INTRODUZIONI E COMMENTI AI LIBRI

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2 INTRODUZIONI E COMMENTI AI LIBRI NAZZARENO VENTURI Proprietà letteraria di Nazzareno Venturi Miscellanea di scritti di Nazzareno Venturi pubblicati dal 1980 al 2013 sul web e sul cartaceo Disegni umoristici e copertina dell'autore. Edizioni Centro Ricerche Psicopedagogiche e Psicosociali (Ebook 2014) ISBN (epub) INDICE Prefazione Introduzione alla psicologia della fiaba Ognuno è come si racconta Il bene e il male nella fiaba Commento al testo di Daniel Chamovitz "Quel che una pianta sa" Commento al testo di Edwad O.Williams "La conquista sociale della terra" Commento al testo di Enzo Soresi "Il cervello anarchico" Commento al testo di Alan Weisman "Il mondo senza di noi" Considerazioni su "Il Principe" di Machiavelli Guida ai libri sui sogni Una bibliografia ragionata sul sufismo Introduzione ai detti di Al-Allaje di Gabriele Mandel (ed.alkaest 1980)

3 Prefazione La nostra vita è come contenuta in un libro su cui ogni giorno giriamo pagina. Non possiamo fare a meno di ricordare le pagine precedenti in quanto ci danno il senso dell'identità, nè ignorare quelle che verranno di cui possiamo solo prevedere o immaginare le loro svariate soluzioni. Se non avessimo la percezione, o anche l'illusione, che c'è anche un futuro, il nostro presente, così apparentemente solido, crollerebbe. Una persona privata dei suoi ricordi per effetto di una malattia come l'alzheimer o da un trauma, non sa più chi è, ma allo stesso modo chi non riesce a trovare più motivazioni, speranze e luci nel suo futuro cade nella depressione, nella crisi di identità. Senza pagine già lette, senza pagine da leggere non ci sarebbe il nostro libro della vita. In un certo senso riempiamo il tempo addivenire di aspettative, progetti, speranze, ambizioni in quanto sappiamo che il nulla è la fine, ed è il nulla dei nostri sentimenti, dei nostri pensieri, delle nostre azioni. E allora gettiamo avanti questo nostro mondo interiore aspettando l'esistenza che sarà. Il presente è come un ponte che si rinnova sempre tra le due rive del passato e del futuro. Sono i nostri passi che costituiscono il presente, la loro sicurezza dipende da come abbiamo vissuto e da come ci accingiamo a vivere quel che verrà. Ma prima o poi arriverà il momento in cui non ci sarà più pagina da girare, da qui la paura del vuoto che incombe. Ma se fosse il contrario? E se finalmente il libro della nostra vita, una volta liberi dall'involucro corporeo, si stagliasse alla consapevolezza in tutto il suo senso e in tutti i dettagli anche sconosciuti? (quante cose importanti ci perdiamo costantemente non solo perchè rimangono alle periferia visiva e di tutti gli altri sensi, ma perchè

4 impedite dalla nostra mancanza di coraggio, di lucidità, di attenzione e di intuizione...). L'analogia della vita col libro è così spontanea da rievocare un archetipo. Un tempo ormai lontano una mia nipotina, avrà avuto nemmeno dieci anni, mi raccontò che per lei la vita era un libro di cui solo Dio possiede il significato finale. Chissà dove e come ha reperito l'immagine ma è certo che pur indotta dall'esterno, essa risveglia un quadro interiore in cui tutti si riconoscono. Questa evidenza simbolica è accettata sul piano poetico o dell'arte ma presagirla come una realtà spirituale è, nel contesto materialistico in cui viviamo, roba da sognatori d'altri tempi. Che peccato! Per costoro è solo una chimera, una illusione. Perchè non rassegnarsi a morire come qualsiasi animale, indistinguibili nel gran pollaio dell'umanità? Si vive, si mangia, si scorrazza un po' in giro e poi si crepa. E' il destino che accomuna quella zanzara che ci ha ronzato intorno tutta una notte non lasciandoci dormire, quel cane che cercava di notte tra i rifiuti un boccone per far tacere i morsi della fame, e ogni essere che abbiamo incontrato nella vita. Morire, lasciare il nostro corpo alla terra, che polvere eravamo e polvere si ritorna. Certo è anche così, abbiamo un corpo come i tanti, tantissimi altri che la natura sforna incessantemente e che se lasciato alla terra sarà divorato dai vermi, come sempre accade e accadrà. Ma l'illusione di non essere solo un pollo, quelli che vengono allevati in gabbie anguste e non hanno mai visto la luce del sole e un prato verde, quelli sgozzati a milioni ogni mese per soddisfare le nostre esigenze alimentari, c'è anche nel più ferreo materialista. E allora ci si illude che esistano dei valori più grandi come la scienza, il progresso, la conoscenza, e sicuramente ci sono ma prima o poi qualche cataclisma cosmico spazzerà via questa specie umana dal pianeta terra, e il pianeta stesso con tutte le sue belle speranze evolutive. Quasi certamente la durata della nostra specie sarà assai più breve di quella dei dinosauri che per milioni di anni hanno calpestato il suolo. E dopo? Dopo c'è l'universo che è sempre stato il quale sfornerà altri habitat ideali per la vita e il fiorire di creature consapevoli. Ma il buon materialista imperterrito pensa già alla fine dell'universo, nel trionfo del principio dell'entropia (quando la gravitazione universale

