Analisi e materiali critici sui film della rassegna cinematografica 2011/2012. A cura del prof. Domenico Aiello

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1 Liceo Classico Francesco Scaduto Via Dante, Bagheria Cod. Sc. PAPC01000V Distretto 7\45 Cod. Fisc Analisi e materiali critici sui film della rassegna cinematografica 2011/2012 A cura del prof. Domenico Aiello I perché di una rassegna Migrazioni e pregiudizi Into Paradiso, PaolaRandi Italia 2011-, Commedia, 104 minuti Terraferma, Emanuele Crialese, Italia 2011 Drammatico, 104 minuti Le donne del sesto piano, Philippe Le Guay, Francia 2011, Commedia, 106 minuti Il mio nome è Khan, Karan Johar, India 2010, Drammatico, 165 minuti La memoria della Shoah :vittime e complici Vento di primavera, Rose Bosch, Francia 2011, drammatico, 115 minuti Le guerre dimenticate: il Libano La donna che canta, Denis Villeneuve, Canada, drammatico 2011

2 Introduzione Quest anno il tema dominante della rassegna è la migrazione intesa come movimento di popoli e persone nello spazio geografico e non solo: interessanti a questo proposito i quattro film del ciclo anche se pure il film La donna che canta racconta di un viaggio dal Canada al Libano alla ricerca di capire la propria storia personale e quella collettiva. Piuttosto inedito il punto di vista offerto dal film Vento di primavera che affronta il tragico problema della collaborazione del governo filonazista francese che collaborò attivamente alla eliminazione fisica degli ebrei francesi. Spunti per la discussione Il mio nome è Khan Anno 2010 Titolo Originale Altri titoli My Name Is Khan Khan Durata 165

3 Origine Colore Genere Specifiche tecniche Produzione Distribuzione INDIA C DRAMMATICO 35 MM, CINEMASCOPE HIROO YASH JOHAR, GAURI KHAN PER DHARMA PRODUCTIONS, IN COLLABORAZIONE CON RED CHILLIES ENTERTAINMENT PRODUCTION MUMBAI 20TH CENTURY FOX ITALIA Data uscita Regia Karan Johar Attori Shahrukh Khan (Shah Rukh Khan) Rizwan Khan Christopher B. Duncan Barack Obama Kajol Steffany Huckaby Carlo Marino Douglas Tait Mandira Kathy Baker Vaughn Sniper Tanay Hemant Chheda (Tanay Chheda) Rizwan Khan da bambino Harmony Blossom Shane Harper Sheetal Menon Jennifer Echols Karma Tim Radha Mamma Jenny Soggetto Karan Johar

4 Sceneggiatura Karan Johar Shibani Bathija Niranjan Iyengar (dialoghi) Fotografia Ravi K. Chandran Musiche Shankar Mahadevan (Shankar Ehsaan Loy) Loy Mendonsa Ehsaan Noorani (Shankar Ehsaan Loy) (Shankar Ehsaan Loy) Montaggio Deepa Bhatia Scenografia Sharmishta Roy Costumi Manish Malhotra Shiraz Siddique Effetti John C. Hartigan Trama Rizvah Khan è un indiano di religione musulmana. E' un uomo onesto ed è affetto da una leggera forma di sindrome di Asperberger. Vive insieme alla sua famiglia negli Stati Uniti dove ha sposato Mandira, una splendida mamma single alla ricerca spasmodica di successo e riflettori puntati su di sé. L'attacco alle torri gemelle dell'11 settembre 2001, però, smembra la sua famiglia. Per riunirla, a Khan non resta che un viaggio attraverso l'america, i suoi paesaggi così diversi e le sue nuove paure di paese traumatizzato.

