Greg Iles Una faccenda privata

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1 Greg Iles Una faccenda privata Traduzione di Marco Amato

2 Titolo originale dell opera: Third Degree 2007 by Greg Iles All rights reserved. Questo romanzo è un opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell autore o hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione e sono quindi utilizzati in modo fittizio. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale. I Edizione Piemme Bestseller, giugno EDIZIONI PIEMME Spa Milano - Via Tiziano, Anno Edizione Stampa: Mondadori Printing Spa - Stabilimento NSM - Cles (TN)

3 Capitolo 1 Ancora nel limbo tra il sonno e la veglia, Laurel allungò la mano e la infilò tra la sponda del letto e il materasso, cercando di riconnettersi con il mondo. Il metallo freddo del cellulare le provocò un brivido e un attimo dopo era completamente sveglia, mentre voltava lentamente la testa sul cuscino... Al suo fianco il letto era vuoto. Sembrava che suo marito Warren non ci avesse neppure dormito. Resistendo all impulso di controllare se ci fossero messaggi, nascose di nuovo il cellulare, poi scese dal letto e a passi silenziosi raggiunse rapidamente la porta della camera. Il corridoio era deserto, ma dei rumori, come degli strani colpi, provenivano dallo studio. Laurel sgusciò lungo il corridoio e si affacciò nella grande stanza. Sull altro lato del vasto open space, nella zona-studio, vide Warren in piedi davanti alla libreria. A terra, davanti a lui c era una mezza dozzina di libri di medicina, altri stavano sul divano di pelle rossa lì accanto. Restò a guardare mentre Warren, piuttosto arrabbiato, prese dalla libreria altri volumi, sei o sette alla volta, per ammucchiarli a casaccio sul divano. Aveva i capelli biondi arruffati e indossava gli stessi abiti del giorno prima. Forse stanotte non era andato davvero a letto. Normalmente Laurel si sarebbe preoccupata, ma oggi socchiuse gli occhi, sollevata, e si affrettò a tornare verso la camera. 7

4 Quando entrò nel bagno, un nodo le stringeva alla gola. Per giorni aveva rinviato quella decisione, sperando di poterla evitare, ma ormai non le restava altra scelta. Era determinata ad andare fino in fondo, anche se parte di lei resisteva a quell idea. La mente, pensò, è capace di tutto pur di negare o sorvolare su certe realtà. In ginocchio davanti al lavandino, frugò nell armadietto, prese una busta della farmacia Walgreens e la portò nel cubicolo dove stava il water. Poi chiuse a chiave la porta, aprì la busta e prese una scatola di assorbenti da cui estrasse il piccolo astuccio di cartone che vi aveva nascosto il giorno prima, e su cui c era scritto test di gravidanza. Con dita tremanti strappò la bustina di plastica e prese uno stick che le ricordò quello che l aveva gettata nel panico a diciannove anni. Stranamente, era più spaventata adesso di quanto non lo fosse stata allora, quando ancora non era sposata. Tenendo lo stick tra le gambe, cercò invano di urinare. Qualcuno era entrato nel bagno? Uno dei bambini? Non sentendo respiri o rumori di passi, si sforzò di pensare ad altro: si concentrò sull incontro genitori-insegnanti programmato per quel giorno. Mentre i suoi pensieri andavano alle madri ansiose che avrebbe dovuto affrontare più tardi, tolse lo stick finalmente bagnato, poi chiuse gli occhi e cominciò a contare. Rimpianse di non aver portato con sé il cellulare. Era già una follia lasciarlo in camera con Warren in giro... ma tenerlo in casa era anche peggio. Il cellulare che Laurel chiamava il clone era un secondo telefono, identico a quello di famiglia, ma intestato a qualcun altro, in modo che a Warren non arrivassero le bollette. Era un sistema perfetto per le comunicazioni riservate, sempre che Warren non vedesse contemporaneamente entrambi i cellulari. Ma, nonostante quel pericolo, Laurel non riusciva a separarsi dal clone, anche se da cinque settimane non riceveva messaggi. 8

