RASSEGNA STAMPA 10 NOVEMBRE

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1 RASSEGNA STAMPA 10 NOVEMBRE Crisi. Exit strategy all'esame del G BASILEA (Svizzera). Exit strategy, ripresa ad alta disoccupazione, vigilanza bancaria. Questi i temi in cima all'agenda dei governatori del G-10 che tornano a riunirsi, ieri e oggi, alla Banca dei regolamenti internazionali. Un incontro, quello della cittadina svizzera, in rapida successione dopo il board della Banca centrale europea di giovedì e il G-20 di Saint Andrews (Scozia) di sabato, che hanno cominciato a fissare alcuni tasselli del graduale rientro delle misure straordinarie anti-crisi. Nelle stesse ore in cui a Bruxelles il ministro dell'economia Giulio Tremonti discuterà con i colleghi europei di sostenibilità delle finanze pubbliche. Al primo punto della riunione c'é proprio l'ultimo esame dei conti prima dell'indicazione, che verrà data dalla commissione ai molti paesi con i conti in "disavanzo eccessivo", sulle misure che serviranno per invertire il trend negativo: la riduzione del livello del debito e del deficit, l'aumento dell'occupazione e le riforme del sistema del welfare. Anche a Bruxelles si discuterà delle strategie di "uscita" dalla crisi finanziaria e della direttiva per una diversa tassazione del tabacco. Il governatore della Banca d'italia Mario Draghi, a Basilea, avrà l'occasione per fare il punto assieme ai colleghi della Federal Reserve, al presidente della Bce Jean-Claude Trichet e ai banchieri centrali di paesi che vanno dal Canada alla Cina, sulle nuove regole per mettere al riparo le banche da nuove crisi. Se ne discuterà già stasera la cena che dà inizio al Global Economy Meeting, dopo che proprio il Comitato di Basilea sulla vigilanza bancaria, con il Fondo monetario internazionale e il Financial Stability Board guidato da Draghi, giusto ieri hanno incassato il plauso del G-20 per il lavoro svolto sul fronte dei rischi sistemici collegati ella banche. Il Comitato di Basilea realizzerà l'anno prossimo uno studio sull'impatto quantitativo delle nuove definizioni di capitale; e Draghi ha preannunciato entro marzo 2010 un rapporto del suo Fsb sul tema bollente delle nuove regole sui bonus, e su come queste sono state messe in pratica. Un probabile, nuovo confronto fra i banchieri riguarderà le misure eccezionali, adottate dal 2007 ad oggi, con cui i governi hanno fatto fronte alla crisi. È ora di iniziare a ritirarle o no? Trichet, a Francoforte, ha dato il via distanziando nettamente la Bce dalla Fed americana e dalla Bank of England, che al contrario ha dato un'accelerata agli 1

2 aiuti alle banche: la Bce a dicembre probabilmente terrà l'ultima delle sue aste con cui presta alle banche denaro a 12 mesi. Ma proprio da Draghi, al G-20 scozzese, è arrivato l'invito alla prudenza: "quando si parla di exit strategy dagli aiuti al settore bancario - ha detto - ci vuole massima cautela", anche perché diverse banche a livello internazionale continuano ad aver bisogno di iniezioni di capitali. Toccherà domani a Trichet, che presiede il Global Economy Forum che si riunisce a Basilea, spiegare in conferenza stampa qual è lo stato dell'arte in tema di ripresa dalla crisi nelle economie. Un quadro che continua a presentare luci ed ombre, con l'ocse che parla di segnali generalizzati di ripresa, ma dubbi diffusi sulla sua sostenibilità: con la disoccupazione americana oltre il 10%, si tratta di capire in che misura l'aumento dei senza lavoro, con le sue ripercussioni sui consumi, sarà in grado di ipotecare la crescita. E da Trichet potrebbero arrivare nuovi inviti al rigore fiscale. «IL GOVERNO INDICHI LE MISURE NECESSARIE» L'Ue: «Dall'Italia stop al deficit eccessivo al massimo entro il 2012» La bozza di raccomandazione della Commissione: «Azione efficace sul bilancio entro giugno 2010» BRUXELLES - L'Italia «dovrà mettere fine all'attuale situazione di deficit eccessivo il più rapidamente possibile e al più tardi entro il 2012»: è quanto si legge nella bozza di raccomandazione che la Commissione Ue dovrebbe adottare mercoledì e anticipata dall'ansa. CORREZIONE - Nel documento si fissa anche la data del 2 giugno 2010 (appare ancora dentro parentesi quadra) come scadenza entro la quale il governo italiano dovrà cominciare a intraprendere «un'azione efficace per attuare le misure di bilancio» già programmate per il 2010 e «indicare le ulteriori misure che saranno necessarie per la correzione del defict eccessivo». 09 novembre 2009 SANZIONI COMPLESSIVE PER 260 MILA EURO A TELE2, WIND E TISCALI Antitrust: multe a tre operatori telefonici Per la carenza di informazioni sulla velocità di connessione al servizio Adsl ROMA - L'Antitrust ha comminato sanzioni per un totale di 260 mila euro a Tele2, Wind e Tiscali per la carenza di informazioni sulla velocità di connessione al 2

3 servizio Adsl. Per quanto riguarda Tele2 e Wind si aggiunge anche la mancanza di informazioni sulla tariffa a tempo, che contabilizzava anche il periodo in cui il computer era spento ma il router rimaneva acceso. Le sanzioni, che seguono istruttorie avviate da numerose segnalazioni dei consumatori, sono pari a 120 mila euro per Tele2, a 90 mila per Wind e a 50 mila per Tiscali. 09 novembre Intesa SanPaolo e Unicredit, scatta il countdown sui conti In vista dei conti, che verranno pubblicati domani, Unicredit ha guidato in Borsa il comparto bancario nonostante il taglio del rating da buy ad hold da parte di Societe Generale. Il mercato guarda con attenzione al nuovo progetto di riorganizzazione "banca unica" mentre il consensus degli analisti prevede per il terzo trimestre un utile netto di 392 mln dopo svalutazioni su crediti per 2,2 mld. Domani anche Intesa presenterà la trimestrale: gli esperti vedono utili in calo a causa di accantonamenti su crediti più alti e a fronte della quasi totale assenza di plusvalenze derivanti da operazioni straordinarie. Focus su eventuali cessioni di asset non strategici 09/11/2009 Occupazione e ripresa sul tavolo dell'ecofin Giornate cruciali, quelle di lunedì e martedì, a Bruxelles per decidere quando e come riportare i conti pubblici europei sotto controllo. Ne discuteranno stasera i ministri dell'eurogruppo (riunione alla quale parteciperà anche il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet) e domani mattina tutti i 27 ministri del consiglio Ecofin. E' la doppia "exit strategy" al centro della riunione dell'eurogruppo di lunedì. In particolare, i ministri dell'economia discutono di tempi e modalità per l'avvio della riduzione dei deficit pubblici e dei principi per ritirare il sostegno al settore bancario per quanto concerne le garanzie. Mercoledì la Commissione indicherà che l'italia deve cominciare da giugno 2010 a riportare il deficit sotto il 3% del Pil 3