5 slaccerà la sua presa e ad una ad una le stelle, come lumini, si spegneranno divorati da una notte gelida senza più alba...). Oh perché non esiste il nulla? Perché da sempre non c'è niente, un eterno pacifico niente? E invece c'è qualcosa che dal nulla è comparso per rompere un po' le balle, per poi scomparire di nuovo nel nulla! No! Non funziona così. Almeno io non credo che le cose girino in questo modo assurdo. Nessun funerale dell'universo che è sempre stato e sempre sarà, magari riciclato da un altro universo nel "multiverso", un Tutto sostenuto dal suo Spirito che noi chiamiamo Dio (che di per sè è solo una parola, il concetto di una realtà sottintesa la cui profondità dipende dal grado evolutivo di ciascuno). Qui entra ancora l'idea del libro. La Bibbia e il Corano concepiscono una sapienza increata che governa il mondo dall'eternità. La Sapienza è appunto il Libro nascosto, la matrice di ogni opera ispirata, di religiosità e conoscenza oltre le forme codificate. Tutte le leggi del mondo e ogni suo arcano è qui presente. Quanto gli uomini colgono frammento dopo frammento di fede e di conoscenza, di bellezza e di giustizia, lo devono a questa realtà spirituale che anima il mondo. Con bella sincerità dettata dalla fede Gabriele Mandel si domandava "Abbiamo tutti un progetto esistenziale da compiere? Tutti lo abbiamo, sì: vivere. E per che cosa si vive? Per realizzare il divino che è in noi e per adorare Dio quale nostro creatore, colui che ci mette a disposizione tutto ciò che occorre per riuscire, ma regalandoci il libero arbitrio chiede che si sia noi, liberamente, a realizzarlo. Poi egli giudicherà le nostre azioni." Quindi perché avere paura del vuoto, del buio quando in realtà non esiste? C'è sempre qualcosa, e forse quanto noi chiamiamo esistenza, questo mondo fenomenico in cui ci identifichiamo coi nostri corpi, questa realtà apparente così ingombrante che basta niente per far succedere un incidente, è proprio quanto non ci permette di cogliere l'esistenza reale. Se riuscissimo a comprendere la sua realtà mutevole, impermanente, la sua vacuità come l'aveva intuita il Buddha senza aver studiato la teoria dei quanti, allora ritroveremmo l'essenza proprio nel vuoto che credevamo

6 pieno. Quanto credevamo pieno, la materia, il corporeo, quello che ci fa prendere zuccate e sentiamo col mal di pancia, diventa vuoto, forme d'energia effimere come onde sull'acqua. Finalmente il silenzio, la pace. Nessuno ha paura di finire un libro, quindi anche quello della nostra esistenza dovrà essere completato. Non si sa se fa parte di una saga e quindi bisogna aspettare per l'uscita di un altro episodio. Se poi sono come le serie televisive darebbero alla nausea. Per quanto mi riguarda bypasserei qualsiasi funerale, ne sa troppo di mortorio, di cimitero, di funerale appunto. Se ci fosse un clima diverso, per esempio quello del Natale ci si potrebbe anche stare ma, in tutta onestà, chi oserebbe mettere in un presepe un cadavere, seppur anche di un topolino sulla stradina dei pastori? E al posto delle palline colorate dell'albero ci starebbero assai male delle piccole bare seppur di cioccolato (io preferisco quello al latte). E poi cosa si lascia? Un pianeta sempre più immerso nella spazzatura umana, inquinamento in aumento esponenziale, veleni ovunque, cemento che copre la verde terra come un rigido lenzuolo di morte, un pianeta sovrappopolato diviso in mille gruppi sempre pronti a farsi la guerra e a odiarsi. Per carità, lasciatemi andare in pace scherzando come i ragazzi quando sentono suonare la campanella della fine delle lezioni, oppure dell'ultimo giorno di scuola. Se ho fatto qualcosa di buono leggetene le pagine che non mi porto dietro. Spero almeno allora di averne capito pienamente il senso, magari perché sarò edotto che nulla valgono. Esiste infatti qualcosa che vale di per sè di fronte all'assoluto? Nulla, proprio nulla. In ogni caso i libri fan parte della nostra vita. Siamo quanto abbiamo imparato a essere anche attraverso i mille insegnamenti e ahimè, condizionamenti della vita, quelli che non ci permettono di essere liberi, di agire davvero con le chiavi per modificare noi stessi in modo evolutivo. Una volta, quando eravamo cavernicoli, le storie si raccontavano e trasmettevano a voce, poi con l'invenzione della scrittura esse hanno potuto rimanere in una realtà oggettiva, scolpite sul marmo o scritte su rotoli e pelli. In questo modo si poteva far rimanere la cultura indipendentemente da una

7 persona viva che trasmettesse quanto sapeva. L'intelligenza per "leggere e capire" era però sempre indispensabile: o con una oratore davanti o con un libro, capisci o non capisci. Chissà quanti libri sono stati scritti anche a cominciare da quando Gutenberg (ma quel sistema a caratteri mobili era già praticato nell'islam medievale e ancor prima, in modo rudimentale in Cina) iniziò una vera e propria rivoluzione nel campo della comunicazione. Se poi aggiungiamo i giornali ci troveremmo di fronte a cifre enormi: miliardi di pagine tutte destinate, dopo aver svolto la loro funzione, a subire anch'esse l'opera implacabile del tempo, a marcire sotto l'acqua, divorate dagli insetti o dai topi. Sterminate foreste sono state abbattute per ricavare dal legname la cellulosa di cui è fatta la carta, ora le memorie digitali potranno dar relativa tregua alla già malridotta vegetazione del pianeta ma non c'è supporto plastico o metallico che sia perenne. Dovrà insomma esserci sempre qualcuno che si prenda cura di copiare e ritrasmettere le informazioni ricevute e nel miglior caso di farle evolvere nel passaggio (ma può succedere il contrario che esse vengano alterate e ridotte di significato). Comunque siamo tutti in questo flusso. Anche noi siamo stati acculturati in un certo modo e accultureremo a nostra volta, in un modo o nell'altro, bene o male che sia. Chi non si ricorda dei libri delle elementari con il loro odore, i loro colori, perfino la loro sostanza al tatto (cose di cui un bambino sta più attento di un adulto). E quanti libri ci hanno fatto studiare, alcuni dei quali erano mattoni impenetrabili, solo peso da portare nello zaino. Sicuramente belli erano quelli che sono stati scelti da noi stessi, le prime scoperte di una ricerca personale motivata dai nostri interessi. Forse oggi li giudicheremmo superficiali o addirittura negativi ma tutti hanno contribuito alla nostra formazione e a dirci chi siamo. Considerando le montagne di carta stampata (e oggi di quella analoga in gigabyt del digitale) chissà quanti pensieri genuini, nobili, elevati, quante preziose esperienze di vita ancora si celano! (Ma bisogna cercare in mezzo a tanta spazzatura, dove non mancano nomi famosi e di moda). In tale enormità di cose dette mi domando che senso ha scrivere ancora. Ma è una domanda retorica. E' come dire perché si vive se

