Luciano Jolly FINE DI CORSA ROMANZO BREVE

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1 Luciano Jolly FINE DI CORSA ROMANZO BREVE

2 Sah bioch e rataplan, dé l pass a la marciada la Catlinòta a ven a la testa de l armada. 1 Grinor mia mort a sia; ch i viva fort, pì fort: mia neuva, bàuda sort. 2 Barba Toni Bau-drié (Dal primi uch a l aluch) 1 Sù trombe e tamburi, date il passo alla sfilata /la Morte viene alla testa dell esercito celeste. 2 Affetto /sia la mia morte; che io la viva, forte, più forte / la mia nuova, lieta sorte. 1 2

3 1 Ecco. La palla di fuoco del sole ha proseguito nella sua linea di caduta. Tutto il cielo si è illuminato nella luce di una strana bellezza: poi il disco arrossato è scomparso dietro la città di pietra. Sono rimasto i- nerte a contemplare il cielo che si muoveva lentamente ed il giorno è finito nella sera. La bellezza di tutte le cose è svanita subito. Al suo posto è arrivato il buio e ho acceso la lampada sopra la scrivania. Le ombre delle piante - dei quadri - erano brevi sui muri, quasi compresse, ed il soffitto le limitava. Ho chiamato: <Anna!> ma lei non ha risposto. Le luci hanno cominciato ad accendersi nelle case intorno e ho immaginato che in quegli appartamenti ci fossero delle famiglie sane che si sedevano intorno al tavolo per mangiare. Insomma Anna non c era e mi sentivo irrequieto. All inizio io e Anna abbiamo cambiato insieme. C è stato un tempo in cui andavamo ad Argentera, al colle dell Agnello o ad Alba e ci arrampicavamo su per i crinali aggrappandoci all erba o guardavamo le torri delle città. A volte facevamo tappa sotto un abete. Eravamo spavaldi. Si era capito subito che non era uno dei soliti amori sconclusionati. Ci sono degli innamoramenti fatui in cui un uomo e una donna si incendiano e poi tutto finisce con un mucchio di cenere tra loro oppure sono uniti da un muro di odio. Ci siamo conosciuti così: lei era ferma sul limitare di una porta. Io avevo guardato quegli occhi gitani che esplodono gioia di vivere e la croc- 3

4 chia di capelli neri. <L ho già conosciuta>, avevo pensato mentre una scarica insondabile mi attraversava il corpo. Non voglio dire che l avevo vista sul sagrato di Sant Ambrogio, all ingresso della posta o sulla soglia dell Airone (in seguito in tutti questi posti saremmo andati insieme). Le porte per me hanno un fascino perché costituiscono un simbolo. Si aprono sull ignoto e non sai cosa troverai aldilà dei battenti. La puoi aprire o tenere chiusa, e una volta aperta la puoi attraversare o rimanere piantato sui tuoi piedi: una porta aperta introduce a tutte le possibilità. Anche Kafka, nel Processo, riempie il suo incubo di diecimila porte. In questo senso il sesso della donna è il più importante dei passaggi. Quando nasci la porta si apre a fatica e devi guadagnarti la venuta al mondo con i tuoi gomiti. L ultima porta che incontri si affaccia sul buio dell ignoto e la devi scavalcare senza sapere che cosa troverai aldilà. Tra la prima e l ultima c è una serie infinita di porte che a volte rimangono sprangate. Con Anna le porte ci hanno accompagnato dal primissimo attimo. Ne abbiamo attraversato parecchie che ci hanno spinto ai piani più elevati delle scoperte o ci hanno fatto precipitare nel nostro sottosuolo. Io ero rimasto torpido sulla soglia del nostro incontro, e avevo pensato: <Questa donna l ho già conosciuta, ma non nella vita presente>. In un modo che nessuno poteva scrutare ci eravamo persi di vista e adesso si riprendeva il filo del nostro discorso. A volte hai delle sensazioni che non sai giustificare. Ti arrivano addosso con la violenza di un colpo d ascia ma non è noto da dove siano partite. Rimanevamo sul limitare della porta e non sapevo ancora che anche lei ne faceva una questione di destino. 4

5 Pur essendo la prima volta che la vedevo in questa vita, di lei tutto mi era familiare: la bellezza del volto, la forma degli zigomi, la vivacità degli occhi che mandavano ombre e lampi. Invece che l avevo conosciuta, dovrei dire che l avevo ri-conosciuta. Ci sono occasioni per amarsi in altri tempi, altri secoli, altre vite, quando hai avuto delle felicità o hai vissuto dei drammi con un corpo diverso. Poi perdi di vista la tua antagonista, per lungo tempo ne sai meno di niente e l altro è come sperduto in un angolo oscuro della tua sfera. Ha un esistenza separata e si diventa estranei. È come se per andare a Bra, uno passasse da Savigliano e l altro da Dogliani. Dopo un tempo che sembra infinito ci si ricongiunge e la relazione, il piacere, le lotte continuano. Allora abitavo in una casa diversa, sul Cardo Maior. La nostra è una città quieta dove si apprezza la tranquillità, e avendo la forma di un triangolo, è costellata di alberi. I marciapiedi sono larghi e molte strade, fiancheggiate da file regolari di aceri o di acacie, si incrociano come in una pianta romana. Sul viale si può passeggiare all ombra degli olmi siberiani e ci sono sculture nelle strade e giochi recintati per i bambini. Qui gli amori fioriscono con un insolita leggerezza, si consumano e molti terminano nella polvere. Con Anna cominciò subito l unità degli intenti. Lei aveva paura dello spazio. Lo spazio era un nemico e nascondeva delle insidie: per andare a Caraglio in auto impallidiva e doveva fermarsi per far passare gli autocarri e l angoscia. Ci siamo riconosciuti nello smarrimento di lei e il malessere accompagnava la sua vita. Ma io leggevo Whitman e andavo sempre avanti e mi lasciavo i cadaveri alle spalle. 5