4 entro il 2012: su questo come sulle tabelle di marcia degli altri paesi i ministri decideranno in dicembre. La discussione all'eurogruppo (e domani all'ecofin) è stata preparata per un confronto generale sullo stato delle finanze pubbliche nell'area. Tra l'altro la Commissione europea ha portato ai ministri un documento nel quale vengono indicate le proiezioni sull'andamento del debito pubblico: nel 2014 potrebbe arrivare al 100% nella Ue in assenza di misure. Nel 2007 il debito nella Ue era a quota 66%, nel 2010 sarà a quota 84%, nel 2011 a quota 88,2%. L'anticipazione della tabella di marcia indicata dalla Commissione europea relativa a un gruppo di paesi europei (tra qui Italia, Germania, Francia, Spagna, Regno Unito) che sarà resa formalmente pubblica tra due giorni, ha forzatamente spostato l'attenzione sui percorsi dei vari paesi. Nella visione della Commissione è chiaro che ci sono paesi che dispongono di margini di manovra più ampi per varie ragioni e paesi che per altre ragioni devono accelerare la riduzione del deficit. Tra i primi ci sono Germania e Francia (che infatti hanno più tempo per riportare il deficit sotto il 3%, entro il 2013); tra i secondi c'è l'italia che dovrà arrivare sotto il 3% entro il 2012 e, soprattutto, cominciare a ridurre l'indebitamento dalla metà del giugno 2010 (cioè fra otto mesi). E' vero che il governo ha scritto già scritto nero su bianco nei testi formali gli obiettivi di deficit dei prossimi anni, che vedono un deficit/pil al 3,9% nel 2011 e al 2,7% nel Non si sa però come. Dato che è arrivato il momento di definire le "exit strategy", per applicarle poi a tempo debito, Bruxelles chiede esplicitamente al governo di definire le misure che saranno necessarie per riportare il deficit sotto il 3% entro il Motivo dell'anticipo rispetto a Francia e Germania, l'alto debito e il peso dei suoi oneri (pari al 5% del pil). Per tutti i paesi vale un solo principio: la riduzione del deficit «va accelerata se le condizioni dell'economia si dimostreranno migliori di quanto si prevede oggi». E' una frase che comparirà in tutte le raccomandazioni di mercoledì. Fra lunedì e martedì si capirà quali sono le prime reazioni politiche a tali richieste, già è circolata l'indiscrezione circa un dissenso da parte francese. 9 novembre 2009 Pascal Lamy in Bocconi: «Manca un progetto di governance globale» «La caduta del muro di Berlino è stata un momento di svolta per la globalizzazione eppure vent'anni dopo il mondo è in uno stato di forte difficoltà». A dirlo è il direttore generale del Wto Pascal Lamy durante il suo intervento dedicato a "Global governance: lessons from Europe" e svolto, nel ventesimo anniversario dell'evento, nell'ambito dell'inaugurazione dell'anno accademico dell'università Bocconi di Milano. «La realtà - ha detto - è che la fine della Guerra Fredda ha preso tutti di sorpresa. Un nuovo ordine mondiale stava nascendo, eppure non ci fu discussione sulle strutture di governance. Non ci fu - ha messo in rilievo - una conferenza di Bretton Woods o di San Francisco dopo il Ma le sfide globali - ha sottolineato - hanno bisogno di soluzioni globali con la giusta governance che oggi, vent'anni dopo, rimane ancora troppo deficitaria». «L'Europa è uno dei più ambiziosi esperimenti di governance sovranazionale - ha proseguito Lamy - Sul fronte della leadership la Ue ha ottenuto buoni risultati, prima di tutto nel creare il mercato interno e l'euro, ma è deficitaria sul fronte della legittimazione. Stiamo assistendo ad un crescente divario tra opinione pubblica e progetto europeo». Le sfide globali hanno bisogno di soluzioni globali, e questo può avvenire solo con la giusta governance globale, che oggi dopo 20 anni rimane ancora troppo 4

5 deficitaria. Lamy ha affermato che «la crisi economica globale ha accelerato il passaggio verso una nuova architettura di governance globale, in quello che definisco "il triangolo della coerenza". Un triangolo composto su un lato dal G20, che fornisce leadership politica, su un altro dalle organizzazioni internazionali, che forniscono competenze e politiche, e sull'ultimo dalle Nazioni Unite, che forniscono un forum a cui rendere conto. Nel lungo termine il G20 e le agenzie internazionali dovrebbero riportare al "Parlamento" dell'onu, che dovrebbe contare sul sostegno del Consiglio economico e sociale. Una struttura di questo tipo avrebbe bisogno di una base centrale di valori e principi, proprio come ha suggerito Angela Merkel con la creazione di un "Charter for sustainable economic activity", uno sforzo per definire un nuovo contratto economico globale». 9 novembre 2009 UniCredit, da Fondazione Crt ok ad aumento di capitale Il consiglio di amministrazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, che si è riunito oggi sotto la presidenza di Andrea Comba, ha deciso all'unanimità di esprimere voto favorevole all'aumento di capitale da 4 miliardi del gruppo UniCredit. Intanto proseguono le trattative sul fronte Banco di sicilia. «I lavoratori - ha detto l' amministratore delegato Roberto Bertola sull'incontro con i sindacati sul riassetto di Unicredit in banca unica - possono stare tranquilli. L'unica cosa che è stata esaminata finora è la nuova organizzazione di Unicredit. Gli sbocchi si possono trovare». «L'unica cosa che conta è la maggiore autonomia della rete e la nuova organizzazione - ha proseguito -. Il modello divisionale nato nel 2002 è riconfermato. Ci saranno alcune modifiche dovute alla crisi». La preoccupazione dei sindacati è però, secondo Bertola, ingiustificata. «I fatti hanno dimostrato - ha spiegato - che sappiamo gestire eventuali situazioni di nuova organizzazione con grande professionalità. Ci saranno nuove collocazioni e nuovi sbocchi». Bertola è anche certo dell'impegno della Regione. «Ha lavorato con noi - ha detto - allo sviluppo del gruppo. Ha nominato i consiglieri d'amministrazione dell'irfis in quota Regione e speriamo faccia lo stesso con il Bds». 9 novembre 2009 Quanto guadagneranno le banche dallo scudo fiscale di Lucilla Incorvati e Marco lo Conte Non solo 5 per cento. Oltre alla percentuale da destinare al fisco, chi intende regolarizzare o rimpatriare i capitali che si trovano all'estero deve prepararsi a sostenere una spesa. A quanto ammonta? Secondo stime di Boston Consulting Group, mediamente i clienti pagheranno per la gestione dei loro capitali presso un private banker tra lo 0,65 e lo 0,75%, a seconda della complessità dei prodotti finanziari utilizzati: chi «scuda» utilizzando un conto corrente sosterrà spese inferiori rispetto a chi indirizza i propri capitali verso una gestione patrimoniale o una polizza. Concorda con queste indicazioni (sale all'1% per chi utilizza la fiduciaria) PricewaterhoseCooper che stima in 86 miliardi i patrimoni regolarizzati in questo Scudo-ter e in circa 850 milioni di euro l'incasso per banche e fiduciarie con una profittabilità di 200 milioni circa. 5

6 Caccia al costo Ma nel dettaglio a quanto ammonteranno e quali saranno le voci di spesa? Partiamo da un punto: la dichiarazione per «scudare» il denaro è gratuita e molto spesso sono gratuiti anche i costi amministrativi applicati. Diverso è il caso di chi voglia mantenere la totale segretazione anche nell'operazione di rimpatrio: in questo, come nel caso del cosiddetto rimpatrio giuridico, ci sono i costi della fiduciaria. Certamente le banche non lavorano gratis: è facile pensare che se c'è da un lato un servizio/prodotto gratuito, dall'altro l'istituto trova la via per guadagnare sotto altra forma. Nel luglio scorso era emersa qualche prima indicazione (si vada «Plus24» del 25 luglio): tre mesi fa gli istituti di credito indicavano il costo amministrativo per «scudare» i capitali di ritorno tra lo 0,5 e il 3 per mille. Costi amministrativi minimi, cui sommare quelli di gestione, o viceversa: perché la scontistica e la flessibilità nella gestione dei patrimoni dei più ricchi è regola prìncipe. Tariffa mobile Le voci di spesa sono state rivedute e corrette a operazione in corso: dall'inchiesta condotta negli ultimi giorni da «Il Sole-24 Ore» sui costi applicati da intermediari e fiduciarie, emerge soprattutto una grande ritrosia a rispondere a quelle stesse domande che un potenziale cliente ha diritto di rivolgere. Banca Intesa, Montepaschi di Siena, Ubi Banca, Popolare Milano, Bnl, Cariparma ma anche istituti minori come Banca Leonardo e Banca Ifigest non hanno dettagliato i loro costi. Il ritornello è sempre stato lo stesso: «Applichiamo costi personalizzati sullo scudo», oppure «gli unici costi sono quelli dei prodotti in cui il denaro viene investito». Sono davvero operazioni a costo zero per il cliente? C'è chi attira l'attenzione con prodotti pensati per il rientro dei capitali; altri che si impegnano a sostenere il 5% da destinare al fisco e altri ancora che si impegnano a fornire un rendimento superiore a quello dei titoli di Stato: a patto di vincolare il denaro per alcuni anni (con tanti saluti agli investimenti nelle imprese). O c'è chi vende titoli con lo sconto: l'ultimo caso è quello dell'obbligazione quinquennale di Royal Bank of Scotland, al debutto oggi sul Mot di Borsa Italiana. C'è anche se non si vede L'obbligazione Rbs ha un prezzo di emissione pari al 95% del prezzo, che consente di recuperare il 5% da destinare al fisco e offre una cedola del 5,72% lorda dopo i primi tre mesi. Quelle successive dal secondo al quarto anno sono indicizzate all'inflazione. Un'opzione vantaggiosa per il sottoscrittore, ma solo se i prezzi torneranno a galoppare nei prossimi anni. È naturale che non esista una standardizzazione delle tariffe, comune a tutti gli intermediari e alle fiduciarie operative. Ma in questo caso l'offerta è talmente diversificata da diventare polverizzabile e non confrontabile. La parola d'ordine in questo campo è «personalizzazione». «Molto dipende spiega Luca Caramaschi, capo della divisione Wealth Management di Deutsche Bank dalla complessità del caso, da come sono allocati i risparmi e dai servizi richiest. In genere conclude all'aumentare del patrimonio, a parità di gestione, i costi diminuiscono e a parità di patrimonio i costi aumentano con la complessità e il rischio». 6

