura in acqua, al vapore, alla brace per l ideale contenitore di farciture importanti, dal caviale al tartufo, ma anche semplici come rossi d uovo, ricotta, fonduta, pancetta, burro Pomodoro Nella versione estiva, farcitura a base di insalata di riso, insalata russa, tonno e capperi Nella ricetta calda, impasto di riso o pangrattato con riso e carne Verza Le foglie crude o sbollentate si avvolgono intorno a diversi ripieni: salsiccia, funghi parmigiano, patate schiacciate e ricotta Cottura al forno in bianco o salsa di pomodoro Nella cucina di casa queste ricette ottenevano un doppio risultato: riciclare gli avanzi e valorizzare un cibo, le zucchine, le melanzane, i pomodori, le cipolle, considerato povero. Adesso sono entrate a testa alta negli atelier della cucina d autore: basta scorrere i menù dei nostri cuochi più bravi e innovativi per convincersene ripiene Verdure Cenerentole amate dagli chef

11 DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 itinerari Laureata in filosofia convertita alla cucina (con un debole per le verdure), Adele Mazzoni gestisce il ristorante Da Evangelista nel cuore di Roma. Deliziosi i suoi involtini di melanzane con provola e baccalà Cavallino (Ve) Appoggiato sulla penisola che separa laguna veneta e Adriatico, al di là del Sile e del comune di Iesolo, vanta una gastronomia succulenta, a base di pesce e verdure. Lo chef Martino Scarpa imbottisce i fiori di zucca col baccalà DOVE DORMIRE AGRITURISMO DOLCEACQUA Via Baracca 102, località Ca di Valle Tel Camera doppia da 100 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE DA ACHILLE Piazza Santa Maria Elisabetta 16 Tel Chiuso lunedì, menù da 40 euro Foligno (Pg) Città dell olio dall affascinante cuore medievale, vanta una grande tradizione agroalimentare La chef Maria Luisa Scolastra serve i fiori di zucca ripieni con Chianina, fagiolini e insalata calda di lenticchie DOVE DORMIRE VILLA DEI PLATANI Viale Mezzetti 29 Tel Camera doppia da 120 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE VILLA RONCALLI (con camere) via Roma 25 Tel Chiuso a pranzo (tranne festivi), menù da 35 euro Ischia (Na) L isola famosa nel mondo per le sorgenti termali, conosciute fin dall ottavo secolo a.c., esibisce bellissimi orti Nino di Costanzo serve il maiale nero casertano al tè nero, con sigari di pane ai peperoni imbottiti DOVE DORMIRE HOTEL ANNABELLE Via Federico Variopinto 6, Porto Tel Mezza pensione da 40 euro a persona DOVE MANGIARE MOSAICO DELL HOTEL TERME MANZI Piazza Bagni 4, Casamicciola Terme Tel Chiuso martedì a pranzo, menù da 60 euro DOVE COMPRARE COOPERATIVA ORTI DELLA LAGUNA Via Giacomo Faitema 5 Tel DOVE COMPRARE AZIENDA BIOAGRICOLA L OASI (con camere) Frazione Forcatura Tel DOVE COMPRARE AGRISCHIA Via Funno 10 Tel Carciofo ripieno di manzo al carbone Ciccio Sultano ( Il Duomo, Ragusa Ibla) farcisce il carciofo scavato e bollito con dadini di carne spadellata, formaggio Ragusano, mollica e prezzemolo. Cottura in carta da forno A cotè, salsa di acciughe e di canestrato Guancia in cottura lenta con cipolla ripiena I fratelli Costardi (ristorante-hotel Cinzia, Vercelli) cuociono la cipolla rossa di Tropea nel sale, e la imbottiscono con purè di patate e guancia di vitella cotta a bassa temperatura Rifinitura in forno con burro e Parmigiano Lattughini ripieni alla ligure Luigi Taglienti ( Le Antiche Contrade, Cuneo) rivisita una ricetta tradizionale, farcendo le foglie scottate al vapore con una tartare di acciughe, erbette e limone. Nel piatto, brodo di