PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI SIA SANTIFICATO IL TUO NOME

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1 PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI SIA SANTIFICATO IL TUO NOME O Dio nostro Padre, così abbiamo imparato a chiamarti; così ci ha insegnato il tuo Figlio Gesù! Aiutaci a comprendere la grandezza di questa rivelazione e a rivolgerci con fiducia a te nei momenti della gioia e in quelli del dolore, quando siamo ricchi di speranza e quando vince la tristezza, perché tu solo sai sostenere i passi del nostro cammino. Per Cristo nostro Signore. Amen Desideriamo contemplare il mistero del Padre meditando sulla preghiera del Padre nostro. A modo di introduzione ascoltiamo due testi evangelici. «Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome» (Mt 6,7-9). «Giunsero intanto a un podere chiamato Getsemani, ed egli disse ai suoi discepoli: 'Sedetevi qui, mentre io prego'. Prese con se Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro: ' La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate'. Poi, andato un po' innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell'ora. E diceva: Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu'» (Mc 14,32-36). Confesso di provare un certo sgomento di fronte alla preghiera insegnataci da Gesù, perché ci supera da ogni parte e, per capirla, dovremmo penetrare nelle ricchezze dei sentimenti di Gesù, nel suo cuore. Inoltre ritengo sia oggettivamente difficile parlare del Padre nostro in maniera astratta; trattandosi di una preghiera, la si comprende pregando. Quanto cercherò di esprimere vorrebbe essere semplicemente in funzione della vostra orazione personale. Prima di considerare le invocazioni del Padre nostro, faccio tre constatazioni. Anzitutto è una preghiera molto scarna brevissima. Ne conosciamo di più lunghe anche nel Nuovo Testamento. Ve ne sono altre che sembrano più ricche di affetto come per esempio quella di Charles de Foucauld che inizia così: «Padre mio, mi abbandono a te, fa di me ciò che ti è gradito. Qualsiasi cosa tu faccia di me io ti ringrazio...». Il Padre nostro, invece, ricorda i pilastri di una grande cattedrale, pilastri rigidi ma che sostengono un edificio immenso. È poi una preghiera apparentemente un po' generica; è stato detto -credo con ragione- che potrebbe essere recitata dai seguaci di ogni religione. Tutti coloro che si rivolgono a Dio potrebbero ripetere le parole del Padre nostro. D'altro canto è una preghiera sintetica, che riassume tutto il Vangelo e le singole invocazioni si capiscono appieno soltanto leggendole alla luce dell'evangelo. Dunque, paradossalmente, il Padre nostro può essere recitato da ogni uomo o donna di buona volontà, a qualunque religione appartenga, e tuttavia svela il suo segreto nella misura in cui è colto alla luce dell'evangelo. È una sintesi di tutta la vita di Gesù e insieme una chiave di lettura della sua vita. «Padre nostro che sei nei cieli» Non è ovvio che una preghiera biblica cominci con l'esclamazione Padre. I Salmi, per esempio, che sono 150 bellissime preghiere, non iniziano mai con tale esclamazione. E quindi una caratteristica del modo di pregare di Gesù, un modo che vuole comunicarci.

2 Vorrei allora spiegare che cosa significa Padre nell'esperienza di Gesù, nell'esperienza dei suoi discepoli, nell'esperienza del cristiano. 1. Dai vangeli sappiamo che Gesù quando menziona Dio lo chiama quasi sempre col nome di Padre. Anzi, per l'evangelista Luca le prime parole pronunciate da Gesù riguardano il Padre; è il famoso episodio di Gesù dodicenne che, ritrovato dai genitori nel tempio di Gerusalemme, dice: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2, 49). Così farà fino al termine della sua vita, anche nella prova suprema, come ci riferisce il testo di Marco che ho richiamato nell'introduzione: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te». E, ancora, sulla croce, mentre sta per morire: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno... Padre, nelle tue mani affido il mio spirito» (Lc 23,34.46). Il nome Padre è perciò anzitutto usato da Gesù, usato in quella forma che, nella lingua aramaica del tempo, indicava l'allocuzione familiare con cui i bambini chiamavano il papà: Abbà. È un nome tenerissimo, che risveglia un mondo di affetti, di fiducia, di abbandono. È un appellativo che qualifica l'esperienza fondamentale di Gesù. Egli vive il suo essere figlio e ci insegna a chiamare Dio con la stessa parola con cui lo chiama. Non è parola che potremmo inventare e non a caso nel- la liturgia premettiamo, alla recita o al canto del Padre nostro, il verbo «osiamo dire». Non avremmo mai osato pronunciare il nome Padre se Gesù non ce lo avesse donato. E proprio perché questa invocazione non è solo posta sulle nostre labbra, ma introduce in noi il modo di pregare di Gesù, è una parola un po' inspiegabile. La percezione che il cristiano ha del mistero del Padre non è esprimibile a parole, ma affonda nella percezione che ne ha Gesù Cristo Figlio, ed è affidata alla grazia dello Spirito santo. Questo mistero del Padre va dunque al di là di ogni pensiero e concetto, non è contenibile in parole, è sempre 'oltre'. Quanto ci è dato di coglierne parte però sempre dalla parola di Gesù: Abbà!, dall'intensità con cui la pronunciava. Nel testo di Matteo, all'esclamazione «Padre nostro» segue un'aggiunta: «che sei nei cieli». Sarebbe bello soffermarci a lungo su tale espressione perché è particolarmente importante. Non ha soltanto lo scopo di distinguere la paternità divina e universale da ogni paternità umana, ma sta a indicare il cielo come il luogo delle realtà definitive, dove la paternità di Dio si rivela in pienezza. È il luogo da cui viene a noi il regno che, nel vangelo di Matteo, è appunto chiamato «regno dei cieli»; il regno che è presso il Padre e di là viene sulla terra. L'espressione che sei nei cieli -oltre a suggerirci il gesto simbolico di guardare in alto come Gesù, che quando pregava alzava gli occhi al cielo- giunge a noi dalla mèta del nostro cammino, dal luogo dei beni definitivi e ci comunica l'esperienza inesauribile di Gesù stesso, esperienza che contempleremo per tutta l'eternità. 2. Cerchiamo ora di capire che cosa significava la parola Padre nostro che sei nei cieli nell'esperienza dei primi discepoli. Essi avevano lasciato tutto per seguire Gesù; non erano più sicuri né del pane, né della casa, né dell'accoglienza perché potevano essere perseguitati, rifiutati. L'invocazione orante al Padre significa dunque per loro un atto di intensa fiducia: questo Padre sa tutto di noi, conosce la nostra condizione precaria, fragile e certamente provvederà a noi. Occorre qui il brano di Matteo che abbiamo ascoltato all'inizio: «Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate». Mi viene in mente un altro detto di Gesù: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno» (Lc 12, 32). Voi siete piccoli, pochi, ma il Padre vi dà il regno. Quando noi ripetiamo l'esclamazione Padre nostro che sei nei cieli, entriamo sia nei sentimenti e nei pensieri di Gesù sia nell'esperienza dei primi discepoli che sentivano crescere in loro l'affidamento al Padre. 3. Consideriamo, infine, l'espressione Padre nostro che sei nei cieli nella nostra esperienza, nell'esperienza di ogni cristiano. Anzitutto non è esperienza umana, ma ci è data dallo Spirito santo. L'apostolo Paolo ce lo ricorda con forza: «Voi avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!', Lo

