RICORDI DEL COLLEGIO GHISLERI DI PAVIA

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1 1-2 / 2011 CRITICAsociale 33 RACCONTO DELLA VITA NEL COLLEGE DOVE SONO STATE GETTATE LE BASI DELLA SCUOLA LIBERALSOCIALISTA DI ECONOMIA PUBBLICA RICORDI DEL COLLEGIO GHISLERI DI PAVIA Francesco Forte 1. Di recente, Piero Melazzini, un mio antico compagno di studi, presidente della Banca Popolare di Sondrio che apriva filiali a Pavia e nel pavese, mi ha chiesto di rievocare, per la circostanza, le mie vicende dalla Valtellina all Università di Pavia e al Collegio Ghislieri; e ci tenne a precisarlo al celebre Istituto di Finanza, fondato da Griziotti, ove si era formato l altro mio maestro, Ezio Vanoni, di cui la Valtellina va fiera. Ho così scritto, nell estate del 1999, queste memorie, che hanno avuto una circolazione molto fortunata e che ora, ripubblico qui Nel chiedermi di scriverle, Melazzini ha soggiunto, non multa sed multum : riprendendo un motto di Luigi Luzzatti, teorico delle Banche popolari, all inizio dello scorso secolo. Mentre mi esponeva questo motto che riguardava la sua Banca, ma anche ciò che avrebbe voluto da me, con quella sua richiesta un po improvvisa, mi é venuto in mente il professore Balatti, che al liceo Piazzi di Sondrio, ci insegnava, nei lontani (per me straordinariamente presenti) anni 44-47, la storia e la filosofia e che aveva deciso che non ha senso studiare tutti i filosofi: perciò ci eravamo concentrati, nel su Davide Hume: non multa, sed multum. Andare a fondo: era anche il principio didattico del professore di latino e greco, Albino Garzetti, celebre per le sue edizioni italiane di Tacito e poi del suo successore, il professor Massera. Non so di Balatti, ma Garzetti e Massera avevano studiato a Pavia, uno al Collegio Borromeo, l altro al Ghislieri. Si stava laureando a Pavia, anche la professoressa supplente di matematica, Marisa Cantelli, che non mi interrogava mai, con grande invidia dei miei compagni, perché lui é bravo, lo tengo per il giorno in cui viene il preside (il professor Miotti, un burbero matematico). Da Sondrio, chi si conseguiva la maturità al Liceo Piazzi andava preferibilmente all Università di Pavia, non a quella di Milano:perché Pavia era, come é anche ora, una città universitaria. E poi a Pavia vi erano i celebri collegi universitari: il Borromeo il Ghislieri, e i migliori aspiravano ai due collegi.la tradizione dei liceali valtellinesi al Ghislieri era particolarmente robusta e ricca di nomi importanti, nelle scienze, nelle discipline filosofiche e letterarie, nell economia e nella giurisprudenza, nella politica. Io speravo di andare al Ghislieri, per fare l economista, come Ezio Vanoni, di Morbegno, ghisleriano, allievo della celebre scuola finanziaria pavese di Benvenuto Griziotti. Nella biblioteca della Villa Quadrio di Sondrio, ove io andavo a compulsare i volumi della Nuova Collana degli Economisti aleggiava il ricordo di Maurizio Quadrio, braccio destro di Mazzini, in una quantità di vicende. E il fiero valtellinese indomito, pur riboccante di affetti gentili, come lo aveva definito Aurelio Saffi, iscrittosi, diciannovenne, a legge all Università di Pavia era stato accolto come diceva un suo biografo già a metà dell anno nel Collegio Ghislieri, posto che si conferiva dagli stessi professori agli studenti più distinti. Da Pavia, però il Quadrio era andato via presto, con un battaglione Minerva che, nel 1820, aveva partecipato ai moti del Piemonte. E poi era stato protagonista di epici eventi, del risorgimento. Al Ghislieri, per frequentare filosofia nell ateneo pavese, vi era stato, quasi un secolo dopo, anche un altro più pacato personaggio della Valtellina:Luigi Credaro, professore a 26 anni di storia e filosofia all Università di Pavia, Ministro della Pubblica Istruzione, per quattro anni, agli inizi del 900 prima con Luzzatti, poi con il Giolitti, che aveva sviluppato il Magistero, la educazione pedagogica per i maestri e attuato vaste riforme scolastiche, rivolte a accrescere il livello di istruzione degli italiani. Suo nipote, il professor Bruno Credaro, anche lui ghisleriano era il nostro provveditore agli studi. Qualche decennio prima, di Credaro senior era arrivato alla facoltà di lettere di Pavia, come alunno del Ghislieri, un altro valtellinese, Pio Rajna, filologo celebre, titolare a Firenze della cattedra di lingue e letterature neolatine, capo scuola dell indirizzo positivista filologico-storico della critica letteraria in contrapposizione con l indirizzo estetico idealistico della scuola capeggiata dal De Sanctis. Il suo amico Giosué Carducci, nei suoi Levia Gravia, lo aveva preso un po in giro, ma gli aveva anche reso omaggio, dedicandogli con i versi e ogni buon valtellinese giura: mi son tuscan, per polemizzare contro il purismo filologico. Io ne ero edotto, nonostante si trattasse di controversie per iniziati, perché la mia professoressa di italiano apparteneva alla famiglia Rajna. Era stato alunno del Ghislieri, nella facoltà di medicina, Bruno Besta, di Teglio, che per qualche ragione, i miei genitori conoscevano, docente di tisiologia e microbiologia al Forlanini di Roma ed anche l aristocratico avvocato Merizzi, la figura di spicco del foro giudiziario di Sondrio (ove mio padre era Procuratore della Repubblica), che, dopo la liberazione, era emerso come leader della sinistra locale, in contrapposizione a Vanoni. A me liceale, la prospettiva del Ghislieri a Pavia, per diventare economista appariva come una via luminosa. Ecco, dunque, che finiti, nell estate 1947, gli esami di maturità, in autunno venne il giorno decisivo: l esame scritto a Pavia, per la agognata ammissione al Ghislieri. Poi ci sarebbe stato l orale, ma l importante era passare lo scritto, ove avveniva la decimazione. Data la media molta alta, con cui avevo superato la maturità, in un liceo come il Piazzi, in cui il motto che Melazzini mi aveva menzionato, non multa sed multum, veniva applicato con puntiglioso rigore e dato che scrivere era comunque il mio punto di forza, mi sentivo abbastanza sicuro. Andavo a Pavia ferrato di studi e con una sorta di entusiasmo. I posti erano 21 per studenti lombardi o figli di lombardi, di merito distinto (era ancora usato, nel bando concorsualeil termine scritto nel curricolo di Maurizio Quadrio). Da Sondrio partii il pomeriggio del giorno prima per Milano, ove fui accolto nell ospitale appartamento di mio zio, magistrato ma anche libero docente di filosofia del diritto, che mi aveva già magnificato l Università pavese e la scuola di scienza delle finanze del professor Griziotti. Lui si era dato cura della mia iscrizione all ateneo pavese, alla facoltà di legge Il mattino seguente presi il treno per Pavia: anche in terza classe le vetture erano confortevoli, mentre da Sondrio a Milano ancora si viaggiava in vagoni scalcinati. Il mio arrivo, quel giorno, alla stazione di Pavia é stampato nella mia memoria; e lo rivivo, quasi con la stessa gioia sottile, ogni volta che mi capita di tornarci. Anche adesso, come allora, percorro a piedi tutta la strada, elegante e snella, che porta in centro, sino all angolo, da cui snoda l antica Strada Nuova, ove si allunga l edificio settecentesco dell Università. Sull angolo, c era, luccicante di specchi, il bar Demetrio, con un odore di paste fresche e di buon caffé. Ci feci una sosta, per un cappuccino bollente. L Università, dal Demetrio, era facile trovarla: era, uscendo, sulla sinistra, a cento metri. Entrai dal grande arco del porticato principale. Eravamo, forse, una cinquantina, ci condussero in un aula ove ci comunicarono due temi, uno umanistico e uno scientifico. 