PROFILI GIURIDICI DEL MERCATO VOLONTARIO ED OBBLIGATORIO DEI CREDITI DI CARBONIO

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1 UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO Facoltà di Giurisprudenza Corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza PROFILI GIURIDICI DEL MERCATO VOLONTARIO ED OBBLIGATORIO DEI CREDITI DI CARBONIO Relatore: Prof. Nicola Lugaresi Laureando: Simoni Alberto Anno Accademico 2013/2014

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3 UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO Facoltà di Giurisprudenza Corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza PROFILI GIURIDICI DEL MERCATO VOLONTARIO ED OBBLIGATORIO DEI CREDITI DI CARBONIO Relatore: Prof. Nicola Lugaresi Laureando: Simoni Alberto PAROLE CHIAVE Cambiamento climatico, Protocollo di Kyoto, emission trading, crediti di carbonio, quote di emissione. Anno Accademico 2013/2014

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5 Abstract: La tesi descrive il funzionamento e la struttura del mercato di scambio dei crediti di carbonio e delle quote di emissione. Ne ricerca, innanzitutto, l origine nella necessità di fronteggiare il fenomeno chiamato riscaldamento globale, e nell importanza che negli anni hanno assunto alcuni principi, in particolare quelli di precauzione e dello sviluppo sostenibile. In secondo luogo, si prova a ricostruire, con riferimento all ordinamento italiano, la natura giuridica delle quote di emissione e dei crediti di carbonio. Si analizzano poi separatamente il contesto del mercato del carbonio obbligatorio e volontario, soffermandosi in particolare sulla rilevanza del settore forestale dei crediti di carbonio, oggetto d interesse di entrambi. In merito a quest ultimo, si riportano le esperienze di alcune realtà estere, raffrontandole alla disciplina italiana, caratterizzata da una certa frammentarietà.

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7 A nonna Maria

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9 Ringraziamenti Sentiti ringraziamenti al Prof. Lugaresi e al Dott. Caliceti, che mi hanno seguito nella redazione di questa tesi. Inoltre, un grazie all Ing. Bernardelli che mi ha introdotto nel mondo dei carbon credits, e alla Dott.ssa Pierobon, che ha chiarito alcuni dubbi sul mercato volontario dei crediti forestali. Ringrazio moltissimo, infine, i miei familiari e Giulia, che mi hanno supportato e sopportato tutto questo tempo. Credo non sia stato sempre facile.

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11 INDICE CAPITOLO PRIMO PROFILI GENERALI IL CAMBIAMENTO CLIMATICO: DEFINIZIONE IL DIBATTITO SCIENTIFICO E LO SVILUPPO DI UNA COSCIENZA AMBIENTALE L OPINIONE PUBBLICA TRA ALLARMISMO E REALISMO SCIENTIFICO SOSTENIBILITÀ E PRINCIPI DI DIRITTO AMBIENTALE IL PRINCIPIO DI SOSTENIBILITÀ: EVOLUZIONE STORICO-GIURIDICA IL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE E SUA RILEVANZA IN MATERIA IL CONTESTO POLITICO INTERNAZIONALE CAPITOLO SECONDO QUOTE DI EMISSIONE E CREDITI DI CARBONIO MISURARE I GAS SERRA LA NATURA GIURIDICA DELLE QUOTE E DEI CREDITI DI CARBONIO LA QUOTA DI EMISSIONE COME BENE GIURIDICO I CREDITI DI CARBONIO QUALI BENI GIURIDICI LA NATURA PUBBLICA O PRIVATA DELLE QUOTE DI EMISSIONE LA QUOTA DI EMISSIONE QUALE BENE PRIVATO LA QUOTA DI EMISSIONE QUALE BENE PUBBLICO BENI COMUNI E QUOTE DI EMISSIONE LA NATURA PUBBLICA O PRIVATA DEI CREDITI DI CARBONIO CAPITOLO TERZO IL MERCATO DELLE EMISSIONI IL PROTOCOLLO DI KYOTO: UN SISTEMA DI CAP AND TRADE I DIFFERENTI TIPI DI FLEXIBLE MECHANISMS EMISSIONS TRADING INTERNAZIONALE E COMUNITARIO JOINT IMPLEMENTATION CLEAN DEVELOPMENT MECHANISM LAND USE, LAND USE CHANGE AND FORESTRY. IL SETTORE RICOMPRESO NELL ART. 3 CO. 3 E 4 DEL PROTOCOLLO DI KYOTO BILANCIO DELL APPLICAZIONE DEI FLEXIBLE MECHANISMS CAPITOLO QUARTO IL MERCATO VOLONTARIO ORIGINE DEL MERCATO VOLONTARIO CONVENIENZA E LIMITI DEL MERCATO VOLONTARIO CERTIFICAZIONE E SCAMBIO NEL MERCATO VOLONTARIO IL SETTORE FORESTALE NEL MERCATO DEI CREDITI DI CARBONIO L UNIONE EUROPEA ED IL SETTORE FORESTALE LA DEFINIZIONE GIURIDICA DI BENE FORESTALE NELL ORDINAMENTO ITALIANO I

12 4.2.3 SEGUE: LA TITOLAZIONE DEI CREDITI GENERATI DALLA GESTIONE DEI BENI FORESTALI IL MERCATO DEI CREDITI DI CARBONIO FORESTALI IN ALTRI STATI IL CODICE FORESTALE DEL CARBONIO ED IL PROGETTO CARBOMARK CONCLUSIONI BIBLIOGRAFIA FONTI DEL DIRITTO GIURISPRUDENZA DOCUMENTI ELENCO DELLE ABBREVIAZIONI II