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8 Crac Federconsorzi, al via causa da 2,2 mld contro UniCredit Si svolgerà martedì 10 novembre, davanti al Tribunale Civile di Roma, la prima udienza di una causa intentata dai creditori di Federconsorzi (Fedit) nei confronti della banca per presunte responsabilità in merito al dissesto da circa 6 mila miliardi di vecchie lire, esploso nel 1991, col commissariamento della federazione che riuniva i 72 consorzi agrari provinciali italiani. La richiesta di danni potenziali della causa civile ammonta a 2,2 miliardi di euro di danni potenziali contro Unicredit, dal momento che la vicenda è stata ereditata dal gruppo con l'acquisto di Capitalia (già Banca di Roma e prima ancora Banco di Santo Spirito). Alcuni creditori esteri di Fedit ritengono che Unicredit abbia arrecato un danno alla massa dei creditori, complessivamente stimato in oltre 2,2 miliardi di euro (interessi inclusi), per il cosiddetto "Piano Capaldo", ideato dall'allora presidente del Banco di Santo Spirito, Pellegrino Capaldo. L'istituto romano, insieme ad altre banche, avrebbe acquistato ad un «prezzo vile» (2.150 miliardi di lire, ossia circa 1,1 miliardi di euro) il patrimonio complessivo di Fedit (stimato in oltre miliardi di lire, pari a circa 2,48 miliardi di euro). L'azione viene presentata dinanzi al Tribunale di Roma dopo anni di ricerche, anche documentali, effettuate dai creditori di Fedit e numerosi tentativi di risolvere la questione in via stragiudiziale. I creditori che hanno avviato la causa ritengono che le modalità con cui il patrimonio di Fedit è stato alienato avrebbero violato il principio di uguale trattamento dei creditori, creando due diverse classi di creditori: quelli aderenti al Piano Capaldo (per lo più banche italiane), che avrebbero beneficiato dell'acquisto del patrimonio di Fedit per un corrispettivo di molto inferiore rispetto a quello di mercato, e quelli che sarebbero rimasti estranei al Piano, che sono stati soddisfatti con il prezzo irrisorio pagato dal gruppo di banche italiane capeggiate dal Banco di Santo Spirito-Banca di Roma (oggi Unicredit). Inoltre, la cessione al Banco di Santo Spirito-Banca di Roma e alle altre banche del patrimonio di Fedit avrebbe di fatto spogliato il tribunale e gli organi della procedura della proprie competenze e delle proprie funzioni di garanzia, violando così la legge e rendendo di fatto nulla l'intera operazione. La vicenda viene per la prima volta portata all'attenzione di un tribunale civile dopo che lo stesso Capaldo ed Ivo Greco (ex presidente della sezione fallimentare del Tribunale di Roma ed anche lui coinvolto nella vicenda) erano stati condannati in sede penale e poi assolti da una sentenza della Cassazione, che aveva fatto molto discutere. 9 novembre 2001 Ascesa e declino di un gigante chiamato Federconsorzi di Aldo Bernacchi I segnali dello sfascio erano molti e inquietanti nell'italia dei primi anni Novanta. Era esploso lo scandalo chimico di Enimont. L'Efim era alla vigilia della 8

9 liquidazione. Le prime inchieste di Tangentopoli stavano occupando sempre più le prime pagine dei giornali mentre la lira naufragava schiacciata dal marco. Ma fu il crack della Federconsorzi a dare la misura dell'implosione che avrebbe di lì a poco scompaginato tutti i grandi partiti della Prima Repubblica e i loro leader storici. Le cifre del dissesto sfioravano i miliardi di lire ma soprattutto saltava una delle fortezze più solide degli intrecci tra politica ed economia, scoperchiando troppi interessi sotterranei che dai campi tornavano utili nell'urna. Nata nell'aprile del 1892 come società cooperativa per far fronte ai problemi dell'agricoltura, la Fedit nel dopoguerra, con l'arrivo alla presidenza nel 1949 di Paolo Bonomi, divenne di fatto una potentissima riserva di voti democristiani, controllando tra l'altro anche un'importante quota della Banca nazionale dell'agricoltura del conte Auletta. E se i consorzi agrari per statuto erano soci del capitale della Federconsorzi, la Coldiretti che organizzava il popolo dei coltivatori diretti, ne rappresentava l'azionista politico di controllo. E la Coldiretti, che negli anni Ottanta era guidata da Arcangelo Lobianco, era il braccio agricolo della Democrazia cristiana, un'autentica macchina da guerra al servizio del partito tanto da far eleggere in quegli anni nelle file dello scudo crociato una trentina di parlamentari e ben 7mila consiglieri comunali. Ma gli interessi politici stavano stravolgendo ruoli e compiti per cui la Fedit era nata. Era ormai diventata una holding che controllava un'ottantina di aziende, dalla Massalombarda alla Polenghi Lombardo, dalla Fata assicurazioni alla Banca di credito agrario di Ferrara. Tra i suoi asset immobiliari, fatti di tanti magazzini e silos, spiccava anche Palazzo Rospigliosi a Roma poi ceduto per 71 miliardi di lire alla stessa Coldiretti. Ma a furia di erogare favori da Nord a Sud, il gigante si trovò ad avere i piedi di argilla. I conti da anni non tornavano mentre il ricorso al debito accelerava. Qualcuno fissa l'inizio della fine nell'autunno del 1985 quando in un meeting al Teatro municipale di Piacenza, Lobianco presentandolo come frutto di un accordo con le forze di sinistra, impone al fianco di Ferdinando Truzzi, presidente dal 1982, un nuovo direttore: Luigi Scotti, un ragioniere che fino a quel giorno aveva diretto il consorzio agrario di Milano. I forzieri della Fedit, che le precedenti direzioni di Leonida Mizzi ed Enrico Bassi avevano tutelato se non impinguato respingendo la politica delle elargizioni a pioggia, cominciarono a svuotarsi: la parola d'ordine era di non deludere mai i tanti consorzi agrari, che battevano cassa perché gestiti male ma che erano fedeli portatori di voti alle elezioni. Il vassallaggio della Federconsorzi alla Coldiretti e quindi alla Dc fu devastante per i bilanci. E la situazione peggiorò quando Truzzi, il 20 aprile 1989, lasciò il posto a Scotti. Da poche decine di miliardi, quando Truzzi aveva assunto la presidenza, i crediti verso i consorzi erano saliti a miliardi nel 1987, a l'anno dopo, a nel All'inizio del 1991 la valanga sfiorava i miliardi. Nelle casse della Fedit più che banconote c'erano solo cambiali inesigibili. Al di fuori di ogni controllo istituzionale l'indebitamento aveva sforato i 5mila miliardi a fronte di appena 16 miliardi di garanzie nelle mani delle banche. La creatura di Bonomi era alla bancarotta. Un crack nel cuore dello stato e del potere democristiano che Andreotti, allora presidente del Consiglio, e Arnaldo Forlani, segretario dello scudo crociato, tentarono di scongiurare fino all'ultimo. Ma l'allora ministro dell'agricoltura, Giovanni Goria, fu irremovibile e il 17 maggio 1991, un venerdì, il vertice della Fedit fu azzerato e la società commissariata. A gestirla vennero nominati tre commissari: Giorgio Cigliana (ex manager Bi-Invest e presidente di Crediop), Agostino Gambino (futuro ministro delle Poste con il governo Dini) e Pompeo Locatelli (un commercialista milanese). La procedura di cessione dei beni ai creditori si presentò subito complessa, una cosa da 9

