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3 Tel Aviv, 4 novembre Quella mattina, Hagen andrà a trovare Ariel Sharon. Cos altro dovrebbe fare? L incontro con Pini Silberman, il suo informatore, è previsto nel tardo pomeriggio, il giornale ha fatto il bonifico di venticinquemila dollari, Hagen è già passato anche in banca. I soldi adesso sono al sicuro nella cassaforte della stanza d albergo e lui ha davanti una giornata che in qualche modo deve riempire. Per un oretta è rimasto seduto al sole a Kikar Dizengoff a fissare il proprio hotel, un ex cinema bianco in stile Bauhaus, pieno di vecchi manifesti di film, sedili e proiettori. Il caporedattore della rivista on line, tenuto buono finora con l articolo sulla Siria, vuole sapere cosa diavolo è andato a fare in Israele quando, a due passi, è in corso una meravigliosa guerra civile! Vuole motivazioni plausibili, e Hagen di certo non può dirgli la verità, ovvero che sta lavorando per la concorrenza e che ha pure sviluppato una certa fobia per le zone di guerra. Qualcosa però si deve inventare, allora controlla le notizie dell ultima ora. I soldati israeliani hanno fermato un gruppo di attivisti internazionali che volevano spezzare il blocco navale intorno a Gaza. Come l anno prima, ma senza morti, irrilevante. Cos altro? Un tribunale israeliano ha condannato un neonazista a cinque anni di reclusione. Un neonazista in Israele? Prosegue la lettura. Il tizio e la sua banda avrebbero disegnato croci celtiche sulle sinagoghe e picchiato israeliani arabi, neri e omosessuali. E, ciliegina sulla torta: l imputato è ebreo. Un neonazista ebreo immigrato dalla Russia. Già meglio. A quanto pare, è riemerso il «pianeta russo», ovvero la più grande comunità dello Stato d Israele: un milione e mezzo d immigrati provenienti dall Unione Sovietica, e molti

4 4 con seri problemi d integrazione! Cui si aggiunge il piccolo particolare che molti di questi giovani russi sono razzisti convinti. Le loro conoscenze di storia sono pari a zero, ignorano cosa sia una svastica, sanno solo che con quel simbolo riescono a sconvolgere la buona società ebraica, da cui si sentono esclusi. In realtà, però, costituiscono un problema da non prendere sotto gamba. Un problema di cui dovrebbe occuparsi lo Stato, se non fosse troppo impegnato a insabbiare i propri passi falsi. Nessun israeliano vuole porsi la domanda di che senso abbia uno Stato ebraico se nemmeno lì si è al sicuro dagli antisemiti. Hagen prosegue la lettura. Netanyahu guarda con ottimismo all AIEA, l Agenzia Internazionale per l Energia Atomica. Per la precisione, spera che gli fornisca la giustificazione per un attacco militare alle centrali iraniane, visto che il premier è sicuro che: la bomba arriverà entro sei mesi! Certo, pensa Hagen. Se lo dici tu. Hagen butta giù una bozza con la notizia e conclude con un commento: Qualunque cosa ci si possa aspettare dal programma nucleare iraniano (e non può essere nulla di buono), un analoga considerazione merita l intenzione di Netanyahu di bombardare le centrali iraniane. Non perché un popolo minacciato in maniera così diretta non abbia il diritto di difendersi. Ma perché Netanyahu sta utilizzando il solito, sporco trucchetto che usa ogni volta che vede minacciato il proprio potere. L anno prossimo ci sono le elezioni, e quand è che si vota per gli integralisti? Quando la paura dei nemici sale al punto da far dimenticare i problemi del Paese, il malcontento e l ingiustizia sociale. Così Netanyahu non si lascia sfuggire neanche un occasione per incutere insicurezza e terrore nei propri connazionali. Fomenta la paura della guerra quanto quella della pace, perché sa che la maggioranza voterà per lui fin tanto che crederà alle sue previsioni di scenari belligeranti e monocolori. E il mondo percepisce l immagine di un Israele che scivola sempre di più verso destra. Lo stesso Netanyahu, tuttavia, è troppo opportunista per schierarsi in maniera coerente a destra. Se restasse al potere, potrebbe addirittura fare una coalizione con la sinistra.

