RASSEGNA STAMPA di giovedì 26 febbraio 2015 SOMMARIO

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1 RASSEGNA STAMPA di giovedì 26 febbraio 2015 SOMMARIO Così stacco la spina ai malati senza speranze. C è un eutanasia silenziosa voluta da medici e famiglie : sulla prima pagina di Repubblica di oggi Matteo Pucciarelli raccoglie il racconto di un infermiere di Firenze e apre uno squarcio terribile, a tratti ambiguo e pieno di tormenti (e interrogativi) sui momenti del fine vita... Ecco il contenuto del pezzo: Come possiamo definirla? «"Eutanasia silenziosa". Per noi è un fatto di tutti i giorni. Lo affrontiamo con grande difficoltà, ma sicuri di fare sempre la cosa più giusta», dice Michele (lo chiameremo così). Una laurea, la specializzazione, il master, la carriera infermieristica, oggi è caposala all' ospedale Careggi di Firenze. Ha voglia di raccontare quello di cui, chissà se per pudore o se per una congiura del silenzio, nessuno parla mai. E di farlo evitando la politica, «ma con il buonsenso di chi sta in prima linea». Premessa: Michele non è ateo, anzi, è un cattolico praticante, va a messa due volte alla settimana. Sorride di questa apparente contraddizione, «ma qui Dio non c' entra nulla. Sono un professionista, ho studiato. Se teniamo in vita artificialmente un paziente, siamo noi che ci stiamo sostituendo a Dio...». Ogni anno, in un grande reparto come quello dove lavora Michele, medici, infermieri e operatori sanitari hanno a che fare con almeno casi di persone sospese in una terra di mezzo dove il confine tra cosa è eutanasia e cosa no è sottilissimo. «Dal punto di vista normativo siamo obbligati a nutrire e idratare anche un vegetale. In queste condizioni un paziente può andare avanti per mesi, o anni», spiega. Un po' come avvenne con Eluana Englaro: «Ho perso il conto di quanti malati ho visto così. E da fuori, quando si sta bene, non ci si rende conto di quanto sia facile ritrovarsi in quelle condizioni. Il caso Eluana ci diede una lezione: nessun riflettore, silenzio sulla materia con l' esterno. Poi però mi chiedo se è giusto omettere la verità». Appunto, la verità: parenti e dottori sanno capirsi, a volte basta uno sguardo di intesa, di comprensione, di compassione. «Formalmente il medico non può dire "va bene, stacco la macchina" a chi ci chiede un intervento di questo tipo. Ma fa intendere che c'è la possibilità di non accanirsi. Bisogna saper comunicare un concetto ma senza esprimerlo fino in fondo. Tocca fare gli equilibristi con le parole». Ci sono farmaci che tengono su pressione arteriosa e funzionalità respiratorie: «Smettiamo di darli, per esempio. Non facciamo più le cosiddette procedure invasive. Se non c'è alcuna possibilità di ripresa, che senso ha?». Uno degli ultimi casi è avvenuto pochi giorni fa: un uomo di 54 anni con problemi di cuore. Un violento edema, le attività cerebrali azzerate. «Abbiamo aspettato due giorni. Ci siamo confrontati coi familiari, la compagna e la madre; i valori non ci lasciavano dubbi. "Non ci sono spiragli. Insistiamo?". In pochi rispondono di sì, morire a volte è una liberazione». Insistendo, invece, quanto sarebbe restato ancora in vita? «Questione di giorni, al massimo due settimane». Spesso le famiglie sono preparate all' eventualità della morte di un congiunto: «Dipende sempre dal male che hanno di fronte. Se c'è un'operazione complicata davanti, per dire, capisci che si sono confrontati anche con il caro, magari un'ora prima di entrare in sala. Sempre sottovoce: noi ce ne accorgiamo che stanno parlando dei "se"». Quel confine in realtà è pericoloso per chi ci lavora a cavallo: «Avessimo lo scudo del testamento biologico, sarebbe tutto più semplice. Capita che un parente ci faccia capire qualcosa e poi cambi idea. Ed è normale, perché subentrano sentimenti e paure, sensi di colpa, la speranza dell'impossibile o del miracolo. Oppure non tutta la famiglia è d'accordo, i genitori ad esempio tendono a non rassegnarsi, generi o nuore invece sono più pragmatici. Ma in tutto questo, tu medico da chi sei tutelato? Ci prendiamo dei rischi enormi». Viene da chiedersi chi glielo faccia fare, ma Michele anticipa la risposta: «Sembrerò crudo, ma un posto letto in un reparto come il mio potrebbe servire a chi ancora, invece, ce la può fare». Fin qui però nessuno ha parlato di iniezioni letali, la Svizzera o le invasioni barbariche sono lontane. «Tra colleghi siamo tutti d' accordo, non c' è fede che tenga. Nei turni di notte parliamo: "Se capitasse a me e vedete che

2 non c'è niente da fare, datemi una botta di morfina". Però non so se avrei il coraggio di farlo io a un amico senza uno scudo giuridico», continua Michele, e abbassa lo sguardo per la prima volta. La questione è ancor più aperta in reparti come oncologia: lì la linea di demarcazione è molto più chiara, non ci sono ambiguità: «So solo che sarebbe bello dare la possibilità alle persone di scegliere quando andarsene. Scegliere di morire in maniera degna, in condizioni dignitose, lasciando un bel ricordo di sé agli altri». Non sarebbe complicato fare un primo passo: «C'è già adesso la possibilità di avere un tesserino che certifica la volontà di donare gli organi - ragiona Michele - perché non prevederne uno per il fine vita?». Domande senza una risposta, o forse sì, poco importa: «Prima il medico o un prete erano considerati i padroni della vita o della morte. Oggi non ci sono più tabù: il malato sa che ha dei diritti, compreso quello di gestire per sé anche l'ultimo passaggio» (a.p.) 2 DIOCESI / PARROCCHIE IL GAZZETTINO DI VENEZIA Pag X Cristiani impegnati in politica, quattro incontri al via da oggi Dai Cappuccini, condotti da don Fausto Bonini LA NUOVA Pag 25 Don Bonini apre il confronto con politici e amministratori Convento Cappuccini 3 VITA DELLA CHIESA AVVENIRE Pag 3 La Chiesa contro le mafie, tra denunce e testimonianza di Giuseppe Savagnone Gli interventi di condanna della criminalità Pag 18 E la Chiesa scoprì l italiano di Giacomo Gambassi e Marco Roncalli Cinquant anni fa la prima Eucaristia celebrata in lingua nazionale. Partecipazione, la parola chiave 4 MARCIANUM, ASSOCIAZIONI, ISTITUZIONI, MOVIMENTI E GRUPPI IL GAZZETTINO DI VENEZIA Pag XXVI L attualità di San Rocco tra storia, arte e devozione di Riccardo Petito Al santo francese la Marcianum Press dedica adesso un prezioso volume 7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA LA NUOVA Pag 17 Sindaci, se ostacolate vado in procura di Carlo Mion e Nadia De Lazzari Emergenza profughi: il prefetto all attacco. Lido, oggi alle consiglio municipale aperto al confronto Pag 30 Vietato morire a Mira, i cimiteri sono senza posti di Alessandro Abbadir Pesantissima la situazione nei cinque principali camposanti della città IL GAZZETTINO DI VENEZIA Pag X Senza casa, barboni in giro di Fulvio Fenzo Casa ospitalità: il presidente Benzoni attacca il Comune per il taglio dei finanziamenti. L evento: porte aperte sabato e domenica ed inoltre oggi segnaliamo CORRIERE DELLA SERA

3 Pag 1 Chi non si guarda allo specchio di Ernesto Galli della Loggia Professori e non solo Pag 9 La lezione Bbc che i partiti non capiscono di Milena Gabanelli Rai: il progetto di riassetto Pag 19 Le milizie cristiane in Iraq: Contro gli assassini dell Isis c è una sola via: armarsi di Lorenzo Cremonesi Pag 26 Famiglia Cristiana a Charlie Hebdo: Con il Papa fate i moralisti di Virginia Piccolillo La polemica LA REPUBBLICA Pag 1 Così stacco la spina ai malati senza speranze di Matteo Pucciarelli Parla un infermiere di Firenze: C è un eutanasia silenziosa voluta da medici e famiglie Pag 9 Alla fase due del "renzismo" serve anche qualche nemico di Stefano Folli LA STAMPA Berlusconi ormai non è più un politico di Giovanni Orsina AVVENIRE Pag 1 Una riforma dovuta di Danilo Paolini Responsabilità dei magistrati IL GAZZETTINO Pag 1 Se la sinistra cerca un leader antagonista di Alessandro Campi Pag 1 Operazione industriale e un po politica di Mario Ajello LA NUOVA Pag 1 La legge è più uguale per tutti di Gianfranco Pasquino Torna al sommario 2 DIOCESI / PARROCCHIE IL GAZZETTINO DI VENEZIA Pag X Cristiani impegnati in politica, quattro incontri al via da oggi Dai Cappuccini, condotti da don Fausto Bonini "Hai ruolo in città? Vieni a Ninive". Inizia oggi, dalle 19 alle 20,30 nel convento dei padri Cappuccini in piazzetta San Carlo, il ciclo di quattro incontri condotto da don Fausto Bonini, ex arciprete del Duomo di Mestre, dedicato alla formazione dei cristiani impegnati in politica come servizio alla comunità, a due mesi dalle elezioni. Andato in pensione, don Fausto non ha smesso di seguire i propri studi e, su richiesta del patriarca Francesco Moraglia, si è messo a disposizione per celebrare la messa nel santuario della Madonna della Salute in via Torre Belfredo e nella vicina casa di riposo Antica Scuola dei Battuti. Adesso si occuperà anche di questo ciclo di appuntamenti che proseguirà il 26 marzo, il 23 aprile e il 28 maggio, stessa sede (dove a Natale viene allestito il presepe) e stessi orari. La proposta viene dall'ufficio per la Pastorale della Cultura e dell'università del Patriarcato: «Sentiamo l'esigenza - ha detto il direttore don Gilberto Sabbadin - di stringere rapporti con chi ha responsabilità in terraferma, per illuminare il presente e ispirare le scelte che sono richieste nella nostra città. È bene che i "primi", cioè le persone che hanno delle responsabilità siano aiutati a interpretare questo ruolo in una prospettiva di servizio. La parola di Dio può sostenere questa disposizione». Negli

