CUNNUS GLORIOSUS. Paolo Rupert Santoro

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1 CUNNUS GLORIOSUS di Paolo Rupert Santoro

2 Cunnus gloriosus ovvero I fratelli Cacanaca, il divorzio, il teatro e la libertà.

3 A Massimiliano Quando la potenza civile si dichiara in favore di un'opinione religiosa, l'intolleranza è la conseguenza necessaria. H.-G. Riqueti di Mirabeau

4 Odero se potero, si non, invitus amabo. Ovidio Odierò se potrò, se non potrò, odierò lo stesso. Paolo Rupert Santoro Ogni mattina esco per portare il cane a cagare.. in realtà leggo i manifesti funebri.. voglio sapere se devo piangere per un amico o gioire per la morte di chi mi ha fatto del male Paolo Rupert Santoro

5 Indice. - Cacanaca - U trasu o nun lu trasu - Nucidda - Natalina - Ursula - Spacchiu - Gnocca - Liolà - Onan - Referendum - Icsi - Omu - Scena - Uno, due, tre, via.. - Sucativilla ca vi passa

6 Cacanaca. In paese c era bordello. Ammuccaparticoli democristiani e fascisti da una parte, sinistra in genere dall altra. Mancava poco al referendum sul divorzio. L ingegnere Michele Santangelo, presidente della locale F.I.C.A., Federazione Italiana Cristiani Antidivorzisti, era impegnatissimo nella campagna elettorale per il SI. Suo lo slogan Votiamo SI, abroghiamo il divorzio, buttiamo fuori Satanazzo da Monacazzo, dalla Sicilia e dall Italia intera. Democristiano per vocazione e interessi, Michele aveva digerito male e metabolizzato peggio la vittoria a sindaco di Tonino Incardasciò, membro della nobile famiglia e uomo, lu bastardu, di sinistra. - Lu figghiu di buttana tiene lu portafoglio a destra e lu cori a sinistra. E strammatu tutto. La minchia comunque la tiene al centro. Ma la usa picca e solo con la moglie legittima. E un Incardasciò solo di nome. Per il resto è solo un onesto rompicoglioni. Lu bastardu - amava dire Michele a proposito del sindaco. Accussì da un po di anni i D. C. erano stati buttati fuori dalla mangiatoia comunale. E con loro pure lui l aveva presa in culo. Lui, il boss dei boss, il potente assessore all urbanistica, quello che faceva cacare soldi a tutti: dall A alle Z, anche per una minchiatedda, tutti dovevano pagare l obolo alle tasche dell ingegnere. Anche per fare nu iaddinaru. Perché allora davanti a una porta sì e una no c era nu iaddinaru con quattro galline per fare l ovetto frisco per i picciriddi. Adesso Michele vedeva nel referendum l occasione che poteva portare alla svolta: la riconquista del potere. Pertanto si era impegnato in prima persona, in un corpo a corpo senza limiti, nella lotta contro il divorzio. E aveva ideato la F.I.C.A. - Noi cattolici siamo in maggioranza, disse quel venerdì mattina ad un riunione privata con gli amici, gli amici degli amici e i loro amici pertanto se riusciamo a compattarci, qui, da noi, il divorzio non passerà. A noi non ce ne fotte un cazzo se il divorzio resterà nella legislazione italiana. Sicuramente resterà perché al nord tutti quei comunisti libertari, miscredenti e senza Dio voteranno per il NO. A noi non interessa il risultato nazionale anche se io spero in un miracolo, in una vittoria del SI. A noi interessa il risultato locale. Qui, a Monacazzo, paese cristiano dai tempi che Berta filava, il SI deve vincere. Solo se vince il SI noi potremo tornare a vincere le prossime elezioni comunali.-

7 Tutti applaudirono. In particolare si scassò le mani per gli applausi l onorevole democristiano Ferdinando Cacanaca. Che era uno dei novanta mangiatari della mannira di Palermo. Così, a livello popolare, era denominata l A.R.S. L estate monacazzese era alle porte con tutte le sue feste. Che erano tante, Tantissime. Troppe per qualcuno. Ma per qualcun altro erano poche. Tra un san Paolo patrono e un san Sebastiano protettore, un san Michele difensore e una Addolorata assistente, una Immacolata benedicente e un san Francesco ispiratore il paese era veramente ben assistito e protetto. Per il cattolici almeno. C erano poi le tante manifestazioni estive. E tra queste la rassegna teatrale Sogno di una notte di mezza estate a Monacazzo. Il teatrante Giorgio Baffo, veneto fuori ma siciliano dentro, ma soprattutto amante dell arte, della cultura e della libertà, stava preparando la messa in scena del Cunnus gloriosus di Giordano Bruno Bischeraccio Belininsorca di Monabella, famoso autore teatrale contemporaneo dell Aretino, di cui era compare. Famoso in vita era poi stato oscurato dall Inquisizione. Messo al rogo e con tutti i suoi testi all indice, il suo pensiero moderno in fatto di costumi, sesso, morale, religione, libertà ed altro era stato oscurato dai criminali della santa inquisizione. Ma Giorgio Baffo, detto Giò-Giò, estimatore del libertario del cinquecento, aveva deciso di mettere in scena lo scandaloso Cunnus gloriosus. E per fare una doppia provocazione aveva dato l incarico della traduzione al noto eretico ed erotofilo locale Domenico Tempio. Per tutti Mimì. Poeta e scrittore a senso unico. Pilo, pilo. Pilo. Pilo a trecentosessanta gradi. Pilo a tutte le latitudini. Pilo a tutte le longitudini. Pilo a tutte le altitudini. E pilo pure a tutte le profondità. Pilo in tutte le versioni e combinazioni. Pilo a urbi e orbi. Pilo all urbisca. Pilo alla sanfasò. Pilo a unni acchiappa acchiappa. Questa la tematica dei suoi scritti. Dalla collaborazione dei due era venuta fuori una cosa esplosiva. Intorno alle prove c erano tanta curiosità e mistero, pettegolezzi vari e indiscrezioni infinite. Circolava voce che il testo, già forte nell originale cinquecentesco, era stato potenziato dalle molte sfaccettature del siciliano che chiama l organo sessuale maschile minchia ma lo pronuncia in mille e più modi diversi come mille e più sono le possibilità espressive di quella parola. Una lingua quella siciliana che chiama sticchio i genitali femminili e da mille e passa espressioni a quella parola. Ma lo sticchio si chiama pure pacchio e il seme maschile spacchio. E bello