3 Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio» (Rm 8, 15-16) ; «Che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!» (Gal 4, 6). Dunque le parole del Padre nostro sono correlate con la nostra esperienza di figli di Dio. Ogni volta che pronuncio il nome 'Padre' sento pronunciare l'appellativo 'figlio, figlio mio, figli miei'. La mia invocazione è risposta alla parola di figliolanza che Dio proclama su di me, su ciascuno di noi. Possiamo allora intuire quali sensazioni suscita il nome 'Padre' quando lo diciamo con intensità. - la sensazione di essere capiti a fondo; lui sa ciò di cui ho bisogno. - la sensazione di essere importanti davanti a Dio, come si è ritenuto importante il figliol prodigo della parabola nel momento in cui, tornato a casa, è stato abbracciato dal padre. Se Dio ci permette di chiamarlo Padre, significa che abbiamo grande valore per lui. - da qui anche la sensazione di non essere abbandonati nei giorni della prova, ma di essere capiti, sostenuti, accompagnati. - e poi la sensazione di poter rivolgerci a Dio con audacia; se è Padre, siamo liberi di parlargli con franchezza. È talmente importante l'appellativo 'Padre' che idealmente va premesso a ogni invocazione della preghiera: «Padre, venga il tuo regno; Padre, sia fatta la tua volontà; Padre, dacci il nostro pane; Padre, perdonaci i nostri debiti». Ci domandiamo: a quali sentimenti si oppone questo appellativo? Si oppone alla preghiera pretenziosa, che presume di essere esaudita a forza di parole. Si oppone alla preghiera recitata senza convinzione, sfiduciata, che si trascina in maniera monotona e arida. Il Padre nostro genera abbandono, scaccia ogni pretesa, nutre l'affidamento. «..Sia santificato il tuo nome» Proseguendo nella spiegazione, mi fermo molto brevemente sull' espressione sia santificato il tuo nome. È piuttosto strana e non fa parte della nostra lingua corrente. Per cercare di capirla ricorriamo a una pagina del profeta Ezechiele: «Annunzia alla casa d Israele: Così dice il Signore Dio; Io agisco non per riguardo a voi, gente d Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati. Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore -parola del Signore Dio- quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi. Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (36, 22-26). Questo testo contiene la chiave dell'invocazione sia santificato il tuo nome perché introduce pure l'espressione contraria. Il Signore dice infatti al suo popolo: «Voi avete disonorato il mio nome» in quanto la vostra deportazione, causata dai vostri peccati, è apparsa come una mia sconfitta, ha fatto pensare ai nemici che il mio nome non vale niente. Ma io, invece, «santificherò il mio nome grande», mostrerò quanto valgo e vi libererò. Alla luce della profezia di Ezechiele, possiamo parafrasare l'invocazione del Padre nostro così: Santifica il tuo nome, o Padre, manifesta che sei buono. Che sei forte. Che ci ami!

4 È quindi un modo di provocare Dio a rivelare il suo amore per noi e la sua potenza, in linea con quella audacia di cui ho parlato sopra. Domande per la riflessione personale Nel desiderio di illuminare un poco le primissime parole della preghiera insegnataci da Gesù, ho aperto uno spiraglio verso un mondo di pensieri, di idee, di dottrina, che dovremo gradualmente penetrare. A questo punto però propongo tre domande per la vostra riflessione. 1. Quale immagine ho di Dio Padre? È il Dio di Gesù? Mi affido perdutamente a lui, rimettendo nelle sue mani le mie angosce e paure? 2. La seconda domanda ci tocca soprattutto come catechisti o educatori: quale volto di Dio è veicolato nella nostra catechesi e nella predicazione? È il Dio Padre di Gesù? 3. La prova se senti o no Dio come Padre, Padre tuo e di tutti, può essere data da alcune verifiche. Per esempio: ti senti di ringraziare Dio per tutto quanto ti accade? Senti di poter dominare l'angoscia o l'affanno per le cose che incombono senza con ciò stesso perdere il contatto con le situazioni reali? Sei capace di sopportare un'ingiustizia senza recriminare continuamente in cuor tuo, giustificandoti e difendendoti? Sei capace di dire «mi abbandono alla fedeltà di Dio ora e per sempre» (Sa152, 10)? Queste domande ci permetteranno di capire se davvero le parole del Padre nostro sono penetrate in noi e hanno prodotto come frutto quell'atteggiamento di pace, di fiducia, di abbandono che Gesù ha vissuto parlando del Padre e affidandosi a lui. VENGA IL TUO REGNO Il tuo regno, o Dio, è mèta sicura del cammino dell'uomo. Rendici pronti ad accogliere questo annuncio di vita e di speranza, così da modellare su di esso le nostre decisioni e le nostre attese. Guida le nostre scelte perché siano conformi alla tua Parola e scaturiscano da un reale cammino di conversione. Per Cristo nostro Signore. Amen Venga il tuo regno è l'invocazione centrale della preghiera insegnataci da Gesù e ci aiutano a comprenderla tre brani del vangelo secondo Matteo «Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: 'Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino'» (Mt 4, 17). «Non affannatevi dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,31-34). «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). «Venga il tuo regno»

5 Confesso di provare un certo imbarazzo nello spiegare la domanda venga il tuo regno; tante volte l'ho meditata nella mia vita, eppure è come se fossi messo sempre di fronte a qualcosa che mi sfugge, che va al di là delle mie parole. Occorrerebbe entrare nella mente e nel cuore di Gesù per capire ciò che intendeva dire con venga il tuo regno. Occorrerebbe fare nostri i suoi desideri, comprendere, per esempio, che cos'era quel fuoco che voleva portare sulla terra: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12, 49); oppure un'altra sua esclamazione: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione» (Lc 22, 15). Venga il tuo regno è come la sintesi dei desideri che animavano Gesù, è il fuoco che aveva dentro; non a caso nei vangeli sinottici la parola 'regno' appare almeno una novantina di volte sulla bocca di Gesù. Ho accennato sopra al fatto che è una domanda centrale nel Padre nostro; lo è perché tutte le altre domande sono a essa collegate. Il venire del regno è un modo concreto con cui viene glorificato il nome santo di Dio; il regno viene mediante il compimento del volere del Padre, come in cielo anche in terra; chi cerca anzitutto il regno può aspettare con fiducia il pane quotidiano, impara a perdonare entrando così nella certezza del perdono del Padre. Nell'attesa del regno, possiamo anche essere tentati di disperazione, abbiamo bisogno del sostegno del Padre celeste («non permettere che cadiamo nella tentazione»); abbiamo bisogno di essere liberati dal male, o dal maligno. Dunque tutte le invocazioni si collegano tra loro, ma quella del regno è il centro della preghiera, il punto di riferimento. Mi propongo di spiegarla rispondendo a tre interrogativi: -che cosa chiediamo dicendo che venga il regno del Padre? -come e dove viene il regno? -chi è capace di fare sua questa domanda? Che cosa chiediamo quando diciamo: «venga il tuo regno»? 1. La parola regno, in greco, ha diversi significati. Infatti può essere tradotta con regalità, a indicare la condizione di diritto per la quale Dio Padre può essere proclamato sovrano del mondo. È una condizione che gli compete a partire dalla creazione, da sempre. In questo senso il regno non viene, ma c' è già, fin dalla creazione. Questa parola può però anche essere tradotta -come facciamo di solito- con regno, non con regalità. Allora sottolinea l'ambito concreto nel quale Dio esercita la sua regalità, i luoghi, lo spazio in cui Dio manifesta in pienezza il suo dominio. Così il regno è anzitutto il cielo, che viene sulla terra; nello stadio finale si realizzerà quando il dominio di Dio sarà definitivamente riconosciuto e proclamato nell'universo intero. Ma la stessa parola greca può essere tradotta con signoria, a dire quindi l'attività mediante cui il Padre prende possesso visibile del mondo. L'attività che ha il suo culmine nell'incarnazione, passione, morte e risurrezione di Gesù, e che continua nella vita della Chiesa, nella storia, fino al ritorno del Signore, dove otterrà il suo pieno sviluppo e la sua totale visibilità. I Padri della Chiesa vi aggiungono un ulteriore significato. San Cipriamo, per esempio, scrive: «È anche possibile che il regno di Dio significhi Cristo in persona, lui che invochiamo con i nostri desideri tutti i giorni, lui di cui bramiamo affrettare la venuta con la nostra attesa. Come egli è la nostra risurrezione, perché in lui

