Ultimo tango. Credito e lavoro per una ripresa vera. Per tutti

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1 cent 50 DIRETTORE EDITORIALE GIOVANNI COVIELLO Spedizione in A.P. - 45% art.2 comma 20/b legge 662/96 Filiale di Verona Anno 2 nr Sabat0 17 febbraio 2007 Credito e lavoro per una ripresa vera. Per tutti La crescita del 2% del Pil nel 2006 ha segnato il record degli ultimi 7 anni. L'economista Luigi Spaventa su Repubblica del 14 febbraio considera la ripresa ben lungi dall'essere "bipartisan", anzi addirittura sarebbe "apartisan, nel senso che si è manifestata a prescindere dalle vicende politiche e dal calendario legislativo". Alcune riflessioni vanno fatte per capire come consolidare il trend positivo. Intanto le maggiori entrate legate alla crescita vanno utilizzate per ridurre il disavanzo, ma quelle legate al recupero dell'evasione vanno destinate alla riduzione delle aliquote delle imposte, per frenare nuovi fenomeni evasivi e di esportazione all'estero di capitali alimentati dalle nuove normative sul controllo dei flussi dei pagamenti (per alcuni 'da Stato di polizia'). Ma va anche rivista la politica del credito. Secondo "Basilea 2" le banche devono costituire fondi a garanzia degli extra fido con l'effetto di doverli negare a chi li usa per finanziare esigenze momentanee di liquidità, personali o aziendali che siano. Mentre la possibilità che venga abolita la commissione di massimo scoperto elimina sì una fonte di guadagno delle banche giudicata eccessiva dalle associazioni (spesso astratte) degli utenti, ma obbliga le banche a non concedere più scoperti, il cui rischio è ora statisticamente 'pagato' dall'incasso delle commissioni. La ripresa poi è legata anche alla flessibilità dei contratti di lavoro il cui cardine è la legge Biagi, una norma che si vorrebbe limitare, anche in questo caso in base al giusto ma teorico principio della tutela dei lavoratori. Senza flessibilità aumenta il lavoro o cresce solo quello nero? Che si riducano almeno drasticamente gli eccessivi e improduttivi costi dei contratti di lavoro a tempo indeterminato! Insomma servono tasse giuste ma minori, credito controllato ma non negato, lavoro tutelato ma non scoraggiato, per far sì che la ripresa non sia un fenomeno passeggero. O magari drogato dalla statistica che, se qualcuno mangia un pollo e un altro nulla, stabilisce che mediamente viene mangiato mezzo pollo a testa. La nostra società editrice ha fatto un'inserzione per ricerca di personale. Hanno risposto in tanti. In troppi in una Vicenza che aveva il problema opposto. E se la crescita fosse la media fra la ricchezza enorme di pochi e la povertà crescente dei più? Giovanni Coviello 17 febbraio 2007: prima storica manifestazione di massa in città. Fra allarmismi marchiati Br e polemiche sul centrosinistra "di lotta e di governo", il corteo peserà davvero sulle scelte di Prodi? da pagina 6 Foto Luigi De Frenza Ultimo tango Provinciali, politica immobile. Hüllweck in corsa? a pagina 6 Nogara, cronaca di una chiusura annunciata Disagio mentale, vicentini insospettabili "borderline" a pagina 8 "Bitto" e la Minetti, dalle Iene al Palacia a pagina 9 in VicenzaPiù Sport

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3 3 SPECIALE 17 FEBBRAIO 2007 Analisi della temuta connessione fra brigatisti rossi e protesta anti-dal Molin: il pericolo non viene da qui Vicenza non violenza DIALESSIO MANNINO Vicenza violenta? Fughiamo ogni dubbio: no. Ha cominciato il Corriere della Sera a cercare l'allitterazione facile, con un fondo in prima pagina dell'8 febbraio scorso: suonava i tamburi d'allarme contro la "lotta armata", la "radicalizzazione violenta", il "terrorismo". Un intervento "a freddo" che in quel momento non trovava appiglio in un nessun segnale di pericolo (salvo il clamore per la partecipazione al corteo anti-base del "cattivo maestro" Oreste Scalzone, una notizia che poteva tranquillamente finire nell'insuperata rubrica "E chissenefrega" di Cuore). Poi, lunedì 12, la miccia che incendia il già arroventato clima pre-marcia: 15 brigatisti arrestati seguiti da altri 4 due giorni dopo, fiumi d'inchiostro intinto nella paura di un ritorno agli anni di piombo, il ministro Amato che alla Camera indica esplicitamente la manifestazione vicentina come un possibile focolaio di "aggressioni e tensioni". In questo crescendo di cronache e timori su incombenti Vicenza, città di duri e puri? In realtà il più incazzato dei noglobal usa pignatte Foto Luigi De Frenza (www.globalproject.info/aut-it-100.html) tragedie firmate con la stella a cinque punte, Vicenza non c'entra nulla. Stiamo ai fatti. Impensabile che sulle manette scattate ai polsi di una banda di terroristi sia inscritta una premeditata strategia dall'alto: Ilda Boccassini, Guido Salvini e Armando Spataro sono magistrati integerrimi e specchiatissimi, se hanno ordinato il blitz in quel giorno LETTERE non c'è dietrologia che tenga. Sostenere il contrario significherebbe far passare per buona ogni sorta di demonizzazione obliqua e interessata sull'operato dei giudici, delegittimandoli e s a t t a m e n t e come da dieci anni a questa parte hanno fatto due fra coloro che erano nel mirino di queste nuove Br, cioè Berlusconi e Feltri. Ciò che appare discutibile, almeno leggendo le intercettazioni (e c'era qualcuno che voleva proibirle, ricordate?), è l'enfasi mediatica data a gruppi che con le Brigate Rosse originarie hanno giusto in comune il marchio, il frasario illeggibile e le aspirazioni folli. Non la (ahinoi) efficientissima struttura militare, il livello intellettuale, le connivenze diffuse e soprattutto il contesto storicopolitico incendiato da lotte epocali, come erano state il '68 prima e il '77 poi. Non c'è da minimizzare: quello che ha fatto il nucleo guidato da Nadia Lioce, cioè ammazzare il professor Biagi e prima di lui D'Antona, forse avrebbero potuto metterlo in pratica anche questi rivoluzionari fuori tempo (pur essendo finora riusciti ad annerire il portone di una sede di Forza Nuova e a tentare una rapina a un bancomat di Albignasego, peraltro scappando a gambe levate all'allarme attivato da poliziotti appostati pochi metri dietro di loro). Ma non ci sono elementi tali, e men che meno strettamente "vicentini", per isolare in un cordone di insicurezza a apprensione la marcia anti- Dal Molin. Il fatto che 3 degli arrestati, padovani, avessero preso parte alla sfilata del 2 dicembre, e che quella di sabato 17 sia ingrossata dai centri sociali Gramigna compreso, non costituisce indizio sufficiente per criminalizzare i cittadini berici che manifesteranno pacificamente. E qui veniamo al nocciolo: mentre Padova, per la sua storia, ospita un humus favorevole ad aspiranti estremisti assassini, Vicenza è aliena da questo virus. Semplice il perché: la Il comitato viale Milano: "Non vogliamo un centro sociale nell'ex Domenichelli" Egregio Direttore, Faccio riferimento all'articolo a firma di Alessio Mannino del 13 Gennaio: "Centro sociale nell'ex Domenichelli". E' vero