2. Essendo iscritto a giurisprudenza, potevo scegliere fra i due settori e optai per il gruppo scientifico, ciò che condizionava anche l orale, essendo le commissioni esaminatrici distinte. Non c era a Pavia, allora, la facoltà di Economia e commercio. C era però, accanto alla celebre facoltà di Giurisprudenza, le cui radici affondano nel medio evo, un ottima facoltà di Scienze politiche, con molti valorosi professori, i cui insegnamenti erano comuni anche a giurisprudenza. Io mi promettevo di diventare assiduo anche di Scienze politiche, ove c erano molte materie che mi attraevano; ma desideravo, in primo luogo, corrispondere all aspirazione paterna di avere almeno un figlio laureato in legge( mia sorella studiava lettere antiche a Milano, mio fratello minore, poi alunno del Ghislieri, aveva- da tempo- dichiarato la sua vocazione per la fisica, cui in effetti si é dedicato). La giurisprudenza era una tradizione familiare: anche mio nonno materno, che era stato magistrato, era, naturalmente, laureato in legge. E lo erano due fratelli di mio padre. I cugini di mia mamma, a Torino (lo zio Attilio, il cui figlio era stato ghisleriano) e Novara, avevano studio d avvocato Il Maestro alla cui scuola di finanza pubblica ambivo specializzarmi, comunque, aveva la cattedra a giurisprudenza. Quasi tutti i candidati al Ghislieri, invece, aspiravano a medicina, per la efficienza e la celebrità della facoltà pavese, in cui avevano insegnato scienziati come il Golgi, il Forlanini, il Besta (ghisleriano Valtellinese, neurologo) e si erano forgiate figure mitiche, come Padre Gemelli (ghisleriano, neurologo, della scuola del Besta), iniziatore della scuola psicologica e fondatore dell Università Cattolica.E poi, medicina, era, allora, la laurea più ambita. Un altro gruppo di aspiranti ghisleriani del settore scientifico era costituito dagli studenti di ingegneria: questa facoltà non esisteva a Pavia, ma ivi molti venivano a studiare, per il biennio propedeutico; in seguito la loro borsa di studio proseguiva, presso un Politecnico, di solito quello di Milano, (come il monzese Villoresi, che ideò e progettò l omonimo canale irriguo) o di Torino (come il bergamasco Radici, creatore, con i fratelli Pesenti, della Italcementi). Riuscii, comunque, fra scritti, orali, media della maturità, primo del gruppo scientifico e secondo, dopo il primo del gruppo umanistico, Giancarlo Buzzi, un ragazzo timido, che aveva fatto il liceo a Como ed aveva parenti a Sondrio, con cui, entrato in Collegio, strinsi amicizia. Ricevetti, al sommo della felicità, la notizia, da un anziano

2 34 CRITICAsociale 1-2 / 2011 filosofo e filologo, il professor Suali, che aveva presieduto la Commissione, almeno per la mia parte. Ero abbastanza sicuro di farcela, ma non con un successo così ampio. I primi cinque, al Ghislieri, considerati come i bravissimi, venivano fatti oggetto di attenzione particolare e destinati, se avessero corrisposto alle aspettative, alle varie borse estive per scambio con studenti esteri e poi a quelle postuniversitarie, nelle Università europee e americane. C era, insomma, al Ghisilieri, una mentalità meritocratica, di allevamento dei migliori cervelli, simile, suppongono, a quella che alberga nei dirigenti delle grandi squadre di calcio per la formazione degli juniores. 3. In Collegio eravamo un centinaio soltanto, di età fra i 18 e i 30 anni (alcuni terminavano i corsi in ritardo perché erano stati militari) tutti maschi. Le donne non erano ammesse nei posti al Ghislieri. Vi era stata al riguardo una disputa giuridica nei primi decenni del secolo, in cui il Ministro Credaro aveva dato ragione a coloro che sostenevano che anche le studentesse in possesso di titoli adeguati avessero diritto ad accedervi. Ma poi non se ne era fatto più nulla. Analogamente nel secondo dopoguerra. Fu negli anni 60 che la questione si risolse, grazie a una cospicua donazione della signora Mattei, vedova di un industriale valtellinese di Morbegno, ed ebbe inizio il Ghislieri femminile. Si usava, in Collegio, per le matricole, per una antica tradizione, l iniziazione da parte degli anziani, composti da due gruppi ben distinti, i cosidetti fagioli ovvero gli studenti del secondo anno e i veri e propri anziani, cioé gli studenti degli anni successivi. Non si trattava, però, di prove crudeli, ma soprattutto scherzose, con minacce, generalmente non eseguite, di condannare chi non avesse superato le prove alla cosidetta lavatio, che consisteva nell obbligo, per la matricola, di mettere a bagno il posteriore, nel lavabo della propria stanza, operazione scomoda, specialmente per l altezza del lavabo dal pavimento. La mia prova fu nel dover bere un sorso d acqua in un teschio, che uno studente di medicina, poi diventato mio grande amico, teneva in camera, lucidissimo, per studiarne le componenti. Prima di bere dovevo dire la frase bevi Rosmunda nel teschio del padre tuo. Io, dopo il sorso stabilito, per seguitare lo scherzo dissi posso averne, un altro sorso, mio signore?. Fui così assolto ed inizio la nostra amicizia. Gli scherzi a volte consistevano in quiz. Ne ricordo uno, che inventammo, quando io ero fagiolo e che, penso, sarebbe piaciuto ad Achille Campanile. Si trattava della domanda, Dite chi era il padre della figlia di Jorio, il celebre dramma di D Annunzio. Il gruppo di matricole, cinque, che avevamo messo in una stanza di uno di loro, per poterne uscire, doveva dare la risposta. Tornati dopo mezz ora, trovammo il gruppo in grave imbarazzo. Nessuno sapeva chi fosse il padre della figlia di Jorio. Eppure é facilissimo, disse il mio collega più anziano, ai cinque che si vergognavano di ignorare la letteratura del novecento, si tratta del padre, non della madre, pensateci bene. A sera ancora nessuno era riuscito a rispondere, e si scusavano, assurdamente, asserendo che non avevano studiato D Annunzio al liceo. Finì, per esaurimento della nostra pazienza, in una grande risata. Nell ambiente ghisleriano e all Università, noi che venivano dalle varie province, avevamo voglia di capire come sarebbe andato mondo del dopoguerra, volevamo inserirci e progredire in quella realtà dinamica che si andava profilando, andando oltre la ricostruzione Eravamo perciò avidi di scambiarci le idee e le esperienze intellettuali, con i compagni più anziani e con quelli che facevano altre facoltà di assorbire, nello scambio, un po di ciò che loro stavano imparando, in particolare delle ultime novità intellettuali e scientifiche. Gli scambi di opinioni e informazioni, in particolare fra i più anziani, con maggiore preparazione ed esperienza e i neofiti o con gli studenti che venivano, con i posti di scambio dall estero( come il tedesco Wolfgang Huber, reduce di guerra, laureando in legge a Munchen ove io poi mi recai, in contropartita) e la guida discreta ma attenta del Rettore professor Bernardi, ci consentivano un apertura a tutto campo sul mondo di cui gli altri, anche nelle grandi città e nelle grandi università raramente usufruivano. D altra parte, il Collegio Ghislieri, benché si potesse definire elitario non era un luogo di cremini. Alcuni anziani erano stati feriti in guerra, erano reduci di prigionia, i più giovani, ( la grande maggioranza), comunque erano passati sotto i bombardamenti, avevano subito il razionamento, avevano mangiato il pane nero della tessera, umido e duro erano stati privi del riscaldamento invernale. Alcuni come me, e penso altri, in province di montagna, avevamo vissuto da spettatori ravvicinati e, nell inverno 44-primavera 45 eravamo stati coinvolti, nelle sparatorie della guerriglia partigiana. Nonostante le nostre storie personali spesso ruvide, per forza degli eventi, vi era, in Collegio, il massimo ordine, la pulizia più scrupolosa dovunque, anche le nostre discussioni sotto i portici non erano mai chiassose. Ciascuno rispettava le opinioni politiche e religiose degli altri. Non si notavano, come in anni più recenti é accaduto, scamiciati o mal pettinati o mal rasati. Queste forme di esibizione non erano in Si potevano cantare, talora, canzoni goliardiche un po sboccate, ma non s usavano parole turpi o bestemmie. Una canzone che ricordo, era quella contro il collegio Borromeo, con cui eravamo tradizionalmente rivali. Consisteva, essenzialmente, nel ritornello, (escogitato da qualcuno di noi, forse il Dossena, che é divenuto in seguito celebre per le sue limeriks) Nel meo, nel meo lo prese il Borromeo. Un giorno, mentre lo cantavamo, vicino al Borromeo, un funzionario di polizia ci si avvicinò e ci disse che il Rettore Don Cesare Angelini ( un fine letterato, autore di una raffinata edizione Einaudi degli Atti degli Apostoli) si era lamentato, sostenendo che si trattava di un canto osceno. Il funzionario ci chiese, perciò, di spiegare il significato della parola meo, riservandosi di vietarci di usarla in luogo pubblico, riferita al Borromeo o ad altri.. Soffocò a stento una risata quando gli spiegammo che non voleva dire nulla, essendo solo l ultima sillaba della parola Borromeo. 