6 Un giorno ci conoscemmo come si conoscono i personaggi della Bibbia. È prescritto. Un uomo e una donna devono unirsi nel loro centro, in quello che hanno di più riposto e segreto: quelle parti che mai sono mostrate a nessuno, vengono adesso esposte alla luce del sole, o meglio nella penombra proiettata dalla pelle bianca di un lenzuolo. Anna doveva realizzarsi come femmina, io come maschio. Se non l avessimo fatto non saremmo stati nessuno e la vita si sarebbe distesa davanti a noi come una coltre di cenere. Per anni avevamo formato un unità. Eravamo una carne sola ma non ricercavamo il piacere. L altro ha un odore e un sapore, soprattutto se la sua pelle è stata al sole. A partire dalla base più bassa, dai nostri corpi, ci innalzavamo su noi stessi in una regione più alta ed eravamo come un re e una regina sopra un trono d oro. Quando sei in questa condizione, non trovi il divino direttamente, me ne hai un anticipazione. Tutto è vasto e ti sciogli in una dimensione immensa e il piacere, che non avevi cercato, arriva da sé offerto su un piatto prezioso. Respiravamo insieme. Ci lasciavamo trasportare dal ritmo del ventre ed eravamo più grandi di un essere animale ordinario, come se fossimo usciti dai nostri confini. Non avevamo alcun compito da svolgere, nessun traguardo da cercare, e l esistenza sfolgorava tranquilla nell essere. Amavamo l unità come una madre e ci bastava essere uniti nella carne perché si aprissero gli orizzonti dell intero universo, un sole interiore risplendesse e ci sentissimo trasportare dall onda della vita in mari più lontani di quelli del Sud. Conoscevamo insieme la beatitudine che per noi divenne una dimensione abituale del esistere. Non noia. Non dissidio. Non risentimento. Non cer- 6

7 cavamo nulla e la gioia dell unità ci arrivava come un dono offerto da una divinità sconosciuta. Avendo praticato il proprio spazio interno, Anna perdette il timore di quello esterno. Adesso eravamo entrambi spavaldi, le cose ci abbracciavano e noi e- ravamo una sola cosa con il senso dell esistenza e affittammo l appartamento in città. Di là non ci siamo più mossi. Ha protetto le nostre notti e illuminato le nostre giornate. Siamo diventati una sola cosa con l appartamento e le sue porte ci permettevano di passare agevolmente da una stanza all altra, da uno stato d animo all altro, da un incertezza a una conquista. Nella città di pietra abbiamo dato un senso alla vita e la gente che ci veniva a trovare si fermava sulla soglia e diceva: <Come è bello l appartamento!>. Perché la qualità dei sentimenti si stampa nei muri e lascia uno spesso alone che la gente riconosce con l intelligenza dell intuizione animale. La felicità non protegge da quel male che si annida nella natura ed anche nella Storia. Anna è stata presa da un inesplicabile quid, oscuro e incomprensibile. Il quid l ha trasformata lentamente. Abbiamo seguito i cambiamenti che avvenivano giorno per giorno nel suo corpo. Mentre la vita cambia ci si adegua alla metamorfosi, e se il tuo destino è diventare uno scarafaggio, non ti stupisci di mettere sei zampe pelose. E il paio d antenne che ti spunta sulla testa ti sembra del tutto naturale. Anna e io facciamo sempre le cose insieme. Avendo vissuto nell appartamento in uno stato prossimo alla simbiosi, anch io mi sono ammalato. Dapprima il corpo ha perso qualche facoltà. La memoria di certi nomi è svanita e non mi sono più ricordato come si chiama l inserzione di un avvenimento passato 7

8 nell ora presente di un racconto. Anche alcuni movimenti sono diventati prima difficili, poi impossibili. Le cose sono rotolate improvvisamente e abbiamo smarrito la dimensione del passato. Sara trascina il pomeriggio dentro l appartamento, che conosce in ogni angolo perché è lei che passa un panno sui pavimenti. Rimane seduta, con uno sguardo spento, e dice: <Sono senza forza>. Mi sono deciso. Ho raccolto il coraggio, sono uscito nella via deserta dove un cane latra tra le sbarre del suo cancello ad ogni persona che passa. Dovevo percorrere tutta la strada fino allo studio del medico, e quando sono arrivato la saletta era piena di gente dallo sguardo fisso. Quando è toccato il mio turno il dottor Garbero mi ha guardato senza sorridere e mi ha chiesto: <Come andiamo?>. Io gli ho detto che non stavo bene e lui mi ha ordinato delle analisi. L Azienda che si occupa della salute è nella via alberata subito dopo l appartamento e già al mattino presto il salone era affollato. Ho staccato il tagliando per la prenotazione e la macchinetta ha fatto un clik che mi ha impressionato perché era avvenuto come un segno premonitore, in mezzo al silenzio generale. Nessuno parlava, neppure i molti giovani che seguivano i numeri sul pannello luminoso, e ho pensato che la malattia era un fatto collettivo che riguardava tutti. Un infermiera ha chiesto il mio nome e le ho risposto: <Luca Mantero>, con la data e il luogo di nascita giusti. È stato dopo aver controllato i dati su un foglio, e soltanto allora, che la donna, corpulenta e bionda, mi ha fatto accomodare sulla poltrona. Dopo aver allacciato un tubetto di gomma al braccio si è avvicinata con l ago che ho visto luccicare sotto 8

9 la luce al neon. Ho pensato: <Adesso il metallo penetrerà nella vena> e ho provato un leggero senso di repulsione. Ma l ago è entrato dolcemente e ho guardato il liquido rosso riempire la provetta di plastica pensando: <Da questo momento non è più mio>. Ho lasciato quella parte di me nelle mani dell infermiera, ho indossato la giacca e sono uscito nella città di pietra. L inverno si sta sfaldando e gli aceri sul marciapiedi mettono qualche gonfiore sui rami. La temperatura era tiepida e ho dovuto aspettare qualche giorno. Quando sono tornato dal dottor Garbero con i risultati, si è chinato sui fogli e in un primo momento non ha detto nulla. Io pensavo a come dev essere la giornata di un medico passata tra gente che sta male, e ho sentito che un uomo del genere deve possedere una certa bontà, anche se non la dimostra. Infine il dottore si è scosso ed ha alzato la testa. <Lo sa di essere ammalato?> ha detto pacatamente. Gli ho risposto di sì e ho chiesto se era grave. Lui ha riflettuto un istante e si è tolto gli occhiali per guardarmi con gli occhi nudi. <È difficile dirlo, ma se devo essere sincero, penso che le rimangano da vivere sei mesi>. Quelle parole hanno risuonato nella mia mente come in una stanza vuota. Poi, sul marciapiede, è affiorata una preoccupazione: dovevo dare la notizia ad Anna o tacere? Siamo sempre stati sinceri uno con l altra, e poi lei sa leggere il mio viso e non è facile nasconderle una cosa così grossa. Infine ho deciso di informarla. Camminando sul marciapiede sotto gli aceri è stato come una liberazione. Procedevo leggero e ho provato quasi una feli- 9