4 incontri si lavorerà sul testo biblico di Giona, il profeta inviato da Dio a Ninive per sollecitarne la conversione, ma a sollecitare la riflessione si saranno anche alcuni passi dell'esortazione apostolica "Evangelii Gaudium" di Papa Francesco. LA NUOVA Pag 25 Don Bonini apre il confronto con politici e amministratori Convento Cappuccini «Non cerchiamo soluzioni politiche ma vogliamo interrogarci sulla società in cui viviamo, sulle persone in difficoltà che incontriamo sulla nostra strada e spesso finiamo per non vedere». Don Fausto Bonini torna a confrontarsi con la città e si rivolge ai primi, a chi fa politica, amministra, insegna, ha una impresa. Con l ufficio diocesano per la Pastorale della cultura e dell Università, ecco l evento Hai ruolo in città? Vieni a Ninive. Quattro incontri, il primo oggi dalle 19 alle al convento dei padri Cappuccini, in piazzetta S. Carlo 2 per ascoltare la predicazione di don Bonini e interrogarsi partendo dal testo biblico di Giona e dalle parole di Papa Francesco. «Incontri aperti a chi crede ma anche a chi è aperto al confronto», dice Don Bonini. Altri incontri il 26 marzo, il 23 aprile e il 28 maggio. «Sentiamo l'esigenza, ha spiegato il direttore della Pastorale, don Gilberto Sabbadin, «di stringere rapporti con chi ha responsabilità in terraferma, attraverso un'occasione di formazione e di ascolto della Parola di Dio, per illuminare il presente e ispirare le scelte che sono richieste nella nostra città». Torna al sommario 3 VITA DELLA CHIESA AVVENIRE Pag 3 La Chiesa contro le mafie, tra denunce e testimonianza di Giuseppe Savagnone Gli interventi di condanna della criminalità Non si può non restare quanto meno sorpresi davanti alle affermazioni contenute nella relazione annuale del procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, là dove egli parla, fra l altro, del ruolo della Chiesa e del suo atteggiamento nei confronti della criminalità organizzata. «Sono convinto ha detto il magistrato che la Chiesa potrebbe moltissimo contro le mafie. E che grande responsabilità per i silenzi sia della Chiesa. Viene ammazzato don Diana, poi don Puglisi: reazioni zero. Siamo dovuti arrivare al 2009 per iniziare a parlarne timidamente. Ora finalmente si è mossa qualcosa con Papa Francesco ma per decenni la Chiesa avrebbe potuto fare ma non ha fatto nulla. Papa Francesco ne parla apertamente ma sono dovuti passare altri 6 anni per la scomunica dei mafiosi». Si stenta a credere che una persona mediamente informata a maggior ragione un magistrato rispettabilissimo investito di una delicatissima funzione e quindi di una particolare responsabilità abbia potuto fornire, in un occasione pubblica, una simile ricostruzione del rapporto tra la Chiesa e la mafia nel periodo storico che precede l attuale pontificato. Vero è che, contraddittoriamente, lo stesso Roberti menziona di passaggio la denuncia di Giovanni Paolo II nella Valle dei templi di Agrigento, ma è un accenno volto a sottolineare il silenzio che, a suo avviso, ha caratterizzato l atteggiamento della Chiesa nei confronti della criminalità organizzata. S iamo di fronte, semplicemente, a un esempio (grave) di disinformazione. Roberti non sa quello che avrebbe potuto apprendere leggendo uno qualunque dei libri o dei saggi dedicati all argomento, e cioè che già a partire dalla seconda metà del secolo scorso, con l emergere, nella coscienza civile, della gravità del fenomeno mafioso, la Chiesa siciliana lo ha denunciato con fermezza e senza ambiguità. Quando si scorrono i comunicati della Conferenza episcopale siciliana (Cesi), si nota osserva uno dei più attenti e documentati studiosi del problema «la frequenza con cui a partire dal 1973 i vescovi siciliani, sotto la presidenza dell Arcivescovo Salvatore Pappalardo, segnalarono senza eufemismi il male della mafia nella realtà siciliana» (F. M. Stabile, Chiesa e mafia, in U. Santino [a cura di], L antimafia difficile, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 1989). È troppo nota, per doverla qui ricordare minuziosamente,

5 l opera di denunzia svolta dal suddetto cardinale di Palermo, Salvatore Pappalardo, negli anni ottanta del secolo scorso. Può essere utile, invece, ricordare il dato, riportato da un autore assolutamente 'laico', e che riguarda i pastori di altre diocesi, secondo cui «nel gennaio 1990 (...) i vescovi di Agrigento e di Catania, fino ad allora prudenti e discreti, dichiararono senza mezzi termini che 'la mafia è segno del potere di Satana' e che 'il mafioso è scomunicato'» (D. Gambetta, La mafia siciliana. Un industria della protezione privata, Einaudi, 1992, p.60). E così è stato anche nel nuovo millennio. Da parte dei vescovi siciliani (e non solo: anche quelli delle altre regioni del Sud in tutti questi anni hanno parlato) le denunzie sono state chiare e ripetute. Si potrebbe obiettare che in passato, prima degli anni Settanta, il silenzio c era stato. È nota l accusa, spesso rivolta nei confronti del cardinale Ruffini, arcivescovo di Palermo negli anni del dopoguerra, di aver misconosciuto, fino a negarla, l esistenza stessa della mafia. Ma siamo in anni in cui erano in molti anche tra personalità con responsabilità istituzionali a non aver compreso, allora, la pericolosità del fenomeno mafioso. È impressionante che ancora nel 1955 il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, Giuseppe Guido Loschiavo, in occasione della morte di Calogero Vizzini, considerato il capo indiscusso della mafia siciliana, potesse scrivere in una rivista: «Si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura: è una inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura, la Giustizia, e si è inchinata alle sue sentenze e non ha ostacolato l opera del giudice. Nella persecuzione ai banditi e ai fuorilegge (...) ha affiancato addirittura le forze dell ordine (...). Oggi si fa il nome di un autorevole successore nella carica tenuta da Don Calogero Vizzini in seno alla consorteria occulta. Possa la sua opera essere indirizzata sulla via del rispetto alle leggi dello Stato e del miglioramento sociale della collettività» (Cit. in P. Arlacchi, La mafia imprenditrice. L etica mafiosa e lo spirito del capitalismo, Il Mulino, 1992, pp.5960). Come rimproverare al cardinale Ruffini, che non era un magistrato, di avere sottovalutato il problema? Roberti non sa neppure, evidentemente, che già da tempo, nell autunno del 1982, la Conferenza episcopale siciliana ha comminato la scomunica per gli autori di crimini di stampo mafioso (cfr. D. Mogavero, 'Giornale di Sicilia' del 9 giugno 1989), che dunque non è una novità. Questa informazione lo avrebbe forse rassicurato sul fatto che le denunzie sono state fatte, e come, ben prima di papa Francesco. Che le ha certo ribadite e confermate, ma partendo dalle prese di posizione dei suoi predecessori e dei vescovi meridionali. Ma non sono stati solo i vescovi. Nel 1993, al terzo convegno delle chiese di Sicilia, fu invitato a parlare il procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli, che della lotta alla mafia in quel momento era il simbolo vivente. Per applaudire il suo discorso, tutta l assemblea (duemila delegati provenienti da tutte le diocesi della Sicilia) si alzò in piedi, «come davanti al Vangelo», commentò con un sorriso il cardinale Pappalardo. E in quello stesso 1993 fu un sacerdote qualsiasi, non un 'prete-antimafia', don Pino Puglisi, a testimoniare con la sua vita la radicale contrapposizione tra il Vangelo predicato dalla Chiesa e la mafia. Una testimonianza che la Chiesa stessa ha voluto solennemente consacrare quando il 25 maggio 2013, sul prato del Foro Italico di Palermo, davanti ad una folla di circa centomila fedeli, don Puglisi è stato riconosciuto martire della fede e proclamato beato. N o, non sono le denunzie che, 'per decenni', sono mancate. Piuttosto qualcos altro, forse, che la sorprendente presa di posizione di Roberti rischia di far perdere di vista, sollevando un polverone su un falso obiettivo. Quella che in parte è mancata è una pastorale capillare capace di fare cultura e di trasformare la mentalità e il modo di sentire della gente comune. Perché le denunzie non bastano. Quelle riguardano il 'piano nobile' della vita della Chiesa. Come i convegni, le lettere e i piani pastorali, le dichiarazioni ufficiali. Ma c è il 'piano terra', costituito dalla vita reale delle parrocchie, dove spesso prevale la routine di un ritualismo devozionale: messe, con omelie spesso ininfluenti, battesimi, prime comunioni, matrimoni, funerali. La sfera del 'sacro' si pone allora come un momento a se stante, una parentesi, rispetto alle scelte della vita di ogni giorno, che finisce per essere dominata da logiche estranee al Vangelo. Basta guardare alla cultura diffusa e agli stili di vita della nostra società, dove pure la grande maggioranza ancora si riconosce, in un modo o nell altro, nel cattolicesimo, per rendersi conto che questa scarsa incisività della fede sulla cultura non riguarda solo il Sud e non si rileva solo nei confronti della mafia. È questo, non le denunzie, il vero problema che le comunità cristiane oggi devono affrontare e risolvere. Gli 'Orientamenti pastorali' della Cei per il decennio sono centrati sul tema dell educazione, non solo alla fede,

