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1 Omelia nella Messa In Coena Domini In cattedrale 1. L inizio così solenne del capitolo tredicesimo del Vangelo secondo Giovanni or ora proclamato ci svela il segreto del compimento della vita di Gesù e della sua opera nei giorni dell ultima e definitiva Pasqua della sua vita, che svelò e compì il significato profetico della Pasqua ebraica. Prima della festa di Pasqua - dice il testo, lo riascoltiamo - Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre. Lasciamo sospesa la citazione, che riprenderemo fra un attimo, e notiamo che queste parole esprimono il senso proprio della Pasqua, del passaggio. Dio era passato in Egitto - abbiamo sentito nella prima lettura visitando il suo popolo e per liberare il suo popolo, e lo aveva fatto passare dalla condizione di schiavitù alla condizione nuova della libertà e dell alleanza. La salvezza degli Ebrei consisté, appunto, in quel passaggio pasquale. E la salvezza della vita consiste nel suo passare da una condizione terrena inquinata dal peccato, appesantita dal dolore, distrutta dalla morte, a una condizione che è quella stessa di Gesù, Figlio di Dio che si è fatto nostro fratello per rendere anche noi partecipi di Lui e quindi figli di Dio in pienezza. Dunque: Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora - l ora suprema, l ora rivelatrice, l ora per eccellenza della sua vita, l ora in cui si manifesta tutta la profondità del suo essere umano-divino e della sua opera - l ora di passare da questo mondo al Padre (da questo mondo, cioè, nel quale era venuto, al Padre dal Quale era stato inviato per far passare tutti noi, con Lui, alla salvezza), dopo avere amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv.. 13,1). Tutta la vita di Gesù, tutto il suo ministero, come ci raccontano i Vangeli, sono stati una continua donazione gratuita, un unico atto permanente di amore senza limiti, e per tutti, anzitutto per coloro che aveva scelto come suoi discepoli ed apostoli. Ma, ecco, dopo averli amati immensamente, li amò sino alla fine, ossia fino all estremo. Il gesto espressivo di un tale amore estremo fu secondo Giovanni la lavanda dei piedi, che stava a significare la sua carità spinta fino all abbassamento supremo. Abbassamento ineffabile fu l incarnazione del Figlio di Dio e l assunzione da parte di Lui della nostra natura e della nostra condizione, delle conseguenze del peccato del mondo, del nostro dolore e della nostra morte, e tutto ciò al fine di farci superare il peccato, il male e la morte. Come dice S. Agostino, fece sua la nostra morte per fare nostra la sua vita. Ma l abbassamento ineffabile dell Incarnazione e di tutta la sua vita ebbe il suo punto più profondo è più ineffabile nella sua passione e morte, premessa della sua resurrezione ed esaltazione e del dono fecondissimo dello Spirito Santo. La sua Pasqua fu il passaggio dei passaggi, l atto supremo della sua opera, che la Chiesa rivive nel memoriale sacramentale ed eucaristico. 2. Che cosa fece in quella sera Gesù? Oltre a Giovanni, ce lo dice Paolo nel brano della Prima Lettera ai Corinzi che abbiamo ascoltato da poco, ce lo dice l intera liturgia di questa Messa in Cena Domini. Ricordiamo, intanto, che quella sera introduceva l ora riassuntiva di tutta la sua vita, la sua

