LINEE GUIDA DEGLI INTERVENTI DI POLITICA ATTIVA LOCALE PER FAVORIRE L IMPRENDITORIALITA SOCIALE

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1 LINEE GUIDA DEGLI INTERVENTI DI POLITICA ATTIVA LOCALE PER FAVORIRE L IMPRENDITORIALITA SOCIALE Progetto Iniziativa Comunitaria Equal Incubatori di impresa sociale IT-S2-MDL-351 A CURA DI ROBERTO LEONARDI E STEFANO MONELLINI IMPRESA A RETE SOC. COOP.SOC.ONLUS

2 INDICE PRESENTAZIONE 3 CAPITOLO 1 L ESCLUSIONE SOCIALE IN EUROPA NEL QUADRO DELLA STRATEGIA EUROPEA DELL OCCUPAZIONE 1.1 L esclusione sociale in Italia tra definizione di disabilità e di fasce 6 deboli 1.2 Il libro bianco di Jacques Delors La Strategia Europea per l Occupazione (SEO): elementi distintivi 12 CAPITOLO 2 LE POLITICHE ATTIVE PER IL LAVORO IN ITALIA IN UN QUADRO LEGISLATIVO NAZIONALE IN MUTAMENTO 2.1 Premessa La legge 68/ Gli strumenti per l inserimento lavorativo ed il ruolo dell economia 23 sociale 2.4 Il decreto n 276, attuativo della legge 14 febbraio 2003, n (Legge Biagi) CAPITOLO 3 LE POLITICHE ATTIVE PER IL LAVORO IN ITALIA NEL QUADRO DEI SISTEMI NAZIONALI E LOCALI DI LOTTA ALL ESCLUSIONE SOCALE 3.1 Le politiche attive del lavoro all interno del sistema delle politiche 42 sociali e del lavoro in Italia 3.2 L economia sociale come ambito privilegiato di sperimentazione delle 44 politiche attive per il lavoro 3.3 Politiche attive per il lavoro, sistemi locali e nuovi sistemi di welfare Il sistema profit e la lotta all esclusione sociale L economia sociale italiana ed i sistemi internazionali 63 CAPITOLO 4 UNA PROPOSTA OPERATIVA: L AGENZIA DI SVILUPPO LOCALE DELL ECONOMIA SOCIALE PER L INCLUSIONE LAVORATIVA 4.1 Finalità ed obiettivi Modello organizzativo 70 CONCLUSIONI 73 BIBLIOGRAFIA

3 PRESENTAZIONE La presente pubblicazione rappresenta uno dei contributi previsti all interno del progetto Equal Incubatori di impresa sociale, promosso dalla FICT, Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche, uno dei più grandi gruppi nazionali che si occupa di lotta alle tossicodipendenze. Il progetto si pone l obiettivo generale, per l appunto, di promuovere l elaborazione e la sperimentazione di incubatori di impresa sociale, che contribuiscano allo sviluppo di bacini occupazionali congrui e praticabili dalle fasce deboli (con particolare riferimento ai target tossicodipendenti, adolescenti a rischio, portatori di handicap fisico e psichico, senza fissa dimora, donne svantaggiate, ecc). La pubblicazione intende delineare delle linee guida, in relazione agli strumenti di politica attiva finalizzati allo sviluppo dell imprenditorialità sociale. Si tratta di una documentazione che trova spazio all interno della macrofase III del progetto, che prevede la Strutturazione di un network a supporto delle future imprese. Il lavoro si situa in uno spazio intermedio tra la macrofase di ricerca (che ha previsto la pubblicazione delle Linee guida per un nuovo sviluppo della cooperazione sociale in Italia, che Impresa a Rete ha articolato in collaborazione con l Università della Tuscia ) e la vera e propria fase di incubazione d impresa, che rappresenta l obiettivo finale del progetto.

