Per uno sport che aiuta a crescere, 'L Approccio Centrato sull'atleta"

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1 Per uno sport che aiuta a crescere, 'L Approccio Centrato sull'atleta" Loretta Raffuzzi, Nancy Inostroza, Barbara Casadei 1. La dimensione educativa dello sport 1.1. Premessa E' ormai ampiamente riconosciuto come la pratica sportiva possa avere rilevante influenza nello sviluppo del giovane, nel promuovere la sua formazione fisica, psichica, sociale e morale. Lo sport rappresenta un mezzo per sviluppare caratteristiche positive quali la capacità di affrontare e superare difficoltà, la consapevolezza delle proprie possibilità, l'autonomia, l'autostima, l'attitudine a collaborare con gli altri. La pratica sportiva può offrire un contesto educativo che, al pari di altri ambiti quali la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari, facilita il percorso di crescita degli adolescenti promuovendo uno stato di benessere psicofisico e ponendosi come fattore antagonista al disagio, alla devianza, alla tossicodipendenza. Le potenzialità dello sport non si realizzano però in maniera automatica: sono le figure adulte (genitori, allenatori, dirigenti sportivi) e l'esperienza di squadra che fanno sì che l'attività sportiva offra al giovane un contesto educativo efficace. Numerosi studi hanno evidenziato come la qualità dell'esperienza sportiva dei giovani atleti sia fortemente influenzata dall'allenatore, in 1

2 particolare dalla sua personalità e dalle sue modalità di relazione. In età adolescenziale, quando i modelli genitoriali vengono criticati, Distruttore sportivo può facilmente diventare un adulto di riferimento con cui il giovane si identifica e col quale intende relazionarsi anche per problemi o aree tematiche non strettamente connesse con la disciplina sportiva. Per questo è necessario che l'educatore sportivo (definizione questa che meglio esplicita il ruolo dell'allenatore, non riducibile ad una mera competenza tecnica) sia sempre più consapevole dell'importanza che la sua persona può rivestire nella vita del giovane atleta, nella formazione della sua personalità, nella partecipazione alle attività e nella permanenza all'interno del gruppo sportivo. Gli allenatori possono diventare pertanto validi interlocutori nelle azioni di promozione della salute e del benessere degli adolescenti qualora possano beneficiare di un iter formativo specifico che sappia valorizzare e potenziare il loro ruolo: l'educatore sportivo a tal fine deve possedere strumenti che lo mettano in grado di proporsi, in situazioni specifiche e laddove necessiti, come soggetto interlocutore rispetto a varie problematiche giovanili (genitori, scuola, amici, partner, sessualità, droghe). Ciò non tanto perché egli debba fornire risposte specialistiche a problematiche complesse e non di sua competenza, quanto piuttosto perché possa individuare ed accogliere la richiesta di dialogo e di aiuto, ascoltandola, valorizzandola per eventualmente inviarla o accompagnarla nel contesto di competenza Le potenzialità dello sport Praticare uno sport nel periodo dell'infanzia e dell'adolescenza, ma anche in altri momenti del ciclo vitale, comporta una serie di benefici che promuovono il benessere delle persone a partire dalla salute fisica per arrivare alla serenità psicologica e relazionale. Quando un adolescente si misura con i compiti di sviluppo che la vita gli pone davanti, deve saper mobilitare le abilità cognitive, emotive e relazionali a sua disposizione che gli permettono di affrontare, in modo efficace, le sfide e le richieste del mondo circostante. Una crescita tumultuosa caratterizza solo una parte degli adolescenti mentre, per la maggioranza di essi, si osserva una crescita continuativa, senza particolari crisi, o una crescita intermittente, dovuta a difficoltà episodiche. (Offer e Offer, 1975) Nel percorso di crescita i giovani possono godere della presenza di fattori protettivi che li mettono parzialmente al riparo da problemi quali la sofferenza psichica acuta, i comportamenti tossicomanie! e devianti, la marginalità sociale. Lo studio dei fattori protettivi impegna molte delle energie degli esperti di prevenzione primaria e di educazione alla salute poiché l'incremento di questi fattori contribuisce al miglioramento della qualità della vita, alla promozione di relazioni sociali basate sulla solidarietà e alla diffusione di una cultura di pace. 2

3 L'analisi dei fattori protettivi ha portato a distinguerli in tre livelli: individuali, familiari e comunitari. I fattori protettivi a livello individuale sono il possedere un'immagine di sé positiva e competente, la disposizione ottimistica rispetto alla vita, il saper stare insieme agli altri, la riuscita scolastica e professionale, la percezione di poter incidere sugli eventi. A livello familiare sono fattori di protezione l'avere genitori o parenti psicologicamente equilibrati, in grado di dare sostegno, vicinanza emotiva, capaci di offrire valori chiari e possibilità di confronto. I fattori protettivi a livello sociale sono l'inserimento in un contesto ambientale e relazionale sufficientemente sano, il rispetto di norme e codici che regolamentano gli scambi fra le persone e la vita della comunità, la presenza di servizi, l'opportunità di aggregazione e partecipazione attiva alla vita comunitaria. La pratica sportiva, lungi dall'essere una panacea per tutti i mali, ha una valenza pedagogica e sociale così ampia da risultare un elemento di rinforzo di alcuni dei fattori protettivi descritti. Lo sport, infatti, può svolgere un ruolo importante nella costruzione di una positiva immagine di sé, di una disposizione ottimistica verso il futuro, di uno sviluppo del senso di autoefficacia. Può favorire la socializzazione facilitando le relazioni amicali e quelle con adulti capaci di offrire dialogo, comprensione, aiuto. Può infine rendere capaci le persone di rispetto di codici e norme precostituite, di interazioni efficaci con gli altri, di assunzione di ruoli complementari e di reciproco aiuto. Perché le potenzialità dello sport si realizzino è necessario che gli allenatori, i genitori, i dirigenti sportivi, i campioni, i politici, i governi e gli atleti stessi si impegnino a fare della pratica sportiva un insieme di esperienze positive, felici, edificanti. Laddove si realizzi l'incontro ideale tra una società sportiva connotata da un serio impegno etico, con dirigenti ed allenatori motivati al lavoro con i giovani anche sul piano educativo, in un contesto locale attento alle politiche giovanili, è assai probabile che la pratica sportiva sia un fattore di promozione per lo sviluppo fisico, psichico, sociale e morale dei giovani atleti Il rapporto positivo con il corpo Uno dei primi compiti di sviluppo che i ragazzi si trovano ad affrontare quando entrano nella fase adolescenziale è quello dell'elaborazione di una nuova immagine del proprio corpo. La difficoltà principale nell'espletare questo compito è dovuta alla rapidità con cui avvengono i cambiamenti puberali. Il corpo può attraversare momenti di sviluppo disarmonici tali da creare nel giovane un certo livello di insoddisfazione ed un senso di goffaggine. I giovani di età compresa fra i 12 e i 14 anni mostrano più frequentemente di altri la preoccupazione per i cambiamenti corporei in atto e per quello che sarà l'esito finale. Il ritmo e gli scatti di crescita relativi alla statura, alle forme e al peso sono soggetti a forti variazioni da persona a persona, oltre che tra maschi e femmine, e costituiscono un elemento di forte 3