2 ora per eccellenza, l ora della sua angoscia di abbandonato, della sua tortura, della sua condanna infame, della sua umiliazione, della sua morte in croce, e poi della sua sepoltura e finalmente della sua resurrezione. Ebbene, quella sera nel cenacolo e nella notte successiva, nella notte in cui veniva tradito ossia consegnato ai nemici, Egli si consegnò, si offrì, si donò a noi fino all estremo in obbedienza d amore al Padre. Fu tradito, fu consegnato ai suoi nemici, ma in realtà si deve dire guardando le cose più profondamente - che fu Lui a consegnarsi e offrirsi all umanità, anticipando sacramentalmente nella cena pasquale il sacrificio della croce che di lì a poche ore avrebbe compiuto e sofferto nella sua umanità assolutamente santa, spezzata dal dolore, dal dolore accettato e vissuto per un amore e con un amore senza limiti. La sua umanità era - come dice un espressione teologica consacrata dal Magistero era ipostaticamente unita al Verbo di Dio, il che significa che in quel dolore supremo era coinvolta misteriosamente, in maniera ineffabile, la sua stessa Persona divina e di conseguenza l intera Santissima Trinità. La consegna di Gesù avvenne anzitutto nell Eucarestia. La sua cena pasquale con gli apostoli nel cenacolo - secondo quanto raccontano Paolo e i tre evangelisti sinottici - era l avveramento e il compimento della cena pasquale ebraica, radicata nella grande vicenda dell esodo di Israele dall Egitto. La cena degli Ebrei stava a significare la presenza salvatrice di Dio - l esserci di Dio - col suo popolo e per il suo popolo, e l inizio perciò del viaggio di liberazione verso la Terra promessa. La cena pasquale di Gesù significò e iniziò la suprema presenza del Dio dell alleanza e della salvezza, il dono totale del Figlio da parte del Padre, del Figlio fattosi Servo e Agnello del riscatto e della redenzione. Gesù si consegnò nel segno del pane spezzato, frutto del grano seminato e macerato, e nel segno del vino che è frutto dell uva spremuta: nel segno del pane e del vino trasfigurati e trasformati, però, dalla sua Parola nella sua intera sostanza umano-divina offerta per tutti noi, data per la salvezza del mondo. Quel segno del pane e del vino, così, era il memoriale del suo dono estremo al mondo e del dono estremo che, in Lui, il Padre faceva irrevocabilmente al mondo. Donandoci il suo Figlio, che cosa ci poteva dare di più? Il Figlio Inviato e Incarnato, il Figlio dato per l umanità, il Figlio sacrificato ed esaltato, ha condiviso la nostra vita per illuminarla e per liberarla dall alienazione e dalla frattura di fondo che è il peccato, da cui conseguono tutte le altre fratture, alienazioni e divisioni, per liberarla dal dolore irredento e dal buio della morte. La morte nell orizzonte e in forza della Pasqua di Gesù - non è più la nostra prigione senza scampo, la prigione del nostro spirito e neppure del nostro corpo. Anche il corpo, insieme all anima spirituale a cui è sostanzialmente unito, è destinato a riprendere vita partecipando alla condizione di Cristo risorto. L intero essere umano vivrà, trasfigurato, partecipe della vita del Signore. 3. Il segno del pane e del vino - oltre ad essere il memoriale del dono supremo di Dio e del suo Cristo al mondo - sono stati e sono, al tempo stesso, il segno del nostro passaggio, con Lui e dietro di Lui, alla novità della vita, alla sua trasfigurazione, alla salvezza. Il passaggio è avvenuto attraverso la passione, la morte e la resurrezione del Signore, la cui potenza divina, la cui energia pasquale sono come travasate in noi, sono a noi comunicate attraverso i Sacramenti chiamati, appunto, Sacramenti pasquali che iniziano col Battesimo ed hanno il loro vertice nell Eucarestia.