5 Laurel si accorse di aver contato per più di trenta secondi e aprì gli occhi. Lo stick aveva un aspetto più grazioso di quelli usati ai tempi del college, con un minuscolo display simile a quelli delle calcolatrici tascabili da quattro soldi. Non era più necessario riuscire a distinguere le sfumature di colore per sapere se c eri rimasta. Sotto i suoi occhi, in nitide lettere blu sullo sfondo grigio, apparve la scritta incinta. Laurel restò a guardare, in attesa che comparisse un non, prima di quella parola. Una speranza puerile, perché parte di lei conosceva già la verità senza bisogno di test: i seni troppo sensibili, la stessa nausea di quando era stata in attesa del suo secondo figlio. Mentre il nuovo slogan che pubblicizzava il test, Il test che non sbaglia mai, le risuonava in testa, continuava ad aspettare. Aveva sentito quelle parole almeno venti volte nelle ultime settimane, cinguettate in tv durante le stupide sit-com per bambini o i polizieschi che guardava Warren, mentre lei aspettava disperatamente che le arrivassero le mestruazioni. La scritta sullo stick non cambiava. Laurel cominciò a scuoterlo come faceva sua madre con il termometro, quando era bambina. incinta! Stava trattenendo il fiato da quando era apparsa quella parola sul display. Se non fosse stata seduta sul water sarebbe caduta a terra svenuta. Si appoggiò al muro, il volto freddo. Le salì in gola un singhiozzo e le suonò estraneo, come se qualcuno stesse piangendo oltre la porta. «Mamma?» disse Grant, il figlio di nove anni. «Sei tu?» Laurel cercò di rispondere, ma non riuscì a dire una parola. Mentre si copriva la bocca con le dita ancora tremanti, sul volto scorrevano le lacrime. «Mamma?» chiese la voce dietro la porta. «Va tutto bene?» Laurel riusciva a intravedere la piccola sagoma di Grant attraverso la griglia della porta. No tesoro, non va bene. Sono qui seduta sul water e sto per perdere la testa. 9

6 «Papà!» urlò Grant, senza muoversi. «Mi sa che la mamma si sente male.» Non mi sento male, piccolo, mi sta solo crollando addosso questo dannato mondo... «Sto bene tesoro» disse Laurel con voce strozzata. «Sto benissimo. Te li sei già lavati i denti?» Silenzio. «Hai la voce strana.» Laurel sentì che il peggio stava passando e che l istinto di sopravvivenza stava avendo la meglio. Lo shock del test di gravidanza l aveva emotivamente scossa, e aveva paura di perdere il controllo. Ma poi all improvviso, la gravidanza divenne una questione puramente accademica, un piccolo elemento da vagliare nella lunga lista dei sotterfugi quotidiani. Undici mesi di adulterio l avevano allenata a certi ignobili espedienti. Certo che la situazione era incredibile: avevano interrotto la relazione cinque settimane prima, senza ripensamenti; e adesso, ironia della sorte, era incinta. Ficcò lo stick nell astuccio, lo rimise nella scatola di assorbenti, che riinfilò nella busta. Dopo averla sistemata dietro il water, tirò lo sciacquone e si alzò. Grant stava aspettando oltre la porta. S immaginava la sua espressione vigile, pronta a cogliere qualsiasi segno d inquietudine della madre. Negli ultimi mesi Laurel aveva visto spesso quel viso attento, e ogni volta si sentiva trafitta dal senso di colpa. Grant sapeva che sua madre stava attraversando un momento difficile; lo sapeva meglio di suo padre, perché era molto più perspicace. Laurel si asciugò le lacrime, poi afferrò la maniglia, imponendo alle proprie mani di non tremare. La routine, pensò. La routine ti salverà. Recita la tua solita parte e nessuno noterà niente. Devi tornare a fare la brava mogliettina... Aprì la porta sorridendo. Grant, con indosso solo la maglietta da skateboard, teneva lo sguardo fisso verso di lei come un esperto in interrogatori. Aveva gli occhi di Laurel e la faccia di suo padre, ma la somiglianza si faceva ogni giorno 10