10 cità. Ho pensato: <Tra sei mesi tutte le responsabilità saranno finite>. Adesso è marzo. Le giornate hanno allungato il collo e tra qualche giorno i giardini saranno coperti di primule e di pratoline. Mi fa piacere di lasciare il mondo proprio quando c è il trionfo della vita. Ho pensato: <Il sole non risplenderà più per me>. Poi ho fatto un calcolo ed è risultato che dovrebbe succedere a ottobre. A quell epoca la temperatura sarà dolciastra, e il viale, coperto di foglie abbandonate dai tigli e dai platani, non sarà più sotto i miei piedi. Ho fatto un giro un po più lungo per raccogliere le idee. Ma avevo la testa vuota e mi sembrava di essere un meccanismo arrugginito che continua a camminare anche quando ha esaurito la carica. Finalmente mi sono avviato verso casa e da lontano ho riconosciuto il balcone rotondo al secondo piano, dove vivo: è un edificio bianco e in quell appartamento passerò i brevi mesi che mi separano dalla non esistenza. Appena sono entrato Anna mi guarda fisso e poi mi stringe in un abbraccio. Tremava tutta contro il mio corpo. <Com è andata?> mi fa scavandomi lo sguardo. Le faccio: <Ti devo dire una cosa>. 10

11 2 Adesso che di colpo tutto è diventato provvisorio bisogna imparare a lasciar andare: è la cosa più difficile. Ieri ho avuto una vertigine e una statuetta del Buddha della guarigione è andata in frantumi. M è sembrato il segnale che ormai tutto è compromesso. Era di terracotta e ho sentito di aver perduto una cosa importante. Ho raccolto i cocci del manto color porpora, striato di bande dorate, sparpagliati nel bovindo. Staccata dal resto, sotto la libreria, la testa verde del Buddha mi guardava con lo sguardo rivolto lontano, verso la vacuità. Ho provato un dolore e ho capito che devo allenarmi a rinunciare. Poco a poco dovrò abbandonare tutto. Anna mi ha aiutato a raccogliere i pezzi e ha detto: <Se tu scompari, anch io voglio scomparire>. È rimasta in piedi nel bovindo, con un aria eretta. Era bella con il pantalone nero e la camicia color giada. Trasparente, la luce della città di pietra penetrava attraverso le vetrate e rendeva le cose più difficili. Ho detto ad Anna: <Di solito associamo la morte al nero, alla notte, al buio. Questo sole è una contraddizione. Mi fa quasi rabbia>. - Tutto è una contraddizione - ha risposto lei. Anna mi legge nel pensiero. Questa volta ha detto: - La stabilità è solo una apparenza. Non ci si deve fidare di quello che si vede con gli occhi. In ultimo la verità è sempre diversa. Tutto cambia -. Lei è venuta avanti. Io ero fermo. Lei ha alzato un braccio. Io restavo immobile. Lei mi ha carezzato il viso. Quel piccolo piacere mi ha suggerito che anche 11

12 in queste condizioni non è necessario rinunciare a tutto. Allora ho fatto un incursione nei tempi della felicità. Quando stai per svanire nel nulla la memoria ti aiuta a trovare un senso. Soltanto: le cose che facevi allora non sono più possibili, le contempli come un sogno. Con Anna andavamo a Fontanelle, dove un amica aveva preso in affitto una casa sul vallone. Stavamo seduti sotto la veranda per qualche ora a bere birra, con il vallone selvaggio che si stendeva ai nostri piedi. Guardavamo le macchie scure dei boschi e la luce radente del pomeriggio illuminava qualche chiazza di vegetazione nella parte più alta. Romina si nutriva di cose molto generali. La collettività era il suo pane quotidiano ed era fatale che osservasse le cose da un punto di vista politico. Diceva: <Noi giovani non siamo nessuno. È come nascere per sbaglio. Se non ci fossimo sarebbe lo stesso. Niente proprietà, niente lavoro: niente vita. Siamo buoni per compilare qualche statistica. La cosa più umoristica è che ti invitano a consumare: dei gelati o dei pringles. E non è neppure che il potere corrompa. Gli arrampicatori ci arrivano già preparati. Si sono allenati ad arrotondare gli spigoli della coscienza e l hanno ridotta ad una sfera che può essere spaccata e riempita dei contenuti più dubbi. Platone ne farebbe un dialogo. È per questo che emanano un odore così poco invitante>. Anna obiettava: <Eppure ci sono uomini di potere onesti>. <Sì: sono come i semafori verdi che danno il via alle auto. In sé non hanno colpa. Ma lasciano passare le vetture che riempiono di fumo le città>. Anna trovava che Romina esagerava. Adesso credo anch io che quelle discussioni fossero superflue. La 12

13 TV parlava di politica: <Per eluderla> assicurava Romina. <Tanto rumore per nulla; i politici conoscono l arte di parlare senza dire, o perlomeno discutono di cose non essenziali. L essenziale è sempre un miraggio>. Ci si dondolava sulla veranda finché il fresco della sera non piombava sui castagni. Allora baciavamo Romina e rientravamo in città, in cui i rapporti sociali erano rimasti quelli di sempre. Arrivato a casa mi guardo le mani: hanno incominciato a tremare. Di colpo il presente si scaraventa con violenza nel bovindo. La libreria di noce è tutta lì, scarica il peso dei volumi sul pavimento di marmo striato che risponde con una spinta eguale e contraria. Le colonne di cemento reggono il piano di sopra e le tegole verdi del tetto. È un complesso di azioni meccaniche che si svolgono in silenzio. C è una meccanica nel mondo, noi siamo delle componenti. La ficus religiosa rimane inerte sulla cassettiera, con le foglie che l inverno ha reso gialle. Qualcuna ha delle macchie brune, come dei nèi in rilievo sulla pelle. L appartamento è diventato per noi un rifugio, entrando in casa abbiamo chiuso il mondo alle nostre spalle. E adesso siamo con il collo annegato nel presente. Le altre dimensioni del tempo sono scomparse. Non c è più Romina, Fontanelle è fuggita dalla coscienza. Il futuro è inodore e incolore. Le vetrate del bovindo fanno uno schiocco sordo quando verso sera la temperatura cambia. Le pareti portano qualche traccia di pittura in rilievo. Sono delle palline bianche e un segno allungato, come una stella filante, che deve esser caduto dal pennello del muratore. So che fuori il mondo vortica e si compiono assassini, ma qui tutto è calmo e sembra pietrificato. Dev essere passata una Medusa che ha gelato il tap- 13

