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1 Opera Parrocchiale Casa di Riposo S. Antonio FONZASO Over Quello che le nonne non dicono... Cronaca da Casa S. Antonio Dedicato alla Casa di Riposo Sommario Numero 3 luglio 2010 Cari amici, apriamo il terzo numero del giornalino con una bella notizia! Nei mesi scorsi la nostra Casa di Riposo ha ottenuto l accreditamento, importante documento con cui si attesta che l assistenza fornita dalla struttura risponde ai requisiti di qualità richiesti dalla Regione. Quest ultima, ritenendo che nei settori che operano in un campo particolarmente importante, come il prendersi cura delle persone, sia necessaria competenza e rispetto di standard elevati, promuove un processo di continuo miglioramento delle strutture e dei servizi sanitari, sociosanitari e sociali anche attraverso lo strumento Ghe n era na olta 2 dell accredita- Un po di ginnastica 4 mento al fine di garantire un assistenza di La Ricetta 4 La nonna racconta 4 qualità elevata tale da Co la valisa te le rispondere in maniera Cossi se godea appropriata ai reali bisogni non solo di salute, ma anche psicologi- Turisti per caso... La rubrica di Marsi ci e relazionali della Due versi in rima persona, considerata nella sua unicità e irripetibilità. La Direzione ringrazia tutti coloro che hanno collaborato al raggiungimento di questo obiettivo. Maria A. ricorda che un tempo una parte degli edifici della casa di riposo erano occupati da una stalla. La signora, che oggi è alloggiata a villa Rosa, mi porta sul terrazzino della sua camera e mi invita a godere del bel panorama, illustrandomi monti e località! Maria ha scritto questa bella poesia dedicata alla casa S. Antonio. Fonzaso, 21 giugno 2010 Dalle stalle delle vacche e dei porc è risorta la bella invenzion. Villa Rosa così chiamata al terzo piano si vede un immenso panorama. Si vede il Roncon e Col Perer le Vallorche e così via. I ricordi dei fondasini oggi gli anziani guardan dai finestrini di casa s. Antonio e San Michel e il campanil si vede così bel. Son qui anch io allegra e anziana vedo Fenadora e casa mia con grande nostalgia.

2 Ghe n era na olta la scuola col pennino e calamaio. Tutti noi conserviamo qualche ricordo di scuola: le aule, la maestra, qualche compagno, una poesia, una marachella Essa ci parla di noi, della nostra storia, delle nostre tradizioni e ci dice anche come sono cambiati i tempi. Com era la scuola di una volta? Parlando con gli ospiti della nostra Casa, scopriamo che le aule erano un po miserabili e fredde d inverno: ogni scolaro arrivava a scuola con il suo pezzo di legna (la stela ) sotto il braccio per alimentare la fiamma di una piccola stufa a mattoni che mandava fuori quel po di calore che poteva. Una signora racconta che se non si portava il pezzo di legna si veniva rimandati addirittura a casa! Piedi e mani, però, rimanevano freddi e queste ultime si riscaldavano talvolta solo grazie alla bacchetta della maestra. Ogni banco di legno ospitava due scolari e c era posto per riporre la boccetta di inchiostro per il pennino; le pareti erano spoglie e, a parte il crocifisso, raramente c era qualche cartina geografica o qualche immagine di Santi e della Madonna. In epoca fascista appeso in bella mostra c era il ritratto di Mussolini. La scuola di Angelo si trovava a due chilometri di distanza e bisognava andarci sia col bello che col brutto tempo. Se pioveva, ci si metteva una giacchetta in testa; non si aveva neanche l ombrello perché ce n era uno solo in una famiglia di 15 persone e ci si arrangiava alla meglio! La cartella a tracolla, o sacocia, era niente più che un pezzo di tela fatta magari con la traversa della mamma, ma era più che sufficiente per contenere il porta pennino, qualche colore, il libro di lettura, un quaderno a quadri e uno a righe che spesso bastavano per un anno intero poiché capitava che qualche scolaro dovesse saltare più di una lezione causa imprevisti familiari, come vedremo più avanti. Agli scolari più discoli, la maestra non risparmiava qualche bella punizione. Angelo racconta che una volta è stato castigato con altri tre compagni: la punizione consisteva nel rimanere in classe fino alla ripresa pomeridiana delle lezioni senza poter andare a casa a mangiare. Allora Angelo, per niente d accordo con il provvedimento, ebbe un idea: aprire la finestra, saltare