7 meno spiccata. Negli ultimi tempi Grant sembrava crescere con la rapidità di un cucciolo. «Beth si è svegliata?» gli chiese. «Ricordati che prima di uscire dobbiamo ripassare la lezione di ortografia.» Grant annuì, innervosito, senza staccare gli occhi dal volto della madre. «Hai le guance arrossate» notò. La voce, solitamente melodiosa, era fredda, sospettosa. «Ho fatto un po di flessioni per gli addominali.» Grant arricciò le labbra, rimuginando sulla spiegazione. «Hai fatto quelle facili o quelle difficili?» «Quelle difficili.» Laurel approfittò della perplessità di Grant per sgusciargli accanto e raggiungere il mobiletto. Si infilò una vestaglia di seta sopra la camicia da notte e imboccò il corridoio, diretta in cucina. «Puoi andare a vedere se Beth si è alzata?» disse a Grant. «Io intanto preparo la colazione.» «Papà fa delle cose strane» disse Grant turbato. Provando qualcosa di molto simile alla paura, Laurel si fermò e si voltò, fissando quella esile sagoma in piedi sulla soglia della camera. «Che vuoi dire?» chiese, voltandosi verso il figlio. «Sta buttando all aria il suo studio.» Ripensò a Warren che prendeva i libri dagli scaffali. «Credo che si tratti semplicemente di quella faccenda delle tasse di cui ti abbiamo parlato. È una cosa molto stressante, tesoro.» «Ma cos è un accertamento?» «È quando il governo vuole essere sicuro che hai pagato tutti i soldi che gli devi.» «E perché devi dare dei soldi al governo?» Laurel si sforzò di sorridere. «Per poter pagare le strade e i ponti e... l esercito, e cose del genere. Ne abbiamo già parlato, tesoro.» Grant sembrava poco convinto. «Papà dice che ti prendono i soldi così poi la gente pigra non deve lavorare. E così si 11

8 fa visitare dal dottore gratis, mentre la gente che lavora deve pagare.» Laurel non sopportava che Warren sfogasse davanti ai bambini le sue frustrazioni professionali. Non capiva che i bambini sono delle spugne? Assorbono qualsiasi cosa. O forse lo capiva? «Papà mi ha detto che sta cercando qualcosa» proseguì Grant. «E ti ha spiegato che cosa?» «Un pezzo di carta.» Laurel tentava di concentrarsi sulla conversazione, anche se il suo problema continuava ad assillarla. «Gli ho detto che volevo aiutarlo» continuò Grant con tono offeso. «Ma lui mi ha sgridato.» Laurel si sentì ancora più confusa. Non era da Warren comportarsi così. Come non lo era restare alzato tutta la notte con indosso i vestiti del giorno prima. Forse la faccenda dell accertamento era più grave di quanto le aveva fatto credere. Anche se non era niente in confronto alla propria situazione, quella sì che era una catastrofe. A meno che... No, pensò con angoscia, anche quella sarebbe una catastrofe. Si chinò e baciò Grant sulla fronte. «Hai dato da mangiare a Christy?» «Certo» rispose con ostentato orgoglio. Christy era la cagnetta dei bambini, una Welsh Corgi sempre più sovrappeso. «Adesso per favore vai a vedere se tua sorella è sveglia, tesoro. Io vado a preparare la colazione.» Grant annuì e Laurel si alzò. «Che ne dici di un french toast?» Le rivolse un sorrisetto forzato. «Facciamo due?» «Okay.» Laurel, quella mattina, non aveva alcuna voglia di incrociare lo sguardo di Warren. Di solito non doveva farlo. Il più 12

9 delle volte lui usciva presto per farsi dagli otto agli ottanta chilometri in bicicletta, un hobby che praticava in maniera ossessiva, e che occupava una bella fetta del suo tempo. Altre volte usciva presto per il turno di mattina in ospedale, mentre lei preparava i bambini per la scuola. Ma oggi, visto che Warren non si era neppure fatto la doccia, probabilmente sarebbe rimasto a casa finché lei non fosse uscita. Le tornò in mente la busta di Walgreens. C era una probabilità su un milione che Warren la notasse e ancora meno che vi guardasse dentro. Eppure, a volte, lo sciacquone perdeva acqua e smetteva solo muovendo la leva del galleggiante. Warren era assillato da queste cose. E se si fosse rimboccato le maniche per risolvere il problema? Chinandosi, avrebbe visto la busta, e magari l avrebbe gettata via con rabbia... Sono le cose da niente quelle che ti fregano. Danny glielo aveva detto tante di quelle volte che le era rimasto ben impresso nella mente. Parlava per esperienza: da adultero e da ex pilota da combattimento. Dopo un attimo di esitazione, Laurel tornò rapidamente in bagno, aprì una delle finestre, e gettò fuori la busta, che cadde dietro i cespugli. L avrebbe recuperata prima di andare a scuola, per poi buttarla nel cassonetto di qualche stazione di servizio. Mentre richiudeva la finestra, diede un occhiata al prato: un ampia distesa di erba bagnata di rugiada, delineata da alberi di pecan, che con l arrivo della primavera stavano mettendo le foglie. Era praticamente impossibile che qualcuno l avesse vista mentre svolgeva quella rapida operazione di smaltimento ; la loro casa sorgeva su un terreno di circa quattro ettari e quella degli Elfman, la più vicina su quel lato, distava almeno duecento metri, separata da una fitta vegetazione. Qualche volta Laurel aveva visto il vicino tagliare l erba lungo il confine della proprietà, ma era ancora troppo presto per quel genere di lavori. Prima che il peso psicologico della gravidanza la facesse ripiombare nei suoi pensieri, Laurel indossò dei pantaloni 13