14 peto con il leone rosso, ha stabilizzato il nostro piccolo mondo provvisorio. Ci sediamo nell attualità, io e Anna. Lei mi guarda con occhi presenti che non arrivano neppure al limite del bovindo. Tutto l esterno è escluso, non esiste più. Non esistono gli assassini, né la fame dei bambini, né il Fondo Monetario Internazionale. Tutto si è ristretto, si è costruito delle dimensioni ridotte e ha perso trasparenza. Il breve corridoio che porta verso la camera per dormire sta. Non saprei trovare un altra parola più rivelatrice. Nell appartamento le cose stanno, sono compatte e hanno l aspetto dell eternità, ma anche Anna sa bene che si tratta di una finzione. Le cose scherzano: si presentano con l aspetto della durata, a sentir loro sono destinate a conservarsi, a offrire un minimo di stabilità: ma con un po di pratica si capisce subito che è una presa in giro. Se le cose fossero sincere, eviterebbero di suggerire la nozione del futuro, di uno scopo: in un certo modo una finalità. In realtà sono sedute su se stesse, si sono accomodate su un cuscino fiorito e non aspettano nemmeno di conservarsi: se gli oggetti hanno un destino, è quello di disgregarsi. Forse dovrei riprendere a scrivere. Ma un uomo che è destinato a morire che cosa può ideare di appetibile? Che erotismo ha da descrivere, per distrarre i suoi lettori? Ci vorrebbe dello slancio vitale, rileggere Bergson e soprattutto provarlo nelle membra. Ma quando parlo di città di pietra, voglio dire che tutti qui abbiamo una storia compatta, offriamo delle resistenze, c è nell aria che scende dalle montagne una viscosità che rallenta ogni movimento. Invece di andare alla scrivania mi porto nel bovindo e guardo fuori. L asfalto della via è di un bel grigio 14

15 cenere, con tutte le auto allineate su un lato e nessuno che passa. Qualche cancello, delle inferriate, finestre con le tapparelle abbassate: tutto indica separazione. In questa parte della via non esistono locali. A ore fisse un vecchio viene a sedersi sul bordo del muretto. Lo portano seduto su un carrello. Lo scaricano, rimangono vicino a lui senza parlare. Lui guarda i muri colorati, si riempie gli occhi di arancione e di bianco sporco, forse ricorda i tempi in cui gli riusciva di camminare. Ogni tanto passa un cane. Ce ne sono di tutti i tipi, alti e bassi, lunghi e corti, bastardi e di razza. In questo momento uno chiazzato di bianco, nero e marrone rimorchia un proprietario lentamente. Si ferma contro una colonna ricoperta d edera per un bisogno corporale. Naviga rasoterra, con il naso a due centimetri dalle lose che ricoprono il marciapiedi. Uomini e cani si assomigliano: il loro volo è basso, sono animali che non conoscono il cielo. In un certo senso mi viene da ridere. I grandi scrittori di questa provincia avevano a portata del materiale di prima mano: una donna dalla voce rauca, delle colline come mammelle, una guerra tra fratelli, la malora, o il confino con gli scarafaggi in casa. Pavese passò l esistenza (stavo per dire la vita: devo fare più attenzione all uso dei termini), passò il suo tempo a odiare la donna dalla voce rauca. Fenoglio da giovane dovette scansare raffiche di mitra nei boschi e passare indenne in mezzo alle occupazioni e ai rastrellamenti. La loro materia era il conflitto: l esistenza come lotteria. In fin di vita non si hanno le forze per rappresentare questa finta pace. Se qui la via è deserta, altrove le piazze brulicano di umanità, di sangue e di collera. Il dramma esplode lontano. Bisognerebbe avere gli occhi a Gaza, le mani a Kandahar e la penna a Nai- 15

16 robi. Quando ne parlo con Anna, lei assume un aria decisa e risponde: <Scrivi per te stesso! Tu sei l universo!>. La sua frase mi colpisce come un rumore improvviso. La verità è che devo prepararmi al grande viaggio. Senza questo, si diventa come un bastoncino, di quelli ossificati che si trovano tra le pietre nel greto del Gesso. Paradossalmente questa viscosità che rende tutto lento e incolla le cose, mi porta un aiuto: abbandonare un mondo del genere sarà più facile. Adesso Anna è glissata in cucina. Preparerà il pranzo della sera. Si ha un bel dire, vivere nel presente. Il futuro è sempre lì, ti spia. Quando credi di essertene liberato, oplà!, compare dietro l angolo e dice a bassa voce: <Sono qui! Ci rivedremo, noi due!>. Personalmente sono convinto che il futuro sia scivoloso, è come un pezzo di sapone. Non appena premi un poco, ti schizza dalle mani e devi raccoglierlo sul pavimento bagnato. È piuttosto il futuro che ci prende. Quando andavamo a San Biagio o ai ritiri della Certosa credevamo di aver afferrato il destino per la coda. Fai una piccola meditazione e ti senti già un signore. <Che pace!> esclamava Anna. Fai dei respiri lunghi, ti senti svuotare. Hai l impressione di esserti purificato. Senti aleggiare sulla tua testa un aria di santità, e immagini di aver intorno alle orecchie un aureola come San Girolamo. Poi i fantasmi del passato ti danno l assalto e ti accorgi di essere, su un livello più alto del tuo cammino, allo stesso punto di prima. Quello che ho appena descritto è un paradosso. In apparenza i paradoxa logos sovvertono il sistema dei benpensanti. Sono pensieri controcorrente. In questo Zenone era un maestro. Ricordate? La freccia 16

17 scagliata da Achille non raggiungerà mai il bersaglio. Perché? Deve prima percorrere la metà del percorso che separa il tiratore dal bersaglio, poi la metà che rimane, ma prima deve viaggiare nella metà di questa metà e così all infinito, nella paralisi del movimento. I paradossi di Zenone servono secondo i filosofi a mostrare la complessità del reale. A mio modo di vedere dimostrano solo i limiti della logica. Qui tutto è paradossale. L economia che dovrebbe risolvere i problemi pratici della gente, li complica notevolmente. Gli uomini che gridano di volere la pace, sono sempre trascinati dal persuasore del momento in qualche forma di guerra. Si nasce per morire. Non si sa se i veri folli sono coloro che vivono nei manicomi o quelli che comandano le stanze dei bottoni. Mi accorgo che questi pensieri sono fatui. Dovrei evitare di pensarli. Mi distraggono dal compito principale e non risolvono nulla. Sarebbe molto meglio sedersi compostamente e aspettare. Si tratta solo di essere pazienti. Non pretendere di conoscere tutto in anticipo, sapere come si svolgeranno i fatti. La virtù richiesta è l adattamento. Essere plastici, lasciarsi manipolare dal destino. Prendiamo Anna, per esempio. Che non stia bene è anche troppo evidente. Lamenta oscuri dolori che i medici non sanno spiegare. Ma lei è allegra. Percorre tutta la casa con un aria di efficienza che sembra sfidare ogni previsione di catastrofe. Adesso è in cucina e canta: Nell'apparenzaenelreale nelregnofisicooinquelloastrale tuttosidissolverà Sullescoglierefissavoilmare 17