5 Clic, invia. Poi non gli viene in mente nessun altro impiego sensato del tempo a disposizione fino alla consegna dei CD a parte far visita a Sharon. «Ciao Ariel.» Nessuna risposta. Ovvio. Lo sguardo di Sharon è perso nel vuoto. Proiettato in un tempo al di là di ogni compromesso di comodo, quello che un tempo era l uomo più potente d Israele non è capace nemmeno di rendersi conto dello stato in cui è ridotto e, se anche dovesse percepire qualcosa, di certo se la terrebbe per sé. Il paziente ha la bocca cucita. Non potrebbe essere altrimenti. Hagen si avvicina al corpo pesante. Si china su di lui, ne coglie i respiri leggermente affannati, il petto che si alza e si abbassa a un ritmo costante. Stupefacente. Che futuro avranno immaginato questi occhi ora spenti, prima che il loro proprietario perdesse conoscenza? Nel suo letto d ospedale, il vecchio sembra rilassato e stabile, come sollevato da ogni responsabilità e colpa. La coperta tirata sopra il petto, le braccia libere, il sinistro leggermente piegato. C è qualcosa nella posizione della bocca, nel modo in cui serra le labbra, che fa pensare che stia sul punto di dire qualcosa, di rivelare al mondo quali sarebbero state le sue prossime mosse, se n è parlato così tanto. «Penso che dovremmo abbandonare una volta per tutte la politica di colonizzazione... perché di fatto si tratta di colonizzazione, anche se è un termine che non vi piace. Tre milioni e mezzo di palestinesi vivono sotto il nostro dominio: è una cosa terribile, non si può andare avanti così per sempre. Volete davvero continuare a occupare Jenin, Nablus, Ramallah e Betlemme? Per sempre? Be, secondo me è sbagliato.» 2003, davanti al Parlamento. Volti esterrefatti, un Netanyahu mortificato che non sapeva dove guardare, mentre il suo premier annunciava una svolta storica. Quello era stato il giorno in cui Sharon aveva detto la verità al popolo israeliano. Aveva messo in chiaro che non si poteva dominare su un altro popolo all infinito occupando la sua terra. Che era meglio accontentarsi di quello che si aveva piuttosto che inseguire l irraggiungibile. A quella verità dovevano seguire i fatti, per cui 5

6 6 una parte d Israele lo avrebbe amato ancora di più, l altra lo avrebbe odiato in maniera ancor più profonda. Avevano scelto un guerriero, ma poi il guerriero si era trasformato in uno stratega di pace, le cui idee avevano seguito e successo, perché non erano appesantite da una romantica utopia di riconciliazione. «Una pace con cui comincia il ridicolo balletto israeliano a Ramallah, cosa che io proprio non volevo», avrebbe detto in seguito Dov Weissglass, il più fedele alleato di Sharon. Gli era stato vicino come forse nessun altro, ma nessuno poteva dire cosa stesse passando davvero per la testa al vecchio statista. Solo che stava lavorando come un bulldozer alla realizzazione della sua ultima, grande visione, qualunque essa fosse. Fino a quella sera del 4 gennaio In cui il suo cervello era morto. Hagen osserva i liquidi delle flebo gocciolare piano piano all interno del suo corpo. Si domanda anche lui cosa ci si potrebbe aspettare ancora dal vecchio generale, ma Sharon tace. Morte cerebrale, questa la diagnosi. Forse non totale. Quindi, se uno glielo chiede in ginocchio, potrebbe muovere un alluce? No, l uomo in questo letto non è capace neanche di questo. Sembra fatto di cera. Un pupazzo. Ironia della sorte, è proprio di cera. Nella tua vita sei stato tutto, pensa Hagen, fuorché cereo e immobile, è questa immagine che desideri lasciare di te? Quella di una statua di cera? Un pannello esplicativo dà alcune informazioni sull opera: Noam Braslavsky, l artista creatore della statua, voleva rappresentare un padre perduto che non verrà mai pianto abbastanza. Un simbolo dello choc e dell immobilità che avevano colpito un intera nazione, una nazione che ha ancora gli occhi aperti ma non vede nulla perché non vuole vedere. Eppure, dinnanzi a quest opera, Israele è tutt altro che immobile. Si litiga troppo, qui. La galleria, per esempio... accoglie moltissimi visitatori. La statua del premier in coma ovviamente attira moltissima attenzione, e meno male che Sharon era un argomento tabu. «Allora lo odiavo», dice una donna accanto a Hagen al suo accompagnatore. «Voleva distruggere tutto. Tutto quello in cui