3 L Eucarestia è il memoriale del sacrificio supremo di Gesù, nel quale viene sancita e stabilita la nuova ed eterna alleanza di Dio con l umanità, ed è, al tempo stesso, il banchetto in cui il Signore, che si è sacrificato e donato, è presente realmente e misticamente nel pane e nel vino consacrati e ci nutre di Se stesso comunicandoci così l energia vitale dello Spirito Santo e dandoci il pegno della piena condivisione da parte nostra alla vita del Risorto nel regno eterno di Dio. Ricordiamo il bellissimo testo latino O sacrum convivium : O sacrum convivium in quo Christus sumitur, recolitur memoria passionis eius, mens impletur gratia et futurae gloriae nobis pignus datur. O santo convito, o santo sacrificio di Cristo sacramentalmente rinnovato e ripresentato nella forma del convito eucaristico, per cui l altare è, insieme, ara del sacrificio e mensa del Signore! O santo convito, nel quale riceviamo lo stesso Gesù Cristo, che in esso è presente nella totalità del suo essere umanodivino offerto e dato per noi, affinché comunichiamo intimamente e ineffabilmente con Lui! O santo convito in cui si ricorda, si celebra, si compie il memoriale della sua passione, cioè della sua Pasqua: memoriale del suo amore immensamente fedele e appassionato per il Padre e per noi! O santo convito dell amore di Cristo, dell amore che si è concretizzato nella testimonianza alla Verità e perciò nell affrontamento da parte sua della lotta col male e col maligno, amore culminato nella croce ed esploso beneficamente e senza limiti nella resurrezione! O santo convito in cui, di conseguenza, la nostra anima, la vita nostra, viene colmata di grazia, della grazia dello Spirito Santo che nutre e fa crescere la vita divina di Gesù in noi! O mensa di Cristo, vivo pegno della gloria futura, della visione beatifica, della partecipazione alla sorte del Signore glorificato, della comunione eterna con Lui e tra di noi, nella pienezza inimmaginabile della conoscenza, dell amore, della gioia di Dio! La colletta di questa Messa ci ricorda anch essa il senso dell Eucarestia. O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la santa Cena nella quale il tuo unico Figlio, prima di consegnarsi alla morte (per consegnarsi a noi!), affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fà che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita. Notate, in questo testo, l intreccio tra sacrificio e convito, tra offerta di Cristo sulla croce e banchetto nuziale, tra nuova ed eterna alleanza realizzata nel dono totale di Gesù sul Golgota e mensa del Signore e della Chiesa. Per questo, fratelli e sorelle, l Eucarestia è al vertice della Chiesa, della sua vita, della sua missione, ed è al vertice della vita del mondo. E per questo dall Eucarestia scaturisce la vitalità e la forza della salvezza. Di qui il primato dell Eucarestia, di qui la ragionevolezza della nostra insistenza sul valore ineliminabile e mai trascurabile dell Eucarestia, soprattutto dell Eucarestia domenicale. Nella Chiesa e nella sua missione la priorità spetta alla Parola e al suo annunzio; non ci sarebbe il Sacramento se non ci fosse, prima, la Parola; non si celebra il Sacramento senza la Parola, è la Parola che ci convoca, ci illumina, ci svela Dio e il suo mistero, il suo progetto, il suo amore, la nostra chiamata, la nostra salvezza, il nostro bene. Ma la Parola non resta sola, sconfina nel Sacramento e nel Sacramento dei Sacramenti che è l Eucarestia. Per questo si può parlare di priorità della Parola ma di primato dell Eucarestia. 4. Non è ancora tutto. Che cosa fece Gesù in quell ora suprema? Rispondiamo: in quell ultima cena Gesù si consegnò a noi in vista della croce, e già offrendosi sulla croce prima ancora di esservi

