UNIVERSITA DEGLI STUDI DI PADOVA

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1 UNIVERSITA DEGLI STUDI DI PADOVA DIPARTIMENTO DI SCIENZE ECONOMICHE E AZIENDALI M. FANNO CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN ECONOMIA E FINANZA TESI DI LAUREA INCREMENTAL RISK CHARGE: UNA NUOVA VALUTAZIONE DEL RISCHIO SPECIFICO DI MERCATO NEL PORTAFOGLIO DI NEGOZIAZIONE - INCREMENTAL RISK CHARGE: A NEW MARKET SPECIFIC RISK ASSESSMENT FOR TRADING BOOK - RELATORE: CH.MO PROF. Bonollo Michele LAUREANDO: Vigato Roberto MATRICOLA N ECF ANNO ACCADEMICO

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3 A Caterina Alla mia famiglia Alle persone che mi vogliono bene

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5 Sommario L Incremental Risk Charge (IRC), requisito patrimoniale sui titoli di debito e teoricamente applicabile anche agli strumenti azionari, è una misura ambivalente in quanto connessa sia al rischio di credito che al rischio di mercato. Essa si inserisce nell attuale scenario di forte crisi economica e finanziaria come misura di rischio volta a sanare le carenze evidenziatesi nel framework normativo Basilea II. Il difetto di regolamentazione era dovuto all inadeguato computo del rischio di default e di credit migration di alcuni strumenti finanziari presenti nel trading book in quanto la misura di VaR su dieci giorni impediva di cogliere eventi estremi e incentivava le istituzioni finanziarie a sfruttare le differenze in termini di buffer di capitale a copertura delle posizioni tra le posizioni detenute nel portafoglio bancario ( banking book ) e nel portafoglio di negoziazione ( trading book ), che consentivano di effettuare arbitraggi tra le due soluzioni. Estendendo la disciplina ad entrambi gli ambiti, il Comitato di Basilea invita le banche a fornirsi di modelli propri per il computo del requisito patrimoniale e detta le linee guida ed i principi cardine del nuovo modello con un approccio in via di perfezionamento e per questo in continua evoluzione.

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7 Indice Introduzione...3 La Gestione del Rischio nelle Istituzioni Finanziarie...9 Il rischio come elemento di redditività...9 Il Risk Management I principali rischi dell attività finanziaria Rischio di credito Rischio di mercato Rischio operativo Il Framework regolamentare I requisiti patrimoniali Il primo accordo di Basilea Market Risk Amendment Il secondo accordo: Basilea II Basilea 2,5 e Basilea 3: nuovi rischi e nuove misure Il trattamento del rischio sui titoli di debito Metodo Standard Metodo dei modelli interni L Incremental Risk Charge Definizione di Incremental Risk Charge Sviluppo normativo dell IRC Documento 134/2007 BCBS Documento 159/2009 BCBS Documento EBA/GL/2012/ Documento 219/2012 BCBS Modelli di calcolo per l Incremental Risk Una rassegna critica della letteratura sull Incremental Risk Charge Modelli in forma strutturale e modelli in forma ridotta Dati di input: la transiction matrix Approcci Through-The-Cycle e Point-In-Time

8 Stima di TM sub-annuali Dati di input: la struttura delle correlazioni Constant position approach vs. constant level of risk approach Tecniche di ribilanciamento Lo sviluppo del modello IRC nel Banco Popolare Contestualizzazione del modello Perimetro del modello Processo di determinazione dell IRC Metodologia di sviluppo del modello Calibrazione del modello Stima e calcolo dell Incremental Risk Charge Una nuova sfida: l IRC combinatorio Possibili soluzioni euristiche Valutazione del modello IRC e conclusioni Obbiettivi della misura di Incremental Risk Charge Valutazione della misura di IRC Valutazione del modello IRC Conclusioni