7 avevamo creduto fino a quel momento. Ma desso provo solo un gran dispiacere.» Due soldati, poco più in là: «Che fine di merda, no?» «Sì, un attimo prima sei un eroe, quello dopo...» «Sen èandato troppo presto.» Un uomo alla sua bambina, ma in realtà più a se stesso: «Fin troppo presto». Poi lei alza gli occhi, lo guarda, e lui fa: «Sai, Rachel, qui giace la nostra coscienza... La coscienza di un intera nazione». No, non lo sa, come potrebbe? Sa solo che questo tizio disteso nel letto la inquieta e preferirebbe di gran lunga un gelato. Hagen guarda l orologio. Le tre e mezzo. L appuntamento è alle cinque. Lascia la galleria, torna in hotel in taxi, si piazza al sole con l i- Pad e completa il commento scritto al mattino con un ulteriore passaggio: La mancanza d identità di Netanyahu diventa ancora più lampante se messo a confronto con Ariel Sharon, l ultimo grande premier d Israele. Sharon non è sceso a patti con nessuno, fuorché con se stesso. Aveva capito che per cambiare il mondo bisogna cambiare se stessi. Netanyahu vuole che il mondo cambi affinché lui possa restare uguale. Spedisce anche questo. Il commento già lo conosce. Notevole, Tom. Eccezionale! Adesso però potresti riformularlo con parole comprensibili anche per l ultimo degli idioti? Lui deve... Deve per forza tornare sotto i riflettori con la storia di Silberman! Su quei CD deve esserci qualcosa! Spegne l ipad e s incammina verso l Hilton. Björklund, il suo fotografo, lo aspetta nella sua stanza, è lì che avrà luogo lo scambio. «Ma dove sei stato?» «A fare una visitina a un vecchio amico.» «Hai i soldi?» Hagen tira fuori la busta rigonfia dalla giacca, la sventola e poi la rimette via. «Silberman?» «No, non verrà qui. Il buon Pini ha cambiato i piani all ultimo momento. Adesso vuole vederci nel parcheggio sotterraneo.» 7

8 8 «Ma è ridicolo!» «Diglielo tu.» «Chi si crede di essere? Jason Bourne?» Soltanto nei film le persone s incontrano nei parcheggi sotterranei. Björklund alza le spalle. «Piano -2, ha detto, dietro la cassa. Lì dovrebbe esserci un angolino che...» «Mmh... sento puzza di fregatura.» «Calmati. Tra dieci minuti sarà tutto finito.» «Ma io sono la calma fatta persona. Per me potevamo incontrarci anche nel deserto del Negev, basta che ci dia qualcosa di valido.» Scendono. L ascensore come una stanza degli specchi. Hagen che si specchia in Hagen che si specchia in un altro Hagen. Ovunque ti giri, trovi te stesso, non c è scampo. «E a te com è andata?» «Dai, direi giornata proficua.» Björklund e il suo team hanno raccolto una trentina d interviste da cui si deduce che la gente ha una paura matta di Netanyahu. L unico dubbio è se temere più il proprio premier o Ahmadinejad. Capisco, pensa Hagen. Scende in ascensore con Björklund. Davanti a loro il parcheggio sotterraneo. Vuoto. S inoltrano tra le file di macchine, coi passi che rimbombano tra le spoglie pareti di cemento, e raggiungono il famoso angolino. Le indicazioni del tossico erano giuste. Lungo il muro, una serie di porte chiuse col divieto d accesso. Silberman si è andato a cercare il punto meno battuto del parcheggio. Aspettano. Pochi minuti dopo, dalla rampa di accesso riecheggia un rombo. Un motore tirato al massimo, sta arrivando qualcuno. Il rombo si trasforma nell assordante rumore di una quattro cilindri, poi una Yamaha FZ8 gira intorno al pilastro più vicino e frena con uno stridio di gomme. Il guidatore si toglie il casco integrale. Soltanto un occhiata, e Hagen ha già capito. Pini Silberman ha bisogno di roba. Da morire. Ha le pupille dilatate, si morde le labbra. Scende dalla sella, si