castagne al finocchietto Branzino grigliato con salsa e peperoni ripieni Stefano Ciotti ( Vicolo Santa Lucia dell hotel Carducci 76, Cattolica) serve il branzino con una salsa a base di tuorlo e fumetto di pesce. A cotè, peperone imbottito con una panzanella di pane alle acciughe e capperi Quando uno più uno fa molto più di due MASSIMO MONTANARI Fruttero & Lucentini I quattro carrelli a due piani non cessavano di riversare il loro carico di peperoni al forno, tinche in carpione, tomini, acciughe in salsa rossa e verde, zucchini e pomodori ripieni Da LA DONNA DELLA DOMENICA Possiamo metterla in due modi, anzi tre. Primo: farcire la verdura è un modo per riutilizzare gli avanzi. Carne tritata, formaggio, uova, pangrattato, gli ingredienti tipici per farcire peperoni o pomodori, cavoli o melanzane, cipolle o zucchini, sono grosso modo gli stessi di una polpetta o di un polpettone. Il classico, quasi inevitabile abbinamento di zucchini ripieni e polpette rivela l affinità sostanziale, la stretta parentela fra le due preparazioni. Oppure: farcire una verdura è un modo per nobilitarla. L aggiunta di carne, formaggio, uova arricchisce la povera verdura al punto da renderla autosufficiente, non più contorno ma protagonista del piatto. Oppure, le due cose insieme. Farcire la verdura è un modo intelligente per mettere a frutto le risorse domestiche, trasformando due cose povere (i resti di un pranzo, un tegame di verdure) in un piatto succulento. Come spesso accade, non solo in cucina ma nella vita, uno più uno fa molto più di due. Certo che, con i prezzi che corrono, parlare delle verdure come di ingredienti poveri sta diventando sempre più difficile. Par quasi il rovesciamento di una situazione secolare, che per lungo tempo vide i prodotti dell orto connotati da un immagine contadina, mentre le tavole nobiliari si concentravano sui grandi arrosti di selvaggina, sui bolliti di manzo, sugli spettacolari pasticci in crosta. La contemporaneità gastronomica ha ribaltato i valori, conferendo ai prodotti e alla cucina povera un inedito statuto di eccellenza, al tempo stesso gustativa e dietetica. Ma a dire il vero l interesse per le verdure non è mai mancato (nonostante le apparenze) neppure sulle tavole aristocratiche. In Italia almeno. Ne sono specchio i ricettari di corte, dal Medioevo in poi. Quello di Bartolomeo Scappi, massimo esponente della cucina rinascimentale, include ricette «per empire zucche nostrali», «per cuocere molignane [melanzane] ripiene», «per cuocere cavoli milanesi ripieni». Non si tratta di ricette povere nel senso tecnico del termine: gli ingredienti sono numerosi e pregiati, l uso abbondante di spezie segnala lo status privilegiato dei commensali. Inoltre si tratta di ricette «per i giorni quaresimali», quando mangiar carne è proibito. Tuttavia si capisce che il confine tra mondo contadino e corti signorili è più sottile di quanto siamo soliti pensare. Con l andar dei secoli, la nuova cultura borghese sceglierà il meglio di questa tradizione e su di essa costruirà l ossatura delle cucine regionali, una tipica invenzione della modernità. In un modo o nell altro, le verdure ripiene continueranno a costituire un punto fermo della cucina italiana, consacrata da Pellegrino Artusi nel Zucchini ripieni (nelle due varianti di grasso e di magro : la cucina dei ripieni si è ormai emancipata dal suo statuto quaresimale), carciofi ripieni, cavolo ripieno e altre simili squisitezze saranno ormai acquisite al patrimonio gastronomico nazionale.