10 neri a tre quarti e una camicetta di seta bianca, poi si truccò a tempo di record. Mentre si metteva l eye-liner, si rese conto di evitare il proprio sguardo almeno quanto quello di suo marito. Si allontanò dallo specchio per darsi un ultima controllata e il senso di colpa la travolse. Aveva esagerato con il trucco nel vano tentativo di nascondere i segni del pianto. Il volto che la fissava dallo specchio era quello di una bambolona, come la definivano sprezzantemente, in privato, parecchie donne. A causa della sua bellezza, sottovalutavano il suo lavoro, la sua energia, la sua dedizione alle buone cause... tutto. Di solito se ne fregava di ciò che pensava la gente, specie quelle streghe che spettegolavano continuamente su di lei. Ma oggi il test di gravidanza aveva confermato le loro più feroci insinuazioni. «Ma come cavolo ho fatto a ridurmi così?» sussurrò rivolta al proprio riflesso. L espressione di biasimo nei suoi grandi occhi verdi divenne insostenibile. Scacciò quei pensieri, poi si voltò e si affrettò lungo il corridoio, pronta ad affrontare la sua famiglia. I bambini avevano quasi terminato di fare colazione prima che Warren si affacciasse dallo studio. Laurel aveva lavato la padella e stava per voltarsi verso il tavolo di granito, dove i bambini finivano di mangiare i french toast, quando sorprese gli occhi cerchiati di Warren che la fissavano dalla soglia. Non si era rasato e quella leggera ombra sul mento e sulle guance gli dava un aria stranamente intensa. Aveva le occhiaie e l espressione del viso non lasciava trapelare nulla, a parte un vago rancore, che lei attribuì all avversione per i funzionari delle tasse. Laurel inarcò le sopracciglia, come a chiedergli tacitamente se voleva che lo raggiungesse per fare due chiacchiere, ma lui scosse la testa. «Se la terra continua a scaldarsi, l oceano comincerà a bollire, come quando prepari le uova sode con il tonno?» chiese Beth, la figlia di sei anni. 14

11 «No, testolina» la rassicurò Laurel. «Basta anche solo una minima variazione di temperatura a far sciogliere tutto quel ghiaccio al polo nord e al polo sud. E questo potrebbe avere gravi conseguenze per la gente che vive sulla costa.» «In realtà,» disse Warren dalla soglia dello studio, con una voce profonda che giungeva distintamente attraverso la grande stanza «prima o poi l oceano finirà davvero per bollire.» Beth aggrottò le sopracciglia e si voltò dall altra parte. «Il sole» disse Warren «prima o poi si surriscalderà e si espanderà in un enorme palla di fuoco. L oceano comincerà a bollire e a evaporare come acqua in una pentola messa sul fuoco.» «Davvero?» chiese Beth, angosciata. «Certo. E poi...» «Papà sta parlando di una cosa che accadrà tra milioni di anni» intervenne Laurel, chiedendosi cosa diavolo era saltato in testa a Warren di raccontare certe cose. Beth ne sarebbe rimasta turbata per giorni. «Per allora la tua propro-pro-pro-pro-pronipote sarà già morta e sepolta. Per cui non c è niente da preoccuparsi.» «Una supernova!» urlò Grant. «È così che si chiama una stella che esplode, giusto?» «Giusto» disse Warren compiaciuto. «Che figata ragazzi!» disse Grant. «È tipico dei maschi» spiegò Laurel a Beth. «Per loro, la fine del mondo è una figata.» Nonostante il suo stato d animo, Laurel fu tentata di lanciare a Warren un occhiataccia, ma quando tornò ad alzare lo sguardo lui era sparito di nuovo nello studio. Altri rumori annunciarono che Warren aveva ricominciato a cercare. In qualsiasi altro giorno sarebbe andata da lui, gli avrebbe chiesto cosa stava facendo e forse lo avrebbe anche aiutato. Ma non oggi. Grant scese dallo sgabello e aprì il suo zaino. Laurel si 15