9 Introduzione Il nuovo secolo si è aperto all insegna della prosperità economica, con tassi di crescita molto sostenuti in tutti i Paesi mondiali e con mercati finanziari particolarmente brillanti, in uno scenario globale positivo e favorevole. La fiducia dei mercati si è evidenziata anche nelle principali variabili macroeconomiche, quali i tassi di interesse, che si sono ridotti a livelli minimi conducendo a tassi di insolvenza quasi nulli e a spread creditizi molto esigui. In questa situazione, il contesto si è rivelato particolarmente favorevole alla creazione e diffusione di strumenti finanziari innovativi quali i contratti derivati, che inizialmente erano stati creati allo scopo di coprire i tipici rischi finanziari (rischio di credito e di mercato), ma sono divenuti nel tempo attraverso pratiche di ingegnerizzazione e comportamenti opportunistici strumenti di speculazione per eccellenza. Il grado di incertezza associato a questi asset e la loro elevata volatilità si sono rivelati essere fattori determinanti nella valutazione dei rischi che si è dimostrata totalmente inadeguata e ha di conseguenza comportato effetti controproducenti per l intero sistema bancario e finanziario, dando luogo ad un elevata instabilità dei mercati finanziari, che si è successivamente evoluta in conseguenza di una serie di fattori esogeni ed endogeni in una forte crisi economica, che ha avuto avvio con la crisi finanziaria globale del 2007 e che tuttora è in corso. Tale situazione ha ampiamente dimostrato la necessità di regolamentazioni stringenti e sempre al passo con i repentini cambiamenti del mercato da parte delle Autorità di Vigilanza, tra le quali il Comitato di Basilea e l European Banking Authority (EBA) sono i principali legislatori in materia: essi devono accertare eventuali imperfezioni e lacune della normativa esistente, le quali potrebbero essere sfruttate dalle istituzioni finanziarie per ottenere vantaggi e ridurre i propri requisiti patrimoniali. In tal modo infatti gli enti creditizi tendono a liberare disponibilità liquide per ulteriori impieghi, sottostimando le possibili perdite che possano avvenire in condizioni di mercato avverse in virtù di fattori congiunti particolarmente negativi. La normativa Basilea II, entrata in vigore nel 2006 e in essere nel momento in cui la crisi ha avuto il sopravvento, ha palesato tutti i suoi limiti e la sua fallacità. Gli elementi critici più evidenti in questo contesto sono stati: l incapacità del patrimonio di base (Tier 1) a funzionare come effettivo requisito patrimoniale a copertura dei rischi, in quanto la sua composizione risultava essere in larga misura costituita da strumenti ibridi che non garantivano immediata solidità; 3

10 la prociclicità delle misure regolamentari, ovvero l amplificazione delle fluttuazioni cicliche del mercato, dovuta al peggioramento dei rating nelle fasi di ciclo economico negativo con conseguente contrazione degli attivi e dei prestiti e maggiore necessità di raccolta di capitale come buffer del rischio l inadeguata valutazione del rischio di mercato nel trading book, basata sui fair value delle posizioni che nei momenti di massima tensione dei mercati sono crollati, e in alcuni punti carente come evidenziato dalla mancanza di un requisito per il rischio di default ed il rischio di migrazione dei rating; la mancanza di misure relative alla liquidità, che nel corso degli anni è stata prosciugata dalle pratiche di cartolarizzazione e che, in un clima di sfiducia generale, si è ulteriormente contratta anche all interno del mercato interbancario, che invece in precedenza aveva aiutato ad attenuare tali situazioni drenando moneta all interno del sistema finanziario; la presenza di banche sistemiche, che attraverso le loro interconnessioni hanno favorito la propagazione degli shock in modo più rapido ed incontrollato; l effetto di leverage, in quanto nel periodo antecedente la crisi molte banche avevano attuato strategie molto aggressive sui mercati con livelli di leva finanziaria insostenibili nel lungo periodo. Gli effetti combinati dovuti a tali criticità e ad ulteriori fattori sistemici in una situazione di mercati fortemente stressati ha condotto ad uno scenario di forte turbolenza finanziaria ed economica, con tassi di insolvenza in forte crescita, ampliamento degli spread creditizi degli Stati sovrani, ripetuti downgrade di posizioni considerate fino a poco tempo prima solide e solvibili e ad un clima di elevata incertezza che ha reso i mercati molto volatili ed alquanto instabili. Il lavoro di tesi si focalizza allora sull analisi della regolamentazione e dello sviluppo normativo avvenuto in questi anni ed in particolare approfondisce, proprio per la problematicità dei suoi aspetti uno degli elementi più controversi all interno del trading book, ovvero la valutazione del rischio connesso alle posizioni in titoli di debito, che è attinente al market risk poiché gli strumenti sono negoziati e sono soggetti alle fluttuazioni tipiche dei mercati di scambio in particolare nel caso di downgrade o upgrade, ma anche al credit risk per la natura creditizia dei singoli strumenti e la possibilità che essi possano cadere in uno stato di default nel quale la controparte diviene insolvente, mancando il rimborso della propria obbligazione. 4