13 CAPITOLO PRIMO PROFILI GENERALI 1.1 IL CAMBIAMENTO CLIMATICO: DEFINIZIONE Il cambiamento climatico è un fenomeno che, soprattutto negli ultimi anni, ha a- vuto ampia risonanza a livello politico e mediatico. Le opinioni che si sono formate sulla natura, sulla causa e sull entità di tale problematica risultano spesso confuse. Una quantità enorme di dati ed informazioni, fornite in maniera continua ma disordinata, non aiutano a comprendere l argomento, e anzi si prestano spesso a strumentalizzazioni (politiche ed economiche). È il fenomeno dell Information Overload, che in un era come la nostra dominata dalla tecnologia di internet, non può che prosperare. Il cambiamento climatico indica un processo di mutazione da un originale statusquo, ad un contesto nuovo e generalmente deteriore rispetto al precedente. Questa diffusa concezione, però, non tiene conto che il clima del nostro pianeta è un fattore molto dinamico, cui è estranea la stessa idea di equilibrio statico: la paleoclimatologia e la geologia ci insegnano infatti che, dalla nascita della Terra circa cinque miliardi di anni fa ad oggi, il clima è sempre mutato. Se si deve parlare di equilibrio, in tal caso, lo si dovrebbe inquadrare come il risultato costante dell interazione tra moltissimi fattori 1. Dunque, la domanda che sorge spontanea è: perché cercare di limitare il cambiamento climatico, che tutto sommato si presenta come un fenomeno naturale ed inevitabile? Tale limitazione appare necessaria affinché la specie umana possa, da un lato, a- deguarsi a nuovi contesti climatici e, dall altro, adattarvisi in maniera graduale e programmata, cosa non possibile in caso di mutamenti climatici repentini e radicali. Questo necessario adattamento viene influenzato da due aspetti molto importanti. Il primo è un dato fattuale: a fronte di un elevata densità di popolazione, e di una rapida mutazione del clima, non si potrà, come un tempo, avere delle migrazioni umane da luoghi meno favorevoli a più favorevoli 2. Il secondo, su cui torneremo, è che nel corso del tempo si è sviluppata una coscienza ambientale, che porta a considerare la conservazione della biodiversità e la sostenibilità sociale ed economica, come obiettivi da perseguire in un contesto pur caratterizzato da un sensibile cambiamento climatico. 1 Behringer, W., Storia culturale del clima, Torino, Bollati Boringhieri, 2013, pag Ibid., pagg

14 1.1.2 IL DIBATTITO SCIENTIFICO E LO SVILUPPO DI UNA CO- SCIENZA AMBIENTALE Quanto abbiamo appena detto appare una puntualizzazione necessaria per comprendere le dinamiche che caratterizzano il dibattito scientifico in merito al cambiamento climatico. Tale dibattito vede ed ha visto scontri tra opposte fazioni e certo ha concorso alla formazione di un opinione pubblica mondiale più confusa che consapevole. Al riguardo è utile definire i termini in cui il problema clima è stato compreso a livello scientifico e poi a livello politico internazionale. Attualmente, il problema clima viene ormai sempre catalogato sotto il nome di riscaldamento globale, o global warming. Ma come si è arrivati alla conclusione che è in atto un aumento medio della temperatura? Innanzitutto, il dibattito intorno al riscaldamento globale era centrato, sino a pochi decenni fa, su scenari assolutamente opposti all attuale. Si parlava infatti, e vale la pena ricordarlo per sottolineare la difficoltà insita nello studio della climatologia, di raffreddamento globale, o global cooling. La diminuzione costante delle temperature tra il 1940 ed il 1970, infatti, portava una grossa fetta del mondo scientifico a ritenere imminente una nuova glaciazione, ben più catastrofica della cosiddetta piccola glaciazione avvenuta nel 600. Le cause di questa diminuzione delle temperature (di circa 0,3 C ), che invertiva il trend registrato tra il 1880 ed il 1940 (periodo in cui l aumento medio era stato di 0,6 C ), non sono ancora certe 3. In ogni caso, questo calo di temperatura si limitò al periodo tra 1940 e 1970, e già alla fine degli anni sessanta, anche grazie a nuove tecniche di ricerca ed a una più ampia collaborazione internazionale, le conclusioni cui arrivarono molti scienziati delineavano come principale problema per gli anni avvenire non un raffreddamento, bensì un riscaldamento globale. Nel rapporto dell Interngovernmental Panel on Climate Change(IPCC) del 1990, si descriveva il riscaldamento globale come una tendenza di lunga durata, cui occorreva fare fronte, e di cui si rintracciava la probabile causa nella concentrazione di gas serra di origine antropica nell atmosfera. Quest ultima ipotesi aveva radici che risalivano già agli inizi del diciannovesimo secolo con Fourier( ) 4, iniziatore della teoria che sarà poi chiamata dell effetto serra, o del greenhouse effect. Detta teoria evidenzia come la terra assorba la luce solare, e allo stesso tempo la rifletta, in forma di radiazioni infrarosse, sull atmosfera. Qui una parte di essa viene filtrata e ritorna nello spazio, un altra parte, invece, viene re-irradiata sulla superficie terrestre, riscaldandola. Si tratta di un fenomeno naturale, che però, secondo il citato rapporto IPPC, verrebbe alterato dalla presenza, 3 Tra le ipotesi addotte, le oscillazioni dell orbita terrestre, e il global dimming, ovvero il raffreddamento causato dalla riduzione di esposizione terrestre ai raggi solari, dovuti alla torbidità dell aria, a sua volta effetto di forti concentrazioni di anidride carbonica nell atmosfera. 4 Fleming, J.R., Joseph Fourier, the Greenhouse Effect and the Quest for a Universal Theory of Terrestrial Temperatures, in Endeavour, 1999, Vol. 32, pag