6 risuscitiamo, così può essere il regno di Dio, perché in lui regneremo». Dunque il regno è Gesù stesso e venga il tuo regno vuol dire: Vieni, Signore Gesù! 2. Oggetto della preghiera è il regno non tanto nel primo significato, ma negli altri tre. Si chiede che si allarghino i confini entro i quali trionfano la verità e la giustizia, l'amore, la pace; e ciò a partire dall'attività di Gesù, continuata dai suoi discepoli nella Chiesa. Si chiede che venga il Signore Gesù stesso a proclamare la vittoria del bene e della santità. Il regno di Dio perciò ha a che fare con la Chiesa, pur se non si identifica in essa. La domanda venga il tuo regno non si riferisce identicamente alla Chiesa, ma è espressamente collegata con la venuta della Chiesa, con l'espansione della Chiesa nel mondo. Mi pare comunque importante capire che si chiede qualcosa di totale e di definitivo, pur se viene gradualmente e a tappe. Non si chiede soltanto, per esempio, che la Chiesa si espanda, che la fede sia approfondita, che i peccatori si convertano; anche questo, e però molto di più: che finisca il mondo della presente ambiguità e malvagità, che trionfi il vero ordine delle cose, che Dio sia tutto in tutti. È davvero una preghiera universale, che abbraccia tutto. Come afferma san Paolo: «poi sarà la fine, quando Cristo consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza» (l Cor 15,24). L'invocazione del regno comprende tutto ciò che è desiderabile, tutto ciò che concerne il piano e il mistero di Dio; quindi l'ambito della richiesta è molto vasto. Tuttavia ciascuno può riempire la domanda di contenuti parziali, a seconda della sua esperienza; e possiamo spiegarcelo rispondendo al secondo interrogativo. Come e dove viene il regno di Dio? Il regno di Dio viene in ogni atto per il quale Dio si mostra Signore del mondo e della storia. 1. Ha cominciato a venire con potenza soprattutto nella vita di Gesù che inizia il suo ministero con l'esortazione: «Convertitevi, perché il regno di Dio è vicino» (Mt 4,17). E durante la sua vita affermava: «Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito santo, è certo giunto fra voi il regno di Dio» (M t 12,28). A chi gli domandava: «Quando verrà il regno di Dio?», rispondeva: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o ecco lo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!» (Lc 17, 21). 2. Il regno venuto con Gesù continua a venire oggi per l'azione dei discepoli, per l'azione della Chiesa mossa dallo Spirito. Il regno viene nella preghiera, nell'eucaristia; sta venendo in questo nostro momento di meditazione. Viene ovunque si compie la volontà del Padre; viene anche nella malattia, nel dolore, nella sofferenza accettati con umiltà. Viene in ogni gioia sincera e in tutti i gesti di condivisione; viene in ogni atto di amore, di verità, di giustizia. Viene quindi fin da ora, anche se verrà in pienezza soltanto alla fine dei tempi. E mi preme sottolineare che il regno viene nella vicenda umana così come già si è manifestato in Gesù, cioè nella dedizione, nell'umiltà, nel servizio. Per questo, la domanda venga il tuo regno non deve farci pensare a un capovolgimento clamoroso della storia. Scrive giustamente un esegeta contemporaneo: «Chi si aspetta un regno di Dio che anzitutto ribalti la situazione esistente, può rimanere deluso. Chi comprende la bellezza di un Dio che condivide le nostre situazioni, si sente invece rinnovato. Le cose rimangono, ma cambia il modo di guardarle. Il miracolo del regno è anzitutto, anche se non soltanto, il cambiamento interiore» (Bruno Maggioni, Padre nostro, Vita e Pensiero, Milano, pp ). Chi prega autenticamente: «venga il tuo regno»?? Possiamo così rispondere alla terza interrogazione: chi prega autenticamente dicendo: venga il tuo regno

7 Può pregare autenticamente chi,non si aspetta unicamente che il bene trionfi sulla terra o che l'ingiustizia sia vinta attraverso gesti clamorosi di capovolgimento. Può pregare autenticamente per il regno chi è diventato discepolo di Gesù e ha compreso la maniera umile e povera con cui Gesù realizza il dominio di Dio sulla storia. In altre parole, chi ha messo tutta la sua speranza in Gesù e riconosce in lui e nella sua umiltà la vera manifestazione del Padre; chi ha corretto le proprie idee sulla maestà divina, imparando a leggere la divinità anche nel mistero della croce. Chi è divenuto fino a questo punto discepolo di Gesù, non si lascia più prendere dall'affanno, secondo l'insegnamento evangelico: «Non affannatevi dicendo: che cosa mangeremo? che cosa berremo? che cosa indosseremo? Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 31 ss). Dunque, prega autenticamente per il regno chi sa buttare nel Padre ogni affanno per il presente e per il futuro, perché sa che Dio è Padre buono, provvede a tutti, ama tutti come suoi figli e vuole comunque instaurare il suo regno. Prega autenticamente l'invocazione venga il tuo regno chi ricorda la parola di san Paolo: «Il regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito santo» (Rm 14, 17). Il regno di Dio, infatti, è frutto dell'opera dello Spirito santo in noi e lo Spirito agisce nel senso delle beatitudini evangeliche, di quei doni (sapienza, intelletto, consiglio, scienza, pietà, fortezza, timor di Dio) e di quei frutti (amore, bontà, moderazione, autocontrollo, cortesia, mitezza, longanimità, giovialità e pace). Dunque prega autenticamente chi si affida allo Spirito, chi fa la volontà del Padre: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (M t 7,21). Per chiarire ancora meglio che cos'è il vero desiderio del regno, cito un brano significativo del Catechismo della Chiesa cattolica, a proposito di questa domanda del Padre nostro: «Con un discernimento secondo lo Spirito, i cristiani devono distinguere tra la crescita del regno di Dio e il progresso della cultura e della società in cui sono inseriti. Tale distinzione non è una separazione. La vocazione dell'uomo alla vita eterna non annulla ma rende più imperioso il dovere di utilizzare le energie e i mezzi ricevuti dal Creatore per servire in questo mondo la giustizia e la pace» (n. 2820).Chi prega con autenticità per l'avvento del regno, opera per il progresso umano, per la cultura, la civiltà, la pace. Ho cercato di spiegare almeno in parte questa invocazione che -come vi sarete accorti- ci supera e di cui capiremo il senso soltanto nella pienezza del regno. Già da ora però nutre la nostra preghiera se la ripetiamo con tanta speranza. Domande per noi Concludo proponendo tre domande che ci aiuteranno a confrontarci nel momento di silenzio e poi anche nella conversazione tra noi. 1. Quali risonanze suscita in me l'espressione regno di Dio? Sono simili alle risonanze che Gesù aveva nel suo cuore mentre insegnava ai discepoli il Padre nostro? Si tratta qui di paragonare ciò che mi viene in mente ascoltando la parola regno di Dio, con ciò che veniva in mente a Gesù quando ne parlava. 2. Dicendo venga il tuo regno, so superare i miei timori e affidare ogni mio affanno al Padre che tutto conosce e a tutto provvede? 3. M i lascio condurre nella preghiera e nella vita dalla forza dello Spirito santo che mi fa camminare sulla via delle beatitudini evangeliche e così instaura il regno? Mi abbandono alla forza dello Spirito che fa venire il regno già nelle piccole azioni della mia vita quotidiana?