6 ma a una più autentica umanità. Possa questa sfida essere vinta, rinnovando profondamente la pastorale del 'piano terra' e rendendola capace di trasformare il modo di pensare e di vivere delle persone fuori dal tempio. Anche la mafia, allora, diventerà solo un ricordo. Pag 18 E la Chiesa scoprì l italiano di Giacomo Gambassi e Marco Roncalli Cinquant anni fa la prima Eucaristia celebrata in lingua nazionale. Partecipazione, la parola chiave «Si inaugura oggi la nuova forma della liturgia in tutte le parrocchie e chiese del mondo». Era il 7 marzo 1965 quando, in occasione dei 25 anni della morte di san Luigi Orione, Paolo VI presiedeva la prima Messa in italiano nella parrocchia di Ognissanti a Roma. Un «avvenimento», come lo definì Montini nell omelia, che era la traduzione nel concreto della riforma liturgica scaturita dal Vaticano II con la Costituzione Sacrosanctum Concilium. «Di fronte a quella celebrazione la gente si commosse perché vide un grande passo che la Chiesa compiva verso di loro», spiega monsignor Pierangelo Sequeri, preside della Facoltà Teologica dell Italia Settentrionale. E aggiunge: «Si ebbe l esatta percezione che la Chiesa, senza tradire la tradizione, metteva i credenti in contatto diretto con azioni e parole che sono un anticipazione alla liturgia celeste». A cinquanta anni da quello storico evento papa Francesco presiederà sabato 7 marzo la Messa nella stessa parrocchia, mentre domani si terrà un convegno di pastorale liturgica dal titolo Uniti nel rendimento di grazie nel teatro accanto alla chiesa di Ognissanti. «Parlare della riforma liturgica afferma Sequeri vuol dire guardare al traghettamento della Chiesa che Paolo VI ha guidato non senza fatiche e difficoltà. L idea che lo ispirava era quella di un cristianesimo che, senza perdere uno iota della sua verità e della sua profondità, entrasse nell ottica di potersi comunicare all uomo contemporaneo. Un uomo che, quando pensa alla Chiesa, non può avere nella mente l immagine di una struttura che, attraverso determinate spiegazioni, gli fa capire che dentro di essa c è un mistero. No, l uomo deve percepire fin da subito la bellezza del mistero che, poi, può cercare di approfondire». Uno dei cardini della riforma liturgica è stato la partecipazione piena, attiva e consapevole dell assemblea. Basta con i fedeli che erano soltanto spettatori muti ed estranei. E la scelta di aprirsi alle lingue nazionali andava in questa direzione. «Certo, in questo mezzo secolo, c è stato anche un accanimento terapeutico sul versante della partecipazione sottolinea il teologo. Accanto a riflessioni ed esperienze proficue, si sono registrate diverse forzature. Come se la partecipazione volesse dire muoversi sempre o fare comunque qualcosa. Queste ingenuità hanno nuociuto all importanza del concetto. Oggi è possibile affermare che è venuta a mancare una dimensione dell actuosa participatio: è la possibilità che la liturgia crei un senso di adorazione per il mistero. Ciò significa che rientrano nella partecipazione anche il silenzio, la sosta, la quiete e addirittura la passività giusta per essere toccati da Cristo e non solo metterci le mani sopra. Il resto è una questione di animazione». Nella Sacrosanctum Concilium si fa riferimento più volte alla formazione alla liturgia. «E molto è stato fatto negli anni sostiene Sequeri. Il merito va prima di tutto ai sacerdoti che hanno compiuto il miracolo di aver saputo spiegare la celebrazione. Però, se non si crea un clima di incantamento all interno della liturgia, la preparazione naufraga sul più bello. È vero che il mistero ci introduce a se stesso. Ma è nostro compito avere cura e passione perché tutto ciò avvenga. Si può avere una celebrazione di grande intensità anche se è soltanto di quaranta minuti, dove ogni parola, ogni gesto e ogni silenzio sono così al loro posto che si fanno trasparenti e mostrano il volto del Signore». La Costituzione conciliare richiama anche alla conciliazione fra «sana tradizione» e «legittimo progresso». «Una delle icone più belle che ci consegna la Chiesa conclude il teologo è quella della tradizione che si rinnova rimanendo fedele a se stessa. Direi che sulla liturgia l equilibrio compiuto non ci è stato ancora donato. Per questo ritengo che ogni celebrazione debba accogliere quanto la tradizione ci consegna. Così metterei sempre, per fare qualche esempio, un antifona in gregoriano, un canto corale e un canto popolare. In fondo una celebrazione è tenuta a mettere in luce sia il suo rapporto con la tradizione, sia la capacità di essere parlante verso gli uomini del nostro tempo».

7 La mensa della Parola, accanto alla mensa del Pane. E una parola-chiave: partecipazione. Questo voleva Paolo VI che - visto con la Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium, il 'primo frutto' del Vaticano II (4 dicembre 63) - si spese per il rinnovamento auspicato da quel testo e per il lavoro che esigeva a cominciare, ma non solo, dai libri liturgici. Con una preoccupazione ben documentata dalle successive catechesi nelle udienze generali: accompagnare la comprensione dei cambiamenti che la riforma liturgica avrebbe comportato per la vita ecclesiale. E cioè le ragioni per la scelta delle lingue nazionali invece che del latino; dell arricchimento di testi della Scrittura; del celebrante non più con le spalle ai fedeli, ma rivolto verso di loro. «Che cosa stiamo facendo? Questo è il momento delle riflessioni, e si inserisce nel sacro rito per suscitare i pensieri che lo devono accompagnare. Noi stiamo attuando una realtà, la quale, già di per sé, si presenta solenne», con queste parole il 7 marzo 1965 nella parrocchia romana di Ognissanti, Paolo VI inaugurava la nuova forma della liturgia in tutte le chiese del mondo per tutte le Messe seguite dal popolo. Subito soffermandosi sul dato peculiare dell evento: «Straordinaria spiegava infatti è l odierna nuova maniera di pregare, di celebrare la Santa Messa [ ]. Norma fondamentale è, d ora in avanti, quella di pregare comprendendo le singole frasi e parole, di completarle con i nostri sentimenti personali, e di uniformare questi all anima della comunità, che fa coro con noi. [ ]». E ancora: «Che cosa è il Rito che stiamo celebrando? È un incontro di chi offre il Divin Sacrificio con il popolo[...]. Non è pertanto fuori luogo che il celebrante - in questo caso il Papa - rivolga molte volte agli astanti il saluto caratteristico: Il Signore sia con voi!! [ ] Nel contempo Egli spera che ognuno risponda di buon grado: E con lo spirito tuo! In tal modo si inizia questo stupendo e fervido dialogo tra chi ha responsabilità di ufficio quale Ministro di Dio e il popolo cristiano». Dieci giorni dopo, il 17 marzo nell udienza generale, riflettendo sulle prime reazioni all avvenimento, e prima di rinnovare l invito ad una volenterosa partecipazione dei fedeli affermava tra l altro: «Prima bastava assistere, ora occorre partecipare; prima bastava la presenza, ora occorrono l attenzione e l azione; prima qualcuno poteva sonnecchiare e forse chiacchierare; ora no, deve ascoltare e pregare. Speriamo che presto celebranti e fedeli possano avere i nuovi libri liturgici e che questi rispecchino anche nella nuova forma, sia letterale che tipografica, la dignità di quelli precedenti. L assemblea diventa viva ed operante...». Il tema del rinnovamento liturgico, caro al giovane cresciuto alla scuola dei padri Bevilacqua e Caresana e affascinato dall essenzialità benedettina, lo fu anche per il padre conciliare - e arcivescovo di Milano - che già durante i lavori di preparazione al Vaticano II aveva marcato interventi decisi a favore dell introduzione della lingua volgare. Con una certezza: «Se escludiamo la lingua volgare dalla liturgia, perdiamo indubbiamente un ottima occasione per educare rettamente il popolo e restaurare il culto divino». Questo il pensiero di Montini preoccupato soprattutto del bene dei fedeli. Questa la consapevolezza del Papa della liturgia che pure nel febbraio 64, aveva istituito - già previsto da Giovanni XXIII - il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis e, che, nell agosto 1966, nella lettera Sacrificium laudis, diede disposizioni sul latino nell Ufficio Liturgico alle famiglie religiose tenute all obbligo del coro. Certo quella della riforma liturgica di Montini, del suo travaglio per una corretta applicazione, del ruolo del ' Consilium ad exsequendam constitutionem de sacra liturgia' (l organismo presieduto dal cardinale Giacomo Lercaro e dal segretario padre Annibale Bugnini, composto da vescovi ed esperti di tutto il mondo), è una storia complessa. E, leit motiv del papato montiniano, questa storia ha visto via via moltiplicarsi documenti, tappe...e incomprensioni. E c è chi ha faticato parecchio a recepire l invito di Paolo VI quando, riferendosi ad esempio al nuovo Ordo Missae applicato dal 30 novembre 1969 affermava «...Non diciamo dunque 'nuova Messa', ma piuttosto 'nuova epoca' della vita della Chiesa...». Resta nella sua grandezza, l idea di far ritrovare al rito la sua essenzialità arricchendolo con la Parola, sino a quel momento la grande esclusa. Anche di questo si parlerà nel convegno che si apre domani nella parrocchia di Ognissanti dove papa Francesco, il 7 marzo, celebrerà una Messa a cinquant anni dalla prima di Paolo VI in lingua italiana. Una nuova occasione per non lasciar cadere il monito di Paolo VI che chiese di ricordare l avvenimento «come un impegno nuovo nel corrispondere al grande dialogo tra Dio e l uomo». Torna al sommario