4. Eravamo molto gelosi dei nostri vari diritti, come quello di rientro serale sino a mezzanotte (sino alle undici, con il portone aperto, poi suonando: ci veniva ad aprire, assonnato, il portiere in uniforme) e quello di scegliere, il giorno prima, il menù preferito, fra tre primi, tre secondi e tre dessert (frutta, formaggio o dolce oppure latte).la verdura (di solito patate, cavolfiori e barbabietole rosse in insalata) si trovava in piattoni su un tavolo centrale e ciascuno ne poteva prendere a piacere. Anche dei primi, a mezzogiorno, si poteva fare il bis attingendo a zuppiere al tavolo centrale: cosa per me impensabile, data la dimensione delle porzioni che dai camerieri ci venivano portate, sulla base delle nostre ordinazioni. Ma dovevamo serbare rispetto alle regole del gioco, scritte o meno. Ad esempio, ricordo che molti di noi, non immaginando che cosa avrebbero desiderato avere il giorno dopo per pranzo o cena, segnavano sempre 1, per le varie opzioni. Io ero uno di questi, non tanto perché mancassi di spirito programmatorio, quanto perché mi ero convinto, con ripetute osservazioni, che il numero 1 era, comunque, sempre la scelta migliore. Errore grave. Punto nel suo orgoglio, il capo-cuoco ci fece, un giorno, un tranello, in cui io cascai in pieno: mise, per una cena, al numero 1 dei primi piatti il latte con caffè o cacao (portato in voluminosa bustina a parte); anche al numero 1 dei secondi mise latte con caffè o cacao, però accompagnato da fette di pane tostato e burro; e al numero 1 del dessert, anziché mettere, come di solito, frutta oppure dolce aveva messo ancora latte con biscotti. Quando, quella sera, ricevetti, senza averlo previsto, come primo piatto, anziché una minestra, una scodellona di latte caldo con a fianco la spessa bustina di carta e, in caso di altra scelta, un bricco di caffé, ci rimasi male. Bevvi solo un po di caffelatte, pensando mi rifarò con il secondo, sempre sin troppo abbondante. Ma, con rabbia, anche il secondo che mi toccò era latte. I miei vicini di tavolo ghignavano. Dovetti contentarmi delle fette di pane imburrato, accompagnato da un piatto di verdura mista preso al tavolo centrale. Mentre contavo sulla frutta o l eventuale fetta di torta, per rifarmi la bocca, mi vidi, ancora arrivarefra le risa dei compagni- ancora come dessert il latte: accompagnato da quei biscotti secchi a forma di ruota, che, inzuppati, diventano un cibo molle per bambini ancora poco avvezzi a masticare. Andai a protestare, il giorno dopo, dal capo cucina: con grande garbo questi mi disse che era nel suo compito farsi che la sera uno studente universitario potesse avere, anziché la solita minestra, di pasta o riso, una scodella di latte; e che, per secondo, potesse gradire, del semplice pane e burro, da accompagnare con una tazza di buon latte di fresca provenienza dalle stalle pavesi; e poi perché meravigliarsi se per dessert, quella sera, nel menù avevamo il latte con biscotti, dato che per fine cena era stato messo in tante altre sere? Quella volta, tanto per cambiare, lo avevano posto al numero 1. Il ghisleriano, aggiunse, dovrebbe rendersi conto dello sforzo che noi facciamo, ogni giorno, di preparargli piatti diversi, avendo presenti le diverse condizioni di stomaco ed esigenze di dieta di chi sta tutto il giorno a tavolino a studiare oppure, invece, é andato nelle cliniche e nei laboratori, ove c è cattivo odore Una lezione che mi meritavo. Avevamo, in effetti, molti più possibilità di un normale studente della nostra età, agli inizi degli anni 50. Avevamo, così, a disposizione nella sala musica, una ampia dotazione di dischi di musica classica, ma anche di musica leggera. Il jazz era particolarmente apprezzato, in quel dopoguerra, assieme ai cantanti americani più recenti e i musicofili ghisleriani attratti dal mito americano avevano provveduto a arricchire la nostra collezione di dischi, aggiornandola in modo selettivo. Gli studenti avevano diritto a dare suggerimenti per gli acquisti, ma entro un budget ragionevole, che l amministrazione sorvegliava con la mentalità propria dei pavesi: che non é affatto avara, né gretta, e neppure severamente austera, ma é ben misurata. C era la sala della radio, ove si ascoltavano, fra l altro, la sera i notiziari e i dibattiti fra esperti sui fatti del giorno, ma in cui era anche possibile sintonizzarsi sui canali in altre lingue. Nella la sala di lettura vi era una ampia dotazione di riviste e giornali, basata anche essa sulla scelta degli studenti: sicché avevamo l Unità, il Popolo e l Avanti! perché gli alunni, avidi di dibattito politico, li avevano chiesti, assieme ai grandi quotidiani e alla Provincia Pavese, indispensabile per sapere che cosa c era al cinema, di pomeriggio e dopo cena e per leggere le recensioni degli eventi locali. C erano anche più di un giornale sportivo, date le diverse preferenze della tifoseria ghisleriana in fatto di calcio e ciclismo. Il giornale più compulsato il mattino, prima di far colazione, era la Gazzetta dello Sport, in particolare quando c erano il giro di Italia e il tour de

3 1-2 / 2011 CRITICAsociale 35 France e il lunedì, con i risultati delle partite del campionato. Qualcuno- a me capitava spesso- arrivava tardi alla colazione del mattino e, magari, finiva per perderla( alle 9 in punto la porta di ingresso del refettorio veniva chiusa) perché si era intrattenuto a leggere articoli dei giornali. 5. Il Ghislieri non era solo cultura. Il Rettore del Collegio teneva molto alle nostre attività di sport e, comunque, di esercizio fisico.vi erano, nel Ghislieri, anche la sala scherma, il campo di pallacanestro, e, sotto i portici, sulla destra, la stanza-deposito per le biciclette.ciascuno di noi ne aveva una. Avevo preso, sull esempio di qualche collega, l abitudine di inserire sul portaoggetti fissato sul manubrio, un libro da studiare e facevo molti ripassi, pedalando e ripetendomi mentalmente ciò che vi era nel testo. Le strade di Pavia pianeggianti, fuori dal centro, allora non erano attraversate, se non raramente da automobili ed era una delizia pedalarvi, anche se non c erano le piste ciclabili. Vi era, in Collegio, anche una biblioteca specializzata, nelle varie discipline dei nostri studi. Era, per me, una miniera preziosa, data la sua particolare ricchezza di libri d economia, dovuta, in parte, a lasciti di ex alunni ma anche alle ordinazioni fatte, via via negli anni, dagli studenti. Vi si poteva entrare, praticando liberamente la lettura ai tavoli vicino agli scaffali. Solo per i prestiti esterni si compilava la scheda, da consegnare a un addetto, che però non si trovava necessariamente nella biblioteca. In effetti, il Collegio era ampiamente basato sulla fiducia: non si pensava che uno studente potesse portare via un libro abusivamente o spostarlo dal proprio posto, senza poi riporlo esattamente dove lo aveva preso. Anche la vita pavese, del resto, allora, era ampiamente basata sulla reciproca fiducia. La bicicletta potevamo lasciarla fuori dal bar, appoggiata la muro, chiusa solo con un piccolo lucchetto, per impedire alla ruota di scorrere, senza timore che qualcuno la portasse via. Gli studenti universitari, in ogni caso, erano circondati da particolare simpatia e rispetto. Quando poi si sapeva che uno era del Collegio Ghislieri, c era sempre qualche po di ammirazione, da parte di tutti, in particolare delle ragazze del luogo. Ma la vita nel Ghislieri non era tutta rose e fiori. Ad esempio, per metà delle stanze, il riscaldamento scarseggiava. Io, da matricola, ne avevo scelto una all ultimo piano, gelida, di inverno, ma- in compenso - molto grande e affiancata da uno spazioso corridoio silenzioso.e, naturalmente, le scale si facevano a piedi. All ultimo piano, dove stavo io, lungo il soffitto del corridoio, quando la sera, a una certa ora, le luci venivano spente, volavano dei piccoli pipistrelli. La cosa, però, non ci impressionava. Non vi era niente di cupo, in quel loro volo notturno, nel piccolo mondo ordinato del nostro collegio, con il grande giardino, pieno di alberi, che io vedevo dalla finestra-balcone. Il mattino dopo, noi saremmo andati, allegri, nella sala di lettura, a discutere di politica e di sport e poi nel grande refettorio, spalancato per la colazione, spandendo odore di pane bianco fragrante e di latte e caffé bollenti. Ci attendeva- quando non eravamo in ritardo- un altra chiaccherata, sotto i portici dell Ateneo, con i colleghi studenti e studentesse, dopo la passeggiata, nella tranquilla mattina di Pavia, dalla piazza del Collegio all Università. Anche questo percorso ho fra i ricordi che danno serenità dalla lunga Piazza di San Pio, si entrava in una via un po stretta, poi si passava davanti a un bar, ove spesso si entrava, per un caffé corretto, per togliersi di dosso i rimasugli di sonno ; e poi si arrivava nella grande pìazza, contrassegnato dalle alte torri di colore rosso e la Caserma Menabrea (adesso é una parte dell Università), con un via vai di sfollati, che ancora in parte vi abitavano, si entrava infine sul retro del palazzo color giallo dell Università (il cosi detto giallo Fraccaro dal nome del Rettore che aveva fatto riaffrescare gli antichi muri)e si arrivava nell ala del porticato a destra, ove c erano le aule di Legge. Le lezioni iniziavano alle Non multa sed multum. Il motto si addiceva bene, all Università pavese, come la ricordo, nelle facoltà di legge e scienze politiche (ma penso anche in quelle di lettere filosofia e di matematica e fisica), basate sul poco ma molto buono Non