8 già ci sono miliardi di vite che vivono. Ogni vita, diciamo la verità, si sente un pò speciale, pure quel ragnetto che è andato a finire giù nel lavandino avvaleva i suoi diritti di farsi una decorosa ragnatela tra i piatti (per il lettore sensibile va detto che potrebbe essersi salvato lungo la fogna e adesso oziare beatamente da qualche parte.) Ogni creatura afferma di esistere e di essere unica nel suo genere. Non possiamo farne a meno. E' l'istinto di sopravvivenza. Quindi l'artista continuerà a dipingere come se non lo avesse mai fatto nessuno prima di lui (perfino quelli che spudoratamente vanno avanti scopiazzando altri quadri e fotografie) e un insegnante continuerà a far lezione come se tutto il sapere dipendesse da lui. Ed è bello e giusto che sia così. Ciascun momento di ogni individuo può riscoprirsi sacro, meraviglioso e irripetibile quando esprime la verità del proprio essere. Semplicemente è fare bene il proprio mestiere, e questo serve a se stessi e può servire a qualcun altro. Ciò vale per tutto, anche nello scrivere libri. Nelle cose vere c'è dell'energia che scorre. Come ho avuto la fortuna di condividere il pensiero di un altro leggendolo, così ci sarà chi si accorda con quanto scrivo. Non mi interessa la quantità ma la sintonia con qualcuno. L'esperienza mi dice che si finisce sempre per incontrare "quella" persona, "quelle" idee, anche indirettamente in un libro, nel momento giusto. Se l'astrologia non fosse una bella favola (ma c'è anche una questione di inconscio collettivo, un simbolismo che traduce una realtà più profonda) rappresenterebbe bene la situazione. Questo vale anche per ogni avvenimento nella vita, tutto è il frutto di azioni e pensieri precedenti che si sincronizzano nell'ambiente. Insomma, a mio parere, il caso è ben ordinato... Ed ecco che quel libro te lo trovi sotto gli occhi e uscirà dall'anonimia. prenderà esistenza, diventerà parte di te secondo una intensità e importanza relativa a quella presente nel libro stesso e nel tuo potenziale. Stessa cosa per un film, per un'opera d'arte pittorica o architettonica. Ancor di più quando ci si relaziona con una persona: essa esce dai "nessuno e centomila" di pirandelliana memoria e diventa "uno". Anche un animaletto con il quale ci si trova in simpatia acquista una valore, diventa "quell'animaletto", non uno tra i tanti, e a cui si può finire per volerci bene ed essere contraccambiati come solo sa chi ci ha convissuto. Diventano così

9 condivisibili le esperienze contenute nei libri sugli animali (splendidi quelli di Giorgio Cerri e James Herriot). L'importanza di un libro sta nella sua capacità comunicativa e qualitativa, il livello mentale in cui opera. La fama e la tiratura non hanno di per sè relazione con la qualità. Libri scadentissimi (come personaggi banali) possono dominare la scena e arrivare a conquistare il pubblico, ma non per questo migliorano. La quantità e la qualità viaggiano su sentieri diversi. Può capitare che le due realtà coincidano per una somma di fattori anche casuali, o spinti da fattori esteriori, come la reclame del prodotto, ma di per sè, le cose veramente di valore saranno comunque apprezzate da pochi, anche se nelle mani di tutti. Nello stesso periodo in cui scrivevo queste pagine avevo mandato via agli amici una immagine di una persona a noi cara, ritratta in un gesto affettuoso con chi gli era accanto. Poco dopo ricevevo da uno di essi questa risposta: " Se posso farle una confidenza molto personale, la sensazione di un abbraccio come questo l avevo distintamente avvertita mentre leggevo, diversi anni fa, il primo libro di Gabriele Mandel che mi era capitato sottomano (acquistato subito da una bancarella di libri usati) :. Un trattato sul Sufismo pubblicato da SugarCo, una presentazione storica, eppure dalle righe scaturiva con una forza il dolcissimo entusiasmo dell autore, e insieme la sua capacità di amare. Con quel libro il Maestro mi aveva messo una mano sulla spalla, e con l altra mi aveva aperto una finestra su un panorama pieno di luce. E tutto e soltanto merito di quell iniziale abbraccio mentale che adesso mi viene spontaneo cercare qualcosa di buono in ogni cosa, in ogni situazione, e vedo nei fatti quanto migliore sia diventata la mia vita..." In ogni rapporto c'è uno scambio, un dialogo conscio e inconscio. Un oratore che parla ad una sala vuota non ha senso. C'è bisogno di un feedback, quello stesso che gli attori di teatro percepiscono quasi sulla pelle. Ma cosa si comunica? La propria erudizione per far sapere che si sanno delle cose? Per far vedere quanto si è bravi? Tutta spocchia e stupidità, ed è come parlare al vento. Notizie tecniche sul tipo di un

10 libro del fai da te o sul giardinaggio o la cucina? Almeno questo è utile. Esperienza e riflessione? Ecco, questo è importante, se poi c'è un'arte, un sapere da trasmettere, ancor di più. Ogni libro ha un filo conduttore, un tema. Qui ho raccolto varie introduzioni o commenti a libri non miei, ma che poi, per lo meno alcuni, sono diventati parte di me. Non sono i libri che ho trovato necessariamente più validi ma quelli che per una serie di motivi ho voluto riproporre all'attenzione di altri. Mi guardo intorno nel mio studio, circondato da centinaia e centinaia di libri spesso addossati gli uni sugli altri. Probabilmente riuscirei a datare quando sono stati letti o per lo meno consultati, spesso compagni di viaggio nel senso letterale, dentro una tasca o in un borsello, nei miei trasferimenti da un luogo all'altro, sul treno e su un autobus. Oppure nelle lunghe passeggiate tra i monti e i boschi quando mancava un amico per conversare insieme. C'è anche qualche volumetto che porta i segni di qualche improvvisa pioggia o insetto caduto tra le pagine. Quanta ricchezza c'è in tanti di loro! In questo mondo che corre sempre più forte e in superficie un libro riesce a creare un'oasi per rinfrescarsi e riprendere contatto con se stessi. Ci sono certi luoghi religiosi, chiese, moschee o pagode, case abitate da persone sagge che ci danno questo senso di "oasi". Un luogo materiale dove si può fare il vuoto della materia per far entrare lo spirito. Un buon libro (ma anche un buon film) ricrea, ovunque siamo, questa situazione, facendoci ricordare che la vera dimora sta in noi stessi, nel nostro Sè.