12 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009 le tendenze Donne allo specchio Con l indiretta complicità di primedonne come Carla Bruni e Michelle Obama, fotografate in tubini e vestiti colorati, le signore scelgono in questa stagione di mostrare (chi più chi meno) le gambe Basta indossare giacca e pantalone d ordinanza per andare in ufficio. Osate, avete il placet degli stilisti! Abiti LAURA ASNAGHI Mai più senza abito. O meglio sarebbe parlare al plurale, visto che di abiti, in questa stagione se ne useranno parecchi. In un periodo economicamente traballante come questo, gli stilisti hanno puntato le loro carte migliori sugli abiti, uno dei pezzi forti del guardaroba femminile che negli ultimi anni latitava. Il motivo? Era considerato troppo frivolo e poco pratico. E invece, con la complicità di prime donne come Carla Bruni Sarkozy e Michelle Obama, ma anche delle giovani teenager affamate di moda, ecco che l abito è tornato in cima alla classifica dei capi più amati dalle donne. Dal tubino bon ton di taglio sartoriale alle versioni più accessoriate e fantasiose per i cocktail, da quello giusto per essere indossato al mattino quando si va in ufficio ai modelli più estremi per una serata in discoteca, passando per quelli più concettuali o con stampe artistiche. L abito piace e perfino un grande teorico del pantalone, come Giorgio Armani, si è convertito a questa nouvelle vague che esalta la femminilità. E scopre le gambe delle donne. «Certo, il corpo è più esibito ammette Alberta Ferretti, la regina dello chiffon ma le donne non sono più le bamboline di un tempo. Con l abito acquistano anche una autorevolezza nuova». L onda lunga dell abito contagia bon ton Senza bluff e senza paura è la rivincita del femminile marchi storici come Louis Vuitton e Dior, che veste madame Sarkozy, fino a quelli supersexy alla Dolce e Gabbana che, per dare un tocco di ironia alle nuove mise, si sono inventati le maniche tonde come le orecchie di Mickey Mouse. «L abito è un segno di forte femminilità ammette Donatella Versace e oggi la donna è matura per indossarlo senza timore di essere sottovalutata solo perché non indossa la giacca d ordinanza». L abito torna e proprio per celebrarlo con la massima creatività Moschino, uno dei marchi preferiti da Michelle Obama, li reinventa con dettagli divertenti; Krizia resta una paladina del corto con tagli grafici, e Antonio Marras punta su pizzi e volant che sembrano rubati dai bauli di una nonna mondanissima. Blumarine, invece, li drappeggia e li copre con cascate di collane luccicanti, Rocco Barocco crea mise con l effetto diva del cinema, mentre Bottega Veneta sforna le versioni più sofisticate da signora upper class. E per le fan del dark, ci sono le proposte di Ferrè, Fendi, Roberto Cavalli e Costume national. Prada sceglie il rosso, il colore preferito di Valentino, per sottolineare la passionalità dei suoi abiti ispirati alle ricche borghesi, un po perverse. Laura Biagiotti usa un altro registro e preferisce esaltare l effetto cocooning. «Così dice si unisce la voglia di tenerezza al desiderio di apparire belle in abiti confortevoli». Dunque, via libera agli abiti in tutte le varianti, purché siano ben costruiti, come quelli di Max Mara di gusto sartoriale, o quelli sofisticati firmati Ferragamo. E per le giovani madri a caccia di pezzi speciali, i Frankie Morello sfruttano le stampe equitazione abbinate ai legging, Kristina Ti sceglie mini tuniche, Veronica Etro usa i classici tessuti con disegni cachemire, mentre Missoni sfrutta la leggerezza della maglia come passe-partout. VERSACE Cintura stretta in vita per l abito da cocktail firmato da Donatella Versace. I colori sono accesi e i tessuti preziosi D obbligo i tacchi alti FERRÈ Ispirazione dark per l abito Ferrè, firmato