8 SIA FATTA LA TUA VOLONTA La tua volontà, o Dio, è la salvezza di ogni uomo: per realizzarla hai mandato il tuo Figlio che è morto ed è risorto per noi. Facci comprendere il mistero del tuo amore; donaci un cuore grande, capace di accogliere i tuoi desideri e di modellare su di essi le nostre scelte. Aprici ad accogliere la tua Parola, a riconoscerla come luce per i nostri passi, come dono capace di dare senso alla nostra vita. Per Cristo nostro Signore. Amen Sono due i testi evangelici che ho scelto per introdurci nella meditazione sulla terza domanda del Padre nostro: sia fatta la tua volontà, quella volontà che Gesù ha spesso menzionato nella sua vita terrena dichiarando che era il suo cibo, che era venuto nel mondo per fare la volontà di Dio. «Disse Gesù: La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me', e avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: 'Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!'. Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: 'Così non siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole'. E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: 'Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà'. E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole» (Mt 26,38-44). «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Gv 6,37-40). Mi trovo questa sera nel Monastero delle Clarisse, in un luogo dove si mette la volontà di Dio al primo posto, alla scuola di Francesco di Assisi e di santa Chiara. È anche un luogo dove si prega per tutta la città e per le tante sofferenze della città. Del resto questa casa, situata in Piazza Piccoli Martiri, è sorta a pochi passi dal perimetro dove una bomba, il 20 ottobre 1944, distrusse una scuola e uccise 184 bambini e 17 adulti. Ci ricorda perciò una grande tragedia e siamo invitati a pregare per tutti i dolori del mondo, in particolare per i dolori causati dalla guerra. Che cosa chiediamo con l'invocazione: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»? Per comprendere che cosa chiediamo con la terza domanda del Padre nostro, dobbiamo analizzarla parola per parola: volontà del Padre; sia fatta, si compia; come in cielo così anche in terra. 1. La volontà del Padre è anzitutto il disegno, globale di Dio sull'universo e sulla storia. E il meraviglioso disegno per il quale il Padre «ci ha predestinato a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà», come scrive Paolo nella Lettera agli Efesini (1,5-6). La volontà del Padre è che tutti noi diventiamo figli in Gesù. E ancora Paolo afferma: «Il Padre ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà... il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (vv. 9a.l0b). È questo disegno, questa volontà di Dio che noi chiediamo si compia. La stessa parola sia fatta la tua volontà può tuttavia riferirsi anche a ogni singola espressione della volontà di Dio. Ricordiamo, a esempio, che Gesù, dopo aver raccontato la parabola della pecora smarrita e cercata dal pastore con amore tale da lasciare le novantanove pecore sui monti, conclude: «Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli» (Mt 18, 14). Volontà di Dio è la salvezza dei più piccoli.

9 Un altro momento di espressione della volontà del Padre, lo cogliamo nell' esclamazione di Gesù: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te» (Mt 11,25-26). Volontà di Dio è che il vangelo sia rivelato ai piccoli. Potremmo dunque dire che la volontà del Padre è il suo amore efficace per noi, è il disegno che Dio porta avanti costantemente operando la nostra salvezza, è lo stupendo progetto richiamato da Gesù nel discorso dopo la moltiplicazione dei pani nel testo citato all'inizio: «La volontà del Padre mio è che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 6,40). 2. Sia fatta questa volontà. Gli esegeti si domandano: da chi deve essere fatta? qual è il soggetto inteso dal verbo passivo sia fatta? E Dio che la compie o siamo noi uomini e donne della terra? Dall'esame del contesto di tale parola nei vangeli, appare che entrambi i significati sono validi. Questa volontà deve essere fatta anzitutto da Dio; è lui che compie il suo piano di salvezza. Allora l'invocazione diventa un auspicio, un augurio: Compi, o Padre, il tuo disegno di salvezza sul mondo, venga il tuo regno! Riunisci tutti in Gesù Cristo, prepara la pienezza della vita per i tuoi figli! Però anche noi compiamo la volontà di Dio giorno dopo giorno; la sua volontà è pure opera nostra e, in questo caso, l'invocazione è una preghiera perché il Padre sostenga la nostra fragile volontà, perché possiamo adempiere in ogni cosa quanto vuole da noi. Lo sottolinea bene Gesù in Mt 7,21: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli». E, in Mt 12, 50: «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre». Parola bellissima, molto forte e consolante. Noi quindi chiediamo di saper compiere la volontà divina nel senso della risposta di Maria all'angelo: «Avvenga di me quello che hai detto», possa io fare la volontà del Signore (Lc 1,38). 3. Come in cielo. Non si tratta del cielo, dello spazio al di sopra della terra, ma del cielo quale luogo dove Dio si rivela in pienezza agli angeli, ai santi, quale luogo dove Dio regna senza ostacoli e senza resistenze, dove la sua volontà si compie perfettamente, senza ambiguità. È la Gerusalemme celeste, il Cristo glorificato. Noi domandiamo che quanto si compie già in cielo, si faccia anche in terra: così in terra. Il testo originale greco suona un po' diversamente dalla traduzione italiana: come in cielo, così in terra. È un po' eccessivo pensare che la volontà di Dio si possa compiere sulla terra nello stesso modo in cui si compie in cielo! Sarebbe meglio tradurre: come in cielo, anche in terra, a indicare che ci è dato di imitare qualcosa di ciò che avviene in cielo, di incominciare a fare la volontà del Padre affinché il cielo venga sulla terra, affinché il regno già realizzatosi in Cristo risorto, negli angeli e nei santi, si avveri, si realizzi anche tra noi, fino a che il disegno di salvezza di Dio si attui in pienezza. Vorrei notare che la formula comparativa come in cielo anche in terra o come in cielo così anche in terra può essere giustamente premessa a tutte le tre prime domande del Padre nostro: sia glorificato il tuo nome, come già in cielo anche in terra; venga il tuo regno, come in cielo anche in terra; si compia il tuo disegno stupendo di salvezza, come già in cielo anche in terra. Nel Padre nostro Gesù ci invita a guardare coraggiosamente al luogo dove Dio si rivela in pienezza, a pregare alla luce delle realtà definitive. Il cammino dell'uomo non è un incerto vagare nel buio; Gesù ci fa comprendere come questo cammino, la storia del mondo ha il suo riferimento nel piano divino d' amore, che il Padre ha realizzato nella Gerusalemme celeste e che qui inizia a compiersi; il cielo comincia a venire sulla terra. Chi è capace di fare propria questa invocazione? Dopo aver cercato di spiegare la ricchezza contenuta nella domanda: «sia fatta fa tua volontà come in cielo anche in terra», mi chiedo chi è davvero capace di pregare così. La risposta è semplice. 1. È capace Gesù che nella sua vita e nella sua morte pensa sempre alla volontà del Padre. «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4, 34); «Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 6,38). Solo Gesù può fare perfettamente questa domanda, questa preghiera e, soprattutto, la ripete in maniera sublime nella sua agonia, quando esclama, di fronte alla paura della morte: «Padre mio, se è possibile, passi da