11 Studio introduttivo sulla psicologia della fiaba (prefazione del libro "Le fate dei sogni" di Gilberto Venturi.) Chi ha comprato questo libro per leggere una fiaba al figlioletto, o per godersela lui stesso, passi in fretta alla seconda parte. Chi vuole invece riflettere con me sul valore psicologico della fiaba rimanga qui che qualcosa di interessante potrebbe trovare. Sono stati pubblicati ottimi libri di indagine psicologica sulla fiaba come "Il Mondo Incantato" di B.Bettlheim, "Il Linguaggio Dimenticato" di Erich Fromm e di

12 M.L.Von Franz "L'Individuazione nella Fiaba" e "Le Fiabe del Lieto Fine", ma oltre allo specifico, tutti gli studi sui simboli fanno necessariamente rientrare nel discorso la fiaba in quanto, per natura, essa è intessuta di simboli e di metafore. Gustav Jung, a tal proposito, ha aperto una miniera inesauribile quanto lo è l'inconscio collettivo umano. Di più. Tutta la psicoanalisi, in qualsiasi direzione di ricerca, da quella freudiana classica a quella bioenergetica, ossia quella che apparentemente sembra più lontana dall'analisi dell'inconscio, in realtà non può prescindere dal valore psicologico della fiaba in quanto essa può agire interiormente in modo abreativo, sciogliendo le energie somaticamente bloccate. Viceversa essa può essere stata la causa (o una concausa) di questi blocchi in una sua introiezione sbagliata. Un tempo si raccontavano anche fiabe orribili senza contare certi contenuti fantasiosi della religione presentati ai bambini come verità. Racconti di demoni e punizioni infernali hanno ossessionato generazioni per secoli e l'etnopsichiatria ha qui un suo tipico terreno di indagine. Per i bambini non v'è differenza tra religione e fiaba, ambedue parlano di un mondo magico al di là del quotidiano. Questo non solo per loro: tutto il vissuto religioso popolare è impregnato dal fantastico, basato com'è sugli interventi prodigiosi delle madonne e dei santi, di angeli protettori e demoni malvagi pronti a ghermire le loro prede. Ogni religione è inseparabile dall'immaginifico, da un mondo simbolico che rappresenta l'eterna lotta del bene e del male, entità invisibili capaci di proteggere e salvare o di causare le peggiori sofferenze. L'introiezione di questi contenuti può diventare patologica causando ossessioni, sensi di colpa e incubi, per cui quando si parla di religione e di fiaba si ha a che fare con un materiale psicologico estremamente condizionante, basato com'è sulle suggestioni, da lavorare con estrema cura. La fiaba quasi sempre, per sua natura, comporta esagerazioni di ogni genere e di alterazioni della realtà di cui bisogna informare il bambino. I suoi personaggi onnipotenti sterminatori dei malvagi o l'approccio manicheo dove il bene e il male, i buoni e i cattivi sono stereotipi ben definiti (anche una morbosa demagogia politica

13 tende a demonizzare l'avversario e a santificare la propria parte) hanno da essere ridimensionati in una un'analisi critica da farsi, nei giusti modi scherzosi, col bambino. La fiaba può essere un utilissimo strumento per aiutarlo a tracciare la distinzione tra l'immaginario e il reale, senza per questo eliminare il mistero che comunque rimane nei significati reconditi della realtà stessa. Tutte le fiabe, vanno dunque filtrate col buon senso dai loro eccessi vuoi moralistici o soprannaturali. Questo vale ovviamente anche per "le fate dei sogni", con la sua fatina giustiziera. La cosa più divertente di questi racconti è proprio l'intreccio tra religione e fiaba, quel che dovrebbero fare le madonne e i santi lo fanno le fate al posto loro e per loro. Del resto la fiaba ricicla inconsciamente le religioni precedenti allo stesso modo dell'arte, basti pensare alle raffigurazioni di Gesù dei primi secoli: Apollo redivivo con tanto di bacchetta magica per fare i miracoli o le stessa Madonna, new version di Iside o delle dee protettrici del mondo pagano. Quindi nulla di strano in questi connubi fantastici giacchè come non esistono razze pure non esistono religioni pure. La fiaba mette d'accordo tutti. Il bambino ha un vissuto magico e rivive la mentalità primitiva "panpsichistica" dove ogni oggetto ha un'anima ( effetti accentuati al massimo da favolisti come L.Carrol con la sua Alice e da H.C.Andersen). La mancanza di conoscenza delle cause dei fenomeni obbligava il primitivo a inventarsi spiegazioni fantasiose, ed è così che, solo per dirne una, il sollevarsi dei fuochi fatui (derivati dalla combustione del metano e del fosfano) dalla terra dove giacciono resti in decomposizione, sono stati interpretatati come fantasmi o presenze arcane. Il bambino fa lo stesso ed è per questo che bisogna offrirgli, per quanto possibile, una spiegazione scientifica delle cose. Ma non si creda che questa percezione magica del mondo finisca con l'età adulta e un pensiero razionale. Molte persone si affezionano alla propria macchina, a un oggetto, a una foto che gli ricorda qualcuno o qualcosa, perfino a un paio di scarpe e talvolta questo investimento psichico sugli oggetti diventa feticismo vero e proprio. Del resto la reclame ha la sua efficacia proprio in queste proiezione fantasiose: in

14 questo modo un attore bello e simpatico che diventa il mugnaio di un finto mulino, fa salire alle stelle la vendita di un certo tipo di biscotti. Se la reclame fosse basata su una adulta descrizione della realtà facendo vedere una industria dove gli operai si muovono in un ambiente asettico con garze sul viso, essa perderebbe qualsiasi attrattiva. La reclame deve rivolgersi all'io bambino per funzionare, deve creare un mondo finto ma bello, che piace. Purtroppo l'informazione tecnica, che è quella veramente importante, interessa a pochi. La stessa cosa succede nella politica, dove sono le promesse e le illusioni a riscuotere voti, non l'analisi dei programmi e delle competenze. Insomma la favola domina la vita di tutti i giorni, e per giunta una cattiva favola dove dietro c'è l'interesse e spesso l'inganno, non un discorso educativo e ricreativo dello spirito. Per trovare il valore della fiaba dobbiamo riscoprire il mondo antico dove essa assurge a mito: si pensi all'odissea di Omero, alla genesi biblica, al Mahbarata indiano soprattutto, dove il fantastico lascia spazio a riflessioni metafisiche elevate. Fedro ed Esopo sono i pilastri della favola propriamente detta, in cui i protagonisti sono in genere animali: qui l'intento didattico è palese e riempie le brevi ma coloratissime scene. Di tutt'altro genere, veri romanzi fantastici per adulti, le mille e una notte, lasciano anche intravedere quell'erotismo che invece è assente nelle fiabe pensate per i bambini. Ciononostante anch'esse fanno riflettere e nascondono un intento morale. Rimanendo nel medio-oriente questo intento diventa "evolutivo", ossia strumento per andar oltre l'ovvio e il consueto, nelle storie di Nasruddin, vere e proprie palestre sufi. Ci si dirà che la fiaba ha bisogno di fate e folletti, ma questi sono aggiunte fantastiche al racconto metaforico, quello stesso di cui si servivano anche i maestri dell'umanità, da Confucio a Gesù. Il Corano dice espressamente che le sue descrizioni dei paradisi sono allegorie fiabesche. Un frate, Bernardino da Siena, diverrà famoso per le sue prediche, dove c'era sempre posto per qualche gustosa storiella estremamente significativa. Andando ai nostri tempi autori come H.Hesse (vedi "leggende e fiabe"), e ancora M.Hende, R.Piumini, J.R.Tolkien, T. Brooks e T.Pratchett, ( e cito solo quei pochi che conosco bene) hanno scritto veri e