18 chebiancheggiavanell'oscurità tuttosidissolverà Bisogneràperforza attraversareallafine la porta dello spavento supremo. Anna ha una voce accattivante. La sofferenza non la spaventa. A volte si piega per il dolore. La prende all angolo dell occhio che diventa spento e piccolo. L iride perde il colore e lei sta piegata sul letto, come se volesse non esserci. Invece è obbligata a esistere, una forza superiore la comanda e lei deve sottostare. Una volta i medici dell ospedale le hanno dato un farmaco che le ha fatto perdere l uso della parola. Sul letto mi guardava con gli occhi pieni di smarrimento e diceva: <Luca, non riesco a parlare. In testa ho i pensieri chiari, ma non riesco a esprimerli>. Ha preferito sospendere il farmaco per conservare, insieme al dolore, la sua personalità. Adesso che ha smesso di cantare, mangiamo. Poi la notte prende il sopravvento, investe il cielo della città di pietra e tutte le forme. Penso che il buio abbia un suo fascino perché contiene l aspettativa della luce. Qui in basso, nella via, i fanali proiettano una specie di nebbia gialla. Sono sospesi sui muri delle case. In alto possiedono una forma a nicchia e a volte le tortore cercano di farci il nido dentro. Arrivano con i rami nel becco e c è un gran trambusto. Poi credo che il calore della lampada sia per loro insopportabile e abbandonano il progetto. Il nero della notte avvolge le forme del mondo e sembra definitivo. Anna e io spegniamo le luci dell appartamento e stiamo acquattati nel letto come piccoli animali nella tana. Lasciamo le ingiustizie del mondo all esterno e per oggi ci abbandoniamo alla leggera oscurità del sonno. 18

19 3 Con Anna discutevamo, appunto, di meccanismi. Era una di quelle giornate eguali in cui nelle città di pietra tutto rotola con la potenza di una macina sorda: acquisti, derivati, traffico, omicidi, il passo delle persone, le abitudini, e tutto sembra acquistare quella regolarità che se non rende felici i cittadini, almeno li rassicura con l apparenza dell ordine. <Il bello del meccanismo è la regola> stava dicendo Anna. <Finché non si forma una bolla> rispondevo io <che manda all aria un gruppo di banche o la vita dei clienti che vanno ai loro sportelli>. <Sì, ma non esiste solo l economia. Guarda la vita fisiologica. Qui tutto sembra essere intelligente: le cellule sanno separare il cibo utile da quello dannoso, cicatrizzano le ferite, ti svegliano di notte se ti viene il mal di pancia>. <Un programma del genere lo riceviamo in eredità dalla natura, che per molti è l espressione materiale del divino> faccio io saccente, senza sapere che cosa stava per capitare. <Anche il karma è un meccanismo> continua Anna. <Lo fabbrichiamo nell incoscienza>. <È una ruota che gira> preciso io <oggi decidi questo, e domani ti succede quello: i risultati si vedono sempre più tardi>. <Nel karma per ogni scelta c è una conseguenza>. <Se agisci virtuosamente avrai effetti virtuosi>. 19

20 <Il karma è infallibile, puntuale come un orologio>. <La legnata che ti capita sulla testa, te la sei procurata tempo prima con un azione che allora ti sembrava giusta>. Qui Anna si interrompe: ha uno sguardo lungo, che sembra scavalcare i tempi. <A questo punto non si può tacere dell errore>. E continua dicendo che l errore, si ritaglia improvvisamente come una figura che sorge di scatto, potente e grandiosa. Sostiene che lo sbaglio grossolano diventa l attore principale sul palcoscenico. E che sono fortunati quelli che imparano a riconoscerlo come errore, anziché attribuirgli le qualità della giustezza come hanno fatto un tempo. Questi esseri fortunati, grazie all errore, acquistano libertà: potranno muoversi d ora in poi accompagnati da un amico e da un fratello che guida i loro passi con la sicurezza e l ambiguità di una Sybilla. <Lo stesso avviene con le omissioni> aggiunge Anna. <Se consideriamo le azioni giuste che avremmo potuto compiere, ma abbiamo evitato di fare, il karma dirigerà le nostre vite nelle città di pietra. Allora l errore diventerà il maestro elementare che ci insegna a leggere il destino>, termino io come un libro stampato. Proprio in quel momento il mio meccanismo deraglia. Avevo preso un pasto copioso, e stavo digerendo con quella pigra soddisfazione che viene dalle viscere che ricevono la loro razione di benessere: il vuoto è stato riempito, gli equilibri sembrano stabili, una contentezza tranquilla si diffonde nella carne. Pioveva quella luce lattiginosa delle giornate in cui l atmosfera è occupata da nuvole chiare, senza 20

21 spessore, e fanno un cielo insipido. Stavo quindi seduto al tavolo di fronte ad Anna. Gli attrezzi di cucina, ancora impregnati dei residui del cibo, suscitavano quella leggera repulsione che provocano l odore e la vista delle vivande ad uno stomaco soddisfatto. Come ad un segnale, arriva nel corpo uno strano sussulto. Poi le membra cominciano a tremare. Era un fatto inaspettato. Il braccio e la gamba di destra, percorsi da onde incontrollabili, non obbedivano più ai miei comandi. Mi ero alzato in piedi, di fronte ad Anna, con l aria imbarazzata di chi ha smarrito la più elementare delle condizioni, quella di essere se stesso. Non c era dolore. Se fossero esistiti degli spettatori, avrebbero visto un uomo ridicolo che agitava una gamba e un braccio come una marionetta. Normalmente una persona sa quello che intende fare. Per questo esistono i muscoli volontari. Era come essere posseduti da un programma estraneo, introdotto di soppiatto nel corpo, che ti comanda. Potevo solo permettere che le cose accadessero. Cercavo di mantenermi calmo, ma la novità era insolita. So che ho pensato: <Sono in balia di forze che non controllo>. L interno del corpo si muoveva a suo piacimento ed ero spettatore delle cose che accadevano. Delle onde - forza otto - attraversavano i due arti di destra e non potevo essere sicuro di niente. Pensavo: <Adesso precipiterò>. Anna chiama il 118. Mi caricano subito sulla barella e mi portano via come un fagotto. L ospedale è vicino e l ambulanza percorre un breve tragitto. Mi fanno camminare avanti e indietro nel corridoio. Intanto lo scompiglio interno era cessato e mi mettono in una 21