4 Inoltre, esso si accompagna, dal punto di vista della sua coerenza logica, ad un altra pubblicazione, a cura di Impresa a Rete, la cui presentazione ed uscita avverrà contestualmente alla presente, ovvero le linee guida per l individuazione delle metodologie di inserimento lavorativo, con particolare riferimento alla valutazione/validazione delle competenze pregresse dei soggetti svantaggiati. La citazione di questi due ultimi lavori sembra necessaria, perché focalizza il percorso all interno del quale troverà spazio il presente lavoro, di taglio più espressamente politico; tale percorso può essere così descritto: dalla individuazione dei settori innovativi in ambito di economia sociale, agli strumenti politici ed imprenditoriali per realizzarli, all analisi delle metodologie coerenti con l obiettivo di realizzare un economia sociale al tempo stesso inclusiva ed efficiente. Il percorso svolto all interno della presente pubblicazione parte dall individuazione delle fasce deboli, al cui servizio, essenzialmente, si pone l impresa sociale e dal processo storico che, in ambito europeo, ha portato ad una ridefinizione delle politiche, degli ambiti e delle strategie di intervento, per poi offrire una panoramica sui principali interventi normativi nazionali italiani ad esse finalizzati. Successivamente si proverà a delineare gli scenari politico-sociali ed economici che rappresentano, attualmente, un opportunità ed un rischio per lo sviluppo dell economia sociale a livello locale, nazionale ed internazionale. Chiuderà il lavoro un ipotesi di proposta operativa che si è definita Agenzia di sviluppo dell economia sociale per l inclusione lavorativa,

5 di cui si intende, a partire dalla presente pubblicazione nell ambito del progetto Equal Incubatori di impresa sociale, promuovere la nascita ed il consolidamento a livello locale. Le linee guida hanno tratto un particolare beneficio da un testo, Valutare il lavoro-gli inserimenti lavorativi dei soggetti in stato di dipendenza in Italia, edito da Guerini e associati, Milano, nel 2004, a cura di Valerio Belotti, realizzato nel quadro di un finanziamento da parte del Fondo Nazionale d intervento per la lotta alla droga, gestito dal CNCA ( Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza ), in partenariato con Impresa a Rete. Impresa a Rete desidera ringraziare sentitamente: - i partners del progetto Equal Incubatori di impresa sociale e le comunità FICT, per l opportunità offerta ad Impresa a Rete di realizzare il presente progetto di studio e ricerca; - tutti gli autori (citati in bibliografia) che, attraverso i loro contributi, hanno arricchito la pubblicazione. Si augura a tutti una buona lettura. Gli autori

6 CAPITOLO 1 L ESCLUSIONE SOCIALE IN EUROPA NEL QUADRO DELLA STRATEGIA EUROPEA PER L OCCUPAZIONE 1.1 L esclusione sociale tra definizione di disabilità e di fasce deboli L ISTAT stima che in Italia la presenza media di cittadini disabili è del 48,5 per mille 1. Il numero di persone disabili in età da lavoro, cioè nella classe d età compresa fra i 15 e i 64 anni, ammontava nel 2001, a unità. In realtà, accanto a questo gruppo, comparirebbero ben persone che, pur denunciando un problema di salute od un handicap, che dura da più di sei mesi o che pensano possa durare per più di sei mesi, non sperimentano difficoltà oppure solo difficoltà saltuarie nelle attività di tutti i giorni. La disabilità è una condizione che ognuno, anche temporaneamente, può sperimentare nella propria vita (dunque, non è più un problema di un gruppo minoritario di popolazione): una delle conseguenze della mutazione di approccio al tema è rappresentata dal fatto che la parola handicap è stata eliminata. 1 ISTAT Le condizioni di salute della popolazione. Indagine Multiscopo sulle famiglie Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari. Anni , ISTAT, Roma, 2001.

7 L Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato, nel 2001, la Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute ( ICF), che 191 Paesi, tra cui l Italia, riconoscono come la nuova norma per classificare salute e disabilità: L ICF misura e classifica la salute e gli stati ad essa correlati ponendo al centro la qualità della vita delle persone affette da patologia, permettendo l evidenziazione di come convivono con la loro condizione e di come sia possibile migliorarla. Si hanno, secondo tale impostazione, due criteri di classificazione delle fasce deboli, e precisamente: A. Fasce deboli tradizionali a. per ragioni legate a fattori fisici congeniti o consequenziali; b. per ragioni legate a patologie psichiatriche: molte di queste patologie sono condizionate dai processi strettamente legati al contesto sociale post-industriale, patologie borderline, doppia o triplice diagnosi); c. per ragioni legate a fattori di contesto familiare pluriproblematico; d. per ragioni legate a fattori legati a scelte di vita alternative. B. Nuove fasce deboli Occorre in questa sede fare riferimento al cosiddetto disagio della normalità, in cui, a seguito dei fenomeni legati ai processi economici e sociali tipici della società occidentale a capitalismo avanzato, possono essere incluse, tendenzialmente, tutte le fasce di popolazione, dal