15 propri capolavori. In alcuni di essi, come Pinocchio, la simbologia iniziatica è evidente, quasi il promemoria massonico di Collodi. Insomma la letteratura del racconto fantastico, da cui si può estrarre un tesoro di saggezza e di slanci interiori e vitali, è praticamente inesauribile. Io sono cresciuto con le fiabe di mio padre, una persona dotata di una fantasia straordinaria: le inventava sul momento e mai erano banali. Il primo a divertirsi era lui mentre le raccontava. Succedeva così che spesso, alla sera, andavo nell'azienda di vetroartistica che guidava e mentre intagliava figure sui cartoni ( gli spazi vuoti sarebbero stati poi smerigliati sul vetro) oppure con perizia pennellava finti marmi, o ancora incideva cristalli sulle mole, ci usciva sempre una favola. Anche nella pausa di mezzogiorno a pranzo c'era il tempo per un raccontino. A complicargli la vita un giorno diedi inizio alla stagione delle mappe da me inventate, in cui l'eroe doveva passare tra mille difficoltà per arrivare alla meta. Mio padre doveva risolvere i problemi per sfuggire ai mostri e alle avversità...disegnate sul campo. Ritrovai la stessa struttura delle mie mappe disegnate da bambino in certi giochi di strategia per computer o in quei giochi di ruolo dalle ambientazioni spettacolari, sul tipo della serie Elder Scroll e Gothic. Anche da "grande" non me ne sono persa una, costruendo altresì scenari aggiuntivi a centinaia come hobby. Ma c'è molto di più del semplice divertimento. Le trame riprendono i motivi classici delle fiabe con tutti i loro archetipi a cominciare dall'eroe, l'avatar in cui il giocatore si immedesima. Il bene e il male, impersonificati da maghi e stregoni, esseri di luce e mostri, costituiscono la classica scacchiera in cui si muovono le storie ed è evidente che, se il contenuto dei dialoghi e delle azioni non è filtrato dal rispetto di certi principi etici, il gioco diventa potenzialmente dannoso (questo succede quando il giocatore è costretto per proseguire a riprodurre un comportamento psicopatico, insensibile alle sofferenze altrui). Per quanto sia tutto virtuale i condizionamenti, soprattutto in un bambino o in un adolescente, rimangono e non sono da sottovalutare. Alcune di queste trame invece sono state costruite positivamente con estrema attenzione alle potenziali risposte psicologiche del giocatore. A tal proposto rimando all'analisi di un videogioco "uscita

16 dal mondo dei sogni" inserita nel mio "rapportarsi con gli altri e con se stessi" reperibile anche online come ebook. Riporto qui solo l'inizio del saggio: Dreams to reality, così si chiama un videogioco assai interessante: il protagonista impegnato in una ricerca sul mondo dei sogni "entra" in esso per conoscerlo direttamente, il problema è uscirne. E' un viaggio iniziatico in cui l'eroe deve superare molte prove facendo leva sull'abilità e sull'intelligenza nello sconfiggere i "suoi" mostri dell'inconscio. Le paure, quella del vuoto e dei ragni, degli insetti e dei luoghi angusti o vertiginosi devono essere affrontate e vinte. Ci sono tutte le componenti della psicologia del profondo: il confronto con l'ombra, l'eroe, il fanciullo divino, l'anima (che emerge sia nella figura androgina dello sciamano sia nella fanciulla che si sacrificherà, gli istinti paranoici del male rappresentati dai suoi servi che utilizzano la violenza e l astuzia per fini di potere. Una battaglia che si conclude superando le opposizioni (acqua e fuoco) ed integrando l'io. Le parti positive come le intuizioni vincenti (i folletti guida) e quelle negative come i mostri, in realtà sono parti dell'io. Una volta che ci si è conosciuti il male è vinto dalla semplicità e non combattendo con la stessa violenza... Prendiamo dunque spunto dal gioco per avventurarci nel mondo intrigante ed affascinante della psicologia e fisiologia del sonno, lo faremo attraverso una serie di concetti guida per formare un quadro generale di riferimento da cui si potrà partire per gli approfondimenti. (...)...E le fiabe ci fanno sognare, sono esse stesse sogni ben organizzati. Oggi la tecnologia può rappresentarle in modo interattivo ma un tempo ci si doveva accontentare della propria immaginazione stimolata da qualcuno che le raccontasse, e non conoscendo altro, era già tantissimo. Io ho avuto questa fortuna. Fatto sta che raccontandomi le fiabe mio padre ammorbidiva, senza alcuna costrizione, la mia vivacità, sfogata sempre fuori con gli amici a giocare e a correre. Sicuramente le sue fiabe avevano uno scopo educativo secondo una morale classica, ma non priva di qualche eccesso, giacché la moralità non deve impedire al bambino che è in noi (e ancora rimando al mio libro precedentemente citato sul linguaggio transazionale o

17 G.A.B, genitore, adulto, bambino) di godersi liberamente e legittimamente la vita e anche i suoi istinti, senza far male a nessuno nei modi e nei tempi disciplinati dall'io. Ed è per questo che una fiaba non va mai soltanto letta, ma anche commentata insieme al bambino, appunto per ritrovare i significati e smorzare gli eventuali eccessi del racconto. Questo vale anche guardando insieme a un bambino un film o giocando con lui. Il genitore dovrebbe essere il custode del buon senso e della serenità, e lasciare sempre quella speranza del "vissero tutti felici e contenti" che alimenta le fiabe. Del resto ogni evoluzione non è frutto solo della necessità ma anche di un sogno di trasformazione, oltre le violenze, le prevaricazioni, le sofferenze e le distruzioni che l'uomo combina su questo pianeta. Finché qualcuno racconterà una favola l'umanità andrà avanti.