4 impatto nelle relazioni interpersonali. (Cicognani ezani, 2003) II bisogno di una identità corporea soddisfacente, che fornisca un senso di adeguatezza e accettabilità, spinge a fare sul corpo un investimento nuovo e a sottoporlo ad un accudimento esemplare. Tatuaggi, pearcing, jeans tagliuzzati, capelli colorati o rasta possono gratificare la persona che si percepisce più adeguata rispetto ai criteri di bellezza emergenti. Ma quando neanche attraverso monili ed abbigliamento specifici i giovani si percepiscono adeguati allora può arrivare una grande inquietudine. Si passa così dai corpi esibiti ai corpi nascosti, dal look eccentrico agli abiti larghi ed informi, da una cura meticolosa ed ossessiva ad una trascuratezza totale. Il corpo può essere vissuto come un nemico, responsabile degli insuccessi amorosi e relazionali e può diventare il palcoscenico nel quale si palesa il disagio psichico. I disturbi del comportamento alimentare, gli atti di autolesionismo o l'assunzione di droghe sono espressione di una sofferenza profonda che si esprime attraverso la sfera corporea. Anche laddove non ci siano quadri clinici gravi, si possono trovare spesso adolescenti che collocano le loro ansie a livello corporeo e finiscono per attribuire ad un difetto o ad una imperfezione fisica un significato abnorme, arrivando sempre più spesso a richiedere interventi di chirurgia estetica. La pratica sportiva può facilitare un rapporto positivo con il proprio corpo prima di tutto sul piano della cura e dell'igiene. L'atleta viene educato a difendere e potenziare lo stato di salute psicofisico e a vivere il corpo come un amico, un alleato. Lo sport garantisce lo sviluppo dell'apparato muscolo - scheletrico, facilita l'assunzione di regimi alimentari corretti, la ricerca di un peso ideale e l'astensione dall'uso di sostanze nocive alla salute, propone cicli di attività - riposo adeguati ad una buona forma fisica e ritmi di allenamento con una progressione idonea ad evitare un sovra sforzo. Per i bambini può essere molto utile usufruire di una fase preliminare di orientamento sportivo, nella quale svolgere un lavoro globale sul corpo che faciliti uno sviluppo armonico e renda possibile un approccio a tutte le discipline. In età evolutiva la specificità di uno sport deve peraltro salvaguardare sempre il buon funzionamento di tutto l'assetto corporeo. Con la pratica sportiva l'adolescente può imparare a correggere una certa disarmonia dei movimenti e raggiungere un buon coordinamento motorio. Tutte le azioni sportive ben condotte procurano un forte senso di piacere e di soddisfazione che incrementa la percezione di una armonia corporea. L'abilità tecnica nello sport si esprime principalmente attraverso la sfera motoria e dunque la gestione del proprio corpo: i risultati positivi aumentano la percezione di adeguatezza ed il senso di autoefficacia. L'autostima per un neoatleta è basata su una considerazione positiva della dimensione corporea che si realizza qualora egli senta di possedere i requisiti per appartenere alla disciplina sportiva praticata (ad esempio l'altezza giusta, la potenza o l'agilità necessarie). Le capacità mentali intervengono poi per attivare al meglio tutte le componenti emotive che permetteranno il controllo efficace della corporeità. Quando il processo di apprendimento di una disciplina sportiva è in fase più avanzata, la 4

5 percezione della sfera corporea e di quella psichica saranno sempre meno disgiunte ed il senso di autoefficacia dell'atleta sarà sempre più riferibile alla competenza posseduta, vale a dire all'insieme di doti fisiche e mentali. L'adolescente che fa sport ha meno occasioni di fare un investimento negativo sulla propria corporeità rispetto ai coetanei che non praticano alcuna disciplina sportiva poiché è sollecitato a considerare il corpo un "oggetto" meritevole d'amore. Talvolta purtroppo il bisogno di misurarsi con gli altri può spingere l'atleta ad aumentare in modo improprio il rendimento fisico anche con l'uso di sostanze e farmaci assunti senza prescrizione medica: in questi casi il corpo diventa il ricettacolo di sentimenti negativi poiché l'atleta non riesce ad accettare il limite o l'insuccesso. Anche l'infortunio può far sì che si sviluppino sentimenti ambivalenti rispetto al corpo che "ha tradito" l'atleta. Una serie ripetuta di infortuni peraltro deve far riflettere: forse il giovane allievo sta comunicando qualcosa attraverso un corpo che "si rompe" troppo spesso. Ci sono infatti atleti che subiscono forti pressioni rispetto al successo sportivo e che sviluppano un senso di inferiorità rispetto alle richieste esterne: questi giovani possono esporsi all'infortunio nell'intento di difendersi dal rischio di giudizio negativo sulle loro prestazioni. E' necessario che gli allenatori siano in grado di valutare eventi negativi reiterati nel tempo riguardanti la sfera corporea, poiché possono essere espressione di un malessere o di un disagio che il giovane non riesce a comunicare in altro modo Il benessere psicologico Lo sport è un fattore di protezione rispetto al disagio psicologico per numerosi motivi che appartengono alla pedagogia intrinseca della pratica sportiva. Ogni sport presuppone e facilita una buona relazione con la realtà esterna poiché impone l'adeguamento alla dimensione oggettiva della disciplina e la capacità di relazione e collaborazione con altre persone. Concorre alla costruzione di caratteristiche positive di personalità quali la consapevolezza delle proprie potenzialità, la forza di carattere e la determinazione, la capacità di misurarsi con gli altri e di affrontare le difficoltà. Nella pratica sportiva il risultato si raggiunge con uno sforzo assiduo ed un impegno costante. Non è possibile avere "tutto e subito", il cammino è fatto di piccoli passi, uno dopo l'altro. L'allenamento diventa il paradigma per il raggiungimento degli obiettivi personali per i quali occorre avere pazienza, capacità di attesa e forte motivazione. Il successo non è un miracolo ma un progetto da perseguire in una dimensione temporale abbastanza ampia: per questo motivo l'atleta è costretto a superare il "principio del piacere", che spinge a pretendere una soddisfazione immediata ai propri desideri, per adeguarsi al "principio di realtà" che insegna ad attendere il momento e a costruire le condizioni perché il bisogno trovi una risposta. La capacità di attesa, il sacrificio, la costanza, la proiezione nel futuro sono qualità mentali di una personalità forte ed equilibrata. Numerose 5