11 Nel primo capitolo, dopo una prima definizione della nozione di rischio, si afferma la natura funzionale degli elementi di incertezza nel contesto dell attività d impresa degli istituti finanziari, poiché è solo in virtù della posizione di risk-holder che le banche riescono a generare remunerazione del capitale, ma svolgendo esse anche una funzione di interesse pubblico devono essere soggette ad una attenta regolamentazione in merito. Successivamente, si descrivono le principali strutture incaricate negli enti creditizi del presidio e della gestione del rischio, le quali svolgono un compito di monitoraggio e di implementazione al fine di generare redditività. Infine, sono illustrate le principali tipologie di rischio che la normativa prevede, specificandone la natura per comprenderne i fattori rilevanti e gli elementi critici. Nel secondo capitolo si approfondisce il tema dei requisiti patrimoniali richiesti dalle Autorità di Vigilanza agli istituti finanziari: si parte dall analisi della composizione del capitale che deve permanere a copertura dei rischi propri dell attività creditizia e finanziaria, per poi descrivere in un excursus storico-regolamentare l evoluzione della disciplina, partendo dal primo accordo di Basilea I, passando per Basilea II che ha totalmente revisionato la prima circolare ed infine giungendo alla nuova disciplina di Basilea III, fino ad oggi caratterizzata da rettifiche specifiche sui singoli aspetti che entreranno in vigore congiuntamente dal Una volta presentati i diversi set normativi, ci si concentra sul trattamento del rischio sui titoli di debito che è l elemento cardine della nostra indagine, analizzando i buffer di capitale necessari a livello generico e specifico e secondo i diversi approcci che la disciplina consente di adottare. Il terzo capitolo è dedicato all Incremental Risk Charge (IRC), nuovo requisito di capitale disegnato dal Comitato di Basilea nel 2007 per far fronte al rischio di default e poi esteso nel 2008 anche alla valutazione del rischio di credit migration, dovuto alle variazioni dei rating sia esterni, attraverso i pareri delle agenzie riconosciute (Moody s, Standard&Poor s, Fitch, ecc), sia interni nell ambito degli approcci Internal Rating Based (IRB) per la stima della propria esposizione. Per comprendere appieno la misura, dopo averne illustrato la definizione proposta dal Comitato di Basilea e recepita all interno della circolare 263/2006 della Banca d Italia, si segue l intero percorso evolutivo della misura, dal suo primo rilascio come default risk requirement (IDRC) del 2007 fino all ultima definizione presentata nel maggio 2012 dall EBA, attraverso le diverse circolari del Comitato di Basilea che in questi anni hanno sviluppato il concetto disaminandolo in ogni suo aspetto. L Incremental Risk Charge è entrato in vigore a partire dall inizio dell anno 2012, ma è soggetto ad un continuo processo di revisione e di aggiornamento: in tal senso anche l ultima circolare del Comitato spinge la misura verso una visione sempre meno deterministica e più stocastica. 5

