I MIEI PRIMI DIECI ANNI DI VITA

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1 I MIEI PRIMI DIECI ANNI DI VITA 1 Prologo Quella che vi propongo non è la storia della mia vita di attore, autore e capocomico, ma piuttosto un frammento della mia infanzia. Anzi è solo l'inizio, il prologo della mia avventura a partire dal tempo in cui mai mi sarebbe passato per il cervello che quello del teatrante sarebbe stato il mio mestiere definitivo. Ricordo che Bettelheim pediatra, autore di una rivoluzionaria teoria sulla formazione caratteriale ed intellettiva degli individui, diceva: Di un uomo basta che mi diate i primi sette anni della sua vita, lì c'è tutto, il resto tenetevelo pure. Io ho voluto esagerare: ve ne offro dieci più qualche puntata verso la maturità... credetemi, è già fin troppo! Dio: capo dei Capostazione. Tutto dipende da dove sei nato, diceva un grande saggio. E, per quanto mi riguarda, forse il saggio ci ha proprio azzeccato. Tanto per cominciare, io devo dire grazie a mia madre, che ha scelto di partorirmi a San Giano, quasi a ridosso del Lago Maggiore. Sotto la rocca si son scoperti reperti di un tempio romano dedicato a Giano bifronte, dio della guerra, ma guarda caso grande protettore dei fabulatores comicos. In verità non è stata mia madre a scegliere, ma le Ferrovie dello Stato che hanno deciso di spedire mio padre a prestare servizio in quella stazione. Sì, mio padre era un capostazione, se pure avventizio. La fermata di San Giano era così poco importante che spesso i macchinisti la sorpassavano senza manco accorgersene. Tanto che un giorno un viaggiatore, stanco di ritrovarsi scaricato alla fermata seguente, ha tirato il segnale d'allarme. Il treno si è

2 2 ingrippato dopo una lunga frenata arrestandosi nel bel mezzo di una galleria. Un "merci" che lo seguiva è franato addosso al treno bloccato. Non ci sono stati morti, per miracolo. Solo un ferito grave: il passeggero che aveva tirato l'allarme; infatti il disgraziato è stato picchiato da tutti gli altri viaggiatori, compresa una suora. Ma con l'arrivo di mio padre le cose alla stazione di San Giano sono cambiate all'istante. Felice Fo era uno che destava rispetto e soggezione. Quando si piazzava con il suo cappello rosso calcato fino agli occhi, ritto sulla rotaia, brandendo la bandiera da segnale, rossa anche quella, i treni si fermavano tutti... Tutti gli accelerati, s'intende, e anche gli omnibus... che poi in totale erano quattro. Io sono venuto al mondo fra un omnibus ed un "merci", in quella fermata sussidiaria a quattro passi dal lago (Antelacus, è scritto su un reperto romano). Erano le sette del mattino quando mi sono deciso a far capolino fra le gambe di mia madre. La donna che fungeva da levatrice mi ha tirato fuori e sollevato come fossi un pollo, per i piedi. Poi velocissima, mi ha assestato una gran pacca sulle natiche... ho urlato come un segnale d'allarme. In quell'istante transitava l'omnibus delle sei e mezza... che era naturalmente in ritardo. Mia madre ha sempre giurato che il mio vagito aveva superato di gran lunga il fischio della locomotiva. Dunque io ho visto la luce a San Giano per decisione unica delle Ferrovie dello Stato, ma lì son nato solo per l'anagrafe. In verità, per quanto mi riguarda sono venuto al mondo e ho preso coscienza a chilometri un po più in su, lungo la costa del Lago, a Pino Tronzano e qualche anno dopo a Porto Valtravaglia, sulla sponda magra del lago Maggiore. Entrambi sono stati i miei paesi delle meraviglie. I luoghi che mi hanno scatenato le fantasie più pazze e hanno determinato ogni mia scelta futura. Il

3 3 trasloco di tutta la famiglia era stato un'altra volta deciso dalla direzione delle EFFE-EFFE-ESSE-ESSE, compartimento di Milano. Milano! Mi ricordo che la prima volta che ci sono andato è stato con mio padre. Ero molto piccolo e lui doveva andarci per sostenere un esame da movimentista, sperava di venir promosso capostazione di seconda classe, livello C. Ma perché farsi accompagnare in quel viaggio da me, un bambino così piccolo? Ho sempre sospettato che mi volesse con sé per scaramanzia. Tutti in casa, compresi i parenti acquisiti, erano convinti che io portassi una fortuna sfacciata. Infatti io ero nato con la camicia, come si dice, cioè ero uscito tutto avvolto nella placenta di mia madre. Un segnale mitico di buon auspicio. Arrivati a Milano, poco prima di entrare nel grande hangar della Stazione Centrale, il treno ha cominciato a rallentare vistosamente... procedeva a passo d'uomo. Papà Felice - pa Fo, come lo chiamava mia madre - ha abbassato il finestrino e mi ha fatto sporgere fino a mezzo busto: "Guarda lassù" e mi indicava un ponte altissimo issato su centine d acciaio, sotto il quale transitavano tutti i convogli. Una enorme passerella zeppa di fari puntati in ogni direzione. Una serie di cabine di vetro, illuminate da lampade fortissime e colorate. Quella macchina fantastica era sorretta da piloni giganteschi. "Cos'è?" "È il centro operativo da dove si comanda il movimento di tutti i treni, compresi gli scambi e i semafori." In quel momento ero convinto: dentro quelle cabine di vetro, splendenti di luci, ci doveva essere di sicuro Dio, con tutti i Santi dei capostazione. Non avevo dubbi: il Padreterno non era altro che il direttore generale delle FF.SS. Era lui che organizzava tutto il movimento dei ferrovieri, lo spostarsi dei treni, progettava macchine e la nascita dei figli dei capostazione!

4 4 Ma torniamo al nostro trasloco da San Giano a Pino Tronzano. Nel primo trasloco dalla stazione di San Giano a quella di Pino, alla frontiera con la Svizzera, tutti i mobili della famiglia erano stati caricati su un vagone merci. Il viaggio non durava più di un ora e mezza. Mi aveva fatto molta impressione veder smontare i letti e gli armadi. Credevo li stessero spaccando a pezzi e così sono scoppiato in un pianto disperato. Mio padre mi aveva subito tranquillizzato: Vedrai che appena arrivati, li rimetteremo insieme! Ahimé, nel caricare la roba, la stufa di ghisa si era rovesciata dal vagone e si era sfasciata mia madre ha mandato un urlo straziante. Io l ho presa per mano e l ho confortata: Tranquilla, come arriviamo, il papà ri-incolla tutto! Oh, antica fiducia nei padri! Il vagone era stato agganciato al treno sul quale anche noi si era saliti. Quindi, come siamo arrivati a Pino Tronzano, hanno staccato il nostro vagone merci e aiutati da due facchini, mio padre e mia madre hanno cominciato a scaricare i pezzi da rimontare. Io ero letteralmente affascinato da quel posto: la stazione era più grande di quella dov ero nato noi si abitava sopra, al primo piano. Un centinaio di metri più sotto, a picco, c era il lago. Alle spalle montava una parete rocciosa, dentro la quale era scavata una strada che, disegnando un gran numero di tourniché, saliva fino al paese: una cinquantina di case abbarbicate quasi una sull altra come in un bassorilievo della Colonna Traiana. C era una torre antica, un campanile con sotto la pieve e un gran palazzo che ospitava il Municipio, la scuola e pure il pronto soccorso. I facchini e i miei non avevano ancora terminato lo scarico ed ecco che arriva il prete: veniva a darci il benvenuto e a