6 ricerche sociologiche hanno dimostrato che la personalità dei soggetti tossicodipendenti o devianti sono fragili proprio rispetto a queste caratteristiche. Lo sport promuove l'empowerment e facilita la percezione di poter incidere in modo positivo sugli eventi esterni, diventando protagonisti della propria vita. L'atleta matura la consapevolezza di poter raccogliere domani ciò che semina oggi e sa che, per arrivare al successo, il caso e la fatalità hanno un ruolo molto esiguo rispetto all'impegno e alla volontà. (Zani e Pombeni,1997) Un'altra importante caratteristica psicologica che la pratica sportiva insegna è la tolleranza alla frustrazione. Di fronte ad un insuccesso è necessario rielaborare le emozioni negative, comprendere il perché e le responsabilità di quanto è accaduto, ritrovare la motivazione per proseguire il lavoro ed intensificare lo sforzo. Qualora la persona non abbia imparato a tollerare la frustrazione è molto probabile che, di fronte ad un fallimento, sia portata a rinunciare al progetto costruito fino a quel momento senza verificare se ha ancora valore e possibilità di essere realizzato. Può succedere che la pratica sportiva stessa sia fonte di frustrazione qualora risulti noiosa, troppo faticosa, unicamente indirizzata al risultato, premurosa solo verso i potenziali campioni ed impietosa verso gli sconfitti. In questo caso l'abbandono dei giovani è una risposta comprensibile e giustificata che mette in discussione il mondo dello sport dal momento che non è in grado di rendere la pratica sportiva un'esperienza gratificante. Un'ulteriore dimensione psichica positiva che facilmente si ritrova nello sportivo è la capacità di autosostegno e dialogo interno di incoraggiamento. In una situazione di stress da gara o in un momento di difficoltà, all'atleta viene insegnato a spronarsi, a darsi coraggio, a continuare a sperare e a non perdere la consapevolezza del proprio valore. Questa abilità è di fondamentale importanza soprattutto in adolescenza quando si è portati ad estremizzare il significato di un errore o di un fallimento. Infine l'attività sportiva facilita l'espressione della dimensione ludica creando innumerevoli occasioni di divertimento e gioco che regalano sorrisi, emozioni positive, piacere di stare con gli altri. Quanto più piccoli sono i giovani atleti tanto più lo sport deve essere libertà motoria ed espressiva, deve assomigliare al gioco e deve insegnare cose nuove in modo divertente La dimensione sociale ed etica Tutti gli sport, anche quelli individuali, favoriscono il processo di socializzazione e quindi la capacità di convivere con altre persone entrando in una relazione di rispetto e reciprocità. Gratificano altresì il bisogno dei giovani di visibilità e protagonismo, offrendo l'occasione per essere in primo piano, per emergere ed essere apprezzati. Nel praticare una disciplina sportiva i ragazzi escono dall'ambiente familiare ed entrano in un nuovo contesto dove potranno fare altre esperienze, conoscere un nuovo mondo, sempre all'interno di una situazione protetta e di alto valore educativo. Per esempio, per vivere l'appartenenza 6

7 alla squadra, dovranno imparare a rispettare l'autorità dell'allenatore e sostenere il confronto con coetanei, misurandosi con i pregi e i difetti altrui. E' necessario adattarsi al ruolo che risulta più efficace per il gruppo e non agire con l'unico scopo di emergere sugli altri. Le mansioni dei singoli sono sempre complementari e ciascun atleta deve diventare consapevole dell'interdipendenza reciproca e del valore dell'impegno di tutti per raggiungere l'obiettivo. Il contributo che ciascuno può dare non è tutto ma è prezioso. All'interno del proprio gruppo è importante imparare a comunicare, ad intendersi., ad avere fiducia nei compagni e nel mister, a collaborare ed essere solidali gli uni con gli altri. E' necessario che gli atleti, con l'aiuto dell'allenatore, sappiano parlare dei problemi o dei conflitti con un linguaggio costruttivo, privo di offese e di giudizi e teso a ricercare una soluzione reale alle difficoltà. La capacità comunicativa può essere un obiettivo finale di un percorso di crescita della squadra ma deve essere un requisito di partenza per l'educatore sportivo. La particolarità straordinaria del gruppo, come entità diversa dalla semplice somma dei componenti, è che l'entusiasmo per la vittoria o per un traguardo raggiunto si moltiplica per il numero degli atleti, mentre il peso di una sconfitta viene suddiviso, o meglio condiviso, tra i partecipanti. Fare esperienza di squadra, di condivisione e di sostegno reciproco insegna ai ragazzi a non chiudersi e a cercare aiuto nei momenti di difficoltà. Se un giovane ha fatto esperienza di quanto sia importante non essere solo e di quanto sia utile affidarsi a qualcuno che sa dare conforto, potrà acquisire la capacità di chiedere aiuto nei momenti di difficoltà e di crisi. Lungi dall'essere segno di debolezza, il farsi aiutare è un'abilità sociale molto importante che denota equilibrio psichico. E' una competenza che la persona impara all'interno dei gruppi in cui vive e che gli adulti possono insegnare ai ragazzi nel percorso educativo. L'obiettivo di ogni disciplina sportiva non è soltanto quello di incrementare le capacità tecniche e motorie degli atleti ma anche quello di favorire l'apprendimento di norme, regole e modelli di comportamento che saranno sperimentati in modo costante sia in allenamento che in gara. In questo modo lo sport facilita l'acquisizione dei principi basilari del vivere civile: nella società umana ci sono leggi e codici da rispettare per il bene e l'utilità comune. Nessun individuo è libero di fare ciò che vuole e contravvenire ai limiti stabiliti significa andare incontro a sanzioni specifiche o restrizioni della libertà personale. Le regole di gara, di partita o le norme che regolano una disciplina specifica insegnano proprio questo in modo paradigmatico: l'atleta può giocare e competere nella misura in cui rispetta i codici prestabiliti. Al di fuori di essi, le doti personali ed i risultati non hanno senso. L'osservanza della disciplina può facilmente evolvere nell'autodisciplina facilitando il rispetto degli altri, la gestione efficace delle istanze aggressive e la cooperazione. Lo sport in questo senso è educazione alla legalità: non esiste attività sportiva senza arbitri, giudici di gara e regolamenti ed ogni atleta impara a dirigere il proprio comportamento entro confini stabiliti, acquisendo 7

8 capacità di autocontrollo ed interiorizzando il senso del limite. Nella mente dello sportivo diventa sempre più chiaro ciò che si può fare e ciò che non si deve, ciò che è legittimo e ciò che è scorretto e sleale. Questo processo facilita lo sviluppo morale ed è particolarmente utile nel periodo dell'infanzia e dell'adolescenza poiché il giovane è chiamato a completare la formazione della propria coscienza e dimensione etica. (Varin, 1993) Nella cultura sportiva il traguardo, la vittoria ed il successo sono obiettivi da ricercare senza imbrogli, senza barare, senza essere scorretti e danneggiare l'avversario. E' una cultura che, nella profondità dei valori etici che promuove, apre la strada alla condivisione, al sostegno reciproco, alla solidarietà, alla pace. Ogni persona lotta per raggiungere degli obiettivi insieme ad altre persone, insieme all'allenatore ed alla squadra ma anche insieme agli avversar!. Quanto più forte, energico e competitivo è l'antagonista, tanto più grande sarà un eventuale successo ed indimenticabile una meta raggiunta con lealtà. 2. L'Approccio Centrato sull'atleta 2.1. Una professione da valorizzare La professione di educatore sportivo dell'età evolutiva, essendo nella maggior parte dei casi poco remunerativa, viene scelta per passione e per amore. Questo sul piano umano è un grande vantaggio poiché presuppone una forte motivazione all'insegnamento della pratica sportiva ed un piacere profondo nel dedicarsi ai bambini e ai giovani. In genere l'allenatore è stato a suo tempo un atleta e conosce la disciplina sportiva in prima persona: sa quali abilità occorre potenziare, comprende le difficoltà e la fatica che quello sport presuppone, possiede, nella sua mente, un progetto complessivo e graduale di insegnamento. La sua storia di atleta è costellata di pietre miliari costituite dalle gioie e dai traguardi raggiunti ma anche dalle sofferenze e dalle difficoltà sperimentate. Per questo motivo ha in genere una buona capacità di comprensione rispetto ai ragazzi che allena e pone attenzione ad evitare determinati errori che egli può aver subito in prima persona ad opera dei suoi allenatori. L'aspetto di gratificazione più importante legato alla professione di educatore sportivo dell'età evolutiva è sicuramente quello del raggiungimento, da parte dei giovani atleti, di livelli tecnici sempre più buoni e di risultati positivi sul piano agonistico. Per molti allenatori e allenatrici è fonte di soddisfazione anche la consapevolezza di svolgere un importante ruolo educativo nella vita dei giovani, di poter facilitare la crescita psicologica e relazionale dei propri atleti, lavorando all'interno di una dimensione ludica e creando continuamente un ambiente giocoso, dinamico, creativo. Infine, un ulteriore aspetto positivo della professione è che, per essere un buon allenatore, è necessario aggiornarsi, svolgere corsi di formazione 8