15 sempre più massiccia, di alcuni elementi presenti nell atmosfera. Tali elementi sono, appunto, i gas serra o greenhouse gases, che troviamo elencati in un recente emendamento al Protocollo di Kyoto 5. Messi in luce il riscaldamento globale da un lato, e dall altro la sua probabile causa, il rapporto delinea possibili scenari futuri riguardo l aumento delle temperature. Detto incremento sarebbe, in assenza di interventi atti a limitare il livello di emissioni, tra gli 0,2 C e gli 0,5 C per decennio. Un tale impatto avrebbe effetti di portata maggiore, e dunque più difficili da fronteggiare, rispetto ad un aumento più contenuto delle temperature, ottenuto grazie ad interventi sulle emissioni antropiche. Cercando infatti di stabilizzare la concentrazione di CO 2 (il gas serra più presente nell atmosfera) ai livelli del 1990, e riducendo nell immediato le emissioni del 55%, secondo il rapporto si otterrebbe un aumento più limitato delle temperature (tra gli 0,1 C e gli 0,2 C ), con un impatto di conseguenza più contenuto, e maggiormente controllabile, sull ecosistema. Nonostante il secondo rapporto IPPC del 1996 confermasse in gran parte quanto appena detto, alcuni scienziati non credevano si fosse dinnanzi ad una tendenza climatica di lunga durata: alcuni segnali, quali ad esempio l ingrandimento di alcuni ghiacciai, confermavano tale scetticismo. Un decisivo sostegno alla teoria del riscaldamento globale si ebbe tuttavia nel 1998, quando alcuni climatologi presentarono uno studio sull aumento delle temperature registrato negli ultimi mille anni. Lo studio evidenziava come, verso la fine del XX secolo, si delineasse un netto e costante aumento delle temperature, tratteggiando una linea millenaria che, partendo dal Basso Medioevo, idealmente rassomigliava ad un bastone da hockey (da cui il termine hockey stick, usato poi comunemente per definire questo studio). L aumento delle temperature, così descritto, coincideva dal punto di vista temporale con l inizio della rivoluzione industriale, suffragando la teoria per cui l aumento poteva essere causato dalle maggiori emissioni antropiche di gas serra prodotte a partire da quel periodo. In ogni caso, le risultanze dei primi due rapporti IPPC, che erano state decisive per l adozione del Protocollo di Kyoto, venivano riprese ed ampliate nei successivi rapporti, del 2001 e del Nel primo, si elaboravano quaranta modelli di sviluppo economicamente plausibili in relazione al cambiamento climatico, e anche nel più ottimistico di tali modelli l innalzamento ipotizzato delle temperature si attestava in 2 C entro la fine del secolo. Inoltre, si insisteva con maggiore decisione sulle cause antropiche del cambiamento climatico. 5 Tali gas sono: il biossido di carbonio(co 2 ), il metano(ch4), il protossido di azoto(n 2 0), gli idrofluorocarburi(hfc), i perfluorocarburi(pfc), l esafluoro di Zolfo(SF 6 ) ed il trifluoro di azoto(nf 3 ). Tali gas sono differenti tra loro sia per quantità, sia per il cd. Global Warming Potential(GWP), concetto su cui torneremo dopo, quando affronteremo la misurazione del carbonio. Doha Amendement to the Kyoto Protocol, Doha 8 Dicembre 2012, par. B. 3

16 Il rapporto 2007, confermava, anche se in termini meno drastici 6, l aumento generale delle temperature, e ormai ne indicava, come causa probabile, la produzione di gas serra antropogenici. Essi infatti apparivano di gran lunga più impattanti rispetto alle cause naturali del cambiamento climatico, tra le quali ad esempio il leggero aumento, registrato, di attività solare. Inoltre, gli effetti raffreddanti dei gas serra antropici, come l incremento dell albedo 7, e la formazione di nubi dovuta alla presenza di micro particelle nell aria, citati a volte per contrastare la tesi del riscaldamento globale, apparivano minoritari, rispetto al riscaldamento che in effetti si stava manifestando. I risultati del rapporto confermavano, ancora una volta, la necessità di intervenire in maniera decisa sulle emissioni originate dall uomo, in modo da avere aumenti più contenuti della temperatura terrestre, e conseguentemente effetti più controllabili e prevedibili. Se ormai la tesi del riscaldamento climatico e delle sue cause antropogeniche è o- ramai condivisa, vanno comunque sottolineati due punti. Il primo è che nessuna indagine scientifica si caratterizza per una certezza assoluta. Il secondo è che se anche v è condivisione sui due aspetti ora delineati, i conseguenti scenari sono influenzati dal considerevole numero di variabili coinvolte, e dall assoluta dinamicità del fenomeno climatico. La consapevolezza, da un lato, dell andamento del clima globale e delle sue conseguenze e, dall altro, della necessità di dover prendere delle contromisure, in un contesto dove non ci sono certezze assolute, coinvolge, in maniera diversa, altri fattori: lo sviluppo di una coscienza ambientale, quale forma di pressione sulle decisioni dei singoli governi, e quale guida per uno stile di vita più responsabile; la qualità dell informazione scientifica e dei mass media determinanti in tal senso; infine, come si vedrà nel paragrafo riguardante il principio di precauzione, il confine tra azione preventiva ed azione precauzionale. Come dicevamo, il primo aspetto da prendere in considerazione è quello della formazione di una coscienza ambientale. Tema complesso, e se vogliamo all apparenza più vicino al campo politico e filosofico, piuttosto che a quello giuridico, ma senza il quale non si riesce a comprendere appieno, a mio avviso, l evoluzione del dibattito in merito a cambiamento climatico e strumenti per limitarlo. È a partire dagli anni sessanta del secolo scorso che si può vedere come si sia andata ad affermare a livello globale anche se, almeno all inizio, soprattutto nelle nazioni occidentali una riflessione incentrata su tre fattori chiave 8. 6 Il rapporto elaborava come il precedente una serie di modelli, dove si attendeva una crescita, in termini assoluti, più contenuta della temperature media, tra gli 1,5 C, e i 4 C entro il Per albedo s intende il potere riflettente che le superfici, in questo caso nevose, hanno nei confronti della luce solare. L incremento dell albedo si è ipotizzato in particolare con riferimento alla probabile crescita della calotta antartica a seguito delle maggiori precipitazioni in quell area. 8 Eckersley, R., Environmentalism and Political Theory: Toward an Ecocentric Approach, New York, Suny Press, 1992, pagg