10 "azzeccagarbugli". Una parte dei crediti era stata ceduta all'agrifactoring, una società creata dalla stessa Fedit con Bnl e altri istituti che era presieduta dallo stesso Scotti. Un doppio ruolo che aggravò la sua posizione quando venne imputato, assieme ad altri manager della Fedit, di bancarotta fraudolenta. Cresceva il fondato timore nella schiera dei 15mila creditori che la liquidazione del patrimonio potesse risolversi in una svendita. Le banche temevano che si andasse alle calende greche nonostante la buona volontà del commissario giudiziale, Nicola Picardi. Ed è a questo punto che nel puzzle apparve un personaggio destinato a catalizzare su di sè l'attenzione generale: Pellegrino Capaldo, professionista di lunga data, presidente del Banco di Roma, un economista gradito a Piazza del Gesù e alla Banca d'italia allora retta da Ciampi. Capaldo scese in campo proponendo di costituire una Sgr che rilevasse dalla procedura di concordato preventivo l'intero patrimonio della Fedit. L'idea ebbe subito consensi ma fu il prezzo pagato dall'ex banchiere, in tutto miliardi, a imprimere una svolta processuale del tutto imprevista alla vicenda Fedit che avrebbe portato alla condanna dello stesso Capaldo a 4 anni di reclusione per bancarotta. Era il 29 settembre Stessa sorte il Tribunale penale di Perugia riservò a Ivo Greco, presidente del Tribunale fallimentare di Roma e giudice delegato al concordato di Fedit. Una sentenza che fece subito scalpore perché spostava il tiro dai veri responsabili del crack Fedit verso due personaggi che con la Federconsorzi fino al commissariamento non avevano nulla da spartire. Intanto era già trascorso più di un decennio da quel venerdì nero per la Fedit ma le ferite del crack erano tutte ancora lì da rimarginare, mentre cresceva la rabbia tra i creditori che si sentivano al centro di un grande imbroglio. Le cifre parlavano chiaro: gli asset di Fedit erano stati stimati in miliardi, poi ridotti per prudenza a 3.939, comunque una cifra sempre molto più alta di quella pagata dalla Sgr di Capaldo. Qualcuno, come l'avvocato calabrese Sergio Scicchitano, quinto liquidatore giudiziale della Fedit a partire dalla fine del 2003, era poi convinto che la Sgr avesse sborsato anche meno: non più di 800 miliardi. Un brutto labirinto dal quale Capaldo ebbe la buona sorte di uscire penalmente indenne grazie alla sentenza della Corte d'appello di Perugia che l'assolse dalla bancarotta, decisione confermata dalla Cassazione il 20 giugno Salvo Capaldo, il crack Federconsorzi restava però ancora un grande buco nero, un ginepraio di cause civili sempre aperte, una delle pagine più sconcertanti dell'economia asservita alla politica con il suo carico di misteri e intrighi che il passare del tempo non ha cancellato ma che non agevola a chiarire. Come troppi fatti e misfatti dell'italia della Prima e della Seconda Repubblica, di cui il crack Fedit è stato un apripista. Un defibrillatore per l'infarto della finanza La paralisi dei mercati. Il collasso di Lehman. In finanza, soprattutto quando le cose vanno male, le metafore mediche si sprecano. Ricardo Caballero, economista del Mit, si è spinto più in là e domani, nella prestigiosa Mundell-Fleming Lecture a Washington, illustrerà perchè le crisi finanziarie più gravi, come quella degli ultimi due anni, sono uguali a un arresto cardiaco improvviso. E perché c'è bisogno di quello che chiama un «defibrillatore finanziario». I medici ci insegnano che il più grave fattore di rischio cardiaco sono i problemi coronarici e l'arma migliore la prevenzione, attraverso uno stile di vita sano. Ma in finanza (dove si potrebbe dire che l'equivalente del colesterolo sia l'uso eccessivo della leva finanziaria), come nella vita di tutti i giorni, non tutti, o non sempre, vogliono adottare lo stile 10

11 di vita che aiuterebbe a prevenire i disastri. Un arresto finanziario improvviso, dice Caballero, è una condizione nella quale la fiducia dentro e verso il sistema finanziario improvvisamente svanisce e, quando questo accade, il sistema si blocca e il credito smette di fluire all'interno del sistema e verso l'economia reale. L'arresto finanziario causa severe contrazioni dell'economia e distruzione di ricchezza in assenza di un'immediata risposta sistemica da parte delle autorità. E questa risposta, secondo Caballero, è il defibrillatore. Esiste già, osserva, un prestatore di ultima istanza, la banca centrale, ma questo si è rivelato insufficiente nella crisi in corso. L'economista del Mit suggerisce altre tre parti, che entrano in azione a seconda della gravità della crisi. Più capitale azionario (come sostenuto dal G-20 e dal Financial Stability Board), capitale contingente di pronto intervento, per esempio debito convertibile (una soluzione indicata fra gli altri da Daniel Tarullo della Fed), infine, il meccanismo più efficace contro il panico, secondo Caballero, e cioè una forma di assicurazione attraverso garanzie pubbliche sull'attivo del sistema finanziario, da far scattare solo in caso di incertezza estrema: strumenti automatici, prepagati e obbligatori. Gli Usa hanno fatto qualcosa del genere, ex post, con Citigroup, e la Gran Bretagna su base più ampia. Il meccanismo è ingegnoso, una sorta di credit default swaps, che proteggerebbero l'attivo delle banche in caso di eventi sistemici. Lasciando ai tecnici le obiezioni sulla meccanica del defibrillatore, la tesi presta il fianco a due obiezioni di fondo. Chi decide quando far entrare in azione il defibrillatore, le autorità di vigilanza che hanno mancato completamente nell'individuare l'arrivo di questa crisi? Come si convinceranno i pazienti, cioè le banche, che sono state finora recalcitranti non solo alla prevenzione, ma anche alla cura dell'arresto cardiaco, come dimostrano le loro vivaci resistenze, anche in questi giorni, alle varie proposte di riforma dlele regole della finanza? Il problema non è tecnico, ma di volontà politica. E questa, un anno dopo Lehman, comincia a scarseggiare. La corruzione nel mondo costa ogni anno miliardi di Redazione Ogni anno la corruzione sottrae miliardi di dollari alle risorse dei Paesi di tutto il mondo. La stima sulla portata globale di questo fenomeno è dell Organizzazione delle Nazioni Unite, che assieme alla Banca Mondiale ha riunito a Doha, in Qatar, centinaia di delegati di autorità pubbliche da tutto il mondo per una cinque giorni di incontri, con al centro il tema della corruzione. All esame la difficile questione di come recuperare questi fondi ed effettuare attività di vigilanza nei vari Paesi per evitare che risorse vengano sottratte dai tesori statali. Il fenomeno è particolarmente acuto in aree come lo Zimbabwe o l Afghanistan. La riunione è l ultima iniziativa dell Onu per cercare di arginare questo fenomeno, con tentativi che però finora si sono scontrati con la ritrosia di molti governi ad accettare controlli esterni contro la corruzione. In cima all agenda le possibili misure per impedire la distrazione di fondi pubblici e sviluppare una rete di controlli transnazionale per valutare i livelli di trasparenza nei vari Paesi, in particolare nelle economie in via di sviluppo. L Italia partecipa alla riunione per la prima volta in veste di Stato parte dopo la ratifica dell accordo sulla Convenzione Onu contro la corruzione. Secondo i dati della Corte dei conti, la corruzione nella Pubblica amministrazione costa al nostro 11