8 mettere lo spacchio dentro il pacchio. Ma il seme è pure il latte di brigghiu e il brigghiu è il marrugghio che altri non è che la minchia. E la minchia ha la coppola, tale e quale quella che i siciliani portano in testa. E se lo sticchio si chiama pure cunnu al posto di ficcare si può dire incunnare. Ma l espressione più poetica, quasi da cartoni animati, è la seguente: - Il piripicchio e il piripacchio fanno le piripacchiate e mettono lo spacchio nel pacchio.- Adesso il gruppo di Giò-Giò provava alla grande. E Giorgio e Mimì invitavano tutti al segreto più segreto. - Lavoriamo sodo e vedrete che faremo uno spettacolo bello. Anzi bellissimo. - - Uno spettacolo coi marroni.- precisò Marco che era in preda alla tempeste ormonali tipiche della sua età. - Sì.- dicevano gli altri ragazzi del gruppo teatrale sperimentale i Plutoniani di Monacazzo. - Oggi - disse sghignazzando l eretico venexiano Giorgio Baffo, regista e factotum in nome dell arte mi hanno detto che i moralisti della comunità Vitasanta santavita hanno chiesto ufficialmente di avere una copia del testo allo scopo di evitare una messa in scena piena di volgarità, porcherie e offese alla morale, al decoro, alla religione, alla famiglia e a tutto quello che sta alla base della civiltà cristiana.- - E noi non glielo daremo.- dissero in coro i ragazzi. - Allora è no.- disse Giorgio. - No.- disse Domenico. - No. - dissero i ragazzi. - Abbasso la censura.- dissero tutti in coro. E qui cantarono l inno libertario che andava per la maggiore. Quando il potere si leva le mutande scatta la censura.. perché il potere senza mutande è contro la sua stessa natura.. La comunità Vitasanta santavita era una associazione strana, eterogenea come un circo. C erano vecchie signorine bigotte rimaste col pititto di un cetriolo maritale prestigioso, perché non si potevano maritare col primo che si faceva avanti. Per esempio, i villani non andavano più. Poi c erano signore insoddisfatte che preferivano ammuccarisi la particola del parrino piuttosto che la particola del marito che pertanto andava a

9 somministrarla, e giustamente, a destra e a sinistra, con grave smacco per la consorte cornuta e mazziata. C erano poi signorinelle racchiette ma assai appititatte e deviate mentalmente che in mancanza di corteggiatori sfogavano le loro tempeste ormonali in canti, osanna, alleluia e altro. Ma sempre roba di chiesa. C erano pure ragazzine condizionate e plagiate dalla famiglia che vedevano la vita come un sacrificio, la chiesa come un paradiso, i mascoli come dei diavoli tentatori e il matrimonio come un inferno promesso e dovuto alla tradizione. Costoro pensavano che i mascoli erano solo porci tentatori. Nella testa avevano l idea del matrimonio cristiano col maritino che si sacrifica per la moglie e i picciriddi. E non per la fica. Quella si usa solo per figliare. E guai fare sesso per il sesso. Il sesso si fa solo per amore e per dare dei figli a Dio. Da queste ragazze, anche se venivano su belle, c era da aspettarsi solo mogli cacacazzi. Solo collere e niente piacere. - E più facile morire a causa della caduta di un meteorite che farsi fare un pompino da una moglie pescata in comunità.- diceva l erotomane del paese Ciciddu Tuttaceddu. Della comunità facevano parte anche dei mascoli. Pochi ma uno più coglione dell altro. Uomini di mezza età con la minchia mezza o tutta addormentata, scapoloni soli e senza purtusa a disposizione, giovani con il cervello bacato a tal punto che non solo volevano la moglie vergine ma volevano arrivare anche loro vergini al matrimonio. Li chiamavano Quelli della minchia impacchettata. In realtà erano picciotti pieni di tabù, inibiti al cento per cento, che quando la minchia attisava automaticamente pregavano sant Origine per farla arrimuddare invece di lavorare di mano o andare a buttane. Perché per loro nella minchia tisa si nascondeva il diavolo, invece nella minchia moscia c era la santità, la purezza, la felicità, la gioia e tante altre cose belle. Molti di loro sarebbero stati mariti infelici di mogli altrettanto infelici. E sicuramente, prima o poi, anche dei cornuti. Ad assistere questa comunità dell assurdo era padre Nicola Cacanaca, uno dei sei fratelli Cacanaca. Padre Nicola era il prete del conventuccio rupestre di santa Bona, una complesso piccolo ma monumentale situato all uscita dal paese e reso famoso negli anni cinquanta dalla presenze di un eremita mezzo pazzo e mezzo visionario. Fra Minicu Mazzaranni, da tutti visto come un santo, viveva come un troglodita dentro una grotta nei pressi del sacro edificio e passava otto ore al giorno, quattro la mattina e quattro il pomeriggio, assittato su una colonna di epoca romana che sorgeva nei pressi della

10 grotta. E quella colonna era la meta di pellegrinaggi di femmine devote e pie che aspettavano che la parola santa uscisse dalla bocca di fra Minicu. Adesso in quella grotta, oramai sistemata come una casa di paisi, si riuniva la comunità. Tre volte la settimana per pregare per il bene del mondo, per la pace, per la salute del papa e del clero in genere, per la conversione dei comunisti e per il trionfo del cattolicesimi in tutto il mondo. E altro. Per tutto pregava la comunità. Ma adesso, da un po di tempo, l obiettivo principale era la lotta al divorzio. A questo cancro che s era sviluppato nella società italiana e che col prossimo referendum doveva essere estirpato. Un referendum ispirato da Paolo VI e portato avanti dalla D. C. e dal M. S. I. - Il dodici e il tredici maggio gli italiani, guidati dalla mano santa del Signore, dalla mano santa dello Spirito Santo, dalla mano santa della Santissima Trinità, dalla mano santa della Madonna, dalla mano santa di tutti i santi, avrebbero detto SI all abrogazione del divorzio e l Italia sarebbe tornata ad avere il matrimonio indissolubile. Uno e per sempre era e sarebbe tornato ad essere il santo istituto matrimoniale. - Queste le parole dette quel giorno da padre Nicola Cacanaca. - E qui a Monacazzo, sono sicuro che il SI vincerà. Quasi al cento per cento. Il patrono, il protettore, tutti i nostri santi, la santuzza della nostra chiesa, l anima santa di fra Minicu, le preghiere di tutti i parrini e di tutte le monache di Monacazzo, la forza ispiratrice di suor Carmelina delle anime doloranti e naturalmente le nostre piccole e modeste preghiere di servi di santa romana cattolica apostolica chiesa. Insieme vinceremo. Il mondo diventerà cattolico.. cattolicissimo.. il papa sarà l imperatore del mondo e le leggi di tutti gli stati saranno corretti in senso cristiano.. la Bibbia diventerà l'asse portante di tutte le costituzione e la guida spirituale di tutti i parlamenti. Quello che dirà il papa, e voi sapete che il papa è infallibile, sarà legge per tutto il mondo. Sarà legge urbi et orbi. A Roma e nel mondo.- A queste altre parole di padre Nicola la comunità applaudì a lungo. - Ma adesso sapete che c è una nuova emergenza un fatto locale su cui dobbiamo concentrare tutti i nostri sforzi.. dobbiamo fermare la messa in scena del Cunnus gloriosus da parte di quei miscredenti comunisti volteriani diderottiani marxisti stalinisti froidiani satanici satanazzi atei sadici e masochisti di Giorgio Baffo e Domenico Tempio. Dobbiamo impedire che sulla piazza cristiana del nostro paese cristiano vada in scena quella porcheria che parla di sesso, invita al sesso, celebra il