5 Critica "Molti festivalieri avevano occupato i posti più laterali della sala, quelli della grande fuga. Temevano che i 60 minuti di 'My Name is Khan' dell'indiano Karan Johar, fossero eccessivi. Invece, davanti a questo bel film, non si è mosso nessuno. Il protagonista è Shah Rukh Khan (nella foto), la più grande star di Bollywood, una di quelle che in patria non può mettere il naso fuori di casa ma che in un aeroporto Usa viene arrestato (è accaduto lo scorso 14 agosto) perché sospettato di terrorismo. Un episodio che ha scatenato l'ira degli indiani spingendoli a bruciare bandiere americane e che rende ancora più attuale ciò di cui il film tratta." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 13 febbraio 2010) "L'America vista da Bollywood. Un 'Forrest Gump' in salsa tandoori. Due superstar indiane per sfidare il cinema Usa in casa. 'My Name is Khan' si presta allo slogan ma è anzitutto una fiaba, sfarzosa e gentile che chiede (e ottiene) lo sguardo ingenuo di una volta. Il soggetto sbandiera temi pesanti come il razzismo, l'intolleranza dell'america post-11 settembre (ma anche l'odio fra indù e musulmani), la forza dell'amore e della volontà. Sullo schermo però scintillano il sorriso della luminosa Kajol, la simpatia di Shah Rukh Khan e un gusto così sfacciato per la coreografia che perfino un taglio di capelli diventa una scena d'amore, cioè una scena da musical. Il resto lo fanno la passione impossibile ma molto fotogenica fra l'indiano musulmano affetto da autismo e la bella compatriota indù emigrata come lui in California. E naturalmente le mille battaglie combattute dall'ingenuo ma tenace e intelligentissimo Khan. Contro le proprie fobie, contro i pregiudizi, contro il razzismo spicciolo e meno spicciolo, contro i terroristi islamici annidati nel cuore dell'america (che esistono, ci mancherebbe). Gli spettatori del genere 'a-me-non-la-si-fa' alzeranno il sopracciglio. I cinici lo prenderanno come un anti-'borat'. Gli altri si sentiranno liberi di divertirsi, e parecchio." (Fabio Ferzetti, 'l Messaggero', 26 novembre 2010) "Film da vedere, a condizione di sospendere l'incredulità e lasciare a casa lo snobismo: 'Il mio nome è Khan' è pura Bollywood, l'industria indiana che sforna un migliaio di film all'anno, e da quelle parti non c'è limite alla fantasia. (...) Film fluviale, coloratissimo, esagerato: una risposta indiana a 'Forrest Gump', con la stessa aspirazione di usare l'handicap come metafora della condizione umana. In più, è una lettera dell'india all'america, invitandola a mettere da parte il pregiudizio. Film, a suo modo, epocale" (Alberto Crespi, 'L'Unità', 26 novembre 2010) " 'My Name is Khan', presentato fuori concorso alla scorsa Berlinale, è una bandiera dispiegata al vento contro lo scontro di civiltà, che parla l'esperanto del cinema e modula allegramente i generi, passa dalla commedia al melò, trasmuta Bollywood in un kolossal on the road, coniuga Bombay con San Francisco, prende la superstar indiana, Shah Rukh Khan, e la fa interagire con il Dustin Homan di 'Rain Man' e con il Tom Hanks di 'Forrest Gump'. Disintegra la segregazione identitaria tra hindu e musulmani in una potente ondata emozionale attraverso le avventure di Rizvan Khan, affetto dalla sindrome di Asperger, forma lieve di autismo. (...) Il film cambia, si ferma, riparte, potrebbe andare avanti all'infinito, telenovela poetico-politica spudorata e pop. Non consente distanze, nella purezza del 'matto' trascende ogni resistenza emotiva. Solo un visionario può raccontare la pace e la guerra. All'improvviso da racconto immaginario si fa documentario, e sancisce la fine del dopo nine-eleven. Liberatoria prima opera dedicata a Barack Houssein Obama, nato alle Hawaii, venuto dal Kenia, cresciuto in Indonesia, e mai più fermato alla frontiera. Il presidente (Cristopher B. Duncan), convocherà l'assurdo e adorabile maratoneta dell'impossibile, e in un duetto demenziale lo eleggerà a modello internazionale. 'Yes I Khan'." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 26 novembre 2010) "Ancora l'onda del 'delitto globale', l'11 settembre nella vita di Khan, indiano con lieve autismo emigrato in Usa dove compone una famiglia (moglie bellissima, esalta il tragico...) e affronta tutto. Quasi, perché nel segno della differenza che lo distingue, l'america delle Torri non trova posto per un innocente sospettabile. Umiliazione e ingiustizia, matrimonio a pezzi, una coerente certezza di integrità, spingono l'eroe a cercare il Presidente, in un melò indiano che si apre al dramma