12 Paese miliardi di euro l anno. Boom di assegni a vuoto. La metà è delle famiglie Da gennaio a settembre + 12,8%, valore 1,6 miliardi ROMA Con la crisi famiglie e imprese hanno sempre più il fiato corto. Scadenze, rate, pagamenti da rispettare. E allora rispunta il «vizietto» dell assegno scoperto, un fenomeno che ha raggiunto livelli davvero preoccupanti. È quanto emerge elaborando le cifre contenute nei supplementi ai Bollettini statistici di Bankitalia: nel periodo gennaio-settembre 2009 gli assegni «cabrio», come si chiamano in gergo, hanno raggiunto un valore complessivo di 1,6 miliardi. Una cifra enorme, in crescita del 12,9% rispetto allo stesso periodo (gennaio-settembre) del Più della metà degli assegni «a vuoto» arriva dalle famiglie. Nel primo semestre 2009 sono stati annullati 300 mila assegni: di questi 192 mila sono stati revocati a singoli cittadini, 120 mila a «società non finanziarie». Al top di questa poco onorevole classifica si confermano Sud e Isole, che da sole totalizzano più del 50% degli assegni scoperti nel primo semestre Nel Meridione, infatti, gli assegni «cabrio» sono stati quasi 171 mila, contro i 65 mila al Centro, i 26 mila al Nord Est e i 49 mila al Nord Ovest. LE CATTIVE NOTIZIE NEI DATI OCSE di Francesco Giavazzi I dati pubblicati dall'ocse dipingono un'immagine apparentemente molto positiva dello stato dell'economia italiana a questo punto della crisi. Ma l'indicatore mostra i punti di svolta del ciclo stimati con riferimento all'output gap, cioè alla deviazione del livello dell'attività economica dal livello consistente con il pieno impiego. Dunque, può migliorare semplicemente perché è peggiorata la stima degli effetti della crisi sulla crescita di medio periodo. E per l'italia la caduta del tasso di crescita potenziale nel 2010 è più ampia rispetto ad altri paesi. I dati pubblicati dall Ocse il 6 novembre dipingono un immagine apparentemente molto positiva dello stato dell economia italiana a questo punto della crisi. I dati si riferiscono al composite leading indicator (Cli), un indicatore costruito per anticipare i punti di svolta del ciclo economico. I punti di svolta sono stimati con riferimento all output gap, cioè alla deviazione del livello dell attività economica dal livello consistente con il pieno impiego. L indicatore pubblicato il 6 novembre si riferisce al mese di settembre. Il dato per l Italia mostra un ampio miglioramento su base annua, settembre 2009 rispetto a settembre 2008: +17 punti, superiore a quello delle maggiori economie dell Ocse con Germania +12, Francia +3, Stati Uniti + 2, Gran Bretagna 0. NOI E LA GERMANIA Una prima osservazione è che l entità di una ripresa non è indipendente dall entità della caduta iniziale. Fra settembre 2008 e la primavera del

13 l'indicatore era caduto di 32 punti in Italia e Germania, ma di soli 14 punti in Francia, 12 negli Stati Uniti, 10 in Gran Bretagna. Ciò significa che nella fase più acuta della crisi l output gap, o almeno la stima calcolata dall Ocse, si era allargato di oltre il doppio in Germania e in Italia rispetto agli altri tre paesi. Non è sorprendente che dopo una caduta tanto pronunciata, la ripresa sia ora più ampia. Rimane il fatto che il livello dell output gap continua a essere più grande in Italia e Germania (rispettivamente -15 da noi e -20 per i tedeschi) rispetto al livello delle altre tre economie: -10 in Gran Bretagna e Stati Uniti, -11 in Francia. Il dato per la Germania suggerisce due osservazioni. Innanzitutto, conferma la forte correlazione fra l economia italiana e quella tedesca. Ma proprio per questo motivo il fatto che la stima dell output gap tedesco sia ancora tanto elevata è una cattiva notizia per noi. PUNTI DI SVOLTA Ma questa interpretazione dell indicatore Ocse, già diversa dal modo in cui i dati sono stati presentati dalla stampa italiana, è solo parzialmente corretta. Abbiamo detto che l indicatore mostra-i punti di svolta del ciclo stimati con riferimento all output gap. Ciò significa che l indicatore può migliorare vuoi perché l output gap si è chiuso a parità di output potenziale, vuoi perché la stima dell output potenziale si è ridotta. In altre parole, l indicatore può migliorare semplicemente perché è peggiorata la stima degli effetti della crisi sulla crescita di medio periodo dell economia. Ad esempio, se si stima che il tasso di disoccupazione di medio periodo dopo la crisi sarà più elevato di quanto non si stimasse prima, questo è sufficiente a far migliorare l indicatore. Ciò significa che un suo miglioramento non è necessariamente una buona notizia. Paradossalmente, potrebbe indicare una cattiva notizia, cioè un aumento della stima degli effetti delle crisi sulla disoccupazione nei prossimi anni. L Ocse non rivela quanto del miglioramento registrato nel mese di settembre dipenda da una chiusura dell output gap perché effettivamente lo stato dell economia è migliorato, e quanto invece dipenda da un peggioramento delle previsioni sulla disoccupazione di medio periodo. Ètuttavia ragionevole pensare che dipenda un po da entrambi i fattori, e per l Italia relativamente di più da un peggioramento della stima del tasso di crescita potenziale. Infatti nell Economic Outlook no. 85, pubblicato nel giugno scorso, l Ocse misura (Tavola 4.1, p. 224) la differenza fra il tasso di crescita potenziale del prodotto interno lordo per il 2010 stimato a dicembre 2008 (Economic Outlook no. 84) e quello stimato a giugno La stima della caduta del tasso di crescita potenziale nel 2010 è (in percentuale): Italia - 1,7 Spagna - 1,4 Germania - 1,1 Stati Uniti - 0,9 Francia - 0,7 Giappone - 0,6 La revisione per l Italia è più ampia che nei maggiori paesi Ocse e il doppio che in Francia. Questa revisione spiega quindi in parte, sebbene non sia possibile calcolare in che misura, il miglioramento dell indice italiano. Cioè la spiegazione del miglioramento dell indice è (almeno in parte) una chiusura dell output gap non perché sia migliorata la stima del livello di produzione, ma perché si è ridotta la stima del livello potenziale. Il miglioramento dell indicatore è quindi (almeno in parte) una cattiva notizia, non una buona. 13