8 momento che esso non si caratterizza per il vedere applicata ai soggetti che ne soffrono l etichetta di persona in difficoltà. Piuttosto, esso riguarda forme di malessere non necessariamente conclamate e tradizionali (come, ad esempio, l essere tossicodipendenti, malati cronici, in stato di forte deprivazione materiale, detenuti, ecc.), che possono colpire soggetti, appunto, normali 2. Se si prova a definire le dimensioni in cui si può scomporre il concetto, o comunque ad individuarne i fattori che ne sono alla base, potremmo dire che il disagio della normalità può riguardare, tra gli altri, i seguenti aspetti: - un gravoso carico derivato dal lavoro di cura, che aumenta, nelle famiglie, per effetto della prolungata permanenza dei figli a casa e per la presenza di anziani e grandi anziani non in buona salute; - la mancanza di lavoro (sia per coloro che sono in cerca di prima occupazione, sia per quelli che l hanno persa) o la qualità del lavoro (in termini di ritmi elevati, precarietà, lavoro nero, pendolarismo, ecc.); - un basso livello di benessere psico-fisico, derivante da uno stato di salute non soddisfacente o da difficoltà di ordine psicologico; - una situazione economica che rende gli individui e le famiglie insicuri sul futuro e sul poter contare su risorse economiche certe; - una condizione abitativa non soddisfacente, per effetto di problemi che si registrano nell abitazione o nella zona in cui si vive; 2 Montesperelli P., Carlone U.; Primo Rapporto sull infanzia, l adolescenza e le famiglie in Umbria, Regione dell Umbria, Perugia, 2004

9 - un senso di insicurezza, dovuto a problemi di ordine pubblico e di criminalità più o meno diffusa; - relazioni insoddisfacenti, sia intra-familiari (tra coniugi/conviventi, tra genitori e figli) che sociali (rapporti con amici, soddisfazione nel tempo libero, ecc.); - difficoltà derivanti dai passaggi nei corsi di vita, come, ad esempio, dalla pre-adolescenza all adolescenza, dall adolescenza alla vita adulta dall età lavorativa a quella pensionabile; - un senso di incertezza, in termini di assenza o carenza di punti di riferimento che può provocare disorientamento e necessità di aggiornare le proprie mappe cognitive Il libro bianco di Jacques Delors L interesse per la questione dell occupazione e per una strategia comune per le politiche del lavoro ha una precisa collocazione nell ambito dell attività dell Unione Europea: si tratta dell uscita del Libro bianco su crescita, competitività e occupazione dell allora Presidente della Commissione Jacques Delors (1993): il documento nasceva dal tentativo di spiegare un ingente emorragia occupazionale in apparente contraddizione con una crescita della ricchezza prodotta dalla Comunità. Per fronteggiare tale crisi il libro bianco presentava una serie di scelte strategiche integrate che puntavano sul 3 idem

10 rafforzamento dei sistemi di istruzione e formazione e su forme di flessibilità regolata del mercato del lavoro, ma soprattutto sottolineava il ruolo rilevante delle politiche attive per l occupazione e la loro integrazione con quelle macroeconomiche per coniugare in maniera più coerente sviluppo economico e coesione sociale all interno delle varie politiche nazionali 4. Accanto alle indicazioni (che si potrebbe definire, linee guida (a livello embrionale, per lo sviluppo dei politiche attive per il lavoro in ambito europeo) per un approccio strategico e sistemico nei confronti del fenomeno dell esclusione sociale in Europa (linee che saranno poi riprese ed approfondite nei successivi documenti dell Unione Europea, con particolare riferimento alla Strategia Europea dell Occupazione, di cui si avrà modo di parlare in seguito), nel "libro bianco" di J. Delors vengono indicati, tra l altro, alcuni "bacini d'impiego", che coinvolgono in maniera diretta l economia sociale, sia rispetto ai servizi tradizionalmente da essa svolti, sia rispetto a nuovi segmenti imprenditoriali, come pure (ma forse sarebbe meglio dire soprattutto) formule innovative di intervento su entrambi i fronti. Delors individuava infatti: A. I servizi zonali di assistenza, ovvero assistenza domiciliare agli anziani e ai disabili, assistenza sanitaria, preparazione di pasti e i lavori domestici; custodia dei bambini che non hanno ancora raggiunto l'età scolare e, fuori dell'orario scolastico, degli scolari, compresi gli 4 Karuc C.; Lo stato attuale della riforma dei Servizi per l impiego in Belotti V. (a cura di); Valutare il lavoro-gli inserimenti lavorativi dei soggetti in stato di dipendenza in Italia, Guerini e associati, Milano,2004