4 confitto istituendo il banchetto sacrificale dell Eucarestia. Allo scopo di fare l Eucarestia, però, conferì il suo stesso potere trasfigurante agli apostoli, che aveva già scelti e costituiti (cfr. Mc. 3,13 ss.) e ai quali, in quella sera, dette la capacità di renderlo perennemente presente, presente con tutto Se stesso, nell atto supremo e riassuntivo della sua vita. La permanenza, lungo il tempo, del suo memoriale, cioè dell Eucarestia, bene supremo della Chiesa, è legata da allora al ministero apostolico (e quindi episcopale e presbiterale). Per consegnarsi a tutti si consegnò agli apostoli e istituì il loro specifico sacerdozio ministeriale. Nel Giovedì Santo noi commemoriamo e celebriamo insieme l istituzione dell Eucarestia e l istituzione del Sacramento dell Ordine. In un certo sento, anche l istituzione del sacramento apostolico dell Ordine fu un segno dell abbassamento e dell amore estremo di Gesù. Poveri uomini resi segni e strumenti del Santo dei Santi che dava la vita per tutti! Poveri uomini tra cui c era ancora Giuda (cfr. Lc. 22,14-23) ai quali Gesù si consegnò per consegnarsi al mondo e ai quali diede il potere di ri-presentarlo nel Sacramento eucaristico del suo sacrificio redentore e di rappresentarlo, come suoi vicari, nella Chiesa! Li rese Sacramenti viventi di Lui, inscindibili da Lui, totalmente segni di Lui e a Lui funzionali, così come inseparabili dall Eucarestia e ordinati all Eucarestia e insieme - alla riconciliazione e remissione dei peccati e all annuncio sicuro della Parola. Per questo lo affermavo l anno scorso nella Messa crismale per questo i vescovi e i preti sono le persone più necessarie alla terra, se la terra - secondo il progetto divino attuato nella pienezza dei tempi in Gesù e nella sua Pasqua - deve ricevere, per essere salvata, la sua redenzione. Paolo VI esclamò un giorno: Cristo, tu ci sei necessario! E noi ne siamo convinti. Ma possiamo aggiungere e ripetere: ministri di Cristo, ci siete necessari! Esprimersi così non significa - per noi vescovi e presbiteri - autoesaltarci, gloriarci indebitamente, misconoscere il ruolo dei laici nella Chiesa, che è un popolo tutto sacerdotale e ministeriale, o non considerare il valore della vita consacrata e di quella matrimoniale, né significa dimenticare la grandezza della santità e della profezia di tante grandi anime cristiane vissute lungo la storia sotto tutti i cieli. Non significa neppure ignorare la dignità, la funzione, le risorse di ogni persona umana, credente o non credente, giacché ogni persona, per quanto piccola e misera, è creata ad immagine e somiglianza di Dio, è stata redenta da Cristo, e ha ricevuto una chiamata divina, anche se non ne è consapevole. Oltre tutto, noi vescovi e preti, sappiamo bene e ben ricordiamo che tra i dodici uno, Giuda, tradì il Signore, uno Pietro lo rinnegò, e gli altri fuggirono, tranne Giovanni. Come dimenticare, da parte nostra, la meschinità dei dodici, che nonostante la loro fede e il loro affetto al Maestro, in quella cena ce lo raccontano i sinottici - prima dell istituzione dell Eucarestia si contendevano il primo posto? Dunque, nessuna autoesaltazione da parte nostra. Ma dicendo che noi vescovi e preti siamo le persone più necessarie, in realtà proclamiamo necessario solamente il Signore Gesù. E in conseguenza di questo che riconosciamo il mistero della nostra vocazione, del nostro coinvolgimento con Lui, da Lui stesso voluto, del nostro potere nell ordine della salvezza, mentre al tempo stesso siamo richiamati alla nostra responsabilità, perchè tale dono e tale mistero (per usare un espressione di Giovanni Paolo II) non può essere vissuto e servito bene che nella santità personale, aiutata, certo, dai fratelli e dalle sorelle di fede.

5 E importante che la sera del Giovedì Santo preghiamo tutti quanti per i vescovi e per i preti, avvertiamo la necessità della loro presenza e supplichiamo il Signore di darci la grazia impagabile delle vocazioni presbiterali, sufficienti per numero e di grande qualità. 5. Ultima riflessione. Cosa fece domandiamoci infine cosa fece il Signore Gesù in quella sera? Si consegnò a noi tramite l istituzione del Memoriale eucaristico e dell Ordine apostolico. Con questa duplice istituzione, così legata alla sua croce e alla sua resurrezione - e accompagnata da gesti concretissimi, da parole cariche di mistero e di luce, e in clima di intensa commozione - dimostrò il suo amore spinto all estremo. Volle mostrarlo, questo amore estremo, con l atto della lavanda dei piedi, che nel Vangelo di Giovanni ha una grandissima importanza perché riassume simbolicamente l intera vita di Gesù e il suo donarsi e abbassarsi, per infinito amore, al Padre e all umanità. Li amò sino alla fine, ossia come più volte si è giustamente ripetuto - li amò sino all