17 Il primo consiste nella mancanza di partecipazione pubblica ai processi politici decisionali che abbiano conseguenze sull ecosistema. Il secondo è legato ad una contestazione delle stesse basi culturali su qui riposa il concetto di sviluppo occidentale e capitalista, sull onda della controcultura del sessantotto. Il terzo fattore infine, forse il più importante, è riferibile alla crescente consapevolezza dell insostenibile impatto che il corrente modello economico ha sul pianeta, e della conseguente necessità di un suo cambiamento 9. Detti fattori andranno a modellare il dibattito tra una visione antropocentrica ed ecocentrica dell ambiente, con piani di valore radicalmente diversi rispetto a quest ultimo. En tranchant, si potrebbe dire che entrambi gli approcci ricercano quale obiettivo finale lo sviluppo umano in un contesto ecologicamente sostenibile: il secondo però, considera, dal punto di vista morale, l ambiente come un qualcosa avente pari dignità rispetto alla natura umana 10. Inoltre, l antropocentrismo contiene in sé, per definizione, il rischio di considerare ciò che circonda l uomo in via puramente strumentale, e non come qualcosa che abbia un valore in sé. È un concetto che, sia pure pericoloso, sembra essere accettato da gran parte degli Stati 11, anche se in potenziale contrapposizione a quello fornito dalla cd. Carta della Terra 12. Occorre però dire che, quando si parla di ambientalismo, e dunque degli anzidetti approcci, adottiamo uno schema di lettura diverso rispetto a quello fornito da prospettive etiche o ideologiche. La distinzione è utile perché altrimenti non se ne comprenderebbe la novità. Siamo infatti di fronte a qualcosa di diverso dall etica, in quanto non ci si focalizza ora su un piano individuale o personale, ma su una scala di macroconseguenze provocate da certe scelte in materia ambientale, che trascendono la coscienza del singolo. Stiamo poi parlando di un qualcosa difficilmente catalogabile come ideologia, non possedendone l organicità e la sistematicità, da un lato, e mostrando un carattere più universalistico, dall altro 13. L ambientalismo di cui stiamo parlando, è insieme contenitore della coscienza ambientale, al cui interno possiamo trovare diversi principi e valori (sostenibilità, parte- 9 Ibid. 10 The( ) approach( ) also recognizes the moral standings of the nonhuman world and seeks to ensure that it, too, may unfold in its many diverse ways. Ibid., pag Si vedano al riguardo il primo principio contenuto nella Dichiarazione di Rio, e i vari meccanismi contenuti nel Protocollo di Kyoto, che come verrà spiegato nel capitolo terzo, sono tutti più o meno riconducibili ad una concezione antropocentrica dell ambiente. 12 Carta della Terra, la cui versione completa si può trovare all indirizzo La carta è suddivisa in diverse sezioni, enuncianti una serie di principi fondamentali, ed è stata approvata nel 2000 a Parigi. Essa è il frutto di un processo di consultazione che ha visto le associazioni non governative svolgere un ruolo fondamentale, e si caratterizza per un approccio ecologico fortemente improntato al rispetto dei diritti umani e dell equità sociale. 13 Meyer, J.M., Political Theory and The Environment, in The Oxford Handbook of Political Theory, 2005, Vol. 5, n. 2, pagg

18 cipazione, trasparenza), ed allo stesso tempo strumento di pressione, che porta a interrogarci sull efficacia del nostro sistema economico e produttivo. In tal senso, fornisce l humus per far crescere la consapevolezza nell opinione pubblica, che però, come si dirà subito, non appare sempre al passo con il dibattito scientifico L OPINIONE PUBBLICA TRA ALLARMISMO E REALISMO SCIENTIFICO Un opinione pubblica informata sull attuale dibattito scientifico e capace di valutare, almeno in linea di massima, la bontà di un azione presa a livello governativo in materia di cambiamento climatico (e più in generale di tutela ambientale), è un importante elemento di pressione per i governi nazionali e gli organismi internazionali. Senza voler entrare nel dettaglio di quello che è un aspetto sociologico complesso e variabile, basti in questa sede essere consapevoli dei due principali problemi con cui l opinione pubblica deve misurarsi. Il primo ha a che fare soprattutto con la gestione dell informazione moderna. L Information Overload cui si accennava prima va ad alterare quella struttura della conoscenza, se vogliamo così chiamarla, che è formata da una sorta di piramide, alla base della quale stanno i dati, poi le informazioni filtrate da questi, l effettiva conoscenza che risulta dalle informazioni, e una effettiva consapevolezza, o saggezza, del soggetto come risultato finale 14. Strumenti quali internet e prima ancora la televisione, uniti ad una certa ricerca di sensazionalismo, hanno indotto una sovrabbondante produzione e circolazione di dati, senza che ciò abbia promosso un sostanziale incremento della consapevolezza finale. Il libero accesso ai dati, anche in accordo con il principio di trasparenza sancito in maniera chiara dalla Convenzione di Ȧarhus 15, non è sempre sinonimo di coscienza del problema. In ogni caso, occorre precisare che i contesti variano da paese a paese: se si considerano ad esempio le opinioni pubbliche americana 16 ed europea 17, il cambiamento climatico viene percepito in maniera molto diversa. Infatti nel contesto europeo vediamo un attenzione ed una consapevolezza del problema clima elevate, soprattutto se comparate ad altre realtà politiche Ackoff, R. L., From Data to Wisdom, in Journal of Applied System Analysis, 1989, n. 16, pagg Convenzione sull accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l accesso alla giustizia in materia ambientale, Ȧarhus, 25 Giugno Già nel preambolo si sottolinea come l accesso alle informazioni sia funzionale e necessario al diritto di vivere in un ambiente sano, e al dovere individuale e collettivo di tutelarlo. 16 Gallup Inc., Americans Concerns About Global Warming on the Rise, 8 Aprile 2013, Il sondaggio completo si trova all indirizzo 17 Directorate-General Climate Action, Directorate-General Communication, Special Eurobarometer on Climate Change, Ottobrer 2011, pagg Ibid. 6

19 Il secondo aspetto problematico risiede nella difficoltà di comunicare i risultati delle ricerche scientifiche, problema a volte accentuato dalla stessa comunità scientifica, oltre che dal modo di fare informazione dei mass media. Anche se c è voluto tempo, è ormai acquisito il consenso unanime nel mondo scientifico sul nesso di causalità tra a- zione umana ed effetto serra 19. Il problema è che, spesso anche per ottenere maggiori fondi per le proprie ricerche, s insegue un eccessivo allarmismo, in luogo di una discussione pacata e potenzialmente più produttiva. Ne sono un esempio i recenti casi che hanno coinvolto l IPCC, e alcuni scienziati legati ad esso 20. Non si vuole con questo negare gli effetti, enormi, che il cambiamento climatico avrà sulle nostre vite, e sulla necessità di intervenire. Stando anche ai già citati rapporti IPCC, che rappresentano un po la summa della climatologia mondiale, non v è titubanza nell affermare che anche il variare di 1,5 C causerà profondissimi cambiamenti al nostro ecosistema 21. Il problema è che spesso, come si è detto all inizio, ciò mette in secondo piano l idea che il cambiamento climatico sia un processo dinamico, e come tale vada pensato e accettato. Solo una volta riconosciuto ciò, si potrà poi riflettere sull impatto che l uomo ha avuto su di esso, impatto talmente decisivo da poter definire la nostra come l era dell Antropocene SOSTENIBILITÀ E PRINCIPI DI DIRITTO AMBIENTALE La necessità di porre dei limiti al nostro impatto sull ambiente, è legata principalmente a due elementi che hanno potuto svilupparsi, come dicevamo, anche grazie ad una nuova coscienza ambientale: il concetto di sostenibilità ed il principio di precauzione, strettamente legati. Condividono entrambi infatti la necessità di agire con prudenza in contesti, come quello del cambiamento climatico, dove v è un certo grado di incertezza. Questa incertezza coinvolge allo stesso tempo sia le regole fisiche del fenomeno, sia la portata degli effetti che esso avrebbe, in presenza o meno di misure atte a limitarlo 23. Tuttavia, il cambiamento climatico come si vedrà coinvolge, anche in virtù del 19 Cook, J., Nuccitelli, D., Green, S.A., Richardson, M., Winkler, B., Painting, R., Way, R., Jacobs, P., Skuce, A., Quantifying the Consensus on Anthropogenic Global Warming in the Scientific Literature, in Environmental Research Letters, 2013, n. 8, pagg Ci si riferisce alle provate manipolazioni dei dati sullo scioglimento dei ghiacciai, diffusi nel 2010 dall allora segretario dell IPCC Rachendra Pachauri, e in particolare alla manipolazione dei risultati di alcune ricerche pubblicate dal Centro di Climatologia dell Università dell East Anglia, evento che sarà poi chiamato Climategate. Si guardi in merito a questo caso l esito dell indagine condotta al riguardo dal governo britannico: Government Response to the House of Commons Science and Technology Committe, 8 th Report of Session : The Disclosure of Climate Data from the Climatic Research Unit at the University of East Anglia, London, Behringer, W., Storia cit., pag Syvitski, J., Anthropocene: An Epoch of Our Making, in Global Change, 2012, n. 78, pag Goodland, R., The Concept of Environmental Sustainability, in Annual Review of Ecology and Systematics, 1995, Vol. 26, pag. 7. 7