dai due stilisti Aquilano-Rimondi Le maniche imbottite e tempestate di borchie danno sprint al vestito VALENTINO Il classico tubino rosso Valentino riproposto in un modello dalle linee morbide. A firmarlo è il duo Chiuri-Piccioli, i nuovi stilisti del marchio FERRAGAMO È in nappa morbidissima l abito da sera Salvatore Ferragamo da indossare con maglie ultra sottili che simulano l effetto dei tatuaggi sulle braccia ANTONIO MARRAS Rosso passione, pizzi e drappeggi per l abito di Antonio Marras da portare con veletta, guanti in pelle e stivaletti da cui esce il calzino corto

13 DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009 LA DOMENICA DI REPUBBLICA BORSA FLORA Mi sono ispirata al foulard Flora, creato nel 66. Mia nonna lo portava sempre. Così, rieditando quel tessuto per Gucci, le ho reso omaggio l intervista Frida Giannini stilista di Gucci Ci si veste per piacere soprattutto a se stesse Le idee di Frida 2008 STIVALE Amo da sempre l equitazione e questo stivale con fibbie fa parte di una ricca collezione che si rifà alla storia di Gucci 2009 NEW BAMBOO Con la New Bamboo si celebra l eleganza di una donna di indiscussa bellezza come Grace Kelly Frida Giannini, lei che è la stilista di Gucci, come spiega questo ritorno all abito? «È lo specchio dei tempi. E riflette la nuova condizione della donna. Perché, dopo il dominio assoluto del tailleur (negli anni Ottanta-Novanta, ndr), che veniva usato come una sorta di corazza per proteggersi, ora si torna a esibire la femminilità con serenità». Quindi il ritorno dell abito segna una svolta nella storia delle donne, che non hanno più bisogno di travestirsi da maschi? «Spesso si pensa alla moda come a qualcosa di futile e di estremamente effimero. Invece l abito, se lo si guarda con occhi attenti, è come una istantanea sulla società». E lei, in questa foto, cosa ci vede? «Vedo una donna che vuole piacersi e che, come dicono gli americani, è body conscious. Cioè, ha più consapevolezza del suo corpo, vuole essere più femminile e libera di mostrare le gambe. Senza per questo dare l idea di essere vestita così solo per fare colpo sui maschi. La verità è che, oggi, la donna si veste per piacere, innanzitutto a se stessa, e, poi, per sedurre». L abito è stato sdoganato ma qual è il segreto per portarlo in modo contemporaneo? «Per evitare l effetto bella signora anni Cinquanta, va accessoriato con gusto. Sì alle ballerine ma anche ai tacchi a spillo, tutto dipende se una donna deve andare in ufficio oppure ha una serata importante. Stessa logica se lo si porta con una pelliccia oppure un giubbino da biker in pelle». Parliamo di orli e dettagli. Quando un abito può essere considerato giusto? «Ci sono alcune regole fondamentali. Come l orlo sopra il ginocchio, le spalle e la schiena ben disegnate. Ma in alternativa alle forme anatomiche si possono scegliere quelle più eteree e impalpabili, scostate dal corpo. E poi è importante osare tessuti nuovi, come la pelle traforata o le stampe artistiche». Come stilista donna, che valore aggiunto dà a un abito? «L ottanta per cento delle cose che porto in passerella sono tutte da mettere. Certo chi veste Gucci ha esigenze particolari ma i ritocchi che io apporto alla mia collezione prima della vendita sono pochi». Quanti abiti ha nel suo armadio? «Sono una fanatica dei tubini e ne ho quaranta. Oltre a quelli che disegno io, ho parecchi pezzi vintage. Un Givenchy degli anni Cinquanta e un little black dress firmato da Alaia. Ho tentato anche di aggiudicarmi a un asta il tubino indossato da Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany ma non ce l ho fatta. Troppo caro». Quand era bambina disegnava abiti? «Sì mi piacevano quelli lunghi da principessa. Ho iniziato quando avevo cinque anni e non ho più smesso». Ma nella