su una delle piante di fronte all edificio (carpini neanche tanto grossi) scendere a terra e fuggire. Detto fatto! Anche i compagni, un po meno coraggiosi del nostro e perciò alquanto titubanti a seguirlo nell impresa, alla fine fecero lo stesso e si ritrovarono in men che non si dica tutti e quattro in strada. Angelo li invitò a casa sua dove, di nascosto dai familiari, fecero una gran scorpacciata di castagne crude! Nel pomeriggio rientrarono in classe come se nulla fosse accaduto e nemmeno la maestra fece parola del fatto, poiché, secondo Angelo, si era resa conto del pericolo fatto correre a quei quattro poveri bambini chiudendoli in classe. Vi pensate? Avrebbero potuto cadere dalla finestra o dalle piante mentre tentavano l ardita discesa di tre metri e in tal caso di chi sarebbe stata la responsabilità? Per fortuna tutto è bene quel che finisce bene. Con l arrivo della bella stagione capitava anche di saltare le lezioni non perché si volesse marinare la scuola, ma per cause di forza maggiore. Infatti anche i bambini erano impiegati nei lavori fuori casa: andare a far legna o a far fieno oppure portare le bestie al pascolo in montagna. Angelo non solo finiva prima degli altri la scuola, ma la cominciava anche dopo un mese, poiché era responsabile di sette otto bestie che doveva accudire in montagna. Numero 3 Pagina 2

3 Chi era particolarmente bravo nello studio e desideroso di poter proseguire, spesso doveva arrendersi di fronte all indigenza familiare e ben presto era costretto ad abbandonare i banchi di scuola per andare a lavorare e contribuire così al sostentamento di genitori anziani e fratelli piccoli. Talvolta non si avevano nemmeno i libri su cui studiare, eppure libri o no si imparava lo stesso. Dina e Mafalda ricordano ancora la poesia insegnata in classe: La vecchia madre mia di buona memoria conducendomi seco a lavorare spesso mi ripetea l antica storia delle sostanze altrui di non toccare e dicea: Figlio mio sii buono, sai, la roba d altri non toccar giammai!. Questa parola mi rimase in cuore a profondi caratteri scolpita, mi ritorna nella mente a tutte le ore, non si cancellerà che con la vita. Il materno immenso consiglio rispettai, la roba d altri non toccar giammai! O pomi che dagli alberi pendete, o pesche rosseggianti contro i muri, o prugne nate a spegnere la sete, o grappoli di liuliatica maturi, che giova ch io vi stia tanto a guardare? Voi siete roba altrui da non toccare! Ah! Quante volte a un ponte abbeverato e mai pasciuto di campereggia mensa vengon aperte le case e mai guardato il ben di Dio che l orticel dispensa! Celatamente entrar potrei, ma via! La roba d altri non è roba mia! O dolce madre mia che sulla terra mi lasciasti morendo orfano e solo, se pia che dopo la presente ultima guerra tu possa riveder questo figliuolo, dirti potrò: I tuoi detti ho rispettato, la roba d altri non ho mai toccato!. Anche la scuola, come del resto l intera comunità, era pervasa da un forte spirito religioso, tanto che sia all inizio sia alla fine delle lezioni si invocava il Signore. Sempre Dina e Mafalda ricordano una canzoncina che si cantava appena entrati in classe: Dio che vesti gli agneletti, Dio che passi gli augellin odi noi che ti invochiamo sul mattin. Fuor che l alma che ci hai dato, fuor che questo corpicel, nulla al mondo abbiam sognato, nulla è nostro sotto il ciel ma ci brilla sulla fronte lo splendor di tua beltà. e una preghiera che si recitava prima di uscire dall aula e che per questo veniva chiamata preghiera della sera Il Signore sia benedetto che dà fine alla giornata e raccoglie sotto il tetto la famiglia affaticata in quest ora di riposo e discende a noi pietoso Gabriele apre la via col saluto dell Ave Maria. Così terminavano le lezioni; al suono della campanella a mano gli scolari uscivano di corsa e non di rado capitava che sulla strada del ritorno, buttata la sacocia in mezzo all erba, si giocasse un po prima di salutarsi e di rientrare ognuno a casa propria. Numero 3 Pagina 3