9 specifici, lavorare e confrontarsi con altri colleghi, adattarsi e mediare rispetto alle esigenze esterne e della società di appartenenza: tutto questo, per quanto faticoso e complesso, ha il vantaggio di spingere l'educatore sportivo a migliorarsi continuamente, a mettersi costantemente "in gioco". Molti allenatori, pur essendo consapevoli del ruolo che svolgono rispetto ai loro atleti, sentono che la dimensione educativa e relazionale è fortemente penalizzata rispetto al ruolo tecnico che sono chiamati a svolgere e sul quale gravano spesso le pressioni delle società sportive. Alcune società infatti richiedono ai loro collaboratori un lavoro serrato sul piano tecnico, finalizzato alla qualità delle prestazioni agonistiche ed ai risultati da raggiungere nelle gare o nei campionati. Spesso gli allenatori più motivati riescono a gestire le pressioni della dirigenza in modo tale da lasciare spazio anche alla relazione interpersonale rispetto alla quale però, a volte si sentono impreparati. I ragazzi infatti consegnano all'educatore sportivo i problemi relativi a vari ambiti della loro vita confidando le difficoltà che vivono in famiglia, a scuola, con gli amici o con il partner. E' per questo motivo che sempre più allenatori sportivi richiedono la consulenza psicologica ai servizi per l'infanzia e l'adolescenza, dal momento che si trovano coinvolti in problematiche giovanili rispetto alle quali hanno bisogno di capire cosa è bene fare per aiutare un ragazzo in difficoltà. Peraltro occorre precisare che, a prescindere dalla buona volontà dell'educatore sportivo, quanto più è alto il livello tecnico e agonistico perseguito, tanto più si restringe lo spazio educativo e relazionale a disposizione dell'educatore. Sono le piccole società sportive, a dimensione locale e magari con una forte tradizione di presenza sul territorio, quelle che offrono il rapporto migliore tra istanze tecniche ed educative poiché sono in grado di coniugare risultati sportivi discreti con un serio impegno etico e sociale. La professione di educatore sportivo non comporta soltanto aspetti gratificanti: le aree di fatica e frustrazione si possono collocare a vari livelli. Senza dubbio la prima è quella della mancanza di risultati sportivi positivi e quindi la gestione dei fallimenti e delle emozioni negative personali, degli atleti, delle loro famiglie e della società sportiva. E' facile in questi casi diventare il capro espiatorio rispetto ad un periodo negativo e sentirsi scaricare da più parti la responsabilità totale dei risultati mancati. Questo è ancor più vero in un contesto sociale che enfatizza la figura del campione e la vittoria come se fossero le uniche dimensioni accettabili dello sport. A questo riguardo, un'altra difficoltà dell'essere allenatori è proprio la gestione delle relazioni con i genitori degli atleti che possono arrivare ad interferire seriamente con il lavoro svolto qualora ritengano che al loro figlio non venga dato il giusto ruolo o riconoscimento. A volte ci sono padri o madri che hanno dimenticato il valore educativo dello sport e perseguono il risultato a tutti i costi come mezzo per un ambito riscatto sociale: in questo modo creano nei figli l'angoscia per un eventuale fallimento e la paura di deludere gli altri, sentimenti questi che spesso preludono all'abbandono dell'attività sportiva. Altre volte la difficoltà di un allenatore si colloca a livello di gestione del gruppo squadra che può avere al suo interno dinamiche relazionali conflittuali o fenomeni di leadership negativa ad opera di uno o più atleti. 9

10 Può anche accadere di trovare squadre o atleti impazienti, che si annoiano facilmente poiché non hanno capacità di attendere e vorrebbero emergere subito, senza però possedere la perseveranza per affrontare un percorso di allenamento prolungato nel tempo che li porterebbe ad avere abilità, gesti e movimenti adeguati e prestazioni corrette. Infine il disagio per l'allenatore può essere causato dalla società a cui appartiene. Ci sono società sportive che vogliono prima di tutto il risultato agonistico poiché questo permetterà un aumento del numero degli atleti che si iscriveranno e garantirà introiti più cospicui. Ci sono altresì società povere, che non forniscono ai loro allenatori mezzi, strutture o attrezzature idonee alla preparazione degli atleti, tantomeno occasioni di aggiornamento e formazione. A proposito dell'iter formativo, è molto importante che l'allenatore sia preparato non solo sul piano tecnico ma anche su quello didattico e pedagogico. Le competenze didattiche servono per strutturare le lezioni e gli allenamenti in modo sempre diverso, coinvolgente e stimolante. Le competenze pedagogiche possono dare all'educatore sportivo la capacità di ascoltare e comprendere gli atleti, di incoraggiarli e sostenerli nel loro percorso di crescita. Tutte le ricerche svolte hanno dimostrato che i ragazzi danno molta più importanza al rapporto umano piuttosto che al fattore tecnico e desiderano che l'allenatore instauri con loro una relazione positiva prima di tutto in quanto persone e poi come atleti. (Raffuzzi, Inostroza, Casadei, 2003). II processo di valorizzazione dell'educatore sportivo deve diventare un obiettivo prioritario delle società sportive e degli enti di formazione e dovrebbe contemplare la creazione di un albo professionale specifico che tuteli e regolamenti questa professione Non solo allenatore Quando un adulto incontra i bambini o gli adolescenti in ambito extrascolastico, ricreativo, sportivo, parrocchiale o culturale, deve avere la consapevolezza di essere un educatore e quindi un tramite, un anello di congiunzione tra i giovani e la società. Questa persona ha pertanto il compito di accompagnare la crescita i ragazzi, di promuovere il loro inserimento nella comunità sociale, di facilitare l'assunzione di un ruolo di cittadinanza attiva. Tutto questo diventa possibile se l'educatore sa costruire una dimensione di incontro autentico con i giovani, di dialogo basato innanzi tutto sulla capacità di accettarli, ascoltarli, di comprenderli, di infondere loro coraggio. Per un adolescente avere vicino un adulto che sa valorizzarlo, significa poter imparare a fidarsi di se stesso e delle proprie capacità in modo da facilitare un livello di autostima sufficiente ad affrontare le situazioni della vita. Significa inoltre avere a disposizione una persona a cui fare riferimento per riflettere, ragionare, acquisire capacità di analisi delle situazioni e senso 10