che detta area è diventata una "cloaca" come è definita da Sergio Carta che cura gli interessi del proprietario dell'immobile, ma da lì a diventare una nuova base per i noglobal vicentini, come da lui provocatoriamente ipotizzato, non si deve non solo parlarne, ma neppure pensarlo. Vorrebbe dire vanificare i risultati, per altro ancora precari, raggiunti fino adesso nella lotta contro il degrado, la criminalità, lo spaccio di droga, la prostituzione ecc Vanificare anni di impegni, del Comitato appositamente sorto. Petizioni, incontri con i cittadini, con i media, con L'area abbandonata dell'ex Domenichelli in viale Torino l'amministrazione, con le Forze dell'ordine, le Istituzioni. No, non vogliamo e non ci sentiamo di cominciare tutto da capo. Vorrebbe dire prenderci in giro e prendere in giro tutti quelli che in questi anni ci anno dato una mano affinché la zona sia rivalutata: residenti, commercianti, professionisti, e, in particolare le forze dell'ordine e componenti l'amministrazione comunale che hanno recepito le nostre preoccupazioni e che hanno contribuito ai risultati raggiunti. Sono certo che le esternazioni rilasciate dall'architetto Carta, sono solo frutto dell'astio personale che lui ha nei confronti dell'amministrazione attuale per quanto non è ancora stato fatto, ma che non è il suo reale pensiero. Né suo né certamente degli attuali proprietari, che hanno tutto l'interesse alla rivalutazione dell'area, attivandosi in tutti i modi affinché su di essa sia realizzato quanto previsto negli ex piani piruea Ftv, e che fu il motivo da parte dell'attuale proprietà dell'acquisizione dell'immobile. Per la rivalsa su quanto doveva essere fatto e non è ancora stato fatto, ci sono altre strade da percorrere, che non quella di proporre l'area a Pavin e soci. Da non dimenticare che comunque che le attuali coperture sono in eternit e come tale soggetto a bonifica, come appurato di recente anche dall'arpav. Florio Cappon Presidente comitato viale Milano/Torino città del Palladio non è mai stata un campo di scontri ideologici e neppure di una pur minima contestazione di massa, come invece è stato per la città del Santo. Vicenza è vergine rispetto a lotte sociali e politiche, il Dal Molin è la sua prima volta. Qui un falso cigiellino dalla doppia vita sarebbe arduo da scovare, così come un operaio che frequenta un centro sociale di duri e puri. Perché di duri e puri, a Vicenza, non ce ne sono mai stati. Qui il più incazzato dei noglobal usa pentole e pignatte. Non P38. Direttore Editoriale GIOVANNI COVIELLO Direttore Responsabile ROBERTO BERTOLDI Editori PIÙ MEDIA SRL Strada Marosticana, 3 Vicenza & EDIZIONI LOCALI SRL via Nizza, 8 Verona Redazione di Vicenza Strada Marosticana, 3 Vicenza tel Fax Redattori LUCA MATTEAZZI ALESSIO MANNINO ILARIO TONIELLO Redazione sportiva TOMMASO QUAGGIO PAOLO MUTTERLE Collaborano: GIOVANNI MAGALOTTI GIULIANO CORÀ FRANCESCO CAVALLARO REDAZIONE DI VERONA Via Nizza, 8 telefono ; Fax Pubblicità Strada Marosticana, 3 Vicenza tel Fax Stampa Stampato dalla Pentagraph S.r.l. via Tavagnacco, Udine Autorizz.Tribunale C.P. di Verona nr. 736/03 del 29/09/2003 Supplemento della Cronaca di Trento del 3 febbraio 2007 Associato all USPI Unione Stampa Periodica Italiana Iscrizione al Registro Nazionale della stampa n.8857 del

4 4 SPECIALE 17 FEBBRAIO 2007 Decine di migliaia di persone attese a Vicenza per il No alla Ederle 2. Ma il Governo ha deciso. E il movimento rischia di perdere slancio Cosa resterà del 17 febbraio. L'incognita del dopo corteo DI LUCA MATTEAZZI Alla fine il gran giorno è arrivato. Sabato 17 migliaia di persone (trentamila, cinquantamila, settantamila?) manifesteranno per ribadire il proprio No alla nuova base americana al Dal Molin. In una città blindata, sorvegliata da almeno un migliaio di agenti e con le scuole e i musei chiusi, cittadini, comitati, sigle sindacali e associazioni provenienti da tutta Italia daranno fiato alla protesta con un doppio corteo che si snoderà attorno al centro storico. Forse, però, sotto sotto, covano anche loro il timore che una delle più grandi manifestazioni di piazza che la storia della città ricordi possa rivelarsi alla fine una marcia autocelebrativa: "Gli elementi di democrazia e partecipazione sono sempre importanti - osserva al riguardo il parlamentare dell'udeur Mauro Fabris -, ma in questo caso converrebbe concentrare l'attenzione sul tentativo di migliorare il progetto. Il Sì al Dal Molin non è un obiettivo che possa essere modificato: il No non esiste". Per il Governo, infatti, come Prodi, Parisi e Rutelli hanno Le proteste degli studenti (Foto GlobalProject) ripetuto più volte, la decisione è presa, e non si torna indietro. Tutto già stabilito, già concordato, già sottoscritto. E quindi? Negli ultimi giorni l'attenzione di tutti si è concentrata soprattutto sui problemi di ordine pubblico. Con il timore di possibili infiltrazioni di manifestanti violenti, e con l'operazione contro le nuove Br che ha alimentato preoccupazioni ed allarmismi anche per il corteo vicentino, nonostante il precedente rassicurante della manifestazione del 2 dicembre. Ma, in attesa di vedere come andrà la manifestazione, è giusto cominciare a gettare uno sguardo anche sui possibili scenari del dopo corteo: cosa succederà una volta arrotolati gli striscioni e riposte nei cassetti le pignatte della protesta? La sensazione è che la manifestazione, per quanto imponente e partecipata, possa diventare il canto del cigno del movimento No Dal Molin, l'ultima fiammata della grande mobilitazione. Per i comitati e i cittadini portare in strada una fiumana di persone sarà sicuramente una grande occasione per sfogare il malcontento e la delusione nei confronti delle scelte di un Comune e un Governo da cui si sentono traditi; per i partiti del centrosinistra e della sinistra più radicale in particolare, invece, la partecipazione alla manifestazione rappresenta un tentativo di ricucire lo strappo con una loro base elettorale delusa e arrabbiata, dimostrando almeno in strada la loro contrarietà alla base. Con qualche contraddittorietà, come evidenzia il capogruppo di An in consiglio comunale Luca Milani: "Tentano di recuperare l'irrecuperabile: se davvero sono contrari dovrebbero dimettersi". Tutti in strada, dunque. Da lunedì, però, la prospettiva di avere gli americani al Dal Molin potrebbe essere, nei fatti, un po' più accettata: in molti cominceranno a ragionare su come attenuare l'impatto del nuovo insediamento o su come ricavarne i benefici più forti, togliendo forze al No netto e radicale. "La manifestazione sarà un momento di catarsi - osserva il capogruppo dei Democratici di sinistra in consiglio comunale Luigi Poletto -, ma il quadro più realistico è fare i conti con un insediamento che con ogni probabilità si farà. E quindi, pur mantenendo un atteggiamento di netta contrarietà, alla fine bisognerà lavorare per ridurre il danno: so che la gente non vuole sentire discorsi di questo genere, ma non è giusto illudersi". Una