so quanti siano, oggi, gli studenti iscritti e quelli frequentanti, a giurisprudenza. Allora gli iscritti non superavano i 30 annui e in aula a diritto privato dal celebre professor Gorla eravamo in quattro, talora in sei. Il doppio, al terzo anno, nel corso biennale del maestro del diritto commerciale Mario Rotondi, ove avevo come compagno Guido Rossi, che era entrato al Ghislieri l anno dopo di me e poi, dopo aver frequentato l Istituto di Finanza, per addestrarsi nelle discipline economiche, optò per la carriera universitaria nelle materie del diritto privato su basi economiche, alla scuola di Mario Rotondi. Questi un giurista, con grandi interessi economici, collaborava anche alla Rivista di Diritto Finanziario e Scienza delle Finanze. Il volto pallido, affilato, vestito impeccabilmente di scuro, le mani di pianista che muoveva appena, il parlare sommesso, aveva una logica elegante quanto implacabile. Il diritto commerciale e soprattutto il diritto industriale, di cui era stato l iniziatore (ho poi avuto a Milano, come collega ed amico, il suo allievo pavese, il ghisleriano, professor Remo Franceschelli, che ne fu il principale studioso sistematico), nel suo ragionare, apparivano come sequenze di sillogismi e corollari, desunti da poche premesse. Dietro il suo impianto giuridico vi era un acuto impianto economico. Si sentiva che aveva coltivato gli studi economici, una caratteristica che hanno, credo, i giuristi della sua scuola, che li rende particolarmente adatti a comprendere gli sviluppi delle istituzioni in rapporto all evoluzione del capitalismo. Nel primo anno, ad insegnare economia politica, c era.di Fenizio-un signore quarantacinquenne vivace, sorridente, vestito in modo sportivo, che faceva lezione camminando a destra e a sinistra della lavagna, su cui ogni tanto scriveva, con il gessetto, a grandi caratteri, una formula o un grafico, dichiarando, subito, con una erre tenue e un sorriso aggiuntivo che era elementare. Il Dife, come lo chiamavamo noi studenti, era un maestro efficacissimo, di una chiarezza esemplare. Le cose più complicate, come l oligopolio e gli incroci fra le varie forme di mercato sul lato della domanda e su quello dell offerta, la teoria dell equilibrio ottimale della produzione con gli isoquanti e gli isocosti, l equilibrio economico generale di Walras-Pareto, la macroeconomia keynesiana (che egli per primo tratto, in Italia, nel suo manuale), con gli equilibri e squilibri di piena occupazione e di disoccupazione o inflazione, la propensione al consumo e il moltiplicatore, mediante le sue spiegazioni alla lavagna, con poche, formule e figure geometriche, disegnate con mano sicura, diventavano semplici e logiche. Ricordo, che all esame, egli, dopo una domanda sulla concorrenza monopolistica (un altra sugli sviluppi internazionali della scienza economica, su cui Di Fenizio era costantemente aggiornato e ci aggiornava), mi chiese le equazioni Walras-Pareto dell equilibrio economico generale, che io gli esposi con estrema facilità, terminando con spero di aver risposto giusto. Perché me lo chiede?, mi domandò il professor Di Fenizio, mentre mi dava la lode. Perché, dissi io, mi sembrava così facile, che forse avevo dimenticato qualcosa. Piuttosto compiaciuto, mi disse in effetti non é complicato come sembra. In realtà, il merito era del suo manuale. La statistica ce la insegnava Libero Lenti, che arrivava da Milano, in un automobile, assieme a Di Fenizio e che, nella corporatura, era alquanto più grosso di lui sicchè usciva dallo sportello posteriore dell auto (guidata da un autista) per secondo. Aveva sempre un mezzo sigaro in mano, lo fumava prima e dopo la lezione, il che dava a noi studenti un titolo aggiuntivo per fumarci, sotto i portici, la nostra sigaretta durante gli intervalli. Parlava molto più lentamente Di Di Fenizio e non faceva grafici o figure sulla lavagna. In compenso, ci forniva molti esempi concreti in collegamento con i gli articoli che aveva scritto o stava per scrivere su Il Corriere della Sera e su Mondo Economico. Questo fatto dava a noi studenti un senso di grande importanza, perché ci introduceva, in modo diretto, spesso in anticipo nei fatti reali della congiuntura economica e della finanza.bruno Leoni, insegnava, con un rigoroso metodo positivistico, intriso di riferimenti e paradigmi economici, filosofia del diritto e, nella facoltà di scienze politiche, dottrina dello stato:questo era il vecchio nome della materia che ora si denomina scienza politica e che lui stava modernizzando. Appresi così, dal suo insegnamento, i primi elementi della teoria delle decisioni razionali. Raccolsi, ad uso di noi studenti, in dattiloscritto ( che redigevo con la mia Lettera 22), le sue lezioni introduttive di Dottrina dello Stato, che ho poi conservato in tutti i miei innumerevoli traslochi:qualche anno fa ho rilegate e mi riprometto di pubblicarle, dato che egli a suo tempo non lo fece (forse pensava di completarle, ma a causa della sua morte prematura a opera di un pazzoide la vita di questo grande studioso è stata stroncata prima che fosse al colmo della sua pienezza scientifica).dopo superati i suoi due esami; e, ancora studente, egli mi chiese di collaborare, con recensioni, alla rivista di scienze politiche, Il Politico, che aveva appena fondato nella Facoltà di scienze politiche pavese, per rinnovare questo settore di studi. Il professor Leoni, in seguito, divenne celebre negli USA, ove i suoi libri sono molto noti. Lo reincontrai, nel 1960 quando ero associate professor nel Department of Economics Università di Virginia e lui ci era venuto come visiting professor. I nostri anni pavesi, avevano generato fra di noi, nonostante la differenza di età e di ruoli, e anche la differenza di idee in politica e in politica economica (lui liberale liberista puro, io liberal-socialista) una solida amicizia, che si protrasse in seguito, quando io divenni professore a Torino, ove lui risiedeva. Ricordo quando io e mia moglie visitammo la casa ove gli era appena nata una bambina, che si agitava nella culla: Didi Leoni, ora invece mi sorride, dal video di canale 5, ove presenta il notiziario politico. Mi affascinavano anche le lezioni di storia delle dottrine politiche di Vittorio Benonio Brocchieri, che, io andavo a sentire per puro diletto, in quanto non potevo inserirne l esame nei corsi complementari fuori facoltà, avendoli già tutti impegnati con Dottrina dello Stato, Storia delle Dottrine Economiche e Politica Economica. Mi avvinceva anche la storia del diritto italiano, che veniva insegnata da Pietro Vaccari, un professore austero, massiccio, sulla sessantina, con una voce profonda, con cui ci guidava a spaziare nei secoli dell epoca longobarda quando Pavia, con le sue cento torri, era la capitale dell Italia e, perciò, ivi era sorto un gabinetto di studi giuridici, il preludio della futura Università, con il compito di comparare e integrare diritto romano e germanico. Pietro Vaccari o meglio il Vacarius, come noi lo chiamavamo, associandolo idealmente ai maestosi professori delle Università medievali, non era un puro giurista era in primo luogo uno storico, con interessi amplissimi. Così mi stimolò allo studio dei contratti con cui aveva avuto inizio, a Genova, il capitalismo, nel medioevo. Ed io durante il secondo anno, e poi ancora in parte nel terzo, mi immersi per molte ore pomeridiane, nella munitissima biblioteca centrale dell Università di Pavia, ove erano conservati i preziosi manoscritti dell epoca. E ivi, grazie a un personale efficiente e paziente, ne trovai e schedai parecchi di banchieri, che facevano contratti di finanziamento a operatori marittimi, mediante accomandite, che acqui-