sua famiglia chi le ha trasmesso la passione per la moda? «Forse mia nonna Luciana che aveva una boutique a Roma. Il negozio si chiamava Elle. Dopo la scuola, andavo nel retrobottega a fare i compiti e lì ho iniziato a respirare il profumo della moda». Lei ha una collezione di ottomila dischi e la musica è una delle sue fonti di ispirazione. Se dovesse scegliere una canzone per celebrare il ritorno dell abito, quale userebbe? «Non avrei dubbi: Slave to lovedi Bryan Ferry, accompagnata dall immagine di una donna body conscious come Grace Jones. Il tutto ambientato a Parigi, con lei, la nostra donna di oggi, con i capelli lisci sulle spalle, un bel tubino e sandali alti quanto serve per una camminata grintosa». (l. a.) DIOR È tagliato proprio come i tradizionali abiti cinesi questo modello proposto da Dior, la storica griffe parigina, che veste Carla Bruni Sarkozy CHANEL Il tubino in versione Coco Chanel con il maxi cappello tricottato. Il collo e i bordi delle maniche in maglia bianca sono trattenuti da fiocchetti PRADA Si ispira alle donne borghesi, ma dall animo trasgressivo, l abito rosso proposto da Miuccia Prada. Lo scollo a V è molto profondo GUCCI Sono mini gli abiti Gucci realizzati con tessuti dalle stampe geometriche dai colori vibranti Si portano con i leggings e i sandali con i tacchi alti FENDI È una donna che sa il fatto suo quella che sceglie Fendi. Per le gambe un tocco feticista con scaldamuscoli in raso e sandali trampoli D&G Abito con gonna a palloncino realizzata con un tessuto che crea l effetto arazzo. È una creazione D&G, la linea giovane Dolce e Gabbana

14 46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009 l incontro Archistar Zaha Hadid È tra le poche donne entrate nel gotha dell architettura. Nata a Bagdad, si divide tra Londra, dove vive, e il resto del mondo, che continua ad accogliere con favore i suoi progetti L ultimo realizzato è il MAXXI di Roma, paragonato dal New York Times a un opera di Bernini. Ma per lei corrisponde solo a quelle che sono le sue idee. Lo spazio - dice - deve essere un luogo in cui le persone si sentano bene. Questo è il vero lusso CLOE PICCOLI ROMA Èl architetto donna più famoso al mondo, vincitrice del Pritzker Prize nel 2004, l equivalente del Nobel per l architettura, ma lei non ne fa una questione personale. «Il merito non è mio, è dello studio. Davvero. La formula vincente è il team. E il lavoro duro». Elegante e rigorosa nella camicia di Yamamoto blu scuro dal taglio asimmetrico come la sua architettura, occhi castani e determinati, resi ancor più decisi dall eyeliner, Zaha Hadid, è a Roma per l apertura del suo progetto più ambizioso, il MAXXI, Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo. Il New York Timesl ha già paragonato per la sua portata innovativa all architettura del Bernini. E, in effetti, il MAXXI è un potente simbolo del contemporaneo, che lancia piani inclinati e apre gigantesche vetrate sulla città, creando un magico cortocircuito fra architettura e paesaggio. In questo Zaha Hadid è maestra. Lei, che ha il talento di scandire gli edifici in linee fluide e campi magnetici, e di collegarli idealmente all urbanistica e alla natura, dalle stratificazioni storiche alla morfologia geologica. In questo brillante pomeriggio d autunno è seduta a un tavolo di fortuna installato al piano terreno fra ponti aerei, pareti curve e soffitti altissimi. Intorno tutto si muove, centinaia di persone lavorano all inaugurazione, mentre lei che è a Roma con il suo socio Patrick Schumacher, diversi progettisti dello studio, i fotografi, l intero staff di comunicazione, e la pierre londinese Erika Bolton, osserva immobile, come una sfinge, che tutto proceda per il verso giusto e intanto si racconta. «Sono venuta per la prima volta nel 1998, qui