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2 - BlaBlaCar Storie di Viaggio - Questo libro raccoglie le opere dei vincitori del Premio Letterario BlaBlaCar Storie di Viaggio organizzato da BlaBlaCar in collaborazione con La Stampa Fondata nel 2006 e con sede a Parigi, BlaBlaCar opera tramite siti web in dieci lingue in Italia, Spagna, Francia, Regno Unito, Germania, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Polonia, Russia e Ucraina. BlaBlaCar è network che mette in contatto automobilisti con posti liberi a bordo con persone in cerca di un passaggio. La community BlaBlaCar è formata da più di 6 milioni di iscritti e conta decine di migliaia di destinazioni in tutta Europa. Per il Premio Letterario, la Community di BlaBlaCar è stata invitata a raccontare le proprie esperienze di viaggio più importanti e significative.

3 - Introduzione - Dopo poche battute, Dania Dibitonto, autrice di Solo un passaggio, racconto vincitore del premio Storie di Viaggio, fa guardare negli occhi i due protagonisti. È uno sguardo che dura qualche secondo, il tempo di un indecisione, di un pensiero che attraversa la mente, di una breve valutazione sulla domanda, sul contesto, sulla persona che si ha di fronte. È in quello sguardo che si decide una storia, in questo caso quella di un passaggio in auto offerto da un ragazzo diretto a Genova a una barista intenzionata ad andare nella stessa direzione. I racconti arrivati in risposta alla chiamata di BlaBlaCar sono pieni di sguardi. Ci sono gli sguardi di coloro che si soffermano a osservare il paesaggio attorno, per stampare nella memoria ogni singolo chilometro visto e attraversato. E ci sono gli sguardi di coloro che frugano nei visi, sui corpi, tra i vestiti, dentro le parole della persona con cui sanno di dover condividere un pezzo di strada. Sono in cerca di indizi, li vedi annusare, prendere appunti immaginari. È in quell incrocio di occhiate fugaci che si decide se fidarsi di quella persona e partire. E allora ecco che i racconti si riempiono di descrizioni dense di fascino, fatte di dettagli e sensazioni, di impressioni e fantasie. Il primo è un tipo tutto preciso e magrolino la seconda è una laureata in Agraria dai pantaloni cortissimi e larghi, le scarpe aperte e un top verde come gli occhi scrive Alessandro in da Sud a Sud. Sulle gambe non ha peli e indossa scarpe sportive racconta Joele Viganò incontrando per la prima volta il suo conducente. Tommaso Ruggeri fa di un piccolo e sorridente vizio vocale il soprannome con cui continuerà a ricordare la sua compagna di viaggio: voce rotta dal sonno. Notai subito le scarpe del ragazzo: doveva essere lui dice a un certo punto Giulia. Cosa ci avrà visto in quelle scarpe, si chiede il lettore. Eppure è un dettaglio che sembra essere sufficiente per aprire un varco sul micro mondo che ciascuno racchiude in sé. Werner Travagliati, secondo classificato del concorso, in Viaggiare viaggiando fa di quell universo personale un mare in cui tuffarsi. Nel suo racconto ogni passeggero a bordo diventa l occasione per esplorare il Paese da cui provengono: e allora, appena gli occhi si appoggiano su Helen, una ragazza dal viso delicato e armonioso, ricercatrice all Università di Shanghai, la mente si ritrova nel