12 Nel quarto capitolo si propone una panoramica della letteratura in essere sull Incremental Risk Charge, di recente pubblicazione data la novità del requisito normativo. Si illustrano i principali contributi in merito e si descrivono le differenze che caratterizzano le varie possibilità adottabili come assunzioni di base: si delinea dunque un confronto tra i modelli strutturali e i modelli in forma ridotta, tra l approccio constant position ed il metodo constant level of risk e tra le diverse tecniche di ribilanciamento lungo gli orizzonti di liquidabilità. Vengono inoltre presentati i parametri di input del modello, in particolare la matrice delle probabilità di transizione e la struttura delle correlazioni, anche qui identificando le diverse possibilità di stima e gli impatti che esse provocano sull output finale. Rispettivamente, verranno indagati per la matrice di transizione i metodi Through-The-Cycle e Point-In-Time e per le correlazioni l approccio Equity Returns e la metodologia Asset Correlation via Default Rates. In quest ottica, si procede da un approccio teorico a una modellizzazione sempre più concreta ed avanzata, soffermandosi sulle issues di maggiore interesse e complessità, tentando di portare in luce quegli elementi che, nell implementazione del modello e la sua costante messa a punto, possano risultare imperfetti ed incompleti portando ad una stima inadeguata del rischio di mercato specifico sui titoli di debito per la componente IRC. Dopo aver affrontato la difficoltà di progettare un modello univoco adeguato alla misura dell Incremental Risk, il quinto capitolo affronta con concretezza lo sviluppo di una soluzione specifica con la presentazione del modello implementato dal gruppo Banco Popolare, spiegandone la costruzione e le logiche matematico-statistiche sottostanti. Vengono innanzitutto spiegate le assunzioni di base ed il framework che si intende utilizzare, per poi scendere nel dettaglio partendo dal perimetro di posizioni sul quale viene applicato il processo ed indicando l intero sviluppo della procedura con un attento focus ad ogni fase ed alle criticità implicite da esse generate. Una volta giunti ad una stima dell Incremental Risk Charge adeguata e coerente con il percorso di sviluppo che si è scelto, si affrontano i problemi computazionali del metodo Montecarlo, cercando nuove vie euristiche per la risoluzione del problema. In particolare, partendo dall idea che si possano mappare tutte le possibili combinazioni simulabili dal modello in un albero e che vi sia dunque un indagine sull IRC combinatorio, si tenta di ottenere un risparmio computazionale rispetto alla complessità del modello originario e si propongono possibili vie di sviluppo futuro che possano condurre ad un layout definitivo. Infine, nell ultimo capitolo vengono valutate le stime ottenute in merito all Incremental Risk Charge, sottolineando che la complessità del modello pone problemi di model risk che sono di difficile quantificazione a causa della limitata possibilità di procedure di backtesting. Si 6

13 descrivono inoltre i punti di forza e i limiti intrinseci delle stime, guardando ai futuri sviluppi proposti dal Comitato di Basilea sempre più rivolti verso il calcolo stocastico con il rilascio di ogni parametro deterministico. giungendo al termine a trarre delle conclusioni che possano indicare eventuali futuri sviluppi sia tecnici per il miglioramento dei modelli, sia normativi affinché non esistano ulteriori punti deboli all interno della regolamentazione. 7