6 costituzionale in Occidente: la libertà, il diritto, il rispetto della diversità. Ricordando la purezza dignitosa di 'Forrest Gump', al tutore massimo delle regole vorrebbe dire: 'Mi chiamo Khan, ma non sono un terrorista'. Troppo delicato e attuale il tema per non farsi prendere. Regia non banale." (Silvio Danese, 'Nazione, Carlino, Giorno', 26 novembre 2010 ) "Bollywood tra melodramma e storia partorisce qualcosa di simile a Forrest Gump, almeno perché il protagonista, Rizvan Khan, è affetto da lieve autismo. (...) Troppa carne al fuoco però di discreta qualità." (Cinzia Romani, 'Il Giornale', 26 novembre 2010) "Debutto ufficiale sui nostri schermi del genere Bollywood, che fa vendere in patria tre miliardi e mezzo di biglietti l'anno, tradizione popolare, festosa e fastosa del cinema indiano già apparsa in 'Lagaan' e 'Matrimoni e pregiudizi' corretto da Jane Austen. Il film di Karan Johar, figlio d'arte riverito al botteghino, rivela tutta la forza di commovente divertimento, formula narrativa, melodramma pop applicato a pubblico e privato, alla sfera politica come al razzismo post 11 settembre, non solo americano, verso i musulmani. (...) Nel film c'è di tutto e di più, talvolta di troppo, ma la folata emotiva che suscita è sincera pure se organizzata con stile teatrale che si appresta ora a catturare anime belle e cuori semplici occidentali con la consueta partner Kajol, bellissima diva asiatica. Tutto col nobile scopo di raccontare l'ingiusto isolamento musulmano, completo di orgogli e pregiudizi tanto che lo stesso divo nel 2009 fu arrestato 'per caso' all'aeroporto di Newark riuscendo infine ad essere una storia che coinvolge a ogni latitudine parlando con calcolata ingenuità dell'umanità tutta, pur osservandola con gli occhi di un uomo così felicemente particolare e così infelicemente felice." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 26 novembre 2010) "'Rain Man', 'Forrest Gump': vi sono piaciuti? Allora, anche il kolossal indiano 'II mio nome è Khan' potrebbe. Potrebbe, perché è la versione 2.0: la diversa abilità non è solo davanti alla macchina da presa, ma dietro. Almeno, questo è il sospetto: Khan sarebbe affetto da sindrome di Asperger, ma per come si muove da ritardato e agisce da mentecatto il burattinaio con l'occhio in camera deve stare decisamente peggio. (...) 'Il mio nome è Khan e non sono un terrorista': (...) sullo schermo, è il ritornello della malafede, il mantra delle buone intenzioni (apologo di tolleranza, multiculturalismo, etc.) ridotto a vagito stilistico e fracasso paternalistico. Il mio nome è... mai più." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 26 novembre 2010) Note - LA DICHIARAZIONE "MI CHIAMO KHAN E NON SONO UN TERRORISTA" E' LA STESSA CON CUI L'ATTORE SHAHRUKH KHAN HA RISPOSTO NEL 2009 ALL'INTERROGATORIO A CUI E' STATO SOTTOPOSTO ALL'AEROPORTO DI NEWARK, APPARENTEMENTE A CAUSA DELLA MATRICE MUSULMANA DEL SUO NOME. - FUORI CONCORSO AL 60. FESTIVAL DI BERLINO (2010).

7 Sinossi: Una storia sospesa tra realtà e mito, raccontata con il linguaggio lieve e potente delle fiabe. Non un film sull'immigrazione, ma su di noi. Su chi cerca la propria Terraferma. Due donne, un'isolana e una straniera: l'una sconvolge la vita dell'altra. Eppure hanno uno stesso sogno, un futuro diverso per i loro figli, la loro Terraferma. Terraferma è l'approdo a cui mira chi naviga, ma è anche un'isola saldamente ancorata a tradizioni ferme nel tempo. È con l'immobilità di questo tempo che la famiglia Pucillo deve confrontarsi. Ernesto ha 70 anni, vorrebbe fermare il tempo e non vorrebbe rottamare il suo peschereccio. Suo nipote Filippo ne ha 20, ha perso suo padre in mare ed è sospeso tra il tempo di suo nonno Ernesto e il tempo di suo zio Nino, che ha smesso di pescare pesci per catturare turisti. Sua madre Giulietta, giovane vedova, sente che il tempo immutabile di quest'isola li ha resi tutti stranieri e che non potrà mai esserci un futuro né per lei, né per suo figlio Filippo. Per vivere bisogna trovare il coraggio di andare. Un giorno il mare sospinge nelle loro vite altri viaggiatori, tra cui Sara e suo figlio. Ernesto li accoglie: è l'antica legge del mare. Ma la nuova legge