8 4 MARCIANUM, ASSOCIAZIONI, ISTITUZIONI, MOVIMENTI E GRUPPI IL GAZZETTINO DI VENEZIA Pag XXVI L attualità di San Rocco tra storia, arte e devozione di Riccardo Petito Al santo francese la Marcianum Press dedica adesso un prezioso volume Testo non disponibile Torna al sommario 7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA LA NUOVA Pag 17 Sindaci, se ostacolate vado in procura di Carlo Mion e Nadia De Lazzari Emergenza profughi: il prefetto all attacco. Lido, oggi alle consiglio municipale aperto al confronto Ha convocato per domani i sindaci della provincia per chiedere collaborazione nel gestire l emergenza profughi. Ieri, intanto, il prefetto Domenico Cuttaia si è tolto qualche sassolino sulla vicenda, anche se «non voglio fare polemica». Spiega il prefetto: «Non dico che i sindaci mettano a disposizione degli edifici ma almeno lavorino per agevolare questa forma di accoglienza diffusa che non sta creando problemi. Agevolino le associazione di volontariato che si sono rese disponibili a gestire la presenza dei profughi. Invece succede anche il contrario. Sono pronto alle critiche, alle contestazioni e mi confronto con chiunque. Ma non posso accettare che si faccia pressione su persone che danno la loro disponibilità e poi ritornano sui loro passi perché consigliati da qualcuno. È successo che alcuni albergatori si fossero resi disponibili ad accogliere queste persone, ma poi hanno ritirato la disponibilità su pressione di qualche politico e amministratore. Certo che se qualcuno si mette a contrastare il mio lavoro io vado in Procura, ripeto sono pronto alle critiche e al confronto ma tutto deve avvenire in maniera corretta» sottolinea il Prefetto «Se i profughi destinati alla nostra provincia fossero spalmati su tutto il territorio ci sarebbero nove richiedenti asilo per ogni comune». Il Prefetto Cuttaia spiega inoltre che l emergenza viene affrontata come nel 2011, quando al governo c era un altra coalizione e il ministro dell Interno era il leghista Roberto Maroni. «Mettiamo in pratica lo stesso piano adottato nel 2011 per i profughi che provenivano dal Nord Africa. Con un unica differenza: che l allora governo aveva stanziato 46 euro a profugo per l accoglienza, mentre l attuale ne paga 36». Cuttaia osserva come l accoglienza sia positiva anche per altri due aspetti: «In Veneto l accoglienza ha creato un centinaio di posti di lavoro. C è poi un aspetto che i vari comuni dovrebbero tener presente nel caso mettano a disposizione delle strutture. Lo Stato è disposto a compiere i lavori di manutenzione se gli edifici hanno bisogno di interventi. Poi la struttura resta al Comune. Sottolineo: l accoglienza può aiutare a risolvere i problemi economici di qualche struttura alberghiera che lo scorso anno, colpa la brutta stagione, ha patito non poco». Il Prefetto ha poi garantito che prima che inizi la stagione estiva la colonia Morosini del Lido e il Cif del Villaggio del Beato Pio XII di Bibione, saranno liberate dai profughi e torneranno ad essere colonie estive. Intanto ieri al Lido sono comparsi dei manifesti di Forza Nuova contro la presenza dei profughi sull isola. Al Lido la solidarietà è stata più forte della pessima accoglienza di un centinaio di lidensi. Mille scarpe sono arrivate in dono per la trentina di profughi che si trovano nel Centro comunale di soggiorno Morosini. E dopo la richiesta di maggior trasparenza avanzata da Renato Boraso nei confronti di Prefettura, Comune e Cooperativa Il Lievito, il presidente di quest ultima, don Dino Pistolato, vicario episcopale del Patriarcato, ex direttore della Caritas diocesana, rompe il ghiaccio. Prima di tutto una precisazione: «Qui si sta muovendo la Cooperativa non la Chiesa di Venezia. La trasparenza? Noi siamo gli esecutori non i gestori. Al Tavolo di coordinamento tenutosi martedì 17 in Prefettura la cooperativa Il Lievito ha dato la disponibilità. L operazione è stata gestita

9 malissimo a partire dall informazione. La presidente del Centro Morosini Annamaria Miraglia non ha titolo per fare muro contro muro. I profughi sono persone libere». Il sacerdote spiega che la convenzione, stipulata per un trimestre, prevede il vitto e l accompagnamento (lezioni di italiano, spiegazioni per la pulizia, iter sanitario e burocratico). Don Pistolato conclude: «Nel Centro Morosini si turnano, di giorno e di notte, quattro persone». Intanto oggi alle il Consiglio di Municipalità in via Sandro Gallo sarà aperto ai residenti per confrontarsi sul tema Profughi. Un occasione per discutere e avere tutte le risposte alle domande e preoccupazioni dei residenti. Pag 30 Vietato morire a Mira, i cimiteri sono senza posti di Alessandro Abbadir Pesantissima la situazione nei cinque principali camposanti della città Mira. Vietato morire a Mira. Da oggi la situazione nei campisanti miresi è pesantissima. A Gambarare, principale cimitero del comune, saranno occupati gli ultimi due loculi e da domani per questo tipo di sepoltura non ci sarà più posto. A Oriago la situazione è analoga: con i loculi rimasti si andrà avanti per altri quattro mesi al massimo. A Mira Taglio il cimitero monumentale è da tempo inutilizzabile perché non ci sono né posti in loculo, né a terra. Sarà così, quindi, per almeno i prossimi due anni con i defunti costretti a sepolture provvisorie nei loculi verso i cimiteri di Malcontenta e Marano. Va malissimo pure per le sepolture a terra. I campi di inumazione sono completi a Mira, Gambarare, Oriago e Marano. C è solo qualche posto a Malcontenta. Non c è posto inoltre nemmeno per le urne cinerarie a Oriago e Mira. A denunciare la situazione sono sia i familiari dei defunti che le stesse agenzie funebri alle prese da oggi, con proteste e malumori delle persone che hanno perso un proprio caro. «La situazione», spiega Paolo Lucarda, imprenditore funebre e consigliere comunale, «non è mai stata così disastrosa. Da ora cominceremo ad assistere a un triste pellegrinaggio delle bare da un cimitero all altro. Si è arrivati a questo punto perché, nonostante gli appelli fatti, questa giunta non ha voluto intervenire per far fronte a un problema da tempo segnalato. Parlano sempre di carenza di soldi e ora questa è la situazione. Si parla che i loculi saranno pronti nel maggior cimitero del comune cioè Gambarare, solo forse fra due anni». Sulla stessa linea Stefano Fiammengo titolare dell impresa funebre il Naviglio. «Già per la prossima settimana», spiega, «dovremo cominciare a spiegare alle famiglie che i loro cari per qualche anno dovranno essere sepolti lontano da casa». Spera in una soluzione veloce Walter Dal Corso titolare dell omonima agenzia funebre di Gambarare. «Le cose nei cimiteri miresi», dice, «non sono mai andate bene, ma stavolta si è superato il livello di guardia». IL GAZZETTINO DI VENEZIA Pag X Senza casa, barboni in giro di Fulvio Fenzo Casa ospitalità: il presidente Benzoni attacca il Comune per il taglio dei finanziamenti. L evento: porte aperte sabato e domenica È un po come se dicessero "ve la siete voluta". Se nel cuore di Mestre ci sono decine di senza dimora a spasso, è perché due anni fa è stato chiuso il "centro di prima accoglienza" nell ex Cup di via Antonio da Mestre, di fronte all entrata del "fu" Umberto I. «Bastavano 20mila euro per rifare la caldaia, ma il Comune ha deciso di fare altro. E adesso non c è nessuno che interviene in centro». Giovanni Benzoni, presidente della Fondazione della Casa dell ospitalità, se l è legata al dito. «Ora l amministrazione sta perfino spendendo di più per mettere recinzioni e inferriate alle finestre - sostiene -. Chiudendo quella struttura, che non aveva mai dato problemi, abbiamo perso 25 posti letto ma soprattutto un punto di riferimento per i senza dimora». Recinzioni che, tra l altro, non servono a nulla: basta infatti fare una passeggiata nel parcheggio dell area dell ex ospedale per notare come le lamiere in ferro alte due metri issate per "proteggere" le vecchie palazzine dall ingresso degli sbandati, siano state piegate in più parti come lattine della cocacola. «Tra l America s Cup e quei 20mila euro, il Comune scelse la prima - riprende Benzoni -. Ritornarci ora? Adesso, per rimettere a posto l ex Cup, ci vorrebbero molti più soldi». «Questo Comune investe percentuali infinitesimali del bilancio per combattere la povertà - attacca Francesca Corso che, assieme a Paolo Cacciari, Alessandro Striuli, Roberto Cargnelli ed altri volontari, vuole fondare una

10 associazione di "amici della Casa dell ospitalità" -. Si dice che Venezia ha investito tanto nei servizi sociali? I dati sono falsati perché dentro ci mettono anche le cifre degli asili nido...». «L associazione degli "amici della Casa dell ospitalità" raccoglie una richiesta di aiuto arrivata proprio dalla Fondazione - conclude Paolo Cacciari -. Bisogna aprire la struttura alla città e fare in modo che la città si accorga della sua presenza e della sua importanza». Parole sante, ma forse ci vorrebbe qualche sforzo in più anche da parte di una struttura meritoria, creata da Nerio Comisso, ma al cui vertice niente è cambiato da vent anni. Incontri, cucina e spettacolo. Sabato 28 febbraio e domenica 1 marzo la Casa dell ospitalità si apre alla città proprio per avviare il percorso che porterà alla creazione di un associazione di sostenitori della struttura che conta 120 posti letto con 350 persone accolte nel solo Si inizia sabato alle 16 al teatro Mabilia con l incontro con Cecilia Strada (Emergency) e don Virginio Colmegna (Casa della carità di Milano) al quale sono stati invitati anche i candidati sindaci. In serata la cena preparata dai cuochi della Casa con David Marchiori della bio-osteria della Plip (si replica domenica a pranzo, prenotazione obbligatoria al ). Nella mattinata di domenica, alle 10, la presentazione dell associazione e, alle 16 ancora al teatro Mabilia, performance teatrale di David Riondino, affiancato da ospiti ed operatori della Casa dell ospitalità. In entrambe le giornate sarà possibile visitare la struttura di via Santa Maria dei Battuti 1, mentre delle "panchine calde" verranno portate da piazzetta Matter fino alla Casa. Torna al sommario ed inoltre oggi segnaliamo CORRIERE DELLA SERA Pag 1 Chi non si guarda allo specchio di Ernesto Galli della Loggia Professori e non solo La decadenza di un Paese si misura anche dall incapacità della sua classe dirigente di vedere i propri errori, di discuterli e magari di correggerli. Ma la classe dirigente non è fatta solo dai politici. Ne fanno parte a pieno titolo pure le grandi corporazioni professionali pubbliche e private: l alta burocrazia, i magistrati, gli avvocati, i medici, i notai, i giornalisti, i farmacisti ecc. Da queste corporazioni però, dai loro «ordini» e associazioni, in tutti questi anni mentre il Paese si avvitava nella crisi, mentre mille nodi arrivavano al pettine non è mai capitato di ascoltare alcuna voce autocritica di qualche consistenza. A nessuno è mai venuto in mente di avere il più piccolo rimprovero da farsi. Nulla. Tutti innocenti. Tutti attenti solo al bene pubblico, si direbbe, alla deontologia professionale, al buon andamento delle cose. Del resto, come si sa, di qualunque cosa capiti in Italia la colpa è sempre e solamente dei maledetti politici. Della «casta» per antonomasia. E invece non è così. Parlo della situazione che conosco meglio, quella dell Università. Poche settimane fa sul Corriere, Gian Antonio Stella ha tracciato una radiografia spietata della composizione del suo corpo docente: «L età media delle varie fasce è impressionante: 60 anni gli ordinari, 53 gli associati, 47 e mezzo i giovani ricercatori (...); per ogni professore under 40 ce ne sono 474 ultrasessantenni». Siamo all ultimissimo posto tra i Paesi europei per presenza nell Università di docenti al di sotto dei 40 anni: l 8,8 per cento. Ciò è la logica conseguenza, d altra parte, del fatto che la fascia dei ricercatori, cioè il primo grado della carriera accademica, rappresenta tutt oggi meno della metà del numero complessivo dei docenti. Ma chi ha la colpa di una situazione che, come si capisce, ipoteca negativamente tutto il futuro culturale ed economico del Paese? Forse il governo, il Parlamento, i ministri? No. La massima colpa è dei professori universitari stessi. Bisogna sapere infatti che, grazie all autonomia riconosciuta alle singole sedi universitarie, sono stati loro che fino ad ora hanno amministrato a proprio insindacabile giudizio l organigramma della docenza nelle rispettive università. Sono stati loro che hanno deciso (e decidono) come impiegare i fondi a disposizione (scarsi, certo, sempre molto scarsi, ma questo è un altro discorso: tutti sono capaci di far bene quando il denaro scorre a fiumi) scegliendo ogni volta, per esempio, se far posto a due giovani ricercatori o a un ordinario, se promuovere un