prospettiva che l'ala più movimentista e agguerrita del fronte del No, ovviamente, non accetta."quello contro il Dal Molin è un movimento moto motivato - ribatte Olol Jackson dei Verdi (autosospeso) Però L'hanno detto, ripetuto e martellato: alla manifestazione di sabato 17 marcerà la "gente", il "popolo", le casalinghe, i cittadini comuni che si sono fatti movimento contro la militarizzazione del territorio e l'impasse dei partiti (in particolare di centrosinistra). E' stato il mantra dell'inaspettata coppia di fatto Casarini-Variati durante la trasmissione di Lucia Annunziata di domenica 11. Però Però l'organizzazione della sfilata è stata un litigio fra comari, con i comitati, i partiti e la Cgil che partono dall'inps per un corteo tutto loro, e il grosso dei partecipanti che si raduneranno davanti alla stazione Fs (movimenti locali come No Tav, centri sociali, associazioni di ogni colore). Beghe da campanile, si dirà. In realtà nascondono la frattura interna al fronte no Dal Molin, quella fra l'anima movimentista, che fa capo ai Disobbedienti di Pavin, a Cinzia Bottene e a Olol Jackson (che a sua volta rende conto al consigliere regionale dei Verdi Gianfranco Bettin), e l'anima sindacal-moderata, capeggiata dal diessino (autosospeso) Giancarlo Albera e al segretario Cgil Oscar Mancini. Certo che ci sarà il popolo degli elettori traditi e dei cittadini (anche di centrodestra) stufi di subire decisioni sulla propria pelle senza essere consultati. Però già s'intravedono quelle manovre di vertice che fatalmente ingabbiano la protesta fra i particolarismi di centri di potere autoreferenziali e le strategie di futuri candidati in pectore. I "però" sono in agguato. C'erano gli stessi timori anche in occasione del 2 dicembre, ma la mobilitazione è continuata. Anche quello del 17 sarà un momento di rafforzamento della protesta. Anche perché qui cittadini sono disposti a resistere, arrivando fino al blocco dei lavori". Miserie e contabilità 2. Solidarietà. Il 31 gennaio scorso giunge una notizia che nessuno, francamente, si sarebbe mai immaginato: nasce il "Comitato di solidarietà" per i dipendenti Ederle. Il 2 febbraio, nella elegante atmosfera da gran cafè del Garibaldi in piazza dei Signori, ecco una pattuglia di iscritti e fiancheggiatori di Forza Italia ( fra cui il consigliere comunale Granfranco Dori, quello provinciale Nereo Galvanin, il presidente della Bertoliana Mario Giulianati, il consigliere di amministrazione Aim Bruno Carta) presentare l'iniziativa con uno scopo ben preciso: raccogliere fondi a sostegno dei lavoratori della caserma americana, attivando un conto corrente ad hoc. Ora, che il posto degli italiani stipendiati dall'esercito Usa (o dalla aziende che grazie ad esso fanno business) potessero essere in pericolo, lo si sapeva, e anche noi, nel nostro piccolo, lo abbiamo documentato. Ma, con buona pace di chi, nel centrosinistra, ha fino ad oggi ventilato l'ipotesi di un dietrofront del governo, non pare proprio che dopo il sì di Prodi le notti dei dipendenti Ederle possano restare insonni. E allora viene da chiedere: che senso ha agitare ancora lo spettro del rischio occupazionale, quando ormai le cose sono fatte? Ma forse la domanda giusta da porsi è quest'altra: perché Forza Italia, e in particolare l'ala ex socialista degli azzurri, sente così intimo e urgente il bisogno di solidarizzare con gli interessi americani a Vicenza? A.M.

5 5 SPECIALE 17 FEBBRAIO 2007 Giulietto Chiesa, giornalista ed eurodeputato Pse, denuncia la "strategia di propaganda" della lobby filo-americana. E sull'indotto, lapidario: "logica da bottegai" "La nuova base? Pista d'appoggio per la guerra all'iran" DI ALESSIO MANNINO Giulietto Chiesa: "Sostengo l iniziativa del No Dal Molin, ad animarla è gente responsabile" Impegnato da anni nella denuncia di scenari da incubo atomico-ambientale e strategie di dominio dell'impero Usa e del suo Imperatore Bush ("La guerra infinita", 2002; "La guerra come menzogna", 2004), Giulietto Chiesa è un giornalista e uomo politico senza lobby da difendere o fazioni da sostenere. Già corrispondente storico de L'Unità e La Stampa dall'urss, oggi è un parlamentare europeo eletto nella lista "Occhetto-Società Civile", da cui ha poi divorziato per restare da indipendente nelle fila dell'euro-gruppo socialista. Scrive per "Aidem", trimestrale "per la democrazia della comunicazione", e ha fondato Megachip, un'associazione che attraverso Internet fa controinformazione. Sulla questione della base di Vicenza e dei rapporti fra il nostro Paese e Washington Chiesa ha le idee chiare. Anzitutto sgombriamo il campo dall'ideologia: lei è un antiamericano? No, è una sciocchezza, respingo l'accusa in toto. Che senso ha? Come si può essere contro un intero Paese? L'8 febbraio il primo quotidiano italiano italiano, il Corriere della Sera di Paolo Mieli, scriveva in prima pagina "Vicenza uguale violenza". Perché, secondo lei? E' il solito meccanismo per terrorizzare la gente, per impedire la discussione libera fra la gente. L'informazione in Italia, ormai, è degenerata a propaganda. Scriva proprio così: propaganda. Alla vigilia della marcia del 17, sulla stampa locale si è focalizzata l'attenzione su Scalzone, Casarini e i noglobal andando a ripescare il terrorismo anni '70. Quanto sono fondati i timori per violenze di piazza? (L intervista è stata rilasciata prima degli arresti delle BR, Ndr) Ecco un altro esempio di propaganda: anche la stampa locale segue l'onda, ma non c'è nulla di tutto ciò. Io sostengo l'iniziativa del No Dal Molin, perché ad animarla è gente responsabile. Se qualcuno degenererà saranno i soliti provocatori, ma a occhio nudo posso dire che quelli che strillano e gridano al lupo sono amici dei provocatori. A proposito di stampa e propaganda: quanto sono attendibili le informazioni diffuse dagli Stati Uniti sul nuovo insediamento? Possono anche esserlo, ma il punto è quanto ci costano. Cioè quanto ci costa credere alla campagna per far costruire basi che, dati alla mano, paghiamo più degli altri Paesi Nato. Quello che mi interessa è: perché la vogliono costruire? Perché vogliono allargare la guerra. Perché nel mondo c'è una crisi energetica e il gruppo dirigente americano vuole impadronirsi di tutte le fonti di energia. Far costruire la base vuol dire aiutare la guerra. In queste ultime settimane è avvenuta un'escalation di tensioni nella maggioranza di centrosinistra sui rapporti con gli Usa: prima il caso Ederle, poi il voto sull'afghanistan con la lettera degli ambasciatori Nato, infine il caso Calipari. C'è una strategia? Sì, è una strategia della lobby proamericana in servizio permanente attivo che domina la politica italiana e arriva fino ai Comuni. Questi signori non difendono gli interessi nazionali italiani, ma quelli americani. Secondo lei c'è o non c'è un cambio di politica estera fra il governo Prodi e il governo Berlusconi? C'è una pia intenzione che per ora non si è realizzata. Non vedo un cambio di linea, ma un traccheggiamento