5 5 benedire la casa con le pareti intonacate di fresco. Con lui c era un chierichetto che mi ha portato subito a vedere dove, dietro la stazione, si trovava un gran recinto con alberi da frutto e molto terreno coltivato; c era anche un pollaio con un fracco di galline e delle gabbie basse con dentro i conigli. Il capostazione che c era prima di noi, non potendo portarseli tutti con sé, ne aveva lasciati gran parte in regalo ai nuovi arrivati che eravamo proprio noi oh, grazie! Il cantoniere guardia scambi, cioè l assistente di mio padre, ci avvertiva che purtroppo galline e conigli ogni tanto riuscivano a scappare fuori dal recinto, cosicché immancabilmente qualcuno di loro finiva sulle rotaie, proprio mentre arrivavano i treni. Ad ogni modo, le povere vittime ferroviarie - o almeno le loro appetitose spoglie - erano quasi sempre recuperabili : bastava decidere per lo spezzatino in umido, così nessuno s accorgeva della gran tranciata. Devo dire che raramente in casa nostra si riusciva a cucinare un pollo o un coniglio intero! Avrete già indovinato che quella nostra stazione si trovava completamente isolata: ci abitavamo solo noi e il cantoniere guardia scambi con sua moglie. Sotto, al fondo della scarpata, sulla scogliera in riva al lago si ergeva la caserma della Finanza con l attracco per una motovedetta e una piccola nave faro chiamata Torpedine. La notte c era un gran silenzio, salvo il batti-batti della pompa che pescava l acqua dal lago per riempire il grande serbatoio che avrebbe rifornito le locomotive in transito, da e per la Svizzera. Mi piaceva moltissimo quel pulsare sembrava il cuore della stazione: calmo e rassicurante. Un altro suono piacevole era quello dello scampanellio che annunciava l arrivo dei treni. Qualche volta il fischio di una locomotiva in manovra mi svegliava, ma subito tornavo ad addormentarmi beato. Posso ben dire d esser cresciuto con lo sferragliare delle ruote dei vagoni in testa,

6 6 con il cigolio delle frenate e nella memoria degli occhi i segnali di luce della torpedine, che sciabolavano sull acqua, cielo e montagne, infilandosi fra le persiane. Essendo noi proprio sulla frontiera c era sempre il problema dei contrabbandieri o dei disperati che tentavano di transitare nascosti nei vagoni merce. Ogni convoglio che facesse sosta veniva perquisito dalle guardie di Finanza e dai carabinieri. Spesso mi svegliavano i segnali dati con fischietti e le grida dei reparti di servizio. Sentivo i botti sferrati sulle fiancate dei vagoni, lo scorrere delle portiere e gli ordini di controllare meglio quel vagone o l altro appresso. Poi un segnale gridato: Tutto a posto!, ero rimasto teso per tutta l ispezione e adesso tiravo un gran fiato. Mi immaginavo sempre un uomo o un ragazzo appesi sotto un vagone che finalmente riuscivano a farla franca e passare di là. Mi riaddormentavo con un gran sospiro sorridendo. Eravamo nel I clandestini di transito erano spesso antifascisti perseguitati che cercavano di raggiungere Svizzera e Francia. Mi ricordo di una notte in cui grida, ordini e uno sparo mi hanno svegliato di soprassalto. Sono andato alla finestra e ho sbirciato di sotto: avevano catturato un clandestino e lo stavano portando giù, in caserma. L indomani ho visto che lo caricavano su un vagone diretto a Luino dove c erano le carceri. Più tardi mio padre mi aveva accennato a sto fatto dei clandestini politici; io ci avevo capito poco, ma quella scena m è rimasta nella memoria indelebile come un tampone scuro. Per incontrare ragazzini della mia età coi quali giocare mi toccava salire fino in paese. Era una scarpinata da gran fiatone si montava di almeno trecento metri letteralmente in verticale. Non è stato difficile far amicizia con quei ragazzini: stavano tutti aggrompiati nella piazzetta della chiesa ed erano piuttosto curiosi di conoscere un foresto come me.

7 7 Parlavano tutti in un dialetto duro, pieno di zeta al posto delle esse, alla maniera degli svizzeri, ma non strascicavano le vocali come nel Canton Ticino. Per saggiarmi, hanno organizzato subito un paio di scherzi piuttosto grevi: mi hanno gettato addosso uno straccio intriso di nafta a cui avevano dato fuoco, proprio nel momento in cui stavo facendo pipì giù dalla scarpata. Fu un miracolo se non mi è andato arrosto il pisello! Per seconda tastata mi hanno infilato nella saccoccia delle braghe un ramarro inviperito, facendosi un sacco di risate da soffocarsi nell assistere al mio sgomento espresso con salti, sgambettamenti e una capovolta che fortunatamente ha liberato il verdone detto ghez. Quei simpatici manigoldi erano quasi tutti figli di contrabbandieri e, particolare piuttosto surreale, il loro capo era il figlio del maresciallo dei carabinieri. In paese c erano anche due ragazzine figlie di finanzieri, ma i loro genitori non gradivano quella compagnia. Gli spalloni, così si chiamano i contrabbandieri che trasportano merce di qua e di là del confine, non avevano come unica professione quella legata al contrabbando. Quasi tutti allevavano capre e pecore, facevano gli spaccalegna e si occupavano di tirar su i muriccioli a secco per trattenere le balze dei campi e dei boschi che altrimenti ad ogni acquazzone sarebbero franati a valle. I finanzieri erano molto tolleranti: sapevano bene che quel faticare degli spalloni non portava loro gran ricchezza ogni tanto però arrivava l ordine di strizzarne qualcuno, tanto per dimostrare che stavano vispi, attenti che si meritavano quella paga da fame. Così ne beccavano un paio una tantum. A me sembrava che giocassero. Vedevo scendere giù alla stazione gli spalloni catturati non avevano ai polsi manco una catena, chiacchieravano con i finanzieri o coi carabinieri come stessero andando a bersi insieme un gotto.