10 me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!»; e ancora: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà» (M t 26,39.42). 2. Accogliendo dunque le parole dalle labbra di Gesù, ogni credente può ripetere questa invocazione nei momenti di prova, di fatica, di sofferenza, nei momenti in cui è duro compiere la volontà di Dio. Richiamo in proposito una pagina molto bella degli Atti degli Apostoli. Paolo stava salendo a Gerusalemme dove sarebbe stato imprigionato e i cristiani di Cesarea tentavano di trattenerlo per impedire la fine drammatica del suo apostolato, ma Paolo rispose: «Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto a essere legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù'. E poiché non si lasciava persuadere, smettemmo di insistere dicendo: 'Sia fatta la volontà del Signore!'» (21,13-14). Con questa preghiera si abbandonano a Dio. È una preghiera che è stata ripetuta infinite volte nella storia da tanti credenti, uomini e donne, nei momenti difficili della vita; che ha lenito molti dolori, che ha confortato molti cuori. Anch'io ho ascoltato spesso persone gravemente malate, inferme, esclamare con un soffio di voce: «O Dio, sia fatta la tua volontà!». L'apostolo Pietro esorta i cristiani a resistere nella persecuzione ricordando che «è meglio, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male» (1Pt 3, 17), e aggiunge: «Perciò, anche quelli che soffrono secondo il volere di Dio, si mettano nelle mani del loro Creatore fedele e continuino a fare il bene» (4, 19). È una preghiera che diventa particolarmente insistente nel tempo della prova, del deserto, della notte dell'anima, dell'angoscia, perché dà pace e ci permette di leggere in queste situazioni di sofferenza un disegno del Padre. Giovanni XXIII, per il suo motto, aveva scelto l'espressione Oboedientia et pax, obbedienza e pace; la pace infatti viene dal sapersi abbandonati, affidati alla volontà di Dio. 3. «Sia fatta la tua volontà come in cielo anche in terra» è pure l'invocazione di chi soffre perché questa volontà non è compiuta nel mondo. Prega così chi soffre per le ingiustizie, per le crudeltà, per le prevaricazioni, per lo sfruttamento dei piccoli e dei poveri, per chi ha fame e sete di giustizia. In tal senso è una preghiera universale: Si faccia, o Padre, la tua verità, la tua volontà, la tua giustizia. È una preghiera di intercessione, abituale in un monastero: si intercede nell'anelito del compimento del buon volere di Dio sul mondo, nel desiderio che scompaiano le macchie vergognose che deturpano la terra e la portano alla rovina. 4. Infine, è l'invocazione del credente nei momenti di gioia. Con un inno alla gioia Paolo inizia la Lettera ai Colossesi: «Piacque a Dio di fare abitare in Gesù ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a se tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli» (1, 19-20). L'Apostolo gode per l'adempimento della volontà di Dio, si rallegra perché si compie. Noi stessi allora possiamo elevare lode al Padre dicendo con gioia sia fatta la tua volontà ogni volta che contempliamo la realizzazione di qualche aspetto o espressione del volere di Dio su noi e sul mondo. È l'invocazione di quanti si impegnano con le proprie forze per far trionfare la giustizia, l' onestà, la pace; è la preghiera dei 'costruttori di pace'. Al riguardo mi piace citare il commento di Francesco d' Assisi: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, affinché ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando a te, sempre desiderando te con tutta l'anima, orientando a te con tutta la nostra mente ogni nostra intenzione, cercando in tutto il tuo onore con tutte le nostre forze, spendendo le nostre energie e i sensi dell'anima e del corpo a servizio del tuo amore e non per altro, e affinché amiamo il nostro prossimo come noi stessi, trascinando tutti con ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e compatendoli nei mali e non recando offesa a nessuno». È quindi una preghiera molto attiva, propria di chi spende le sue forze, di chi opera per gli altri. San Francesco interpreta questa invocazione del Padre nostro in maniera pratica, che spiega la volontà di Dio secondo il duplice comandamento della carità. Possiamo affermare che, se da un lato è un'invocazione passiva, che si abbandona, dall'altro lato sospinge ad amare i fratelli, a godere del bene degli altri, a sollevare il prossimo dalle sofferenze che vive. Tre interrogazioni per noi

11 A questo punto vorrei esprimere qualche interrogativo per la nostra riflessione personale. 1. Che cosa si oppone in me alla volontà di Dio, intesa sia come il piano globale di salvezza sul mondo sia come volontà per i singoli momenti della vita? Che cosa mi blocca, mi impedisce di camminare sulla via della volontà del Padre, che è la via della pace? 2. Trovo gioia nella volontà di Dio? Un santo diceva: «Volontà di Dio, paradiso mio». È davvero il mio paradiso la volontà di Dio, come lo è in cielo così anche sulla terra? 3. La terza interrogazione la pongo soprattutto ai giovani. Cerco la volontà di Dio nel programmare il mio futuro? Ascolto la chiamata di Dio, cioè la sua volontà sulla mia vita? Le religiose che si trovano in questo Monastero hanno risposto di sì alla chiamata del Signore, hanno preso sul serio la sua volontà sulla loro vita e ci insegnano, perciò, ad accogliere con gioia la nostra vocazione per fare della nostra vita un'obbedienza al disegno d'amore di Dio. Conclusione Mi sembra bello concludere l'incontro con un'altra parola di san Francesco, che mostra come egli dipendesse in tutto dalla volontà del Padre. La traggo dal suo testamento: «E dopo che il Signore mi ebbe dato dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare. Ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere a norma del santo vangelo e io, con poche parole e semplici, lo feci scrivere e il signor Papa me lo confermò». È significativo il rapporto tra la conoscenza carismatica del volere di Dio ( «l'altissimo mi rivelò» ) e la conformità con la Chiesa ( «il Papa me lo confermò» ). La volontà di Dio si realizza sempre in piena comunione con la Chiesa. E per conoscere la volontà di Dio, lasciamo risuonare in noi una preghiera di san Francesco: «Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Dio, concedi a noi miseri di fare per tua grazia ciò che sappiamo che tu vuoi e di voler sempre ciò che ti piace, affinché, interiormente purificati, illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio e giungere a te, o Altissimo, con l'aiuto della sola grazia». DACCI IL PANE QUOTIDIANO RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI COME NOI LI RIMETTIAMO Dio, Padre nostro, che ti fai carico del cammino dei tuoi figli donando loro il necessario per vivere e per aprirli all'incontro con te, e quando sbagliano sei pronto a perdonare, ti ringraziamo per il tuo amore paziente e misericordioso. Fa' che poniamo in te la nostra fiducia e impariamo a essere misericordiosi, perdonandoci a vicenda gli uni gli altri. Per Cristo nostro Signore. Amen. Affrontiamo due domande importanti del Padre nostro, la quarta e la quinta. «Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti». Il pane e il perdono sono due necessità fondamentali per l'esistenza umana. Il pane, con tutto ciò che significa -il cibo, la salute, la casa, il lavoro, la libertà; il perdono, con tutto ciò che comporta - relazioni buone, riconciliate nella famiglia, nella città, nella società, come pure la pace del cuore tra le persone e le istituzioni. Richiamo tre testi evangelici che possono aiutare nella riflessione «'I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo'. Rispose Gesù: 'In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre

12 mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo'. Allora gli dissero: 'Signore, dacci sempre questo pane'. Gesù rispose: 'Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete'» (Gv 6,31-35). «Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15). «Allora Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: 'Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?', Gesù gli rispose: 'Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette'» (Mt 18,21-22). Ci soffermiamo sulle due domande del Padre nostro e pensiamo in questo momento agli istituti di pena della nostra Diocesi. Sono luoghi dove si incrociano tante sofferenze emblematiche della società; luoghi di costrizione e di dolore, di tristezza, non di rado di disperazione che spinge a gesti fatali, tragici. In questi istituti di pena non manca il pane materiale di cui parla la preghiera del Padre nostro, pur se magari è un po' raffermo; manca però la libertà, mancano gli affetti familiari. Il carcere è dunque un luogo dove si ripercuotono i conflitti di una società, che mettono le persone l'una contro l'altra. Ma insieme è luogo in cui dovrebbe essere propiziata la riconciliazione, la riabilitazione, in cui si compiono cammini di conversione e di grazia. Perciò il carcere è uno degli ambiti simbolici più coinvolgenti della nostra società. «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» L'invocazione «dacci oggi il nostro pane quotidiano» occupa nella preghiera insegnataci da Gesù un posto centrale, perché è la quarta di sette domande, tre prima e tre dopo. Le tre prima riguardano direttamente il Padre che è nei cieli: sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà. Le tre successive alla richiesta del pane, riguardano noi e par- tono dai bisogni umani: bisogno di perdono, di soccorso nella prova, di liberazione dal male. 1. Che cosa si chiede con la quarta domanda? Certamente tutto ciò che concerne la vita fisica, biologica, che fa parte delle nostre necessità di ogni giorno, quotidiane: il cibo, la salute, la casa, il lavoro. Tuttavia si chiede anche di più: quello che ci consente di sopravvivere come persone, con la dignità di uomini e di donne, con la nostra caratteristica di affamati di valori autentici, di ricercatori di gioia e di verità, ricercatori di senso della vita. La parola pane ha entrambi i significati. Nel testo del capitolo 6 di Giovanni, richiamato all'inizio, il pane indica sia il cibo che ha sfamato gli ebrei nel deserto -«diede loro da mangiare un pane dal cielo»- sia il cibo dell'anima -«il pane dal cielo, quello vero, che dà vita al mondo». Che cos'è il pane spirituale che domandiamo in particolare? Con un linguaggio laico, lo si potrebbe chiamare il senso della vita, ciò che dà significato al nostro esserci nel mondo, che ci consente di sopravvivere nonostante le prove e i momenti difficili, neri; ciò che ci fa sperare, amare, lottare per la nostra dignità. Con linguaggio religioso, il pane spirituale è il pane della fede e della speranza: con l'invocazione dacci oggi il nostro pane quotidiano imploriamo dal Padre la grazia dello Spirito santo, Gesù stesso come dono e custode del senso vero della vita; chiediamo che Gesù ci sia vicino come amico, colui che non ci lascia mai soli, Gesù nella Messa, nella comunione eucaristica, nel tabernacolo.

13 2. Chi è capace di rivolgere al Padre questa domanda? Anzitutto chi ha fame. Penso specialmente a tutti i popoli e a tutte le categorie di persone, anche in mezzo a noi, che mancano dei beni più indispensabili per vivere, come il cibo; popoli oppressi dalla miseria e dalla fame, che si appellano all'opulenza dell'occidente per essere aiutati e salvati. Ma la fame fisica non è sufficiente per rendere universale questa preghiera. Chi oggi non manca di pane, può fare sua, e in senso più profondo, la domanda al Padre a tre condizioni. La prima: che avverta il bisogno di qualche cosa e non abbia la superbia di voler bastare totalmente a se stesso. Ci sono persone che si gloriano di non aver bisogno di nulla e di nessuno, di non dover dipendere: il vangelo chiama queste persone 'i ricchi', coloro che amano il potere, il successo e la ricchezza sopra ogni cosa, e pretendono di sottomettere gli altri. Per domandare il pane, pur se c'è il pane in tavola, occorre sentirsi in qualche modo poveri, pieni di desideri, di attese. La prima condizione non basta. A essa se ne aggiunge una seconda: chi ha dei desideri deve sapere che c' è un Padre che si prende cura di lui e lo guarda con amore. Così questa preghiera diventa la preghiera dei figli di Dio, che si affidano al Padre che è nei cieli, non per dispensarsi dal lavorare, ma per farlo in maniera giusta, onesta e serena, con la certezza che un Padre pensa a noi, non ci dimentica. È dunque un'invocazione che allarga il cuore; posso parlare di me a Qualcuno che mi ascolta e pensa a me. La terza condizione per domandare il pane è più esigente: bisogna avere come primo interesse il regno di Dio, la sua volontà, bisogna mettere al primo posto dei valori la verità, l'amore, la giustizia del regno, nella certezza che quando uno desidera il regno, tutto il resto gli sarà dato in aggiunta (cfr. Mt 6, 33). In altre parole, questa preghiera, la recita profondamente colui che gioca la vita per il regno di Dio e quindi sa che può chiedere tutto e aspettarsi tutto da Dio. Noi ci riconosciamo forse facilmente nella prima condizione (siamo bisognosi e chiediamo l'aiuto di un altro); ci riconosciamo un po' anche nella seconda (sappiamo che un Padre pensa a noi); facciamo invece fatica a entrare nella terza condizione, nell'avere cioè come primo desiderio il regno di Dio, la giustizia, la verità. Però intravediamo, intuiamo che proprio questa terza condizione ci introduce in una pace e in una serenità che niente può offuscare. La quarta domanda del Padre nostro è quindi un invito a verificare sul regno di Dio le nostre priorità. Che cosa ci sta veramente a cuore? Se è solo il pane, possiamo sì recitare questa preghiera, ma un po' dimezzata. Se ciò che ci sta a cuore è la verità, l'onestà, la giustizia, la bontà, l'amicizia, allora il nostro ordine dei valori è corretto e la nostra preghiera è autentica. «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» Consideriamo adesso l'altra domanda, la quinta, che chiede il perdono: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». 1. Che cosa si chiede? La riconciliazione con Dio, ma una riconciliazione che passi attraverso la riconciliazione tra noi. Si tratta di una domanda cruciale per la vita sociale e civile, per la città e l'umanità, dal momento che senza riconciliazioni non si avrà mai pace sulla terra. È interessante notare che si invoca non solo il perdono del Padre, quasi che tutto avvenisse tra Dio e noi, bensì la capacità di riparare il male compiuto, la capacità di saper perdonare e la capacità - forse ancora più difficile - di lasciarsi perdonare. Come abbiamo recitato nella preghiera d'inizio di questo incontro, si invoca la pace del cuore, la riconciliazione sociale.