4 36 CRITICAsociale stavano e vendeva azioni della compera salis, una compagnia che gestiva il monopolio del sale della Repubblica Genovese: che dai proventi ricavava anche mezzi per pagare il servizio dei suoi prestiti. Schedai anche contratti di acquisto di terre e fabbricati e pagamenti mediante lettere di cambio. Conservo ancora questo materiale, che mi é servito per capire le origini del capitalismo industriale e finanziario, molto più degli scritti di Marx. A Vaccari sarebbe piaciuto che io facessi la tesi con lui sulle origini del capitalismo a Genova. Ma io oramai ero votato alla scienza delle finanze. Le discipline collaterali mi interessavano per gli intrecci con la mia materia. Così é stato anche con il professor Pietro Nuvolone, ghisleriano, allora molto giovane, che ci insegnava, con frequenti collegamenti alla filosofia, secondo un indirizzo positivista, aperto alla sociologia, diritto penale e procedura penale. Oltre al testo generale dell Antolisei, studiammo così due sue monografie, sui reati di stampa e sui limiti taciti della norma penale, che ci introducevano in due temi ancora oggi scottanti: i diritti del giornalista alla libertà di cronaca e di pensiero e i suoi obblighi deontologici, sottilmente confliggenti, di non ledere l onorabilità altrui, esondando dal diritto di cronaca; il limite agli obblighi dei funzionari e dei militari ad obbedire alle leggi e agli ordini ricevuti, quando violassero, come era accaduto negli anni della guerra, norme etiche condivise. Con lui elaborai uno studio, che portai poi alla laurea, come tesina sul reato di oltraggio all incaricato di pubblico servizio, in cui cercavo di definire che cosa si potesse intendere per pubblico servizio. Nuvolone era stato allievo di Griziotti, il mio maestro nella scienza delle finanze e collaborava alla Rivista di Diritto Finanziario e Scienza delle Finanze, per il diritto penale tributario. Un altro professore ghisleriano, collegato a Griziotti, con cui lavorai fruttuosamente fu Rodolofo De Nova, acutissimo docente di diritto internazionale..mi interessava il fatto che si potessero tracciare, anche fra stati sovrani, delle regole per attivarne la cooperazione nelle relazioni finanziarie,, in un mondo che era appena uscito da grandi conflitti e in cui stavano emergendo i prime abbozzi di unità europea. Con De Nova feci una ricerca sulla tutela internazionale delle pretese tributarie di uno stato, in uno stato estero, che divenne la seconda tesina, per la mia laurea, che discussi in scienza delle Finanze, nell estate del 1951, con Griziotti, sul principio del beneficio, le rendite fiscali e i tributi speciali, di cui ampie parti sono state successivamente pubblicate, in u a rielaborazione, in questa Rivista, con il titolo Teoria dei tributi speciali. 7. L Università di Pavia non era solo un luogo ove si imparavano alcune materie, fra loro separate, era un luogo ove ci si apriva la mente, con lo studio interdisciplinare, con docenti fervidi, di diverse generazioni, usciti dai Collegi universitari pavesi o con essi profondamente legati. Docenti che si prendevano cura dei loro studenti, li indirizzavano nei loro interessi particolari, discutevano con loro, senza formalità, spesso sotto i portici, a volte anche al Caffé Demetrio, talora nelle conferenze che facevano al Ghislieri e al Borromeo. Un esempio tipico della fertilità di questo ambiente è la vicenda di Franco Tatò, entrato in Ghislieri nel 50, quanto io iniziavo il quarto anno; dopo vari successi scolastici si laureò nel 54 in filosofia con Enzo Paci, su Max Weber e il linguaggio della storiografia, ebbe due borse di studio in Germania ed una negli USA, poi fu accolto da 1-2 / 2011 Adriano Olivetti nella sua società di Ivrea, come già Giancarlo Buzzi. Il re delle macchine da scrivere assumeva ghisleriani con avidità, specie se laureati in filosofia, convinti che fossero utili a dar sprint alla sua impresa. L ambiente pavese ha dato a Tatò una formazione che gli ha permesso di diventare uno dei maggiori manager dell Italia di fine 900, allo svolta nel nuovo secolo: giungendo al vertice prima dell Olivetti, poi della Mondadori, indi dell Enel. Io invece, grazie al Collegio e all Università di Pavia, ebbi prima tre borse di alcuni mesi in Austria e Germania, poi, dopo la laurea, una semestrale alle Università di Zurigo e di Berna. Negli USA ci andai nel 59 con un posto di distinguished postdoctoral fellow, istituito presso il Department of Economics dell Università di Virginia da una ricca vedova americana. Mi ci chiamò il capo del Dipartimento James Buchanan, ora premio Nobel, che aveva studiato l italiano durante il suo dottorato di economia a Chicago, apprezzava la scuola economica italiana di scienza delle finanze, su cui stava scrivendo una elaborata monografia, che è alla radice della sua teoria di Public Choice ed era stato in visita, per le sue ricerche, come tappa obbligata all Uni- l Italia, oltre che la scienza delle finanze. La scuola di Benvenuto Griziotti non fu solo una fucina di studiosi, fu anche, forse in primo luogo, una scuola di etica dell impegno civile : egli riteneva che il sapere dovesse essere messo al servizio della società, del buon governo, del progresso nazionale e mondiale. E la sua impostazione metodologica, rivolta a combinare economia, politica, diritto e tecniche operative nel campo della finanza pubblica traeva, in primo luogo, la sua ragion d essere dall obbiettivo di penetrare, in questo modo, a fondo nei dati della realtà e concorrere a migliorarne le istituzioni e le decisioni pubbliche. Questo impegno Griziotti seppe trasmetterlo a numerosi suoi allievi, fra i quali spiccano grandi figure :ho già ricordato il ghisleriano Ezio Vanoni, la cui grande statura morale oltreché scientifica non ha bisogno di sottolineature. Basterebbe, a testimoniare il suo senso di missione, al servizio del Paese, il modo come egli ha sacrificato la sua vita, per il rigore e l equità del bilancio, recandosi al Senato, per il voto sulla sua legge finanziaria, contro l avviso del medico, che aveva consigliato giorni di riposo, per il suo cuore. Il bilancio fu approvato, come lui chiedeva, mentre il suo cuore cedeva allo agile e multiforme dei fatti economico-finanziari che alle alte teorie), fu parlamentare per innumerevoli legislature, e insegnò, assiduamente, la scienza delle finanze all Università di Pisa, poi in quella di Roma, alla Facoltà di Statistica, producendo un Manuale universitario di Scienza delle Finanze e vari contributi a questa disciplina. Lavorò sino alla morte prematura nel 1973 (la prigionia di cui narra nel bel libro Fra la cattedra e il bugliolo, ne aveva logorato la sua fibra) sempre con grande impegno, lucidità di pensiero e nobiltà di scelte di vita.uomo di grande generosità, l incedere, un po curvo, segnato dagli anni di carcere, il viso sereno, la folta capigliatura canuta ben ordinata, il parlare pacato, lo ricordo, in particolare, in una commissione di libera docenza, in cui ci trovammo colleghi esaminatori, negli anni 60: dopo una pessima lezione, fatta da un candidato, venuto dalla Sicilia, quando questi stava per esser bocciato, io feci notare che forse era stanco del viaggio ed emozionato, perché i suoi ascoltatori non erano studenti, ma professori importanti. Pesenti, allora, perorò così a fondo la causa del timido candidato, che decidemmo, sia pure solo a maggioranza, di promuoverlo. Un altro importante allievo di Griziotti fu il ghisleriano professor Gian Antonio Micheli, un fine giurista, con interessi scientifici a cavallo fra la procedura civile e il diritto finanziario, che dopo essere stato assistente di Griziotti nell Istituto di Finanza, divenne professore di procedura civile, ma nella sua maturità, tornò alle origini, ricoprendo, a Roma, alla Sapienza, la prima, prestigiosa cattedra di diritto tributario alla Facoltà di Giurisprudenza: due dei Ministri delle Finanze degli anni più recenti, Franco Gallo e Augusto Fantozzi sono suoi allievi...nipotini della scuola pavese di Griziotti e un terzo Giulio Tremonti, fu suo discepolo, tramite una borsa di studio dell Istituto di Finanza dell Università di Pavia, in cui si stava specializzando. Contando assieme a Vanoni e Pesenti, anche me e il mio allievo Franco Reviglio ora professore a Torino, alla Facoltà di Economia, sono sette i Ministri delle Finanze, docenti di finanza pubblica, che, dal 1944, direttamente o indirettamente sono sbocciati dalla scuola griziottiana. 9. versità di Pavia nel 55.Io gli feci da guida e scoprimmo di avere scritto entrambi, l uno a insaputa dell altro, su riviste diverse, saggi molto simili sulla possibilità di configurare la tassazione automobilistica in rappprto al beneficio dell uso delle strade. Pavia. Fu per me, così, una Cambridge Italiana, meno snob, ma altrettanto raccolta, intrisa di senso empirico lombardo, ma alta, nella teoria, come nelle sue torri: il cui colore rosso, che si ergeva verso il cielo, era per me il simbolo di quel sapere. 