11 sesso. Dobbiamo fermarli. Il Cunnus gloriosus non deve essere messo in scena. Né ora né in futuro. Dobbiamo bloccare i due matti innominabili, far bloccare i finanziamenti, far negare l uso della pubblica piazza, minacciare di scomunica gli ipotetici spettatori e, se possibile, allontanare i ragazzi del gruppo teatrale i Plutoniani da quell inferno di parole per portarli nel nostro paradiso di fatti, parole e preghiere.- Altri applausi sottolinearono le parole di padre Nicola Cacanaca. - Fermiamo prima il divorzio assassino e poi il teatro immorale.- dissero in coro i membri di Vitasanta santavita. E allora attaccarono a cantare. Il Nostro alleluia. Parole di padre Cacanaca. Alleluia qui, alleluia là Il divorzio scomparirà.. Alleluia qui, alleluia là.. Il Cunnus non si farà Alleluia su, alleluia giù.. L Italia il divorzio non lo vuole più Alleluia sua, alleluia mia Il Cunnus chiuderà putia.. Alleluia dietro, alleluia davanti Il divorzio verrà fermato dai santi Alleluia sopra, alleluia sotto.. Il Cunnus chiuderà di botto - Buttana, grandissima buttana. diceva Turiddu alla fotografia sorridente della signora Concettina Cauriato maritata Ciccio Gelone. Poi taliando il marito della ex buttana diceva: - Cornutazzo ranni. Buono te lo sistemò tua moglie il lampadario in testa. La luminaria è grande. Curnutu. E te lo dice uno che può parlare a testa alta. Mia moglie è una santa. Io giuro sempre sui miei luigini e sulla fedeltà di mia moglie. In chidda sua rutta ci sta posto solo pi sta cosa ca tiegnu di sutta. Tua mogli invece in quella grotta scura dava ospitalità a tutti. Ciao cornuto. Se eri uomo con le palle la dovevi scannare. Dovevi tirarci il collo alla mignottona. E farci capire che alla donna onesta una minchia ci abbasta e ci assupecchia... Capito? Canusciri nu marrugghiu fa la donna fimminona, canuscinni dui la fa buttanazza.- E passava avanti.

12 - Curnutazzu cu sette metri di corna ramificate assai assai. Li palli li tinevi pi ornamento. Picchì se avevi li palle a chidda troia di tua moglie la scannavi come un porco. Stronzo, coglione e masculo cacuoccila.- ricordava alla bella fotografia del geometra Carmelo Trestapesante. - Sputacchiera di Monacazzo.- ricordava alla signora Milina Amminchiolì maritata cavaliere Giacomino Ammosciato. - Salutamu assessore Cola Sminchiato. Tu arriposi dintra la cascia, lu tumuri ti futtiu. Ma tua moglie fotte alla grande e le tue corna crescono di giorno in giorno. Sono più alti della chiesa di san Sebastiano e san Paolo messe insieme. La signora Addumannacataruna la chiamano. E stai tranquillo. Tutti addumannunu e idda duna. L avi data magari a mia. Idda è viva e tu si mortu. Se erutu masculu cu li marruna ci scippautu lu cori da la cascia a la buttanuna. E si ammazzava dalle risate davanti alla fotografia del cornuto maximo di Monacazzo. Cornuto in vita, cornutazzo alla massima potenza da morto. - Nun ci credi, ma l avi data magari a mia? Chi voi ca ti cuntu la forma? La grandezza? La profondità? I gradi Kelvin? O Fahrenheit? O Celsius? O la forza aspirante di chiddu sticchiu sucaceddi? Ma ti dico solo che tiene un neo na lu puntu unni comincia la spaccazza.- A quelle parole a Turiddu ci sembrava che la foto in bianco e nero del cornuto diventasse a colori, anzi di un solo colore, il rosso della rabbia del cornuto impotente chiuso nel capputtieddu di lignu e ridotto a quattro ossa fraciti. Si aspettava che il cornuto aprisse la bocca e lo mandasse a fare in culo. Invece stava zitto. Dopotutto cornuto lo era veramente. Cornuto da vivo. Cornutone da morto. Poi andava via salutando il fu assessore con il giusto saluto. Alzava il braccio come per fare il saluto fascista ma poi faceva solo le corna. Dopo la chiacchierata con i morti, solo cornuti e buttane, se ne andava al Circolo di Culura a fare cultura di pilo. E quando lo facevano seccare interrompeva tutti col solito: - Non mi scassate i luigini e non mi rompete il luigione.- Erano ammesse varianti ma le palle erano solo e soltanto i luigini. Sariddu e Saridda vivevano la loro vita di pensionati con gioia immensa. Dopo una vita travagliata si godevano la vecchiaia tranquilli. Nella loro casetta di proprietà situata nel cento storico di Monacazzo, tre stanze e cucina più terrazzino, si la passavano da pascià. La loro vita era stata dura. Sariddu, allievo scarparo, a vent anni si era innamorato di Saridda, appena tridicina, e l aveva convinta, la picciridda, a fuirisinni. Aveva

13 seguito il detto popolare Piglitilla picciridda e bedda e addestrila comu na cagnuledda. Saridda infatti era stata ammaestrata ad essere lo strumento del piacere di Sariddu. E s era messa a fare subito dei figli. Sei in tutto ne avevano adesso. Più due morti caruseddi. Otto ne aveva cagato in tutto. Oltre a cinque aborti più o meno spontanei. Sariddu ci ia dentro cu Saridda e senza tante precauzioni. Era un mascolo sicco sicco con qualità nascoste che dondolavano dentro le mutande. E con quelle qualità nascoste sventrava li purtusa della bella Saridda. Pisava cinquantadue chili da giovane. E come diceva lui Cinquanta due chili piso, due di corpo e cinquanta di minchia. Adesso si godevano la pensione. Ma con il lavoro di scarparo era stato duro crescere i figli. Ne aveva già tre quannu Sariddu falliu e perse la casuzza unni stava con la famiglia. Allora Saridda, col consenso del marito, accettò la corte del barone Ferdinando Monteminata Coppoladoro Si infilò nel letto baronale, si immolò sulla minchia baronale e con i regali e gli aiutini la famiglia si riprese. Sariddu addirittura aprì un piccolo negozio di scarpe e si accattò la casa dove adesso abitavano ancora. Sariddu si fici cornuto per il bene dei figli, Saridda si fici buttana per il bene dei figli. Il suo sticchio era in condominio. Barone e marito sputavano simenta a tutta forza. E lei piccola, minnuta, con un bel culo, girava sulle due minchie della sua vita come una trottola. Il barone a minchia non scherzava. Era scicchigno come il marito. E oltre ad andare con le femmine andava pure con i mascoli. Con i mascoli faceva il mascolo e la femmina. A secondo del pititto che teneva. Per un periodo il barone smaniò solo e soprattutto per Saridda, il nuovo giocattolo della sua minchia. Una volta addirittura il barone la vinni a cercare fino a casa. Di notte. Era stato pigliato da un raptus erotico, la moglie era in campagna, le criate non lo appitittavano, i servi neanche, la sua minchia desiderava Saridda. Pertanto si vestì e andò a bussare alla porta della femmina. Che aprì in camicia da notte e fece trasiri il barone che aveva portato un mazzetto di piccioli. - Bihhhhh. voscenza è s accomodasse - - Ti avevo sognato e nel sogno avevo capito che tu, Saridda bedda, avevi bisogno di me.. per questo ti ho portato un pensierino.. - Bihhhhhh trasissi barone trasissi barone - disse Saridda contenta e felice dentro la sua camicia di notte tutta ricamata. - Poi, quando mi sono svegliato, ho capito che pure io avevo bisogno di te..