9 muove a scatti, come se fosse percorso da scosse elettriche. «Dove sono i soldi?» «Pini Silberman?» «E chi sennò?» Hagen tira fuori il laptop dalla borsa a tracolla. Lo accende e lo appoggia per terra. «Bene, allora lei dovrebbe avere qualcosa per noi.» Silberman tossisce. Davvero un brutto aspetto: barba incolta, capelli schiacciati e stopposi, occhi che guizzano da una parte all altra, febbricitanti e scuri sul volto pallido, segnato dalle droghe. Indica Björklund e gli tremano le labbra. «Ma tu avevi promesso che...» «Pini, Tom è un tipo a posto», lo tranquillizza lo svedese. «Ha i soldi. Venticinquemila, come hai detto tu.» «No, come hai detto tu! Io ne volevo il doppio!» «Eravamo d accordo, no?» «Fammeli vedere.» «Dopo che mi avrai dato i CD», interviene Hagen. Silberman si gratta la testa, si massaggia le mani, si tira il lobo di un orecchio. Starnutisce. «Che c è?» chiede Björklund. «Non lo so.» «L altra volta al bar mi eri sembrato più tranquillo.» «Sì, tranquillo, tranquillissimo.» L altro allarga le braccia, fa una specie d inchino. «Ehi, guarda che io sono tranquillo, capito? Voglio solo vedere i soldi. Come ci eravamo detti.» «Dopo che ci avrai dato i CD», ripete Hagen. «La mia parola per la tua?» «Certo.» «Allora tu per primo.» «No, tu. Sei tu che vuoi vendere qualcosa a noi, ricordi?» Silberman si dondola da un piede all altro, si guarda intorno. A Hagen sembra di essere dentro un thriller di terza categoria. A questo punto tanto voleva incontrarsi su un cazzo di ponte. Di notte, con la pioggia. Finalmente il tossico tira fuori dalla giacca di pelle due buste, gliele porge, e poi, quando Hagen sta per afferrarle, le ritira subito indietro. «Prima i soldi.» «Ma cosa credi?» sbotta Björklund. «Che ti vogliamo fregare? Dai, Pini, dacci questi maledetti CD!» «Kirsten, lascia perdere», interviene Hagen scuotendo la testa. «Questo non ha nulla.» Fa finta di richiudere il laptop. 9

10 10 «Okay.» Silberman ride. «Lascia perdere.» «Okay, okay.» Si mette a urlare: «Ho detto okay!». Gli porge di nuovo le buste. Hagen fa passare qualche secondo. Poi, lentamente, prende i CD dalle mani di Silberman e li passa a Björklund. Il fotografo si mette in ginocchio, con calma, tira fuori il primo CD e lo infila nel computer. «Giusto per capirci: vogliamo solo essere sicuri che tu non ci stia dando un CD masterizzato di Lady Gaga!» dice quindi, in tono conciliatorio. Silberman alza le mani e sorride come un idiota. «Sono a posto, amico.» «Meglio così.» «Be, e i miei soldi? Anch io voglio essere sicuro!» «Qui ci sono una marea di dati», dice Björklund. «Sembrano autentici.» «Ma certo!» Silberman alza gli occhi al cielo. «Sono autentici!» Hagen tira fuori la busta coi soldi senza perdere di vista il ragazzo, estrae un pochino le banconote e gliele sventola davanti. «Contento?» Silberman digrigna i denti. «Bene. Se entro domani sera arrivo alla conclusione che la tua roba vale qualcosa, ti do i soldi. Altrimenti i tuoi CD te li infilo dritti dritti su per il culo. Sono stato chiaro?» «Chiarissimo.» Björklund prende la seconda busta, tira fuori il CD, aspetta che esca l altro e infila il secondo. Sibermann inizia a fare una specie di balletto convulso. «Amico, basta che dai un occhiata!» Allunga un dito tremante. «Si capisce dalla prima . Una bomba! Con questa roba li avrete in pugno! Li metterete KO!» Parole senza senso. Li avremo in pugno... ma chi? Hagen però non resiste. Si gira e guarda lo schermo. Perciò si accorge del casco volante quando in pratica lo ha già in pieno viso. Ha il riflesso di scansarsi. Il casco gli sfiora una tempia, gli sbatte contro una spalla e gli fa perdere l equilibrio. «Ehi, ma sei impazzito...»