11 ricercatore nella fascia dei professori o, viceversa, far passare un professore dalla seconda alla prima fascia. Decisioni nella stragrande maggioranza delle quali il criterio fondamentale è stato sempre fatalmente uno solo: il favore ai propri amici e/o allievi, la tutela del proprio insegnamento o raggruppamento disciplinare a scapito anche di quelli che andrebbero oggettivamente rafforzati. Ho scritto fatalmente non a caso. È inevitabile, infatti, che l interesse collettivo degli studi e del Paese, poiché nella sede dove vengono prese queste decisioni non è rappresentato da nessuno, alla fine risulti regolarmente sacrificato. Si spiega così la situazione in cui si trovano oggi molte sedi universitarie, specie nel Sud: avendo per anni impiegato le proprie risorse nel modo sconsiderato anzidetto, adesso non hanno più i mezzi per far entrare in ruolo i docenti che hanno appena passato l esame di abilitazione nazionale. I quali servirebbero almeno a portare un certo ringiovanimento dei quadri, mentre invece oggi sono costretti ad aspettare in una sorta di lista d attesa infinita che sembra rovesciare il recente enunciato del ministro Giannini: da «d ora in poi nei ruoli ma solo con il concorso» a «d ora in poi con il concorso ma fuori dai ruoli». Questo è ciò che in Italia significa quasi sempre l autonomia nella realtà delle cose. Questo è il risultato inevitabile (si pensi alla magistratura) quando a una corporazione viene dato il privilegio di autoamministrarsi al di fuori di ogni controllo, di decidere essa, sostanzialmente a suo arbitrio, i propri organici e come spendere i fondi che le affida lo Stato. Dietro le altisonanti parole «autonomia» e «autogoverno» la realtà che novanta volte su cento si nasconde - e non può essere altrimenti - è l interesse di chi sta già dentro e dei suoi protetti, la mancanza di ricambio, la difesa corporativa. Pag 9 La lezione Bbc che i partiti non capiscono di Milena Gabanelli Rai: il progetto di riassetto «Nessuno fermerà la modernità, fuori i partiti dalla Rai», tuonò il premier. Furono fischi, e applausi. Io applaudo, non perché i partiti siano «cattivi», ma perché decidono indirizzo e governance di un azienda sulle cui caratteristiche capiscono poco. Fra i 40 senatori e deputati, membri della commissione parlamentare di Vigilanza, in cui sono rappresentati tutti i partiti in proporzione ai voti ricevuti, troviamo dirigenti di partito, imprenditori, architetti, impiegati, sindacalisti (Epifani) ex ministri (Gelmini, Brunetta, Gasparri), e qualche raro giornalista con esperienza di ufficio stampa. Garantiscono la lottizzazione (che chiamano pluralismo) ma come tutelano il contribuente che paga il canone? Che competenze hanno per orientare i contenuti delle trasmissioni e dell informazione? Ora il direttore generale della Rai decide che per entrare nella «modernità» bisogna riorganizzare l azienda, ridurre costi e dirigenze, differenziare il prodotto e renderlo più competitivo. Si comincia con i telegiornali. Nessuna tv pubblica al mondo ne ha tre, con tre organizzazioni autonome declinate per influenza politica. Gubitosi ha deciso di accorpare e il modello di riferimento è quello considerato il migliore su scala planetaria: la Bbc. Si studiano gli aspetti di razionalizzazione tecnica: gli anglosassoni hanno creato una unica newsroom per la raccolta delle notizie e il coordinamento dei mezzi e dei giornalisti sulle diverse piattaforme. In pochi anni hanno ridotto i costi del 20%, eliminato 50 dirigenti intermedi, e sono diventati imbattibili nella qualità dell offerta. Alla commissione parlamentare di Vigilanza questa «rivoluzione» non piace subito e ne vogliono capire di più. Lo scorso dicembre convocano in audizione la signora Anne Hockaday (lungo passato da corrispondente per la Bbc, ora responsabile della newsroom) per farsi spiegare come funziona da loro questa novità. Il collegamento con Londra cade continuamente, la signora parla, ma in aula non si sente quel che dice. Alla fine la commissione decide di inviare le domande per . Prima domanda dei nostri: «Come fate a garantire il pluralismo informativo con una sola newsroom?» Risposta: «Noi abbiamo una sola newsroom che organizza e supporta il lavoro dei giornalisti per metterli in grado di interagire sulle diverse piattaforme con la miglior velocità e qualità possibile. Ogni programma e ogni canale ha il suo direttore e la sua autonomia editoriale». Abbiamo confuso la macchina organizzativa con il telegiornale che viene trasmesso unicamente su Bb1 e della cui imparzialità è difficile dubitare. Pazienza. Seconda domanda: «Il singolo giornalista che realizza un servizio solo per la tv, può farlo anche per la radio e Internet con la stessa efficienza e qualità?». Risposta: «Certamente sì, il giornalista che realizza un servizio per la tv conosce la storia, e quindi

12 se è richiesto la può raccontare anche alla radio e pubblicarla sul web». Se l avessero chiesto a noi, che lo facciamo da anni, avremmo risposto uguale. Facciamo solo più fatica, perché manca appunto l organizzazione. Terza domanda: «Può essere che riducendo il numero dei manager si abbassi la qualità dei controlli, come è successo con il vostro direttore generale che nel 2012 ha dovuto dimettersi perché era stata data un notizia non verificata?». Risposta: «Come dimostra il livello di audience, la qualità dell informazione della Bbc è estremamente alta, e quell errore del giornalista non è attribuibile alla creazione della newsroom». La domanda è bizzarra poiché a memoria d uomo, in Rai, non si ricorda un solo caso di un direttore generale che si sia dimesso a seguito dell errore di un giornalista (o di altre questioni altrettanto gravi) al fine di preservare la reputazione e l affidabilità della tv pubblica. Bene, adesso che ha acquisito tutte queste informazioni, la commissione si è chiarita le idee sul pluralismo informativo, che con la newsroom c entra come i cavoli a merenda? Non si capisce. Noi siamo il Paese dove la notizia riportata dal Tg1 è filogovernativa, quella del Tg2 orientata sul centrodestra, quella del Tg3 verso il centrosinistra, se ne deduce quindi che i nostri giornalisti sono faziosi. Forse è per questo che in Italia, qualunque cosa racconti, il pubblico non ti crede mai fino in fondo. Forse ti percepisce come schierato a seconda del canale da cui parli, e quindi l informazione non innesca quella consapevolezza necessaria ad espellere dal sistema chi non agisce nell interesse generale, o esercita il potere per un tornaconto personale, e pertanto hai spesso l impressione di essere inutile. Vai in onda su Rai3? Sei comunista! Lavori per il Tg2? Sei leghista. Punto. Naturalmente la realtà è diversa: ogni telegiornale e ogni programma informativo trasmesso dal servizio pubblico deve essere pluralista, obbiettivo, imparziale, altrimenti sei punito dall Agcom. E allora che senso hanno tre telegiornali, ognuno con la propria struttura, mezzi, personale e dirigenza? A cui si aggiungono Rainews24, la Tgr, il Giornale radio. Per la prima volta, dalla caduta del muro di Berlino, un direttore generale ci sta provando: accorpamento sotto un unica direzione di Tg1 e Tg2, che trasmetteranno due prodotti diversi. Il Tg1 le notizie rilevanti del giorno e quelle istituzionali, mentre il Tg2 si dedicherà a fatti di costume e grandi eventi. Sotto un unica direzione finiranno poi il Tg3 (con un offerta posizionata sull informazione estera e sociale), Tgr, e Rainews24, con implemento dell edizione online che ingloberà anche le notizie locali. Un primo passo verso la «modernità» che dovrebbe essere, in un futuro (speriamo prossimo) quella di avere un unico sistema organizzativo a cui faranno capo tutte le piattaforme news e un solo Tg nazionale. Ci sarà anche da sistemare la spinosa questione delle sedi locali: troppe, occupano spazi enormi, inutilizzati e onerosi. Qualche dirigenza salterà, magari un po di personale sarà da prepensionare, ma la decadenza sarà inevitabile se non si mette mano ad un progetto che stia al passo con i tempi. A parole tutti vogliono l efficienza e la riduzione dei costi, tranne quando tocca la propria sedia o il proprio potere, piccolo o grande che sia, a partire dai sindacati. Mentre volano i coltelli, oggi il Consiglio d amministrazione Rai si esprimerà. Siccome tutti i discorsi, con ogni probabilità, si contorceranno attorno al «pluralismo» minacciato, val la pena ricordare che i giornalisti che lavorano per il servizio pubblico devono (dovrebbero) fornire solo notizie accurate e imparziali, e che l imparzialità già racchiude il concetto di pluralismo. Inoltre i diversi punti di vista sono ben rappresentati nella infinita lista di talk show e programmi di approfondimento presenti su tutte le reti e la radio. Il vero punto cruciale dovrebbe invece essere il criterio di nomina dei nuovi due direttori. Se non vengono pescati fra chi ha competenze dimostrate sul campo, fallirà l intera operazione (nell auspicabile ipotesi che vada in porto). Siamo sicuri che Renzi non mente quando dice che vuole buttare fuori i partiti dalla Rai, e pertanto non si sognerà di metterci becco. Mentre sarebbe interessante sapere cosa intende quando dice che vuole cambiare le regole. Vuole forse dire che non sarà più il ministero del Tesoro ad indicare il direttore generale? Vuole abolire la commissione di Vigilanza perché di fatto è un parlamentino, e sostituirla con un organo più simile al Bbc Trust? Benissimo. Saprà qual è la procedura di reclutamento, visto che è ben descritta sul loro sito, dove sono presenti anche i curricula dei singoli componenti. Avrà modo di leggere che tutti coloro che hanno cariche operative hanno avuto una importante esperienza televisiva, e quindi sanno di cosa parlano quando devono valutare la nomina del direttore generale. Al fine di completare la sua informazione potrebbe leggere anche dove venivano gli ultimi 10 direttori generali, e confrontarli con i nostri. Infine, in Inghilterra come in Italia e in ogni Paese