4 bel mezzo del traffico assassino e spregiudicato di una metropoli del sud-est asiatico mentre dai finestrini è l immensa distesa della Pianura Padana a farla da protagonista. Gli immaginari si schiudono come ostriche. Lo sguardo si perde a sognare la vita nascosta dell altro e la curiosità tenta di colmare il buco tra ciò che è solo immaginato e ciò che è reale. Abbiamo parlato di musica, lavoro e automobili, ci siamo consigliati ristoranti e pub in Toscana e Lombardia, e sono stato tra i primi a sapere che lui e la sua ragazza aspettavano una bambina dice Andrea Paraboschi nel suo racconto Crescere a quattro ruote. Sembra non casuale, allora, il titolo scelto da Gladiola Mocka, Con gli occhi di una bambina, terza classificata: la presenza di immagini sfuocate e annebbiate provoca la sensazione che il mondo avvenga senza un apparente nesso logico. Come se la mancanza di dettagli chiari, in presa diretta, provocasse smarrimento. Guardare il mondo e le persone che lo vivono non è solo un modo per sentirsi parte di un umanità, ma è anche l opportunità più grande che abbiamo per ricostruire i fili della consapevolezza del nostro tempo. Continuiamo a dotarci di strumenti e meccanismi con i quali ci riserviamo l ambizione di controllare il mondo. Ci sentiamo rassicurati, garantiti, preservati dalla possibilità di osservare senza essere guardati. Gli autobus, i treni, le sale d aspetto, le strade sono piene di occhi abbassati su schermi in cerca di altri occhi che forse non si incroceranno mai. I racconti che andrete a leggere parlano invece di occhi che si muovono veloci, di sensazioni che le interfacce non possono trasmettere, di particolari che nessun profilo sarà in grado di restituire. Viaggiare in compagnia di qualcuno che non conosciamo è un po come accettare di incrociare lo sguardo di quell uomo o quella donna sull autobus che evitiamo di guardare preferendogli il selfie di qualche supposto amico su Facebook. La differenza sta nella bellezza della storia che solo quella persona, vera, attraverso la sua voce, è in grado di raccontarci.

5 STORIE DI VIAGGIO

6 - Solo un passaggio - di Dania Dibitonto «Mi dai un passaggio fino a Genova?». Resto con la tazzina del caffè a mezz aria, appoggiato al bancone del bar, mentre fuori il benzinaio mi sta facendo il pieno. Ci guardiamo per qualche secondo, e immagino che ora tocchi a me dire qualcosa. «Ci passi da Genova per andare in Francia, no? A me serve solo un passaggio.» La barista mi guarda sorridendo, come se la sapesse molto lunga. Me lo fa sempre lei il caffè, da un anno tutti i mesi, ogni volta che lascio Firenze per venire da te. «Se ci passi, stacco adesso...» Sale in macchina e io ancora non ho detto una parola. La accetto o la subisco, non riesco a distinguere. «Si può fumare qui dentro?» Rolla due sigarette e ce le fumiamo insieme. È così lunga che sembra non starci tutta intera nel sedile davanti. Se non dovessi guidare fisserei il suo profilo. È perfetto, sembra disegnato. Non come il mio, che... «Mettiamo un po di musica?» Si mette a rovistare fra i miei cd. «Di tutta questa roba si salva solo Bob Marley...» Inizia a canticchiare e a muoversi dentro la cintura di sicurezza, mentre fuori comincia a piovere forte, e dentro c è una nebbia al tabacco che sfuma i contorni delle cose e mi pesa sulla testa. «Com è?» «Chi?» «La tua ragazza.» «Forse non è più la mia ragazza». Asfalto, grigio, pioggia, campi di girasole e nuvole giganti. Tutto scorre veloce mentre Genova si avvicina e fra poco su quel sedile ci sarà di nuovo solo il tuo fantasma. Per adesso devi dividerlo con Gaia. «Anch io viaggio per amore. Faccio una sorpresa al mio fidanzato. Ti assomiglia un po, sai.» La luminosità del suo sorriso che intravedo di lato mentre guido squarcia il velo di nebbia delle mille sigarette che ci stiamo fumando. È finito il tabacco. «E tu che ci fai in un autogrill?» «Facevo la modella prima.» «Si vede...» «Preferisco fare caffè.» Ride forte quando parlo troppo toscano, dice che non mi capisce, ma

7 non è vero, lo fa apposta a esagerare. Con te davvero ci abbiamo messo un paio d anni a capirci, ma adesso io insegno francese e tu canti allo stadio per la Fiorentina. «Dividiamo le spese?» Si allunga a darmi un bacio sulla guancia, mentre metà del suo lungo corpo di sirena è già fuori dalla macchina. Chiude lo sportello piano e sparisce verso il porto. Stringo fra le mani venti euro e il bigliettino col suo numero di telefono. Scendo a respirare l aria di mare che respiro quando sono con te, la cerco ovunque quando tu non ci sei. Rimango un po qui ad aspettare prima di ripartire. Magari viene qualcun altro a chiedermi un passaggio.