11 critico. L'educatore ha l'opportunità di far emergere le potenzialità di ogni singolo ragazzo, di facilitare una maggior conoscenza di sé e la realizzazione del suo progetto di vita. Egli ha una duplice responsabilità morale: di fronte ai giovani con cui si relaziona e di fronte alla collettività di cui rappresenta la parte adulta. I compiti educativi in molte circostanze vengono perseguiti attraverso un modo di essere spontaneo dell'educatore che, per fortuna, spesso si rivela efficace. E' importante però, laddove il contesto lo consenta, promuovere azioni educative pensate e scelte intenzionalmente per far sì che abbiano una ricaduta positiva prevedibile. Un comportamento spontaneo o impulsivo può avere un effetto casualmente positivo ma può anche assumere una valenza diseducativa e dare conseguenze negative: per esempio un'azione correttiva, che però venga interpretata dall'adolescente come un rifiuto della sua persona, può compromettere la relazione ed incidere negativamente sull'autostima. La pratica sportiva può essere una esperienza umana di grande valore: perché ciò si realizzi è necessario che l'atleta sia il centro, il focus, il cuore di tutto il progetto educativo e l'educatore sia persona preparata, predisposta alle relazioni umane, capace di essere congruente e di comunicare accettazione ed empatia. Questo richiamo alla teoria rogersiana è fortemente intenzionale: l'intero percorso psicopedagogico che viene qui proposto sposa i principi fondamentali del pensiero di Rogers nell'intento di trasporli al mondo sportivo dell'età evolutiva, per dimostrare come essi siano altrettanto validi nel facilitare e promuovere la crescita globale della persona e l'espressione delle sue potenzialità umane ed atletiche. Per questo motivo è debitamente definito "Approccio Centrato sull'atleta". Numerosi studi hanno evidenziato come la qualità dell'esperienza sportiva dei giovani atleti sia fortemente influenzata dalla personalità dell'allenatore e soprattutto dalle sue capacità relazionali prima ancora che da quelle tecniche. Altre ricerche hanno dimostrato come il disaccordo con il proprio allenatore sia una causa rilevante di abbandono della pratica sportiva. La ricerca svolta nelle Scuole Medie Superiori di Forlì nell'anno scolastico 2002/2003, ha evidenziato come tra i giovani di età compresa tra i quattordici ed i diciannove anni, un abbandono su cinque avvenga per motivi relazionali. L'educatore sportivo è il perno su cui ruota l'esperienza del fare uno sport. Egli può essere eletto a modello di identificazione da molti degli atleti di cui si occupa poiché possiede caratteristiche idonee a rispondere ad uno specifico bisogno degli adolescenti: è un adulto che appartiene al contesto extra familiare, che vive con loro per numerose ore alla settimana, che ha qualcosa da insegnare di importante e piacevole, che ripone in loro aspettative positive, che discute le strategie, che rielabora gli insuccessi e si esalta insieme a loro per i traguardi raggiunti. E' un personaggio carismatico nella vita del giovane atleta ed è facile che egli tenda ad idealizzarlo poiché vede in lui una persona che ha già compiuto un percorso di vita che lo ha 11

12 portato ad essere forte, sicuro di sé, stabile emotivamente, capace di affrontare i problemi quotidiani e le scelte che riguardano il futuro. Il processo di idealizzazione comporta il desiderio di essere come il proprio allenatore o la propria allenatrice, il sogno di avere successo anche per farli felici, la speranza di ricevere i loro apprezzamenti e la loro stima, la voglia di non deluderli mai. Esistono ricerche che hanno cercato di capire come i ragazzi descrivano l'allenatore ideale: il profilo che emerge è quello di una persona che si arrabbia meno di quanto fa l'allenatore reale, che non urla durante gli allenamenti e le gare, che incoraggia di più l'atleta che ha sbagliato, che sa dare spazio anche al divertimento e al piacere di stare insieme. ; L'adolescente ha un'identità precaria ed il livello di autostima e valore personale sono molto legati alla considerazione positiva che gli offrono gli adulti di riferimento. Ciò che pensa un allenatore di un ragazzo può essere fondamentale per l'atleta stesso che può imparare ad avere fiducia nelle proprie potenzialità e costruirsi un'immagine di sé basata sull'autoefficacia. Se il mister o l'allenatore prestano attenzione ai bisogni di un atleta, egli sentirà di essere importante, se essi non lo ridicolizzano, né lo scherniscono di fronte ad un errore o ad una debolezza ma lo sostengono e lo incoraggiano, egli sentirà di poter andare avanti. Se l'educatore sportivo saprà dare a ciascun atleta degli obiettivi concreti e raggiungibili, allora i più giovani potranno evitare di costruirsi false aspettative; se saprà riconoscere e valorizzare i traguardi raggiunti, anche i più semplici, potrà evitare che i ragazzi vivano nel desiderio illusorio di diventare a tutti i costi grandi campioni e subiscano poi quell'amara delusione che spesso porta all'abbandono della pratica sportiva L'Approccio Centrato sull'atleta Lo sport possiede una valenza educativa intrinseca che può concretizzarsi attraverso il fortunato incontro con un allenatore preparato sul piano tecnico e relazionale, con un team di grande spessore etico ed umano e con una società che si ponga l'obiettivo di facilitare la crescita globale dei giovani atleti. Lo sport infatti realizza le sue potenzialità educative e riesce ad essere un fattore protettivo rispetto al disagio giovanile, alla devianza ed alla tossicodipendenza solo grazie all'azione di persone concrete che si spendono in questa direzione. Non è vero che lo sport non fa male: una pratica sportiva esasperata può provocare danni fisici, psicologici e morali. Può condurre ad un profondo individualismo, può stimolare l'aggressività e la violenza, può facilitare comportamenti illeciti ed illegali. Per questo motivo è necessario difendere e sviluppare una concezione dello sport in età evolutiva che promuova lo sviluppo del potenziale umano. L'Approccio Centrato sull'atleta pone la persona al centro dell'esperienza sportiva e la mette al primo posto nella scala dei valori. Il risultato, la vittoria, la ricerca dei campioni, i soldi, il prestigio della società 12

13 vengono dopo e non possono essere in contrasto con la tutela e la crescita psicofisica degli atleti. Lo sport è al servizio della persona e non viceversa. Essa deve trovare risposta ai suoi bisogni: il bisogno ludico e ricreativo in base al quale gli individui desiderano divertirsi mentre fanno sport, il bisogno sociale di aggregazione, per il quale vogliono stare in mezzo agli altri e fare amicizia, il bisogno di competere che si esprime nel desiderio di apprendere sempre meglio le abilità specifiche della disciplina prescelta, il bisogno di salute che trova espressione nel proposito di mantenere una buona forma fisica. (Raffuzzi, Inostroza, Casadei, 2003) Ogni allenatore deve impiegare le proprie energie per sviluppare le qualità fisiche, psicologiche e relazionali dei bambini e degli adolescenti che allena e deve astenersi da tutto ciò che possa degradarle. Vincere è importante però non quanto lo sviluppo degli atleti, il loro benessere, la loro salute. Questi principi devono guidare il comportamento dei tecnici e le scelte dei dirigenti. Se un allenatore si trova nel dubbio rispetto ad una decisione da prendere o alla modalità con la quale affrontare una specifica situazione, deve porsi questa domanda: "qual è il bene dell'atleta?". In questo modo farà sì che qualsiasi scelta sia guidata da un amore profondo per i ragazzi che praticano sport. L'allenatore che svolge la sua professione consapevole della forte valenza etica ed educativa che essa racchiude, non mette mai a repentaglio la salute fisica dei ragazzi che allena, non forza i ritmi di lavoro, non fa giocare gli infortunati, non emargina, né abbandona alcuno, non persegue mete al di sopra delle possibilità degli atleti. Facilita lo scambio di relazioni positive: non alimenta reazioni violente né contro gli avversar!, né contro i giudici di gara e non favorisce scelte o azioni illecite ma anzi le critica apertamente. Non offende i ragazzi, né li deride o li umilia ma al contrario li sprona, li incoraggia, li ascolta. Non si occupa soltanto dei migliori ma fa sentire ciascun giovane importante e ricco di potenzialità. Non cerca il prestigio ed il successo personale, né svolge la sua professione in modo individualistico ma si relaziona in senso collaborativo con i colleghi, i dirigenti, i genitori degli atleti. Non si associa ad una politica sportiva finalizzata al solo interesse economico. Vive la sua professione più come vocazione che come lavoro e rispetta profondamente tutti i ragazzi che incontra e che accompagna lungo il percorso formativo. La pratica sportiva agonistica può coniugare competizione ed educazione soltanto se gli individui coinvolti scelgono liberamente e responsabilmente di sposare una filosofia dello sport con un forte spessore etico. Per questo motivo è tuttora profondamente valida l'opinione di Martens che ritiene indispensabile che ogni allenatore, all'inizio della sua professione, si ponga una serie di domande e faccia chiarezza sugli obiettivi che persegue. Anche ai dirigenti delle società sportive andrebbero posti una serie di quesiti che possano evidenziare se gli obiettivi ricercati sono anche educativi o meramente economici. E ancor più sarebbe importante che i genitori stessi avessero occasione di riflettere sul perché promuovono l'adesione ad uno sport, che cosa desiderano per i loro figli, che cosa si aspettano dal futuro. Chi ricopre un ruolo educativo, chi crede nel proprio lavoro, chi desidera 13

