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1 12 Gennaio 2010 Dreams and Drug Administration I temi del mese: 1. Sogni e droga, per illudere ancora 2. Il 2009, primo anno di Obama 3. Riflessioni sulla crisi 1. Se mai ce ne fosse stato bisogno, venerdì 8 gennaio si è avuta la conferma della tesi che sosteniamo ormai da tempo. Vi sono mani forti che stanno pilotando i mercati azionari, alterandone il corso e, con esso, il principio stesso di rappresentare un luogo di libero scambio, il fondamento di un economia basata sulle leggi della domanda e dell offerta. Ma andiamo con ordine, partendo dalla fine. 14,30 (ora italiana), uscita del dato macroeconomico (mensile) da sempre, e oggi più che mai, atteso con maggior trepidazione da gestori e trader di tutto il mondo: il non farm payrolls, ovvero il numero di nuovi occupati nell economia USA, ad esclusione del settore agricolo. Gli analisti si attendono una conferma del segnale di un mese prima quando, con riferimento a novembre, si era verificata una sostanziale tenuta dell occupazione, dopo un biennio in cui il sistema produttivo ha espulso dall attività oltre 7 milioni di posti di lavoro, di cui quasi 5 nell ultimo anno Il dato è una doccia fredda ( buste paga ), una gelata che in altri tempi avrebbe innescato un sell off di proporzioni considerevoli. Forse un -3 o un -4% per gli indici azionari ed un impennata per le quotazioni dei bonds. I titoli di Stato reagiscono correttamente, schizzando in alto. Il mercato azionario flette un poco, ma da come si muovono i bid/ask si capisce che c è chi ha messo un paletto per tempo. Le quotazioni non possono, non devono scendere! Faticosissimamente, nella prima mezz ora dopo il dato, il Dow Jones arriva a cedere mezzo punto percentuale, poi, pian piano, con regolarità risale, riguadagnando i livelli precedenti. Di più, in serata tutti gli indici americani chiudono sui massimi di periodo Il cerchio si chiude e con la prova definitiva si conferma, in tutta la sua evidenza, il teorema applicato dalla cricca che manovra (ancora per poco) i destini del mondo, ovvero la Federal Reserve e l Amministrazione Statunitense. Il sistema finanziario, per reggere e continuare a sostenere i profitti delle banche ed i bonus dei top manager (notizia a pag. 6 de Il Sole 24 Ore di sabato scorso: Bank of America porta i bonus ai livelli del 2007, cioè ai massimi pre-crisi complimenti!), invece che lo sviluppo economico ed il benessere dei cittadini (che perdono il posto di lavoro, si indebitano e scivolano inesorabilmente verso l indigenza ) deve diffondere l illusione di una ricchezza globale delle famiglie se non in crescita, quantomeno in tenuta. Missione quasi impossibile in un contesto così avverso, dove contro giocano elementi quali: - la caduta nel valore degli immobili, che fa sentire ognuno più povero. - la perdita di posti di lavoro, e l insicurezza che ne deriva per chi ancora il lavoro ce l ha, le quali anch esse acuiscono il senso di povertà. - il crescente indebitamento del settore privato, riflesso dalle sofferenze bancarie in rapida crescita, che è di nuovo un segnale di impoverimento. - l esplosione dell indebitamento del settore pubblico (ormai in Europa non si parla neanche più del mitico rapporto deficit/pil, tormentone degli anni 90, quando doveva tassativamente