8 - Viaggiare viaggiando - di Werner Travagliati Il sole è brillante, l'asfalto bollente. Fine luglio milanese caldo e afoso. L'utilitaria bianca sbuca dall'angolo in fondo alla via. Scendono, ci presentiamo, ripartiamo. Christine è una italo-francese sui cinquanta. Rilassata e paciosa con un sorriso largo ed accogliente. Helen è tedesca, 27 anni, slanciata, il viso delicato ed armonioso incornicia il profondo blu degli occhi grandi. Vive in Cina ed è fidanzata con un italiano di origine pakistana. Adoro la diversità e sono già innamorato di questa donna minuta che vive e si divide fra due continenti lontani di chilometri e passioni. La lingua franca è l'inglese. Christine riposa sul sedile posteriore. Sono curioso e mi tuffo nella voglia di raccontare. Dentro la piccola utilitaria vedo la Cina. Dipinta e tratteggiata sul parabrezza, scolpita nel cielo, disegnata nei riflessi dello specchietto retrovisore. Helen lavora come ricercatrice all'università di Shanghai. Dipartimento di sociologia. Sono a Shanghai ed il traffico assassino e spregiudicato vortica, puzza e mi fa girar la testa. Investe un poveraccio in bici e dopo averlo insultato sgomma e sfreccia via. Ecco vedi l'arricchito, l'eroe del miracolo economico che sputa sulla vita. Siamo in riva al lago. Sta affogando e nessuno l'aiuta. Un peruviano si butta. Gli altri no. Penserebbero che è colpa tua se l'aiuti, non lo fare. Il lago immaginario davanti a me si ghiaccia come il mio cuore pensando alla tragedia culturale che si portano appresso. Dentro l'autobus affollato l'umanità è rumorosa e nessuno si cura di non recar danno, disturbo o fastidio. Faccio quello che mi pare, sembra urlare il ragazzo vestito alla moda con lo smart-phone super moderno segno distintivo da cittadino della grande metropoli, dove la bocca sta nascosta sotto la mascherina. Sempre. Non si può vivere a Shanghai se non hai la mascherina. L'aria è talmente inquinata da oscurare il cielo. Non ci si abbronza. A Shanghai non c'è il sole. È coperto dallo smog. Incredulo. Ti prego ora raccontami qualcosa di bello dell'immensa Cina. Le parole cadono lentamente come granelli di sabbia dentro ad una clessidra di curiosità. Paesaggi lontani sono un'immensa cartolina di colori e sfumature, suoni ed odori che passano e svaniscono. Gli occhi curiosi e luccicanti di questa mia compagna di viaggio lasciano intravedere il suo

9 mondo, mentre mi racconta e si racconta lievito ed esco dalla scatoletta su ruote per volare sopra i cieli sconfinati della Cina. Mi metto la mascherina anti-smog e soffro del rumore del traffico asfissiante ma un attimo dopo sto ammirando il paesaggio ad acquarello in riva al lago, colorato dallo sbocciare dei mille fiori e profumi. Sono in un ingorgo di auto puzzolenti trasformato in un'oasi di meraviglia con il viaggiare del cuore e della mente. Quando arriviamo mi spiace salutare le compagne del viaggio di un giorno. Grazie. Abbi cura di te. Un abbraccio di sconosciuti. Un momento di disinteressata, nuda, umanità.