22 camera. Io mi lasciavo trasportare, infilare un ago nel braccio sano e rimboccare il lenzuolo. Sono subito stato classificato come TIA. Il medico sembrava competente e aveva un camice bianco. Mi ha guardato senza emozione. Nella stanza c erano due altri come me. Uno dormiva e l altro mi teneva sotto osservazione con l aria di uno spettatore che conosce già il copione. Sono rimasto pochi giorni. La cosa era passata, in apparenza senza lasciare conseguenze se non l idea che ero vulnerabile e non conoscevo il modo per guidare la mia vita. L appartamento era di nuovo bello, con il bovindo pulito e la vista sui prati con le forsizie e i prunus. Anna si mostrava solerte e abbiamo ripreso la nostra vita di gente precaria. Ricordo di aver pensato che per questa volta ero in salvo ma mi rimaneva un tempo limitato anche se internamente mi sentivo tranquillo. Eppure chiaramente qualcosa era cambiato. Ero più fragile e come sottoposto a una forza segreta che poteva disporre di me a suo piacimento. Non sapevo nulla di quello che sarebbe accaduto tra poco e, anziché governare la mia vita, avevo la sensazione di essere preso per mano come un bambino. Anna, che capta con prontezza immediata i miei stati d animo, ha esclamato: <Come sta il mio giovanotto?>. Le ho detto che stavo bene ma mi sentivo nelle mani di qualcosa che prendeva le decisioni al mio posto. Questa della vulnerabilità è una questione recente. In passato ero un uomo spavaldo. Mi gettavo nelle avventure come ci si getta in una pozza del Gesso che conosci bene. Avevo confidenza e mi piaceva leggere Pavese, quando va in barca sul Sangone e la natura è un incanto e la ragazza che è con lui fa la furba. Allora la vita mi pareva un frutto gustoso a 22

23 mia disposizione, che basta mordere per possederlo. Affondavo i denti e mi sentivo piuttosto simile a Walt Whitman. Non c era vallata, o impresa, o traguardo che fossero negati per me. Ero il partigiano Johnny della mia esistenza, sparavo raffiche di idee nelle pagine che scrivevo, mi occultavo nei boschi e preparavo agguati narrativi. Quello della letteratura era il mio vizio personale. Mi pareva che scrivere fosse come creare il mondo. Ero un dio che non si riposava nemmeno il settimo giorno e ogni pagina diventava una carezza sugli occhi del lettore. Scrivere avrebbe aiutato gli altri a distinguere i mulini a vento dalle ingiustizie e io avrei fatto parte della corrente della Storia. In seguito ho scoperto l inerzia degli uomini. È un concetto derivante dalla meccanica che ho studiato da giovane all istituto tecnico. Gli uomini hanno una massa psichica esattamente come i corpi fisici, e questa massa è dotata di peso e di inerzia. Quando li metti in moto possono avviarsi in modo impetuoso e si fermano soltanto se trovano un ostacolo più resistente di loro. Oppure possono continuare nel loro moto rettilineo in virtù dell inerzia, clopin clopant, con la stessa direzione, lo stesso punto d applicazione, la stessa intensità che qualcuno gli ha applicato all inizio del moto. Anche le palle del bigliardo funzionano così. Bisogna solo calcolare la giusta inclinazione, la forza corretta e l angolo più appropriato per farle cadere in buca. L attrito con il panno verde, e l inerzia delle palle ossia degli individui - sono le due costanti che vanno prese in considerazione da ogni giocatore che sappia il fatto suo. In queste condizioni l operazione di scrivere è pressoché impotente. Su tutti si stacca Bertolt Brecht. Ha avuto un senso completo della giustizia e 23

24 di questa bella frase: la dignità dell uomo. Ha scritto parole nobili sul suo futuro. Milioni di lettori le hanno gustate, ma la lotta per la giustizia è scomparsa dalla scena del mondo. Le avevano scambiate per un dessert da consumare alla fine del pasto e addolcire il palato. Adesso il vecchio Brecht si trova in solaio, con la sua poetica razionale, ricoperto da primordiali strati di polvere. La lotta di classe è stata sostituita dalla rivalità tra le diverse categorie del lavoro, le razze o i gruppi tribali. I legami di sangue vengono prima dei diritti della logica. Se l operazione di scrivere non serve a cambiare il mondo, rimane il divertimento. Il libro dovrebbe svagare, far sognare, distrarre un momento dalle complessità del vivere. Ma nel mio caso, che è quello della morte, com è possibile un atteggiamento del genere? Mi trovo nelle stesse contraddizioni di Brecht, su un piano completamente diverso. Se la lotta di classe non riesce, la morte invece raggiunge sempre i suoi obiettivi. Al massimo lo scrittore può portare una testimonianza, esprimere un parere personale che si confonderà con mille altre opinioni. Il mestiere di scrivere, oltre a non essere redditizio, rasenta da vicino l inutilità: stranamente, qualcosa di inutile di cui non si può fare a meno. Avevo uno zio alle Basse. Lui era un meccanico, come Berto ne I paesi tuoi. Aveva cominciato con le macchine agricole e andava nelle vallate a trebbiare. Ma poi si era appassionato per le automobili e aveva costruito una piccola officina. Si chiamava Gervasio e aveva sposato una belloccia della val Grana. Aveva sempre le mani sporche di grasso e girava nelle aie o sugli stradoni sotto il sole d agosto dove c erano macchine da riparare. Il suo paio di baffetti era noto a centinaia di invasati. Era sempre dalla parte del 24

25 cliente e non voleva alzare le tariffe contro il parere delle belloccia che voleva farlo iscrivere al partito fascista per favorirgli la carriera. Gervasio era uno di quei cattolici cristallini che cercano di mettere in pratica il Vangelo. La domenica lavorava alle chiamate urgenti con le mani tra radiatori e motorini d avviamento; ma alle 11 se le puliva dal grasso e andava in Duomo a sentire la messa e non aveva nemmeno bisogno di trasformarsi perché era già onesto. Volevo bene a questo piccolo uomo con le mani capaci di riparare i guasti. Certe giornate di estate mi faceva sedere sul serbatoio della sua Gilera e mi portava su fino a Melle e mi piaceva l odore della benzina cruda che mi entrava nelle narici assetate di novità. Il colle della Lombarda l ho conosciuto così, a cavallo della sua moto in mezzo alle curve nei boschi. Quest uomo che era quasi un santo si ammalò di una malattia insopportabile. La sua prostata era degenerata e Gervasio si attendeva che lo guarissi. Ma a quell epoca io non conoscevo ancora il dolore e davanti a quella carne di martire ero secco e spietato, e sentivo crescere nella mia bocca un sorriso di impotenza e distanza. Gervasio si rotolava come un gatto finito sotto le ruote di un auto, l effetto della morfina terminava presto e io mi sentivo come uno che sfugge al dolore e fa lo spettatore dello strazio di un altro. Lo zio Gervasio mi lasciò in eredità un anello prezioso. È l unica eredità che io abbia mai ricevuto e nel suo solitario diamante brillano le messe cui Gervasio aveva assistito, la sua devozione, l onestà di un piccolo uomo, e la trasformazione del meglio in peggio per un meccanico che non era stato amato dalla moglie belloccia. 25