14 - Bihhhhhh - disse Saridda che aveva capito di che cosa aveva bisogno il barone. - Cu è?- addumannò Sariddu che era a letto. - Il barone è ci onorò di una sua visita..- Sariddu in quattro e quattr otto si alzò, si ficcò le mutande e venne a salutare il suo benefattore. - Voscenzasabbinirica, barone Monteminata. Vasamu li manu e tutto il resto.. - disse Sariddu inchinandosi e facendo il baciamano. Parlarono a lungo. Poi il barone disse di avere sonno. - Si cuccasse pure nel mio letto.. si arriposasse.. gli lascio il posto mio a voscenza - - Grazie.. grazie..- - Si cuccasse pure.. Saridda l assisterà al meglio..- - Grazie. Grazie.. Grazie.. ma nel letto ci sta posto per tutti e tre.- disse il barone.- Mettiamo a Saridda nel mezzo e noi ci mettiamo di lato.- Il barone si spogliò nudo. Saridda pure. Il marito restò con le mutande. Per il bene della famiglia era pronto ad assistere dal vivo alla messa in scena delle sue corna. Corna d oro naturalmente. Si sistemarono nel letto e il barone disse a Saridda: - Scippaci li mutanni tuo marito.- Saridda ubbidì. - Adesso minicilla insieme..- Saridda ubbidì. Il barone rideva. Saridda faceva la faccia seria. Sariddu era preoccupato. Non sapeva dove sarebbe finito quel gioco voluto dal barone. Ma non aveva scampo. Doveva accettare tutto. Se necessario dare pure il suo culo. Dopotutto la moglie aveva dato tutto. - Impalati sull aceddu di tuo marito.- ordinò i barone. Saridda ubbidì. E si muove sul pisellone del marito quando intisi la minchia del barone bussare al suo culo. Bussare ed entrare. La cosa ci piaciu. Sariddu da parte sua sentiva i nobili coglioni sbattere contro i suoi. Eccitato finì in un amen. Si riposarono un po. Poi il barone saltò sul culo di Saridda. E dopo nu tanticchia disse : - Sariddu, inculami.- - Come voli voscenza. Anche la mia minchia è al suo servizio..- rispose l uomo che a vedere quello spettacolo era di nuovo con l uccello pronto a spiccare il volo.

15 Ci fu un nuovo riposino. Allora il barone chiese di vedere come Sariddu cavalcava la moglie. Godendosi lo spettacolo il barone se la minava. Quando si intisi pronto andò a bussare al culo di Sariddu. - Minchia,ci siamo.. sia fatta la volontà del signore.- pensò. Poi disse: - S accomodasse pure barone. Anche il mio culo è al suo servizio- E il barone si accomodò. Per fortuna la cosa non si ripeté. Ma un giorno Saridda scoprì di essere di nuovo incinta. E il picciriddo che nasciu era tutto la faccia del barone. E in suo onore fu chiamato Ferdinando. Col piccolo Ferdinando la situazione economica della famiglia migliorò molto. Adesso Ferdinando era onorevole. Ferdinando Cacanaca all anagrafe, Ferdinando Monteminata Coppoladoro nella realtà. Dialogare con i morti, con certi morti. Questo era il passatempo preferito di Turiddu Cacanaca, quarantenne appena, belloccio, con la cultura della forma fisica e della minchia in forma. Turiddu, uno dei fratelli Cacanaca, impiegato all ufficio anagrafe e pertanto conoscitore dell eterogenea fauna del suo paese, al cimitero se la spassava. Già per lavoro sapeva chi nasceva, chi crepava e chi si maritava. Lui sapeva tutto. Questa era l altra sua passione. Tutte le mattine usciva presto con la scusa di portare il cane a cagare. Invece andava a vedere se durante la notte era morto qualcuno. Sperava di leggere certi nomi. Di gente che gli stava sui coglioni. Così arrivava al lavoro aggiornato. Sapeva se doveva piangere per un amico, se doveva gioire per un nemico, sapeva insomma. Quando andava al cimitero, tutti i venerdì, dalle tre alle cinque del pomeriggio, passava sempre davanti alla tomba di zia Luigina. Suor Luigina, la monaca dell ordine delle Sofferenze Infinite, che era stata la sua personale torturatrice scasapiselli, scassacazzi, scassacoglioni e scassatutto. Con le sue prediche gli aveva rotto tutto e rovinato l infanzia e la prima giovinezza. Ma adesso stava dentro il cappotto di legno e non poteva più intromettersi nella sua vita. - Zia cara, accapasti di scassarmi i luigini e di rompermi il luigione. Queste le parole che aveva detto quando a sedici anni aveva, una bella mattina, ricevuto la notizia della morte improvvisa della zia monaca. Aveva fatto la faccia addolorata per tutti i sette giorni del lutto ma in realtà il suo cuore e la sua mente avevano gioito. E da allora i testicoli per lui erano diventati i luigini e il pene il luigione.