14 spendersi appieno per facilitare la crescita delle persone, deve trovare il coraggio di proporre ideali e principi etici chiari a tutela del valore dell'esistenza umana e della convivenza civile. Gli adulti della comunità educante hanno il compito di coltivare nei ragazzi la propensione alla relazione, all'amicizia, al bene comune; i genitori devono pretendere che gli educatori insegnino ai loro figli a vivere in una dimensione sociale; gli insegnanti, gli animatori e gli allenatori hanno il dovere di rivendicare la gestione dei loro compiti educativi; i giovani infine, hanno il diritto di stare insieme e di chiedere che siano fatte scelte per la tutela del loro benessere fisico, psichico e relazionale. Tutto questo coinvolge fortemente l'ambito sportivo poiché un allenatore può insegnare il rispetto dell'avversario o la prevaricazione, un genitore può facilitare l'accettazione di norme comportamentali o la trasgressione, un atleta può comportarsi onestamente o barare. L'uno o l'altro modo di porsi non saranno indifferenti e funzioneranno da "imprinting" per le modalità future di comportamento all'interno dell'esperienza sportiva e della vita. L'agonismo spinge l'atleta a dare il massimo di sé, ad estrinsecare tutte le sue potenzialità, a lavorare seriamente e costantemente. L'agonismo esasperato invece mette al primo posto il risultato ed al secondo la persona, da maggior valore alla vittoria piuttosto che all'atleta, fa sì che il valore personale sia proporzionale al traguardo raggiunto. In questo modo "se non vinci non vali nulla" e tutto ciò che può aiutarti a vincere diventa lecito, anche usare sostanze dopanti o prevaricare l'altro. La vittoria e la sconfitta sono le unità di misura che descrivono il valore di una prestazione e di un atleta. I principi filosofici che guidano le azioni di un allenatore sono la cornice nella quale prenderà forma e colore l'esperienza sportiva dei giovani atleti. Ogni educatore sportivo ha una sua filosofia a prescindere dal fatto che ne sia consapevole e che abbia chiaro quali sono i valori che la animano. Martens, in modo semplice ma efficace, divide gli approcci filosofici in due categorie: quello centrato sulla vittoria e quello centrato sull'atleta. Nel primo il coach ricerca il successo, vuole il risultato ad ogni costo ed antepone questa meta all'interesse per lo sviluppo degli allievi. Deve dimostrare a se stesso ed agli altri di essere un ottimo allenatore e persegue un progetto autocentrato, nel quale non si domanda cosa può fare per i suoi ragazzi ma quanto loro possano dargli in termini atletici. Questo tipo di allenatore vive gli appuntamenti agonistici come delle sfide personali i cui esiti alimentano o mettono in crisi il livello della sua autostima. Si infiamma di gioia o di rabbia a seconda del risultato: non è mai diventato un educatore poiché non ha mai smesso di essere atleta e continua a competere tramite le gare dei suoi allievi Essere life coach L'Approccio Centrato sull'atleta si pone come obiettivo prioritario lo sviluppo dei bambini e degli adolescenti che praticano uno sport, la realizzazione delle loro potenzialità, l'acquisizione di una capacità atletica unita alla forza psichica, all'equilibrio emotivo e relazionale. 14

15 L'allenatore che possiede questa filosofia rinuncia all'avido piacere della vittoria e ricerca una gratificazione più profonda e matura, anche se differita nel tempo: promuovere la crescita dei suoi giovani atleti costruendo il loro benessere fisico, psicologico e sociale. L'educatore sportivo può essere una persona molto importante per gli adolescenti, un life coach o allenatore di vita, una figura di riferimento in grado di rispondere ai bisogni cognitivi, affettivi ed emotivi: una figura rispetto alla quale l'atleta sviluppa un "attaccamento". L'attaccamento, secondo la teoria di Bolwby, si realizza a partire da uno stato di bisogno affettivo ed emotivo che un bambino o un ragazzo sperimenta e rispetto al quale cerca il contatto, il calore, il rifugio, la sicurezza, l'accoglienza da parte dell'adulto che svolge il ruolo di figura di riferimento. (Bolwby 1989). Qualora questo adulto sappia rispondere in modo efficace a questa richiesta, appagando le istanze di contenimento affettivo, funzionerà come "base sicura" cioè come spazio/luogo nel quale il bambino o il ragazzo si rilassa, si rasserena, si rifugia, si quieta, e ricomincia a guardarsi intorno con sguardo fiducioso, fino a staccarsi, a riprendere la via, ad esplorare nuovamente il mondo circostante e ad impegnarsi nei propri progetti. L'allenatore può essere scelto dagli atleti come figura di attaccamento ed essere utilizzato come base sicura: con la metafora del mare, egli è il porto tranquillo a cui approdare in caso di pericolo o stanchezza e da cui ripartire, riprendere il largo per compiere nuove esplorazioni. Base sicura è l'adulto trasparente, che non usa maschere, che sa accogliere e accettare l'altro senza condizioni, che non giudica e non emette sentenze ma comprende appieno chi gli sta vicino senza confondersi con l'interlocutore, né perdersi nel suo stato d'animo. (Rogers 1983) La persona che ignora o respinge stabilmente le richieste di vicinanza facilita un attaccamento di tipo "evitante", nel quale il bambino, o l'adolescente, impara a cavarsela da solo, a non chiedere aiuto poiché sa che riceverà un rifiuto e sa che l'altro non è disponibile a prendersi cura di lui. Questo bambino crescerà con l'idea di non essere amabile e con un forte senso di sfiducia rispetto agli altri. Se invece l'adulto è imprevedibile, nel senso che a volte è disponibile a rispondere al bisogno di vicinanza e conforto e altre volte no ed ha atteggiamenti contraddittori ed incoerenti, facilita uno stile di attaccamento "resistente", nel quale il bambino e l'adolescente sono portati a non staccarsi dall'altro per paura di perderlo, ad avere una forte dipendenza da lui e a protestare e richiamare l'attenzione anche nel momento in cui l'altro è disponibile. Questo bambino crescerà con l'idea di essere amabile solo a condizione che sia sempre esattamente come l'altro vuole. L'adulto che è disponibile a rispondere in modo positivo alla richiesta di vicinanza, che riconosce l'altro come soggetto degno di amore e di stima, che sa leggere i segnali di disagio e sa offrire una relazione di aiuto, facilita un attaccamento "sicuro" nel bambino e nell'adolescente: essi sapranno aspettare con fiducia la risposta dell'adulto, impareranno ad affrontare efficacemente i momenti di crisi, avranno un'idea di loro stessi come persone positive e degne di amore. 15