2 rimanere sotto il 3%, pena il fallimento dell euro, mentre ora naviga tranquillamente fra il 5 ed il 10% nei diversi paesi dell Unione ), il quale è certamente un indicatore di povertà collettiva. Tutte conseguenze di decenni in cui si è vissuto ben al di sopra del sostenibile, ma soprattutto variabili impossibili da controllare e, drammaticamente, ormai fuori controllo. Quali fili rimangono, allora, nelle mani dei burattinai? Manovrare la liquidità, offrendola a costo zero (il che equivale sostanzialmente a stampare moneta ad libitum, misura degna del miglior Pancho Villa ) a banche, d affari o commerciali ormai sembra non esserci più differenza, in modo che possano comprare titoli azionari e sostenere i mercati, a livelli che non hanno alcuna giustificazione rispetto ai fondamentali, ma tali da riflettere un illusoria sensazione di prosperità, positività e ricchezza. Insomma, di fronte all impotenza nel gestire le variabili dell economia reale, la banca centrale americana smanetta freneticamente sulle uniche leve di cui dispone, da monopolista, nel patetico tentativo di salvare il salvabile di un mondo che gli eventi del 2008 hanno dimostrato inequivocabilmente ormai fuori da ogni logica, oltre che dal tempo. Sogni per il popolo e droga per il sistema, finché dura, finché l esplosione dell ennesima bolla non farà definitivamente piazza pulita dei tanti che scodinzolano ipnotizzati dietro i pifferai magici di sempre (la Fed è solo il capobanda, ad essa seguono i governi di tutti i paesi occidentali, la stampa prezzolata, l intero sistema della gestione del risparmio, che sopravvive soltanto finché all investitore possa essere servita l illusione di mercati che creano valore, dal più strapagato fra gli amministratori delegati all ultimo dei promotori finanziari ), volendo credere all inverosimile, salvo poi lagnarsi del mercato, che è un casinò dove è impossibile guadagnare, ed altre amenità del genere Il mercato non e un casinò, né il lupo brutto e cattivo delle favole. Il mercato è, deve essere per chi impiega dei denari, un luogo dove realizzare profitti, di breve, medio o lungo termine, ma sempre che si tengano i piedi per terra e si eserciti un senso critico verso ciò che esso esprime, nelle quotazioni dei titoli, come attraverso i comportamenti degli attori che lo interpretano. Da tempo, quel senso critico che, a differenza di altri, non abbiamo smarrito, ci fa ritenere che è in atto una deriva, di cui sono chiari gli artefici, le trame, i mezzi, ed ovviamente i fini. Di questa deriva, presto molti saranno chiamati a pagare il conto. Ed è con piacere che rileviamo come le nostre tesi comincino a non essere più così isolate, almeno a giudicare dall ultima copertina di The Economist, in cui si parla apertamente di bolla relativa a titoli sopravvalutati. La copertina dell ultimo The Economist

3 2. Al di là dei mercati, non si può argomentare del 2009 senza focalizzarsi sulla figura di Barack Obama, se non altro per il ruolo che gli Stati Uniti ancora giocano nel determinare le dinamiche economiche planetarie. Le attese che dodici mesi fa venivano dagli osservatori, soprattutto europei, è il caso di sottolinearlo, erano molto elevate, in buona parte a ragione, considerato il potenziale di novità incarnato dall ex senatore dell Illinois. Come spesso accade, ad aspettative ambiziose fanno poi seguito bilanci avari, sia nella fredda analisi dei numeri a consuntivo, sia nel più impalpabile sentire, che è un mix di emotività e idealità, un luogo meta-fisico ma paradossalmente ben presente nell esperienza quotidiana individuale come collettiva di ogni essere umano. Obama, per quanto diverso potesse essere, non si è saputo sottrarre alla regola ed oggi, sia nei sondaggi che misurano il gradimento popolare, sia nelle più ragionate analisi degli esperti, economisti o politologi che siano, è in evidente, notevole difficoltà. Nei nostri ragionamenti ci limiteremo agli aspetti relativi alla sua azione in campo economico, ed in particolare a quella promessa di invertire il trend del mercato del lavoro, vero drammatico problema, strutturale e non congiunturale, di tutte le economie avanzate. Avanzate ancora per poco, considerato che viaggiano ormai da tempo con la retromarcia in una