13 dove esiste la tv pubblica, sono i cittadini, come destinatari di un servizio per cui pagano il canone, ad avere l ultima parola. Anche sull imparzialità dell informazione. Pag 19 Le milizie cristiane in Iraq: Contro gli assassini dell Isis c è una sola via: armarsi di Lorenzo Cremonesi Al Qosh (Iraq settentrionale) - «Porgere l altra guancia? Un errore. Siamo cristiani, crediamo nella pace, però non vogliamo morire come martiri imbelli. Dagli assassini dello Stato Islamico dobbiamo difenderci con le armi. Non sarà un modo di fare troppo cristiano, è vero. Ma, se vogliamo che le chiese del Medio Oriente continuino a esistere, non ci resta che una strada: combattere». Arrivando tra i volontari delle nuove milizie cristiane non è difficile raccogliere la reazione coerente alla disperazione che l agosto scorso echeggiava tra le basiliche di Erbil. «Dateci fucili e munizioni. Se nessuno ci difende, lo faremo noi!» protestavano i profughi in fuga da Mosul e dai villaggi limitrofi della piana di Ninive, culla storica del cristianesimo mesopotamico. L Isis li aveva derubati di tutto, umiliati, espulsi dalle loro case, cacciati dalle basiliche dissacrate; i peshmerga curdi erano fuggiti senza quasi avvisarli; l esercito di Bagdad si era sciolto come neve al sole. E loro si sentivano vittime dell estremismo islamico, ma anche alla mercé di alleati inaffidabili. Che fare? La risposta sta scritta sui gagliardetti appesi ai muri dei loro nuovi centri di addestramento, sui volantini distribuiti nei campi profughi, cucita sulle uniformi stirate di fresco. Leggi in inglese «Npu», che sta per: «Unità di protezione della piana di Niniveh». E ritrovi la volontà di reagire alla forza con la forza, di lottare contro il sopruso eletto a sistema da un avversario crudele. Va però detto che i cristiani pronti a combattere inquadrati in milizie indipendenti sono ancora pochi, forse un migliaio. Tra loro sono arrivati assiri dalle comunità della diaspora, specie svedese. Si aggiungono qualche volontario americano e un paio di canadesi. «Cresciamo. Le violenze degli ultimi giorni contro le comunità assire nel Nordest della Siria sono destinate a generare altri volontari» racconta Athra Mansour Kado, 25enne ufficiale che opera nel loro campo di addestramento principale presso il villaggio di Al Qosh. Il riferimento è alle centinaia di civili assiri (forse oltre 400) rapiti dall Isis a partire da lunedì. Pare siano stati trasportati nella roccaforte di Shaddadeh e a Raqqa, considerate la capitale degli jihadisti sunniti in Siria. Ad Al Qosh nessuno nasconde l estrema impreparazione delle nuove unità. «Ci mancano armi pesanti. Ognuno di noi contribuisce con i propri risparmi per l acquisto del kalashnikov personale e delle munizioni. Possiamo fare molto poco contro gli autoblindo, i mortai e persino i carri armati che Isis ha catturato all esercito iracheno. Ma non importa, il nostro è un inizio, un segnale di risveglio. Speriamo che l Europa e gli Stati Uniti ci mandino aiuti» osserva il 47enne Fuad Massud, ex ufficiale delle forze speciali nel vecchio esercito di Saddam Hussein. La loro speranza è poter cooperare con le forze militari curde. Ma due filosofie opposte caratterizzano il loro rapporto. Se i curdi si concepiscono come il braccio militare del loro futuro Stato indipendente, i cristiani al contrario sperano tutt ora in un Iraq unitario con un forte governo centrale. Tanti cristiani ricordano Saddam Hussein come un protettore, una garanzia di difesa. Per i curdi resta invece il nemico storico, per fortuna scomparso per sempre. Inoltre le gerarchie ecclesiastiche locali non hanno una posizione unitaria riguardo alle milizie confessionali. In alcuni ambienti, per esempio il vescovado di Mosul rifugiato ad Erbil, sono viste con simpatia. In altri legati al Vaticano non mancano invece inquietudini. «All Iraq non fa per nulla bene l ennesima milizia legata a interessi particolari» dice tra i tanti padre Ghazuzian Baho della basilica di San Giorgio ad Al Qosh. Ma per il momento prevale l emergenza. Molti cristiani combattono volontari con i curdi siriani dello Ypg, con gli stessi peshmerga e nei ranghi degli eserciti regolari sia iracheno che siriano. Per gli uomini delle «Unità di protezione della piana di Niniveh» l obbiettivo prioritario resta la riconquista delle loro case a Mosul, dei borghi e villaggi tutto attorno. «È giunto finalmente il tempo che i cristiani lottino per i loro interessi» dicono ad Al Qosh. Cinque o sei ore al giorno sono dedicate all addestramento, alla ginnastica e alle esercitazioni in poligono. Ma queste ultime con parsimonia, visto che le munizioni costano caro. Per ora hanno costituito unità di guardia attorno all area urbana. Pattuglie avanzate arrivano ai villaggi abbandonati di Baqufa e Teleskof. Qui sono sempre in collegamento radio con i comandi curdi. «Le avanguardie di Isis sono a meno

14 di 17 chilometri da noi, vicino a Mosul» spiega guardingo Kado, indicando nella notte le zone illuminate dei villaggi jihadisti. Pag 26 Famiglia Cristiana a Charlie Hebdo: Con il Papa fate i moralisti di Virginia Piccolillo La polemica Roma. «Je suis Charlie, io sono Charlie. Ma anche Je suis prétentieux, ovvero io sono presuntuoso, o se volete Je suis moraliste». Famiglia Cristiana interviene contro l «attacco a Papa Francesco», contenuto nel numero del settimanale satirico francese Charlie Hebdof, in edicola per la seconda volta dopo la strage. «I nostri bravi vignettisti si sono dati alla predica. E non c è nulla di più triste di un vignettista che si erge a moralista e predicatore», scrive la rivista dei Paolini. Alludendo al disegno del Pontefice, ritratto come «un cane rabbioso». E a quei ringraziamenti: («Ci ha consigliato di leggere la Bibbia, ma dovrebbe rileggere i Vangeli: un buon cristiano non darebbe mai un pugno a chi insulta sua madre, ma porge l altra guancia»). «Dunque - replica Famiglia Cristiana - gli emuli degli illuministi si trasformano in farisei (chissà che direbbe Voltaire), citano il Vangelo e correggono il Papa sulla battuta pronunciata in volo tra Sri Lanka e Filippine. Senza capire il significato di quella frase, che è un invito all etica della responsabilità, anche quando si fa satira, al rispetto della libertà altrui e di quel nucleo di verità e dignità che ogni religione porta con sé». LA REPUBBLICA Pag 1 Così stacco la spina ai malati senza speranze di Matteo Pucciarelli Parla un infermiere di Firenze: C è un eutanasia silenziosa voluta da medici e famiglie Firenze. Come possiamo definirla? «"Eutanasia silenziosa". Per noi è un fatto di tutti i giorni. Lo affrontiamo con grande difficoltà, ma sicuri di fare sempre la cosa più giusta», dice Michele (lo chiameremo così). Una laurea, la specializzazione, il master, la carriera infermieristica, oggi è caposala all' ospedale Careggi di Firenze. Ha voglia di raccontare quello di cui, chissà se per pudore o se per una congiura del silenzio, nessuno parla mai. E di farlo evitando la politica, «ma con il buonsenso di chi sta in prima linea». Premessa: Michele non è ateo, anzi, è un cattolico praticante, va a messa due volte alla settimana. Sorride di questa apparente contraddizione, «ma qui Dio non c' entra nulla. Sono un professionista, ho studiato. Se teniamo in vita artificialmente un paziente, siamo noi che ci stiamo sostituendo a Dio...». Ogni anno, in un grande reparto come quello dove lavora Michele, medici, infermieri e operatori sanitari hanno a che fare con almeno casi di persone sospese in una terra di mezzo dove il confine tra cosa è eutanasia e cosa no è sottilissimo. «Dal punto di vista normativo siamo obbligati a nutrire e idratare anche un vegetale. In queste condizioni un paziente può andare avanti per mesi, o anni», spiega. Un po' come avvenne con Eluana Englaro: «Ho perso il conto di quanti malati ho visto così. E da fuori, quando si sta bene, non ci si rende conto di quanto sia facile ritrovarsi in quelle condizioni. Il caso Eluana ci diede una lezione: nessun riflettore, silenzio sulla materia con l' esterno. Poi però mi chiedo se è giusto omettere la verità». Appunto, la verità: parenti e dottori sanno capirsi, a volte basta uno sguardo di intesa, di comprensione, di compassione. «Formalmente il medico non può dire "va bene, stacco la macchina" a chi ci chiede un intervento di questo tipo. Ma fa intendere che c' è la possibilità di non accanirsi. Bisogna saper comunicare un concetto ma senza esprimerlo fino in fondo. Tocca fare gli equilibristi con le parole». Ci sono farmaci che tengono su pressione arteriosa e funzionalità respiratorie: «Smettiamo di darli, per esempio. Non facciamo più le cosiddette procedure invasive. Se non c' è alcuna possibilità di ripresa, che senso ha?». Uno degli ultimi casi è avvenuto pochi giorni fa: un uomo di 54 anni con problemi di cuore. Un violento edema, le attività cerebrali azzerate. «Abbiamo aspettato due giorni. Ci siamo confrontati coi familiari, la compagna e la madre; i valori non ci lasciavano dubbi. "Non ci sono spiragli. Insistiamo?". In pochi rispondono di sì, morire a volte è una liberazione». Insistendo, invece, quanto sarebbe restato ancora in vita? «Questione di giorni, al massimo due settimane». Spesso le famiglie sono preparate all' eventualità della morte di un congiunto: «Dipende sempre dal male che hanno di fronte. Se c' è un' operazione complicata davanti, per dire, capisci che si sono confrontati anche