dell'uomo non lo permette e la vita della famiglia Pucillo è destinata ad essere sconvolta e a dover scegliere una nuova rotta. Genere:drammatico Regia:Emanuele Crialese Titolo Originale:Terraferma Distribuzione:01 Distribution Produzione:Riccardo Tozzi, Giovanni Stabilini, Marco Chimenz Data di uscita al cinema:7 settembre 2011 Durata:88 Sceneggiatura:Emanuele Crialese e Vittorio Moroni Direttore della Fotografia:Fabio Cianchetti Montaggio:Simona Paggi Scenografia:Paolo Bonfini Costumi:Eva Coen Attori:Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Mimmo Cuticchio, Giuseppe Fiorello Destinatari:Scuole Secondarie di II grado Approfondimenti: NOTE DI REGIA Tornare sull'isola di Respiro nell'estate del

8 Ho trovato un luogo molto diverso da come lo ricordavo durante le riprese di Respiro... il mio scoglio sperduto in mezzo al mare è adesso terra di frontiera. Relitti di barche mezze affondate, in attesa di essere cancellate dal mare, motovedette con cannoni e mitragliatrici, confusione e disperazione. Rimango sull'isola ad aspettare... Dopo 21 giorni alla deriva, approda a Lampedusa un barcone carico di più di settanta persone. Sepolte dai cadaveri dei compagni di viaggio, soltanto cinque sono sopravvissute. Tra questi c'è un'unica donna: Timnit T. Vado a cercarla. La trovo sorridente, dice di essere nata una seconda volta. Sono anni ormai che osservo le immagini di questi barconi che approdano sulle nostre coste, che ascolto i racconti dei sopravvissuti, di coloro che sono riusciti a "rimanere a galla". La stampa parla di "esodo", "tsunami umano", "clandestinità", "immigrazione". Guardando Timnit mi sembrano parole vuote. Lei non porta quei nomi. Non corrisponde a quelle parole. Timnit ha lo sguardo di chi ha rischiato la vita per cambiare la sua storia, ha attraversato il mare, un'altra odissea, un altro viaggio verso l'evoluzione. Finché ci sarà vita sulla terra gli uomini partiranno per migliorare loro stessi. Il movimento è azione e l'azione è conoscenza. Come si può negare ad un uomo il diritto di andare, di cercare, di conoscere e quindi di evolversi? Come raccontare una storia ed uscire da parole come "clandestino" o " emigrato" o "extracomunitario"? Una mattina mi sveglio pensando ad una frase: "c'era una volta"... Comincio a scrivere come se mi rivolgessi ad un bambino, come se potessi raggiungere il bambino che è dentro di me. Ho cercato un linguaggio libero da pregiudizi e da paure. Provo un senso di ribellione all'idea di essere trattato come un bambino disubbidiente a cui si dice ancora " attento all'uomo nero che ti mangia tutto intero"... questa è la cantilena che ascoltiamo da anni, questo lo strumento usato per renderci più docili, più fragili, più bisognosi di protezione. Ritorno da Timnit e le domando di imbarcarsi con me, su una barca immaginaria, quella della rappresentazione. Le propongo di reinterpretare alcuni momenti della sua storia vera con l'intesa e l'intento di poter cambiare, di poterla riscrivere, ricreare. Le propongo l'incontro con un'altra donna, un'isolana, con la stessa voglia di andare, di ricostruire altrove, per migliorare se stessa per aiutare suo figlio a crescere senza paura. Carta d'identità di un film: Terraferma di Elena Mascioli Titolo Emanuele Crialese La scelta di una sola parola per un titolo corrisponde normalmente all'intento di suggerire, di evocare, senza troppe spiegazioni e fronzoli, il nucleo centrale del film. Cosa evoca, di per sé, la parola terraferma? E cosa rappresenta nel contesto del film la terraferma? È una sola? Chi la cerca, e perché? Protagonisti e affini Chi sono i veri protagonisti del film? I migranti o coloro che si trovano a dover fare una scelta di fronte al loro arrivo, cioè i pescatori, gli abitanti dell'isola, Filippo, Enzo, Giulietta, Nino? Su cosa è puntato l'obiettivo del regista? Uno dei grandi protagonisti del film, sia visivamente che concettualmente, è il mare, che nella sua grandezza riesce ad accogliere in sé, anche nello stesso piccolo tratto attorno ad un'isola, i tanti e diversi tipi di umanità che decidono di attraversarlo, con motivazioni diverse. Il mare che dà da vivere ai pescatori, ma che è anche causa di morte, il mare dei turisti, e di coloro che lo solcano alla ricerca delle terraferma. Scegliete uno dei protagonisti del film e raccontate la sua storia attraverso il rapporto che vive con il mare.