14 MA CHI È TROPPO GRANDE PER FALLIRE? di Rony Hamaui Gran parte delle analisi e dei rimedi proposti per la crisi economica riguardano il sistema finanziario e in particolare le banche. Le imprese industriali, il più delle volte, sono state considerate vittime. Invece, le grandi banche e le grandi imprese hanno giocato un gioco cooperativo, spesso ai danni degli Stati. D'altra parte, i governi hanno sempre difeso i campioni nazionali di tutti i settori. Forse, ricevono in cambio benefici di ordine finanziario e soprattutto non finanziario che sarebbe interessante qualificare ed eventualmente quantificare. Gran parte delle analisi concernenti la recente crisi economica, così come i rimedi proposti, hanno riguardato il sistema finanziario e in particolare le banche, mentre le imprese industriali sono state, il più delle volte, considerate vittime sacrificali. A ben guardare, tuttavia, molti dei problemi emersi hanno interessato, seppure in maniera più marginale, anche le imprese non finanziarie. Così la distinzione fra vittime e carnefici risulta meno evidente di quel che a prima vista può apparire. Vediamo perché. IL MITO DEL GIGANTISMO In primo luogo anche le imprese non finanziarie negli ultimi anni hanno vissuto nel mito del gigantismo e della globalizzazione a tutti i costi, il più delle volte perseguito a colpi di fusioni e acquisizioni. Così anch esse in alcuni casi sono diventate too big to fail e hanno goduto della protezione e degli aiuti pubblici. Tipico, a questo proposito, il caso dell industria automobilistica, dove ragioni sociali hanno indotto i governi di tutti i paesi a sostenere in qualche modo la loro sopravvivenza. Questo crea ovviamente un problema di azzardo morale giacché il sistema finanziario tende a finanziare più volentieri le grandi imprese per le quali la probabilità di default risulta più bassa. In altre parole, la crescita delle banche è andata di pari passo con la crescita delle principali imprese multinazionali e anzi è risultata a essa sinergica. Quante volte, anche in Italia, abbiamo sentito dire che le banche avrebbero dovuto accompagnare le imprese nel loro processo di internazionalizzazione. In secondo luogo anche le imprese hanno negli anni aumentato il loro indebitamento e quindi la loro leva finanziaria. Operazioni di pay back e distribuzioni di dividenti si sono accompagnate ad acquisizioni finanziate a debito, mentre i fondi private equity hanno fatto aumentare notevolmente il grado di leva di molte aziende che oggi si trovano in difficoltà. Da questo punto di vista, anche la teoria economica ha favorito la cultura del debito, poiché molti autori hanno sostenuto che l indebitamento accresce la pressione sui manager e riduce le tentazione a una scorretta allocazione delle risorse. Pertanto, il grado di leva del sistema finanziario è andato di pari passo con il grado di leva del sistema industriale ed è risultato a esso sinergico: le banche prestavano molto a chi voleva indebitarsi molto. Per quanto riguarda poi l ammontare e il sistema di remunerazione dei manager, il settore non finanziario, soprattutto delle grandi imprese, non ha nulla da invidiare a quello finanziario. Short terminism e incentivi ad assumere troppi rischi sono tratti comuni a entrambi i settori. La cosa d altra parte appare piuttosto logica se si pensa che il mercato del lavoro dei manager delle grandi imprese è diventato anch esso sempre più globalizzato e integrato. CHI SI OPPONE ALLE REGOLE 14

15 Infine, appare interessante osservare quello che sta accadendo sul fronte dei derivati over the counter, cioè non negoziati in un mercato regolamentato. Infatti, tutti i tentativi che le autorità stanno facendo per regolamentarli, ad esempio istituendo una controparte centrale che attenui i rischi sistemici, trovano una compatta resistenza sia da parte delle principali banche che delle più importati società finanziarie. Le prime preoccupate di perdere gli ingenti profitti che queste attività producono mentre le seconde temono i costi finanziari che saranno costrette a sopportare nel caso dovessero versare margini giornalieri alle clearing house a seguito dei movimenti dei prezzi delle attività sottostanti. Anche in questo caso, grandi banche e imprese non finanziaria si trovano sullo stesso lato della barricata. In conclusione, ritenere che le grandi banche siano la principale se non l unica causa dell attuale crisi finanziaria risulta riduttivo e forse fuorviante. Grandi imprese finanziarie e non hanno invece giocato un gioco cooperativo spesso ai danni degli Stati. Questi d altra parte hanno sempre difeso i campioni nazionali di tutti i settori. Forse, in cambio i governi ricevono benefici di ordine finanziario e soprattutto non finanziario che sarebbe interessante qualificare ed eventualmente quantificare. Pertanto come recita l ultima aria dell opera di Mozart"Fortunato l uom che prende ogni cosa pel buon verso e tra i casi e le vicende da ragion guidar si fa". TREMONTI BOND, OPERAZIONE NEBBIA di Andrea Maltoni e Marco Palmieri Due banche hanno fatto ricorso finora ai Tremonti bond. In entrambi i casi non sono chiari i termini dei finanziamenti concessi né come si possa garantire uno degli obiettivi per cui sono stati istituiti: il sostegno al credito per famiglie e piccole imprese. La legge che ha introdotto questi strumenti finanziari e i successivi decreti ministeriali si limitano infatti a enunciazioni di principio, ma non indicano specifici impegni delle banche emittenti. Lasciando sostanzialmente ai singoli istituti di credito la definizione concreta delle misure da praticare. A circa otto mesi dall'istituzione, il Banco Popolare Italiano (Bpi) ha proceduto alla prima emissione dei cosiddetti Tremonti bond, seguita da quella condotta dalla Banca Popolare di Milano (Bpm). Anche altri istituti si sono dichiarati interessati a fare ricorso ai nuovi strumenti per incrementare il proprio patrimonio di vigilanza. I termini dei finanziamenti concessi rimangono però ancora non ben determinati e, soprattutto, non è chiaro come, accanto al rafforzamento patrimoniale delle banche, lo Stato possa garantire l efficace perseguimento dell'ulteriore interesse pubblico, più volte dichiarato, di vedere agevolata la concessione del credito alle imprese e alle famiglie. Manca infatti un meccanismo contrattuale o legale che vincoli gli istituti creditizi sovvenzionati, né sembra che gli osservatori istituiti presso le prefetture possano costituire una soluzione. INSPIEGABILI SILENZI Le due operazioni avviate non sono descritte in un prospetto ufficiale, ma solo in alcuni comunicati stampa, nei quali però non sono indicati i termini precisi dei prestiti erogati dallo Stato a favore delle singole banche. Dalla nota congiunta del ministero dell'economia e delle Finanze e di Bpi del 19 giugno e da quella rilasciata da Bpm il 21 settembre, le uniche informazioni che si rinvengono sono l'ammontare dell'emissione - 1,45 miliardi di euro per Bpi, 500 milioni per Bpm - e l'adozione di un protocollo di intenti. (1) 15

16 Con il protocollo le debitrici si impegnano: - ad adottare un codice etico; - a incrementare nel prossimo triennio i crediti concessi alle Pmi rispetto al biennio , con un aumento dell'ordine del 6 per cento medio annuo per Bpi e del 7 per cento per Bpm; - a favorire i crediti assistiti dal Fondo centrale di garanzia per le Pmi e a finanziare lo stesso: Bpi con uno stanziamento di 21,75 milioni di euro, Bpm con 7,5 milioni; - a sospendere le rate dei mutui prima casa individuati dall'accordo Abi-Mef per il periodo di un anno nel caso di Bpi, di diciotto mesi in quello di Bpm. Nessun altro dato è stato comunicato da Bpi, mentre Bpm si è limitata a rendere nota la propria intenzione di proseguire negli impegni autonomamente assunti a favore delle famiglie e delle Pmi. Rimangono quindi sconosciuti alcuni dati fondamentali come la scadenza dei prestiti (ovvero se sia prevista ed eventualmente entro quale data), il tasso di interesse adottato fra le soluzioni contenute nel modello di prospetto rilasciato dal ministero dell'economia e delle Finanze. Inoltre, vengono taciuti i criteri per la convertibilità dei bond in azioni ordinarie, prevista espressamente per la sola emissione di Bpi: non è dato sapere, in particolare, quale sarà l'effettivo tasso di conversione. Sono tutti elementi che non possono essere taciuti, se non scontando il problema di un'incertezza fra gli investitori che potrebbe finire per ritorcersi contro le banche stesse, rischiando di contribuire a una loro sotto-capitalizzazione. Inoltre, e più in generale, esiste un dovere morale di informazione per l utilizzo di denaro pubblico nella realizzazione delle operazioni e l'esigenza di sottoporre al giudizio dei cittadini il comportamento delle banche in assenza di strumenti legali o contrattuali che vincolino gli istituti sovvenzionati a tenere tali condotte. UNO STRUMENTO SPUNTATO Alla luce dell articolo 12 del cosiddetto decreto anticrisi, la sottoscrizione dei Tremonti bond mira al perseguimento di due finalità: garantire un adeguato flusso di finanziamenti all economia e un corretto livello di patrimonializzazione del sistema bancario. A ben vedere, gli interessi collettivi perseguiti posti a fondamento dell autorizzazione del Mef alla sottoscrizione degli strumenti finanziari, anche in deroga alle norme di contabilità di Stato sono da individuarsi più precisamente nell esigenza di far conseguire a imprese e famiglie determinati benefici. Occorre quindi valutare quali siano gli strumenti e le modalità previsti per assicurare un simile risultato. A norma del comma 5 dell articolo 12, l impegno del Mef è condizionato a una valutazione dell economicità dell operazione nel suo complesso, alla sottoscrizione di un protocollo di intenti da parte dell istituto di credito, nonché all adozione di un codice etico, con il quale debbono individuarsi, tra l altro, soglie massime alla remunerazione dei vertici aziendali. Su protocollo, tuttavia, la legge si limita a statuire che l emittente dovrà assumere una serie di impegni attinenti, segnatamente, al livello e alle condizioni del credito da assicurare alle piccole e medie imprese e alle famiglie, alle modalità con le quali garantire adeguati livelli di liquidità ai creditori delle pubbliche amministrazioni per la fornitura di beni e servizi, anche attraverso lo sconto di crediti certi, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, e a politiche dei dividendi coerenti con l esigenza di mantenere adeguati livelli di patrimonializzazione. Con il decreto ministeriale del 25 febbraio 2009 si è, peraltro, stabilito che il 16