20 principio di integrazione tra politiche di protezione ambientale e politiche di sviluppo 24, diversi altri principi del diritto ambientale IL PRINCIPIO DI SOSTENIBILITÀ: EVOLUZIONE STORICO- GIURIDICA Siamo abituati a riferirci al concetto di sostenibilità ponendo l inizio della sua affermazione a livello internazionale nel cd. Brundtland Report del 1987, contenente una definizione generale di sviluppo sostenibile, che andrà poi ad influire in maniera decisiva sulla Dichiarazione e sul documento denominato Agenda 21 25, adottati in seno alla conferenza di Rio del Il concetto ivi adottato poi confermato nella Conferenza di Johannesburg del implicava, com è noto, alcuni importanti valori: innanzitutto l equità volta a migliorare le condizioni di vita degli strati più poveri della popolazione e a salvaguardare i diritti delle generazioni future; l introduzione poi del principio di precauzione, decisivo per strategie che, coinvolgendo le generazioni future, non potevano che essere a lungo termine; la necessaria integrazione, infine, tra politiche ambientali e di sviluppo. Questi elementi, pur nella loro astrattezza, fornivano importanti spunti per i futuri dibattiti internazionali in materia. Il percorso storico del concetto è tuttavia più risalente. Già nel 1968, di pari passo con il declino dell ottimismo verso l approccio che verrà poi definito Washington Consensus 27, si formava a Roma il Club of Rome. Tale associazione per la prima volta riuniva scienziati, uomini d industria e politici, ponendo il problema dei limiti della crescita economica, anche alla luce di nuove ricerche, che sviluppavano teorie già elaborate dall economista Malthus ( ). Nel 1972, queste ricerche verranno pubblicate 28, 24 Lugaresi, N., Diritto dell ambiente, Padova, Cedam, 2012, pag United Nations Conference on Environment and Development, Rio de Janeiro 1992, Agenda 21. L Agenda 21 può essere definita come un programma d azione che ha come obiettivo il declinare in maniera più concreta il concetto di sviluppo sostenibile. Essa è suddivisa in quattro parti, riservate rispettivamente agli aspetti economici e sociali dello sviluppo, alla conservazione delle risorse naturali, alla partecipazione del maggior numero possibile di stakeholders, e agli strumenti concreti di attuazione per uno sviluppo sostenibile. 26 Johannesburg Declaration on Sustainable Development, Johannesburg, 4 Settembre All ottavo paragrafo viene vista la dichiarazione come esplicita riaffermazione dei principi di Stoccolma del 1972, di Rio, dell Agenda 21 nonché della conferenza internazionale sul finanziamento allo sviluppo di Monterrey, e della conferenza dei ministri di Doha. 27 Per Washington Consensus, termine usato per la prima volta da John Williamson per descrivere il principio cui si ispiravano le riforme rivolte ai paesi indebitati dell America Latina, e programmate da Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, s intende qui riferirsi ad un certo approccio che ha spesso caratterizzato il rapportarsi del mondo occidentale al problema della crescita nei paesi in via di sviluppo. Un approccio basato in particolare su libero mercato, potenziamento delle esportazioni, privatizzazioni e investimenti stranieri, con la creazione di adeguate istituzioni giuridiche atte a sostenere ciò. 28 Meadows, D.H., Meadows, D.L., Randers, J., Beherens, W.W., The Limits to Growth: a Report for the Club of Rome s Project on the Predicament of Mankind, Washington DC, Universe Books, 1972, pag

21 costituendo idealmente il frutto del meeting capitolino di qualche anno prima, e si porrà, in termini tecnici, la necessità di un ripensamento del nostro modello di sviluppo, imposto dagli stessi limiti fisici del mondo naturale. Ciò riflette la discussione, profonda, che avviene in quegli anni in merito ad ambientalismo antropocentrico ed ecocentrico, di cui si è parlato prima. Occorre però tener conto che sostenibilità è un etichetta che va a definire uno spettro molto ampio di sfumature. Il che ha contribuito a renderla da un lato universalmente accettata appunto per la sua generalità, dall altro a considerarla come difficilmente attuabile a livello pratico, per le diverse variabili coinvolte 29. Cercando di portare il termine su binari meno teorici, potremmo suddividerlo in tre declinazioni principali, di cui è soprattutto l ultima ad interessarci: sostenibilità sociale, sostenibilità economica e sostenibilità ambientale 30. La prima potrebbe essere definita come una sorta di capitale morale composto dalle interazioni culturali e dal sistema di valori presenti in una società, che deve essere necessariamente predisposta ad accettare principi quali la solidarietà, la tolleranza, il pluralismo. La seconda valuta l uso del cd. capitale naturale in termini di costi e benefici, espressi in termini monetari, e orienta l allocazione di risorse scarse. La terza, invece, è focalizzata sulla ricerca, per l uomo, di un equilibrio tra capacità dell ecosistema di sostenere da un lato lo sfruttamento antropico delle sue risorse, e dall altro gli scarti che tale processo produce. Se la sostenibilità economica studia l impiego del capitale naturale, la sostenibilità ambientale ne studia le possibilità di mantenimento. L interazione tra queste tre componenti, opportunamente indirizzate al raggiungimento di obiettivi sia intra che intergenerazionali, porta a quello che comunemente viene considerato uno sviluppo sostenibile, o, per usare una definizione adottata dalla World Bank, comprehensive development 31, parametro cardine nel perseguimento dei progetti portati avanti da questa istituzione. Tornando alla sostenibilità ambientale, essa viene definita come un concetto governato da precise leggi biofisiche (ad esempio l impossibilità di sostenere un aumento di popolazione ed un aumento dello sfruttamento delle risorse) valide in ogni contesto, spaziale o temporale in cui si vadano ad applicare 32. Dette leggi influenzano la dicotomia di fondo che caratterizza la sostenibilità ambientale, ovvero il rapporto tra input ed output, o in altri termini tra fonte e contenitore. Con tali termini intendiamo da un lato l utilizzo di fonti rinnovabili e non rinnovabili, dall altro il conseguente inquinamento e la capacità di sostenerne l impatto. Il rapporto, che deve essere bilanciato per il pe- 29 Goodland, R., Daly, H., Environmental Sustainability: Universal and Non-Negotiable, in Ecological Applications, 1996, Vol. 6, n. 4, pag Goodland, R., The Concept cit., pagg Santos, A., The World Bank s Uses of the Rule of Law Promise in Economic Development, in The New Law and Economic Development: a Critical Appraisal, New York, Cambridge University Press, 2006, pag Goodland, The Concept cit., pag