11 spostamenti tra casa e scuola; assistenza ai giovani in difficoltà, attraverso il sostegno a livello scolastico, offerta di attività ricreative (soprattutto sportive), inquadramento per i più svantaggiati; sicurezza di immobili destinati ad abitazione; piccoli negozi mantenuti in aree rurali ma anche nei quartieri decentrati; B. L'audiovisivo; C. Le attività ricreative e culturali; D. Il miglioramento della qualità della vita, ovvero il rinnovamento dei vecchi quartieri e dei vecchi habitat per migliorare il comfort e garantire meglio la sicurezza, sviluppo dei trasporti pubblici locali, resi più confortevoli, frequenti, accessibili (in particolare ai disabili) e sicuri, e offerta di nuovi servizi quali i taxi collettivi nelle aree rurali; E. la protezione dell'ambiente, ovvero conservazione delle zone naturali e degli spazi pubblici (riciclaggio locale dei rifiuti); trattamento delle acque e risanamento delle zone inquinate; controllo delle norme di qualità; dispositivi per risparmio energetico, segnatamente per le abitazioni. In effetti, Delors, nell indicare strategie e bacini di intervento, mostrava di cogliere, in modo chiaro, che per combattere l esclusione sociale occorreva, da una parte, ridefinire (come si è tentato di esplicitare in precedenza) le fasce di popolazione da ricomprendere nelle strategie di contrasto ai fenomeni descritti, e, dall altro, il ruolo che può essere ricoperto da una programmazione economica inclusiva (di cui l economia sociale può essere definita la punta emergente ), in termini di un suo coinvolgimento diretto all interno

12 delle politiche sociali e del lavoro, in modo tale da poter consentire una maggior efficacia di intervento. 1.3 La Strategia Europea per l Occupazione (SEO): elementi distintivi E a partire dal 1997 che si avvia il processo finalizzato alla costruzione della Strategia Europea dell Occupazione (SEO): in base ad essa, e secondo l approccio centrato sulla presa in carico globale delle problematiche delle fasce deboli rispetto all inclusione lavorativa e sociale, le politiche del lavoro vengono definite una questione di interesse comune. I principi fondamentali della SEO sono: a. la necessità di dotarsi di una strategia coordinata per le rispettive politiche nazionali; b. l istituzione di un meccanismo di sorveglianza multilaterale ; c. la definizione delle 4 linee strategiche di lotta all esclusione sociale: - occupabilità; - imprenditorialità; - adattabilità; - pari opportunità; d. l articolazione di ciascuna linea strategica in specifiche linee direttrici di intervento.

13 Successivamente, all interno dei Consigli europei di Lisbona, di Nizza e di Stoccolma (2000), si punta su un impostazione integrata delle politiche e dei modelli di intervento in tema di esclusione sociale. Le politiche del lavoro sono passate, così, da una prevalente azione passiva di protezione del reddito (o l indennizzazione del soggetto svantaggiato) ad una stimolazione diretta alla partecipazione dei soggetti nel mercato del lavoro (quelle che, almeno in via provvisoria si potrebbe qualificare come politiche attive del lavoro ). In particolare, esse cercano di rispondere ai seguenti requisiti: a. mirare a promuovere capacità e non ad assegnare beni e risorse; b. sviluppare capacità, sia specifiche che aspecifiche (o trasversali); c. analizzare le condizioni soggettive dello svantaggio; d. implementare politiche del corso della vita; e. integrazione tra le politiche del lavoro e le politiche sociali. La SEO rappresenta una struttura comune per i piani d azione nazionali finalizzati a promuovere ed implementare una strategia coordinata per l occupazione all interno degli Stati membri ( ): tra gli elementi essenziali di tale strategia vi è l impegno ad agire in favore di una politica attiva per l occupazione; la necessità riconosciuta di conferire una dimensione locale più accentuata alla politica per il lavoro; l esigenza di sviluppare, modernizzare ed adeguare i Servizi Pubblici per l Impiego (Public Employment Services - PES -); l affermazione dell importanza che rivestono la formazione e il