16 Turiddu Cacanaca amava passeggiare al cimitero e sputtanare, parlando con le balate di marmoro, i cari estinti del suo paese. Compresi quelli della sua famiglia. Quando arrivava davanti alla tomba in marmo pregiato di Concettina Nucidda non poteva fare a meno di insultarla alla grande. Era stata lei l ispiratrice di questa sua passione. Ogni venerdì, dalle tre alle cinque del pomeriggio, Turiddu si recava al cimitero monumentale e si sfogava. Con la coppola nera in testa e la pipa in bocca, le mani in tasca e la camminata lenta e dondolante, si fermava davanti alle tombe e con la faccia del mascolo orante sciorinava i suoi insulti. E nel fare questo si toccava i coglioni e il loro compare che rigorosamente portava a destra. Perché l uomo d onore porta tutto l apparato a destra. Pendolino e sacca coglionale dentro le mutande ma a destra. Da uomo d ordine, da fascista, da mascolo mascolo secondo tradizione e norma, da siciliano al cento per cento, al mille per mille. Lui era mascolo con la emme maiuscola, mascolo con la minchia fuori misura, non una minchia qualsiasi, bensì una minchia siciliana. Lui votava dicci per devozione e riverenza ma dentro il cuore era nero, nero, nero. E davanti alla tomba di Concettina si scatenava. Lì, davanti a quella femmina cauriata che s era fatta scampanare la campana di carne da tutti i batacchi disponibili. Quella sua zia era stata la vergogna della famiglia Cacanaca. Lo zio Cecè Cacanaca era morto di collera e lei si era data alla bella vita. Bella vita che già faceva quando era maritata. Ma adesso aveva stiratu li cianchi pure lei. Era morta da circa un mese. Sicuramente stremata dalle troppi dosi di minchia che si procurava. La buttanona. Nonostante lo zio fosse un mascolo mascolo al cento per cento, uno di quelli che ci volevano le mutande rinforzate per contenere tutto quel ben di dio che l uomo teneva tra le cosce, la moglie lo cornificava alla grande. Neanche un marito con la minchia di ferro o di acciaio sarebbe stato sufficiente a saziare quella bocca affamata. Il dottor Aggiustamona gliela aveva cantato in faccia, prima a lei e poi al marito. - Ninfomania.- - Ahhh..- aveva detto la zia. - Pititto di sasizza ventiquattro ore su ventiquattro.- - Sasizza.? - Sì. Ma di mascolo.- aveva precisato il medico. - Magari mentre che dormo?- - Magari - - Magari adesso?-

17 - Magari.- E s era buttata sul dottore, che, come tutti gli Aggiustamona, era di quelli che non scendevano mai sotto i venticinque centimetri. Di sasizza naturalmente. - Dottore, glielo deve dire a quel cornutazzo di mio marito che mi chiama sempre buttana, buttana ranni. Glielo spiegasse lei, che non di buttanesimo si tratta ma di malattia. Che malata sono e assai assai. - Certo. Signora carissima, venga con suo marito e gli spiegherò la cosa - Così era stato. - Signor Cacanaca, la sua signora è malata..- - Bihh, mi dispiace. E allora che deve fare? Si deve arricoverare all ospedale? Si deve operare?- - No. La sua è una malattia strana. Si chiama ninfomania.- - E chi minchia è?- chiese l uomo che con la mano destra dintra la sacchetta si toccava i coglioni per fare gli scongiuri. - Niente. Niente di grave.- disse il dottore. - Allora ci scrivissi le medicine. Chi ci voli? Sciroppo? Pinnuli? Supposti? Ignizioni? Facissi lei dottore, l importante è che la mia signora stavi bona e guarisce. Perché idda è tutta la mia felicità. E pure la felicità di qualcun altro. Ma a mia non m interessa. Meglio curnuto con lei che mi accoglie a cosce aperte che senza corna e senza idda. disse il preoccupato marito ritoccandosi i coglioni con la mano destra e grattandosi la fronte con quella sinistra. Il dottore sapeva tutto. E assittatosi dietro la scrivania del suo studio scrisse la rizzetta. Poi la diede al marito dicendo: - A tutte le ore. Una dose ogni volta che ci appititta.-. - Ogni volta che ci appititta..?- - Sì. Sempre, comunque, ovunque e dovunque.- - E non si intossica Concettina mia?- - No. Chiù assai ni piglia chiù meglio sta.- preciso il medico con il massimo possibile di deontologia ippocratica. Il marito taliò la ricetta ma non ci capì una mazza. - Niente si capisce. Ma tanto la farmacista capirà.- - Non serve la farmacista.- precisò il dottore. Il maritò ritaliò la ricetta e mettendo a fuoco la scrittura del medico riuscì a leggere la parola Minchia.

18 - Dottore, ma chi minchia avi scritto? Chi ci sta una medicina che si chiama minchia?- - In farmacia no. Ma in mezzo alle cosce dei mascoli che esercitano sì. Tua moglie è ninfomane ovvero voli sempre una minchia.- - Minchia. Sempre una minchia?- - Sì. Ignizioni di minchia nello sticchio, supposte di minchia nel culo, pillole di minchia in bocca e latte di brigghiu dappertutto.- - Minchia.. - disse incredulo il povero marito curnuto e mazziato ma felice sempre perché quello donna lo mannava sempre in paradiso. Lui era un beato, il suo aceddu un angelo con le ali e quella femmina un paradiso infinito. - Sì. Minchia, minchia e poi ancora minchia.- puntualizzò il medico. - Visto gioia mio, non sono buttana sono solo malata. - E per curarsi la zia si diede da fare con la medicina del marito e di tanti mascoli. E quando il marito morì si scatenò chiù assai ancora. U trasu o nun lu trasu Era la primavera del 1974 e la Sicilia era cent anni indietro rispetto al famoso continente. Carmen aveva fatto appena appena diciott anni e non vedeva l ora di pigliarsi la maturità liceale per poi andare all università di Catania. Si voleva fare dottoressa. Ma doveva combattere contro la sicilianità e la mascolinità di suo padre. Che la voleva professoressa e basta. Quell anno a scuola c era stata aria di contestazione. C erano stati parecchi scioperi e si prevedeva di peggio. Il sessantotto era passato da poco. Comunque gli esami di stato si avvicinavano. Lei da parte sua era una picciotta all avanguardia. Vestiva moderna e si comportava da ragazza moderna. Era zita ma di nascosto. Maurizio Sucafica, detto Mao, era il suo compagno di banco e il suo caruso. L unico finora. E studiavano insieme. E lei lo voleva pure sposare. Insieme avevano scoperto il sesso ma solo fino a un certo punto. Lui voleva una cosa ma lei non gliela aveva voluto dare. Quando la sera si stricavano uno contro l altro dentro qualche cortile o nella scale buie di qualche palazzo del centro lui tornava alla carica. - Carmen, u trasu o nun lu trasu..- - Ohhhhhhhh... dopo.. poi.. dopo u trasi..- - Carmen,voglio fare l amore.-