12 sentì gratificata: si era messo a ripassare la lezione di ortografia senza che lei glielo avesse chiesto. Beth, seduta su una delle sedie della cucina, si stava mettendo le scarpe. Dovevano essere allacciate entrambe esattamente allo stesso modo: una specie di rituale compulsivo-ossessivo che a volte poteva provocare crisi di panico. Laurel si sentiva in colpa quando le altre mamme si lamentavano del fatto che portare i bambini a scuola la mattina era un incubo. I suoi figli si preparavano come se inserissero il pilota automatico, assecondando il ritmo di una routine così rigidamente stabilita da farle pensare che lei e Warren dovevano avere una segreta propensione all autoritarismo. D altronde per un insegnante per ragazzi disabili come lei gestire due bambini senza problemi di natura psico-motoria era una cosa da niente. Forse dovrei andare da lui nello studio? tornò a chiedersi. Non è così che si comporterebbe una brava moglie? Esprimere la propria preoccupazione, offrire un aiuto. Ma Warren non voleva essere aiutato in queste faccende. Il suo lavoro di medico era qualcosa che riguardava solo lui. Era chiaramente preoccupato per l accertamento, eppure, pensò Laurel, il suo sguardo l aveva profondamente turbata. Da mesi Warren non la fissava così. Sembrava che le stesse deliberatamente concedendo quello spazio che lei aveva richiesto. Warren non le aveva mai prestato attenzione perché, in realtà, lei non voleva essere vista, e lui non voleva vedere. Un tacito accordo, un reciproco rifiuto della realtà, del quale erano diventati entrambi esperti. «Faremo tardi» disse Grant. «Hai ragione» concordò Laurel senza neanche guardare l orologio. «Muoviamoci.» Aiutò Beth a infilarsi lo zaino sulle spalle, poi prese il computer portatile e la borsa e si diresse alla porta che dava sul garage. Con la mano già sulla maniglia ormai era quasi fuori! lanciò un occhiata dietro di sé, quasi aspettandosi 16

13 gli occhi di Warren fissi su di lei, ma riuscì a scorgere solo le sue gambe. Era salito su una scaletta per frugare tra gli scaffali più alti della libreria. Tirò un sospiro di sollievo e condusse i bambini alla sua auto. Grant andò a sedersi davanti Beth arrivava sempre troppo tardi ma Laurel gli fece cenno di mettersi dietro anche lui, e fu ricompensata da un sorriso della figlia e un grugnito indispettito del figlio. I bambini si erano già allacciati le cinture di sicurezza, quando Laurel finse di ricordarsi qualcosa: «Mi devo essere dimenticata di chiudere l irrigatore del prato, ieri sera». «Vado a controllare!» urlò Grant, slacciandosi la cintura. «No, ci vado io» disse Laurel risoluta, scendendo dall auto. Spinse il pulsante sulla parete e s infilò sotto la porta del garage mentre si sollevava, poi andò rapidamente dietro casa. Recuperata la busta, l avrebbe infilata nel bagagliaio, per sbarazzarsene poi nel corso della giornata, in una stazione di servizio o in un supermercato. (Lo scorso anno aveva fatto la stessa cosa con un biglietto di San Valentino, un mazzo di rose e qualche lettera.) Mentre camminava tra i cespugli, una voce femminile la chiamò: «Ehi, Laurel!». Si bloccò e guardò in direzione della voce. Parzialmente nascosta da alcuni cespugli di bosso, era inginocchiata una donna con un cappello di paglia e dei guanti. Bonnie Elfman aveva una settantina d anni, ma ne dimostrava molti di meno, e per qualche ragione aveva scelto proprio quella mattina per sistemare l aiuola al confine della sua proprietà. «Sto aggiungendo qualche iris» gridò Bonnie. «E tu che fai?» Sto recuperando un test di gravidanza positivo così che mio marito non lo trovi. «Devo aver lasciato aperto l irrigatore» rispose. «Saranno dolori con la bolletta dell acqua» disse Bonnie alzandosi e dirigendosi verso Laurel. Laurel ebbe un fremito di terrore. Come se non bastasse, da dietro l angolo della casa spuntò Christy correndo all im- 17