9 Ambientazione Nel film il luogo in cui ci si trova non viene mai menzionato nello specifico, ma si parla genericamente dell'isola. Il regista ha affermato che, pur essendo facile fare collegamenti ed identificarla con Lampedusa, perché spesso presente nelle recenti cronache giornalistiche, ha scelto deliberatamente di chiamarla Isola, perché non voleva raccontare uno specifico caso, ma una storia che accade a Lampedusa, a Linosa, e in qualsiasi altro posto, qualsiasi isola, dove arrivi qualcuno che cerca disperatamente la terraferma. Cosa significa vivere su un' Isola, quale la particolarità di vivere in un luogo che è separato dal mare da tutto il resto? Un luogo vive anche della rappresentazione che di esso abbiamo e che viene dal punto di osservazione in cui ci poniamo. Provate a descrivere le tre diverse Isole presenti nel film attraverso le sequenze più significative: l'isola di chi la abita, l'isola del turista che vi sbarca, l'isola dei migranti che la vedono dai barconi. Segni particolari Dichiarazione del regista (come da nota di regia): "Come raccontare una storia ed uscire da parole come "clandestino" o " emigrato" o "extracomunitario"? Una mattina mi sveglio pensando ad una frase: "c'era una volta"... Comincio a scrivere come se mi rivolgessi ad un bambino, come se potessi raggiungere il bambino che è dentro di me. Ho cercato un linguaggio libero da pregiudizi e da paure." È riuscito il regista nel suo intento di raccontare una storia in maniera semplice, immaginando di avere come interlocutore un bambino? Qual è il senso di questa scelta stilistica, secondo voi, e soprattutto l'effetto che ha prodotto in voi, come spettatori? Quali le immagini, le sequenze, che meglio rappresentano la scelta stilistica del regista? L'angolo della critica Scrivete la recensione del film, cercando di convincere lo spettatore a vedere il film, se vi e' piaciuto, o dissuadendolo, ma esponendo le ragioni nell'uno e nell'altro caso. Oltre lo schermo di Elena Mascioli Timnit è il nome di colei che impersona Sara nel film, la donna incinta che viene salvata sul peschereccio di famiglia dei Puccillo. E Timnit ha vissuto davvero l'esperienza di essere una dei pochi sopravvissuti al naufragio di un gommone al largo delle coste di Lampedusa, raccontando al regista di essere nata, in quel momento, una seconda volta. Una nuova nascita che nel film viene evocata attraverso il parto della bambina che porterà il nome di colei che l'ha aiutata a nascere, Giulietta. E che viene ringraziata da Sara, mentre guarda diritto in camera, e in un sussurro, in un primo piano molto intenso, pronuncia le parole "Sei benedetta". Il regista ha voluto fortemente che il personaggio di Sara non fosse interpretato da un'attrice, ma fosse una vera testimone di ciò che ormai quotidianamente avviene al largo delle nostre isole nel Mediterraneo. E questo perché voleva raccontare una storia, e non parlare di un tema, cioè quello delle migrazioni. L'attenzione è dunque puntata sugli uomini. Chi sono quegli uomini e quelle donne che arrivano sui gommoni al largo di Lampedusa? Vi siete fatti un'idea dei paesi da cui vengono e dei motivi per cui affrontano un viaggio disperato come quello su un gommone? E chi sono e come vivono quegli uomini e quelle donne che abitano nelle terre di frontiera che sono ormai le isole degli sbarchi? Il viaggio come percorso di evoluzione. Crialese afferma: " Sara ha lo sguardo di chi ha rischiato la vita per cambiare la sua storia, ha attraversato il mare, un'altra odissea, un altro viaggio verso l'evoluzione. Finché ci sarà vita sulla terra gli uomini partiranno per migliorare loro stessi. Il movimento è azione e l'azione è conoscenza. Come si può negare ad un uomo il diritto di andare, di cercare, di conoscere e quindi di evolversi?" Commentate questa affermazione del regista. Ai drammi che i migranti portano con sé come bagaglio si aggiungono quelli dovuti alla frattura esistente tra le parole e i fatti, le leggi e le persone, tra le esigenze ed i diritti di chi arriva e quelli di chi c'è già, entrambi sacrosanti e da tutelare. Un conflitto che nel film viene esemplificato come scontro tra la legislazione e un sistema di valori non scritti, come la legge del mare, o tra le diverse disperazioni di chi sbarca e chi con la barca vorrebbe continuare a vivere, pescando pesce o turisti.