22 riodo di tempo considerato è in sostanza legato all ecological footprint, o impronta ecologica. Questa indica l impatto dell uomo sull ecosistema, impatto che allo stato attuale appare insostenibile, dato che consuma circa la metà in più delle risorse che la Terra può produrre naturalmente 33. È proprio la ricerca di questo equilibrio che ha fatto sì che venga messo in discussione lo stesso concetto materiale di crescita, concetto spesso correlato ad un altro fattore, la sostituibilità, che in comune con la sostenibilità ha spesso solamente l allitterazione. Per sostituibilità, intendiamo il poter rimpiazzare un fattore di produzione con un altro, che abbia maggior efficienza e minore impatto sull ambiente quando possibile 34. Se da un lato ciò potrebbe portare al raggiungimento di atteggiamenti più virtuosi lo stesso mercato volontario dei crediti di carbonio ne è un esempio, per certi versi dall altro rappresenta un forte rischio. Ha infatti al suo interno l idea, fortemente antropocentrica, che tutto si possa sostituire con tutto, con effetti deleteri sia in termini di biodiversità, sia in termini di azione pratica. Infatti difficilmente la sostituibilità si accompagna ad azioni concrete nell immediato, preferendo contare sugli elementi di produzioni esistenti, e posponendo il problema. Un esempio concreto di tale atteggiamento potrebbe essere il Protocollo di Montreal: la dilazione temporale tra la scoperta dei danni causati allo strato di ozono da determinati agenti chimici avvenuta a circa metà degli anni 70 e la creazione del trattato che mirava alla limitazione o al bando di questi nel 1985 fu dovuta alla necessità di trovare sostanze in grado di sostituire tali agenti chimici, troppo dannosi. Superare il termine sostituibilità appare, oltre che doveroso, necessario, dato che non paiono esserci valori sostituibili alla necessità di un cambiamento climatico graduale, o all aria respirabile 35. Di conseguenza riscuotono una certa attenzione non solo i modelli alternativi, quali la steady economy 36, ma anche gli accordi volontari tra imprese che tentano di perseguire direzioni comuni (ad esempio gli accordi di Cancun 37 ). Si registrano inoltre iniziative di partnership tra pubblico e privato (intensificatesi dopo la Conferenza di Johannesburg). Anche in determinati consessi, quale ad esempio quello della World Bank, cui si è già accennato, e in numerosi rami 33 World Wildlife Fund, Living Planet Report 2010, Gland, pag. 32. Il documento completo è disponibile all indirizzo 34 Goodland, The Concept cit., pagg Ibid., pag Per steady economy s intende un economia dove v è un sostanziale pareggio tra accumulo di capitale, e tasso di crescita del prodotto interno lordo. Si rimanda per una definizione completa di tale modello a Daly, H.E., The Economics of the Steady State, in The American Economic Review, 1974, Vol. 64, n. 2, pag FCCC/CP/2010/7/Add.1, Report of the Conference of the Parties on Its Sixteenth Session, held in Cancun from 29 November to 10 December Si fa riferimento in particolare ad un passo importante che analizzeremo più avanti, ovvero il par. 7 del primo articolo. 10

23 del settore privato 38 la sostenibilità comincia ad essere accettata quale parametro fondamentale. Posto che la sostenibilità in particolare quella ambientale è, come si è visto, un concetto complesso, che richiede il superamento degli attuali modelli di sviluppo, il suo accoglimento si manifesta a livelli diversi. A livello base, infatti, potremmo porre le definizioni generali in tema di sostenibilità, affermatesi in ambito internazionale a partire dalla Dichiarazione di Rio nel Tali definizioni hanno il compito di fornire un supporto teorico e giuridico al concetto, e quindi, da un lato, forniranno alcuni principi guida (per esempio, la responsabilità comune ma differenziata, l obbligo di cooperazione, il principio chi inquina paga, e via dicendo), dall altro saranno fortemente condivise. Una volta formatasi una concezione internazionalmente accettata, i singoli Stati la trasleranno nei rispettivi ordinamenti, declinandola in maniera più o meno concreta a seconda dei casi. In ambito europeo, la sostenibilità è un principio importante nel Trattato di Maastricht, non a caso posto tra i primi articoli 39, e che evidenzia l impegno, da parte della Comunità, di perseguire un diverso modello di sviluppo economico. L art. 2 del Trattato di Amsterdam 40, nel 1997, e successivamente l art. 2, co. 3, del recente Trattato sull Unione Europea 41, segnano un ulteriore evoluzione, dimostrando, in prospettiva sia comunitaria che globale, il ruolo internazionale che la UE svolge in merito allo sviluppo sostenibile. Se però, come abbiamo visto, v è una corrispondenza tra valori espressi a livello internazionale e comunitario/statale, quanto si è detto non tiene conto di una dicotomia, che troveremo poi anche successivamente, ma che qui, in tema di sostenibilità, è già presente in nuce, ovvero quella tra accordi obbligatori, e volontari. Infatti, si cerca di svincolarsi in qualche modo dalla rigidità legislativa, e dalle inconvenienze che essa reca con sé (costi di adattamento, poca flessibilità, difficoltà di coordinamento, etc.), tentando invece di perseguire un modello su base volontaria, che permetta di raggiungere gli obiettivi prefissati attraverso il dialogo tra le imprese, siano esse piccole o grandi realtà economiche. Come avremo occasione di vedere in maniera approfondita, già dalla metà degli anni 80 tali modelli cominciano a prendere piede. Nel 1985 si ha la Responsible Care Global Charter 42, strumento attraverso cui l International Council of Chemical Association (ICCA) persegue, grazie ad accordi 38 Drexhage, J., Murphy, D., Sustainable Development: from Brundtland to Rio, in Background Paper Prepared for Condideration by the High Panel on Global Sustainability at his first meeting, New York, United Nations New York, 2010, pag. 9. Gli autori citano il successo del concetto di sostenibilità sia nel settore privato rimandando ad una serie di iniziative volontarie che in quello delle associazioni non governative. 39 Versione consolidata del Trattato che istituisce la Comunità Europea, in GUCE C 324/33, 24 Dicembre 2002, Principi, art Trattato di Amsterdam che modifica il Trattato sull Unione Europea, i trattati che istituiscono le Comunità Europee e alcuni atti connessi, in GUCE C 340/ , art Versione consolidata del Trattato sull Unione Europea e del Trattato sul Funzionamento dell Unione Europea, in GUUE C 326/15, 26 Ottobre Il testo completo si può trovare all indirizzo 11