competizione dove altri sono stabilmente a tavoletta, e ad ogni pit stop non si limitano a fare il pieno o a cambiare le gomme, ma sono in grado di sostituire l intero veicolo, a costi inferiori e performance superiori. Su questo tema torneremo più avanti, rimaniamo invece ancora sull economia americana. Quello che l ultima crisi ha messo in evidenza, non è soltanto banalmente la fragilità del sistema finanziario, l autoreferenzialità di quello bancario, l ancillarità del lavoro rispetto al capitale, quanto soprattutto la divergenza insanabile fra le dinamiche produttive e quelle occupazionali. Le aziende statunitensi ed europee sopravvivono (anche se i tassi di mortalità si sono impennati nell ultimo biennio), a volte persino continuano a fare utili, ma tagliando posti di lavoro, domestici almeno. La tecnologia consente incrementi di produttività, che si traducono parte in extraprofitti (di cui beneficiano le aziende), parte in diminuzioni di prezzo (di cui beneficiano i consumatori), ma quella stessa tecnologia, in un sistema globalizzato, amplifica la competizione senza barriere e rende inammissibili gli enormi differenziali salariali fra Occidente ed Oriente, comportando inevitabilmente una sostituzione, un ricambio geografico, una dialisi intercontinentale del fattore lavoro. E il tema che caratterizzerà, sul piano economico, politico, sociale, forse militare, i prossimi decenni. Tutto il resto sarà soltanto cronaca di eventi marginali e rumore statistico. E allora, per tornare al giudizio sul primo anno di Obama, e forse ad un abbozzo di idea che ci si può fare dello spessore politico del personaggio, come leggere quel proclama del 22 novembre 2008, successivo all esito elettorale e precedente l insediamento alla presidenza? Entro il 2011 creeremo 2 milioni e mezzo di nuovi posti di lavoro Data Type: ALL EMPLOYEES, THOUSANDS Year Jan Feb Mar Apr May Jun Jul Aug Sep Oct Nov Dec Annual (P) (P) P : preliminary Fonte:

4 Cioè l anno per tre anni, un proposito impegnativo. Sono passati tredici mesi, e di posti di lavoro ne sono stati persi circa : a questo punto, per mantenere quella promessa, se ne dovranno creare oltre 7 milioni, e in soli due anni. Vale a dire più di 3 milioni e mezzo l anno. Trecentomila al mese Una cifra difficilmente ipotizzabile, soprattutto osservando quanto accaduto durante l ultima espansione, quella dal 2003 al 2007, che pure ha visto incrementi di PIL su base annua del 4-5%. E allora, un Obama impostore che promette ciò che sa di non poter mantenere, o un Obama incapace di conseguire i propri obiettivi, pur a fronte di un impegno finanziario della mano pubblica senza precedenti, che ha portato l indebitamento del Tesoro a livelli di repubblica delle banane? E probabile che siano vere entrambe le cose. Da un lato, bisogna ricordare che la politica delle mezze verità (e delle sane bugie) è un espediente largamente usato dal potere politico quando vuole evitare che la ruvida realtà delle cose provochi reazioni pericolose e difficili da controllare. Ed è ingenuo ritenere che il presidente americano sia potuto sfuggire a questa facile tentazione. Dall altro, è evidente che la manifestazione dei fatti, soprattutto relativamente al tema dell occupazione, si è rivelata assai più avara di quanto certi ingenui e velleitari proclami lasciassero sperare. La caduta dei livelli occupazionali non ha precedenti nelle recessioni che si sono susseguite dal dopoguerra ad oggi, ovvero dalla grande depressione di 80 anni fa. E ciò si spiega non solo con la gravità degli aspetti legati alla genesi della crisi, ovvero il collasso di un sistema finanziario marcio ed ipertrofico insieme, quanto considerando elementi del tutto nuovi sul piano degli equilibri fra i diversi blocchi politici ed economici del pianeta.