c erano ancora le caserme, ho visto il posto, e l ho rivisto. Nei i primi tre anni ho continuato a venire almeno una volta al mese. E anche quando ero altrove pensavo al progetto, l avevo sempre in mente. Succede così quando cerco un idea. Faccio disegni su disegni, a mano. Contemporaneamente anche lo studio sviluppa il pensiero con altri disegni, dipinti, modelli, fino a che, a un certo punto, il concetto si staglia nitido. Da quel momento parte un lavoro intensissimo al computer per renderlo perfetto, dall architettura, ai dettagli più piccoli». Nata a Bagdad nel 1950, laureata a Beirut in matematica, e poi a Londra all Architectural Association School (Aa), la scuola dell avanguardia dove studia con Rem Koolhaas, Zaha Hadid parla di cultura mediorientale. «Ho lasciato Bagdad a sedici anni, è una città che amo. Sono le mie radici, la mia cultura d origine. È trent anni che non ci torno. Non ho più famiglia lì. Ma prima o poi ci andrò, è fra i miei desideri. Ho il ricordo di uno stile di vita e di una cultura eccellenti». Ma Hadid non è il tipo da perdersi in nostalgie, e passa subito al periodo londinese. «Nel 1972 arrivo a Londra da Beirut. Avevo già molti amici perché da alcuni anni vi passavo le estati. Londra negli anni Settanta era il fulcro della sperimentazione e del pensiero, lì succedeva tutto. Era il posto giusto per me. Anche se, devo dire, allora non c erano molti stranieri, soprattutto se varcavi il confine della metropoli. Se eri straniera, eri considerata con un pizzico d esotismo, ma al tempo stesso con un esperienza diversa da spendere». E quest esperienza Hadid la spende subito nella stessa Aa. «Mi sono laureata un giorno e il giorno dopo ho iniziato a insegnare. È un mestiere che mi piace perché posso sperimentare e condividere. Tu sei quello che pone i problemi da risolvere. Ed è curioso vedere come risponde una classe di venticinque persone. Hai venticinque risposte». È lo stesso periodo in cui, dopo un breve passaggio all Oma, Office for Metropolitan Architecture, di Rem Koolhaas e Elia Zenghelis, fonda il suo studio: è il Oggi nello studio Zaha Hadid Architects, un ex scuola del Diciannovesimo secolo a Clerkenwell, in centro a Londra, lavorano duecentocinquanta architetti di ogni nazionalità. Lei vive a dieci minuti a piedi. E, nei rari momenti in cui non lavora, nuota. «L acqua è il mio elemento, mi rilassa». Il suo studio è un laboratorio sperimentale dove lei, che ha messo in crisi il concetto di spazio come entità assoluta, scardinato la prospettiva unica in favore della molteplicità dei punti di vista, cerca la soluzione per un architettura contemporanea in cui vivere bene. «Lo spazio architettonico deve essere un luogo in cui le persone si sentano bene, come quando si trovano in un paesaggio naturale. È questo il vero lusso, indipendentemente dal costo: uno spazio che trasmetta emozioni, che sviluppi visioni». E la sua è un architettura di visioni, a iniziare dai primi progetti come la piccola stazione dei pompieri nella sede della fabbrica Vitra a Weil am Rhein in Germania, al confine con la Svizzera. «Nella Fire Station, ho avuto la possibilità di sperimentare liberamente, e di realizzare visioni che avevo disegnato sulla carta. Qui ho tradotto in tre Oggi è fondamentale saper leggere la città nella sua nuova, complessa identità e intervenire con un invenzione che tenga conto di stratificazioni storiche e culturali FOTO MAGNUM / CONTRASTO dimensioni la compresenza di piani e linee che si intersecano. Ho ritagliato aperture asimmetriche che fanno entrare nell architettura squarci e visioni del paesaggio con un taglio, a volte, addirittura inaudito». Zaha Hadid parla rapidamente in inglese, focalizza un tema, e poi parte in una serie di declinazioni seguendo un pensiero netto ma