18 Ognuno è come si racconta (prefazione del libro "Un angelo sulla terra" di Gilberto Venturi.) Quando ripenso a mio padre mi rivedo attento e incuriosito ad ascoltare le sue fiabe che inventava una dopo l'altra come la cosa più naturale di questo mondo. Questo è tipico della creatività degli artisti, dalla poesia, all'arte, alla letteratura e, perché no, alle scoperte scientifiche. Ricordo che questo libro è stato pubblicato nel 1970 e le diverse tecnologie descritte in esso nei fantastici viaggi interstellari, anticipano quanto oggi è nei prototipi o addirittura nell'uso comune. Siamo ancor prima di Star Trek, ossia la serie di film che ha coinvolto tutti gli appassionati di fantascienza. Se non c'è immaginazione anche la scienza si ferma. E lui era un'artista in tutto, e di ottimo livello, aveva suonato come primo violino con l'orchestra Angelini della RAI, oltre a esser stato un tenore di valore. Come pittore e decoratore sono innumerevoli le opere che ha lasciato nelle chiese, tra vetrate, affreschi, e quadri. Infine uomo di ingegno, come lo è chi si è fatto da solo, imparando ad aggiustarsi le scarpe fin da bambino. Ma tutta quest'arte non gli procurava quattrini. La sua soddisfazione era esprimerla in modo gratuito soprattutto per la chiesa, essendo una persona con un forte vissuto religioso mitigato, in genere, dalla sensatezza e dall'equilibrio. Quando i conventi erano pieni di frati alla Domenica, a pranzo, egli aveva sempre un posto d'onore accanto al padre guardiano, pronto a tener alta la conversazione. Certo il suo mestiere di decoratore in una vetroartistica gli permetteva momenti creativi ma, essendone a capo, seppur come socio, era spesso impegnato in faticosi calcoli d'amministrazione che io percepivo interminabili, visto che alla fine poteva uscirci una favoletta prima di andare a dormire. Già avevo accennato nell'introduzione a "le fate dei sogni" (riedizione in formato ebook di quella cartacea pubblicata dalla E.I.S.) alla psicologia della fiaba. Ovviamente ogni autore, pur rifacendosi a certi modelli che trova nella sua cultura, ha il suo modo di raccontare e di veicolare i contenuti. Non sfugge nelle sue fiabe

19 l'insistenza ai valori della giustizia: il bene deve trionfare sul male, la verità sulla menzogna! Se nelle fate dei sogni è la fata ad essere una "giustiziera" in quest'altro è un angelo. Anche se non mi ricordo che mio padre avesse mai parlato di ingiustizie subite nell'infanzia, il suo bisogno di rimettere tutto a posto sul piano immaginifico dove il prevaricatore è immancabilmente castigato, mostra senz'altro un forte coinvolgimento sul problema. Va comunque ricordato che questa esigenza non è solo confinata nelle religioni ma trova conferme anche nella psicologia, soprattutto del profondo che più volte finisce per allinearsi alle tesi del karma buddhista. La giustizia esiste di per sè, come un ordine archetipico dell'universo: non è solo un bisogno compensatorio, una illusione per sopportare i mali di questo mondo. In un modo o nell'altro, prima o poi, tutto finisce per sincronizzarsi secondo giustizia nonostante le apparenti incongruenze. E poi è proprio il senso civico (insieme a quello estetico o dell'arte e della fede) a caratterizzare l'essere umano. Un fatto è certo, chi nella vita continua ad accusare gli altri o le cose della propria infelicità non sarà mai realmente felice, neppure per un attimo. Bisogna cominciare da sè a esser giusti e onesti senza per questo perdere di vista le negatività di questo mondo ma anche la possibilità di una loro risoluzione. Da come una persona reagisce alle situazioni ambientali (ovviamente si parla di ambiente umano, a cominciare da quello che viene assimilato in famiglia nell'infanzia) si delinea la sua personalità, ecco perché anche due gemelli monovulari, dotati dunque di un simile corredo genetico e quindi di uno stesso temperamento, possono risultare assai diversi nel comportamento. Chi rinuncia a scegliere e finisce per assecondare passivamente una fonte genitoriale avrà pure un "forte carattere" ma una insignificante personalità. Mentre i primi hanno sempre bisogno di inquadrarsi da qualche parte, fare il tifo per qualche squadra (per qualche religione o partito), insomma per dirla in modo freudiano, stare sempre dalla parte del super-io, i secondi non si alienano mai in qualcuno o in qualcosa, ragionano in ogni circostanza con la propria testa. Credo che questa frase "ragiona con la tua testa" sia quella che ho più sentito da mio padre, quanto dunque doveva essere per lui prezioso valutare

20 personalmente gli altri e le cose senza pregiudizi e schemi ideologici prefissati! Chi è libero interiormente può frequentare chiunque, se vuole, senza esserne condizionato. Mi ricordo che lui, pur essendo contrario a ogni forma di dittatura, era capace di stare un giorno a chiacchierare con un conoscente nostalgico del duce, e passare il successivo con un altro dalle idee del Peppone di Guareschi (ma non per parlare di politica, c'era sempre di mezzo un'altro interesse, la pittura o la musica). Se rivolgete questa domanda ad una persona con una forte personalità: "tu sei peggio, meglio o come tuo padre?" (fermatevi prima di proseguire per interrogare voi stessi) egli vi risponderà: "Io sono io. Mio padre era mio padre". E certamente lui avrebbe risposto così anche per il fatto che il suo non era certo d'esempio, al contrario della madre a cui era affezionatissimo. Si tratta quindi di "fare la propria vita" indipendentemente dagli altri, a cominciare dalla propria famiglia. Insomma nelle fiabe di Venturi Gilberto il protagonista (che è poi è l'avatar di chi scrive, vuoi la fata, vuoi l'angelo o chicchessia) ha una forte personalità, quasi onnipotente nel tessuto fantastico se non fosse temperata dalla consapevolezza di compiere degli sbagli. E proprio in questo modo viene fuori che in realtà solo Dio è grande. Se nelle fate dei sogni c'era una commistione tra magia e religione con "un angelo sulla terra" essa è risolta con un espediente: dietro a mago scherzetto in realtà si cela un essere di luce angelico. Il magico comunque rimane, eccome! Lungi da me entrare nel terreno minato di fare l'analisi di un parente (che non voglio mitizzare in quanto nessuno è immune da errori e difetti, ma ben venga segnalarne le positività) ma certi dati oggettivi servono per capire la "sua" fiaba. Dovete sapere che il convento dei cappuccini che frequentava aveva un'estesa libreria impregnata di quell'atmosfera ben dipinta da Umberto Eco nel romanzo " il nome della rosa". C'era quell'odore inconfondibile di libri vecchi, quei raggi fiochi di luce che entravano qui e là a illuminare i vecchi, corposi testi con le copertine di cartone. Essi erano addossati gli uni sugli altri sugli scaffali e lasciavano spazio nel