19 - Mao.. Ora. Ora..No Poi Poi Ci sta tanto di quel tempo.- - Mao mai dimmi la verità Carmen.- - Mao no mai poi..- - E io vado a buttane. Pago e u trasu.- - E trasi.. trasi.. Vai, vai Che poi ti acchiappi una bella malattia e il maurizietto si sfascia, si rovina.- - Ihhhhhh Minchiati.. E poi, eventualmente ci sono gli antibiotici.- E così litigavano. Spesso andavano fuori paese con la vespa di lui. Specialmente adesso che era primavera. E Mao insisteva. Voleva la prova d amore. Voleva fare l amore. Voleva. Lui. Maurizio Sucafica voleva la fica di lei. E invece doveva accontentarsi di lavori manuali o orali. Anche il pomeriggio, quando studiavano insieme in vista dell esame di stato - e lo facevano solo a casa di lei - era bello scambiarsi un bacio tra una versione di greco e una di latino Quando in casa restavano soli, e la cosa succedeva spesso essendo il papà iperimpegnato e la mamma ammuccaparticoli nata, lui ci provava sempre. - Ora.. Poi.. Dopo..- era la risposta di lei. Comunque era bello leggere Catullo in originale. Toccarsi in carne e ossa. Studiare le leggi della fisica e il relativo fisico dello zito o della zita. Ripassare le leggi di Keplero sul movimento dei pianeti e parlare del giramento di palle di lui tra le mani di lei, studiare la teoria della tettonica a zolle e confrontarla con la tettonica di lei, classificare i vari di eruzione, dalla lineare alla pliniana, cercando di collocare l eruzione minchiale di lui. Mettere a confronto la teoria del superuomo di Nietzsche con la superminchia di lui, la storia del plusvalore con quel della pluseros, i Malavoglia del Verga con la tanta voglia della verga di lui, il calcolo integrale della matematica con la trasuta integrale di maurizietto nella carmelina di lei. Ma lei diceva sempre Ora.. Poi.. Dopo.. Dopo.. Mao E Mao doveva accontentarsi delle mani o della bocca. Ma oramai era stanco di questi rapporti. Voleva di più. E quel pomeriggio ottenne di più. Sfuggì alle mani di lei e alla sua bocca ardente, se la piazzò sotto e punto contro la parete da sfondare, la toccò con la punta del suo pene e capì che quella era la volta buona. Faceva pressione lentamente, non voleva farle del male. E lei sembrava aver accettato la visita di maurizietto alla sua carmelina. La prima visita. Sentiva il calore e la pressione del glande, di quel glande che amava strofinarsi tra le cosce, lo sentiva premere, bussare, farsi avanti. - Sì, lo faccio trasiri.. no, non lo faccio trasiri.. sì.. no.. sì.. no..-

20 Questi erano i suoi pensieri in quel momento. Ma quando capì che la cosa era imminente, questioni di secondi, che le sue piccole e grandi labbra circondavano il glande ed erano pronte a catapultarlo all interno, che la sua vagina era pronta a ricevere l ospite, che la cosa stava per accadere, si rese conto che era necessario prendere una decisione.. o sì.. o no se sì, bastava stare sotto di lui, se no, doveva svincolarsi e alla fine, quando capì che lui era rinculato per dare il colpo definitivo, automaticamente scivolò via e il povero maurizietto di Mao andò a sbattere contro la coperta del lettino di Carmen. - Minchia che dolore.. ahi la minchia ahi la cappella.. sicuro che si ammaccò.. e la minchia mi sa che si stoccò.. minchia che dolore di minchia.. Per san Priapo e i suoi priaponi.. minchia che male.. mi sa che la cappella da convessa che era concava diventò.. per san Priapo e il suo priapaccio...- Lei muta taliava il suo ragazzo che continuava a fare avanti e indietro contro la coperta. E intanto santiava. - Minchia.. datemi un portuso per la mia minchia.. un portuso qualsiasi.. ahi.- gridava lamentandosi. E lei muta. Muta e silenziosa, rossa in faccia e piena di desiderio dalla testa ai piedi. Taliava Mao impegnato in una ficcata con la coperta. Voleva bloccarlo. Ma aveva un po di paura. Pertanto lo lascio finire. Solo allora gli si buttò alle spalle. Lui sentiva i capezzali tisi di lei pungere le sue spalle, la pancia sulla curvatura dalla schiena e il pelo che le accarezzava il culo. Ma sentiva pure il bagnato intorno alla sua minchia. Oltre al dolore. - Scusa amore.. scusami, ma ho avuto paura..- disse lei. Lui non rispose. Carmen per tutta risposta infilò la mano destra sotto la pancia di lui e raggiunse il carmelino piccolo, bagnato e dolorante. - Amore, fammi controllare se è tutto a posto..- chiese lei. Lui non rispose. Lei smontò dalla sua posizione, lo girò lentamente e lo pulì. Lo pulì con la lingua. - Amore, tutto a posto è.. la cappella non si ammaccò.- Lui non rispose. Tra l altro maurizietto, a causa della tremenda tempesta ormonale di lui, stava rialzando la testa. Quando fu tutto tiso lei lo toccò tutto, lo strinse, lo tirò, lo manovrò come il cambio di una automobile e poi sparò la sentenza. - Amore mio, non si ammaccò e neanche si stoccò. Sano era e sano restò.-

21 Lui non rispose. Fremeva per la rabbia. Fremeva per l orgasmo. Fremeva per il dolore alla minchia. Fremeva perché quando tutto sembra andare in porto era invece tutto svanito. Voleva farsi Carmen per la prima volta e invece si era fatto la sua coperta. Si sentiva preso per il culo. Da tempo ci provava e adesso che tutto sembrava anadare al posto giusto lei si era svincolata. - Ahi - continuava a dire Maurizio. Poi gli scappò dalla bocca quello che pensava. - Brutta malaca mi hai preso per il culo. Malachissima megagalattica. Malacona, malacaccia, malacazza brutta. - - Malaca sì. In tutte le versioni, Sono stronza, stronzona, stronzissima, stronzazza. E vero. Stronza sì. Brutta no.- protestò Carmen. - Brutta malaca.- ridisse lui.- Mi hai preso per il culo. Questa è la sacrosanta verità. Ora. Poi. Dopo. Adesso sembrava arrivata l ora. Ora. E invece senza dire parola alcuna mi hai trasmesso il solito messaggio Ora. Dopo. Poi. Basta. Mi sono rotto i coglioni. Anzi mi sono rotto la minchia. Anzi, per essere precisi, la cappella della minchia - - Non è vero, non si è rotta.- puntualizzò la carusa. - Basta. Vado via. Sono stanco di essere preso per il culo.- E fece per alzarsi. Allora, in un amen, in un quattro e quattr otto, Carmen prese la decisione. E disse: - Non ti ho preso per il culo. Prendimi tu per il culo. E nel dire queste parole si mise a pancia in giù, il quella posizione che lui amava contemplare, accarezzare, baciare, alliccare e basta. Tutt al più se la poteva minare su quel sedere ed innaffiarlo del succo dell amore, del suo succo, del succo dei suoi due limoni, del suo lemoncello personale. Adesso lei invece gli offriva i sedere come soluzione alternativa, gli offriva il buco del culo, lo voleva dentro il suo corpo ma non essendo pronta a riceverlo nel posto canonico, non sentendosi pronta a sacrificare l entrata principale, quella protetta dal sipario della verginità, sipario che lei non voleva alzare, anzi non voleva far crollare, o meglio rompere, almeno per il momento, gli offriva l ingresso secondario, quello del diavolo, perché solo il diavolo ficca il marrugghio in quell antro oscuro. E lui capì. Capì al volo e accettò. La cosa fu bella per entrambi. Anche quello ero era amore. Anche quello era sesso con amore, per amore. - Ti amo Filomentula mia.- disse Maurizio venendo. L aveva chiamata col nome del personaggio del Cunnus gloriosus che lei si apprestava a recitare. Ma nella sua testa aggiunse Filomentula per