che si dirama in varie direzioni, a volte si ferma un attimo a riflettere, osserva un dettaglio dell architettura del MAXXI, che qui dal piano terra si apre su una piazza che fa parte dell edificio, e riprende il discorso. «Per la Fire Station avevo fatto veramente molti disegni, e persino dipinti. No, non mi considero una pittrice, ma a un certo punto, negli anni Ottanta e Novanta, non c era disegno tecnico, o un altro mezzo che mi desse la stessa possibilità della pittura di realizzare le visioni che avevo in mente». L architetto ama l arte. Il punto di non ritorno per la sua architettura è il Suprematismo, e in particolare Malevic, che ama moltissimo. È a lui che deve l intuizione di liberarsi dalla forza di gravità. In senso metaforico ovviamente. «Il Suprematismo è l inizio della sperimentazione fuori dalle linee tracciate. È la possibilità di un dipinto nero su nero, della frammentazione, della levità, di suggestioni visionarie mai immaginate prima. E che prima di me hanno influenzato l architettura modernista da Mies van der Rohe in poi». Hadid tocca così tanti argomenti che è affascinante seguirla, cita un termine, un nome, e si aprono una serie di link, riferimenti, storie e geografie. Quando parla di Suprematismo non si può non pensare al suo memorabile allestimento al MoMA di New York per la mostra The Great Utopiasull Avanguardia russa. «L affollamento e la densità del nostro allestimento fecero scalpore. Potevi guardare la mostra da diversi punti di vista, scegliere un sentiero personale, andare avanti e tornare indietro, non mi è mai venuto in mente di indicare un percorso. D altra parte le opere dei suprematisti non erano state pensate per essere isolate in un cubo bianco ma per stare all interno di un cosmo». Il concetto di museo di Zaha Hadid è l opposto del white cube minimalista. Persino quando sceglie una mostra predilige installazioni e luoghi particolari, come una delle ultime che ha visitato di recente, quella con i dipinti blu di Damien Hirst nella ex dimora ottocentesca di Sir Wallace a Bloomsbury. «Trovo interessante la scelta di Hirst di questo posto, e anche di imparare a dipingere». Pare sia la mostra più criticata della stagione internazionale ma, si sa, Hadid non segue strade battute e, in genere, vede lontano. Di musei ne ha visti a tutte le latitudini terrestri, fra i suoi favoriti il Guggenheim di Frank Lloyd Wright a New York per il suo dinamismo. I preparativi al MAXXI continuano, fotografi e operatori riprendono fino ai dettagli questi spazi inondati di luce, Sasha Waltz e la sua compagnia studiano la coreografia che interpreteranno nel MAXXI ancora vuoto. Qualcuno dello staff si avvicina a Zaha Hadid. «It s over?», domanda lei. La lista di appuntamenti è fitta, sono solo le tre del pomeriggio, questa sera ci sarà un altra apertura e dopodomani l architetto riprenderà l aereo. «Viaggio moltissimo, non ho un giorno uguale all altro. Penso e non smetto mai di pensare. Anche quando dormo», dice, mentre osserva soddisfatta la sua opera finita. «Cos è fondamentale oggi nell architettura? Saper leggere la città nella sua nuova, complessa, identità, e intervenire con un idea globale, potente, con masterplanche sappiano affrontare sovrapposizioni e stratificazioni storiche e culturali». Ora sta lavorando al masterplan di un ampia zona di Singapore: il progetto copre un estensione di 194 ettari, ma il concetto di un architettura per vivere bene Zaha Hadid lo declina in diversi ordini di grandezza, dall urbanistica al design. La collezione Z- Scape progettata per Sawaya & Moroni, riprende in oggetti, tavoli, sedute, la stessa forma dinamica dei suoli che si sollevano, e si trasformano in superfici frammentate della sua architettura.

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