4 Un po di ginnastica Continuiamo a prenderci cura, oltre che della nostra mente, anche del nostro corpo e soprattutto della schiena che tanti pesi ha sopportato. Partendo dalla posizione seduta, con la schiena dritta e le ginocchia non accavallate, portiamo entrambe le mani a contatto con il ginocchio destro e lentamente le facciamo scendere lungo la gamba fino ad arrivare a contatto con il piede, quindi torniamo su alla posizione di partenza. A questo punto portiamo entrambe le mani a contatto con il ginocchio sinistro, lentamente le facciamo scendere lungo la gamba fino al piede. Ripetiamo il tutto per dieci volte. Questo esercizio ci permette di mobilizzare la colonna vertebrale e di muovere in maniera contraria le spalle e le braccia rispetto alle gambe, oltre ad attivare la muscolatura che ci consente di tenere la schiene dritta! Buon lavoro. RICETTA Maria è una grande appassionata di cucina. Quando era giovane si dilettava non solo a fare da mangiare manicaretti per la sua famiglia, ma anche a riempire la dispensa con vasi di verdurine e frutta sciroppata che andavano bene per l inverno. Le abbiamo chiesto di svelarci qualche ricettina sfiziosa utilizzando le primizie di questa stagione. Involtini di cicoria Ingredienti: foglie di cicoria, alcune fette di speck, salvia, olio, burro, vino bianco. Preparazione: arrotolare le foglie di cicoria con all interno una fettina di speck ed una di salvia. Rosolare con olio e burro e sfumare con del vino bianco. Giardiniera agrodolce Ingredienti: 3 kg tra cipolline novelle, carote, sedano bianco, peperoni (rossi, verdi e gialli), 1 l di olio, 1 l di aceto di vino bianco, 1 bicchiere di zucchero, sale. Preparazione: mettere a bollire l aceto con l olio, lo zucchero ed il sale, aggiungere le carote e scottarle 5-6 minuti, quindi aggiungere le rimanenti verdure e farle bollire per altri 10 minuti. Raffreddare il tutto e riempire i vasi. Ciliegie sotto spirito Riempire dei vasi a chiusura ermetica con delle belle ciliegie, riempire con della grappa ed aggiustare di zucchero. La nonna racconta Oggi raccontiamo la storia di Alice, che è storia di gente di montagna, gente semplice ed umile, temprata dalle asprezze del territorio ed abituata a lavorare sodo. Alice nasce a Chioè, località di Lamon, 92 anni fa in una famiglia alquanto numerosa: sono 10 i fratelli, lei la più grande di quelli rimasti in vita. Molto precocemente Alice si trova ad esercitare il ruolo tutto femminile di accudimento dei piccoli. Sfamare tante bocche Numero 3 Pagina 4

5 per la famiglia Facen non era certo facile: vivevano di una tipica attività montana quella agro-pastorale. Alla casera di casa si saliva verso aprile o metà maggio: Alice ricorda che suo padre metteva alle mucche dei campanacci così grossi che quando passavano per andare all alpeggio la gente senza neanche guardare commentava: Guarda che passa Facen con le vacche!. La piccola Alice saliva assieme al papà ed ai fratelli più grandi mentre la mamma con i piccoli restava a casa. La casera l aveva costruita papà e si componeva di una larga stalla che ospitava venti vacche più un cavallo; sopra la stalla il fienile e di fianco lo spazio abitativo: c era la piccola cucina con il fogher di pietre attorno al quale giacevano grosse pentolone di rame, un tavolo e gli sgabelli; in cucina si faceva da mangiare e ci si scaldava dal freddo della sera. Oltre la cucina c era un altra stanza separata dove dormiva il papà. Tutti i fratelli alloggiavano invece in un altra casetta con il fienile che si trovava di fianco all abitazione principale. I loro letti erano costituiti da mucchi di fieno: ci si copriva con un sacco o delle coperte, e quando il freddo si faceva sentire ci si sprofondava nel fieno! La vita era dura in montagna: ci si svegliava alle 5, massimo alle 6; la colazione era povera costituita com era da una tazza di latte accompagnata da una polentina fatta ammollando della farina con l acqua bollente. Si mangiava un boccone e poi al lavoro! In stalla c era da sfamare anche le bestie mettendo il fieno nelle mangiatoie, poi la mungitura. Ci si divideva i compiti della giornata: Co la valisa te le man Dei nostri emigranti fonzasini alcuni decidevano di andare a cercare lavoro davvero c era da spaccare la legna, fare da mangiare, pulire la stalla e poi naturalmente i lavori caseari. Il latte appena munto veniva messo in un recipiente e si divideva dalla panna lasciandola affiorare e togliendola utilizzando un mestolo forato di paglia. E con la panna di faceva il burro utilizzando il burcio che era una sorta di grande centrifuga azionata a mano per mezz ora almeno, quando non era un ora intera! Il formaggio si otteneva