8 8 Mi piaceva tanto andare intorno per i bricchi (così si chiamavano i crinali scoscesi), risalire i torrenti che, precipitando verso la valle, avevano scavato canali fondi arrivando spesso a traforare la roccia nel profondo così da bucare la montagna con orridi, solchi e gallerie. Certo, non ci andavo da solo zampettavo dietro ai ragazzini di Pino di due o tre anni più grandi di me. Il figlio del carabiniere aveva nove anni e, naturalmente, era il capo e la nostra giuda. A sentir lui conosceva ogni canalone, ogni anfratto di quel labirinto infatti, regolarmente ci perdevamo! Una volta ci ha tirati fuori un contrabbandiere che ci aveva sentito gridare, due di noi urlavano disperati. Il contrabbandiere ci è apparso dentro la luce di taglio che filtrava fra una sferzola buia del fosso, come la visione di un santo. Era lo zio di uno dei miei amici e, incredibile coincidenza, si chiamava Salvatore. Io, come vi dicevo, ero il più piccolo della banda perciò mi ha issato sulle sue spalle: di lassù guardavo con una certa alterigia i miei amici. Nella chiesetta di Tronzano c era un affresco che rappresentava il Santo gigante che traghetta il piccolo Gesù di là dal fiume e benedice. Di nascosto, velocissimo, ho abbozzato una piccola benedizione ridendo. Già blasfemo a quell età! Quando siamo arrivati in prossimità del paese, cominciava a far buio. Mia madre preoccupata era salita alla piazzetta di Pino e lì aveva incocciato nelle altre madri che a loro volta erano in attesa dei loro figli, ma non davano segni di angoscia alcuna, anzi, apparivano piuttosto tranquille avvezze com erano a quei ritardi. Infatti, come abbiamo raggiunto lo spiazzo, si sono mosse incontro ai loro ragazzini senza neanche proferire parola. Nessun commento, nessun rimprovero. Mia madre mi ha tirato giù dalle spalle del santo Salvatore, mi ha stretto fra le braccia

9 9 e mi ha chiesto: Hai avuto paura? e io, bugiardo: No mamma, mi sono divertito un sacco!. E lei, abbracciandomi stretto: Oh, come dici male le bugie pover testón mio! (Testón era l appellativo di tenerezza che la mamma mi rivolgeva in ogni occasione). Nel gruppo delle madri c era anche il maresciallo dei carabinieri che, a sua volta, non ha rimbrottato il figliolo lo spingeva solo davanti a sé. Scendendo lungo i tornanti che portano alla stazione, in braccio a mia madre mi sono apparsi, laggiù dove la strada disegnava un grande cerchio, il Maresciallo e il figlio sempre uno dietro l altro il padre sferrava ad ogni passo una gran pedata al ragazzino che zompava come un capretto! Dopo quell avventura, la mamma non vedeva certo di buon occhio che io me ne andassi a sguancia fra i bricchi con quella banda di piccoli landrou. Ma il vietarmelo brutalmente andava contro il suo modo d essere e quindi, sveglia com era, ha trovato uno scamocchio (espediente) di sicuro effetto: quando intuiva che di lì a qualche ora avrei cominciato a scalpitare per effetto del richiamo della foresta, stendeva sul tavolo di cucina una mazzetta di fogli bianchi, rovesciava una quantità di pastelli, matite colorate e, invitandomi all orgia, esclamava: Vai bel testón, spantégami una frappata di belle figure! E io, via che mi buttavo a spantegare colori sul foglio bianco, a rincorrere con giravolte di righe, immagini che montavano una dietro l altra come le avessi stampate nella memoria. Man mano che entravo nel gioco degli incastri e stendevo spazi, piani di colori, mi prendeva uno sballo d incanto. Di lì a poco capitava che arrivassero sotto il portico della stazione i miei piccoli compagni di scarpinata; mi davan la voce di sotto la finestra: Dario - mi avvertiva mia madre

10 10 allora - sono arrivati i tuoi barabba vuoi andare con loro? Doveva ripetermelo una seconda volta manco il fischio del treno mi riusciva di ascoltare tanto ero immerso a capofitto in quel foglio. Non ci vuoi proprio andare, me car testón? - mi ripeteva radiante mia madre - Vuoi che gli dica che non stai bene, che hai un po' di febbre? No, no - rispondevo io a stoppa-parola - se mi dai ammalato, dopo mi sfottono per una settimana: Ehi marcina! Dì che mi hanno portato in Svizzera al matrimonio di mia cugina Tulia. Al matrimonio? Ma com è possibile, Tullia ha poco più di dodici anni?! E va bene - rimediavo io - di che la sposa è sua sorella Noemi lei è già grande! Sì, ma sta per andar suora! E allora dì che ha buttato il velo per sposare il Capitano delle Guardie Svizzere! Le guardie del Papa?! Eh sì, una suora mica si può buttare via col primo che capita! La Svizzera affiorava spesso nei nostri discorsi a parte che proprio di là del lago, sulla sponda grassa del Canton Ticino ci stavano la sorella del babbo con il marito e le figlie, Tullia e Noemi. C era anche un altro cugino, il figlio maggiore, che rappresentava tutto quello che avrei voluto diventare da grande: Bruno si chiamava, era un campione del gioco del calcio portiere del Lugano, organista alla cattedrale di Lucerna, da poco era stato pure eletto rappresentante della Repubblica Elvetica presso il nostro governo a Roma e per finire aveva una fidanzata bellissima con la quale ogni tanto ci veniva a far visita. Il mio papà era il suo zio preferito avevano più o meno la

11 11 stessa età. Fra di loro parlavano di politica, ma lo facevano sottovoce e appena si scaldavano, tanto da non poter più controllare il tono, la mamma li invitava ad uscire: Andate a passeggiare giù fino al lago. Certi discorsi sottili sull acqua scivolano nel silenzio e i più grevi s affogano. Come Bruno e mio padre se ne erano usciti, io facevo di tutto per attirare l attenzione di Bedelià (così si chiamava la morosa di Bruno). Mi piaceva da impazzire con quel collo lungo, le mani morbide e le dita da Madonna e soprattutto quelle poppe tonde! Quando mi accoccolavo sulle sue ginocchia, mi sentivo tutto slanguire, le gote mi sparavano di rosso. Sì, lo ammetto: a me le donne, fin da quando sono venuto al mondo, mi sono subito piaciute da frullar via di testa! Se poi mi ritrovavo con una donna luminosa come Bedelià, con quell odore di fiori e frutta che spantegava dalla pelle Dio, che sbirolate! Fra le sue braccia io la annusavo con una golosia da drogato. Anche mia madre era bella e fresca come e forse ancor di più di Bedelià figurarsi, mi aveva partorito a soli diciannove anni! La mamma è fuori d ogni paragone il profumo di mia madre mi faceva venire l acquolina, la voglia di ciucciare, di impastarmi contro e dentro ogni sua curva o piccola conca. Nelle sue braccia non c era né vento, né calura. Il suo tepore scioglieva ogni paura: ero proprio nel ventre dell universo! Ma tornando a Bedelià, ogni volta che lei e Bruno ripartivano, me ne stavo triste e muto per una giornata intera. Se ne andavano col battello, li accompagnavamo giù all imbarcadero. Il loro viaggio era davvero breve: bastava attraversare il lago. Brissago era lì, di faccia. Restavo sulla passerella d attracco e seguivo il battello che sfumazzava e lasciava indietro una scia spumosa che s assottigliava man mano che quel barcozzo s allontanava