22 modo di dire. Non mi pare che nella realtà sei una filomentula. Non mi pare proprio. Anche lui recitava. Faceva il servo di Filomentula, Onanio Senzasorca. E in fondo nella vita senza sorca lo era veramente. O meglio, l aveva ma non la poteva usare. La sua era una sorca.. fantasma. E lui era peggio di Amleto. Se quello aveva il problema di essere o non essere, lui aveva il problema di trasiri o nun trasiri. Ma per lui non era un dilemma. Lui voleva trasiri. La zita lu vulia fari trasiri ma poi nun lu facia trasiri. - U trasu o nun lu trasu? Questo è il dilemma.- Addolorata Cazzillo in Cacanaca faceva la donna di casa. Suo marito Turiddu lavorava al comune e lei regnava su due camere più salone e cucina abitabile. Lei puliva, cucinava e mandava avanti la casa. Quella bella casa ottocentesca che dava in un cortile del centro storico di Monacazzo. La casa era di proprietà. Era stata la sua dote. E negli anni l avevano migliorata parecchio. Erano stati i primi ad avere un bagno con la vasca, i primi ad avere il salotto in finta pelle, i primi a comprare il televisore in bianco e nero negli anni sessanta, i primi ad avere la seicento familiare. E i primi anche in tante altre cose. Specialmente dopo che si erano messi in casa lo zio Bastiano, americano ricco, vedovo e senza figli, che crepando gli aveva lasciato un bel conticino in banca. Allora i figli erano piccoli e il vecchio zio era solo un bambino in più. Addolorata stirava mutande, camicie e il resto per il marito, il figlio sedicenne Vincenzino Sacramento detto Nzinu e la figlia diciottenne Maria Carmela Crocifissa detta Carmen. Era una femmina d onore la signora Cacanaca. Essere moglie di un impiegato comunale equivaleva ad essere la moglie di un pubblico ufficiale. E la moglie di un pubblico sottufficiale doveva essere come la moglie di Cesare. Neanche l ombra di un sospetto doveva gravare su di lei. - Sutta sta coppola di celu nun ci chiovi. - diceva sempre. E voleva semplicemente dire che tra le sue cosce non c era posto per temporali estivi, acquazzoni e altro. Lì governava lei e la sua volontà e pertanto tempeste, fulmini e tuoni li poteva scatenare soltanto suo marito. Con il suo permesso. E lei il permesso lo accordava sempre. Perché era stata educata per dire sempre sì al marito. Anche quando il marito pretendeva cose strane, fantasie da porcello, e pertanto voleva fari trasiri lu sceccu pi la cura, lei lo accontentava. Questo le diceva, da ragazza, la vecchia signorina Santuzza Bucosano. E in parte lei concordava. Pensava

23 che se il marito voleva fare qualche porcheria bisognava pure accontentarlo. Altrimenti quello andava a fare il porco fuori casa. E lei il suo Turiddo lo accontentava sempre. Sia a tavola che a letto. D altra parte gli uomini sono tutti porci. - I masculi sunu tutti puorci. Quannu ci pigghia lu firticchiu na lu piscia piscia non ci vedono più. Pertanto iddi fossinu capaci di infilarlo magari na nu purtusu di muru. Dintra na buttigghia. O na lu culu di na monaca vecchia e fracita. Tantu, in caso di necessità, nu purtusu equivale a n autru. Queste erano le parole che la simpaticissima, amatissima zia suor Luigina le diceva sempre. Quella femmina santa, zia del marito, che lei amava tanto quanto il marito odiava. Infatti Addolorata si arrabbiava solo e soltanto quando il marito usava la frase Non mi scassate i luigini. Non sopportava proprio che il nome della santa donna, suora, vergine, quasi martire, forse santa o beata, della donna che sicuramente era assisa in paradiso e adesso conversava con amicizia e amore con tutto l ambaradan divino, fosse diventato sinonimo di testicoli. Suor Luigina poteva essere testimone di fede, non di ficcate. Ma Turiddu, che aveva mal sopportato e ancora più male digerito gli insegnamenti della vecchia rompicoglioni che gli aveva fatto vivere come tragedia le prime vicende sessuali, aveva deciso che luigini era sinonimo di coglioni. Quella donna vestita di nero gli aveva rovinato il piacere del sesso per parecchio tempo. Gli aveva rovinato il piacere delle seghe, della prima ficcata, delle visite al casino.. Ma quando era andato miliare, e lo avevano spedito a Milano, aveva scoperto che il sesso non è peccato. I commilitoni polentoni lo avevano svezzato, le fighe delle zoccole milanesi lo avevano fatto fottere con gioia e la moglie di un tenente colonnello lo aveva emancipato e istruito nell arte dell uso delle minchia. Per la gioia del mascolo e della femmina. Per il paradiso di carne e non per il paradiso cattolico. Nucidda Anche lui, Turiddu Cacanaca, una volta aveva assaggiato il conno della zia con la vocazione per il puttanesimo. La zia Concettina Nucidda maritata Cecè Cacanaca, il suo caro amatissimo zio cornutone. Anzi, era stato il primo conno che aveva assaggiato. Quando quindicenne aveva passato una settimana a casa dello zio perché suo padre era stato operato e la mamma