14 pazzata, alla disperata ricerca di qualcuno che giocasse con lei. Anche se Laurel avesse già raccolto la busta, il cane con un balzo gliela avrebbe strappata di mano. Scrutò la siepe con ostentata preoccupazione, poi fece un ampio gesto in direzione della vicina. «Sì, credo anch io! Adesso devo scappare, Bonnie. I bambini mi aspettano in macchina.» «Ci penso io a trovare l irrigatore e a controllare» promise Bonnie. Il cuore di Laurel batteva come una grancassa. «Non devi disturbarti! Davvero. Pensavo di averlo lasciato qui in giardino, ma mi sono ricordata ora di averlo rimesso nel ripostiglio. E non stare troppo al sole. Fa già un gran caldo per essere aprile.» «Non ti preoccupare. Più tardi pioverà» affermò Bonnie con la sicurezza di un oracolo. «E si rinfrescherà. Quando rientrerai da scuola, ti farà comodo una giacca.» Laurel alzò lo sguardo verso il sole, che risplendeva in un cielo limpido. «Se lo dici tu... Ci vediamo più tardi.» Bonnie sembrava offesa per quella fuga di Laurel. Sicuramente avrebbe preferito starsene lì a spettegolare per una mezz ora. Laurel sapeva per esperienza che, come la maggior parte delle malelingue, Bonnie Elfman era tanto sollecita nel diffondere pettegolezzi sul suo conto quanto lo era nel farle confidenze su qualcun altro. «Merda!» imprecò Laurel tornando di corsa verso il garage. La busta avrebbe dovuto aspettare il suo ritorno da scuola. Christy la seguiva zampettando: almeno il cane non avrebbe creato problemi. Ma Bonnie Elfman non si sarebbe allontanata da lì per un bel po. Laurel pregò che quella vecchia ficcanaso restasse nella sua proprietà fino alla fine della giornata di scuola. 18

15 Capitolo 2 Laurel si fermò davanti alla scuola e diede un bacio a Beth. Oggi di turno al portone c era la signorina Lacey. Aiutò la bambina a scendere dall auto, mentre Grant balzò fuori, come una scimmietta in fuga da una gabbia dello zoo, per sfrecciare dentro la scuola alla ricerca degli amichetti. Laurel si assicurò che la signorina Lacey avesse accompagnato Beth fin oltre il portone, poi fece il giro e parcheggiò nello spazio a lei riservato, a fianco dell edificio per studenti disabili. Era una specie di scatola di mattoni, due aule, un bagno e un ufficio, ma era sempre meglio di ciò che la scuola di Athens Point aveva offerto negli ultimi cinquant anni agli studenti disabili, cioè niente. L edificio era stato costruito grazie alla generosa donazione di un geologo della zona, che aveva un nipote con un leggero ritardo mentale. Laurel lanciò un occhiata al computer e alla borsa, che durante il viaggio erano rimasti sotto i piedi di Beth, ma non li prese. Non si decideva a spegnere il motore. Temeva di non riuscire ad affrontare ciò che l aspettava. I suoi studenti erano già abbastanza impegnativi, ma i colloqui con i genitori lo erano ancor di più. Inoltre il primo incontro previsto per la giornata sarebbe stato con la moglie del suo ex amante. Era insopportabile pensare di stare di fronte a Starlette 19

16 McDavitt sapendo di essere incinta di suo marito. Ma ormai era troppo tardi per cercare di annullare il colloquio. Si accorse che stava piangendo solo quando sentì sulle labbra il sapore delle lacrime. Il problema, in realtà, era l incertezza di non sapere chi fosse il padre del bambino. Molto probabilmente era di Danny. Avevano smesso di vedersi da più di un mese, ma nelle ultime tre settimane passate insieme dopo le ultime mestruazioni avevano fatto l amore parecchie volte. Dopo la fine della storia con Danny, Laurel aveva avuto solo un paio di rapporti sessuali con Warren. Non che le fosse piaciuto, ma doveva pur farlo se voleva tentare un riavvicinamento. D altronde non c erano alternative, considerata la scelta di Danny. Che cosa doveva fare? Mollare Warren per andare a vivere da sola in uno squallido appartamento, circondata da altri divorziati, ad aspettare un uomo che forse non sarebbe mai arrivato? Non era una prospettiva allettante neanche prima della gravidanza. Ora poi... Non era neppure sicura che una gravidanza capitata mentre prendeva la pillola potesse arrivare a termine. Doveva dare un occhiata su internet e togliersi il dubbio, ma quella curiosità era incompatibile con il suo netto rifiuto della realtà. Ancora non riusciva a credere di essere incinta. Santo cielo, prendeva la pillola. Sicura al novantotto per cento! Che il suo caso fosse compreso in quel due per cento? In passato aveva avuto sfortuna in più di un occasione, ma mai così. Tutta colpa di quel virus, probabilmente. Il mese scorso aveva contratto chissà come una gastroenterite virale, la stessa che aveva imposto la quarantena a molte navi da crociera. La cnn aveva detto che il virus si era diffuso in tutto il paese. Laurel aveva letto che, a causa del contagio, l organismo tendeva a espellere la progestina contenuta nella pillola anticoncezionale. E siccome il mese scorso aveva fatto l amore quasi ogni giorno, la gravidanza era fin dall inizio quasi una certezza. Appoggiò la fronte sul volante, lasciandosi sfuggire un 20