estremo limite. Quel gesto di lavare i piedi a tutti, a Giovanni come a Giuda, volle manifestare la sua indicibile umiltà e carità. In tal modo ci insegnò che l amore l amore che è proprio di Dio è la legge suprema della sua e perciò della nostra vita: l amore-gratuità, l amore-dono, l amore-servizio, l amore che per essere tale è abbassamento inevitabile e inevitabile sacrificio. Non c è modo di vivere l amore se non nella condivisione e nel servizio. Nel nostro stato di preti, vescovi, diaconi, di persone consacrate o sposate, di laici nel mondo, giovani e adulti, di persone che lavorano, di persone che si interessano e devono interessarsi delle cose ecclesiali e di quelle sociali e politiche, o di persone che hanno una qualche responsabilità nei confronti degli altri, il coniuge, i figli, i familiari, i collaboratori, i vicini, i lontani, così come verso gli estranei (che, cristianamente parlando, sono pur sempre prossimo ), insomma come uomini e donne di qualsiasi condizione e ruolo, non siamo pienamente noi stessi se non amando alla maniera di Cristo, e non si può amare se non servendo. Quando mi domando se amo davvero mi devo domandare se sono disposto a condividere quello che sono e quello che ho, se sono disposto a sacrificarmi, se sono disposto a offrire me stesso per servire il bene. Certo, ci sono problemi e casistiche al riguardo; non dobbiamo abbandonarci a idealismi che separano indebitamente le esigenze del Vangelo dalle condizioni concrete della nostra esistenza: c è bisogno di fare discernimento per capire che cosa il Signore ci chiede nella vita e in questa o quella circostanza della vita. Infatti possono esserci dei servizi e dei sacrifici a cui non siamo chiamati o che, per un motivo od un altro, diventano insopportabili. Il Signore non ci vuol caricare - senza farcelo capire chiaramente, e senza la sua grazia - di pesi impossibili. Esiste, appunto, una casistica morale e spirituale da risolvere col discernimento che ciascuno di noi deve compiere ascoltandosi, pregando, consigliandosi, in uno spirito di sincerità con se stesso e con la sincera disponibilità a capire il volere o la permissione di Dio. La frequentazione di un sacerdote, il sacramento della Riconciliazione, la confidenza con persone amiche e sagge ci porteranno a scoprire la vocazione o il servizio che più si adatta a noi, alle nostre spalle e alla nostra debolezza, in quelle particolari circostanze e in quelle situazioni concrete di salute, di forze, di ambiente, di esigenze, di richieste. Tutto questo è vero; ma ad una condizione, alla condizione di guardare sempre al nostro Modello unico e assoluto, Gesù, alla

6 condizione di non voler evadere dall amore, dal servizio, dalla croce che è inseparabile dalla carità e dalla sequela di Cristo, dalla croce attraverso la quale avviene il passaggio alla fecondità, alla vita, alla resurrezione. Ecco quello che insegnò e ci insegna la lavanda dei piedi che il Maestro e il Signore volle fare ai suoi amici. 6. Fratelli e sorelle, a questo punto non c è che da guardare, da ammirare, da contemplare tenendo vivi nella memoria gli atti, i gesti, le parole di Gesù. Pensarlo, ricordarlo, contemplarlo, invocarlo, celebrarlo e riceverlo nell Eucarestia; stare in consuetudine di fede e di unione con Lui per accogliere il suo esempio, la novità e la trasformazione della vita; comunicare con Lui per ricevere la capacità che Egli ci dona di rendere le nostre giornate belle e benefiche per gli altri e per il mondo: ecco cosa bisogna fare, come suoi seguaci. Con l orazione di colletta, appunto, nel ricordo dell istituzione del sacrificio e del banchetto eucaristico, abbiamo invocato il Padre proprio per questo: fà che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita. Senza far memoria di Gesù, accogliendo e meditando la sua Parola, e senza prender parte, effettivamente, all Eucarestia, o almeno desiderarla vivamente, non si può neppure immaginare quale sia l altezza e la bellezza della carità e del bene a cui siamo chiamati, non si può mettere in atto quel che il Signore ha compiuto e ci ha indicato come via sicura e vera per valorizzare, salvare e far fruttificare, nel tempo e oltre il tempo, la nostra vita.

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