21 centro dello stanzone a una grande scrivania. Nel suo interno essa conservava i libri all'indice, quelli "sospetti" e "proibiti"... Alcuni di questi finivano nel comodino di mio padre, non per strane alchimie ma perché regolarmente imprestati dal padre guardiano per poter mettere materiale sul fuoco da discutere. Mentre sul piano visibile del comodino della camera da letto di mio padre c'era un libro in francese "metodo Lysle" (lettura immancabile per prendere sonno...) quello interno conteneva appunto i libri segreti...c'era pure nel cassettino un preservativo robusto, di quelli lasciati ai commilitoni dall'esercito: ignaro dell'utilizzo un giorno lo tagliuzzai per farne piccoli elastici. Preservativo e punizione a parte, il possesso e la lettura di certi libri non significa ovviamente adesione ai loro contenuti, ma certamente le sue riflessioni sull'esoterismo hanno finito per ispirare anche i suoi racconti e anche la vita di tutti i giorni. La sua fede nell'aldilà come nella Provvidenza era fortissima, ma mai dai toni morbosi. Un giorno non distante da quello in cui morì mi disse che una prova di qualcosa di ultraterreno poteva essere attuata proprio sul...comodino. Se la sveglia dopo la sua partenza terrena avesse continuato a rimanere carica senza l'intervento di nessuno...ovviamente me ne ricordai a tempo debito. Ma la fame dell'io bambino verso il meraviglioso e anche certe verifiche oggettive, non devono confondere il modo di accostarsi adulto, maturo e intimo della fede in un significato spirituale della vita e dell'universo.. Personalmente ritengo che non ci siano argomenti tabù (tipici dei caratteri coatti) ma che tutto possa essere esaminato e ragionato. La ricerca della verità è la cosa più bella che esista ma si preclude ad essa chi ha inibizioni, chi nega la possibilità di mettersi in discussione con se stesso. Si evolve anche attraverso gli errori e chi ritiene di non sbagliare nai possiede la non augurabile rigidità di un morto. Nell'immaginazione e quindi nella fiaba, si nascondono tante verità dello spirito umano, ma si possono cogliere solo se la parola libertà non è ripetuta come uno slogan politico, essa è una realtà da conquistare dentro di sè. Se la mente è sgombra

22 da condizionamenti, pregiudizi e quant'altro, l'intuizione può cogliere quanto è oltre la forma. Come spiegarlo se non è un fatto solo di pensiero ma coinvolge il sentire, l'esperienza, il vissuto? Per usare le parole di Gilberto Venturi con "l'ariosità dei sogni", o forse ancor più con la "leggerezza dell'essere", quando ormai si sono staccati i pesi dell'abitudine (che ci bloccano a non affrontare il nuovo, la scoperta praticamente illimitata di conoscenze e esperienze), e delle devianze (che spargono sofferenze per se stessi e per gli altri). Felicità e bontà insomma vanno sempre d'accordo quando si sa essere anche giusti con se stessi e con gli altri.

23 Il bene e il male nella fiaba (prefazione del libro "Fagiolino" di Gilberto Venturi.) Fagiolino è una fiaba in poesia con tanto di rime baciate. Come spesso succede in questi casi le licenze poetiche aiutano l'estetica della lirica ma comportano qualche piccolo problema di comprensione. Giova dunque leggere prima il contenuto della poesia in prosa per godersi dopo il ritmo poetico senza impedimenti. Intanto si sa come va a finire: che vissero felici e contenti! La storia di Gilberto Venturi, come ogni sua fiaba, contrappone i buoni e i cattivi, il bene ed il male ma con tante trovate originali in mezzo. Con Fagiolino l'eroe del bene è un minuscolo personaggio, e qui sta il bello: atto di fiducia che se si sta dalla parte del bene, anche partendo svantaggiati e con infimi mezzi, si può vincere. Tutto inizia dalla nascita prodigiosa di questo esserino, per volontà delle fate, da una lacrima di una donna che non poteva aver figli. Questa "impotenza" viene riscattata nel finale dalla prolificità dello stesso fagiolino, trasformato in un aitante cavaliere pieno di ormoni per ripopolare il regno (che evidentemente non soffriva della devastante sovrappopolazione umana che c'è invece sul pianeta terra). L'idea che l'orco e la strega mangiatrici di uomini favorissero invece l'ecosistema (meno violento sarebbe stato un controllo delle nascite a monte) ovviamente non è presa in considerazione. Ma, scherzi a parte, in effetti quanto si definisce male ha una sua relatività così come il bene, non nel senso che sono da appiattire sullo stesso piano, bensì perchè sono in relazione (relativamente "a") a circostanze particolari e in mutamento. Se vediamo in un documentario una leonessa che insegue la gazzella tenderemo a parteggiare per la preda, ma se l'attacco non riesce i suoi cuccioli potrebbero morire di fame. Il bene dell'uno è il male dell'altro. Nella fiaba comunque, appunto perchè rivolta ad un pubblico infantile, è sempre opportuno che vi sia una chiara distinzione tra bene e male, soprattutto se il riferimento è su un piano etico universale laddove i prevaricatori, e chi causa ingiustizia e sofferenza, evidenziano da sé la propria negatività. La presenza di uno sviluppo anche etico, di "responsabilità" del proprio agire, è fondamentale in una narrativa capace di essere non solo educativa ma