24 vincolanti su base volontaria tra le industrie del settore, gli obiettivi oramai fissati dalla Comunità internazionale in vista di uno sviluppo sostenibile. Questa fornirà poi la struttura della Carta delle Imprese 43, presentata nel 1991, su iniziativa della Camera di Commercio Internazionale, durante la seconda Conferenza mondiale dell industria sulla gestione dell ambiente. Tra i primi obiettivi di questa Carta vi è quello di fornire una alternativa seria ed efficace all iperproduzione normativa, dimostrando alla società e agli Stati il raggiungimento di una nuova coscienza ambientale da parte delle imprese e la possibilità di attuare metodi di produzione più sostenibili, migliorandone al tempo stesso l efficienza 44. Tale ratio di fondo si ritrova poi in vari regolamenti CE, come quelli riguardanti EMAS e LIFE, solo per citarne alcuni. Essi sono, se vogliamo, diretta conseguenza del V Programma comunitario di politica e azione a favore dell ambiente e di uno sviluppo sostenibile, che nel 1993 sosteneva la necessità di un maggiore coinvolgimento tanto dei settori privati quanto degli enti locali. In tale ottica si volevano privilegiare le strategie legate al principio di condivisione della responsabilità, e della sussidiarietà 45. Questo ultimo punto, che si rivelerà fondamentale, è a sua volta derivazione della necessità di applicare strategie globali a livello locale, principio di cui è simbolo la cd. Carta di Ȧalborg 46, adottata durante la Conferenza europea sulle città sostenibili nel 1994 e che costituisce la declinazione dell Agenda 21 rispetto ai territori urbani. Come si sarà avuta occasione di osservare, il concetto di sostenibilità è in continuo dialogo con una serie di principi, e però allo stesso tempo ne costituisce, se vogliamo, la bussola: rappresenta quella che è stata definita una terza fase del diritto internazionale dell ambiente, che segna la nascita di un sistema ambiente 47. Se dobbiamo fare un bilancio, a partire dalla Dichiarazione di Rio del 1992, il concetto di sostenibilità viene ora considerato, anche e soprattutto a seguito della Millennium Declaration e dei 43 La versione aggiornata della Carta si trova all indirizzo Rules/Document-centre/2000/ICC-business-charter-for-sustainable-development-(2000)-(EN/FR/ES)/. 44 Pelosi, R., La Carta delle imprese per uno sviluppo sostenibile, in Ambiente e Sviluppo, 1997, n. 6, pagg Risoluzione del Consiglio e dei rappresentanti dei governi degli Stati Membri, riuniti in sede di Consiglio, del 1 Febbraio 1993, riguardante un programma comunitario di politica e d azione a favore dell ambiente e di uno sviluppo sostenibile, in GUCE C 138/26, Cap Carta delle città europee per uno sviluppo durevole e sostenibile, firmata ad Ȧalborg il 27 Maggio Essa riflette, a livello locale, o meglio, urbano, l attuazione del concetto di sviluppo sostenibileaffermato nell Agenda 21. È stata adottata da più di 80 Ammistrazioni locali europee, e da svariate organizzazioni non governative. 47 Al riguardo, si rimanda a Tamburelli. G., Tutela dell Ambiente: III) Diritto Internazionale, in Enciclopedia Giuridica, 2003, Vol. 2, pag. 2. Nel terzo paragrafo si ha la seguente tripartizione. Una prima fase è caratterizzata dai primi casi giurisprudenziali e accordi internazionale verso la fine degli anni 60, con l emergere di alcuni principi quali cooperazione, prevenzione e responsabilità dell autore dell inquinamento. La seconda fase parte con la Conferenza di Stoccolma e in essa si ha il progressivo affermarsi del principio di precauzione e responsabilità intergenerazionale. La terza segue alla Conferenza di Rio ed è centrata sul concetto di sostenibilità, con un approccio più sistemico ed omnicomprensivo. 12