12 12 fino a rimpicciolire Ma non spariva mai: infatti lo vedevo attraccare sull altra sponda. Una volta il maresciallo della Finanza mi ha prestato il suo cannocchiale: come ci ho attaccato l occhio, mi sono visto venir contro il battello e l imbarcadero svizzero. C era anche Bedelià nell immagine poi ho puntato sulle case e i tetti: Beati loro - ho esclamato - che stanno dentro a tutta sta cioccolata e marzapane! Già perché, fin dal giorno in cui sono arrivato a Pino Tronzano, mi hanno fatto credere che di là, in Svizzera, tutto fosse di cioccolata, canditi, pasta di mandorle e strade di torrone! A spararmi sta frottola è stato per primo il radiotelegrafista della Stazione. Mi aveva offerto un quadretto di cioccolato e aveva aggiunto: Come è ingiusta la vita! Noi qui a spiluccare miseri pezzettini di cioccolata e loro, di là, sti svizzeri del cavolo ce ne hanno da buttare, perfino sui tetti! Sui tetti? faccio io. Sì, non li vedi tutti rossi scuri che sono hanno le tegole fatte col cacao pressato! Tegole di cioccolato?! Che fortunati! e ho mandato già una golata di saliva da ingolfarmi. Quel bastardo cacciaballe del telegrafo aveva passato voce al cantoniere, ai finanzieri e ai carabinieri tutti mi davano la baia con sta bufala della Svizzera cioccolatara. Proprio per questo - aggiungevano le carogne - quella si chiama sponda grassa. Se fai il bravo, vedrai che un giorno o l altro pa Fo ti ci porta. Ce l hai il passaporto? No? allora non ci potrai mai andare! Visto che ci ero cascato come un allocco in sta storia della sponda del Bengodi, anche mia madre per non deludermi stava al gioco: Quando la settimana ventura verrà a trovarci Bruno, vedrai che ce ne porterà un sacco di quella fondente!

13 13 Mio padre aveva avvertito subito il babbo di mio cugino, così quando arrivò Bruno per poco non sono svenuto: lui e la sua ragazza sono scesi dal battello e hanno passato la dogana. Io stavo con la mamma sul molo ed ho notato subito che il finanziere aveva ordinato a mio cugino e Bedelià di aprire due pacchi piuttosto voluminosi, ma non riuscivo a capire cosa contenessero. Il finanziere levando alta la voce li ha poi fatti passare commentando: Non sarebbe legale, ma per questa volta chiudiamo un occhio I due fidanzati arrivano finalmente sul molo: ero così emozionato e curioso di scoprire cosa ci fosse in quei due pacchi, che quasi non salutavo la splendida Bedelià. A casa, lassù nella stazione, finalmente si è scoperto l arcano: tolta la carta e tutto l imballaggio è apparsa una tegola, un coppo tutto di cioccolata! L ho staccata dal mio tetto - dice sottogamba Bruno - è per te, car testón, mangiatela tutta con comodo! Ero così stupefatto che non riuscivo manco a respirare: Posso dargli una leccata d assaggio? ho azzardato e tutti in coro: Ma certo! Lecca quanto ti pare. Viva la Svizzera! ha gridato la mamma. Un anno dopo finalmente mi è capitato di poter attraversare il lago per andare a Brissago. Avevo cinque anni scarsi. Ero emozionato come un grillo in primavera. Quando a dottrina il parroco di Pino ci parlava di Adamo ed Eva... del Paradiso terrestre con tutto quel ben di dio... io pensavo alla Svizzera, anzi, al Canton Ticino: là nell eden elvetico stavano gli eletti, qua da noi i peccatori... nel castigo eterno! Mia madre è stata molto cauta nel darmi la notizia del prossimo viaggio nella terra promessa: Forse... fra qualche giorno - diceva buttandola là - se rimettono in

14 14 servizio il battello... andiamo a Brissago dagli zii... forse.... Quella notte ho sognato che avevano di nuovo sospeso la traversata col battello: mio padre s era piazzato sull imbarcadero, fuori dalla grazia di Dio come gli succedeva nelle giornate grame, teneva addosso una coperta tutta ricamata (quella che stava nella nostra casa sul letto grande) e sollevate le braccia al cielo, manco fosse Mosè, sbraitava a tutta voce: Lago bastardo... spalancati e facci passare che la terra promessa ci aspetta! E trak, s alza un gran vento, bolle l acqua come in un gran paiolo e... miracolo: risucchiata dall aria, l acqua monta in cielo, si spacca in due, s apre il mar Rosso... pardon... il lago Maggiore! E noi, la famiglia al completo, seguiti da tutta la gente di Pino-Tronzano, Zenna, Maccagno, via che attraversiamo cantando... mentre le guardie di Finanza, disperate, minacciano: Fermi! Tornate indietro o spariamo! Senza passaporto e visto annesso non si attraversa! Nessuno ci fa caso... anche i contadini dei bricchi e i pastori attraversano con le vacche, con pecore e capre. No... le capre no... è proibito! urlano i carabinieri. Le capre, per tutta risposta, sparacchiano a raffica quei loro stronzetti tondi come biglie di bronzo e via sculettando felici. Ma un Sveglia! Sveglia! mi impedisce di terminare quel sogno fantastico. È la mamma: Siamo in ritardo, alzati che fra mezz ora arriva il battello! Sono così agitato che infilo le braghe al rovescio, due calze nello stesso piede, faccio cadere la tazza col caffelatte bollette sul gatto, dimentico di raccogliere i colori e i fogli da disegno nella mia sacca. Svelto, svelto...