10 - Con gli occhi di una bambina... - di Gladiola Mocka Vi racconto la storia di un viaggio sognato. Badate bene però, non sto parlando di quei viaggi tanto desiderati per i quali metti da parte tutti i tuoi risparmi. No, il mio viaggio è un sogno. Se chiudo per un attimo gli occhi riesco solo a ricordare immagini sfocate, luoghi e persone che cambiano improvvisamente, situazioni che si spostano da un episodio ad un altro senza un apparente nesso logico. Desiderosa dunque di capire se quelle immagini erano solo frutto della mia fantasia, ho chiesto alla mia mamma: Mamma perché ricordo che da bambina correvo scalza tra la sterpaglia? E per quale strana ragione tu, Ana di soli due anni ed io che ne avevo appena sei, eravamo chiuse in una cella? No, non era un sogno. Se lo fosse stato ora io non sarei qui, davanti al mio computer a scrivere di questa storia. Probabilmente sarei sposata con uomo conosciuto appena una settimana prima, magari con un matrimonio combinato (come spesso accade dalle mie parti) e anziché battere la tastiera del mio computer sarei stata intenta ad allattare i miei figli, nulla di strano per una ragazza di soli ventitré anni. Eppure per mia fortuna o sfortuna (non saprei quale sorte prediligere) la storia è andata diversamente. Questo è il viaggio del mio super papà chiuso in un barile. Sì, ho scritto proprio barile, uno di quei grossi contenitori cilindrici creati per trasportare prodotti allo stato liquido e non di certo uomini che remano a tutta forza nel bel mezzo del mar Adriatico. Fortuna ha voluto che quel barile è stato poi ritrovato da un peschereccio che ha offerto cibo e acqua a questi uomini impavidi. Questa è la storia della mia coraggiosa mamma che sola con due bambine a carico, ha lasciato le coste balcaniche con un visto per raggiungere suo marito nel Bel Paese. Sfortuna però che quel visto era falso e dunque, quella nave una volta arrivata in Italia, ci ha portate in Grecia. Quindi sole, senza più soldi ( poiché derubate) ci siamo ritrovate chiuse in una cella. A farci compagnia solo un delizioso croissant che ci avevano generosamente offerto e che ho ceduto alla mia sorellina che piangeva per la fame. Ora questa storia viene spesso usata per ricattare la mia dolce sorellina quando ad esempio desidera indossare una delle mie gonne: Sai Ana quando io avevo solo sei anni nonostante la tanta fame, ti

11 ho ceduto il mio croissant, dunque te la puoi scordare adesso la mia gonna! Ma questa è sola una parte del mio viaggio verso la tanto sognata Italia, paragonabile quasi al sogno americano. Eppure, dopo il visto falso e il nuovo viaggio a bordo di un piccolo scafo sul quale ho perso le scarpette che immaginavo quando chiudevo gli occhi. Dopo i primi anni di sacrifici, di stenti, posso dire che il mio viaggio, seppure sfocato dai pochi ricordi, mi ha portato a fare ciò che più amo: scrivere. È con gli occhi di una bambina che ricordo il mio viaggio come un sogno, è con gli occhi di una donna che ora posso sognare qualsiasi viaggio.

12 - Uluru - di Adalberto Fornario VENTISEI ORE! Tanto è durato il viaggio per andare a vedere quella pietra! A parte gli scherzi, il monolito di Uluru, al centro del continente australiano era una meta che c eravamo prefissi da qualche tempo. Ci avrebbe riportato alle popolazioni aborigene che abitavano quelle terre da tempo immemorabile, ben prima degli australiani Così ci organizzammo bene. Partenza alle 7 di mattina da Napoli, arrivo alle 21 del giorno dopo a Brisbane. E vero, c è il fuso orario, ma le sedici ore della tratta Roma-Singapore erano reali! Dopo un paio di settimane in giro per l Australia, ci ritroviamo ad Ayers Rock, al centro di quell immensa landa quasi desertica, in un resort costruito apposta. Ed era strano leggere quel cartello all uscita del Parco SE VI STATE METTENDO IN VIAGGIO, APPROVVIGGIONATEVI DI: ACQUA PILE PER IL CELLULARE PIENO DI BENZINA PER L AUTO. IL PROSSIMO CENTRO RIFORNIMENTO E A 500 KILOMETRI Bene, alle quattro di mattina c è la sveglia e dopo poco si parte per il monolito. Siamo molto ansiosi e pieni di emozioni: stiamo andando a visitare un luogo unico, spirituale, magico. Arrivati, ci rendiamo conto, a malincuore, della spiacevole sorpresa: il posto è stracolmo di pullman, auto, moto, biciclette e altri mezzi di trasporto. E una fiumana di persone! Ma dove siamo? Sembra Disneyland! Banchetti con caffè e tè caldo, panini, briosce e altro per rifocillare i visitatori/turisti.