17 protocollo di intenti sia definito sulla base dell'accordo quadro tra il Mef e l Abi, che contiene le linee guida per la stesura dei singoli protocolli e del codice etico. Significativa è l affermazione di principio lì contenuta, secondo cui l emittente deve impegnarsi a utilizzare le somme ottenute al fine di finanziare le Pmi e le famiglie a condizioni che tengano conto delle difficoltà che esse incontrano in questa fase congiunturale. Anche qui non si va oltre le affermazioni di principio: non vengono individuati specifici impegni delle banche emittenti, ma ci si limita a dare una serie di indicazioni molto generiche, lasciando sostanzialmente ai singoli istituti di credito la definizione concreta delle misure da praticare a famiglie e imprese. Dal complesso di norme e raccomandazioni, si giunge alla conclusione che la sottoscrizione da parte del Mef dei Tremonti bond è uno strumento spuntato. Né nella legge, né tanto meno nei successivi atti ministeriali e negoziali sono individuati, per un verso, precisi obblighi degli emittenti nei confronti di famiglie e imprese, e, per l altro, le sanzioni per i casi di mancata osservanza degli impegni individuati nei singoli protocolli di intenti. In altri termini, non paiono essere state individuate misure tali da garantire l'effettivo conseguimento delle finalità perseguite con la sottoscrizione di quegli strumenti finanziari. Non soltanto, infatti, non si sono previsti controlli pubblici sull osservanza del contenuto dei protocolli di intenti sottoscritti dagli emittenti presso le prefetture viene istituito soltanto un osservatorio sulla concessione del credito ma non sono state neppure individuate delle clausole da recepire negli atti negoziali al fine di assicurare che l emissione dei bond sia effettivamente indirizzata a beneficio di coloro che, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbero essere i destinatari ultimi dell intervento governativo. Non sorprende, dunque, il contenuto dei comunicati stampa: in sede di sottoscrizione del protocollo di intenti da parte delle banche non sono stati assunti impegni più precisi. Il documento sembra quindi confermare l estrema genericità degli obblighi e non è dato sapere in che modo il Mef potrà garantire in concreto che gli istituti creditizi finanziati agiscano effettivamente a beneficio delle famiglie e delle imprese. Si può discutere se tale scelta sia giustificabile o meno con l'esigenza di vedere tutelata l'autonomia gestionale dell'istituto: tuttavia non si può non rilevare, dall'esame dell'insieme dei documenti disponibili, una forte ambiguità fra i fini pubblici dichiarati e la quasi totale assenza di strumenti per conseguirli. (1) Il protocollo tra ministero dell'economia e Banco Popolare e il comunicato stampa sull'emissione Bpi sono reperibili rispettivamente agli indirizzi:http://www.bancopopolare.it/dwn/news/1168-cs%2080%20banco% 20Popolare%20Firma%20Protocollo%20Tremonti% 20bond.pdfehttp://www.bancopopolare.it/dwn/news/1187-Cs%20116% 20Emissione%20Strumenti%20a%20favore%20MEF.pdf. Mercati in bilico grandi bolle piccole riforme LUIGI SPAVENTA Il Securities Act, all origine della moderna regolazione dei mercati finanziari, annunciato da Roosevelt nel marzo 1933, fu approvato a fine maggio. Nel 2001, in reazione a grandiosi scandali societari come Enron e Worldcom, il Congresso varò in pochi mesi una legge di radicale riforma (e forse di inutile complessità). 17

18 Oggi, a due anni e mezzo dall inizio di una crisi che è stata di intensità e diffusione non minori di quella degli anni 30, e che ha costretto gli Stati di due continenti a sostenere le istituzioni finanziarie con erogazioni e affidamenti per migliaia di miliardi, non si saprebbero indicare interventi riformatori di pari portata Dopo l urgenza iniziale, si ripetono elencazioni di routine delle cose che si dovrebbero fare (i Global Legal Standards di fattura domestica si sono lost in translation, come nel film); il Financial Stability Board si dedica a un impeccabile lavoro tecnico; il comitato di Basilea attende silenziosamente al rifacimento del precedente accordo che ha rivelato i suoi difetti. Il progetto di riforma dell amministrazione, già incompleto alla nascita, si è arenato sulle secche del Congresso Usa. L Europa riuscirà forse a varare un regolamento che riguarda non le regole ma l assetto della supervisione. Con il superamento della fase acuta della crisi la forza delle cose ha esaurito la sua spinta: si respira aria di normalizzazione se non di restaurazione. Eppure al di là delle apparenze, qualcosa si è fatto. Il più da farsi trova ostacoli politici e suscita questioni irrisolte. Qualcosa dunque si è fatto. Le stesse autorità il cui sonno aveva contribuito a creare le condizioni per la crisi si sono in parte redente con una gestione tempestiva del pronto soccorso impedendo il meltdown finanziario. Nell emergenza l azione di vigilanza è stata condotta con criteri e strumenti nuovi. Il rafforzamento del Financial Stability Board come organo del G20 pone la premessa per una sorveglianza collettiva sulla finanza globale. Si è finalmente intrapresa un azione più decisa contro i paradisi fiscali e regolamentari. Tuttavia, per disegnare "un sistema finanziario più prudente, più stabile, meglio in grado di sostenere l economia" (Draghi) il più resta da fare, e farlo non sarà né facile né immediato: servono da esempio tre questioni in cui interagiscono problemi tecnici e difficoltà politiche. Fra i contratti derivati, alcuni vengono scambiati su un mercato in cui le transazioni vengono compensate e poi regolate nei confronti di una controparte centrale. Altri vengono confezionati dalle banche "su misura" e sono negoziati con transazioni bilaterali. Nel secondo caso si accumulano ingenti posizioni lorde, che pongono a rischio la stabilità nel caso di fallimento di una delle parti (come avvenne per Aig, divenuta controparte di una enorme quantità di credit default swap, strumenti di assicurazione ma più spesso di scommessa sul rischio di fallimento di una società). Chiede il G20 che nella misura del possibile i derivati siano standardizzati e trattati su mercati ove operi una controparte centrale, o assoggettati a obblighi regolamentari più penetranti. L attuazione di tali proposte ha sinora incontrato resistenza da parte delle maggiori banche per una ragione: la confezione su misura consente ricavi e profitti, che sarebbero cancellati da obblighi di produzione in serie; quei profitti intanto consentono negli Stati Uniti di conservare la benevolenza del legislatore. Per assicurare una maggiore stabilità del sistema è necessario che i requisiti di capitalizzazione delle istituzioni finanziarie siano più esigenti per quantità e qualità del capitale, con riferimento alla leva finanziaria complessiva, alla struttura per scadenze di attivo e passivo, alla fase ciclica. Ma anche se i nuovi criteri fossero già definiti, non si potrebbe imporli da subito senza accentuare la stretta creditizia. Ma se non ora, quando verrà il momento giusto? Vi è poi una questione di fondo. Nel caso di una istituzione finanziaria, la dimensione rileva non solo sotto il profilo di tutela della concorrenza, ma a motivo delle conseguenze dirompenti sull intero sistema finanziario che si verificherebbero se un entità di grandi dimensioni fallisse. Come abbiamo verificato nel corso della crisi (in negativo con Lehman, in positivo in tanti altri casi) esistono in effetti banche TBTF, too big to fail. Ma per evitarne il fallimento deve intervenire la mano pubblica, con i soldi dei contribuenti. D altra parte, i manager di una banca TBTF, nella virtuale certezza che vi sarà una rete di protezione, saranno indotti ad 18