5 3. La crisi in cui stiamo annaspando è nuova, perchè nuovo è il contesto geopolitico nel quale si sviluppa, nuovi sono i protagonisti sulla scena, nuove le regole del gioco, nuovi i rapporti di forza. Per questo è ingannevole e fuorviante utilizzare semplicisticamente il confronto con il passato per arrivare a conclusioni che non possono che rivelarsi errate. Parliamo di mondi diversi. Nel grafico sopra riportato si descrive il percorso di caduta e di recupero dei livelli occupazionali in occasione di ognuna delle ultime undici recessioni, dal dopoguerra ad oggi, compresa pertanto quella in corso. Ma dal 1948, primo anno considerato, al 1990 cosa era la Cina? Un paese dove al feudalesimo dei mandarini si era sostituito il comunismo dei segretari di partito e degli apparati. Un gigante dormiente dove per controllare le nascite, e preservare al tempo stesso la capacità produttiva di un economia sostanzialmente rurale, si praticava l infanticidio femminile. Era un quinto, forse un quarto della popolazione mondiale tenuto fuori dalla competizione, non solo produttiva e di mercato, ma anche nel contendere materie prime e risorse naturali, scarse e finite per definizione. In quel mondo la capacità di reagire dell Occidente era non sempre rapida, come dimostrano le crisi petrolifere degli anni settanta e ottanta, ma comunque senza ostacoli, né sul fronte orientale, né su quello dell ex blocco sovietico, altro sistema chiuso. La caduta del muro ed il risveglio dell Asia, dove alla Cina si è affiancata rapidamente l India quale protagonista e motore della crescita, hanno sconvolto ogni equilibrio, sovvertendo gerarchie formatesi con l inizio dell era moderna e consolidatesi lungo oltre un secolo. E prova di questa nuova realtà il costante allungamento dei tempi di rientro delle crisi occupazionali, osservabile nelle recessioni che si susseguono, dall 81, al 90, fino al Negli ultimi 30 anni ogni volta che l economia è andata in difficoltà si e fatta più fatica a recuperare i posti di lavoro perduti, ma mentre nell ultima crisi, quella di inizio millennio, il buco da colmare era tutto sommato di entità limitata, nella crisi in corso siamo precipitati in una voragine, da cui sono inipotizzabili tempi e modalità di uscita.

6 Nel 1990 in Cina vi erano 647 milioni di lavoratori, di cui 389 nel settore agricolo, 86 nel manifatturiero e 172 negli altri, chiamiamoli per semplicità terziario, molta parte del quale pubblica amministrazione (possiamo soltanto immaginare su quale apparato di funzionari e impiegati si deve reggere uno stato socialista di queste dimensioni ) Nel 2003, in un terziario nuovo ed avanzato erano impiegati ben 289 dei 744 milioni di lavoratori. L aumento di quasi 100 milioni di occupati e finito tutto nei servizi, e certamente non nella pubblica amministrazione, che anzi è stata snellita da riforme e dall introduzione di nuove tecnologie. (http://www.adb.org/documents/books/key_indicators/2009/pdf/prc.pdf). Per l India abbiamo un riferimento fra il 1994 ed il Qui i lavoratori impegnati nei servizi crescono, in 11 anni, da 65,2 a 92,4 milioni. Insomma, l incremento è in valore assoluto di circa 27 milioni, di oltre il 40% in termini relativi. (http://www.adb.org/documents/books/key_indicators/2009/pdf/ind.pdf). In questa parte del mondo i posti di lavoro si creano, non si distruggono E visto che siamo in un sistema globalizzato, dove di barriere ne esistono sempre meno, è facile immaginare a detrimento di chi sia avvenuta, almeno in parte, questa crescita così travolgente. Ed è altrettanto agevole, purtroppo, ipotizzare quali saranno in futuro i nuovi vinti, gli sconfitti della competizione su scala planetaria. C è però chi si culla nell illusione che i milioni di nuovi lavoratori del far east saranno anche insaziabili consumatori di prodotti occidentali. Un illusione, appunto. Abbiamo soltanto due categorie di beni da offrire ai nuovi, futuri benestanti orientali. Niente di tecnologico, di sofisticato, di avanzato, di ultramoderno. All opposto, potremo continuare a proporre veramente con successo solo ciò che ha un brand (imitabile, per carità, ma chi ha soldi veri compra solo l originale ), dalla Ferrari a Valentino, e il patrimonio di arte e cultura di cui, fortunatamente, in Europa e soprattutto in Italia siamo particolarmente dotati. Per questo, i maggiori sconfitti del ventunesimo secolo saranno gli Stati Uniti d America. Quella che è stata fino ad oggi la loro forza, l innovazione tecnologica, sarà domani la loro debolezza, non potendo competere sul quel terreno e non riuscendo a sostituirvi null altro, né la storia, né la cultura, né il prestigio che viene dal blasone e a cui sempre aspirano i parvenu, a prescindere dal taglio degli occhi. Forse è per questo che la Federal Reserve e l Amministrazione USA stanno giocando le loro ultime, disperate carte per rallentare lo sfaldamento inevitabile della loro egemonia, di un sistema che ha ormai i toni decadenti di un piccolo mondo antico che scivola dalle pagine della cronaca, fresche di frenetico inchiostro, a quelle, polverose e datate, dei libri di storia. Saluti.

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