24 l aveva assistito. La prima notte Turiddu non riuscì a dormire. Sentiva la zia e lo zio fare cunnomentulamachie alla grande. E lui, nella stanzetta di quel figlio che la coppia non aveva mai avuto, sentiva gemiti, lamenti e parole che gli mettevano il fuoco nei coglioni e il cemento armato nella minchia. E allora fece quello che facevano pure i suoi amici. Quello che a casa faceva spesso. Si dava da fare con le mani fino a quando il latte di brigghiu veniva fuori. O meglio, si sbucciava la fava da solo. La mattina resto a letto fino a tardi perché aveva sonno. La zia lo svegliò alle undici. - Non ho dormito.- disse il ragazzo. - E che hai cambiato capizzu. Hai cambiato letto.- - Può darsi.- rispose il giovane. - Oppure la casa è troppo rumorosa? chiese la zia accennando un sottile e alquanto ironico sorriso. Il ragazzo non rispose. Arrossì semplicemente. La zia era con la sottanina di raso nero corta corta e la scollatura bella profonda. Teneva le cosce bianche e tre quarti di minni a bella vista. Andò via lasciando ciauro di femmina in calore nell aria e la sua minchia addumata dentro le mutande bianche. Lui rifece il lavoro manuale fatto già durante la notte. E nei giorni che seguirono le cose andarono allo stesso modo. Lui sapeva che la zia cornificava il marito ma una cosa era certa: non poteva cornificarlo col nipote. E poi lui era una mezzacalzetta, inesperto, vergine, con l uccello bello sviluppato ma ignorante in fatto di femmine e relativi accessori. - Minchia mia babba ranni..- diceva a sé stesso intanto che si masturbava. La mattina lui restava a letto solo per farsi svegliare dalla zia e taliarla nella sua mezza nudità. La zia, dal ciaruro che c era nella stanza, si rendeva conto che il picciotto, anche quella notte, aveva messo mano all aceddu impazzito per riportarlo alla calma. E si rendeva pure conto che sotto il lenzuolo quello era di nuovo impazzito. E il copione si ripeteva. - Alzati..- diceva la zia. - Non posso.. più tardi. rispondeva lui. - Che dormi nudo?- chiese la zia che sapeva il reale motivo dell imbarazzo del picciotto. - Sì.- disse mentendo e arrossendo il ragazzo. Le cose cambiarono il quarto giorno. Lo zio era andato a Catania per affari. E lui si era ficcato, come al solito, nella vasca tutta piena d acqua e schiuma e giocava come i bambini. Solo che non giocava con le paperelle, giocava con il suo uccello. Ma all improvviso bussò la zia. - Posso trasiri? E urgente.- disse la donna.

25 - Sto facendo il bagno.- - E che ci fa. Tanto sei immerso nell acqua. E poi, che fai, ti virivogni della zia?- E senza aspettare la sua risposta trasiu e andò a sedersi sul cesso per fare pipì. Con tranquillità si abbassò le mutande in un amen e posò il culo sulla tazza. Turiddu si guardò tutta la scena e per un attimo i suoi occhi inquadrarono il pelu della donna. Fu una visione. Come la svelata dei santi che si usava al suo paese. Solo che il santo poi restava svelato, qui invece era stato un lampo. Ma in ogni caso la minchia già dura s indurì n autra tanticchia. Taliò la donna pisciare, ascoltò le note musicali di quella cascatella dorata, vide la donna prendere un pezzo di carta e passarselo sulla passare bagnata per asciugarsela. Lui adesso aspettava solo che la zia si alzasse, gli rioffrisse la visione della velata di san pelo nero patrono del piacere e poi andasse via. Lui aveva solo voglia di farsi una sega. Dentro la vasca. Subito doveva scaricare la tensione accumulata e trasformarla i piacere. Invece la zia si alzò e si avvicinò alla vasca. - Ti faccio le spalle.- propose. Turiddu non rispose. E lei insaponò le belle spalle bianche del nipote. Parti dall alto e scese fino alle natiche sode. Il picciotto, seduto dentro la vasca, sentendo quelle mani di femmina esperta sulle spalle diventò rosso come un pomodoro. E si stringeva le cosce per non far muovere la minchia tisa. E per far questo si contraeva i muscoli delle natiche. Intanto taliava le belle minne della zia che stavano più fuori che dentro. E la zia capì. - Che ci sta Turiddu? Tieni il culetto duro duro come la pietra lavica.- Turiddo non rispose. La zia passo ad insaponarlo sul petto. Poi sulla pancia. E lui sempre a trattenersi la minchia tisa tra le cosce. Poi, comu fu e come no fu, perse il controllo dei muscoli delle cosce e la minchia si liberò automaticamente da quella morsa andando a sbattere contro la mano della zia che stava operando in zona ombelico. - Chi fu? Chi successi?- E rise. Turiddu arrussiau chiù assai. - L aceddu scappau da la gabbia?- chiese la zia. Turiddu stava per sentirsi male. Si alzò. Nudo con un verme ma cercando di coprirsi con le mani fece per uscire dalla vasca ma perse l equilibrio e per non cadere abbandonò l autocensura per appoggiarsi al muro. Invece cadde sulla zia. La pancia sulle spalle, la parte superiore del corpo che pendeva sulla schiena della zia mentre le gambe pendevano davanti. E la minchia tisa si trovò automaticamente davanti alla bocca della zia. La zia,

26 senza dire niente, si l ammuccau. Lui muto. Sempre muto come un pesce. E sucando quel sigaro speciale, la zia se lo caricò come un sacco di patate e lo portò nel suo lettone matrimoniale. Poi lo buttò sul letto e lo cavalcò con savoir-faire fino alla fine. Lui non disse niente per tutto il tempo. Solo gemiti. Gemiti di piacere. Ma la notte successiva non dormì. La minchia gli bruciava. La cappella era in fiamme. La testa pensava mille pensieri. Il cuore era in preda ad una tachicardia impressionante. Il corpo era caldissimo. Sudava in modo eccessivo. Le mani e piedi invece era gelati e umidicci assai assai. Se chiudeva gli occhi vedeva il conno della zia spalancato, vedeva la sua minchia fare trasi e nesci e pensava che quello era l ingresso dell inferno. Da tanto tempo desiderava entrare in quell inferno, magari quello di una buttana, ma non lo facevano entrare. Era piccolo. Cresciuto tra le gambe ma piccolo fisicamente. E adesso, in un amen, era entrato nell inferno caldo e accogliente di zia Concettina Nucidda in Cacanaca. Ma se era felice per la novità era infelice per aver peccato. La zia monaca glielo diceva sempre: - La femmina è il peccato. Andare con una femmine senza essere sposati davanti a Dio è un peccato mortale. Un peccato che porta sani sani all inferno. A bruciare per l eternità. E il fuoco, le fiamme, si appiccicano sempre alla parte del corpo che ha peccato.- Era per questo che la cappella della minchia era in fiamme. Aveva peccato e quello era un assaggio d inferno sulla terra. Poi si addormentò e sognò l inferno secondo Michelangelo. Il natale precedente era stato a Roma e aveva visitato la cappella sistina. Il giudizio universale le era rimasto impresso nella mente. Sognò le trombe che suonavano e lui, nudo come un verme, che cercava di arrampicarsi dall inferno al paradiso. Ma i dannati lo chiamavano. - Turiddo, torna al tuo posto.- Anche i beati lo chiamavano. - Turiddo, torna all infermo.- Ma lui continuava la scalata. E intanto che saliva si appellava direttamente al padreterno, a tutti i santi, agli angeli,ai beati e a tutto il testo. - Perdono.. perdono.. perdono.. non lo faccio più.. perdono - Ma il coro dei beati lo bloccò. - Vade retro, peccatore..- Anche Dio in persona intervenne nella discussione. - Turiddu Cacanaca, il tuo posto è all inferno.-

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