11 Silberman attacca di nuovo, il viso contorto in una smorfia. Prende la rincorsa e parte col braccio teso. Cerca di colpirlo ancora col casco, che però finisce contro le luci del soffitto, spaccandole in mille pezzi. Stavolta Hagen è più veloce e si copre il viso con le braccia. Evita per un pelo che il casco lo centri in faccia mentre ricade a terra. Fa un passo indietro e... E cade su Björklund, che stava per rialzarsi. La testa di Hagen cozza violentemente contro l asfalto. Fuochi d artificio. Silberman si china. Cerca qualcosa mentre i due sono a terra. Hagen torna in sé. Tira un paio di calci violenti ai gomiti e ai fianchi del ragazzo. Un urlo di dolore. Il casco cade per terra, rotola via come una testa mozzata. Hagen carica ancora, mentre Björklund tenta di mettersi a quattro zampe, ma Silberman lo ributta a terra con un calcio alle costole. «Stronzo!» ansima lui. Prova di nuovo a tirarsi su e, quando ci riesce, Silberman è già a cavallo della sua FZ8 tastandosi la giacca. Hagen si scaglia contro di lui, lo afferra per una spalla, lo tira. Il tossico fa di tutto per non cadere, cerca di raggiungere il pedale di accensione. «Che pezzo di merda!» ansima ancora Björklund. Poco la moto emette un verso, le mani di Hagen scivolano via dalla giacca di pelle. La Yamaha parte. «Bastardo! Fermati!» Hagen corre dietro alla moto, ma non ha speranza contro il motore da 779 cc che si sta portando via Silberman. «Fermati! Ho detto fermati! Torna indietro!» Insensato, ridicolo. Cosa strilla a fare? Come se il bastardo all improvviso potesse avere un illuminazione e cambiare idea. A Silberman importano solo i soldi. Hagen capitola; il fiato corto, le mani sulle ginocchia, il rombo del motore già fuori dall edificio. «Ma che cazzo è successo?» Björklund compare al suo fianco con una mano sulle costole. «Dov è la busta?» «Cosa?» L altro lo guarda con compassione. «Tesoruccio mio, ecco cos è successo.» Hagen è pietrificato. Molla Björklund, corre di nuovo verso l angolo nascosto, cerca per terra come un indemoniato. Nessuna 11

12 12 traccia di buste. Solo i segni delle gomme della Yamaha di Silberman e il suo computer. «Merda!» Torna indietro di corsa, va verso l uscita, incapace di concepire un solo pensiero coerente, tanto è arrabbiato. Ma cosa crede, quel tossico di merda? Hanno il suo nome, l indirizzo... ma un tossico è un tossico, la logica va a farsi friggere. Tanto prima o poi ti riacchiappiamo, pensa. Silberman accelera. La Yamaha sfreccia su Rahov Ha Yarkon, supera a destra il parcheggio scoperto dell Hilton, dietro cui s intravede il mare. Silberman vede l imponente edificio dell hotel rimpicciolirsi nello specchietto. E qualcos altro. Una moto che lo insegue. Merda! Sapeva che non lo avrebbero lasciato in pace, ma così, subito subito, no! Dopo un anno di sorveglianza in cui non hanno ottenuto nessun risultato? Ancora gli stanno alle calcagna? È una follia, sicuramente si sta sbagliando, è l astinenza a renderlo isterico. Di certo quello è solo un motociclista che sta andando da qualche parte, come lui. Accelera ancora. Raggiunta la Marina, svolta in Sderot Ben Gurion con una manovra suicida, l altra moto sempre dietro. Continuano a correre incuranti dei limiti di velocità, adesso Silberman è proprio una scheggia. Vola sull asfalto. Ma non semina il suo inseguitore. Se potesse, in questo momento si prenderebbe a schiaffi per come si è comportato in quel parcheggio. Ma doveva prendere i soldi, no? Altrimenti come poteva essere sicuro che il giorno dopo lo avrebbero pagato? Sono dubbi legittimi, sa benissimo che quei CD non contengono nessuno scoop per degli europei. Forse per gli israeliani, ma di certo non per un tedesco. Di sicuro niente che possa valere venticinquemila dollari. Hai sbagliato tutto, si dice. Che idiota! Già l idea d incontrarsi in un parcheggio sotterraneo... in un posto video-sorvegliato, cazzo! Quelli hanno il tuo nome, il tuo numero di cellulare, si presenteranno alla tua porta e ti faranno secco! E poi?