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15 Capitolo 1 La Gestione del Rischio nelle Istituzioni Finanziarie Il rischio come elemento di redditività Lo svolgimento dell attività caratteristica di esercizio del credito ed investimento dei fondi da parte degli intermediari finanziari porta tali soggetti ad essere dei risk-owner. Le esposizioni, il cui rischio è collegato all incertezza dei risultati attesi, vengono detenute allo scopo di trarre profitti attraverso la remunerazione per interessi del capitale concesso per quanto riguarda il credito e mediante i rendimenti di mercato per ciò che concerne gli investimenti. L obbiettivo degli istituti finanziari è infatti di cogliere le opportunità redditizie derivanti dall assunzione dei rischi, ovvero il cosiddetto upside risk: data la distribuzione di probabilità dei payoff di un impiego, sia esso creditizio o di mercato, questo corrisponde all insieme delle alternative che prevedono un extra-rendimento rispetto al valore medio atteso, mentre nel caso in cui il payoff finale sia inferiore all expected value si parla di downside risk, il quale produce in seno all intermediario finanziario una perdita di valore. Generalizzando, possiamo denotare come rischiosa qualsiasi attività relativa all operatività dell ente creditizio nella quale il flusso monetario finale non è noto con certezza a priori, ma si genera nel tempo come risultante di più fattori generici e specifici che impattano sulla posizione. Per le istituzioni finanziarie quindi, è di interesse primario predisporre sistemi organizzativi e modelli di stima che si occupino, anche attraverso tecniche avanzate, del controllo, della valutazione e della gestione del rischio in tutte le sue forme, in modo da poter analizzare le sue dinamiche e sviluppare eventuali strategie future, poiché esso è la fonte principale di economicità, attraverso la remunerazione del capitale e degli impieghi. Il processo di gestione del rischio risulta dunque essere essenziale e di fondamentale importanza all interno delle istituzioni finanziarie, coerentemente con la propensione al rischio e il profilo di rischio/rendimento prescelto da queste ultime, ma anche funzionale poiché l incertezza si genera nel consueto svolgimento dell attività bancaria. L ente si deve quindi specializzare nella stima dei rischi con adeguate strutture, prestando attenzione alla loro natura: i rischi principali connessi al core business dell istituzione finanziaria sono indubbiamente il rischio di credito ed il rischio di mercato, tuttavia nel corso degli anni le Autorità di Vigilanza hanno identificato ulteriori fonti di incertezza da monitorare: si tratta del 9

16 rischio operativo, la cui disciplina è stata avviata con la delibera di Basilea II, e altri rischi (rischio di default e di credit migration, di liquidità, di concentrazione, di controparte, ecc.) che sono stati individuati a partire dal 2007, in quanto evidenziati dalle condizioni di stress e tensione dei mercati finanziari. Le banche devono quindi attivare processi idonei e metodologie adeguate per la valutazione del rischio e la sua conseguente gestione, che risulta essere di vitale importanza in particolare in situazioni avverse di mercato. Il Risk Management La gestione del rischio all interno degli enti finanziari ha assunto nel corso degli anni sempre crescente rilevanza, a seguito dello sviluppo del Sistema Finanziario Internazionale e dei mercati di scambio, sia regolamentati che OTC. Nel corso degli anni 70, anche a seguito della nascita nel 1974 del Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria (BCBS, Basel Commitee for Banking Supervision), le principali banche mondiali hanno sentito la necessità di dotarsi di specifiche unità organizzative, che si occupassero quindi della stima dei rischi collegati alle esposizioni detenute, in modo da poter gestire in ottica strategica le posizioni. Col passare del tempo e con l aumento della complessità sia dei mercati che degli strumenti in essi negoziati, la gestione del rischio si è evoluta da un processo univoco di stima e conseguente strategia ad un complesso meccanismo in continuo perfezionamento fatto di attività di presidio, controllo, stima, test e verifica che solo in ultima analisi portano alla gestione strategica. Il Risk Management, dunque, è definibile semplicisticamente come processo di misurazione del rischio collegato ad una attività e di successiva gestione delle strategie relative a tale posizione, ma già a partire da questo ambito è possibile distinguere tra le funzioni di: Risk Measurement, come struttura di produzione delle stime quantitative di rischio attraverso metodi matematici e modelli statistici, sia di tipo statico che dinamico, che approssimino le variabili oggetto di analisi in modo coerente e forniscano output finali di valutazione del grado di incertezza a cui sono sottoposte le attività dell istituto finanziario; Risk Management, inteso come contesto di allocazione del capitale per la copertura dei rischi su indicazione delle analisi prodotte dal Risk Measurement, di implementazione di nuove strategie e di targeting dei livelli di rischio, secondo la pianificazione degli 10