15 15 Il battello lancia il suo segnale d attracco con la sirena. Uscendo dalla galleria la locomotiva fischia a sua volta, ansima la pompa del serbatoio d acqua della stazione. Ecco l attracco. Monta sulla passerella. Ci sei? - Tutti imbarcati? - Si salpa! Vado a prendere posto sulla prua. La mamma mi viene appresso e mi dice: Me car testón... ti devo dare una notizia non tanto bella. Quale notizia? chiedo io senza staccare gli occhi dalla costa svizzera che viene avanti a gran velocità. I tetti di Brissago - continua mia madre - non sono più di cioccolata. Cosaaa?! sbotto io disperato. Sì caro. Il governo svizzero li ha fatti cambiare in massa: ordine immediato per via che tutti i bambini tirando via i coppi per mangiarseli, hanno scoperchiato un fracco di tetti buchi dappertutto così, a ogni acquazzone, ecco che le case si allagavano. Tutti si beccavano raffreddori e polmoniti e soprattutto i bambini golosi stavano tutto il giorno con un mal di pancia da torcersi le budella! Ma come... il cioccolato non da mal di pancia! Dipende... se le tegole son vecchie, marce com erano quelle... Cioccolato marcio? Ma la tegola che mi ha portato Bruno non era vecchia! Perché era la tegola d una casa nuova. Meno male, allora almeno quel tetto s è salvato. No, purtroppo. Qualche notte fa i ladri l hanno rubato tutt intero. Sono scoppiato in un pianto disperato. Maledetti! - ho imprecato in silenzio - Dio maledica tutti i ladri di tetti di cioccolata fresca e gli faccia crollare addosso una montagna di cacao, marzapane e vaniglia bollente!

16 Ero proprio arrabbiato nero. All imbarcadero di Brissago ci erano venuti incontro la zia Maria, che non avevo mai visto, lo zio Francesco Repetti, le due cugine. Ero fuori dai gangheri che non li ho manco degnati di uno sguardo, nemmeno un ciao. Che gli è successo? ha chiesto preoccupata la zia Maria. La mamma ha fatto un cenno di soprassedere: Una tragedia, vi spiegherò poi. ha soffiato sottovoce. Sulla via di casa, siamo passati di fronte a una pasticceria: in vetrina erano esposti cumuli di stecche di cioccolata. Noemi, la cugina maggiore, ci aveva preceduti e ora stava uscendo con un enorme tocco di fondente. Quando me lo ha offerto io l ho accettato, ma l ho guardata severo e sprezzante come dire: Se credete di condirmi via con una beola di cacao secco, vi sbagliate di grosso!. La casa degli zii era in riva al lago; c era perfino una darsena con dentro una barca stretta e lunga: una jole. La mamma ed io eravamo stati sistemati in una stanza grande con il balcone. Accidenti che alloggio! Ho chiesto subito se si poteva andare in barca. A Pino ogni tanto mi facevano salire sulla motovedetta dei finanzieri, ma con quella jole era tutt altra cosa; dire che offrisse un equilibrio precario è dir poco: non potevi spostarti di un centimetro, che subito sballonzolava come impazzita. Mi ci hanno calato per primo; Tullia, sta scatenata pazza, è montata dentro di botto, con uno zompo che per poco non mi ritrovavo sbattuto fuori dalla barca. Salta dentro a piedi giunti anche l altra sorella: una gran sballonzolata! Cade fuori lei, la barca si rovescia e io mi ritrovo scaraventato in acqua a mia volta: Ma la miseria! Io ho solo cinque anni e non so nuotare! Per di più la jole, ribaltandosi, mi cade addosso e mi ritrovo in trappola dentro il guscio, come sotto a un coperchio. Mi sbatto, grido, bevo non so come ma, dal 16

17 17 di dentro, riesco ad attaccarmi alla traversa del sedile. Sento gridare Noemi: Dio! Il bambino dove è finito? E la sorella Sott acqua non c è. Vuoi vedere che è rimasto sotto conca, dentro il guscio? Salta in acqua anche lo zio insieme ribaltano la barca e HOP!, ritorno all aria, sempre abbrancato alla traversa del sedile. Tossisco come un motore ingolfato. Dio che vita dura in sta Svizzera! Quella notte ho sobbalzato non so quante volte nel letto per gli incubi. Meno male che stavo fra le braccia di mia madre che ad ogni sobbalzo mi sbaciucchiava e mi asciugava il sudore di cui ero tutto fradicio. Niente non è niente - mi tranquillizzava - Basta coi brutti sogni! Esci dall acqua, car testón, non c è più né lago né barche. Dormi! E invece, come mi riaddormentavo, a tormentone ecco spuntare acqua dappertutto: pioveva fitto, i torrenti erano gonfi e straripavano, l acqua del lago cresceva, montava fino a uscire oltre la riva su fino alla stazione e i treni sparivano travolti dalle onde. Mia madre fuggiva tenendomi in braccio, s arrampicava su per il sentiero scosceso che raggiunge Pino e poi sale verso Tronzano. Pa Fo ci veniva appresso reggendo sulla testa una gran tinozza in rame per il bagno che poteva servire come barca di salvataggio. Era un sogno quello che ripetevo spesso. Era una specie di diluvio universale. Il lago era ormai immenso come un mare noi si continuava a salire verso la più alta cima della catena del Limidario: era l ultima cima, quella della salvezza! L indomani, come mi sono svegliato, sul grande tavolo della cucina ho trovato una enorme scatola di colori a tempera, un mazzo di pennelli e dei cartoncini su cui dipingere. Non erano giocarelli da bambino, ma roba da professionisti, da pittori veri.

18 Sono per me? ho chiesto speranzoso. Sì! mi ha risposto ridendo lo zio. Quasi non lo riconoscevo: era vestito da soldato una divisa verde, con bordature rosse, stivali e un cappello con la visiera. Zio, vai alla guerra? No, è la mia divisa normale. Non lo sapevi? Io sono il maresciallo capo del Gendarmi del Comune! Mi accorgo solo adesso che ha una gran pistola nella fondina appesa alla cintura. E son tuoi anche quelli? così dicendo, punto il dito verso la parete sulla quale fan bella mostra un trombone e un fucile con il porta-cartucce. Sì, suono nella banda del corpo e questo è il mio fucile di ordinanza. Non toccarlo mai! Quindi afferra dal tavolo la scatola dei colori e rovescia tutti i tubetti sul tavolo: Guarda che meraviglia sono di gran marca: Le Frank. Quando ero bambino ho sempre sognato di avere delle tempere come queste. Sai, io ogni tanto dipingo ancora; hai mai provato a pitturare con colori e pennelli del genere? E così dicendo, spremendo tubetto per tubetto su un gran piatto, mi ha mostrato come si prepara la tavolozza. Ha intinto un pennello in una terra di Siena, mi ha consegnato il pennello, ha riempito una tazza d acqua e, ponendo sul tavolo un cartone, ha ordinato perentorio: Forza! Fammi vedere se sei davvero quel portento che dicono. C era da immaginarselo: emozionato com ero, ho spegasciato colore come capita, capita. La mia idea era di rappresentare l incidente del giorno prima con le cugine che cadono in acqua, la barca che si ribalta, io di sotto nel guscio che mi sbatto disperato. Invece, disastro su disastro, di quella storia non ci si riusciva a capire niente un gran papocchio senza senso. Alle mie spalle, s era formata un ammucchiata di spettatori: c era tutta la 18