15 con il caro, magari un' ora prima di entrare in sala. Sempre sottovoce: noi ce ne accorgiamo che stanno parlando dei "se"». Quel confine in realtà è pericoloso per chi ci lavora a cavallo: «Avessimo lo scudo del testamento biologico, sarebbe tutto più semplice. Capita che un parente ci faccia capire qualcosa e poi cambi idea. Ed è normale, perché subentrano sentimenti e paure, sensi di colpa, la speranza dell'impossibile o del miracolo. Oppure non tutta la famiglia è d' accordo, i genitori ad esempio tendono a non rassegnarsi, generi o nuore invece sono più pragmatici. Ma in tutto questo, tu medico da chi sei tutelato? Ci prendiamo dei rischi enormi». Viene da chiedersi chi glielo faccia fare, ma Michele anticipa la risposta: «Sembrerò crudo, ma un posto letto in un reparto come il mio potrebbe servire a chi ancora, invece, ce la può fare». Fin qui però nessuno ha parlato di iniezioni letali, la Svizzera o le invasioni barbariche sono lontane. «Tra colleghi siamo tutti d' accordo, non c' è fede che tenga. Nei turni di notte parliamo: "Se capitasse a me e vedete che non c'è niente da fare, datemi una botta di morfina". Però non so se avrei il coraggio di farlo io a un amico senza uno scudo giuridico», continua Michele, e abbassa lo sguardo per la prima volta. La questione è ancor più aperta in reparti come oncologia: lì la linea di demarcazione è molto più chiara, non ci sono ambiguità: «So solo che sarebbe bello dare la possibilità alle persone di scegliere quando andarsene. Scegliere di morire in maniera degna, in condizioni dignitose, lasciando un bel ricordo di sé agli altri». Non sarebbe complicato fare un primo passo: «C'è già adesso la possibilità di avere un tesserino che certifica la volontà di donare gli organi - ragiona Michele - perché non prevederne uno per il fine vita?». Domande senza una risposta, o forse sì, poco importa: «Prima il medico o un prete erano considerati i padroni della vita o della morte. Oggi non ci sono più tabù: il malato sa che ha dei diritti, compreso quello di gestire per sé anche l'ultimo passaggio». Pag 9 Alla fase due del "renzismo" serve anche qualche nemico di Stefano Folli È cominciata la fase due del "renzismo". Un contenitore in cui entrano la responsabilità civile dei magistrati, l'attuazione delle misure sul lavoro, la riforma della Rai, la scuola, ma anche un'offensiva contro le correnti interne del Pd, ossia la minoranza più o meno organizzata. La strategia del premier segretario è lineare: riempire di cose da fare la legislatura. Sulla carta fino al 2018, benché siano veramente pochi a credere che questo Parlamento arriverà al suo termine naturale. L'importante è mantenere una costante tensione nell'elettorato, convincerlo giorno dopo giorno che il Pd renziano, il "partito della nazione", è l'unica scelta possibile se si vuole il rinnovamento. Il che, va detto, non è impresa troppo difficile, considerando lo sbandamento del centrodestra e la deriva massimalista di Salvini. Ma Renzi è più sottile. Il messaggio politico-elettorale che parla di riforme individua sempre un avversario, un antagonista, un ostacolo. Gli italiani devono convincersi che a Palazzo Chigi siede un vero innovatore per la semplice ragione che c'è sempre qualcuno pronto a frenarlo per costringerlo a un compromesso al ribasso. E se pure le riforme non hanno ancora irradiato tutti i loro benefici, la prova della loro validità sta proprio nella pervicacia di coloro che le osteggiano. I frenatori, ossia i conservatori, vengono messi a fuoco con cura e colpiti con metodo. Possono essere i sindacalisti: la Camusso o Landini, a seconda delle circostanze. Ovvero i magistrati corporativi che si ribellano. Oppure i professori che temono di perdere qualcosa. E, s'intende, i politici ostili dentro e fuori il Pd: quelli a cui la presidente della Camera ha provato a offrire una bandiera opponendosi all'ipotesi del decreto legge sulla Rai. Entro certi limiti tutto questo favorisce la fase due di Renzi. Certo non lo intimidiscono le resistenze dei magistrati, una volta che il Parlamento è riuscito a esprimersi sulla responsabilità civile. Il presidente del Consiglio sa che l'opinione pubblica è in maggioranza favorevole alla riforma, quanto meno l'ampio settore di opinione a cui egli guarda e che è trasversale agli schieramenti. Lo stesso vale per la scuola, mentre sulla Rai il sentiero è più stretto. Il tema della riforma per decreto, anziché per disegno di legge, non è di quelli che appassionano i cittadini. In questo caso, tuttavia, i risvolti di potere impliciti nella riforma sono talmente significativi da rendere conveniente prendere qualche rischio. Fermo restando che il presidente della Repubblica, se lo riterrà opportuno, potrà facilmente bloccare il ricorso al decreto. Siamo, in ogni caso, alla fase due. Che si concluderà solo il giorno delle elezioni. La fase uno è finita, volendo semplificare, con l'elezione di Sergio Mattarella al Quirinale. Era il passaggio più delicato

16 del primo tempo della legislatura. Renzi rischiava di regalare a Berlusconi una vera e propria coabitazione istituzionale, nel momento stesso in cui la minoranza del Pd metteva sotto tutela il segretario. Sappiamo come è andata. Renzi si è scrollato di dosso il Nazareno con determinazione e con tutta la spregiudicatezza necessaria. Da partner quasi alla pari, Berlusconi è oggi declassato a fornitore di voti: quei consensi del centrodestra che il premier considera ormai suoi. Ovviamente egli ha bisogno adesso di arrivare a un'intesa di lungo periodo con la minoranza bersaniana: intesa senza la quale i pericoli sono troppo grandi. A cominciare dal voto sulla legge elettorale. Non è facile ottenerla. La fase due avrà per intuibili ragioni un sapore elettorale, perché è destinata a preparare il voto. Fra gli antagonisti e i frenatori ci sarà, all'ora propizia, qualcuno cui attribuire la responsabilità di una "impasse" parlamentare. Ma prima di allora le riforme dovranno dare qualche risultato concreto, la ripresa economica dovrà uscire dalle nebbie, magistrati e professori dovranno essere convinti della bontà dei provvedimenti che li riguardano. LA STAMPA Berlusconi ormai non è più un politico di Giovanni Orsina Non mi pare affatto impossibile dare una lettura politica dell attivismo che stanno mostrando negli ultimi tempi le aziende di Berlusconi l offerta pubblica di acquisto di Ei Towers su Rai Way, ma anche l ipotesi di acquisizione della Rcs Libri da parte di Mondadori della quale s è parlato qualche giorno fa. E ritengo pure che di questo attivismo possa essere dato un giudizio sostanzialmente positivo non malgrado le sue scaturigini politiche, ma proprio a motivo di quelle scaturigini. Di che tipo di lettura politica stiamo parlando, dunque? Di una lettura che vede nel lungo, lento ma irreversibile tramonto del Berlusconi politico la condizione, o se si vuole la spinta, perché le sue aziende tornino a fare le aziende: scendano sul mercato, e dal mercato traggano le proprie ragioni di forza. E della possibilità che si chiuda finalmente, dopo vent anni, l anomalia del conflitto di interessi, e si muova un passo in avanti verso una situazione di fisiologia democratica: una situazione nella quale la politica la fanno i politici, gli affari li fanno gli imprenditori, e le due categorie interagiscono in una maniera fisiologicamente, appunto dialettica. Il conflitto di interessi non è venuto dal nulla, ma è derivato in larga misura dall anomala tempesta giudiziaria dei primi Anni Novanta. Tangentopoli da un lato ha spazzato via partiti e classi politiche sul versante destro dello spazio pubblico, lasciando milioni di elettori orfani di rappresentanza dalla sera alla mattina e spalancando un vuoto che poteva essere riempito soltanto grazie a risorse non comuni e non politiche. Per un altro ha delegittimato i politici di professione, ponendo le condizioni perché si attivasse il mito dell imprenditore in politica che Berlusconi ha saputo incarnare a perfezione. Chi pensa che la ventennale stagione del bipolarismo, resa perciò possibile anche dal conflitto di interessi, abbia rappresentato soltanto un enorme perdita di tempo, a mio avviso è in errore. Il bipolarismo ha funzionato male, non c è dubbio. Ma gli italiani hanno potuto votare contro il governo in carica con la concreta possibilità di disarcionarlo e metterne un altro al suo posto. Era la prima volta che ciò accadeva da quando c è l Italia. In termini di civiltà politica, e guardando alle cose con la pazienza dello storico, non mi pare poco. Ora il conflitto di interessi ha smesso di giocare il ruolo di «sostegno» dello schema bipolare ed è bene che sia così: si pongono le premesse per un po più di normalità, e Dio sa se ne abbiamo bisogno. Come usciamo però da questa catena di anomalie? Come possiamo evitare di cadere da una padella anomala in una brace più anomala ancora? Mi pare che a questo punto le sfide siano essenzialmente due. Una aziendale, l altra politica. In primo luogo, visto che il berlusconismo politico si avvia a esser consegnato alla storia, è bene che insieme a lui sia rimesso sugli scaffali pure l antiberlusconismo in servizio permanente effettivo che porta anch esso, come il suo antagonista, non poche responsabilità per gli errori commessi nell ultimo ventennio. Questo non vuol dire che qualsiasi iniziativa delle aziende di Berlusconi debba essere salutata a priori come buona e giusta. Vuol dire però che le iniziative di quelle aziende non possono neppure essere ritenute a priori perfide e malvagie o viste unicamente come il frutto avvelenato d un patto del Nazareno che, in verità, in questi ultimi tempi non è che se la stia passando granché bene. Tanto più in un Paese come l Italia, che soffre da sempre di un eccesso di «nanismo aziendale» e ha