aggiungendo il caglio al latte che veniva poi fatto riposare un oretta; in questo modo si otteneva una sorta di poltiglia, la tosella, che si depositava sul fondo e che veniva poi sollevata con un grosso telo per poi metterla a dimora nella forma: tre giorni di riposo poi la salatura rinnovata tutti i giorni. A mezzogiorno ci si fermava per il pranzo: polenta, formaggio salame e radici. Quanto alla cena, la sera si consumava un piatto di minestra e delle patate. Arrivato giugno era tempo di consegnare le bestie al pastore che le portava nei pascoli in alta montagna; loro tornavano a Chioè fino ad agosto. Anche lì c era da molto da fare: nuovo fieno (una parte veniva portato in montagna) e la legna per l inverno. Ad agosto le vacche tornavano ancora una volta in casera e lì consumavano una parte del fieno; il resto veniva conservato in fienile per la primavera seguente. Ed ecco ottobre: era il momento di desmontegàr ritornando a Chioè. La vita rallentava, ci si preparava ai primi freddi. Lungo sarebbe stato l inverno, attendendo una nuova bella stagione che avrebbe nuovamente diviso la famiglia. Anche questo imponeva la sopravvivenza delle nostre genti. lontano; varcavano l oceano e sbarcavano in un altro continente: L America. Così fu per Numero 3 Pagina 5

6 Giovanna (così la chiameremo), che in realtà si spostò per raggiungere la parsona amata! Il giovane fidanzato aveva trovato una buona occupazione nel settore edilizio. Quello che vi racconteremo è anche un piccolo romanzo d amore! Giovanna aveva 22 anni quando prese la grande decisione. In Canada, a Toronto, già si trovavano suo fratello ed i suoi cugini; la sorella più grande sarebbe rimasta a casa ad assistere la madre anziana ed in cattive condizioni di salute. Giovanna partì con la nave. Era la prima volta che navigava ma non fu proprio esaltante: soffrì di un tremendo mal di mare Si fece forza con il pensiero che dall altra parte la aspettava il fidanzato che sarebbe venuta a prenderla con la macchina! In Canada erano forse meno rigorosi che in altri paesi stranieri, ma comunque era previsto di presentarsi alla finanza per i controlli di rito. Giovanna avrebbe inizialmente alloggiato a casa dei cugini, una coppia che fu molto ospitale con lei. Ma era una ragazza un po bizzarra: una volta riabbracciato il suo amato si accorse che in realtà non le piaceva più così tanto! Gli chiese di rimandare il matrimonio e intanto si prese tempo Decise allora di trovarsi un occupazione e la trovò in una fabbrica di sartoria. Già sapeva un po d inglese e lì lo imparò velocemente, a differenza di molti altri che facevano una gran fatica: era una giovane intelligente! Nella fabbrica lavoravano molte altre ragazze, diverse italiane. La giornata lavorativa iniziava alle 7.30 e si continuava fino alle 17 con una pausa per il pranzo; andavano a mangiare da un tale che aveva imparato a cucinare italiano. Il sabato e la domenica era libera e allora decise di occupare fruttuosamente il suo tempo trovandosi un altro lavoretto Iniziò così a cucire per un privato. Quest ultimo lavoro era piuttosto redditizio, tanto che Giovanna decise di abbandonare l occupazione in fabbrica per dedicarsi interamente a questo. Intanto aveva trovato il coraggio per dichiarare al fidanzato il suo non amore: poverino, non la prese tanto bene! Giovanna rimase in Canada per 5 anni, fino a che fu richiamata dalla sorella e tornò in Italia. Cossì se se godea Angelo ricorda che quand era bambino si divertiva spesso giocando ad un gioco che ora ci racconta. Con uno stecchino si disegnavano per terra 7-8 quadratini di 20 centimetri di lato, collocati a distanze progressive. Ad ogni quadrato veniva assegnato un punteggio nella maniera seguente: i quadrati più lontani valevano di più di quelli vicini. Si tracciava anche una linea convenzionale ad una certa distanza dai quadrati. Lì si collocavano i vari giocatori che con una pietra in mano prendevano la mira e cercavano di centrare uno dei quadratini. Naturalmente tanto più lontano era il quadrato centrato, tanto più alto era il punteggio guadagnato. I nostri nonni noteranno una notevole somiglianza con una specialità olimpica da noi praticata: quella dl lancio del peso. Come vedete tutto sempre ritorna! Numero 3 Pagina 6