8. Il mio principale interesse, a Pavia, sin dal secondo anno, fu, come ho detto, per l Istituto di Finanza, diretto dal professor Griziotti e sostenuto, in modo efficaceze, con le risorse aggiuntive della Camera di Commercio. L Istituto di Finanza di Griziotti, che tutt ora ha un posto di grande rilievo nell ateneo pavese e nella cultura economica italiana, é un centro di pensiero e di formazione civile, cui deve molto sforzo del suo discorso, volto a illustrarlo.. Ma bisogna aggiungere il borromaico Antonio Pesenti. Nel 1935, quando aveva pubblicato già saggi importanti di scienza delle finanze e di diritto finanziario, Pesenti venne condannato dal Tribunale Speciale a 24 anni di carcere, per la sua attività di propaganda contro la guerra in Etiopia, svolta Parigi- ove stava studiando. Dalla fede repubblicana, nella prigionia durata sino al 1943, quando cadde il regime fascista, passò a quella comunista. Ministro delle Finanze nel governo Bonomi, nel successivamente diede notevoli contributi ai lavori della Costituente in materia economica, fondò la rivista Critica Economica, che sotto la sua guida elaborò gli indirizzi economici del PCI, secondo una linea moderna, che arricchitasi di nuove leve intellettuali, ha consentito a questo partito di qualificarsi come forza di governo dotata di una cultura economica capace di comprendere la realtà contemporanea e le sue istituzioni.pesenti (che Griziotti con me, affettuosamente, chiamava il pesentino, forse per delinearne la duttilità del pensiero, più portato alla analisi Griziotti, con il suo esempio, nell Istituto di Finanza pavese insegnava anche come si fa scuola, nella scienza. Così, Sergio Steve, asssistente di Griziotti a Pavia, poi professor a Venezia, indi a Milano e, in seguito, per molti anni a Roma alla Sapienza (ove dal 1986 gli sono succeduto) ha dato luogo, a sua volta, a una scuola numerosa di studiosi di elevata qualità ed impegno. Pur con le differenze di impostazione, questo Maestro ha ripreso da Griziotti il metodo di collegare teoria economica e dati istituzionali e fattori politici, che la scuola macroeconomica cosidetta keynesiana -(Steve ha spiegato molto bene che il pensiero genuino di Keynes non era quello poi stilizzato dai keynesiani)- aveva quasi distrutto, con un danno che ancora noi, nell Europa continentale sopportiamo. Molte delle considerazioni che Steve ha elaborato nel corso degli ultimi decenni sono estremamente attuali per la revisione della politica fiscale dei paesi europei al fine di stimolarne la crescita e l occupazione. A Pavia ci si preparava, all Istituto di Finanza, ad essere economisti capaci di amministrare, nelle istituizioni. Fra i più giovani allievi di Griziotti, che sono emersi in questo campo, una menzione spetta a Mario Sarcinelli, che collaborava con me all Istituto di Finanza, sotto la guida grizziottiana, nella redazione della Rivista di Diritto Finanziario e Scienza

5 1-2 / 2011 CRITICAsociale 37 delle Finanze, che Griziotti aveva fondato e dirigeva, con scrupolo tenace. Sarcinelli, poi, si laureò con Parravicini succeduto a Griziotti, suo allievo dal 1933, anche lui Ghisleriano e subito il pavese Paolo Baffi lo prese con sé all Ufficio Studi della Banca di Italia. Da lì, Sarcinelli ha spiccato il volo per prestigiosi incarichi in istituzioni bancarie nazionali e internazionali. Marco Vitale, ghisleriano, venuto poco dopo all Istituto di Finanza, é diventato uno dei maggiori esperti italiani nella finanza privata, ma spesso ricopre incarichi difficili nelle pubbliche amministrazioni ed é fra i fondatori dell Università Carlo Cattaneo di Castellanza La scuola di Griziotti era una garanzia, un viatico di carriere brillanti, negli uffici studi, nelle pubbliche amministrazioni, nell Università in Italia e all estero. Sarebbe però riduttivo non menzionare anche il grande prestigio che godevano l Università di Pavia e il Ghislieri., in Italia e a livello internazionale e di cui ho fatto poco sopra cenno, menzionando James Buchanan In questo ambiente iniziai, nel luglio 1951, dopo la tesi di laurea con Griziotti, sul principio del beneficio e i tributi speciali e la nomina, pochi mesi dopo, ad asssistente ordinario nell Istituto di Finanza, la mia carriera nell ateneo pavese. Frequentavo, allora, Francesco Alberoni, allievo del Cairoli (il terzo collegio Universitario per studenti di merito distinto, da poco fondato per l impegno del Rettore Plinio Fraccaro), che si stava perfezionando con padre Gemelli, a Milano, alla Cattolica in psicologia e Alberto Arabasino, assistente di diritto internazionale, che dopo qualche tempo avrebbe lasciato studi in cui già si era distinto, per dedicarsi interamente alla sua vocazione letteraria. Conobbi anche Carlo Maria Cipolla, assistente di storia economica, che in seguito diventò professore di questa materia all Università di California a Berkeley. Un altro mio collega era Virginio Rognoni, detto Gingio, ghisleriano, assistente di procedura civile. Divenne, in seguito, una delle principali figure politiche italiane.da Leoni, c era Mario Albertini, che teorizzava il federalismo e creò l Unione federalista italiana. Divenne, poi, professore di filosofia della politica nella nostra Università.Le sue teorie influenzarono il movimento italiano verso il federalismo, compresa la Lega di Umberto Bossi, nel periodo iniziale. Ma le idee di Albertini sono sopratutto importanti, per le basi teoriche dell Unione economica e monetaria europea. I suoi saggi nel libro Il Federalismo che pubblicò, presso le edizioni del Mulino, venti anni fa, rimangono fondamentali per capire i problemi di fondo dell Europa di Maastricht. A filosofia del diritto c erano due ghileriani: Giacomo Gavazzi e Amedeo Conte, con i quali discutevo di logica simbolica e di teoria degli insieme applicate alle scienze sociali. Da Di Fenizio, ad economia politica, avevo come collega il borromaico Mario Talamona, ora professore a Milano e vicepresidente della Cariplo, con cui si discuteva dei cicli economici, su cui stava lavorando.con Alberto Ferrari, un altro ghisleriano, assistente di diritto commerciale, che poi fece carriera nella Montecatini e nella Farmitalia Carlo Erba della Montedison, facevamo lunghe gite in bicicletta nell Oltrepo. Dai bordi della strada, nei campi, si vedevano mondariso, che cantavano. Alcune ci salutavano agitando le mani, mentre continuavano a cantare lo sai che i papaveri sono alti, alti... e tu sei piccolina. Negli anni dell Università di ero molto impegnato nell Organismo rappresentativo degli studenti dell Ateneo pavese, di cui ero diventato il capo, avendo vinto alla guida dell Unione Goliardica.(il cui segretario nazionale era Marco Pannella, che noi criticavamo perché troppo politicizzato, ma alla fine seguivamo) le contese elettorali con la Fuci. Lasciai il testimone a Saverio Venosta, mio compagno al Liceo Piazzi di Sondrio, che era allora al collegio Borromeo, come laureando in legge ed era il mio braccio destro nell organismo studentesco. Saverio, di poche parole, era un eccellente organizzatore e godeva fra gli studenti una grande popolarità, per la capacità gestionale che metteva nelle iniziative a noi affidate dal rettore Fraccaro, come la mensa e la casa dello studente, ove avevamo organizzato, con scandalo della Fuci, ballo serali. Nell ultima tornata elettorale in cui ci presentammo, io dimissionario dal presidente, con lui designato al mio posto, prese molti più voti personali di me e fece guadagnare alla nostra lista nuovo seguito. Saverio, che era per carattere molto modesto, disse a tutti che il successo era mio merito. In seguito è stato sindaco di Sondrio, poteva avere una carriera politica importante, ma è morto precocemente. 11. Nel mio primo anno di assistente ebbi diritto all alloggio gratuito al Ghisilieri, grazie a una borsa di perfezionamento. L anno dopo trovai un abitazione in Via Garibaldi, presso una anziana signora, ex infermiera del Policlinico San Matteo, che affittava tre camere, di quel suo appartamento. Gli altri due ospiti erano un anziano farmacista a riposo, con cui facevo, la sera tranquille camminate per le antiche strade di Pavia sino al ponte Vecchio sul Ticino o a San Pietro in Ciel d oro e una giovane straniera, che praticava ginnastica artistica, al suono di un disco e credo insegnasse questa nuova disciplina in qualche scuola privata d avanguardia. Quella musica cadenzata, continuamente ripetuta m ossessionava, disturbando la mia concentrazione, mentre con la piccola Olivetti, battevo a macchina i miei primi saggi per Riviste importanti.ma l affitto era basso e il luogo molto conveniente, perché la mia stanza, provvista di proprio bagno, dava direttamente sul cortile, con un ingresso autonomo. La sera, con amici pavesi, andavamo al Regisole, un antico, grande bar, in piazza del Broletto ove una matura cantante, accompagnata al pianoforte, si esibiva in pezzi di opera lirica. Oppure andavamo al Cinema d essai, che, con un gruppo di amici, avevamo fondato e in cui si proiettavano film dell epoca del muto e sonori degli anni prebellici. I miei redditi erano buoni, perché accanto allo stipendio avevo anche un fisso mensile, come redattore capo della Rivista diretta dal professor Griziotti. Migliorarono quando cominciai ad avere proventi di scritti vari, come quelli su Automobilismo Industriale, in cui pubblicai alcuni saggi brevi, tratti dalla mia tesi di laurea sul principio del beneficio nella tassazione, riguardanti l impiego dei tributi automobilistici per il finanziamento delle strade. Grazie a questi scritti e ad altri, più complessi, pubblicati sulla Rivista, su questi stessi temi, nel 1953 risposi a un bando dell ENI, appena fondato, che cercava consulenti economici nel settore petrolifero.. Il mio ardimento fu premiato, fra le referenze avevo indicato anche Griziotti e Vanoni. Enrico Mattei mi prese, a tempo parziale, con obbligo limitato di recarmi a Roma, senza vincolo di tempi e di orario, in cambio di una ottima retribuzione. Cambiai la mia moto Gilera con una Topolino C di seconda mano e divenni, dal mio punto di vista, abbiente. Così presi ad andare, per i miei pasti, alla Croce Bianca, il miglior albergo ristorante di Pavia, di proprietà del commendator Sozzani, un grande albergatore che, per i menù, aveva creato gustosi incroci fra la cucina pavese e quella della Valtellina, grazie al fatto che un figlio e un nipote erano albergatori in Provincia di Sondrio.. Credo che il celebre Vissani, in confronto lui, risulterebbe come un nano della gastronomia. 