13 Colpo di scena! Il momento clou della visita: due anziane aborigene ci illustreranno gli avvenimenti sviluppatisi intorno al monolito. Nel loro tipico abbigliamento aborigeno: gilet di pelle e gonna di jeans! A questo punto, come spesso accade, sorge un problema: il finale! Come finirà il racconto? Nel frattempo, spedisco il nostro protagonista a sdraiarsi sui sedili in fondo al pulmino che l ha condotto qui. Magari per recuperare il sonno perduto per l alzataccia della mattina, poi si vedrà In ogni caso, buona visione!

14 - Rosso - di Alessandra Catalano E mi immagino ancora li tra quella terra rossa mentre mi muovo a fatica tra quei cespugli intricati e quei cactus imponenti. Cerco di prendermi il mio spazio e di isolarmi con il resto del mondo per ammirare semplicemente in silenzio la Natura. Solo io e lei. Solo io e il soffiare del vento. La natura che ti parla.. che ti mostra la sua forza, orgogliosa e fiera ti mostra la sua terra. E tu ti senti quasi un estraneo in mezzo a tutto questo. È come se la tua presenza rompesse un po quell equilibrio. Ma alla fine capisci di essere parte di quel tutto. Solo dopo aver passato ore ed ore a contatto con quella terra rossa capisci di essere fatto tu stesso di quella terra.. di essere rosso tu dentro.. e cerchi di immortalare qualche foto, per cercare di racchiudere in una foto tutti quei ricordi, quegli odori e quei profumi, ma sai che tutto questo ti potrà rimanere solo dentro, e che solo tu puoi sapere come ci si sente ad essere fatti di terra.. ad aver vissuto quell emozione immensa.. ed ora è come se quella terra mi scorresse nel sangue.. sarà che è rosso per questo?

15 - Il mio grande viaggio spremuto - di Alessandra Quintavalla Alle volte capita di accorgersi solo dopo e all improvviso della bellezza di ciò che accade in ogni istante, a poca distanza dagli occhi. Un viaggio breve. Momenti quasi interminabili. Roma - Milano. E poi indietro, da Milano a Roma. Bla Bla Car: un modo creativo per condividere divertendosi. Un chilometro dopo l altro. Quattro persone sconosciute si incontrano, e forse non si vedranno mai più. Eppure, mai più, dimenticheranno le storie che hanno ascoltato. L auto di Filippo è stata un luogo su cui sostare per un po, per poi ripartire più sicuri, più ricchi di qualcosa che non trova parole. Uno spazio che si muove, dove poter essere presenti, veri e finalmente fuori da un nido troppo stretto. Accanto a me c è la mia amica Valentina. Anima autentica. Milano ci aspetta per un intreccio di motivi. Al centro, c è la voglia di partecipare a un attività della Soka Gakkai. È un organizzazione buddista. Ne facciamo parte. La Soka Gakkai andrebbe protetta con cura, poiché in ogni dettaglio di ciò che fa si nasconde sempre qualcosa di più profondo. Le cose però non vanno mai come ti aspetti che vadano, e infatti niente di ciò che doveva accadere è accaduto. L amica che doveva portarci al luogo dell incontro ha un attacco di panico e ci molla in mezzo alla città. Qualcuno a quel punto abbandona la sfida. Noi, non sappiamo dove andare. E ancora: le chiavi della stanza che mi ero fatta prestare non si trovano. E poi, multe, mal di piedi, zanzare. Tante parole ma sempre le stesse: - Da non crederci. Non ce la faccio più! - E invece non puoi far altro che credere, aver fiducia e farcela ancora. Sono giorni distratti, tinteggiati di incontri di ogni genere. Sui tram, sui marciapiedi, tra gallerie d arte, in macchina. Milano è globale, è altera. È anche romantica. C è il sole e ovunque tutto cambia, senza tregua, davanti ai nostri occhi. Vale dorme da Renata. Aveva offerto ospitalità anche a me, io avevo