14 miglioramento delle competenze; l invito ad un maggiore coinvolgimento delle parti sociali 5. E in tale nuovo assetto, preconizzato a livello europeo, che si individua una nuova funzione e responsabilità per le amministrazioni nazionali e locali: in tale sistema, il ruolo strategico è giocato proprio dai Servizi pubblici per l impiego, quali strumenti istituzionali di base del mercato del lavoro con il ruolo specifico di strumenti di attuazione degli orientamenti comunitari, con funzioni rilevanti di diagnostica territoriale e professionale, di monitoraggio della domanda e dell offerta e, soprattutto, con l erogazione di servizi avanzati all utente, sia esso cittadino o impresa. Se pensiamo alle tradizionali strutture operative del collocamento, abbiamo certo ben presente quale sia stato lo sforzo nel doversi adeguare alla nuova filosofia e quindi modernizzare la propria offerta. Per molti di questi, soprattutto nel nostro Paese, il problema è stato passare dal timbro, ovvero dall assoluzione dei semplici procedimenti amministrativi, all erogazione di servizi avanzati d informazione e orientamento di gestione dell incontro di domanda offerta, di promozione dell occupabilità, di creazione di reti territoriale di innovazione dei propri sistemi informativi e di monitoraggio. Per far questo, in Italia, il processo fondamentale è passato 5 L. Incagli e S. Porcari; Strategia Europea per l Occupazione: analisi comparata dei Piani Nazionali d Azione, in M. Giovine (a cura di) Monografie sul mercato del lavoro e le politiche per l impiego, n 6/1999, ISFOL

15 necessariamente attraverso un innovazione istituzionale che ha visto il passaggio delle competenze dal centro alla periferia 6. 6 Karuc C.; op. cit. in Belotti V. (a cura di); Milano,2004

16 CAPITOLO 2 LE POLITICHE ATTIVE DEL LAVORO IN ITALIA IN UN QUADRO LEGISLATIVO NAZIONALE IN MUTAMENTO 2.1 Premessa Nel nostro Paese, il mercato del lavoro si connota secondo caratteristiche che rendono la sfida connessa a politiche del lavoro inclusive particolarmente complessa: ciò è dovuto alle seguenti specificità, che, in forme e volumi differenti, si manifestano in modo piuttosto articolato in tutto il territorio nazionale, e precisamente: - la diffusione del mercato del lavoro sommerso locale; - la parcellizzazione delle funzioni istituzionali, tra soggetti con responsabilità differenziate con scarsa capacità di comunicazione; - i modelli e le metodologie di intervento con forte tendenza alla burocratizzazione, e con carenza di competenze professionali specifiche; - gli interventi indifferenziati nei confronti della generalità della popolazione in cerca di occupazione, con scarsa, se non nulla attenzione alle specificità dell utenza (in particolare, inevitabilmente, i soggetti con disabilità ed/o svantaggio); - la scarsa rilevanza delle reti locali attraverso le quali si dovrebbe comporre il sistema lavoro.

17 Come si è visto in precedenza, le politiche del lavoro si sono trasformate, attraverso il complesso passaggio che, dall Unione Europea, si è trasferito ai sistemi nazionali e locali, da un azione passiva di protezione del reddito alla partecipazione attiva dei soggetti nel mercato del lavoro. Le politiche attive per il lavoro (cui spesso si fa riferimento anche con l acronimo ALMP, Active Labor Market Policies) fanno riferimento a tutti quei provvedimenti volti a rendere più efficiente il funzionamento del mercato del lavoro, adeguando le caratteristiche professionali dell offerta alle richieste della domanda: esse rappresentano, dunque, uno strumento privilegiato attraverso il quale migliorare le possibilità di accesso all occupazione per le categorie più svantaggiate. L Eurostat, attraverso il Modulo LMP (Labour Market Policies) 7, propone uno schema analitico di classificazione di tali strumenti che si struttura in sette tipologie di interventi, che hanno come obiettivo proprio una maggior efficacia delle metodologie di inserimento lavorativo ed inclusione sociale da parte delle persone con skills limitati od in condizione di debolezza rispetto al mercato del lavoro. Esse sono così individuate: 1) supporto e orientamento personalizzati a favore di chi cerca lavoro da parte dei servizi pubblici dell impiego, 2) formazione e addestramento, 7 Cfr. European Commission and Eurostat (2000), Labour Market Policy. Database, Methodology, Luxembourg, April. Cfr. anche European Commission and Eurostat (2003), European Social Statistics Labour Market Policy, expenditure and participants, data 2001, Luxembourg