12. Frattanto, a Pavia, a sostituire come docente di scienza delle finanze, Griziotti andato fuori ruolo( rimaneva però a dirigere l Istituto di Finanza), venne, dall Ufficio Studi della Banca di Italia, il suo allievo Giannino Parravicini, che era stato alunno del Ghislieri nei primi anni 30 e si era poi specializzato a Parigi in economia della moneta e del credito, condividendo con Pesenti, nel 34, la stessa pensioncina. Con Parravicini facevamo lunghe discussioni, sulle ultime tendenze della nostra disciplina e sul sistema finanziario italiano. La sua famiglia viveva a Roma, ove si era installato quando lavorava all Ufficio Studi della Banca di Italia, e faceva la spola con Pavia. Noi due ed Emilio Gerelli, che ha poi diretto l Istituto di Finanza di Pavia, per lunghi anni, vincemmo nel 1961 il concorso di cattedra. Parravicini si insediò come ordinario a Pavia, io fui chiamato a Torino da Einaudi, Gerelli andò a Venezia ove avevano insegnato Vanoni e poi Steve sulla prestigiosa cattedra di scienza delle finanze. Alla statale di Milano, al posto di Vanoni, che io avevo ricoperto transitoriamente, dal , prima come supplente, poi, per breve tempo, come incaricato, c era dal , Sergio Steve. Questi nel 1964 passò a Roma. Così Parravicini gli successe alla Statale di Milano,.e Gerelli giunse a Pavia. Poi Parravicini ebbe la cattedra a Firenze, indi nella Facoltà di Economia di Roma, ove tornò all economia monetaria e creditizia, con cui aveva iniziato le sue ricerche. Teoricamente, nonostante la differenza di età, Parravicini ed io eravamo rivali, per una futura cattedra universitaria, perché lui era tornato alla carriera degli studi solo da pochi anni e aveva passato un lungo periodo alle armi, come ufficiale. Ma Parravicini si comportava con me come un fratello maggiore. E mi portò con sé, alla fine del 53, al Ministero delle Finanze, ove dirigeva l Ufficio Studi per il Ministro socialdemocratico Roberto Tremelloni. Così collaborai con lui al libro bianco sul Sistema Tributario Italiano, al quale per altro diedi un contributo minore: dovevo lavorare anche per l ENi, che mi aveva prestato parzialmente al Ministro Tremelloni e, comunque, attendere ai miei doveri universitari a Pavia e alle mie ricerche. Mentre scrivevo, per Moneta e Credito, la rivista della BNL, diretta dal ghisleriano, allievo di Griziottti, Luigi Ceriani, due lunghi saggi sulla tassazione delle società, che poi raccolsi in un volumetto, Vanoni mi nominò, nel 54, come ho eccennato, suo supplente alla cattedra di scienza delle finanze alla statale di Milano. 13. Presi alloggio nella capitale lombarda, ma con la Topolino facevo la spola con Pavia, ove Griziotti mi attendeva, per la Rivista ed ove avevo tutti gli amici. Nel febbraio 1956 Vanoni morì. Anche Griziotti, poco tempo dopo, ci lasciò. Io ero senza i miei Maestri, ma con l appoggio di Steve ebbi dal l incarico di scienza delle finanze ed economia e statistica (tre materie) a Urbino. L anno dopo per economia, chiesi che venisse dato l incarico a Beniamino Andreatta, mio giovane amico, dai tempi della Cattolica, ove avevo fatto 54-56)i corsi serali di scienza delle finanze. Tenni per me la statistica, che, come ora, mi ha sempre affascinato, in quanto permette di quantificare i fatti e le qualità apparentemente meno P suscettibili di misura. Parravicini mi consentiva di assentarmi da Pavia, più di quel che, a regola, dovessi, come assistente ordinario. Io cercavo di ripagarlo, dando alla Rivista- per cui lavoravo ovunque avessi un po di tempo- il massimo dell impegno, in modo che, anche dopo la scomparsa del Maestro, campeggiasse negli studi della finanza pubblica.. Operava, fra noi due, quell amicizia discreta e quella fiducia fra compagni di collegio, sia pure di epoche diverse, che solo chi é stato al Ghislieri. può capire. E fu così anche con Franco Volpi, anche lui del Ghislieri, che ci aiutava nell Istituto di Finanza. Io curavo i suoi scritti scientifici, assieme a Parravicini, lo guidavamo nella carriera universitaria, intanto per succedermi, come assistente ordinario a Pavia, appena io fosse stato sistemato altrove, poi per gli ulteriori sviluppi..e così accadde, Franco divenne docente della nostra materia, e, un gradino dopo l altro, succedendo a Parravicini, ebbe la cattedra a Firenze, in cui dopo aver dato

6 38 CRITICAsociale 1-2 / 2011 vita a una nuova scuola di finanza pubblica ora insegna, invece, economia dello sviluppo economico. E caratteristica degli studiosi usciti dalla scuola grizziottiana di non focalizzarsi solo su una materia, ma di spaziare : del resto il Ghislieri ci stimolava a ciò, creando continue occasioni di contatto interdisciplinare. 14. Il professor Benvenuto Griziotti era un signore di alta statura, asciutto, atletico, con una elegante chioma bianca sul volto fiero, allungato, con un profilo di uomo assorto negli studi in cui i grandi occhi chiari si muovevano poco, quasi fermi in un pensiero lontano.un gigante buono, così mi apparve la sua figura austera, quando, io matricola, lo vidi per la prima volta, mentre usciva da una lezione, nell aule a fianco della presidenza, sotto il porticato e e si avviava al suo celebre Istituto al secondo piano. Vestito di scuro, con un doppio petto, i pantaloni con una riga impeccabile, il gilet dello stesso tessuto, con l orologio a catena., la camicia bianca, con le punte sempre ben piegate, cravatta scura, con un nodo elegante, un po molle, che suscitava invidia per la sua perfezione, mi sembrava la figura mancante del Quarto stato di Pelizza da Volpedo: quella, cioé, che io mi figuravo, del saggio che, motivato da amore per l Italia e gli italiani all inizio del secolo, si era assunto il compito di dare ascolto alle esigenze del popolo dei contadini e degli operai, promuovendo nuove scuole, favorendo lo sviluppo delle leghe operaie, delle cooperative e delle Banche popolari. Questa, in effetti, era un po la storia di Griziotti e dei suoi familiari.. Suo padre, Antonio, era stato con Garibaldi nelle battaglie della terza guerra di indipendenza. Il fratello maggiore di questi, Giacomo, garibaldino di più antica data, aveva combattuto con Manin a Venezia, poi nella seconda guerra di indipendenza e nei mille. Una famiglia che, a parte il servizio patriottico, era dedita, per lo più all avvocatura. Il fratello maggiore di Benvenuto, l avvocato Brunetto aveva avuto un ruolo nel difendere i socialisti coinvolti nei moti di Milano repressi dal Bava Beccaris, poi era stato fra i fondatori dell Azienda Elettrica Municipale di Milano, ai primordi del secolo. Di tutto ciò appresi direttamente dalle sue rievocazioni, quando, nei primi anni 50, con una vecchia Balilla, con altoparlante, lo accompagnai nel pavese, nella campagna elettorale per il Senato, in cui egli vecchia gloria riformista correva per il Partito Socialdemocratico. Una piccola folla ci si avvicinava, quando arrivavamo, nelle piazze, con l auto coperta di manifesti. Poi, quando Brunetto, che aveva ottenuto i primi applausi dagli anziani, cominciava a rievocare le sue battaglie politiche dell inizio del novecento, era un mezzo disastro. Man mano la piazza si spopolava, mentre lui continuava a rievocare. Allora la socialdemocrazia non era di moda, Brunetto non fu eletto. Il comune di Milano, però, per riconoscenza della sua opera nella vita municipale, gli ha intitolato una piazza, vicino a Via Larga, ove egli abitava. 