17 un settore culturale relativamente piccolo e asfittico. Tanto più se il mercato dà un giudizio largamente positivo delle operazioni in corso si vedano le reazioni della Borsa all offerta pubblica d acquisto su Rai Way. Tanto più in un epoca storica nella quale i mezzi di comunicazione si moltiplicano, e crescono a dismisura sia la concorrenza, sia gli strumenti che le istituzioni pubbliche possono utilizzare per evitare eccessive concentrazioni di potere, senza però penalizzare le imprese. La seconda sfida è quella della destra che verrà. Se l impero berlusconiano torna a essere un impero soprattutto economico, se il mito dell imprenditore in politica è tramontato, è soltanto sul terreno squisitamente politico che potrà allora prendere forma un nuovo schieramento di centrodestra che, opponendosi a Renzi, consolidi l acquisizione di civiltà del bipolarismo e dell alternanza al potere. Certo, la politica oggi a destra latita assai. Con la pazienza dello storico, però, si può confidare che, prima o poi, sia destinata a tornare. AVVENIRE Pag 1 Una riforma dovuta di Danilo Paolini Responsabilità dei magistrati Una riforma dovuta. Questo è la legge sulla responsabilità civile dei magistrati che è stata approvata martedì notte in via definitiva dalla Camera. La politica la doveva al Paese, per almeno due motivi. Il primo motivo è ormai divenuto storico: nel lontano 1987, oltre l 80% degli elettori italiani sollecitò, attraverso un referendum abrogativo promosso da tre partiti (radicale, liberale e socialista), una disciplina che chiamasse i giudici a rispondere degli errori commessi per dolo o colpa grave. La risposta del Parlamento arrivò l anno dopo, con una legge ('firmata' per altro da un eminente giurista, il socialista Giuliano Vassalli, allora Guardasigilli) che era nata per accogliere tale indicazione, ma finì con il neutralizzare la volontà popolare, rendendo di fatto quasi impossibile per il cittadino ottenere il riconoscimento del torto subito. Il secondo motivo, senza il quale probabilmente la riforma non avrebbe visto la luce, risale 'soltanto' a quattro anni fa: l Unione Europea ha ingiunto all Italia, pena una salatissima procedura d infrazione che aveva il suo termine ultimo nella data di oggi, di adeguarsi al principio generale di responsabilità degli Stati membri in caso di violazione del diritto comunitario. Se a qualcuno sembra di aver già sentito una storia simile, sappia che non sbaglia. È accaduto anche con le carceri: per riportare quanto meno sotto controllo il numero dei detenuti (ma moltissimo resta da fare in termini di sovraffollamento e di condizioni di vita) è stato necessario arrivare in prossimità della scadenza dell ultimatum del Consiglio d Europa. Ma tant è. In attesa che in Italia si cominci a uscire dal vizio della legislazione 'd emergenza', è importante che, a distanza di quasi 30 anni dal referendum scaturito dall indignazione per lo scandaloso caso Tortora, la legge sulla responsabilità civile dei giudici sia cambiata. Come? All insegna dell equilibrio, assicura il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Non senza ragioni, perché se è vero che il sistema precedente non funzionava e andava perciò modificato, è altrettanto vero che per ben due volte sono stati sventati in Parlamento i tentativi promossi dal deputato leghista Gianluca Pini (e sostenuti, trasversalmente, da non pochi parlamentari) che avrebbero introdotto la responsabilità diretta del magistrato: da uno sbilanciamento evidente a favore dell ordine giudiziario si sarebbe così passati a uno sbilanciamento di segno opposto. Uno squilibrio che l Associazione nazionale magistrati continua a vedere e contro il quale protesta. Gli argomenti utilizzati sono, anche questi, già sentiti: è una legge «contro la magistratura», che presenta aspetti «intimidatori» in grado di metterne a rischio l autonomia e l indipendenza sancite dalla Costituzione; i cittadini più ricchi potranno permettersi di ricorrere contro il giudice ogni volta che non gradiranno un provvedimento; i tribunali saranno intasati da un diluvio di ricorsi. Ora, considerando che di italiani ricchi ce n erano anche in passato (e forse in numero maggiore rispetto all attuale periodo di crisi economica) e che era comunque possibile fare ricorso pure con la precedente normativa, la seconda e la terza motivazione appaiono piuttosto fragili: dal 1988 a ieri le domande accolte sono state soltanto 7 e quelle ammesse (e quindi discusse) sono state circa 400, non si può quindi sostenere che i tribunali distrettuali siano stati assorbiti da questo genere di attività. Non va ignorato certo che la nuova legge amplia i possibili casi di ricorso e allarga il concetto di «colpa grave», né che il filtro di ammissibilità non è più previsto e perciò tutte le istanze dovranno essere

18 giudicate direttamente nel merito, e nemmeno che i cittadini avranno più tempo a disposizione per far valere le proprie ragioni. È possibile, perciò, che le domande aumentino, però resta da vedere quali proporzioni avrà il fenomeno. È davvero difficile pensare, infatti, che ci si imbarchi con faciloneria in una causa in cui si dovrà dimostrare almeno una delle seguenti circostanze: il giudice ha violato «manifestamente» la legge italiana o della Ue, ha travisato fatti o prove, ha assunto il falso per vero, ha preso decisioni non motivate o contro la legge. Non è uno scherzo da ragazzi, per quanto bravo possa essere l avvocato e per quanto caro possa essere il suo onorario. Forse era il caso di prevedere comunque un freno normativo alle richieste 'temerarie' al fine di scoraggiare i più disinvolti, come ha osservato l ex-magistrato ed ex-presidente della Camera Luciano Violante. Ma solo il tempo potrà confermarlo. Bene ha fatto perciò l Anm a resistere finora alla 'tentazione' dello sciopero. È più ragionevole aspettare di vedere se e come funzionerà la riforma per poi correggere eventuali distorsioni, come hanno proposto il governo e il Consiglio superiore della magistratura. IL GAZZETTINO Pag 1 Se la sinistra cerca un leader antagonista di Alessandro Campi La sinistra è alla ricerca di un leader. Ma non c è già Renzi a guidare quest area politica? Diciamo che è in realtà la sinistra-sinistra che sta cercando una guida che possa sfidare la sinistra-centro (una sinistra-destra, a ben vedere) incarnata dal presidente del Consiglio: una forza più bulimica che trasversale, la cui prestanza elettorale è solo apparente, in ogni caso momentanea. Lasciate che emerga un nuovo capopopolo, espressione della vera e nobile sinistra, e vedrete come si sgonfierà colui che rappresenta una sinistra solo falsa, immaginaria e illusoria. Ha un che di messianico (e politicamente disperante) questa ricerca a sinistra dell uomo nuovo in grado di interpretarne l essenza e lo spirito profondo rispetto a qualunque deviazione o contaminazione o tentativo di trasformazione (il resto del testo non è disponibile) LA NUOVA Pag 1 La legge è più uguale per tutti di Gianfranco Pasquino «Chi sbaglia paga» mi è sempre parso un principio sano e apprezzabile, da mettere in pratica. Naturalmente, richiede di essere specificato nei suoi due cardini: l'errore e il risarcimento. Tutti debbono essere responsabili dei loro comportamenti. A maggior ragione coloro che hanno potere sui loro concittadini. Fra i potenti si trovano non soltanto i governanti e i rappresentanti politici a tutti i livelli, ma anche i magistrati. La decisione su chi ha torto e chi ha ragione in un processo, chi ha violato le norme e con quali effetti negativi è espressione di un potere, legittimo, attribuito ai magistrati. Qualcuno di loro, esempi non luminosi, si è fatto, «protagonista», usando della sua visibilità per ottenere un ruolo politico. Qualcun altro si è, invece, «nascosto» nella selva di leggi e norme e precedenti, operando da «burocrate». La dicotomia dei rischi da evitare appartiene al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che la ha, forse non causalmente, pronunciata alla Scuola di formazione dei magistrati proprio il giorno in cui la Camera dei deputati ha approvato la legge sulla responsabilità civile dei magistrati. E' una legge che l'unione Europea, unitamente a molti cittadini italiani, aveva richiesto da tempo. E' una legge che, invece, i magistrati hanno sempre tenacemente, qualche volta andando sopra le righe, osteggiato. E' difficile dire se la sua entrata in vigore migliorerà dal punto di vista qualitativo e quantitativo (snellimento e alleggerimento dei processi) il funzionamento della giustizia in Italia. Probabilmente ci vuole molto altro, in particolare, è indispensabile una (ri)organizzazione degli uffici più flessibile e, per l'appunto, meno burocratizzata, alla quale i magistrati non hanno finora dato nessun contributo degno di nota preferendo proteggere i loro non pochi privilegi. Comunque, a prescindere dalle carenze organizzative, è del tutto giusto che i cittadini abbiano la possibilità di rivalsa se ritengono e se riusciranno a provare che i giudici hanno sbagliato per dolo e/o per colpa. Spetterà allo Stato procedere in tempi non lunghi (entro tre anni) a risarcire i cittadini per sentenze privatamente viziate da dolo e/o colpa rivalendosi poi nei confronti dei magistrati responsabili. Quello che i magistrati hanno ripetutamente asserito di temere è che le sentenze da loro emanate siano in qualche modo condizionate dal timore di

19 sbagliare e dalla conseguente spada di Damocle della richiesta di risarcimento. E' una giustificazione davvero debole e carente. Magistrati altamente professionalizzati, sicuri delle loro competenze, orgogliosi del loro ruolo non hanno nulla di cui essere preoccupati. Sapranno fare parlare la legge nella maniera più convincente e meno controversa possibile. Sapranno applicarla senza dare adito a sfide manifestamente infondate, vessatorie, politicamente motivate. Non esiste nessuna ragione per pensare che l'urgente riforma complessiva del pianeta giustizia in Italia non possa cominciare dalla responsabilità civile dei magistrati che non ha nulla di punitivo e che ha molto di positivo agli occhi dei cittadini. E' il caso qui di ricordare che la responsabilità civile venne approvata in un referendum del 1987 da milioni di elettori, con l'elevatissimo consenso dell'80 per cento dei votanti. Qualcuno dirà che si poteva anche fare di più e di meglio (gli ineffabili parlamentari del Movimento Cinque Stelle che hanno capziosamente votato contro). Altri diranno, meglio, che, una volta messa all'opera la legge potrebbe evidenziare inconvenienti, inadeguatezze, cortocircuiti. Tutti i riformatori preparati e attrezzati sono perfettamente consapevoli che qualsiasi riforma merita di essere ritoccata qualora rivelasse problemi. Ma il problema più grande è stato affrontato di petto: i magistrati non possono mettersi presuntuosamente al di sopra della legge e sbagliare impunemente. Da oggi in Italia questo non sarà più accettabile. La legge è diventata un po' più eguale anche per il potente ceto (i critici direbbero, non senza qualche ragione, la corporazione) dei magistrati. Torna al sommario

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