14 Siamo dunque di fronte alla richiesta di un bene primario sia per la coscienza sia per la rete delle relazioni quotidiane; di un bene senza il quale il pane può essere amaro e indigesto. Potremmo infatti avere tutte le ricchezze del mondo, ma se mancano la pace, l' armonia in famiglia, la fiducia tra gli amici, se ci sono offesi e offensori che si guardano con diffidenza e con odio, allora la ricchezza non produce altro che aridità e solitudine. E proprio questo luogo, il carcere, sta a dire che non basta la pena, non basta la punizione se non cresce la riconciliazione, la capacità di ritrovarsi fratelli e sorelle alla stessa mensa. 2. Chi è capace di rivolgere al Padre la quinta domanda? Ovviamente colui che è pronto a perdonare e a ricevere il perdono altrui, colui che avverte come è bello perdonare ed essere perdonati. Il brano del vangelo secondo Matteo è molto chiaro in proposito: «Se perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe». E l'altro testo, sempre di Matteo, afferma addirittura che occorre perdonare non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Se calcoliamo i minuti che compongono una giornata, ci accorgiamo che settanta volte sette significa perdonare ogni tre minuti. Il perdono reciproco è dunque la sostanza della vita quotidiana. Dobbiamo perdonarci molte cose, molte persone che ci deludono, quelle che non rispondono alle nostre attese o che ci lasciano soli nel bisogno; dobbiamo continuamente esprimere la riconciliazione per pacificare il nostro cuore. Il perdono è un bene essenziale, intrinseco al cristianesimo; anzi è un bene senza il quale la vita umana non è pensabile. Per questo viene elevata una richiesta -a livello internazionale- di condono o almeno di riduzione drastica del debito estero dei Paesi poveri. Per questo voi carcerati elevate una richiesta di perdono e di riconciliazione mediante l'attuazione di alcuni provvedimenti di clemenza. Tutto nasce dalla quinta domanda del Padre nostro. Sappiamo tutti che perdonare è estremamente difficile e assai più difficile farsi perdonare. Non a caso il Padre nostro, nella semplice domanda «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo» contiene -mi pareun implicito riferimento alla richiesta di Gesù sulla croce: «Padre, perdona loro...» (cfr. Lc 23,34). Mentre viene torturato e crocifisso, Gesù trova parole di perdono. LIBERACI DAL MALE O Dio che conosci le nostre fragilità e le nostre debolezze, sostienici nelle prove che la vita ci presenta. Noi sappiamo che, sostenuti dal tuo aiuto, possiamo sconfiggere il maligno. Facci percepire sempre la tua vicinanza e il tuo sostegno, così da non sentirci soli o sconfitti, ma pronti a camminare nella speranza. Per Cristo nostro Signore. Amen. Oggi vogliamo approfondire insieme l'invocazione insegnataci da Gesù: «Padre, liberaci dal male». Sono due i testi del Nuovo Testamento che ci guidano nella riflessione. «Scrivo a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è fin dal principio. Scrivo a voi, giovani, perché avete vinto il maligno. H o scritto a voi, figlioli, perché avete conosciuto il Padre. H o scritto a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è fin dal principio. Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno» (1Gv 2, 13-14).

15 «Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore si diffonda e sia glorificata come lo è anche tra voi e veniamo liberati dagli uomini perversi e malvagi. Non di tutti infatti è la fede. Ma il Signore è fedele; egli vi confermerà e vi custodirà dal maligno» (2Ts 3, 1-3). A modo di premessa vorrei anzitutto citare alcune parole di commento al Padre nostro di Simone Weil, una grande pensatrice religiosa di matrice ebraica, morta giovanissima nel Ella dice: «Questa preghiera contiene tutte le ricchezze possibili. È impossibile pronunciarla una sola volta concentrando su ogni parola tutta la propria attenzione senza che un mutamento reale, sia pure infinitesimale, si produca nell'anima» (S. Weil,Attesa di Dio, Milano 1972, p. 194). Noi intendiamo appunto concentrarci su una parola di questa bellissima preghiera nel desiderio che avvenga un mutamento nella nostra anima, una crescita nella speranza e nella fiducia. Potremmo stupirci che il Padre nostro, che inizia con un appellativo affettuoso, si concluda con il termine male. E Simone Weil lo spiega così: «Con la parola 'Padre' ha inizio la preghiera, con la parola 'male' si conclude. Bisogna passare dalla fiducia al timore: solo la fiducia dà la forza sufficiente affinché il timore non causi una caduta» (ivi, p. 192). L ordine sapienziale delle invocazioni Nel nostro primo incontro abbiamo cercato di penetrare il senso dell'invocazione: «Padre nostro che sei nei cieli / sia santificato il tuo nome». Il motivo per cui preferisco non seguire l'ordine che ci porterebbe a soffermarci sull'invocazione sia fatta la tua volontà, è molto semplice. Liberaci dal male è il primo grido del cuore di chi si sente assalito da ogni forma di male, il grido più elementare, più semplice. È la preghiera propria degli ammalati che vorrebbero essere liberati presto dalla sofferenza, ma è una preghiera universale. C'è dunque un ordine, nelle domande del Padre nostro, che possiamo chiamare sapienziale, dei valori: si parte dalle realtà più importanti, che riguardano Dio, la santificazione del suo nome, la venuta del regno, il compimento della volontà divina, e si scende verso le realtà che ci toccano più da vicino -il pane, i debiti, la tentazione, il male. Oltre a questo ordine dei valori, ce n'è uno più pedagogico, didattico, che ho scelto appunto di seguire: iniziare da ciò di cui abbiamo maggiore esperienza, come il male, la tentazione, i peccati, la fame. Sono domande che possiamo trovare sulle labbra di credenti e non credenti, dei seguaci di ogni religione, perché non c' è esperienza più universale di quella del male. E, nel Padre nostro, l'invocazione 'liberaci' o 'strappaci dal male' è in parallelo con l'invocazione immediatamente precedente: 'non permettere che siamo vinti dalla tentazione', indicando come la potenza del male sottostà a ogni tentazione e pervade il mondo. «Liberaci dal male» Che cosa intende Gesù espressamente quando parla di 'male'? Da che cosa vogliamo essere liberati con la domanda: liberaci dal male? Certamente la malattia è un male, come sono un male gli incidenti, le disgrazie, la fame, la povertà, la mancanza di casa e di lavoro. Tuttavia la liberazione da questi mali -come vedremo- viene invocata in positivo con l'espressione: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Nell'ultima richiesta del Padre nostro, invece, è evocato il male nella sua forma più profonda e distruttiva: Gesù parla del male morale che è la radice ultima di tutti gli altri mali. Infatti, il vocabolo greco usato da Matteo e tradotto con 'male' è meglio reso con 'cattiveria, malvagità', oppure con 'cattivo, malvagio'.