16 Nella fase dell'adolescenza i ragazzi sperimentano una forte spinta verso l'esplorazione e non hanno più bisogno dello stesso accudimento da parte dei genitori come quando erano piccoli. In questo periodo la funzione fondamentale dell'attaccamento sembra essere quella di facilitare la regolazione emotiva, cioè la capacità far fronte in modo adeguato a tutte le emozioni ed i sentimenti che si sperimentano di fronte ai vari compiti di sviluppo. In situazione di forte stress, conflitto o sofferenza, i ragazzi tenderanno ancora a rivolgersi ai genitori per ricevere aiuto, vicinanza e protezione. Ma la forte spinta al superamento della dipendenza dalla famiglia, farà sì che in condizioni di crisi lieve o modesta essi facciano riferimento ai coetanei e agli adulti dei contesti extrafamiliari. Gli educatori devono sapere che quello dell'attaccamento resta un bisogno fondamentale anche in adolescenza per questi motivi: i ragazzi ricercano ancora vicinanza e sostegno; continuano ad adottare il comportamento di base sicura, esplorando più liberamente il mondo circostante se beneficiano del sostegno affettivo dell'adulto; ricercano e ritornano alla base sicura in condizioni di minaccia o di sofferenza. Life coach è l'allenatore che, nel momento in cui i suoi atleti lo eleggono a figura di attaccamento, sa funzionare come base sicura. E' anche colui che offre agli atleti la possibilità di riflettere sugli eventi e di attribuire ad essi valore e significati. La capacità di pensare, di comprendere i propri stati d'animo, di rappresentarsi mentalmente i propri bisogni e le risposte che ad essi vengono date, è una competenza estremamente importante che Fonagy chiama "capacità metacognitiva" e che risulta essere un elemento fondamentale per la salute mentale. (Fonagy 1997) Questa competenza nel bambino, e poi nell'adolescente, si sviluppa proprio attraverso la relazione significativa con un adulto in grado di comprendere i suoi bisogni e stati d'animo, le sue intenzioni, i suoi desideri e di gestirli o con una risposta immediata o con una risposta differita ma motivata. Se per la figura di riferimento i pensieri e le necessità di un adolescente sono importanti, egli stesso sarà portato a considerarli e a dare ad essi diritto di cittadinanza. Se poi anche le sue emozioni sono accolte, comprese e messe in parole da un genitore, da un insegnante o dall'allenatore, questo vuole dire che hanno un senso ed un valore. Il processo di attribuzione del significato agli eventi di vita e di regolazione emotiva, se svolti correttamente grazie all'aiuto di persone mature ed equilibrate, sono un momento molto importante del percorso educativo poiché facilitano il rapporto corretto con la realtà ed evitano proiezioni e distorsioni che possono andare a scapito del positivo rapporto con se stessi e col mondo esterno. Life coach è inoltre l'allenatore che insegna al proprio atleta l'importanza dell'atteggiamento con cui egli si relaziona a se stesso, agli altri, al compito atletico ed ai compiti che la vita gli pone innanzi. Un atteggiamento positivo permette alla persona di sentirsi protagonista della propria esistenza e di non subire gli eventi esterni come se fossero inevitabili e predeterminati. Permette anche di credere nel proprio valore, nella forza delle proprie azioni, 16

17 nella capacità di affrontare stress e situazioni difficili. Permette infine di essere se stessi in modo sempre più completo, realizzando le potenzialità intrinseche, ampliando costantemente il bagaglio delle proprie competenze, abbandonando schemi comportamentali rigidi e difensivi. Permette in sintesi l'empowerment. Questo termine inglese connota sia un processo che un prodotto: è il risultato a cui si approda attraverso una serie di esperienze di apprendimento qualitativo che spingono l'individuo ad uscire da uno stato di difficoltà, a riconoscere ed integrare i diversi aspetti della propria personalità e scegliere le vie della autorealizzazione. Il Life coach aiuta il proprio atleta a sentirsi "empowered", cioè capace di padroneggiare le situazioni, poiché si percepisce autoefficace, si sente in grado di scegliere comportamenti e strategie adeguati alle diverse situazioni e sente il desiderio di gestire i fattori che influenzano la sua prestazione. Egli può così gareggiare non per dimostrare a se stesso e agli altri quanto vale, né per essere qualcuno che sente di dover essere ma per rendersi più consapevole di chi è veramente, di quali sono i propri obiettivi e di qual è il proprio potere personale. 3. Contenuti e strategie dell'approccio Centrato sull'atleta 3.1. Due competenze indispensabili per L A.C.A.: relazionarsi e comunicare efficacemente Nel lavoro con i bambini in età scolare e con gli adolescenti è facile costatare come i processi comunicativi e relazionali abbiano già prodotto caratteristiche di personalità evidenti riferibili al livello di autostima, di forza, di equilibrio interiore. Sappiamo però che essi non hanno ultimato il loro processo di formazione e ciò li rende ancora permeabili ai messaggi di accettazione, di stima e di amore e vulnerabili a quelli di sfiducia e disconferma. Per questo motivo l'educatore sportivo che allena ragazzi in età evolutiva ha il diritto ed il dovere di usufruire di percorsi formativi che approfondiscano la psicologia dell'infanzia e dell'adolescenza ed aumentino le sue competenze relazionali. I bambini ed i ragazzi hanno bisogno di persone adulte che siano figure di attaccamento che consentano loro di prendere consapevolezza delle proprie caratteristiche e capacità, di individuarsi e connotarsi come persone uniche ed irripetibili, di costruirsi un concetto di sé positivo e duraturo, di interagire in modo efficace con i coetanei. II successo o l'insuccesso vanno rielaborati insieme ai ragazzi e va loro spiegato il significato di un evento in modo tale che non diano 17

18 interpretazioni errate a quanto succede: una vittoria non deve incrementare l'aspettativa narcisistica di essere sempre vincenti, così come una sconfitta non deve generare un senso di fallimento personale. Occorre saper riconoscere ed apprezzare un buon risultato anche se l'atleta non sale sul podio ma ha dato il meglio di sé e, parimenti, è necessario stimolare un maggior impegno di fronte ad una prestazione di livello inferiore rispetto a ciò che l'atleta può dare. L'allenatore che riesce a svolgere questo lavoro di analisi e discussione non perde il suo tempo anzi, aiuta i ragazzi a comprendere gli eventi e a rielaborare le emozioni sperimentate e fa sì che esse non interferiscano sulla prestazione tecnica e possano essere trasformate in nuova energia psichica. L'esperienza sportiva deve poter iniziare bene soprattutto sul piano relazionale e comunicativo e, a prescindere dai risultati oggettivi, è importante che l'allenatore valorizzi l'impegno e l'energia profusi al fine di favorire la motivazione, l'apprendimento e l'entusiasmo agonistico. Un bambino o un adolescente che sviluppa un precoce senso di fallimento durante l'esperienza sportiva, può strutturare un basso livello di autostima personale ed un precario senso di autoefficacia riferibile a tutti compiti di sviluppo che deve affrontare. In questo processo la persona dell'allenatore ed il suo stile comunicativo hanno una grande importanza. Chiedendo a numerosi atleti che cosa li feriva di più rispetto a ciò che l'allenatore poteva fare o dire durante gli allenamenti, sono emerse molte frasi rimaste nella memoria dei ragazzi, su alcune delle quali vale la pena di riflettere: "non capisci niente", "sei un cretino", "è inutile che ti impegni, non farai mai strada", "con te io perdo il mio tempo", "sei una mozzarella", "mi hai deluso", "sei un peso per la squadra". (Raffuzzi, Inostroza, Casadei 2003) Anche se dette con ironia e per scherzo, queste sono comunicazioni che feriscono la persona e che possono compromettere la relazione interpersonale. Nella frase "tu non vali niente" non c'è solo il biasimo per un'azione sbagliata ma anche un messaggio fortemente svalutativo nei confronti della persona. Questo è un errore che nessun educatore, neanche quello sportivo, può permettersi. L'adulto che svolge un ruolo educativo deve possedere, o acquisire, un'adeguata sensibilità comunicativa verso i bambini e gli adolescenti di cui si occupa e deve essere consapevole di come il suo modo di porsi, di esprimersi, di dialogare influenza in modo positivo o negativo la qualità delle relazioni interpersonali e dei processi educativi. Comunicare in modo efficace significa costruire rapporti solidi, autentici, basati sul rispetto reciproco e sulla capacità di riconoscimento del valore della persona. Significa pensare prima di parlare, esprimere in maniera consapevole ed organizzata i propri sentimenti e pensieri ipotizzando in anticipo l'impatto emotivo e la reazione dell'altro rispetto ad ogni nostro messaggio. Comunicare in modo spontaneistico ed impulsivo significa dare sfogo allo stato emotivo di quel momento e liberarsi di esso attraverso la mera esternazione dei sentimenti: l'obiettivo in questo caso è egoistico e non certo educativo. Il ruolo educativo invece impone di pensare prima all'altro, di fare attenzione a non ferirlo, di provare a comprenderlo, di facilitare la sua apertura e capacità espressiva. (Gordon 1994) Impone una serie di condizioni, o meglio una triade di condizioni, che 18