17 obbiettivi da parte degli organi superiori ed in conformità con il profilo di rischio e rendimento adottato. L ampliamento della sfera di competenze del Risk Management e il suo potenziamento è andato via via aumentando con la prima normativa Basilea I del 1988, con il Market Risk Amendment (MRA) del 1996, a seguito della profonda revisione dettata da Basilea II nel 2004 e ancora oggi con le diverse circolari che prospettano un nuovo set normativo, Basilea III. Tutto ciò ha reso attualmente il sistema di Risk Management molto significativo all interno delle strutture bancarie ed interconnesso con tutti gli altri ambienti, poiché coinvolti nella sua attività. I principali rischi dell attività finanziaria I principali rischi relativi all attività finanziaria derivano dalla possibilità che le performance ex-post dei fondi impiegati siano inferiori ai risultati attesi dall investimento, sia esso di natura creditizia o connesso ad attività di negoziazione sui mercati. Ne consegue che, essendo il core business dell istituzione finanziaria legato a queste due attività, i poli principali di rischio siano il rischio di credito ed il rischio di mercato. Un terzo rischio funzionale e collaterale in quanto collegato alla mera operatività nello svolgere le mansioni è il rischio operativo, dovuto a singoli eventi che possano comportare perdite. Ognuna di queste tipologie di rischio, naturalmente, è influenzata da fattori macroeconomici comuni che provocano rischio generico e da fattori intrinseci e specifici della posizione che generano rischio specifico, abbattibile attraverso la diversificazione all interno del portafoglio bancario delle esposizioni creditizie e nel portafoglio di negoziazione attraverso combinazioni adeguate di investimenti. Rischio di credito Il rischio di credito si riferisce all attività tradizionale della banca di esercizio del credito nell ambito dell intermediazione finanziaria e si sostanzia nel mancato rimborso del debito ovvero nell insolvenza della controparte. Considerato un contratto di finanziamento, infatti, il credit risk è la misura dell eventualità che il contraente sia insolvente in tutto o in parte nel assolvere alla propria obbligazione: ciò può essere causato da una variazione inattesa del merito creditizio della controparte alla quale consegue una variazione inattesa del valore dell esposizione creditizia. In quest ottica, non solo lo stato di default è da valutarsi come rischio di credito, ma anche l eventuale downgrade della controparte, il quale provoca sul 11