17 singhiozzo. Aveva sempre creduto di essere una donna forte, ma stavolta il destino e la sfortuna ma anche la sua ingenuità avevano congiurato per trasformare in realtà l eventualità di crescere un figlio illegittimo come se fosse del marito. Non riusciva ad accettarlo. Forse ci sono donne che stanno facendo la stessa cosa, obiettò una voce nella sua testa. Proprio qui, in questa città. Cercando di non pensare all imminente incontro con Starlette, Laurel cominciò a considerare le varie possibilità. La condanna eterna a un matrimonio senza amore, le faceva sentire quel bambino, invece figlio dell amore, come l unico appiglio a una vita degna di questo nome. Ma come poteva portarsi dentro una menzogna del genere? Era stato già abbastanza difficile fingere anche nelle situazioni meno importanti, gestire quei piccoli sotterfugi inevitabili in una relazione extraconiugale. Per Laurel il fascino del proibito era durato più o meno tre settimane, dopo di che le menzogne avevano iniziato a provocarle una specie di nausea. Ogni bugia alimentava il bisogno di altre bugie bugie e sottobugie, come le chiamava Danny che spuntavano una dopo l altra, come le teste di un Idra. E, nonostante ciò, Laurel si era impegnata per sostenere l immagine di un apparente normalità. Era diventata così brava che mentire ormai le veniva spontaneo. La slealtà le consumava l anima, ma continuava a mentire, disperatamente, bisognosa dell amore che solo Danny McDavitt poteva darle. Questa volta però l inganno non riguardava solo lei. Avrebbe costretto anche suo figlio a vivere di bugie fin dalla nascita. Tutta la sua vita sarebbe stata una menzogna. Per non parlare di Warren. Avrebbe provato vero amore per il bambino, oppure avrebbe sentito quel piccolo intruso come un estraneo in casa sua? Qualcosa di inspiegabile e al tempo stesso profondamente sbagliato. Un odore sconosciuto e inquietante. Il segno di una dissonanza genetica. Uno strano 21

18 brivido ogni volta che accarezzava il bambino, il quale non avrebbe potuto assomigliare a Warren, se non per un improbabile coincidenza. Laurel conosceva una donna che aveva vissuto un esperienza simile. Kelly Rowland, una compagna di università, era rimasta incinta dopo un incontro occasionale, nonostante avesse una relazione stabile da tre anni. Il fidanzato era un bravo ragazzo, un tipo giudizioso, piuttosto anonimo. Non bellissimo ma benestante; in poche parole, il marito ideale per una studentessa dell Università del Mississippi. Kelly aveva sempre insistito perché il fidanzato usasse il preservativo quando facevano sesso, e Laurel era rimasta stupita quando Kelly una sera, al ritorno da una festa di laurea, era finita a letto con uno studente un tipo incredibilmente sexy che giocava a calcio senza prendere alcuna precauzione. Ma quando Kelly scoprì di essere incinta, si limitò ad anticipare la data del matrimonio, a organizzare la sua festa di laurea e a non pentirsi mai del proprio gesto. I due erano sposati da tredici anni e vivevano a Houston. Il ricordo dell amica non le fu d aiuto, però. Ma allora qual era l alternativa? L aborto? Come poteva rinunciare al figlio di un uomo che amava davvero? E se anche si fosse convinta a fare quel passo, come spiegare al marito le ragioni dell aborto? Puoi farlo senza dire niente a tuo marito, suggerì il suo cinico istinto di sopravvivenza. Laurel era terrorizzata all idea di dover affrontare un picchetto di militanti antiabortisti per andare a sedersi, da sola, nella sala d aspetto di una clinica fuori città. Avrebbe dovuto allontanarsi di almeno due o tre stati per non correre il rischio di essere riconosciuta, e anche in questo caso il medico avrebbe potuto... Una mano bussò al finestrino. Si scostò dal vetro, come fosse stata minacciata da un ladro, poi vide che si trattava di Diane Rivers, un insegnante di terza, che la stava chiamando, allarmata. Diane era una tipica bellezza del Sud, dalla folta chioma e dal cuore d oro; 22