26 Un giovane crede di essere eterno e ritiene che la morte riguardi soltanto la razza dei vecchi. Lo zio Gervasio mi insegnò che l umiltà non mette al riparo dalla rovina, e più tardi seppi che un santo come Francesco d Assisi aveva conosciuto la malattia e che la vita contiene un lato enigmatico che qualche volta sembra inesplicabile. Da quel momento presi ad osservare la morte quotidiana. Non conoscevo ancora Anna e scorazzavo nelle vallate, a Rossana o Sambuco, in cerca di piaceri. Ne trovavo frequentemente e le mie domeniche erano eccitanti, fatue e vuote. Incominciai a notare gli insetti. Mi sono sempre chiesto a cosa servano i moscerini. Riempiono l aria a nugoli, si riuniscono intorno ai fanali e gli uccelli s incaricano di diminuirne il numero. Cominciai a notare le mosche, che in casa, verso dicembre, la notte muoiono per il freddo. Quella che ti aveva dato fastidio la sera prima, la trovi sul pavimento il mattino dopo, raggrinzita e più sottile, senza peso. La vera scoperta fu il pranzo. Sono sempre stato quello che si chiama un mangiatore forte. Da giovane ero anche un mangiatore di carne. Azzannavo la bistecca con una voluttà che aveva qualcosa di erotico, mi riempivo del suo gusto e mandavo giù gli u- mori della carne che diventavano i miei umori. Un giorno, nel mezzo del pranzo, mi venne in mente il vitello vivo. Lo vedevo saltare nel prato, con gli occhi grandi e dolci, e correre dalla mucca che gli aveva dato la vita per poppare, come io avevo fatto con mia madre. Adesso un pezzo di quel vitello era nella mia bocca, che lo distruggeva provando il piacere sulla lingua e nella pancia. Fu quello che gli psicologi chiamano insight. 26

27 Fino allora avevo catalogato la vita e la morte sotto due rubriche differenti. In un comparto c era la vita bella, con il movimento, il piacere, le novità, le conquiste. Nell altro scompartimento c era qualcosa di lugubre, colorato di nero, il cui odore non era mai raccomandabile e che non conosceva il movimento. Le due scatole erano rigorosamente separate. Se c era una, l altra era assente e viceversa. Si doveva amare la prima e rifuggire la seconda. Adesso, con il brano di vitello in bocca, tutto cambiava. Tra la morte e la vita c era un continuum, l una si trasformava nell altra e la vita non era possibile senza il suo opposto. Scopersi quel giorno che di tutte le coppie di opposti che possiamo concepire, quella che unisce la vita e la morte è fondamentale. Sono come l idrogeno e l ossigeno nella molecola di acqua, e benché differenti compongono la stessa cosa. Non c era soltanto la morte definitiva, ma anche quelle parziali, necessarie alla trasformazione. Studiai che il sangue si rinnova ogni 120 giorni, e certe abitudini tiravano l ultimo respiro per lasciare il posto alle nuove. Così la vita mi apparve illuminata dal cambiamento, e nella nascita di qualsiasi cosa era già annunziata la sua fine. 27

28 4 Tutto avvenne in una di quelle giornate d aprile in cui, dopo il gelo e i candelotti sulle grondaie, tutto ritorna smagliante. Sul viale i tronchi dei platani mostrano le scorze di tre colori e nella città di pietra fioriscono i commerci. La lotta tra gli uomini è mascherata. L utilità personale viene considerata come il bene supremo: come se la morte non fosse un destino comune. Ero indebolito nel corpo dal mio avvicinarmi alla fine ma non vedevo che lo sbocciare di nuova vita nei fiori delle magnolie. C era un andirivieni, un irrompere di freschezza e un partire di cose appassite che, toccato il limite della loro perfezione, esauriscono il loro ciclo vitale. Completamente spossate, abbandonano il campo per far posto ad altri successori: io facevo parte di queste cose in via di dismissione. Il corpo di un candidato alla morte non è ancora completamente spacciato. Sente il piacere della primavera entrare nelle vene, e la bellezza delle montagne, delle nevi, di un fiore color della carne penetra nella pupilla e la tocca con le sensazioni materiali. Le gambe stentano a camminare, il respiro è tortuoso, l energia vitale tende al basso come tutte le cose stagnanti. Ma si avverte il nuovo brio che frizza nell aria e si desidera uscire dall appartamento, per mescolarsi al torrente umano che circola nel greto levigato del Cardo Maior, l asse principale della città di pietra. Sul Cardo Maior la folla è sempre frettolosa: lì ci sono le vetrine, e dentro quei vetri lucidati si esercita il richiamo degli oggetti che fanno tremare i muscoli 28

29 della gola, La saliva scorre a fiotti come nei cani di Pavlov. Le insegne pulsano, il desiderio di comprare e di possedere trema nel sangue. Dal mio punto di vista tutto ciò è insensato. Ma invece ha un senso la freschezza della giovane carne, i passi svelti, quei corpi atletici che inforcano una bicicletta e vincono il colle della Maddalena nonostante il fiato grosso. Loro s incontreranno, quei giovani e quelle ragazze, e scaglieranno i loro figli nella società di mercato. Andranno nei letti e nei prati. Solo adesso capisco l amarezza di Pavese nell essere escluso dalle generazioni. Io a malapena riesco a trattenere per qualche secondo un respiro nei polmoni: e subito devo lasciarlo. Ancora meno si può essere proprietari di una moglie o di un patrimonio. Occorrerà abbandonare il corpo che è l oggetto più caro avuto in eredità, come le bisce fanno nel greto dei fiumi a primavera, quando cambiano pelle. Dopo averlo tanto curato, lo devi gettare come una carcassa inservibile perché non è più possibile usarlo. I giovani non conoscono ancora la necessità di questa rinuncia. Sono eterni. Anna percepiva il tempo come una quantità infinita. Quello umano è invece un tempo illusorio, inconsistente, che passa come un colpo di vento ma è abbastanza lungo per cercare, come accadde a Pavese, di mettere radici in questa terra tra lo Stura e il Tanaro, di abbarbicarsi in lei come in una donna e succhiare la sostanza della vita che ti è concesso di sperimentare. Manca a questi cercatori di radici il senso dell eternità, delle galassie, degli spazi infiniti che vanno aldilà del limite, del confine, di ogni costrizione. Questo era lo stato d animo grandioso che mi impensieriva quando arrivai all Airone. Lì mi a- spettava Dotta. 29