25 Millennium Development Goals, un principio guida a livello internazionale 48. Inoltre, considerevoli passi in avanti sono stati fatti per rendere più concreto un concetto che troppe volte è parso troppo astratto e privo di connotati pratici. In tal senso, va vista la creazione di appositi organi, che contribuiscono alla sua implementazione 49. Ritornando al primo paragrafo, si è detto che la necessità di agire per una limitazione del cambiamento climatico nasce proprio dal fatto che tale mutamento sia ragionevolmente sostenibile da parte dell umanità e dell ecosistema. In quella ragionevolezza sta, secondo una recente sentenza del Tribunale di Salerno 50, da un lato il garantire la fruibilità del nostro sistema da parte delle generazioni future, dall altro il ponderare con cautela gli effetti negativi e positivi riferibili all esercizio di attività economica IL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE E SUA RILEVANZA IN MA- TERIA Il principio di precauzione si sviluppa soprattutto a partire dagli anni novanta, ed appare intimamente legato ai temi dell ambiente e dello sviluppo sostenibile 51. La sua origine, a livello dottrinale, viene tuttavia fatta risalire al principio, proprio del settore ambientale tedesco già dagli anni settanta, del cd. Vorsorgenprinzip, che potremmo tradurre letteralmente in principio di previdenza, con un accento posto sulle declinazioni attive, più che passive, implicite in detto principio, rispetto a quello di prevenzione 52. In ogni caso, per una trattazione più completa della sua evoluzione, vanno considerati, da un lato, gli ambiti in cui esso è stato elaborato (principalmente, diritto internazionale, diritto comunitario e nel contesto della World Trade Organization WTO ), e dall altro i concreti settori in cui esso viene applicato. Ci pare importante trattare tale principio, per la rilevanza che esso ha avuto, come vedremo, nell elaborazione di strumenti atti a limitare il cambiamento climatico. Il principio di precauzione, inteso quale base per la limitazione di attività umane i cui effetti possano arrecare danno all ambiente, in assenza di una totale certezza scienti- 48 Drexhage, J., Murphy, D., Sustainable Development cit., pagg Per Millennium development goals s intendono gli otto obiettivi principali che le Nazioni Unite si prefiggono di raggiungere entro il 2015, a seguito, della Millennium Declaration del 2000, e del relativo Piano d azione, commissionato due anni più tardi e pubblicato nel Il piano ed i suoi obiettivi sono reperibili all indirizzo 49 Si fa riferimento alla Commissione per lo sviluppo sostenibile (CSD), organo ausiliario del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, con compiti di monitoraggio e analisi, la Global Environment Facility (GEF) fondo amministrato da Banca Mondiale, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) e dal Programma delle Nazioni Unite per l Ambiente (UNEP). 50 Sent. Trib. Salerno, 4 Luglio 2007, n Franzone, D., Il principio di precauzione in diritto comunitario, in Bianchi, A., Gestri, M. (a cura di), Il principio di precauzionale nel diritto internazionale e comunitario, Milano, Giuffrè Editore, 2006, pagg Kriebel, D., Tickner, J., Epstein, P., Lemons, J., Levins, R., Loecher, E.L, Quinn, M., Rudel, R., Schettler, T., Soto, M., The Precautionary Principle in Environmental Science, in Environmental Health Perspectives, 2001, Vol. 109, n. 9, pag

26 fica, è andato ad assumere un ruolo assai rilevante ben prima della già citata Dichiarazione di Rio del 1992, al cui principio 15, per l appunto, si afferma che, in caso di minacce di danno grave ed irreversibile, l assenza di una certezza scientifica assoluta non deve essere pretesto per ritardare misure effettive rivolte alla salvaguardia ambientale 53. Per ripercorrere in maniera sintetica l evoluzione del principio, risulta utile menzionare una tripartizione, operata in dottrina 54, che ha il pregio di individuare diverse accezioni, susseguitesi nel tempo, del principio attraverso l analisi dei principali Trattati adottati per contrastare l inquinamento atmosferico e il cambiamento climatico 55. Il primo periodo analizzato vede la nascita del regime del Long Range Transboundary Air Pollution (LRTAP), che aveva come causa originaria il problema del fenomeno delle cd. piogge acide, che si cominciò a comprendere a partire dagli anni 70, mettendo in relazione i danni causati all ecosistema in particolare scandinavo con le emissioni di zolfo prodotte nell Europa continentale 56. Le conoscenze scientifiche furono la base della Convenzione di Ginevra del 1979, che tuttavia non pare ispirata al principio di precauzione, ma al principio di prevenzione, condizionando la limitazione di attività potenzialmente dannose, al sussistere di prove scientifiche certe del loro impatto A/CONF.151/26 Report of the United Nations Conference on Environment and Development, Rio de Janeiro, 1992, art Pontecorvo, M.C., Il principio di precauzione e la regolamentazione volta a combattere i cambiamenti climatici e l inquinamento dell atmosfera, in Bianchi, A., Gestri, M., (a cura di), Il principio precauzionale nel diritto internazionale e comunitario, Milano, Giuffrè Editore, 2006, pagg Non vanno tuttavia dimenticati gli altri ambiti in cui il principio di precauzione ha giocato un ruolo rilevante. In particolare l ambito della protezione dell ambiente marittimo, dove il documento originario è la Dichiarazione della Conferenza Internazionale sulla protezione del Mare del Nord, firmata a Brema nel 1983, nella quale sono presenti elementi già richiamati precedentemente nel principio di precauzione comunitario, e che verranno poi ripresi da successivi trattati, Dichiarazione di Rio compresa. Si parla infatti di limitazioni in caso di insufficienti informazioni e possibili danni alla salute (par. C 9) aggiornamento e rafforzamento delle indagini scientifiche (parr. A 8 e C 10). Ancora, altri settori sono quello della regolazione della pesca, e, in qualche modo collegato, quello della biodiversità, in merito alla quale va richiamata la Convenzione delle Nazioni Unite sulla Biodiversità del Ricordiamo inoltre l ambito dei rifiuti pericolosi, in cui, in linea indicativa, va ricordata anche per la vicinanza con il tema dello sviluppo sostenibile la conferenza di Bamako del 1991, nata in risposta alla scarsa efficacia che la precedente Convenzione di Basilea sullo stesso tema aveva avuto nel limitare il traffico di rifiuti pericolosi verso i paesi in via di sviluppo. Nella Convenzione di Bamako,del 1991, si fa esplicito riferimento al principio di precauzione all art. 4 par. 3 lett. f), assieme al principio di prevenzione. È interessante poi notare che nello stesso articolo, su cui torneremo, si consigli di preferire, per ridurre l inquinamento dell aria, modalità di produzione pulite, piuttosto che il sistema di Emission Trading. Di pari rilevanza, all interno della Convenzione poi, è il principio di correzione alla fonte, che appare ispirare gran parte del preambolo. 56 Per una più completa trattazione sulle cause delle piogge acide, e sulla conseguente acidificazione delle acque, si veda Bishop, K.H., Limiting of Acid Surface Waters in Northern Sweden: Questions of Geographical Variations and the Precautionary Principle, in Transactions of the Institute of British Geographers, 1997, Vol. 22, n. 1, pagg Interessante è rilevare che a livello storico ( per ricordare che un dato evento è spesso frutto sia di cause umane che naturali), si era già verificato, principalmente in Islanda e Scandinavia, un vasto fenomeno di piogge acide, causato dall eruzione del crepaccio Laki, in Islanda, nel Si veda al riguardo il già citato saggio di Behringer, W., Storia culturale cit., pag Pontecorvo, M. C, Il principio di precauzione cit., pag

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