18 3) schemi di suddivisione del lavoro (job sharing), 4) incentivi all occupazione, 5) politiche di inserimento lavorativo dei disabili, 6) creazione diretta, nel settore pubblico in senso lato, di posti di lavoro, 7) incentivi alle nuove attività di impresa. In Italia, la realizzazione del processo descritto si è sviluppato attraverso le seguenti azioni 8 : 1) promozione dell incontro tra domanda e offerta di lavoro; 2) l informazione e l orientamento professionale, con l obiettivo di migliorare le capacità di scelta autonome degli individui, la loro informazione circa le caratteristiche del mercato e la loro consapevolezza relativamente alle loro capacità e possibilità; 3) sostegno dell inserimento lavorativo dei disoccupati, dei lavoratori cassaintegrati od in mobilità e degli inoccupati di lunga durata; 4) i lavori socialmente utili; 5) la promozione dell occupazione femminile; 6) l inserimento dei soggetti svantaggiati attraverso schemi premiali e promozionali più che come semplice obbligo a carico delle aziende. In Italia, le risorse investite nelle politiche del lavoro sono state dirette a finanziare prevalentemente attività con finalità formative (circa il 51% concernono gli incentivi lavorativi, che hanno finanziato la formazione professionale, soprattutto destinata ai lavoratori svantaggiati) ed ai contratti cosiddetti di causa mista ovvero 8 Fonte CNEL (2000)

19 l apprendistato e la formazione-lavoro, che per molti aspetti sono misure d incentivazione all occupazione. Tuttavia come modalità di erogazione prevalente delle politiche attive rimane, in Italia, quello dello sgravio contributivo per le imprese che assumono i lavoratori svantaggiati od il credito d imposta per le nuove attività di impresa. Si tratta di interventi diversi tra loro che vanno dalle work experiences (tirocini formativi, piani di inserimento professionale e borse di lavoro) all educazione degli adulti (centri territoriali e scuole serali) sostenuta dai progetti del ministero della Pubblica Istruzione, alla formazione professionale regionale. Gli interventi di politica attiva si differenziano anche a seconda della fascia di età a cui appartengono gli interessati. Fino ai 20 anni di fatto l unico intervento attuato è quello dell apprendistato, le politiche che si rivolgono agli adulti invece (dai 45 anni in poi) sono solo il 6% del totale degli interventi, nonostante questa classe rappresenti circa il 14% di coloro in cerca di un lavoro. Il ruolo predominante è occupato dai lavori socialmente utili (il 25,8% di questi incentivi è diretto agli ultra 45enni). Per concludere possiamo dire che gli interventi di politica attiva in Italia si rivolgono soprattutto ai giovani, nel Mezzogiorno troviamo qualche eccezione, qui sono prevalenti gli interventi a favore dei lavoratori più adulti, interessati sia da incentivi all occupazione sia da schemi di creazione diretta di posti di lavoro nel settore pubblico 9. 9 ibidem

20 2.2 La legge 68/ 99 Ma come si incrocia l approccio all esclusione sociale fondato sulle politiche del lavoro con l individuazione di strumenti per realizzare reali progetti di inclusione socio-lavorativa per soggetti disabili e, con essa, il ruolo dell economia sociale di inserimento lavorativo? Innanzitutto, vi è da registrare un passaggio legislativo fondamentale per arrivare a sancire il principio della disabilità non come attributo di un individuo, quanto piuttosto come complessa interazione di condizioni, molte delle quali determinate dall'ambiente, largamente influenzate dagli atteggiamenti e dai comportamenti sociali e condizionate dalle limitazioni create dal contesto umano. L'orizzonte di riferimento diventa, dunque il soggetto disabile ed il contesto lavorativo. Si tratta della l. 12 marzo 1999 n. 68. La l. 68 afferma che il lavoro rappresenta per ogni essere umano il significato della propria vita sociale e relazionale. È, quindi, necessario che l'elemento fondamentale di tutte le normative statuali moderne sia la tutela e la promozione del lavoro, in linea con gli altri basilari principi di tutela, di promozione e di rispetto della persona. Le diverse forme di tutela hanno, comunque, un loro comune denominatore: assicurare ai soggetti con disabilità condizioni di vita dignitose, educazione e - laddove sia possibile - inserimento lavorativo. La Legge n. 68 del 1999 ha esteso su tutto il territorio nazionale la metodologia del "collocamento mirato": questo nuovo approccio,