15 Benvenuto Griziotti è generalmente ricordato come un austero studioso. Ma la sua figura era più complessa. Da giovane era stato campione di scherma, aveva vinto trofei e coppe a Pavia, a Milano e nelle gare nazionali. Il mio amico Gianni Brera, di pura razza pavese, che si era laureato a Pavia in Scienze politiche, ed aveva avuto Griziottti come docente, sarebbe felice di sapere che quando il Maestro morì (accadde purtroppo, per un tumore cerebrale, quando era ancora nel pieno della sua attività), sul carro funebre, accanto alle corone di Università e accademie, vi era anche quella dell Associazione Calcio Pavia, che ricordava una delle sue glorie: il terzino Benvenuto Griziotti. Piaceva molto al mio Maestro che io andassi al Ticino, ogni volta che mi fosse possibile.. Ignorava, però, che io ci andavo, per remare, non per nuotare, lo sport che lui più tenacemente sponsorizzava, con tutti coloro che avesse vicino. Aveva anche creato una piccola scuola di nuoto, al Ticino, per i più piccoli. Da assistente. lo accompagnavo, ogni giorno, dall Università alla sua casa in Piazza Garavaglia. Era la pausa dedicata ai ricordi personali.così mi raccontò di Luigi e Giovanni Montemartini, i due fratelli che avevano sposato le sue due sorelle. Il minore, Luigi, che si era accasato con la sorella più giovane, era stato professore di botanica poi onorevole socialista sino al delitto Matteotti, e all apice della carriera universitaria era tornato a Pavia come cattedratico e direttore dell Orto botanico annesso alla Facoltà di Scienze, viveva ancora a pianterreno, nella casa di Piazza Garavaglia. Il maggiore, Giovanni, che aveva sposato Aurora, la sorella più anziana, aveva avuto una storia molto più lunga da raccontare. Docente di economia politica all Università pavese, ove Benvenuto da studente, lo aveva conosciuto, aveva dato inizio al movimento cooperativo, in agricoltura. Aveva poi promosso le imprese municipalizzate e scritto un celebre libro sulla Municipalizzazione dei pubblici servizi in cui tracciava anche la teoria dell imprenditore politico. Era così sorta la AEM. In seguito, divenuto direttore generale del Ministero dell Industria e agricoltura, a Roma aveva sviluppato gli studi sui cicli agricoli. Il signor Lubin, un emigrato polacco, di umile origine, che aveva fatto fortuna negli Stati Uniti, con il commercio agrario, avuto sentore di questi studi, si era recato a Roma, proponendogli di creare, con il suo finanziamento, un Istituto Internazionale, con il compito di occuparsi dei problemi dell agricoltura mondiale. Negli anni 10 sorse così l Isituto in cui anche il professor Griziotti aveva lavorato. Montemartini nel dopo oguerra diventava assessore della prima giunta di centro sinistra del comune di Roma, guidata dal Nathan e dava vita alle aziende municipalizzate romane: ma poco dopo, stroncato dall eccesso di impegni, moriva, nel 1921, lasciando incompleto lo aviluppo del nuovo Istituto. La nuova sede fu poi inaugurato da Mussolini, con Lubin, nella villa sul Pincio, da lui donata, che tutt ora porta il nome del milionario (in dollari) polacco-americano. L Istituto si è successivamente trasformato nella FAO: che in omaggio a ciò ha conservato a Roma, la sede primncipale. La storia di Giovanni Montemartini, nei racconti che man mano mi faceva Griziotti, si intrecciava con quella del fratello prendeva forma di apologo. Nell Oltrepo vi erano, nei primi del novecento, anni in cui i contadini se la passavano male, perché, per il tempo avverso, il raccolto delle uve era scarso e scadente, ma in altri anni, in cui questo raccolto si preannunciava come sovra abbondante, le cose potevano andare persino peggio. Arrivavano, allora, da lontano, la sera tardi, i n carrozze con le tendine abbassate, dei signori vestiti di scuro, che andavano, non visti, ad alloggiare nell Albergo principale del paese e mandavano emissari, che spargevano la voce che i prezzi stavano scendendo, perché i compratori forestieri erano andati altrove, I contadini, temendo che il prezzo potesse crollare o che la grandine sopravvenisse, negli ultimi giorni, vendevano ai sensali le uve dai filari, per un boccone di pane. Luigi Montemartini aveva riflettuto su ciò e aveva promosso le prime cooperative di lavorazione, fra viticoltori, denominate cantine sociali. Quando, nei giorni festivi, venivo invitato a pranzo dal professore, a casa sua, egli, con orgoglio, mi mostrava il vino della Cantina Sociale di Santa Maria della Versa, fondata da Giovanni Montemartini. Il pranzo curato dalla signora Jenny Griziotti Kretschamn, moglie di Benvenuto, era servito con molta eleganza, ma era anche assai sostanzioso, spesso c erano gli agnolotti con sugo di carne, seguiti da zampone con patate arrosto e lenticchie. Con la signora Jenny avevo sostenuto i due esami di politica economica e storia delle dottrine economiche, materie che essa insegnava con una metodologia istituzionalista a me non molto congeniale. Molto bella, anche in età avanzata, bravissima pianista, grande nuotatrice, di corporatura atletica, era originaria della Russia, ove era nata nel 1884 (lo stesso anno di Benvenuto) da una famiglia aristocratica; Benvenuto la aveva conosciuta a Berlino, ove era, dal celebre professor Adolf Wagner, a perfezionarsi nella scienza delle finanze;la aveva reincontrata a Ginevra, ove, successivamente, si era recato, alla scuola di Wilfredo Pareto. Presto si sposarono. Però Jenny, prima del matrimonio volle laurearsi, a Roma, in economia, con Maffeo Pantaleoni, il maggiore degli economisti italiani dell epoca, da cui anche Benvenuto, si recava, di tanto in tanto, per consigli di studio. A proposito di Pantaleoni, Griziotti mi raccontò un altra parabola. Loro due, camminavano per strada(presumo a Roma) come noi due, ( nel Corso di Pavia). Griziotti disse al grande economista che intendeva misurare la pressione tributaria del sistema fiscale, in Italia. Maffeo si fermò di colpo, estrasse dal gilet di Benvenuto l orologio e vi alitò sopra, poi disse misuri il vapore acqueo sul vetro di questo orologio. Anche Griziotti, mentre me lo raccontava, si fermò; mi prese il polso, a cui tenevo, il mio orologio di ordinario metallo e fece il gesto di alitargli sul vetro. L apologo mi sovviene ogni volta che sento di studi econometrici con cui si cercano di quantificare effetti economici ad ampio raggio immisurabili. 16 L Istituto di Finanza di Pavia, diventato Dipartimento di Economia Pubblica e Territoriale opera per le Facolta di Giurisprudenza e Scienze Politiche e per la Facolta di Economia istituita nel E un centro di studi vivo e vitale. Vi ha sede la Rivista fondata da Griziotti, diretta da Emilio Gerelli e Giulio Tremonti, professore di diritto tributario( valtellinese, anche lui, per un periodo Ministro delle Finanze, allievo dell ateneo pavese, ove è stato alunno del Collegio Fraccaro, l ultimo nato). Luigi Bernardi, Professore di Scienza delle Finanze a Giurisprudenza, figlio del mio rettore Aurelio, pubblica ogni anno un denso volume di ricerche sullo stato della finanza pubblica italiana con un gruppo scelto di collaboratori, di varie istituzioni. Un altro professore di scienza delle finanze pavese, titolare nella Facolta di Economia, Alberto Majocchi porta avanti gli studi sul federalismo iniziati da Mario Albertini. Ci sono molti altri noti studiosi di finanza pubblica, come Italo Magnani, che ha la cattedra di Economia di politica alla Facolta di Giurisprudenza, Franco Osculati, ordinario di scienza delle finanze alla Facolta di Scienze Politiche, e, Angela Fraschini, Michele Bernasconi (figlio di un mio compagno di collegio), fra i non cattedratici Anna Marenzi. Giuseppe Ghessi, che è redattore capo della Rivista e anche il segretario la Società Italiana di Economia Pubblica. Questa ha sede nel Dipartimento e ogni anno tiene, a Pavia, il suo convegno di studi, raccogliendo in volume i saggi sul tema centrale della riunione. Dal 1998 al 2000 ne sono stato Presidente e il convegno si svolge al Ghislieri. Ci vengono sempre più studiosi, dall Italia e dall estero, soprattutto giovani, che volentieri pagano le quote della nostra associazione, che si autofinanzia.. Oramai io sono l anziano. Ma quando esco dal Collegio e faccio la strada acciottolata della Piazza di San Pio, camminando sulla striscia lastricata, passo per la via stretta che porta nella piazza delle torri rosse e giungo sotto i portici dell Università, mi sento come 50 anni fa. s Francesco Forte Il presente scritto, con alcune varianti, è comparso con il titolo Sotto i Portici dell Università di Pavia. Ricordi del Collegio Ghislieri e di Pavia, prima come fascicolo a sé stante, edito dalla Banca Popolare di Sondrio, nel settembre 1999, poi, arricchito di molte preziose fotografie, come articolo con lo stesso titolo, nel Notiziario della Banca Popolare di Sondrio n.81, del dicembre 1999: che nonostante l understatement del titolo è una bellissima rivista periodica.

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