13 Ha sputtanato tutto. Questa cosa lo sta mandando fuori di testa. Venticinquemila dollari e non se li può nemmeno godere. Be, però in fondo ha la busta, che spunta dalla giacca di pelle, e ha i soldi, ora deve solo ingegnarsi per liberarsi della moto che gli sta ancora dietro. Il problema è che, se la rapida occhiata nello specchietto retrovisore non lo inganna, quella è una BMW HP4, ovvero una moto da corsa estremamente leggera e maneggevole. Seminarla, soprattutto se il guidatore ci sa fare, è quasi impossibile. Allora Silberman salta sul marciapiede, terrorizzando i passanti che all ultimo momento riescono a mettersi in salvo in un negozietto di frutta e verdura, scivola su Rehov Dizengoff, torna su Sderot Ben Gurion, schizza come una pallina da flipper tra macchine e motorini, che lo insultano a colpi di clacson. Sfila accanto a tutti gli stadi possibili del rinnovamento e della decadenza dell architettura di Tel Aviv, viuzze e chioschi che scorrono via come quadri impressionisti. Ecco, Rehov Reines, scatta il rosso, chissenefrega, uno scarto improvviso, deve creare confusione, è questione di secondi, poi di nuovo campo libero fino all incrocio di Shlomo HaMalech, meno macchine, via veloce. E all improvviso l altra moto è scomparsa. Silberman non crede ai suoi occhi. Davvero quel pezzo di merda ha mollato? Ma forse si sbagliava, era solo un tipo qualsiasi cui piace correre in moto. Un pazzo come un altro. «Sìììììì!» esplode. «Ce l ho fatta!» Ma continua a guardare nello specchietto retrovisore. Niente, auto che parcheggiano, in un attimo già lontane, siepi e platani, ciclisti. A parte... Qualcosa che supera le biciclette a tutta velocità. Merda. Eccola, l altra moto, più vicina di prima. Passa sulla corsia centrale, fa un rapidissimo slalom tra i pedoni, avanza rombando. Silberman sospira. Accelera. Un vero suicidio guidare in quel modo nel bel mezzo del traffico dell ora di punta, ma ha forse altra scelta? Non riesce a scollare gli occhi dallo specchietto retrovisore e, quando li rialza per guardare avanti, la strada è scomparsa, c è soltanto un muro. 13

14 14 Carote, cetrioli, melanzane. Colorate e giganti. Silberman cerca di sterzare. Da una parte una grata, dall altra un caffè all aperto. Nessuna chance. Prova a frenare. Ma lo scontro è inevitabile, Silberman schizza giù dalla sella. La Yamaha finisce dritta contro un camion di verdure, con le ruote che continuano a girare mentre lui continua a volare. Il corpo si avvita su se stesso e poi atterra sul cofano di una Mercedes Cabriolet con un botto pazzesco, come una lavatrice buttata giù dal decimo piano. Il parabrezza frantumato in una ragnatela di crepe. La Mercedes si ferma. La donna alla guida inizia a strillare, poi un altro botto, la macchina dietro che tampona la Cabrio, spingendola in avanti. Tutti si fermano. Si avvicinano. Impietriti. L attenzione catturata da una scena assurda, sembra un film, perché piovono soldi. Cento banconote da cinque dollari che svolazzano come foglie in autunno, fluttuano nella brezza della sera che accarezza Sderot Ben Gurion, si avvitano e si sparpagliano intorno al corpo privo di conoscenza, nemmeno una vi si posa sopra. Shana accosta la sua BMW vicino al caffè all aperto, una frenata brusca, poi salta giù. Corre verso la Cabrio. Vede il corpo e i soldi, fa due più due. E così ti è esploso il portafoglio, pensa. Perché i soldi sono di Silberman, ovvio. O meglio sono soldi che aveva con sé. Da quanto ce li avesse e se fossero veramente suoi è un altro paio di maniche. Prima della visita al parcheggio sotterraneo, erano di qualcun altro, su questo Shana potrebbe scommetterci. Si china verso la sagoma accartocciata sul parabrezza, sullo sfondo la donna della Cabrio sempre più fuori di sé, e constata che Silberman ha finito di patire. Lo sguardo rivolto verso il cielo lascia ben pochi dubbi, così come il fatto che, oltre al sangue, sul parabrezza si vedono grosse chiazze di materia grigia. Shana si toglie il casco e inizia a raccogliere le banconote. Un uomo robusto si fa largo tra la folla di spettatori e si precipita verso di lei. «Ma che le viene in mente?» tuona. «Cosa diavolo sta facendo?»