7 La rubrica di Marsi Come ogni anno con l affacciarsi della stagione estiva già pregustiamo le nostre ferie, pronti ad imbottigliarci nel traffico per ore ed ore pur di raggiungere la sospirata meta vacanziera. D altra parte dicono che si deve staccare la spina! Come sanno bene i nostri nonni, invece, un tempo la spina non si staccava mai anche perché a dirla tutta non c era neanche la corrente! E per quanto riguarda la villeggiatura? Si partiva per le ferie non già con una valigia stracolma per lo più di cose inutili, come accade oggi, bensì con el restél e la forca cargai su la schena!. La campagna richiedeva impegno e dedizione anche d estate: sarir e schiarire il sorgo che era troppo fisso; bisognava allora provvedere a togliere qualche piantina in modo che potesse crescere bello e grosso. Si springava le viti col solfato di rame, meglio conosciuto come verderame: ci si caricava la macchina da verderame sulle spalle e via tra un filare e l altro. Povera schiena! Per lei non c era mai pace!! Ma si era disposti a tutto pur di tener lontana la filossera o la pronospera che avrebbero mandato in fumo tanto lavoro e tanti sacrifici. Chi aveva bestie in casa aveva da fare tutto l anno: bisognava nutrirle ( guarnarle) e tenerle pulite. Ecco allora che si andava a far fén, a segar i prà con la falce anche sotto la remòta del sol. Che invidiabile abbronzatura! Anche i bambini avevano le loro responsabilità e ogni mattina, prima di andare a scuola, pulivano la stalla e portavano fuori il letame. Immaginatevi che scia profumata si lasciava quando si entrava in classe! Col letame si riempiva la gerla che, caricata sulle spalle, veniva svuotata nel campo: ottimo concime per il terreno. D estate si montegàva le bestie che potevano mangiare così l erba dei prati con un notevole risparmio di fieno. E poi con l erbetta fresca il latte era decisamente migliore!! Si lasciavano libere al pascolo, ma si doveva stare attenti affinché non sconfinassero nel terreno degli altri provocando baruffe e colorite discussioni. Così lavorando passava l estate senza mai ricordarsi di staccare la spina Turisti per caso a. San Romedio TN Rosina ricorda di una gita fatta tempo fa nella bella Val di Non dove, oltre ad immergerci nella splendida natura trentina, è possibile visitare il santuario dedicato alla figura di San Romedio. Romedio nacque in una ricca famiglia nobile vicino a Innsbruck, ma nel corso di un pellegrinaggio a Roma decise di donare tutti i suoi averi alla Chiesa e di ritirarsi in un luogo isolato per dedicare la sua vita a Dio. Trovò questo luogo di solitudine e preghiera proprio dove ora sorge il santuario a lui dedicato. Alla sua morte, venne scavata una tomba nella roccia che divenne meta di pellegrinaggio. I suoi fedeli e tutti coloro che in vita lo avevano amato costruirono intorno, all anno 1000, la prima chiesetta in cui sono conservate le sue reliquie, gettando le basi per quello che diventerà il santuario che oggi possiamo visitare. Esso si trova in cima ad un picco roccioso ed è formato da cinque chiesette sovrapposte collegate tra loro da una ripida scalina- Numero 3 Pagina 7

8 ta; si dice addirittura che gli scalini da salire siano ben 100! Su Romedio esistono varie leggende, la più nota è quella dell orso. Si racconta che il Santo, volendosi recare a Trento per un ultimo saluto al suo vescovo, chiese ad un suo discepolo di sellargli il cavallo. Il discepolo obbedì al Santo, ma tornò indietro tutto spaventato perché un orso stava sbranando il cavallo. Romedio, senza scomporsi, gli disse di sellargli l orso. Pur essendo poco convito ma fidandosi ciecamente di lui, il discepolo tornò indietro, avvicinò le briglie all animale il quale chinò il grosso capo e si fece sellare tranquillamente. Il Santo poté quindi raggiungere Trento a cavallo dell orso. San Romedio viene invocato in occasione di calamità, disgrazie, incidenti, malattie e pericoli (scampati) di varia natura. due versi in rima April di bei color riempie la via Maggio vive tra musiche d uccelli Giugno ha i frutti appesi ai ramoscelli... (continua ) Maggio risveglia i nidi maggio risveglia i cuori porta le ortiche e i fiori le serpi e gli usignoli. Fra colli, prati e monti di fior tutta una trama canta, germoglia e dona acqua alla terra il ciel. Redatto dallo staff tecnico della Casa di Riposo S.Antonio con la collaborazione degli Ospiti.

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