24 "curativa", come avvedutamente comprese Erik Erikson, una pietra miliare in psicologia. Ma da dove nasce l'idea del bene e del male che fa da sfondo non solo alla letteratura fiabesca, ma a quella religiosa fino a quella politica ( dove le ideologie si proclamano buone spesso in contrapposizione alle altre definite cattive)? A che si deve questa continua contrapposizione? Probabilmente, come afferma Hug Williams nel suo "La conquista sociale della terra" (ottimo libro ma, a parer mio inficiato da una visione neodarwinistica sulla selezione che è solo una componente evolutiva, di un quadro ben più vasto e complesso) dalla fortissima tendenza umana al tribalismo e alla continua conflittualità interna ed esterna. L'uomo fa la guerra a tutto, compreso al cancro e alla miseria (quando sono questioni da risolvere razionalmente) dice giustamente l'autore, come se non potesse fare a meno di contrapporsi a qualcosa o a qualcuno. La frammentazione della società umana in molteplici religioni, squadre sportive, stati, partiti, etnie, classi, eccetera, manifesta il bisogno dell'uomo di individuarsi in una tribù e quindi di differenziarsi dagli altri. Come diversi esperimenti psicologici hanno dimostrato anche la costituzione artificiale e casuale di due gruppi sotto il segno di un colore diverso porta in poco tempo gli uni o gli altri ad avere pregiudizi vicendevoli. Noi siamo i buoni e gli altri sono i cattivi. Da qui una storia interminabile di guerre, dalla savana alle metropoli passando per incessanti micromutazioni che continuano ancor oggi, ma ben saldi rimangono i geni belligeranti. Anche le specie più prossime a noi come gli scimpanzè, con il 98,5 di geni comuni, pure sotto questo aspetto sono identici a noi nel farsi la guerra incessantemente, sia tra gruppi rivali sia all'interno del gruppo per problemi gerarchici. Questa caratteristica abbinata al fatto che la specie umana non rimane in equilibrio con l'ambiente ( in quanto preferisce portarlo alla morte per saccheggiarne le risorse piuttosto di limitare la sua popolazione), l'ha fatta un vero e proprio pericolo per l'ecosistema, e presumibilmente suggellerà la sua fine sul pianeta lasciandolo in un cimitero di spazzatura e veleni.

25 Ma l'uomo non è solo questo. In lui c'è arte, fede e civismo che a mio parere non sono illusioni o forme compensatorie come vuole la credenza materialistica e meccanicistica, ma esigenze interiori che lo portano a connettersi con il significato profondo dell'esistenza, alle Leggi intelligenti che governano il mondo. Non per questo l'ateo e chi ha fede in un senso divino della vita e della natura (aldilà delle forme religiose che tuttavia nascono dallo stesso impulso) sono destinati a contrapporsi, sono due modi di esserci e di vedere il mondo che non escludono i comuni intenti verso la verità. La ricerca scientifica dell'oggettività di per sè non nega l'accettazione di un significato spirituale della realtà. Il fatto di credere che tutto sia casuale e fortuito e quindi relegare il bene e il male alla sola convenzione umana, è una credenza come un'altra. A mio parere è più ragionevole quanto diceva Einstein : "mettete in un angar tutti i componenti di un aereo insieme agli strumenti per assemblarlo e sotto un motore che agiti il tutto: anche dopo miliardi di anni senza un progetto guidato da mani intelligenti tutto continuerà caoticamente a ballare". E la vita biologica è estremamente più complessa di un aereo... La fiaba ci rimette in un universo ordinato, dove la giustizia, il bene e la verità trionfano sul caos, l'ingiustizia e il male. Seppur in modo semplicistico essa riflette questo bisogno umano di partecipare a dei valori profondi, al di là di quelli egoistici della sopravvivenza individuale e del branco di cui fa parte. In altre parole il bene è universale, non un privilegio di qualcuno o di una parte. E' un conto la "coscienza" determinata dalle ingiunzioni culturali del gruppo (il classico super-io di Freud) che indirizza il senso del bene e del male, (coi conseguenti sensi di colpa e gratificazione) in una direzione settaria di condizionamento, e un'altra quella derivata da un'etica basata sulla ragione e da valutazioni obiettive oltre interessi di parte e condizionamenti pregiudiziali. Ma siamo sicuri che il bene e il male non siano anche valori oggettivi come aveva intuito Platone secoli prima di Cristo? Non idee di un mondo astratto iperuranico ma essenze nella natura stessa. Apparentemente in natura esiste solo l'utile, quello che serve alla conservazione dell'individuo e della specie. Se in natura esiste l'altruismo e la solidarietà è perchè si

26 dimostrano utili. Si pensi a un formicaio o a un alveare, ma anche a un branco di lupi dove ogni individuo collabora per l'insieme. Nell'evoluzione degli organismi le cellule si uniscono e si specializzano per convivere in un essere pluricellulare. Ogni animale, compreso l'uomo, è fatto da trilioni di cellule e nel DNA una percentuale è fatta anche da tracce di virus che si sono incorporate specificando ulteriormente le caratteristiche di quella specie. Tutto può essere amico o nemico in natura secondo le circostanze, anche un virus e un batterio (nelle visceri umane c'è almeno un chilo e mezzo di batteri che aiutano allo smaltimento delle scorie, che sintetizzano elementi per il nostro fabbisogno e offrono un aiuto in caso di minacce patogene). Il nostro corpo è un immenso universo biologico di cellule in cooperazione e tutta la natura ripropone una impressionante varietà di alleanze tra gli organismi in strutture sempre più complesse. L'indubbia dura legge della sopravvivenza a cui dovette far fronte già la prima cellula ha obbligato gli esseri a unirsi e collaborare tra loro alla ricerca degli elementi base (l'energia) di cui il metabolismo ha necessità. Un processo che non segue solo la selezione naturale ma dove il DNA viene mutato secondo le esigenze dell'ambiente (attraverso la trascrittasi inversa). La vita insomma, detto in soldoni, sa il fatto suo, "impara", è intelligente e di questa intelligenza siamo partecipi anche noi esseri umani (non ce la siamo inventata). Ma il processo di "aggregazione" riproduce nel vivente la stessa legge che spinge le particelle a unirsi e a dare forma a sistemi sempre più articolati. Il processo creativo sta nell'aggregazione mentre quello distruttivo (quindi la morte) nella disgregazione. In un organismo i due processi convivono in un perfetto equilibrio (processo anabolico e catabolico). Lo scenario che si apre, a mio avviso, fa coincidere le antiche visioni del mondo sciamaniche con i dati scientifici più rigorosi. La realtà fisica e biologica si esprime nell'intrecciarsi delle due fasi come su una scacchiera, un gioco di opposti che si manifestano nell' espansione e nella contrazione, caldo e freddo, creazione e distruzione, vita e morte, sembra col fine di una sempre più evoluta percezione consapevole dell'universo attraverso le sue forme (il Grande Spirito degli indiani

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