16 I Padri della Chiesa latina hanno optato per il neutro liberaci dalla malvagità, dal male, e per questo nella Messa, subito dopo la recita del Padre nostro, si prosegue con la preghiera: «Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento». I Padri della Chiesa greca hanno, però, optato per il sostantivo maschile liberaci dal cattivo, dal maligno, da satana, dall'avversario. In tal senso sono i due testi nel Nuovo Testamento che ho richiamato all'inizio, dalla prima Lettera di Giovanni e dalla seconda Lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «avete vinto il maligno»; «veniamo liberati dagli uomini perversi e malvagi»; «il Signore vi custodirà dal maligno». Dunque il termine 'male' si può tradurre in due modi, i cui significati, del resto, non si oppongono: l'uno implica l'altro. 1. Il 'male' Quando si parla del male e della cattiveria in astratto, vengono subito in mente le devianze singole, i peccati -frodi, menzogne, omicidi, furti, gelosie, vendette. In realtà c'è un male più terribile e distruttivo, costituito dalle devianze collettive che coinvolgono un gruppo, un popolo, una società -come il razzismo, le guerre etniche, le sopraffazioni della schiavitù, le ingiustizie sociali, le torture. È più difficile difendersi da questi mali, perché si annidano in una cultura, sono nel DNA di un gruppo sociale. Tuttavia c'è un male, una malvagità ancora peggiore, che si verifica allorché le cattiverie non solo fanno parte del costume sociale, ma vengono legittimate da teorie, da ideologie o da filosofie. In questo caso il male è addirittura chiamato 'bene', la tenebra è chiamata 'luce'. Da tale situazione di devianza, di strutture di peccato, è quasi impossibile risalire la china verso il bene. Pensiamo, a esempio, al male tremendo perpetrato nei campi di concentramento, ad Auschwitz. Perciò Gesù ci insegna a gridare al Padre con accoratezza: «Liberaci dal male, dalla cattiveria che invade ciascuno di noi; liberaci dalle aberrazioni collettive; liberaci, Padre, dalle ideologie che giustificano e legittimano la malvagità». 2. Il 'maligno' Se leggiamo il termine greco al maschile -ma1igno, malvagio, cattivo -, allora ci troviamo di fronte a un altro quadro: coloro, che ci vogliono male, ci odiano -al di fuori di noi; all'interno di noi tutti quei sentimenti e atteggiamenti distruttivi, che ci rodono e ci portano verso il male: penso alla depressione (chiamata anche 'il male oscuro'), allo sconforto, al pessimismo amaro, al disfattismo che vorrebbe farci abbandonare la via della coerenza e dell' onestà. Qui ci accorgiamo della continuità tra l'invocazione 'liberaci dal male' e la precedente 'non permettere che cediamo nella prova'. Le tentazioni, infatti, inducono al male e, quando cadiamo, il male ci lacera la coscienza, ci toglie la pace, ci rende spregevoli ai nostri stessi occhi. Dall'inquietudine, dalla voglia di dimenticare, dal disordine nella vita, nel mangiare e nel bere, si può arrivare alla fuga negli stupefacenti e, infine, alla disperazione. Ed è questo il grande male da cui chiediamo di essere liberati, il male che vorrebbe mettere una fine a tutto. Il 'maligno' non ha risparmiato Gesù che, prima di iniziare la sua vita pubblica, viene appunto avvicinato dal diavolo. Il diavolo lo tenta suggerendogli di essere sì il Messia, il Figlio di Dio, ma mediante gesti di potenza e di dominio ( «di' che questi sassi diventino pane... gettati dal pinnacolo del tempio» ), non mediante la via dell'umiltà, della mitezza, della croce. Persino Pietro, a un certo punto, diventa per Gesù come un malvagio, un tentatore che cerca di convincerlo a rifiutare la via della croce; e Gesù gli risponde: «Lungi da me, satana!» (Mc 8,33).

17 Di nuovo, quando ormai è stato messo sulla croce, Gesù è tentato di discendere compiendo un gesto prodigioso: «Se sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!» (Mt 27,46). Il fatto che la tentazione, il maligno siano accanto a Gesù, durante la sua vita e anche nell'ora della morte, mostra quanto è grande e terribile il male che ci è vicino. Gesù sapeva bene che i suoi discepoli non sarebbero stati risparmiati dalle insidie del malvagio e per questo, nell'ultima cena, prega il Padre dicendo: «Custodiscili dal maligno!» (Gv 17,15). Nella stessa occasione si rivolge a Pietro così: «Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede» (Lc 22, 31-32a). Certo, la preghiera di Gesù non impedirà a Pietro di vacillare, di rinnegare il suo Maestro; gli ha dato tuttavia la forza di rimettersi in piedi dopo la colpa. Come il Padre ci libera dal male? Ci domandiamo: come il Padre ci libera dal male, inteso come malignità, cattiveria e come il maligno, il tentatore? Leggiamo nei vangeli che Gesù ha liberato gli uomini e le donne del suo tempo da molti mali fisici, in particolare dalle malattie: «Da lui usciva una forza che sanava tutti» (Lc 6, 19). È la forza che invochiamo spesso quando siamo malati, per guarire. La strategia di Gesù è però diversa di fronte al male più profondo, alla cattiveria del male morale. È una strategia molto dolorosa e coinvolgente perché egli stesso carica su di sé questi mali, si lascia affliggere, schiacciare dalle cattiverie umane e le vince perdonando, offrendosi per noi sulla croce. Quel 'liberaci dal male' ha davvero delle conseguenze terribili per Gesù che sommerge le nostre malvagità nel mare del suo amore senza limiti. L'invocazione liberaci dal male, nel suo significato più profondo, fa dunque appello alla morte e risurrezione di Gesù. Il Signore non ci toglie dall'urto dei mali del mondo, ma ci aiuta a passare dentro di essi con la fede e la speranza di chi è certo della vittoria. Il male più grave è di soccombere nella prova, di perdere la fede e la speranza, di disperarci: da questo soprattutto chiediamo di essere salvati. Allora il Padre ci salva come ha protetto, salvato e liberato Gesù, impedendo la vittoria definitiva del nemico; il Padre ci salva dandoci la forza di attraversare i mali di questa vita da vincitori nella speranza. Si tratta di una liberazione profonda, non clamorosa o spettacolare, che ci fa sperimentare misteriosamente la vicinanza amorosa del Padre. Con tale speranza gli chiediamo: liberaci dal male. Domande conclusive Da quali mali dobbiamo pregare di essere liberati in questo nostro tempo? Quali sono i mali collettivi che gravano maggiormente su di noi e da cui vorremmo risorgere? Ne richiamo due. 1. Anzitutto la perdita della speranza, la paura del futuro; è un cancro che rode la società occidentale. La paura del futuro spiega anche la conflittualità crescente, l'accanita difesa di ciò che ciascuno ha; spiega la paura di donarsi, di dare vita, la denatalità, la critica sistematica che spegne ogni creatività. La mancanza di entusiasmo è una sorta di male collettivo, che viene talora giustificato e che spinge a cercare a ogni costo diversivi, distrazioni, rumori assordanti, a prolungare indefinitamente l'età giovanile pur di non guardare in faccia alle sfide della vita. «Liberaci, Padre, dalla paura, dal male dell'angoscia, dal male della poca speranza!». Tratto da Padre Nostro, di Carlo Maria Martini, Milano 1999

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