che offusca la verità. La verità è questa: non siamo obbligati da nessuno a dire di sì, rifiutare il raddoppio non significa cambiare i rapporti all'interno della Nato o uscirne. Siamo alleati a pari diritto. In caso contrario significa che siamo servi. Il movimento anti-base vicentino è stato assimilato a quelli contro la Tav e altre opere sul territorio, in cui avanza una crisi di rappresentanza dei partiti. I partiti hanno logiche che gli elettori non conoscono? C'è una grande crisi di rappresentanza di tutti i partiti, ridotti a un'oligarchia che consolida i propri interessi al di fuori di quelli del popolo. Questa classe politica, questo bipolarismo che è un'indecenza, non rappresenta più nessuno. Basta vedere che in Italia è sorto il più grande movimento pacifista del mondo, slegato dai partiti. Lei ha condannato certe posizioni che da sinistra accettano le servitù militari in una logica di baratto, di do ut des. Però gli Americani portano indotto, dollari, lavoro. Noi non possiamo ragionare con la miopia del bottegaio da quattro soldi sui temi della guerra e della sovranità. Qui bisogna pensare in termini di giustizia internazionale: non ci rendiamo conto che se non cambiamo registro in politica estera ci si riverseranno addosso milioni di persone che scappano dalla povertà e dalla miseria. Sono stato al Forum Sociale di Nairobi, e ho visto in che condizioni disumane vivono là. E' indegno ragionare in termini di quattrini badando al proprio particolare, non si guarda al di là del proprio naso. Padre Alex Zanotelli a Vicenza ha esortato il movimento contro la base a "inventarsele tutte" pur di resistere, facendo l'esempio di un pacifista che con un martello ha spaccato i comandi di due F16 americani. Lei lo criticherebbe per incitamento alla violenza? Guardi, io padre Alex l'ho visto in azione in una discarica in Africa, e ciò che posso dire è solo che gli farei un monumento, perché se c'è un vero non-violento, quello è lui. Cosa direbbe ai favorevoli alla Ederle 2, con in testa il sindaco Enrico Hullweck? Gli direi: signor sindaco, si metta a studiare lo stato del mondo. E' vero che lei rappresenta solo i cittadini di Vicenza, ma è tenuto anche a sapere come stanno le cose nel mondo che oggi pressa alle porte della sua città. Altrimenti non ha il diritto di rappresentare nemmeno i cittadini di Vicenza. E cosa direbbe invece ai politici locali e nazionali dell'unione che sostengono il No alla base e allo stesso tempo il governo Prodi che ha detto Sì, e che partecipano alla marcia? Che pena, mi fanno pena. Il loro problema è che non sanno - e non vogliono - dire la verità. Dopo il 17 cosa succede, secondo lei? Mi auguro che il governo cambi rotta, e se non cambia bisogna andare avanti con la battaglia politica con tutte le forme di resistenza garantite dalla Costituzione. Il governo deve dire no alla guerra americana, deve dire chiaramente, perché è questo che c'è in ballo col raddoppio della base, che non ci facciamo coinvolgere nell'attacco all'iran che, lo so per certo, è in preparazione. E a sorpresa sulle servitù militari dice: "Sarei favorevole a un referendum nazionale" Cattaneo, Sì Dal Molin: "Prodi non ha avuto coraggio, ma ora si muova" Per la giornata del No al Dal Molin a stelle e strisce, il portavoce della causa pro-americana Roberto Cattaneo (dipendente Ederle e capogruppo di Forza Italia in circoscrizione 4) ha il "massimo rispetto". Anzi, dice, "condivido totalmente il loro modo di esprimere il loro dissenso scendendo in piazza". Sottintendendo che qualcosa di simile stanno preparando anche loro del fronte del Sì, che dagli avversari hanno mutuato (anche se con un certo ritardo) l'uso di Internet col blog Tuttavia avete sempre contestato ai fautori del No l'approccio politico-ideologico che si è sovrapposto a quello "urbanistico". Ma cosa c'è di male a far leva sull'opposizione alle guerre americane o alla messa in discussione delle servitù militari? Sono argomenti che non c'entrano con quelli veri, che sono i nostri: salvare il posto di lavoro, l'indotto per la città e il positivo impatto economico che deriverà dal raddoppio. Invece di stare sul terreno concreto dell'impatto, ne hanno fatto una questione di politica internazionale. Non è (anche) una questione di politica internazionale, secondo lei? Guardi, mettiamola così: io sono contrario a un referendum locale, ma sarei a favore di un referendum nazionale su tutte le basi Usa in Italia. Questa è una notizia. Quindi è giusto, per lei, discutere della Ederle 2 in termini di uso militare del territorio per le guerre Usa in Medioriente? Sì, ma a livello nazionale, non locale. Cioè a quel punto si deve uscire dal Patto Atlantico, dalla Nato, rivedere tutto. Dire no a un singolo insediamento non porta automaticamente a rinnegare l'alleanza con gli Usa. Questo non significherebbe essere subalterni? Per dire no ci vuole un governo che, coinvolgendo l'opposizione, abbia il coraggio di farlo. E' legittimo dire di no, anche essendo alleati. Ma allora si fa una scelta politica. Lei crede che l'indotto sia un argomento sufficiente per il sì? Detta in altri termini: valgono più i soldi o le idee? Mah, le idee valide portano anche soldi. Ma io voglio ribadire una cosa: in 50 anni di presenza a Vicenza, degli Americani non ci siamo mai accorti. Ora invece Vero, ma la loro presenza nei 50 anni passati era giustificata dalla Guerra Fredda. Ora da cosa? Eh ma allora, ripeto, si deve fare una scelta politica di rivedere le servitù militari, come c'è scritto nel programma dell'unione. Io voglio tener ferma l'attenzione, però, sulle balle che circolano in giro, come quella sulla pista. E' troppo piccola, ad Aviano invece hanno tutto, continueranno a usare quella. Al Dal Molin ci sarà solo una base logistica. Resta possibile che i soldati vengano trasportati via aereo ad Aviano per poi decollare da lì verso i teatri di guerra. Ma mi risponda alla domanda sui soldi e le idee. Ma per il baratto idee-soldi ora è tardi, si doveva concertare prima, decidere prima la priorità. Mentre Prodi ha perso un sacco di tempo, e ora non venga a dire che non sapeva nulla, ma per favore Nonostante la manifestazione di sabato 17, crede che la vicenda sia chiusa? Massì, certo. La manifestazione serve a far fare ai capi della sinistra radicale quattro discorsetti in piazza, ma non possono certo dire no e bloccare tutto. Il vero problema, oggi, sono i tempi. Gli Americani sono disponibilissimi a contrattare, per esempio sul trasloco dal versante civile a quello militare o addirittura a un altro sito, ma bisogna muoversi. Il Sì al Dal Molin sarà un cavallo di battaglia del centrodestra alle prossime elezioni provinciali? Potrebbe anche esserlo, ma faccio presente che i no e i sì sono trasversali ai due schieramenti. In ogni caso sono convinto che poi ognuno voterà il proprio partito. Il suo, Forza Italia, le ha proposto di candidarsi? Sì, me l'hanno proposto, e molto probabilmente ci sarò. Ma non farò una battaglia sul Dal Molin. A.M.