10 Qual è la legge del mare? E sapreste dire con precisione quale la legge italiana sull'argomento? Come sono "classificati" i migranti che arrivano sui gommoni? Il film è stato realizzato con il Patrocinio dell' Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Sapete cosa significa e come si ottiene lo status di rifugiato? Qual è la differenza tra un "clandestino" ed un "rifugiato"? Al regista è stato contestato di essere stato ambiguo sul discorso dei salvataggi in mare e di aver lasciato intendere che sia vietato dalla legge italiana salvare uomini in mare: trovate sia una obiezione fondata? Cosa dice la legge in merito e cosa accade nella realtà delle cose? Qual è il motivo, il reato che viene contestato e per cui il peschereccio viene sequestrato alla famiglia Pucillo, nel film? Quella delle migrazioni, degli sbarchi sulle nostre isole, dei centri di permanenza temporanea, è diventata ormai un'emergenza, che riempie a giorni alterni le pagine delle cronache giornalistiche, ma che ultimamente ha anche occupato un posto preponderante sugli schermi dei cinema, ad esempio nelle tante declinazioni di storie di migranti che hanno caratterizzato la 68ma Mostra del cinema di Venezia (e dove anche il film Terraferma era presente, in concorso) È importante, secondo voi, che la riflessione su questi temi prenda tanto posto sui giornali, nei libri, al cinema, e nell'arte in genere? Avete una vostra opinione sull'argomento "migrazioni", e se si, in quale modo e attraverso quali canali vi siete formati un'opinione? Cosa significano per voi le parole "clandestino", "immigrato", "extracomunitario" da cui il regista ha tentato di uscire nel suo intento di raccontare le persone? Il film gioca spesso sulle contrapposizioni tra i diversi personaggi di fronte ad analoghe situazioni, il nonno e Filippo, Sara e Giulietta, Filippo e lo zio Nino, la legge del mare e l'autorità. Sono incontri e scontri di persone che hanno scelto una strada, che hanno i loro valori a guidarli, come il nonno, e di altre che invece sono ancora alla ricerca di uno sbocco, di uno spiraglio, di una terraferma a cui aggrapparsi per affermare la possibilità di vivere anziché sopravvivere. E che di fronte alla tragedia di altri uomini disperati scelgono di chiudere gli occhi, di ballare e tuffarsi nello stesso mare da un altro tipo di barcone, o di oscillare tra la paura ed il desiderio di aiutare chi è in difficoltà, spingendosi in mare con la barca, alla ricerca di una rotta, una rotta morale, che sembra non esserci più e che lascia dunque aperto il finale del film e della storia, in balia delle onde. Il regista ha affermato che lo sbandamento, la confusione, la mancanza di una rotta morale, sono anche causati dall'assenza di unasocietà, di una comunità che circondi e sostenga l'individuo e non lo faccia sentire solo di fronte alla scelta della propria rotta di fronte a simili drammi. Sentite di avere attorno a voi una comunità che vi sostiene e vi guida nel vostro percorso di formazione,di studenti, di ragazzi e ragazze, soprattutto a confronto con le grandi questioni che il nostro tempo porta sulla ribalta delle vostre giornate, o il vostro approccio è, giocoforza, di tipo individualistico? Provate a scrivere il vostro finale del film. Spunti di Riflessione: di Claudia Tiano 1. Che cosa rappresenta la "Terraferma" per ognuno dei componenti della famiglia Pucillo? 2. "L'antica legge del mare" è incarnata nel personaggio di Ernesto, mentre il Comandante della finanza, interpretato da Claudio Santamaria, rappresenta lo Stato. Qual è la causa dello scontro dei due personaggi? E in che modo le due visioni sono antitetiche? 3. Il film mostra due tipologie diverse di sbarco di stranieri sull'isola. Quali sono i diversi atteggiamenti degli abitanti dell'isola nei confronti dello straniero come turista e dello straniero come immigrato? 4. Durante tutta la storia, il mare si presenta come il protagonista principale. Scegli tre immagini, dove il mare incarna un significato particolare, e spiegane il significato rappresentato. 5. Quali sono le caratteristiche principali del personaggio di Ernesto? 6. Descrivi le due figure femminili principali, Giulietta e Sara, la donna clandestina che Giulia ospita in casa. 7. Descrivi i tratti principali del carattere di Filippo, e prova a confrontarlo con il nonno e con la mamma. 8. Prova a confrontare l'atteggiamento di Filippo, in barca con il nonno, quando salva i clandestini e quando invece si ritrova, in barca, con la turista. 9. E' corretto dire che Filippo non ha ancora superato la morte del padre? 10. Fate una ricerca e provate ad indicare le maggiori problematiche, legate all'immigrazione clandestine nel nostro Paese 11. Filippo ha un rapporto speciale e molto ben delineato coi componenti della sua famiglia, descrivetene le principali caratteristiche. 12. Dove è stato girato il film? Effettuate una ricerca in merito. 13. Qual è il punto di vista, rispetto all'arrivo, degli immigrati, dei tre ragazzi, ospitati in casa di Giulietta? 14. Nino vive il presente, Giulietta spera nel futuro mentre Ernesto è ancora legato al passato. Qual è il "tempo" di Filippo?