16 rifiutato per non disturbare. Adesso però non ho scelta e mi intrufolo nel suo monolocale. La discussione fra me e Renata ha l effetto di una palla da bowling sui birilli dello strike. Malintesi e incomprensioni. Dopo, confuse, cerchiamo una soluzione. Siamo sbigottite. Tutt intorno la realtà ci risponde come un eco. Non serve a niente litigare. Ci chiariamo. Renata ha un bambino che sorride sempre. È mattina presto quando ci riempie di dolcezza. Abbiamo fatto bene a decidere così. Lasciarci vivere. Essere dove tutto è solo ciò che è. Provare ad ascoltare e farsi contaminare, senza aver paura di accorgersi che non c è niente di irreale. Un posto difficile da immaginare. Se avessimo seguito la solita strada, non avremmo vissuto gli abbracci affettuosi, gli spaghetti, le nuove verità e le storie da ascoltare. A volte mi torna ancora in mente quel posto. Mi capita come di ritornarci; perché nonostante sia invisibile riesco a trovarlo. Quando decido di sgretolare la mia resistenza, lui c è. Allora lascio che saltino in aria tutti i limiti e le congetture della mente. Che volino lontano. Poi c è il ritorno. L autostrada del Sole, di nuovo Bla Bla Car. La luna illumina l asfalto e anche gli occhi stanchi di Salvatore. - Sal, per gli amici. -Buonasera Signor Sal. Cellulari scarichi. L adrenalina è nel petto, la notte rimane immobile. Noi siamo salve. Da Milano a Roma. La nostra corona dorata.

17 - Da sud a sud - di Alessandro Cocorullo Alle 22.30, secondo programma, partiamo da Ercolano. In auto abbiamo due ragazzi, Luca e Maria, conosciuti su blabla car e che sembrano a posto: il primo è un tipo tutto preciso, occhiali e magrolino, si presenta con un trolley e un pacco di cibarie: studia Scienze Politiche a Pisa ed è di Nocera, come l accento sottolinea. La seconda è una laureata in Agraria dai pantaloni coloratissimi e larghi, le scarpe aperte e un top verde come gli occhi: zainone sulle spalle con tenda annessa, e confezione di mozzarelle in mano, con birra fatta in casa. Ci carichiamo questi due micromondi e partiamo. La strada per Sala è scorrevole, e conferma della bontà dell idea di partire di notte. Film, politica, religione, esperienze personali, università, tu dove vai? Si parla molto. Luca va a Gibellina, dal coinquilino di Pisa; terra degli Elimi, il popolo che strinse patti coi Cartaginesi per resistere ai Greci che da oriente si espandevano. Storie lontane. Oggi vi è il sudario in pietra di Burri a ricordare, come solo la pietra può in modo permanente, la tragedia del terremoto. Archeologia dell archeologia. Maria va ad Alcamo dal ragazzo, nell interno tra Palermo e Trapani. E terra di vigneti, formaggi e di poeti, tra tutti Cielo, che una rosa regalò alla sua amata. Da Napoli a Villa si può apprezzare il cambiamento di accenti. La strada è vuota, solo qualche auto e alcuni tir. Qualcuno di questi, forse a causa di consegne che non ha potuto espletare nei tempi previsti, sfreccia oltre i limiti, traballando sotto il peso del container. In sei ore siamo a Villa San Giovanni. Mai attraversato all alba. Il sole sorge alle spalle della Calabria, e irraggia la Sicilia a circa tre chilometri di distanza. Un braccio di mare in cui le acque, molto tranquille, si scontrano lungo la faglia che divide la crosta europea da quella africana, di cui la Sicilia fa parte. Qui si creano dei piccoli mulinelli, e il livello del mare è leggermente diverso: la parte europea è più alta, e ricade su quella africana. Che strano a vedersi: due correnti ad altezze diverse e che vanno in direzioni diverse; un tempo erano terrore di chi attraversava lo stretto, anche per esperti navigatori come i Greci.