6 6 INCHIESTA 17 FEBBRAIO 2007 A soli 100 giorni dalle elezioni, tutto fermo nella politica vicentina. Mentre si consumano le faide interne, sullo sfondo resta l'incognita della lista No Dal Molin Provinciali, Hüllweck in campo? Per il Comune si scalda Variati DI ALESSIO MANNINO A 100 giorni dalle elezioni per la Provincia, la politica a Vicenza tace. Non emette un vagito, non scalfisce il vuoto pneumatico di idee, di programmi e di candidature in cui è immobilizzata dallo scorso dicembre. A fine 2006 l'avevamo lasciata trafficare al Centro con l'accordo fra Ppe di Carollo e Udeur di Fabris, e i mal di pancia dell'udc, sempre più insofferente verso gli alleati della Casa delle Libertà. In quei giorni fra Natale e Capodanno il centrodestra era in preda agli spasmi per il duello fra An e Lega Nord (o meglio, Manuela Dal Lago), in lotta per il dominio su Aim e Fiera. Con il primo cittadino Enrico Hüllweck preso tra i due fuochi, impensierito per la tenuta della maggioranza che lo sostiene. Dall'altra parte, il centrosinistra si spaccava fra l'ala ulivista, con Margherita e gran parte dei Ds in avvicinamento ai centristi, e l'ala radicale (Verdi, Comunisti Italiani, Rifondazione, sinistra interna Ds), che subodorava l'esclusione e la conseguente fine dell'unione. Sui commerci e gli scontri del mercato politico si è poi abbattuto il ciclone Dal Molin, che ha avuto due conseguenze immediate: nel campo della CdL, il ricompattamento sotto la bandiera a stelle e strisce, che ha "congelato" per un po' la crisi; su quello dell'unione, l'archiviazione definitiva delle primarie. Che tuttavia si davano già per perse fin da gennaio, dato l'impegno pari a zero infuso dai vertici di Ds e Margherita per realizzarle. Unione, banzai! Oggi questi ultimi in particolare, ma più in generale l'intero centrosinistra, devono fare i conti col cumulo di macerie lasciato dalla questione della base: gli stessi suoi esponenti in privato non fanno mistero che alle provinciali andranno "a morire", kamikaze vittime di un governo amico che ha detto sì all'esercito Usa. Già in provincia la possibilità di vittoria per la compagine prodiana è s t o r i c a m e n t e una "mission i m p o s s i b l e ". F i g u r i a m o c i adesso, svenati come saranno dall'emorragia di voti dei delusi per il Dal Molin. Sbrollini e Doppio esorcizzano il quasi certo tonfo elettorale dichiarandosi sicuri che il malcontento interno si riverserà sull'astensione. Ma questo sembra tanto un pio augurio, una formuletta per non vedere alzare vertiginosamente il lasco che li separerà dal centrodestra. Deus ex machina Bossi Centrodestra che quanto a gatte da pelare non è da meno. Tutti guardavano con trepidazione al congresso della Lega Nord del 28 gennaio, ma l'imprevedibile Bossi ne ha combinata una delle sue: col pugno di ferro del Capo indiscusso, ha commissariato un Carroccio vicentino dilaniato dalle correnti in guerra, indebolendo (ma non esautorando) Stefano Stefani, il vero sconfitto dalle assise. E al contempo assicurando alla Lega la candidatura Il sindaco "medita" sul suo futuro. Tra le poltrone appetibili c'è quella di capo della Provincia Vicenza capitale (sui media) E a marzo il bis di Santoro Da parecchi mesi, sulla grande stampa o sugli schermi televisivi, siamo abituati a leggere di Vicenza come mai prima d'ora. Il tam tam mediatico lo inaugurò l'ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi quasi un anno fa, quando arringò la folla dei piccoli e medi imprenditori veneti contro i vertici confindustriali. Sempre il Cavaliere lo rinfocolò a ottobre, quando in piazza dei Signori mise in fila quasi tutto il centrodestra contro la manovra finanziaria del governo Prodi.. Nel frattempo era scoppiato il caso che tuttora domina le scene, scatenato dalla volontà degli Stati Uniti di raddoppiare il proprio contingente militare riunendo la 173ma brigata aviotrasportata nell'aeroporto Dal Molin. Una vicenda che ha infuocato gli animi della popolazione, e che ha richiamato l'attenzione dell'intero Paese sulla questione delle servitù militari e dei rapporti internazionali con gli Usa. Da ultimo, la scelta della Lega Nord di insediare qui il rinnovato Parlamento della Padania, un chiaro segnale di "ritorno alle origini" volto sia ad allentare il legame con Berlusconi che a recuperare quello con la base in camicia verde, sempre più sfiduciata. Una miscela di eventi e passioni che ha fatto di Vicenza un laboratorio politico nazionale che culmina oggi con la manifestazione del 17 febbraio contro la nuova base Usa, trasmessa in diretta dalla Rai. Uscita insomma dal tradizionale anonimato a cui la relegava lo stereotipo (in buona parte vero) di città di provincia votata al dio