11 multiforme attività ma, soprattutto, per aver tenuta viva una forma di teatro che si perde nella notte dei tempi. Informatevi, perché Cuticchio 15. Quali sono i sentimenti comuni che legano Giulietta e Sara? 16. Durante la fuga in barca con la turista, Filippo ha un atteggiamento diverso verso i clandestini; sareste in grado di evidenziare il perché del cambiamento del ragazzo? 17. Il conflitto tra tradizione e modernità: scegliete un'immagine del film per descrivere questa contrapposizione. 18. Tutti i personaggi principali si ritrovano a dover prendere decisioni: siete in grado di dire quali effettivamente siano le motivazioni per ognuno di loro? 19. Il personaggio di Ernesto è interpretato da Mimmo Cuticchio, una figura particolare nel mondo dello spettacolo per la sua appartiene alla storia dello spettacolo tutto La donna che canta Sinossi: Quando il notaio Lebel, legge a Jeanne e Simon Marwan il testamento della loro madre Nawal, i gemelli restano scioccati nel vedersi porgere due buste, una destinata ad un padre che credevano morto e l'altra ad un fratello di cui ignoravano l esistenza. Jeanne vede in questo lascito enigmatico, la chiave del silenzio di Nawal, chiusa in un mutismo inesplicabile durante le ultime settimane precedenti la sua morte. Decide di partire subito per il Medio Oriente per riesumare il passato di questa famiglia di cui non sa quasi nulla. Simon, per quanto lo riguarda, non ha bisogno dei capricci postumi di quella madre che è sempre stata lontana e avara di affetto ma il suo amore per la sorella lo spingerà presto a unirsi a Jeanne per setacciare insieme la terra dei loro antenati sulle tracce di una Nawal ben lontana dalla madre che conoscevano. Spalleggiati dal notaio Lebel, i gemelli risalgono il filo della storia di colei che ha dato loro la vita, scoprendo un destino tragico marchiato a fuoco dalla guerra e dall'odio e il coraggio di una donna eccezionale. Adattamento dell opera di successo di Wajdi Mouawad, La Donna che canta (Incendies) è una travolgente ricerca iniziatica che coniuga l'orrore della guerra al singolare, rivelando con forza una poesia d eredità indelebile del ciclo della violenza e la potenza inaudita della resistenza. Genere:drammatico Regia:Denis Villeneuve Titolo Originale:Incendies Distribuzione:Lucky Red Produzione:Luc Dèry e Kim McCraw Data di uscita al cinema:21 gennaio 2011 Durata:130 min

12 Sceneggiatura:Denis Villeneuve Direttore della Fotografia:Andrè Turpin Montaggio:Monique Dartonne Scenografia: Costumi:Sophie Lefebvre Attori:Nawal Marwan, Jeanne Marwan, Simon Marwan, Notaire Jean Lebel Destinatari:Scuole Secondarie di II grado Approfondimenti: LA PICCOLA STORIA DI UN OPERA TEATRALE La Donna che canta (Incendies) è stata interpretata per la prima volta in Francia il 14 marzo 2003, presso l Hexagone Scène Nationale de Meylan, e in Quebec il 23 maggio 2003 al Théâtre de Quat'sous durante la decima edizione del Festival del Théâtre des Amériques, per la regia di Wajdi Mouawad. Cast: Annick Bergeron (Nawal a 40 e 45 anni), Bernier Eric (Nihad), Gérald Gagnon (Ducharme Antoine) Andrée Lachapelle (Nawal a 60 e 65 anni), Marie-Claude Langlois (Sawda), Isabelle Leblanc (Jeanne), Reda Guerenik (Simon), Isabelle Roy (Nawal da 14 a 19 anni), Richard Thériault (Hermila Lebel). Dopo la prima rappresentazione l opera è stata rappresentata in Canada, Francia, Germania, Svizzera, Belgio, Spagna, Finlandia, Stati Uniti, Australia e Italia. WAJDI MOUAWAD Autore dell opera teatrale Incendies Scrittore, regista, attore, direttore artistico Rivelazione del teatro contemporaneo di questi ultimi dieci anni, Wajdi Mouawad è un artista completo che