18 Entrando nel porto di San Raineri, ricordo il nome che i Greci diedero a Messina: Zankles, ovvero falce, perché il porto si estende come una mezzaluna, e sembra avvolgerti mentre vi entri. E l alba, e schizziamo sulla Messina Palermo. Due ore e siamo alle porte di Palermo, e poi un ora fermi nel traffico. La strada, se carente di stazioni di servizio, offre una lunga striscia di mare per tutto il percorso, con le ombre delle Egadi che ti seguono, e i Peloritani prima, i Nebrodi dopo, come giganti in pietra per ricordarti che sei in un microcontinente, non su un isola. Palermo è già sveglia quando lasciamo i nostri compagni ai loro amici. Io ho sonno, sonno da morire: dieci ore di viaggio no-stop. Voglio andare a dormire, quanto prima, perché ho sognato così bene, che ora sono stanco.

19 - Gita al lago - di Alessandro Moscato Mi sveglio una mattina di ottobre e so che devo partire. È un viaggio, quello che mi aspetta, che ho organizzato da tempo. E non perché decidere il percorso, il mezzo sul quale andare o l albergo in cui soggiornare abbia richiesto particolari riflessioni, ma solo perché dovevo convincere mio padre. Lui, infatti, gira soltanto per casa ed esclusivamente a bordo della sua carrozzella. L ho pregato per settimane e alla fine si è lasciato convincere. «Vorrei solo portarvi al lago, a te e alla mamma». Gli ho detto. «Potremmo passare insieme un giorno fuori casa prima» «Prima di cosa?» Allora mi ha detto. «Prima che io non ci sia più?» «Sì, anche questo». Mentre quel giorno parlavamo mia madre se ne stava seduta alla sua solita poltroncina ad ascoltarci. Faceva finta di leggere. Aveva l aria attenta di chi non spera, ma che dentro vuole che quel miracolo finalmente possa accadere. E così, quando proprio non ci speravamo più, è avvenuto. Una volta incassato il sì di mio padre sono andato a casa di mia sorella. Quando le ho detto che papà aveva accettato lei non ci ha creduto, mi ha chiesto perfino se non avessi frainteso o se me lo fossi addirittura sognato. Ma la circostanza era vera, perdio se era vera! «Allora sì parte». Mi ha detto, con gli occhi che le brillavano come quando era bambina. «Sì, fra due settimane circa. Il tempo di organizzarci e andremo al lago». Così oggi finalmente andiamo. Staremo via solo un giorno. Torneremo in serata. Ma già assaporo il piacere della strada che si srotolerà sotto le nostre ruote, piano e senza nessuna fretta. E poi il fatto che ce ne staremo lì, tutti insieme, come non accade da anni in un auto, mentre si viaggia diretti verso un posto che è solo meta: fine di un piacere. L importante sarà stare insieme per vedere cose nuove o semplicemente una porzione di mondo messo in vetrina dietro i lunotti della nostra macchina.

20 Le bambine sono già arrivate, sento il trapestio dei loro passi. Mia madre è già in cucina che prepara la colazione per tutti e mio padre è già di là che borbotta, come al solito, per i problemi che ogni mattina deve affrontare anche solo per sedersi. Intanto mio cognato apre il garage e tra un po accenderà l auto. Controllerà che tutto sia in ordine. Dopo che finalmente saremo tutti saliti in quella specie di furgoncino a nove posti che abbiamo preso a nolo, partiremo con l alba che starà ancora svegliandosi, piano alle nostre spalle.