18 mercato una riduzione del valore degli strumenti ad esso collegati e l ampliamento degli spread creditizi, portando ad una perdita nel portafoglio degli impieghi dell ente. Altri elementi relativi al rischio di credito sono poi il rischio di concentrazione, che riflette la possibilità che gruppi di esposizioni siano collegate per controparte o settore e quindi sottoposte ai medesimi macro-fattori ed il rischio Paese che si collega all insieme di esposizioni che si mantengono con investitori esteri e sono quindi soggette agli impatti delle variabili macroeconomiche di quello Stato, siano esse esposizioni in strumenti emessi dagli Stati sovrani o da controparti afferenti a quel determinato Paese. Secondo la logica appena evidenziata, le esposizioni creditizie risultano avere elementi di aleatorietà ed il rischio di credito è assimilabile ad una distribuzione di probabilità, nella quale il caso di insolvenza rappresenta un evento estremo: si può assistere quindi ad un iniziale deterioramento del merito creditizio che non comporta perdite immediate, ma aumenta la possibilità che queste possano concretizzarsi in futuro. Proprio per questa facilità di rappresentazione, molti modelli di stima associano ad ogni singola esposizione una distribuzione di valore, fissando una soglia di default (default threshold) che dipende da più variabili endogene ed esogene e sotto la quale si realizza una perdita, il cui importo varia secondo alcuni parametri fissati e relativi alla singola controparte. Rischio di mercato Il rischio di mercato si riferisce al fatto che il valore di mercato di uno strumento finanziario possa variare a seguito di variazioni inattese delle condizioni di mercato (prezzi, cambi, tassi d interesse, commodity, volatilità, ecc.). Tali rischi sono abitualmente detenuti dagli istituti finanziari all interno del portafoglio di negoziazione, ma esistono anche ulteriori asset allocati nel banking book (solitamente soggetti al rischio di tasso d interesse) o destinati allo scopo di investimento a lungo termine che subiscono l impatto dei fattori di rischio e generano in tal modo un loro proprio market risk. Il rischio di mercato è quindi riferibile in larga parte alle posizioni in valuta, ai titoli azionari ed obbligazionari, agli strumenti derivati e più in generale a tutte le attività e passività che vengono negoziate dalla banca. Per la loro natura e per le variabili che su di essi impattano è possibile identificare cinque categorie di rischi di mercato, connesse al fattore specifico sottostante: Rischio di Cambio, presente nel caso in cui gli investimenti siano denominati in valuta estera o abbiano come sottostante un tasso di cambio (come ad esempio i currency futures, le currency options o i currency swap); 12

19 Rischio di Interesse, se il valore di mercato degli strumenti è sensibile alle variazioni dei tassi di interesse come nel caso più evidente delle obbligazioni o altri strumenti quali cap, floor, forward rate agreement ed interest rate swap; Rischio Azionario, connesso all andamento dei corsi azionari: in questo caso non sono solo le posizioni in equity ad esserne impattate, ma anche i derivati come le stock options e gli stock-index futures per la natura azionaria dei loro sottostanti; Rischio Merci, legato al prezzo delle materie prime (commodity) che impatta sugli strumenti su di esse scritti (quali i commodity futures, le commodity options o i commodity swap); Rischio di Volatilità, quando il valore di mercato delle posizioni assunte è sensibile alla volatilità dei cambi, dei tassi d interesse, dei prezzi azionari e delle commodity oppure nel caso in cui esistano derivati che hanno come sottostante la volatilità di uno strumento. Inoltre, il rischio di mercato è scomponibile in rischio generico e rischio specifico, intendendo nel primo caso la componente di rischio sistematica che deriva dalle fluttuazioni di mercato e che risulta non eliminabile, poiché connessa ai fattori macroeconomici, mentre invece nel secondo caso ci si riferisce all incertezza derivante dalle caratteristiche peculiari del singolo strumento finanziario e quindi del suo emittente o del sottostante nel caso di derivati creditizi. Il rischio specifico, al contrario del rischio generico, è contrastabile attraverso pratiche di diversificazione che riducono le esposizioni nei confronti di una singola fonte di rischio e permettono quindi di attenuare il rischio controbilanciandolo con altri investimenti all interno del portafoglio di negoziazione. Rischio operativo L aumento della complessità nella gestione aziendale degli intermediari finanziari ha condotto ad una crescente esposizione verso i rischi operativi, rischi che sorgono inevitabilmente nel normale svolgimento dell attività d impresa e possono essere quindi considerati di natura endogena. Tale tipologia di rischio è definita nella regolamentazione quale causa di perdite derivanti dall inadeguatezza o dalla disfunzione di procedure, risorse umane e sistemi interni o da eventi esogeni: ne segue che il focus deve essere rivolto ai processi in primis e alle risorse umane e tecnologiche che li governano, senza dimenticare gli eventi esterni di difficile quantificazione data la loro imprevedibilità. La definizione in sé porta quindi ad includere nel novero dei rischi operativi anche il rischio legale, mentre altre fattispecie quali il rischio reputazionale e strategico ne vengono escluse. 13