Denaro, questa prolungata sovraesposizione potrebbe essere l'occasione per far conoscere una volta per tutte Vicenza al resto della penisola. Fonti giornalistiche riferiscono che a marzo Michele Santoro, al timone del suo "Anno Zero" a breve nuovamente in onda, dedicherà per la seconda volta una puntata al capoluogo berico. Perché non sfruttare l'occasione per mostrare le magagne, i punti oscuri e le verità scomode della ricca ma sempre più insicura Vicenza? Santoro, lo sappiamo, ha le sue idee (e chi non ne ha). Ma ha anche il pregio di sbattere le realtà più crude in prima serata. E di fatti e fattacci, qui da noi, ne può scovare a iosa. Ci permettiamo di suggerirgliene qualcuno: lo scempio urbanistico, la precarietà dilagante, l'inciucismo diffuso, l'informazione semi-monopolizzata, il potere concentrato nelle mani di poche lobby, la droga e la prostituzione come prezzo del benessere, la deindustrializzazione che lascia i capannoni vuoti e il territorio devastato. Problemi vicentini, problemi italiani. A.M. Achille Variati "cavalca l'onda dal Molin" in vista dell'era post-hüllweck alla Provincia. Lo scherma collaudato prevede infatti che a candidarsi per Palazzo Nievo debba essere un leghista, mentre a correre per il Comune capoluogo sia un azzurro. Ora, lo spauracchio di andare da soli agitato dal Senatùr - dicono autorevoli dirigenti di An e Forza Italia - è la solita tattica di alzare il prezzo. E' molto probabile che, commissariata e spaccata, la Lega resterà nel recinto della CdL. Così da mantenere la carica più alta in Provincia, magari dandola all'unico papabile, ossia l'ex segretario Roberto Ciambetti, delfino della Dal Lago. La quale, piazzando un suo uomo sul posto che ha occupato per dieci anni, non avrebbe più interesse a uscire dalla Lega per fondare una lista civica. Hüllweck ci prova Il cappello leghista sul candidato provinciale non va giù ad Hüllweck, che voci di palazzo darebbero per pretendente al trono di Palazzo Nievo. Al sindaco, che dal 2008 sarà ufficialmente disoccupato, non dispiacerebbe fare il grande balzo da corso Palladio a contrà Gazzolle. Ma sa che per ottenere ciò c'è chi deve intercedere per lui presso la Lega, così starebbe bussando ripetutamente alla porta della grande tessitrice di Forza Italia nel Vicentino, l'europarlamentare Lia Sartori (alleata di Stefani). Ma come potrebbe quest'ultimo, che si toglierebbe di torno la Dal Lago o chi per lei, giustificare a Bossi la perdita della Provincia di Vicenza regalandola a Forza Italia? Variati lo stratega Tornando al campo avverso, c'è un altro aspirante "candidato eccellente" che si fa clamorosamente avanti, in questo caso per il posto di sindaco della città. E' Achille Variati, ex borgomastro e oggi punta di diamante della Margherita in Regione. Se il suo attivismo sulla base americana aveva suscitato qualche sospetto, la sua ultima, eclatante sortita al programma di Lucia Annunziata ha tolto ogni dubbio. L'ex dc, il cattolicissimo e scafatissimo Variati, ha duettato col noglobal e piazzaiolo Luca Casarini, sconfessando in diretta nientemeno che il presidente del suo partito, il vicepresidente del consiglio Rutelli. Qui tutti a gridare allo scandalo. Ma il gioco dell'autosospeso Achille è chiarissimo: cavalca la protesta locale finchè questa monta, evitando così, almeno in parte, di perdere la faccia e i voti. E in un secondo momento, quando la fiammata a poco a poco si spegnerà (salvo una virata del movimento anti- Dal Molin sull'opzione Val Susa), tornerà all'ovile, fresco e pulito dall'ondata nera di scontento verso i partiti di governo. Alle elezioni comunali manca pur sempre un anno. E un anno, in politica, è un'eternità. Lista jolly In questo scenario il jolly potrebbe essere rappresentato, neanche a farlo apposta, dal No Dal Molin. Inteso come lista-asilo per i fuoriusciti dal centrosinistra. Ma anche per tutta quella parte di base leghista ormai lontana dal Carroccio, oltre a quegli amministratori civici e a quei comitati cittadini sparsi in provincia che della sinistra e della destra hanno un'uguale repulsione. E' l'idea lanciata per primo dall'ex rifondarolo Emilio Franzina, e a cui sta lavorando la pasionaria dei leghisti duri e puri Franca Equizi. Un progetto che per le provinciali è in forse, anche per l'oggettiva difficoltà di riunire in così poco tempo realtà politiche locali e personaggi fra loro molto diversi. Senza, tra l'altro, un programma elettorale che per ora non sia ridotto al no alla base. Per le comunali 2008 le cose però potrebbero andare diversamente: in città una forza simile è molto più facile da coagulare. Non foss'altro perché l'impatto della nuova Ederle si farà sentire ancora per molto, molto tempo.