21 - Io non viaggio sola - di Alessia Gilardo Rosa! : nessun dubbio alla domanda come avrei voluto la mia bicicletta. Avrò avuto circa 5 anni, ultimo anno dell asilo, perché è stato quello il mio periodo a tinta unica. Il modello non me lo ricordo, ma ho ancora nella testa (e se ci penso anche nelle gambe) la gran fatica che facevo per pedalare e muovermi in circolo nel cortile di mia nonna. La procedura era sempre uguale: l uscita della bicicletta dalla cantina nelle mani di mia nonna che la teneva ferma mentre ci salivo, le prime pedalate traballanti e assestanti e poi via, incominciava il viaggio che conoscevo ormai a occhi chiusi. Iniziava vicino al tavolo con la macchina da cucire da cui mia nonna mi teneva d occhio lavorando, poi mi avvicinavo al grande vaso con i fiorellini viola che mi divertivo a strappare in segno di ribellione quando mi arrabbiavo, facevo un girotondo intorno alla vecchia cassapanca in legno in cui conservavo i giocattoli che amavo di meno, per raggiungere infine le sedie pesanti su cui venivano fatti accomodare gli ospiti, graditi e non, che venivano a far visita. Il giro sempre uguale e sempre con la stessa velocità, dopo le prime settimane, iniziò ad annoiarmi. Avrei voluto uscire dal cortile, fare come i grandi: usare la bicicletta per andare da qualche parte, avere una meta. E così che la mia bicicletta rosa fu sempre meno usata e stava per finire vicino alla cassapanca in legno nell angolo del cortile. Ma poi i viaggi diventarono più interessanti. Prima che la bicicletta sorgesse dalla cantina al cortile, scendevo le scale per andarla a trovare in anteprima. Con rotoli di filo che usava mia nonna per cucire allacciavo Giusy, la mia bambola vestita con una tutina rosa, tra il manubrio e la sella. Quando l operazione, non semplice, era terminata, chiamavo mia nonna che con pazienza portava tutto il fagotto al blocco di partenza del mio tour. Ora salire era ancora più difficile, raggiungere l equilibrio era un impresa non da poco, ma la mia gioia, appena la pedalata diventava più stabile e spedita, ricompensava tutto. Pedalavo, mi affaticavo, sudavo, ma quanto era affascinante andare a

22 cercare con Giusy la gatta della vicina che entrava sempre di soppiatto dal cancello della casa, mentre provavo a superare il record di giri attorno alla fioriera intonando canzoncine, oppure durante un racconto a voce alta per la mia compagna di viaggio. E da quel momento che ho capito quanto è piacevole viaggiare in compagnia e condividere le emozioni che continuo a racchiudere nel mio quaderno dei viaggi, sempre più grande e spesso, difficoltoso da portare con me, ma con la copertina ancora lucida e pulita, intonata perfettamente alla mia grande valigia rosa.

23 - Allegrina means happy - di Andrea Marcolongo Palmiro, Giuseppe, Andrea, Gianni, Felice, Alberto, Teresa, Dina, Ettore... Al vecchio Dino, il decimo nome non viene in mente. Tutti fratelli Allegrina questi, ripete, stringendo tra le mani l album di famiglia, fotografie sbiadite, sorrisi sghembi e forti. Mike piange. Anche lui è un Allegrina, figlio di quelli là andati a far fortuna in America, col bastimento. Nelle foto di Dino c è anche Mike bambino, sulle ginocchia di nonno Felice, partito da Dernice nel 1926 e sbarcato in una Detroit che mantenne le promesse. Quelle foto arrivavano direttamente dall America ogni Natale. Anche venti dollari mandava Felice, ma Dino non ha mai saputo come cambiarli e se li è tenuti così, ancora dentro la busta, perché non si sa mai. Felice means happy, dico io, che di questo incontro sono la traduttrice. Tutti siamo qui per caso. Allegrina means happy too, che combinazione. Ricapitolando: Mike e la moglie Kathy, i loro amici Brett e Dena vengono dall Ohio, ma, per l estate, hanno affittato una casa nel Chianti. Quella casa è mia, ereditata da una madre che non ho più. Dove possiamo trovare una guida turistica? Mi chiedono. Eccomi, rispondo io d azzardo, che guida non sono, ma ho tanto viaggiato. Si parte, stipati nella mia macchinetta con l aria condizionata a mille, Venezia e i cicchetti, Roma e il vino dei Castelli. Mike sogna Dernice e me lo dice così, come stesse dicendo New York, il centro del mondo. Mai sentito, dico io, però m informo e ti ci porto. Caldo, autostrada, stiamo stretti. Il cartello dice Dernice e le montagne della val Curone sono rugose come vecchie. Ho visto queste montagne cento volte, nei racconti di mio nonno, dice Mike. Ci siamo. Non ci aspettavamo niente. Mike non ha un indirizzo cui bussare, non sa una parola d italiano se non felice. Ma Dernice è come uno spillo, trenta anime che si stringono in un unica via. L occhio cade su un campanello: Allegrina. La vecchia signora che ci apre è sospettosa, non capisce. Intervengo io, chiama il marito, uno moment.

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