19 19 famiglia, mamma compresa, e quattro colleghi gendarmi dello zio, anche loro in divisa con trombe e tromboni tutti che commentavano entusiasti il dipinto e la mia bravura: È un artista! Mai visto un mostro simile! Cos è l arca di Noè? No, è la battaglia navale dei Malpaga contro i Borromeo! Io ero più che convinto che stessero sbroffando elogi a raffica solo per farmi piacere, ma una dozzina di anno dopo, quando già frequentavo l Accademia di Brera, e sono tornato a trovare lo zio Trombone (così lo chiamavano tutti), mi è capitato di rivedere quel dipinto appeso su un muro, addirittura incorniciato. In quel momento mi sono reso conto che era davvero bellissimo: pareva un Kandinsky! Chissà che fotte mi sarei dato allora se ne fossi stato cosciente, ma - per fortuna e disgrazia insieme - il candore e la consapevolezza non abitano mai allo stesso tempo nella stessa persona. Ad ogni modo, quella prima settimana in Svizzera si è rivelata davvero indimenticabile: ero capitato proprio durante la festa dei Cantoni liberi. In piazza c era un vero assembramento di gente in costume: c erano quelli con gualdrappe ricamate d oro e azzurro che recitavano la parte dei duchi tiranni, dietro loro, in corteo, i guerrieri tedeschi, quindi le signore della nobiltà e per finire i patrioti ribelli con Guglielmo Tell e il suo ragazzino. In mezzo alla piazza, contro una parete decorata a bassorilievo a indicare un portale, veniva piazzato in piedi il bambino con una mela in testa. Guglielmo imbracciava una balestra, puntava verso il bimbo ed ecco una donna gridare: No, mio figlio no!! (era la madre, che naturalmente non aveva nessuna fiducia nella mira del marito Guglielmo). Quell urlo serviva, l ho capito anni dopo, a distrarre il pubblico per un attimo dal fissare il piccolo con la mela in capo. Approfittando di quel breve

20 20 spostamento d attenzione, il portale dinanzi al quale stava il bambino, girava su se stesso. Spariva quindi il bimbo vero e appariva un manichino con la stessa dimensione, costume e viso del piccolo protagonista. Solo gli scafati si accorgevano del trucco io a cinque anni non ero ancora scafato! Immediatamente Guglielmo Tell scoccava la freccia che infilzava la poma, urlo del popolo festante, fine del dramma. Ma cosa vuol dire? chiedevo io alla mamma che prima della rappresentazione aveva cercato di raccontarmi la sequenza dei fatti storici. È davvero una schifezza! - Esclamavo io indignato - Sempre noi piccoli ci dobbiamo andare di mezzo! Gesù bambino che nasce in una stalla puzzolente, con il tetto sfondato. Senza stufa né scaldino il fiato di un asino e una mucca e basta così. Erode, chissà perché, lo vuol morto e allora fa sgozzare tutti i bambini del paese manco fossero capretti. Il Padreterno, tanto per far prendere uno spavento al povero Isacco, ordina al padre di mozzargli la testa con una scure. Cosa me ne frega se poi ci ripensa: Alt! Fermi tutti, è stato uno scherzo uno scherzo da Dio! E adesso pure la mela su sto povero ragazzino svizzero, che se Tell sbaglia, gli sforacchia la testa. Lui, il piccolo è il vero eroe, ma nessuno si ricorda nemmeno come si chiami. Tutta la festa è solo per suo padre, sto incosciente che ha accettato la scommessa! A dir la verità, la mia indignazione è durata poco perché all istante ecco venire avanti la banda dei gendarmi a cavallo. M è sfuggito un grido di meraviglia. Fra i suonatori della banda c era anche mio zio, a cavallo pure lui, che pompava in quel trombone con delle spernacchiate che rimbombavano per tutta la piazza. Ero proprio orgoglioso: ai miei occhi, la reputazione dello zio gendarme era montata a dir poco alle stelle!

21 21 La mamma il giorno dopo ha dovuto tornare a Luino e Noemi, per consolarmi un po', mi ha portato con sé al Kinderheim dove lavorava come maestra d asilo. Mi sono ritrovato con una turba di ragazzini, tutti più o meno della mia età. Ma provenivano in massa dai Cantoni del Lemano, quindi svizzeri tedeschi non una parola d italiano. Ho cercato di comunicare in dialetto, ma mi guardavano come un deficiente! Ad un certo punto ci hanno portati tutti quanti in un salone dove faceva gran pompa di sé un organo. Alle tastiere stava seduto un donnone che pareva burro e panna. Ha cominciato a suonare. Appresso c era un altra donna che spingeva con i piedi sul mantice: appleappleapple un suono da cattedrale è uscito dalle canne. I bambini in coro hanno intonato un inno maestoso, la cui aria si ripeteva a crescere con piccole varianti. Intuito l andamento, mi sono inserito nel coro a mia volta dapprima sottovoce, poi, preso coraggio, a piena voce. Scimmiottavo anche le parole, fingendo di conoscerle a menadito: Antzen üt Schivvel mit nem lauben troi wirt chissà che bella storia stavo raccontando. Qualche giorno dopo, lo zio Trombone s è presentato nello spiazzo della casa a cavallo. Noemi con forza mi ha sollevato ponendomi in groppa all animale, anzi, quasi sul collo. Ero fuori di me dalla gioia! Vieni andiamo a Lugano da Bruno ci sta aspettando! Un ora di strada a cavallo, con lo zio gendarme che stralusso di meraviglia! Non si andava per strade normali, ma si tagliava per sentieri, lungo i campi, attraverso i boschi. Ad un certo punto, siamo stati quasi aggrediti da un nugolo di api: lo zio mi ha calzato in testa il suo cappello da gendarme, s è tolto la giacca e mi ha coperto le gambe: Infilaci sotto

22 22 anche le mani. Purtroppo hai una pelle così dolce che le api ci vanno a nozze! Ma sta Svizzera è tutto uno spavento, altro che paradiso terrestre! Per di più, il cavallo punzecchiato da quelle api fameliche s era imbizzarrito, ha sparato un nitrito da carica a lancia in resta, due scalciate e via al gran galoppo! Lo zio cercava di trattenerlo, ma chi tratteneva le api? Ci son venute appresso fin che hanno avuto fiato. Poi evidentemente sono scoppiate e il nostro campione ha cominciato a rallentare tenendo sempre il collo arcuato e trottando proprio da gran vincitore. Non avrei mai immaginato tanta festa da parte di mio cugino che mi stava aspettando davanti alla Chiesa con i suoi amici e Bedelià con tante altre ragazze. Quasi tutte splendide, ma - è inutile dirlo - al par di lei non c era nessun confronto! Perché si va in chiesa? chiedo io. È una chiesa molto speciale, dove si fanno concerti, ci sono anche dei musicisti italiani. Vieni te li presento, sono tutti fuoriusciti. Fuoriusciti? Che vuol dire? Significa che son scappati dall Italia per evitare di finire in prigione. Ah, come quelli che si nascondono nei vagoni in transito a Pino! Dei clandestini, insomma. Ecco, bravo! Gli stessi questi, in particolare, sono in gran parte anarchici. Certo, non sapevo cosa significasse anarchici e non c era manco il tempo di farmelo spiegare: eravamo in ritardo, bisognava dar inizio al concerto. Ho preso allora posto sul più bel seggio del mondo: le ginocchia di Bedelià e per schienale e poggiatesta avevo le sue zinne! Intanto i musicisti stavano approntando gli strumenti: Bruno s era seduto al pianoforte. C erano delle chitarre