20 In sintesi, il rischio operativo è costituito da tutte le anomalie che possono determinare una perdita economica per l ente come maggior costo o minor ricavo, in quanto l output aziendale subisce un impattato negativo da questi elementi. Le perdite generate sono quindi classificate in base alle linee di business nelle quali esse sono prodotte e per tipologia dell evento di perdita, poiché esistono una molteplicità di fonti: oltre ai rischi di processo e a quelli connessi ai sistemi informativi, si possono identificare i rischi di frode, i rischi di danno materiale, il rischio legale ed i rischi collegati alle pratiche commerciali, quali il rischio distributivo, il rischio di outsourcing ed il rischio cliente, dove quest ultimo si valorizza nella perdita di quote di mercato. Per valutare e gestire i rischi, le banche devono utilizzare procedure di Self-Risk Assessment che siano in grado di misurare la propria vulnerabilità attraverso sistemi di score in grado di sintetizzare la possibilità di perdite operative e identificando con tecniche di risk mapping gli ambiti maggiormente soggetti a rischio, con l associazione di indicatori statistici e finanziari che evidenzino lo sviluppo di eventuali anomalie. 14

21 Capitolo 2 Il Framework regolamentare I requisiti patrimoniali I requisiti patrimoniali imposti dalle Autorità di Vigilanza agli istituti finanziari sono il principale strumento di tutela a favore dei creditori terzi, poiché gli attivi della banca possono essere soggetti a perdite attese ed inattese, dovute all attività tipica di esercizio del credito e di investimento nel mercato da parte delle istituzioni creditizie. Poiché tali istituzioni non rappresentano solamente interessi privati, ma svolgono anche una funzione di pubblica utilità, un requisito minimo di capitale a copertura del rischio è necessario e, a maggior ragione, gli attivi più rischiosi dovrebbero richiedere una protezione superiore che si traduce in una quantità maggiore di capitale da detenere. Ciò conduce al bisogno di porre in relazione il requisito patrimoniale con i rischi sottesi all attività d impresa della società, perciò la questione risulta essere di importanza strategica per la redditività dell istituzione, che potrebbe utilizzare tali capitali in ulteriori impieghi secondo un principio di economicità. In prima analisi, i rischi bancari caratteristici sono il rischio di credito disciplinato fin dal primo accordo del lontano 1988 dal Comitato di Basilea, il rischio di mercato normato inizialmente attraverso il Market Risk Amendment del 1996 ed il rischio operativo, la cui regolamentazione si è avviata nel 2004 con la rivisitazione del primo accordo ed il conseguente rilascio del nuovo set normativo di Basilea II. Esistono naturalmente anche ulteriori tipologie di rischio (rischio di liquidità, di default e credit migration, di controparte, di concentrazione, ecc.), il cui effetto si è evidenziato particolarmente nel corso della crisi finanziaria globale avviatasi nel 2007, ma possiamo facilmente ricondurre tali fattispecie alle tre categorie appena indicate, seppur presentino peculiarità proprie che devono essere indagate in modo approfondito. Al fine di limitare tali rischi, gli istituti finanziari devono detenere risorse (il cosiddetto buffer di capitale) in misura adeguata a sopportare eventuale perdite future collegate agli elementi tipici di incertezza della loro attività ed il capitale posto a protezione, detto patrimonio di vigilanza, può essere classificato secondo la normativa stessa in patrimonio di base (Tier 1) e patrimonio supplementare (Tier 2 e 3), in virtù degli elementi che lo compongono e del livello di patrimonializzazione che li caratterizza. In particolare, il patrimonio di base si compone di 15

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