30 L ho conosciuto ai tempi del Parco - su nella valle Pesio - e il contatto con frassini e larici gli ha permesso di guardare oltre la dimensione fisica delle altitudini, dove gli altri vedono solo gipeti, poiane o falchi rossi. Conosce i segreti che non sono scritti ed è sempre stato in bilico, con me, tra l amicizia e le formalità <Ti trovo pallido> mi fa Dotta. <Il fatto è che sto per morire>. Chiunque altro avrebbe cercato di consolarmi. Mi avrebbe detto che il medico si sbagliava, o che le malattie vanno e vengono come i raffreddori. Dotta mi prende sul serio. <Da quanto tempo lo sai?> s informa con l aria di un competente. <Due settimane>. <È troppo presto> mi dà il suo parere. <Vedrai, andando avanti ci sarà un evoluzione. Le cose non rimangono mai eguali a se stesse>. Io guardavo gli specchi, le dorature, i capelli biondi delle signore ai tavolini dell Airone, che si muovevano con una grazia insopportabile. <Forse è meglio uscire> mi fa Dotta che capisce subito le situazioni. C incamminiamo, come un sano che accompagna un debilitato, verso il rondò Garibaldi, c infiliamo dritti nell ascensore che porta alle piscine e ci troviamo in aperta campagna. Qualche corvo saltella. Sono neri. Hanno un aria innocente ma se avvistano una gazza o un piccione lo fanno a brandelli. Penso a tutte quelle morti - moscerini e lucertole, che avvengono ogni giorno all insaputa dei cani - e degli uomini che vanno a prendere una boccata d aria sulla pista. 30

31 La pista ciclabile si stende davanti a noi fino al Borgo, è piena di polvere vecchia. S ingolfa sotto il ponte della Est-Ovest e poi prosegue in mezzo a curve e arbusti. Dappertutto terra in polvere e massi. A volte c è un prato aperto e i leprotti attraversano la pista ma solo al mattino presto: adesso non è stagione. <Hai voglia che ti dica?> fa Dotta. <E credi che sapere possa servire?> dico io risentito. <Sapere fa sempre bene> dice lui. <Sono io che devo morire!> gli faccio di malumore. <Importante è non agitarsi. Quello che chiamiamo morte è solo un breve passaggio. Se sei preparato, tutto va bene>. <E tu come sai queste cose?> gli chiedo insospettito. <Ci sono delle persone che hanno affrontato un pezzo di morte e poi sono tornate indietro. Sono gli indecisi>. <E non avrebbero inventato delle allucinazioni in un momento di pericolo?> faccio io diffidente. <La vera allucinazione è vivere senza coscienza> fa Dotta: e sembra sapere quello che dice. <Allora?> faccio io, impaziente di sapere come vanno le cose. <Quando è venuto il momento dai l ultimo respiro> dice piatto Dotta.. <Questo lo so anch io> Il mio malumore si spande sulla macchia erbosa, arriva agli argini e all acqua che si torce nel fiume. <In tutti i modi: chi lo decide l ultimo respiro? Perché dici dai l ultimo respiro, come se la cosa non ti riguardasse?>. <Hai paura?> mi fa Dotta come se mi leggesse dentro. 31

32 <Mi sento inquieto> dico io <dovrò abbandonare tutto. Anna, l appartamento, la città dove sono stato un animale felice >. <E poi c è il salto nel buio: che ne sarà di me? Mi dissolvo? Entro nel nulla?>. <Si e no> risponde Dotta sibillino. <Il momento dell ultimo respiro lo decidi tu, prima di nascere>. <E allora perché la gente non sceglie di vivere il più a lungo possibile? Diciamo 200 anni?>. <Perché dall altra parte c è il senso della giustizia>. <C è una comprensione globale delle cose. Qui le cose le vedi da solitario, come se tu fossi l unico a vivere>. <Vorrei sapere se mi dissolvo e divento nulla> insisto piccato. <Il tuo corpo fisico si degrada. L energia non materiale invece continua a vivere. Si tramanda di vita in vita in un corpo nuovo: si tratta di imparare a sdoppiarsi>. <Di : vuoi farmi vivere un altra volta?>. <Non una, ma centinaia di volte> assicura Dotta. Ha una sfrontatezza inaudita. <Allora mi toccherà cominciare tutto da capo: concepimento, vita da feto, stritolamento al momento della nascita. Imparare a stare in piedi, correre, riempire i quaderni a scuola, avere i turbamenti del sesso, passare le notti sui libri di testo, produrre ricchezza per qualchedun altro, generare, ammalarsi, invecchiare, dare l ultimo respiro Tutto ciò all infinito >. Qui Dotta tace. Camminiamo fianco a fianco sulla pista dando qualche calcio a una pietra. Io i miei, di calci, li do con rabbia: vorrei perforare la valle che mi ha generato. Dotta mi ha reso l umore storto. Lo guardo senza farmene accorgere. Si fa presto a dire: lui è l immagine della solidità. Sarebbe capace di an- 32

33 dare di corsa al Borgo e ritornare. Io fatico a muovere un passo. Ha i muscoli e il fiato, è destinato a durare... Poi si ferma. Guarda l acqua. È impetuosa e verde. Vortica, lascia trasparire i sassi del fondo. <Guarda> mi dice <ogni onda dura solo un attimo, lascia il posto a una nuova onda: tutte vanno a finire nella corrente del fiume. Il sole si innalza, poi si abbassa. È una trasformazione continua>. Allora sento montare nel petto la tristezza. Mi comprime i polmoni, li costringe fin quasi a soffocarli, poi sale alla testa. La valle mi gira intorno. Di solito non sono triste, sono un tipo gioioso. Ma adesso le cose stanno cambiando. Dovrò prepararmi. È questo il guaio. Finora avevo goduto di una donna, di una lettura, senza fare preventivi. Amavo, scrivevo, e tutto era naturale. Adesso ho una prospettiva, ma è qualcosa d incerto che si nasconde alla vista. Sento arrivare la malinconia come una nuvola. Guardo la Bisalta ancora coperta di neve, i massi del greto, le betulle, le anse e i pini, le borgate. Tutto questo dovrò abbandonarlo. Nelle ultime settimane mi sono accorto che finora ho funzionato con gli occhi, limitandomi a guardare il mondo, senza mai tentare di cambiarlo. Se guardi una cosa la lasci intatta. Ecco tutto: ho conservato il mondo caldo, come un uovo di cova, con le sue storture. Avrei dovuto toccarlo. Adesso è troppo tardi. Sento l amarezza che sale nella schiena. Si deposita lì, tra le scapole magre come quelle di un ginnasta, mi invade. Sono un grande lago di amarezza di fronte a Dotta che guarda le onde trasparenti. Lui è tranquillo: non deve morire. Ha gli occhi chiari. Per lui tutto è trasparente. Adesso prende un ciottolo grigio e lo lancia nell acqua; ma fa solo un rimbalzo 33

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