19 aveva solo quarantatré anni, ma sembrava una donna d altri tempi. Laurel aveva visto delle foto in cui Diane da giovane, fasciata in un body di lustrini sfavillanti, faceva volteggiare il bastone da majorette durante una gara tra college. Laurel si asciugò le lacrime sulla spalla, sporcando di mascara la camicetta di seta, poi premette il pulsante e il vetro si abbassò con un debole ronzio. «Che succede, cara?» chiese Diane. «Ti senti bene?» Ti sembro una che si sente bene? rispose Laurel tra sé. Del resto, che altro possono chiederti quando ti trovano seduta in macchina a piangere? Certe sue colleghe si sarebbero entusiasmate nel sorprenderla in quello stato, ma Diane non era una di loro. Era una donna sincera. «Credo che stia per venirmi un attacco di emicrania» disse Laurel. «Ho avuto quelle avvisaglie, hai presente?» «Oh, Gesù!» disse Diane preoccupata. «Eppure era da un sacco di tempo che non ti succedeva.» «Da più di un anno.» Da quando mi sono messa con Danny, osservò Laurel. «Pensi di farcela con i colloqui? Se avessi avuto lezione, avrei potuto occuparmi io della tua classe, ma non saprei che dire ai genitori.» «Tra un po starò meglio» la rassicurò Laurel, chinandosi per raccogliere la borsa e il computer. «A volte, nonostante le avvisaglie, il mal di testa non arriva. La chiamano emicrania silenziosa. Speriamo che sia così.» Diane scosse la testa. «Povera... ma non hai con te quel farmaco che fa passare tutto? Come si chiama?» «Sumatriptan? Era da tempo che non mi succedeva e ho smesso di portarmelo in borsa.» Diane la fissò con uno sguardo di materna disapprovazione. «Lo so» disse Laurel scendendo dall auto. «Sono una stupida.» «Perché non fai un salto allo studio di Warren?» sugge- 23

20 rì Diane. «Così ti fai dare quelle iniezioni. Altrimenti che vantaggio c è ad avere un marito medico? Io posso coprirti finché non torni. I miei studenti sanno che me li mangio vivi, se si comportano male.» A Laurel venne da ridere. Le occhiatacce di Diane potevano paralizzare il ragazzino più scatenato a cento metri di distanza. Dopo aver chiuso l auto, Laurel si avviò verso la scuola. «Vedrai che mi passa, sta tranquilla. Ho solo avuto la sensazione di svenire, tutto qui.» «Ma se stavi piangendo per il dolore.» «No, è stato solo un momento di sconforto. Credevo di essermi liberata dall emicrania. Ecco perché piangevo. È dura affrontare la realtà.» «Hai ragione, è proprio dura» confermò Diane abbassando la voce e ridacchiando come una brava moglie anni Cinquanta a cui è sfuggita una parolaccia. Strinse il polso di Laurel, che stava per entrare. Quel gesto aveva qualcosa di stranamente rassicurante. Laurel sentì l impulso di raccontare tutto a quella donna più anziana di lei, ma non lo fece. Diane, nonostante le sue onorevoli intenzioni, non poteva aiutarla. Difficilmente avrebbe provato simpatia per una poco di buono che tradiva il marito tra l altro, suo medico curante e che era così stupida da restare incinta. Laurel le fece cenno che andava tutto bene, poi si avviò verso l aula, da cui giungevano gli schiamazzi dei bambini nel pieno della loro energia mattutina. L assistente aveva portato i bambini a giocare in cortile. Laurel si sedette al tavolo rotondo dove era solita fare i colloqui. In quelle occasioni, di solito i genitori avevano la sensazione di essere sotto esame, mentre la forma di quel tavolo li faceva sentire partecipi all educazione dei figli. Laurel si occupava di un gruppo di undici bambini, forse troppi, visto che poteva contare su una sola assistente. Ma Athens Point era una piccola città, le famiglie non avevano molta 24

Claudio Bencivenga IL PINGUINO

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