7 7 INCHIESTA 17 FEBBRAIO 2007 Con un bilancio da oltre 150 milioni di euro Palazzo Nievo si occupa di strade, scuole e vari servizi Viaggio alla scoperta di un ente che alcuni vorrebbero abolire Serve davvero? Ecco cosa fa e quanto costa la Provincia DI LUCA MATTEAZZI Il dibattito sull'utilità e sulla possibile eliminazione delle Province è vecchio almeno quanto la loro istituzione e, come un fiume carsico, ha attraversato tutta la storia d'italia, riaffiorando con particolare intensità in alcuni momenti. L'ultima volta l'anno scorso, con una campagna del Sole 24 ore che ha riproposto l'annoso dilemma: conviene mantenere in vita oltre 100 amministrazioni provinciali che ogni anno costano allo stato qualcosa come 17 miliardi di euro (praticamente una manovra finanziaria) e che richiedono un piccolo esercito di oltre 4200 politici, con gettoni, stipendi e indennità che pesano per circa 28 milioni di euro. O non sarebbe meglio dividere le competenze e il personale che oggi fanno capo alle Province tra Comuni e Regioni, e mantenere le province solo come sedi locali dello Stato? Il risparmio a livello nazionale, è stato calcolato in modo approssimativo, potrebbe essere di almeno un paio di miliardi di euro all'anno. Inutile dire che nella classe politica la proposta non ha trovato grandi consensi, e che appare improbabile che qualcuno trovi davvero il coraggio di smantellare un sistema consolidato che garantisce posti e visibilità a molti. D'altro canto, è giusto sottolineare come le province stiano assumendo ruoli e competenze sempre più vaste. Ecco le principali. Non solo strade Nella percezione comune la Provincia è spesso un ente "lontano", poco tangibile, con cui non capita quasi mai di entrare in contatto. Tutt'altra cosa, insomma, rispetto al Comune, che rappresenta invece, il punto di riferimento immediato per la vita quotidiana dei cittadini. Le cose, però, stanno diversamente. Un esempio su tutti: la viabilità e i trasporti. Dalla tangenziale sud alle varianti lungo la Pasubio, per arrivare alle maxi rotatorie realizzate in alcuni degli incroci più pericolosi della provincia (i Pilastroni simi anni Vicenza città potrà avere una scuola alberghiera oppure no. Ambiente e territorio La cronaca l'ha messo sotto gli occhi di tutti. Dopo gli interventi che hanno stoppato i cantieri della torre Girardi di Ponte Alto e del rustico della Valletta del Silenzio, è ormai evidente che la Provincia ha un impatto diretto anche sulle scelte Palazzo Nievo, sede della Provincia urbanistiche dei comuni. Senza o gli svincoli della Gasparona, solo per dirne un paio), sono partite da Palazzo Nievo le direttive per molti cantieri stradali attivi negli ultimi anni. Altro settore con grandi numeri è quello della caccia e pesca: è la Provincia a rilasciare tesserini e autorizzazioni, a svolgere gli esami di abilitazione all'attività venatoria, e più in generale a gestire la fauna e la selvaggina. Un insieme di procedure che coinvolge qualche decina di migliaia di vicentini. Non meno importante, il settore scolastico: tutta l'edilizia degli istituti superiori dipende da contare che tocca a Palazzo Nievo, con il ptcp (Piano territoriale di coordinamento), elaborare il quadro generale che dovrebbe dettare le linee di sviluppo del territorio vicentino nei prossimi anni. Sempre la cronaca dei mesi scorsi ha portato l'attenzione sul ruolo della Provincia nella gestione dei rifiuti: è in contrà Gazzolle che si rilasciano le autorizzazione alle attività produttive (scarichi, fumi, rifiuti), che si approvano i progetti per i piccoli e medi impianti di smaltimento rifiuti, e che si tiene sotto controllo la situazione dell'inquinamento quanto viene deciso in contrà nel territorio. E Gazzolle, ed è lì che vanno a bussare le tante scuole con problemi di spazio presenti sul territorio. Allo stesso modo, è la provincia ad effettuare una prima selezione degli indirizzi di studio (quella definitiva tocca alla Regione), e a decidere, ad esempio, se nei pros- sono sempre gli uomini di Palazzo Nievo ad avere il compito di tenere sotto controllo, ed eventualmente sanzionare, le cave e le attività estrattive. Cercasi occupazione disperatamente Last but non least, la Provincia ha Sotto il controllo dell'istituzione c'è anche la caccia e pesca un ruolo di primo piano nel settore del lavoro e della formazione, in cui è attiva con i centri per l'impiego, con i centri di formazione professionale, con la mediazione nelle situazioni di crisi e con numerosi progetti per il reinserimento lavorativo degli operai in mobilità. Un conto da 85 milioni di euro Ma quanto costa gestire e mantenere tutto ciò? Il bilancio 2006 di palazzo Nievo ha fatto registrare un totale di spesa di oltre 157 milioni di euro, a fronte di entrate per 156 milioni e 241 mila euro. Le spese correnti, cioè quelle necessarie per tenere in piedi e far funzionare il tutto, ammontano circa 85 milioni di euro, assorbite in particolare da due voci: il personale (450 dipendenti), che costa 17 milioni di euro e mezzo all'anno, e soprattutto le "prestazioni di servizi, che fagocitano quasi metà bilancio, oltre 44 milioni di euro. Si tratta di una voce generica, in cui rientra praticamente tutto: dalle prestazioni di servizi (il servizio trasporti o il contributo al consorzio Vicenzaè) alle consulenze, dalle spese per il riscaldamento a quelle di cancelleria, per arrivare ai fondi per la cultura e gli spettacoli. Alle spese correnti vanno poi aggiunti gli investimenti, che nel 2006 sono stati di poco più di 50 milioni di euro, concentrati soprattutto su strade ed edilizia scolastica. Dati a confronto È tanto, è poco? A titolo indicativo, ecco alcuni confronti. La Provincia di Treviso, Province a quota 110. Troppe In 140 anni di storia, le province italiane sono praticamente raddoppiate. Nel 1861, quando venne istituito il Regno d'italia, le province erano solamente 59, complice il fatto che Roma, il Veneto, il Trentino e il Friuli non facevano ancora parte della nazione. Nel giro di pochi anni il numero sale a 69, proprio grazie alle "conquiste" ottenute con la terza guerra d'indipendenza, ma è nel periodo fascista che si registra il primo boom di province: nel 1927 ne vengono create ben 17, e un'altra manciata vengono istituite negli anni Trenta, portando così il totale a 94. Da allora la situazione rimane stabile per circa mezzo secolo, mentre prosegue il dibattito sul ruolo di questi enti territoriali. Nel corso dell'assemblea costituente, ad esempio, la commissione dei 75 aveva proposto di articolare lo Stato italiano solamente in regioni e comuni, ma alla fine le province con un territorio simile a quello vicentino (estensione e popolazione sono praticamente identiche) nel 2006 ha avuto spese correnti per 91 milioni di euro (con 100 milioni di entrate), di cui 20 milioni per il personale, ma solo 27 per le "prestazioni di servizi". Dall'altro capo dello Stivale, anche la Provincia di Lecce ha una situazione demografica simile al vicentino: nel salentino però, il personale costa però 26 milioni di euro all'anno (10 in più che a Vicenza), mentre le prestazioni di servizi ammontano a 36 milioni di euro, esattamente la stessa cifra degli investimenti in opere pubbliche. A Perugia, infine, il bilancio 2004 riporta spese correnti per 126 milioni di euro: sul sito dell'ente non è specificato quanto sia destinato al personale e quanto alle prestazioni di servizi, ma i dipendenti del capoluogo umbro sono quasi un migliaio, il doppio che a Vicenza. Riassumendo, quindi, la provincia berica sembra spendere meno di altre alla voce "stipendi", e di più a quella "prestazione di servizi", ma nel complesso rispetta la media generale. Gli edifici degli istituti superiori dipendono dell'ente della Dal Lago salvarono il loro spazio. Di una possibile abolizione si tornò nuovamente a parlare con insistenza negli anni '70, quando entrarono in funzione le Regioni: ancora una volta, però, il dibattito non portò a risultati concreti. Anzi, negli ultimi anni il numero di province è tornato a salire: nel 1992 ne vennero create altre 8 (tra cui Verbano - Cusio - Ossola, Biella e Rimini), nel 2001 la Regione Sardegna ne istituisce 4 e nel 2004 il Parlamento aggiunge le ultime 3 (Monza e Brianza, Fermo, Barletta - Andria, Trani). Il totale è adesso di 110. Un po' troppo, anche perché di alcune si fa davvero fatica a capire l'utilità: la provincia Ogliastra (in Sardegna), ad esempio, ha una popolazione complessiva di appena 58 mila abitanti, e due capoluoghi (Lanusei e Tortolì) che insieme hanno meno residenti di Montecchio Maggiore. Ce n'era davvero bisogno?