19 sono di per se stesse in grado di agevolare il percorso di crescita. Sappiamo infatti che trasparenza, accettazione ed empatia sono in grado di mobilitare e riattivare le risorse vitali sia in ambito psicoterapico che scolastico: pensiamo che abbiano altresì un effetto positivo anche nell'ambito sportivo dell'età evolutiva. L'allenatore che possiede doti umane e relazionali, spontanee o apprese, che somigliano alle tre condizioni di Rogers, facilita lo sviluppo dei giovani atleti e li rende più capaci di attualizzare le loro potenzialità umane ed atletiche. Per esprimere un giudizio tecnico, un parere o una valutazione sul piano agonistico, l'educatore sportivo deve imparare a comunicare efficacemente, scegliendo le parole giuste in modo tale da ottenere un risultato positivo in termini educativi e non una banale squalifica dell'altro. Pertanto è sbagliato e dannoso dire "non vali niente" poiché chiude qualsiasi possibilità di ulteriore dialogo. E non è solo una questione di forma. Proviamo a pensare al tipo di risonanza che hanno, dentro di noi, frasi come queste: "hai sbagliato tutto!" oppure "questo esercizio per ora non ti riesce, riproveremo!"; "quando vai in tilt non ti sopporto" oppure "cerca di farmi capire cosa ti fa agitare"; "sei una vera delusione" oppure "potresti dirmi perché eri così poco concentrato?". Le prime frasi comunicano disprezzo e disistima mentre la frase alternativa comunica senso di accettazione e predispone al dialogo. Il linguaggio dell'accettazione può non essere un requisito di partenza ed un educatore sportivo può doverlo imparare con un training specifico. E' comunque importante avere la consapevolezza che non si può barare e cioè non si può usare il linguaggio accettante se non si è in grado di provare una reale accettazione. Gli adolescenti sono particolarmente capaci di identificare gli atteggiamenti falsi ed incongruenti. A questo proposito conviene essere trasparenti ed esprimere i sentimenti che realmente si stanno provando piuttosto che ostentare falsi affetti. L'autenticità e la trasparenza sono qualità fondamentali che predispongono l'interlocutore ad assumere un atteggiamento sincero ed onesto. Per esempio dire: "in questo momento sono molto arrabbiato per come hai giocato ed ho bisogno di un po' di tempo per riflettere", oppure: "mi sento molto stanco perché devo ripetere sempre le stesse cose e mi pare di non essere ascoltato", comporta fare una operazione di trasparenza che esprime i sentimenti provati senza però offendere o mettere sotto accusa l'interlocutore. Quest'ultimo, in questo caso, deve avere diritto di replica per poter spigare al proprio allenatore perché si comporta così e come si sente: l'educatore a questo punto si sforzerà di entrare in ascolto empatico del proprio atleta. Gli allenatori sono in genere molto più portati all'azione che non alla riflessione, al silenzio ed all'ascolto. Per questo motivo l'approccio che viene proposto può sembrare innaturale ma l'ambito sportivo è prima di tutto un ambito educativo. Godere della vicinanza di un adulto congruente, accettante ed empatico è una grossa fortuna per un giovane atleta poiché può fare l'esperienza di essere se stesso in tutta libertà, può sentirsi apprezzato per ciò che è, può percepirsi come persona positiva e degna di amore, può imparare ad esprimere emozioni e sentimenti, può condividere gioie e paure 19

20 e non sentirsi solo, può assecondare la sua tendenza attualizzante Il piano di lavoro secondo L A.C.A. Ogni allenatore riceve un mandato specifico all'inizio del suo incarico che esprime le aspettative della società sportiva. Si avvicina a questo mandato con un bagaglio di obiettivi personali relativi all'impegno di lavoro. Incontra ben presto tutta una serie di speranze ed aspettative che gli atleti (e le loro famiglie) gli consegnano relativi all'esperienza sportiva. La risultante di tutte queste istanze dovrà essere metabolizzata e mentalizzata fino a diventare "un piano di lavoro che l'allenatore dovrà realizzare nel percorso assegnategli. L'A.C.A. pone sicuramente molta attenzione alle competenze educative, comunicative e relazionali degli allenatori ma esige altrettanta cura e preparazione anche per gli aspetti tecnici: l'educatore sportivo deve padroneggiare la disciplina di cui si occupa e deve saperla insegnare. L'insegnamento, cioè la capacità di trasferire delle competenze, è una dote complessa che presuppone un ampio bagaglio di conoscenze psicopedagogiche. Attraverso queste competenze e conoscenze occorre declinare un piano di lavoro. A questo proposito, per prima cosa, occorre mettere a fuoco il compito. Nell'ambito sportivo i compiti possono essere infiniti e molto diversi tra loro e possono variare dal lavoro di avviamento di un gruppo di bambini ad una disciplina sportiva, ad un buon piazzamento di una squadra di adolescenti inserita in un campionato, al passaggio di un atleta ad una categoria agonistica superiore. Il compito è più facile da portare a termine se alla base c'è una forte motivazione dell'educatore sportivo, un suo piacere nel trascorrere tempo con gli atleti, una vocazione per l'insegnamento di quello specifico sport, un desiderio profondo di attualizzare le potenzialità di ogni singolo allievo. Insegnare una disciplina sportiva ed allenare una squadra sono compiti che necessitano di un grande impegno umano e di una grande serietà, qualsiasi sia il livello agonistico a cui si fa riferimento. L'allenatore, identificato il compito, dovrà predisporre un vero e proprio progetto, completo di tutte le sue fasi: l'analisi della situazione di partenza, la definizione degli obiettivi, la scelta dei contenuti e della metodologia, l'individuazione dei mezzi e degli strumenti necessari, la valutazione del lavoro svolto. Vediamole brevemente. La prima fase di un progetto è l'analisi della situazione che, in questo caso, si riferisce ad un tempo di osservazione di ogni singolo atleta che porti ad una conoscenza approfondita di tutti, del cosa sanno e non sanno fare, delle loro potenzialità e limiti, della loro motivazione, capacità di attenzione, facilità di apprendimento e di concentrazione. 20

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