19 assumere maggiori rischi in vista di maggiori profitti: rischi tanto grandi da creare a volte quelle condizioni prefallimentari che richiedono infine l intervento pubblico. Il problema non si pone nel caso di esercizio della tradizionale attività bancaria di operazione nel sistema dei pagamenti e di intermediazione del risparmio fra raccolta e impieghi, perché la regolazione e l assicurazione dei depositi offrono un presidio valido di stabilità. Si pone invece quando la banca affianca all attività tradizionale quella di investment banking, operando in proprio sui mercati e finanziandosi con raccolta a breve termine sui mercati all ingrosso del credito e della moneta: in quest attività risiede il pericolo per la stabilità finanziaria e le tasche dei contribuenti. Come intervenire per prevenire i rischi e i costi delle banche TBTF, anche considerando che gli interventi operati durante la crisi hanno ridotto il numero e aumentato le dimensioni degli istituti sopravvissuti? Si ritiene a Basilea che bastino acconce misure prudenziali, come maggiori requisiti di capitale in relazione alla rischiosità delle operazioni o adeguate forme indirette di assicurazione. A giudizio del Governatore della Banca d Inghilterra Mervyn King quest impostazione è insufficiente. "L esistenza di istituzioni TBTF [non è coerente] con la loro appartenenza al settore privato", che presuppone la possibilità di fallimento. L incoerenza può essere risolta solo con qualche forma di separazione, più o meno drastica, fra l attività bancaria tradizionale, regolata e garantita dal potere pubblico, e attività di investment banking e negoziazione proprietaria, priva di qualsiasi garanzia pubblica in caso di liquidazione e lasciata alla disciplina del mercato. Gli argomenti di King sono sorretti dalle migliaia di miliardi che le banche TBTF sono sinora costate, anche se le obiezioni mosse alla sua tesi non sono trascurabili. Il nuovo disegno che si sta tracciando a Basilea sarà valutato in base all efficacia della soluzione offerta al problema. Ma le vie del Signore sono tante, almeno in Europa. Mentre i banchieri ponderano, l ottima Commissaria alla concorrenza Kroes ha ottenuto una drastica riduzione della dimensione di una banca olandese e di due banche inglesi ricorrendo ai suoi poteri in materia di aiuti di Stato e di tutela della concorrenza. Sono forse tempi più difficili di quelli di Roosevelt, quando vi era un deserto di regole, o di quelli di Enron, quando si trattò di sanzionare e prevenire fenomeni di delinquenza economica. Si tratta di decidere se un sistema finanziario divenuto di straordinaria complessità abbisogna solo di un penetrante restauro conservativo o richiede piuttosto interventi drastici e di difficile attuazione. Superpoteri a Grilli nel Fondo per le Pmi IL RETROSCENA ADRIANO BONAFEDE A sorpresa, sarà il Tesoro, nella persona del direttore generale Vittorio Grilli, a coordinare il nuovo fondo da 23 miliardi per investire nel capitale delle piccole e medie imprese che ne avranno bisogno per crescere o per fondersi in strutture più ampie. È questo l input dato dal ministro dell Economia, Giulio Tremonti, che a dispetto di quanto in un primo momento si era pensato, ha tenuto la Cassa depositi e prestiti sostanzialmente fuori da questa partita. w segue a pagina 18 Ma la novità di questo progetto è un altra, e in un certo senso sorprendente: perché la società di gestione del risparmio che sarà costituita vedrà sostanzialmente tre banche Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mps (e forse anche altre, ma più avanti) in posizione di azioniste di maggioranza. La soluzione che si prospetta è dunque del tutto inedita nel sistema italiano: un società a 19

20 maggioranza privata ma "guidata" dal Tesoro. Ci sarà senz altro una partecipazione pubblica, ma il soggetto, o i soggetti, sono ancora da scegliere e non è detto che uno di questi sia la Cassa depositi e prestiti. Com è stato già abbondantemente sottolineato, questo nuovo fondo di private equity per ripatrimonializzare le imprese o per aiutarle a crescere e a raggiungere dimensioni più grandi ha come presupposto la fine delle ostilità nei confronti dei grandi gruppi bancari. La colazione di lavoro di qualche settimana fa fra Tremonti, Passera, Profumo e Guzzetti, il Gotha del sistema bancario italiano e delle Fondazioni bancarie che ne sono i principali azionisti, ha siglato la pace fra i contendenti. Mettendo fine alle ostilità del ministro verso le banche e i due principali banchieri prima di tutto. Non si sa quanto abbia contato in questa decisione di Tremonti lo scontro che si è consumato all interno del governo dove per un attimo il ministro ha temuto di perdere il posto, e si è salvato soltanto facendosi scudo con la Lega Nord. Può darsi che il ministro abbia pensato che avere contro un così ampio arco di forze, dagli avversari interni a buona parte del sistema finanziario non fosse più né opportuno né sostenibile. Oppure, il titolare del dicastero di Via XX settembre può semplicemente essere arrivato, dopo un anno e mezzo di scontri e baruffe, alla conclusione che è perfettamente inutile mettersi contro il sistema bancario e che è meglio tentare la carta del sorriso dell entente cordiale. Anche perché ecco un altra ottima ragione le banche possono finalmente mettere sul banco i "soldi veri" per tentare di fare qualcosa di buono per il frammentato sistema delle imprese, stremato dal calo del fatturato e dall aumento del debito conseguenti alla crisi. Per le imprese, per le migliori almeno, per quelle che hanno una prospettiva di sviluppo, serve l equity, un patrimonio più consistente. Denaro vero, si diceva. Sì, perché Tremonti pressato dalle più disparate richieste all interno del governo, tra cui la riduzione dell Irap, e dal tentativo di arginare una serie di spese fuori controllo, non ha altri soldi da spendere. E qui i soldi ce li anticiperebbero le banche. Anche se poi il Fondo nazionale di private equity che nascerà (e per il quale bisognerà attendere le autorizzazioni della Banca d Italia), dovrà essere collocato sul mercato, presumibilmente presso gli investitori istituzionali (Fondazioni comprese), come si fa per qualsiasi fondo di questo tipo e come fanno già le banche con i loro prodotti similari. Il secondo profilo di novità che emerge dal progetto del fondo di private equity di Tremonti è il ruolo fortemente ridimensionato della Cassa depositi e prestiti e del suo amministratore delegato, Massimo Varazzani, peraltro un uomo portato sulla ribalta dallo stesso ministro. Al momento non si sa neppure se la Cassa apporterà del capitale. Di sicuro ci sarà una presenza pubblica, seppur di minoranza, nel capitale dell Sgr. Non è, non può essere un caso che la complessa trattativa con le tre banche inizialmente interessate (Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mps) faccia capo direttamente al Tesoro. Il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli, è l alto funzionario che sta predisponendo il piano insieme ai rappresentanti delle banche: per Unicredit Giorgio Peluso, direttore generale del Corporate banking; per Intesa Sanpaolo Gaetano Micciché, anche lui capo della divisione corporate e Antonio Marino, vice direttore generale di Mps. Sul perché la Cassa cui pure Tremonti ha dato ampi poteri con una serie di norme ad hoc svolga in questo caso un ruolo secondario (ma forse anche nessun ruolo) si possono solo fare supposizioni. La prima, la più semplice, è che Varazzani sia già impegnato su troppi fronti, dal project financing al social housing, dai fondi speciali per i prestiti alle imprese al classico lavoro della Cassa, cioè il finanziamento agevolato per i Comuni. Circola però un altra voce, riportata dal quotidiano di destra "Libero" anche se, peraltro, subito smentita ufficialmente dalla Cassa, che ci sia stato un raffreddamento dei rapporti fra Varazzani e 20

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