8 8 ATTUALITÀ 17 FEBBRAIO 2007 Al Dipartimento di Salute Mentale sempre più numerose le persone depresse, ansiose e disturbate. La causa? Vita iperattiva e troppi stimoli I "pazzi", quelli che si credono Napoleone o che hanno visto la Madonna, non ci sono più. Perché è l'intera società in cui viviamo ad aver perso il lume della ragione. Come dire: un po' matti, potenzialmente, lo siamo tutti. È l'amara conclusione a cui giunge lo psicoterapeuta Raffaello Conti parlandoci del viavai di pazienti nei corridoi del Centro di Salute Mentale di Vicenza: "L'immaginario sociale dominante, cioè la valanga di stimoli e messaggi di cui ogni giorno veniamo bombardati, produce individui disadattati, che non sanno reggere le tensioni nel lavoro, negli affetti, nelle relazioni con il prossimo". Una diagnosi che va al di là dei numeri, pur impressionanti, di persone bisognose d'aiuto: 6628 coloro che hanno richiesto una visita di controllo psichiatrico, 564 quelli in terapia individuale e 952 di gruppo, 624 colloqui con lo psicologo (dati primo semestre 2006). Ciò Vicentini magnagati. E tutti matti DI ALESSIO MANNINO Per spiegare l'estensione a ritmi forsennati dell'asocialità delle persone colpite da disturbi dell'io, la spiegazione dello psicologo Raffaello Conti è duplice. Da una parte, ed è la teoria più in voga, ci sarebbe un "difetto di attaccamento", ovvero una mancata interiorizzazione dell'accudimento materno. In pratica, lo sgretolamento della famiglia, che ha fatto venir meno i "punti di riferimento emotivo-esistenziali", col risultato di allevare figli che pensano solo a se stessi, incapaci di affetti profondi e stabili. Un dramma che ha il suo riflesso anche a livello collettivo, dove il "tessuto urbano, cittadino, della Malattia mentale? Vedi alla voce "normalità" comunità" è labile: non ci si sente più di appartenere e di essere responsabili della propria città o del proprio Paese. Una seconda interpretazione abbraccia per l'appunto l'intera società, "che con le sue continue sollecitazioni, l'iperstimolazione verso una felicità obbligatoria che è pura follia, il messaggio che si può anzi si deve avere tutto con poca fatica", è una fabbrica di individui "deresponsabilizzati, con un senso di colpa distrutto, che non sanno più distinguere i propri limiti, il bene dal male". Cioè una società la cui idea di "normalità" è quanto di più malato ci possa essere. A.M. che fa rabbrividire, infatti, non è tanto la quantità, ma la qualità dei mali che qui vengono curati: "Oltre alla depressione e all'ansia generalizzata, che sono le patologie più frequenti - spiega Conti -, ciò che allarma di più sono i disturbi della personalità: non si riesce più a lavorare, si hanno problemi nei rapporti con l'altro sesso, l'incapacità di avere relazioni sociali". Non si tratta di malattie mentali in senso stretto, precisa, "anche se, per esempio nei giovani, la sregolatezza dei vita, l'abuso di alcol o droga, la promiscuità sessuale, o in generale la fragilità emotiva che si riscontra in tutti i soggetti, possono portare al disturbo più grave, il 'borderline', cioè il disadattamento completo pur se socialmente inseriti". Fenomeni "in costante crescita", sottolinea lo psicologo, che a volte può assumere forme eclatanti come "l'autolesionismo o il tentativo di suicidio (in particolare nelle donne)", oppure può restare nelle penombra di un'apparente vita normale, per poi scatenarsi all'improvviso. Lo stupore e l'orrore che efferati delitti da "buon vicinato" (si pensi ai coniugi assassini di Erba) provocano nelle persone cosiddette "normali", sono anche il frutto indiretto e perverso di quello che Conti chiama lo "stigma sociale" nei confronti dei centri di cura psichiatrica: "Per una radicata ignoranza che è stata superata solo parzialmente, il disagio di chi si presenta qui non è riconosciuto, si pensa ancora che qui sia un posto per 'matti'. E invece a noi si rivolgono persone con problematiche che possono avere tutti". In altre parole: le psicosi, cioè i casi gravi di malattia della mente, continuano ad essere la missione sociale dei 20 medici psichiatri e dei 4 psicologi che lavorano a Vicenza; ma attacchi di panico, nevrosi, e tutti i disturbi che portano l'esistenza quotidiana sull'orlo perenne di una crisi di nervi, sono ormai il problema numero uno. "E stiamo attenti: noi non cristallizziamo la cura nel mantenimento e nell'assistenza, riducendo il servizio alla vecchia funzione manicomiale", fa notare Conti. Nel centro di contrà Corpus Domini si approfondiscono anche le cause, tramite la psicoterapia, che a seconda del singolo paziente avverrà tramite farmaci, colloqui e controlli periodici o cure integrate che possono andare avanti anche anni. Il tutto per la modica spesa di 18 euro circa, il ticket della prima visita. La differenza fondamentale con uno psicoterapeuta privato non sono, però, solo il costo delle sedute, ma anche la possibilità che questi possa rifiutare il caso. Nel pubblico, invece, tutti coloro che fanno richiesta, a seconda della diagnosi, vengono curati. E difatti il limite del servizio di salute men- Il nostro stile di vita facilita i disturbi mentali tale sono le risorse, cioè i dottori a disposizione: a fronte di una domanda crescente di pazienti, a Vicenza ci sarebbe bisogno di potenziare il reparto psicoterapeutico. Ciò che al contrario dovrebbe depotenziarsi, secondo Conti, è la peculiarità tipica del Nord Italia e che nel vicentino trova la sua espressione somma: "L'uomo-tipo iperattivo, superlavoratore, ossessionato dall'avere di più e dal comprare di più, che insegue l'affermazione personale come unico criterio di vita, come minimo si becca l'ansia cronica, ma nel 50% dei casi può arrivare anche ad avere una personalità disturbata". Un utile promemoria per chi adora la religione del lavoro e del guadagno, patologia socialmente accettata nel ricco Nordest. Piccolo vademecum dei servizi psichiatrici Dipartimento di Salute Mentale (DSM): 3 Centri di Salute Mentale: 2 a Vicenza, in contrà Corpus Domini; 1 a Noventa; SPDC: reparto di diagnosi e cura, ospedale S.Bortolo. Ricovero psichiatrico per i malati acuti; Day Hospital: riabilitazione, ospedale S. Bortolo; Comunità Terapeutiche Protette: centri di terapia per periodi più o meno lunghi di assistenza in ambienti "protetti"; Appartamenti Protetti: alloggi di pazienti che conducono una vita autonoma all'esterno, ma assistiti; Servizi di Inserimento lavorativo (SIL): programmi mirati per il recupero dei malati mediante il lavoro, in concertazione con cooperative e aziende.

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