23 23 grandi come un uomo (che si chiamavano contrabbasso) e delle grandi trombe ritorcinate, i sassofoni e poi tamburi con piatti e tamburelli di metalli, la batteria insomma e poi trombe più o meno simili a quelle della banda dei gendarmi. Fra i suonatori, c erano anche due neri con una strana chitarra e una donna col violino. Bedelià mi ha spiegato che quel violino si chiamava hot e la chitarra tonda ukulele. Quando mi vieni a trovare al di là del lago? le ho chiesto. Purtroppo sarà difficile. Il Governo fascista ha imposto al nostro di ritirare Bruno dall ambasciata per via delle sue idee un po' sovversive. Avrei voluto chiederle cosa significasse quel sovversive,ma continuava il concerto quindi, zitti e attenti. Non avevo mai ascoltato una musica come quella. All inizio mi è sembrata un po' fracassona, piena di strombazzate perfino stridule, come da pagliacci ma poi mi sono sorpreso a segnare il tempo battendo le mani. Veniva fuori una sgangherata armonia, ma mi piaceva. Come si chiama questa musica? ho chiesto a Bedelià. Jazz - mi ha risposto - e quest altro che sta per iniziare è invece un blues: ascolta, fra poco cantano. Infatti i due neri si son levati in piedi e hanno cominciato a tirar fuori una voce acuta da tromba e poi una tiritera ritmata agitando le braccia e accennando passi di danza. Anche la ragazza del violino s è unita al canto. A sua volta, Bruno ha tirato fuori una voce incredibilmente pastosa e gutturale, proprio da nero. Dopo un po l intera platea era coinvolta da quel canto, pian piano tutti quegli svizzeri così compassati sollevavano le braccia e le muovevano a imitazione di quanto stavano facendo i cantori ghospel sul transetto: battevano mani e piedi e ripetevano in coro i vari refrein. Io di certo non mi rendevo conto, ma in quel momento

24 24 stavo assistendo a una delle prime esibizioni di musica jazz e blues in Europa. Dicono che da bambini i nostri sensi siano sensibili come lastre fotografiche: ogni colore, ogni fremito di commozione resta inciso con inaspettata profondità e precisione. Quell evento avrebbe di fatto segnato il mio modo di ascoltar musica, non accentandola solo come sequenza di note e ritmi, ma soprattutto come gesto e azione collettiva di un rito. Quando, dopo una settimana, sono tornato alla stazione di Pino, mia madre si chiedeva cosa mi fosse successo. Continuavo a raccontare di quello che avevo visto: del mio canto in tedesco, del cavallo imbizzarrito dalle api, del concerto jazz e tentavo di rifare il verso a quei suoni muovendo braccia e gambe come un grillo. Me car testón, - diceva preoccupata mia madre non è che ti hanno drogato o fatto un accidente di fattura da tarantolati?! Acquietati, prendi un po di fiato e soprattutto non raccontare più a nessuno qui intorno dei fuoriusciti anarchici che suonavano e cantavano coi negri: è pericoloso! Eravamo nel 32: io avevo compiuto i sei anni e dovevo andare a scuola. Mio fratello Fulvio ne aveva due meno di me; a detta di tutti, dimostrava un intelligenza esagerata: aveva quattro anni e leggeva e scriveva come un ragazzino della seconda elementare. Per di più, se ne usciva con battute e osservazioni da lasciare interdetti. La scuola elementare di Pino non era molto prestigiosa: c erano solo le prime tre classi e per frequentare le altre due bisognava salire fino a Tronzano che stava a 600 metri di altezza. A Pino c era un unica maestra che insegnava a dieci bambini e sette femminucce.

25 25 Si chiamava Suor Maria, infatti era una suora di San Vincenzo con una cuffia bianca che si annodava sotto il mento. Per me, di sicuro, era come la Grande Madre Terra: ampia, maestosa, dolce e piena di tenerezze per ognuno. Non levava mai la voce né allungava una mano su di noi anche quando ci meritavamo gran pedate nel sedere. Io mi ci trovavo proprio d incanto con Madre Maria, oltretutto ero di certo il suo coccolo preferito, anche se non lo dava a vedere. Forse mi comportavo un po da ruffiano arrivando sempre lassù da lei con qualche fiore che coglievo strada facendo, lungo la scarpata. Un giorno sono arrivato addirittura con un coniglietto che avevo trovato fuori dal recinto, un altra volta ho esagerato: ho trascinato su addirittura un randagio brutto e sporco come un landrou. Suor Maria ogni volta mandava grida di gioia, festosa come una ragazzina non parliamo poi delle espressioni di meraviglia quando le mostravo uno dei miei dipinti; spesso mi incitava a disegnare e colorare in classe, coinvolgendo tutta la scolaresca. La nostra scuola aveva trovato asilo dentro l antico palazzo medievale del Municipio. Fuori, nei corridoi, stavano rinfrescando le decorazioni pittoriche. Dentro uno sgabuzzino, gli imbianchini avevano lasciato i barattoli con le vernici a tempera. Una bambina aveva portato in classe un paio di quelle tolle con relativi pennelli e s era messa a dipingere su un muro, nel frattempo Suor Maria era uscita per un attimo tutti noi ragazzini eravamo scandalizzati: Imbrattare in quel modo le pareti! Vedrai Suor Maria cosa ti dice appena torna! La suora entrava proprio in quell istante, ha osservato quella serie di sberleffi di colore e ha esclamato: Potrebbe essere un idea! Che ne dite di dipingere tutto lo stanzone?