unisce la scrittura e la regia all'interpretazione. Nato in Libano nel 1968, Mouawad è costretto ad abbandonare la sua terra natale all'età di otto anni a causa della guerra civile. Iniziò un periodo di esilio con la sua famiglia che lo portò dapprima in Francia. Dalla Francia, emigrò nuovamente e nel 1983 si stabilì definitivamente a Montreal. Qui ha terminato gli studi e si è diplomato in interpretazione all École nationale de théâtre Alla fine della scuola, ha recitato, ha scritto e messo in scena diversi spettacoli con il Théâtre Ô Parleur, compagnia da lui fondata con Isabelle Leblanc. Nel 1990 e 1991, firma già tre opere. La sua carriera di regista prende il via più o meno nello stesso periodo. In seguito, la sua carriera di regista gli dà modo di esplorare universi tanto ricchi quanto eterocliti. Nel 1997, compie una svolta importante montando la sua opera Littoral (idea originale in collaborazione con Isabelle Leblanc), esperienza che ripete con Rêves, e poi con Incendies e Forêts. Dal 2000 al 2004 assume la direzione artistica del Théâtre de Quat Sous di Montreal. E nel 2005, fonda due compagnie teatrali che si corrispondono da una parte all altra dell'atlantico: Abé carré cé carré (che co-dirige con Emmanuel Schwartz), a Montreal, e Au carré de l hypoténuse, a Parigi. Nel 2007 diviene direttore artistico del teatro francese al National Arts Centre di Ottawa e, in parallelo, lavorando in stretta collaborazione con il Théâtre d'aujourd'hui a Montreal. Nel 2009, la sua associazione con il Festival d'avignone consacra questo artista che, da oltre venti anni, mette in scena senza fanfare né fragore un opera la cui potenza drammatica s impone oggi evidente. Questo stesso anno, questo ufficiale dell'ordine del Canada e Cavaliere dell'ordine delle Arti e delle lettere si è visto conferire da l Académie française, il Grand Prix du théâtre per il complesso della sua opera drammatica. DENIS VILLENEUVE Regista e sceneggiatore Ritenuto uno dei registi più talentuosi della sua generazione, Denis Villeneuve ha rapidamente raggiunto l attenzione di pubblico e critica per film memorabili dalle immagini notevoli e dal sapore inedito. Il suo primo lungometraggio, Un 32 août sur Terre, nel 1998 viene presentato in più di trentacinque festival internazionali, facendo in particolare parte delle selezioni ufficiali di festival come Cannes (una speciale attenzione), Telluride e Toronto, oltre a rappresentare il Canada nella corsa agli Oscar nel Nel 2000, il suo secondo film, Maelström, è selezionato da una quarantina di festival (tra cui Sundance e Toronto) e fa razzia di oltre 25 premi in tutto il mondo, tra cui il Premio Internazionale della Critica (FIPRESCI) al Festival di Berlino 2001 e quello della SACD per la miglior sceneggiatura, nove premi Jutra e cinque premi Genie tra cui quello di Miglior Film e Migliore Regia. È ancora lui a rappresentare il Canada per la corsa agli Oscar nel Nel 2008, il suo cortometraggio Next Floor è stato insignito del Canal + come miglior cortometraggio alla settimana della Critica a Cannes, oltre ad essere presentata in oltre 60 festival in tutto il mondo, dove il film vince una dozzina di premi. Nel 2009, il suo terzo lungometraggio, Polytechnique, vince gli spot pubblicitari. Dopo una prima mondiale al Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, il film è presentato in vari festival, tra cui Helsinki, Namur, Londra, Taipei e Gijon. Sulla base del successo di critica e pubblico, a Polytechnique è stato recentemente assegnato il premio come il Miglior Film Canadese del 2009 da parte dell'associazione dei critici

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