21 attorno al quale ruota ogni disposizione della legge, parte dalla consapevolezza che ad uno svantaggio fisico, psichico ed/o sensoriale non corrisponde sempre e comunque una riduzione delle capacità lavorative. Infatti, attraverso una "serie di strumenti tecnici e di supporto che permettono di valutare adeguatamente le persone con disabilità nelle loro capacità lavorative e di inserirle nel posto di lavoro adatto, attraverso analisi dei posti di lavoro, forme di sostegno, azioni positive e soluzione di problemi connessi con gli ambienti, gli strumenti e le relazioni interpersonali sui luoghi quotidiani di lavoro e di relazione" (art. 2) è possibile inserire la persona disabile giusta al posto di lavoro adatto. Il concetto fondamentale della l.68 risiede nel principio del collocamento mirato, che implica, in sintesi: - il coinvolgimento ex lege dell economia sociale; - una gestione pubblica non burocratica dell avviamento al lavoro dei disabili; - la finalizzazione non tanto alla sistemazione del soggetto portatore di uno svantaggio (non tanto, cioè, a trovare un lavoro, tout-court), ma ad ottenere un inserimento a pieno titolo (il rispetto del principio dell inclusione socio-lavorativa) nel mondo del lavoro ed, attraverso di questo, una sua piena integrazione sociale. E possibile individuare le linee caratterizzanti della l.68 in tre principi fondamentali: a. la progressiva omogeneizzazione dei circuiti ordinari e speciali di collocamento; f.la liberalizzazione del matching tra domanda ed offerta di lavoro;

22 g. il riassetto politico-organizzativo della presenza pubblica nel mercato del lavoro, mediante il decentramento di funzioni e compiti dello Stato, secondo i criteri di sussidiarietà e d integrazione. Accanto a tali punti di forza, però, è possibile individuare anche alcune criticità, ed esattamente: a. le categorie di cui all articolo 1 della legge non esauriscono le fasce deboli potenzialmente includibili (alcuni esempi, tra gli altri, sono i tossicodipendenti, od i detenuti), nonché le persone non facilmente censibili (ad esempio le persone il cui disagio può essere connesso ai fenomeni legati alle nuove povertà, come pure i senza fissa dimora, le ragazze madri, ecc.); b. l inevitabile difficoltà con cui si opera in funzione dell inclusione di soggetti i cui skills professionali non corrispondono alle richieste ed alle necessità del mercato (i cosiddetti incollocabili ); c. Il matching, esclusivamente realizzato dall ente pubblico o da sue emanazioni (come sono i Centri per l impiego) comporta il rischio di una gestione burocratico-amministrativa del disabile, che contrasta con un reale lavoro di presa in carico complessiva del soggetto svantaggiato.

23 2.3 Gli strumenti per l inclusione sociale ed il ruolo dell economia sociale La legge 68/99 10 prevede, dunque, l'istituzione, a livello regionale e provinciale, dei servizi per l'inserimento lavorativo dei lavoratori disabili, che provvedono, in raccordo con i servizi sociali, sanitari, educativi e formativi del territorio, secondo le specifiche competenze loro attribuite, alla programmazione, all'attuazione, alla verifica degli interventi volti a favorire l'inserimento lavorativo dei soggetti beneficiari della legge 68/99. Ai sensi dell art.12 della l. 68, gli uffici provinciali per l'inserimento lavorativo dei lavoratori disabili possono stipulare una convenzione con i datori di lavoro privati soggetti all'obbligo di assunzione e con le cooperative sociali (CS), di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381, e con i disabili liberi professionisti, anche se operanti con ditta individuale. Tali convenzioni sono finalizzate all'inserimento temporaneo dei lavoratori disabili presso le CS stesse, oppure presso liberi professionisti, ai quali i datori di lavoro si impegnano ad affidare commesse di lavoro. Questa convenzione viene attivata solo in presenza di un accertata difficoltà ad inserire il lavoratore disabile direttamente in azienda, 10 Cfr. Cau A.; Il diritto al lavoro delle persone svantaggiate, in Università degli Studi della Tuscia ed Impresa a Rete soc. coop. Soc. onlus; Linee guida per un nuovo sviluppo della cooperazione sociale in Italia, 2006.

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