15 «Il mio lavoro.» «Maèimpazzita?» La scansa, cerca di allontanarla dalla macchina. «Quest uomo ha bisogno di aiuto!» «No, delle pompe funebri.» «Se permette, di cos ha bisogno lo decido io. Sono un medico. E adesso la smetta immediatamente di rubargli i soldi, altrimenti...» Shana tira fuori il distintivo, glielo sbatte quasi in faccia, poi gli indica la donna bianca come un cadavere che sta per afflosciarsi come un budino. «Vuole dare una mano? Allora aiuti lei!» «Ma quindi lei chi diavolo sarebbe?» «Lo Stato.» Il grassone increspa la fronte, si avvicina alla Cabrio e dà un occhiata a ciò che resta di Silberman. Si avvicina ancora, gli tasta il polso. «Sì, èmorto.» «Ma va?» Shana lo molla lì, torna alla motocicletta e chiama Perlman, il suo superiore. Per un attimo, lui resta in silenzio, poi dice: «Una cosa un po meno melodrammatica proprio non si poteva fare, vero Shana?» «Cioè?» «Be, insomma... è morto.» «Non è colpa mia se è finito contro un camion di verdure.» «Certo, il direttore ne resterà estasiato.» Credi di essere divertente? pensa Shana. Un mio sorvegliato entra in un parcheggio sotterraneo e dieci minuti dopo ne esce sparato senza casco, come se fosse inseguito dai cavalieri dell Apocalisse: io cosa faccio, non gli sto dietro? Il fatto che mi abbia scoperta non è stato un bene, lo ammetto, ma era inevitabile. Perché poi è impazzito in quel modo? «Ma lo hai provocato?» «Non potevo certo permettere che mi sfuggisse.» «Limitati a rispondere alla domanda.» «Ma insomma, che razza di domanda è?» esplode Shana. «L ho semplicemente inseguito!» «Sto solo cercando di evitarti delle grane, se ancora non l hai capito.» Cosa quanto mai necessaria, Shana lo sa. Sono giorni che non hanno più l autorizzazione a sorvegliare Silberman. E l incidente scatenerà un putiferio di polemiche. «Be, diciamo di sì, forse si è sentito provocato», ammette. «Ma io dovevo stargli dietro.» «Dovevamo sorvegliarlo, non dargli la caccia.» 15

16 16 «Fantastico.» Perlman tace. Sirene della polizia in avvicinamento. Pulsazioni di luce blu. «Deve per forza aver ricevuto quei soldi nel parcheggio», insiste Shana. «Sono almeno ventimila dollari. Cosa potrebbe avere da vendere Pini Silberman di così prezioso? Chi e per cosa potrebbero avergli dato una somma simile, se non per...» «Allora provalo.» «Ci puoi scommettere.» Anche perché è la nostra unica possibilità di uscire indenni da questa faccenda, pensa. Se adesso troviamo le prove che quel tossico aveva la coda di paglia e che nel parcheggio è successo qualcosa di losco, non gliene fregherà più niente a nessuno se avessimo o no l autorizzazione. Altrimenti temo che non mi faranno più sorvegliare nemmeno il busto di Ben Gurion all aeroporto. «Bene.» Perlman sospira. «Vai all Hilton. Chiedi i video. Quelli del parcheggio sotterraneo, ma anche gli altri. L autorizzazione te la faccio avere poi, in caso dovessero fare storie in albergo. Le paroline magiche le conosci.» Sì, Shana le conosce. Periculum in mora. Il che significa, in questo caso, che lo Stato e gli interessi dei suoi cittadini sono soggetti a una minaccia immediata. Shana non avrà bisogno di nessuna autorizzazione. CONTINUA IN LIBRERIA Titolo originale Breaking News ISBN Traduzione di Roberta Zuppet, Lucia Ferrantini, Francesca Sassi First published in the German language as Breaking News by Frank Schätzing # 2014 Verlag Kiepenheuer & Witsch GmbH & Co. KG, Köln / Germany # 2014 Casa Editrice Nord s.u.r.l. Gruppo editoriale Mauri Spagnol

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