26 26 L abbiamo guardata ammutoliti: Oh Dio, Suor Maria è andata fuori di testa! La ragazzina con un grido trionfante si è rigettata a spantegare colori sulla parete. Dopo un attimo, come formiche scatenate, eravamo addosso ai muri impugnando pennelli che intingevamo nei barattoli di cui avevamo fatto rapina. Quell inverno aveva nevicato più del solito. Per salire alla scuola si dovevano inforcare gli sci. Io e mio fratello Fulvio avevamo imparato a muoverci su quegli aggeggi abbastanza rapidamente. Non si trattava certo di sci come li intendiamo oggi: erano tappelle, cioè tavole di legno scolpite alla bella e meglio che si affrancavano agli scarponi con molle molto rudimentali. Non servivano a fare dello sport, ma soltanto a muoverci senza affondare nella neve. Le racchette erano bastoni di frassino con due cerchietti di vimini infilati sul fondo. Per riuscire a manovrare con quelle tappelle, bisognava possedere un bel talento: noi tutti in quella valle, dovevamo averne a dismisura giacché riuscivamo a lanciarci giù per certe scarpate da far mancare il fiato. Verso febbraio, nessuno se l aspettava, c è stata un altra tremenda nevicata che aveva superato il metro. I camion non transitavano più. Pure la ferrovia era bloccata: una slavina era franata proprio fra le due gallerie di Zenna e la neve intasava anche la via per Luino. Ci si muoveva solo con gli sci e con le slitte. Noi ragazzini non ci si rendeva conto di cosa volesse dire trovarsi completamente isolati; neanche per via lago si poteva raggiungere la costa svizzera o quella di Luino: tirava un vento di maestrale che sollevava onde da marenca tanto che la notte avanti il motoscafo della Finanza aveva perso gli ormeggi e, andando a sbattere contro gli scogli, s era inabissato.

27 27 Per noi era la pacchia: si sciava dappertutto, battaglie con le palle di neve e poi quell avventura di trovarci tagliati fuori ci faceva sentire come naufraghi su un isola deserta. Anche la gente della valle non era preoccupata più di tanto, un po di scorta nei tre o quattro negozi d alimentari c era ancora. Il macellaio inoltre poteva disporre di agnelli e capretti a volontà e soprattutto i contrabbandieri adesso avevano il via libera: i finanzieri di stanza sul confine infatti non erano in grado di muoversi con sufficiente agilità su quella neve, quindi se ne stavano in caserma e gli spalloni coi loro sci fatti in casa andavano e venivano con delle bricolle sulla schiena da affondare perfino la slitta di Babbo Natale con tutte le sue renne. Proprio in quella settimana è circolata la voce che il maresciallo che comandava il presidio dei carabinieri aveva ricevuto l ordine di lasciare il comando e di trasferirsi in altra località. Qualcuno gli aveva tirato il roccolo, come si dice. In poche parole, aveva mandato una lettera al comando di Luino, accusando il povero maresciallo di essere addirittura in combutta con i contrabbandieri e di chiudere un occhio davanti al continuo espatrio di sovversivi e delinquenti comuni braccati dalla giustizia. Una carognata ignobile. In paese tutti erano convinti che la frappata zozza gliel avesse tirata il tenente dei finanzieri. Altri erano certi che la spiata fosse partita dal vice capostazione che veniva da Maccagno tutti i giorni a dare il cambio a mio padre. Quello è un fascio fanatico. avvertiva sempre papà Attenti che ha le mosse di un serpente! Sì, ma deve stare attento anche lui! ribatteva il cantoniere Uno può anche scivolare sotto ad un treno, specie quando c è tutta sta neve! Di lì a qualche giorno, i cantonieri son riusciti a liberare la ferrovia dalla neve, anche un trattore con lo spazzaneve

28 28 era arrivato a ripulire la strada provinciale. Ci trovavamo di nuovo liberi peccato. Così ci c è stato il trasloco: il solito vagone coi mobili smontati, la solita stufa che scivolava giù andando a pezzi. La moglie del maresciallo era molto triste: abbracciava mia madre e tutte le donne del paese che erano scese a salutare. Anche il figlio del maresciallo, Nanni, il nostro capo di scarpignate e di giochi era triste e tratteneva a stento le lacrime. A mia volta sentivo un groppo allo stomaco da piegarmi in due. Ma io sapevo bene che di tutta quella famiglia chi mi sarebbe mancata di più sarebbe stata senz altro la sorellina di Nanni, Beatrice, mia compagna di banco a scuola con quegli occhi neri, grandi che mi rubava sempre le gomme mi pasticciava i disegni mi tingeva il naso con l inchiostro, ma poi, quando si tornava giù alla stazione, ci si teneva per mano e si scivolava finendo a rotolare insieme sul largo ciglio erboso della strada e ci si abbracciava ridendo. Spesso nel rotolare ci prendevamo delle botte pesanti, allora ci si aiutava l un l altra a tirarci in piedi. Io le cingevo la vita, per reggerla lei mi sbaciucchiava. Forse quegli incidenti li provocavamo apposta noi o forse erano addirittura finti! Ma adesso che Beatrice se ne va, con chi rotolerò io lungo la sgaladra a prato? Chi abbraccerò? Chi mi aiuterà a rimettermi in piedi? Gli anarchici van via All improvviso, con il primo viaggio del battello che riprendeva servizio, abbiamo visto arrivare Bruno. Era sceso senza Bedelià. Come mai? Abbracci, sbaciucchi io mi aspettavo almeno una stecca di cioccolata e invece, niente. Qui c è qualcosa che non

29 29 va! ho pensato subito. Lui e mio padre parlavano bisbigliando fitto. Poi l indomani mia madre mi ha preso in disparte e mi ha detto sottovoce: Car testón, il papà ha bisogno un grande favore da te: dobbiamo far arrivare una lettera a uno di quegli amici che tu hai conosciuto a Lugano ti ricordi in quella chiesa? Ah sì, dove suonavano e cantavano musiche da neri! Bravo! Tu devi andare con Bruno di là e io ti cucio una lettera sotto la maglia. A te i finanzieri non guardano di sicuro! Va bene. Non devi aver paura No, non ne avrò. E ho stretto le ginocchia una contro l altra per non far vedere che mi sbattevano per il tremore. Per tutta la traversata sul battello sono rimasto seduto sottocoperta. Vai di sopra con gli altri bambini! - Mi diceva il capo dei marinai Cos è, non ti senti bene? E io: No, è che star di sopra mi viene da vomitare. Soffro il mal di mare. E il marinaio: Peccato uno che sta sul lago e non può manco andare sul battello! Una volta di là, con una corriera, abbiamo raggiunto Brissago. Gli anarchici stavano facendo trasloco anche loro. Il governo italiano s era lamentato con quello svizzero per il fatto che permetteva a dei sovversivi di starsene proprio lì, affacciati alla frontiera: dovevano far fagotto, andarsene fuori dal Canton Ticino e anche dalla Svizzera. Così mio cugino era molto arrabbiato e l ho sentito dire: Bel Paese questo! Pulito, ordinato è proprio il cesso più pulito d Europa! Se la fanno sotto a ogni coglione che sbraga ordini! Dai loro discorsi sono venuto a scoprire che quella non era la prima volta in cui gli anarchici dovevano subire una

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