Colpa e Pena? La teologia di fronte alla questione criminale

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1 Colpa e Pena? La teologia di fronte alla questione criminale Il soprascritto titolo è lo stesso che il Dipartimento di Scienze Religiose dell'università Cattolica del Sacro Cuore ha dato al Convegno da esso promosso nei giorni aprile Qui pubblichiamo le Comunicazioni prodotte in quella sede da Mons. Giorgio Caniato, Ispettore Generale dei Cappellani dell Amministrazione Penitenziaria. LA COSCIENZA CRISTIANA DI FRONTE ALLA REALTÀ DEL CARCERE Mons. Giorgio Caniato Non sono un teologo e quando ho iniziato il mio ministero sacerdotale nel 1955 come cappellano nel carcere di San Vittore di Milano e poi nel 1959 anche nel carcere minorile Beccaria, sulla pena avevo la conoscenza data dal buon senso comune e dalla teologia, e del carcere avevo la concezione comune a tutti i buoni cristiani: i detenuti erano dei cattivi, erano tra i più grossi peccatori da convertire. Vivendo ed operando all interno del carcere ove la pena è incarnata, vissuta e subita da uomini e donne in carne ed ossa, mi sono domandato che significato avesse il mio essere prete in mezzo a loro. Il punto di partenza della mia riflessione è stato quindi la ricerca del significato, della finalità, della modalità e della operatività di me cappellano del carcere cioè prete nel carcere: il significato del mio sacerdozio. Tutte le mie riflessioni sono state stimolate, create, verificate nella quotidiana, partecipata e sofferta presenza nel carcere tra gli uomini e le donne detenute e gli uomini e le donne che detengono. Mi sono poi sforzato di lasciarle illuminare dalla Parola di Dio, dal Magistero della Chiesa e dal dialogo con i confratelli cappellani delle carceri anche stranieri, con le suore e i laici operanti nel settore. Premetto che questa mia è solo una comunicazione e quindi il mio pensiero è espresso in modo succinto, quasi per titoli degli argomenti. SIGNIFICATO DELLA PRESENZA DEL CAPPELLANO IN CARCERE La Chiesa manda il sacerdote nelle carceri per evangelizzare, perché in carcere ci sono gli uomini, detenuti e detentori, e Cristo vuole salvi tutti gli uomini. Quindi il cappellano deve: annunciare la Parola donare i Sacramenti testimoniare con la vita, con le azioni, con le scelte e con i metodi coerenti, la propria fede. Da ciò nasce l esigenza, vista la realtà del carcere e del mondo della giustizia di chiederci se dal punto di vista del Vangelo sia accettabile la realtà del penale, o se li Chiesa debba da essa dissociarsi. Per poter fare una lettura evangelica di questa realtà ho avvertito la necessità di capire, prima di tutto, che cosa è in se stessa questa realtà. Ecco allora i due momenti: a) analisi della realtà del penale b) lettura evangelica di questa realtà. Faccio una premessa perché il mio pensiero e la mia terminologia siano meglio compresi: il carcere non è una realtà a sé stante, ma è una parte della complessa realtà dell Amministrazione della Giustizia nello Stato, che io chiamo Mondo o realtà del penale. 1

2 Il carcere rientra nella gestione del potere giudiziario dello Stato, è legato quindi in modo strettissimo non solo al potere giudiziario, ma a tutto il potere: legislativo ed esecutivo; alla vita sociale, politica, culturale, economica e di costume della nazione. a) ANALISI DELLA REALTÀ DEL PENALE La realtà del penale, per me, è composta da: 1) uomini 2) strutture 3) fatti che devo analizzare separatamente perché gli uomini, le strutture, in cui essi vivono, e i fatti che formano la realtà del penale, non concorrono al bene di alcuni uomini e cioè i detenuti, ma sono loro contro. 1) Uomini Gli uomini che fanno parte della realtà del penale sono i detenuti, cioè coloro che violano la legge dello Stato, e i detentori, che vanno dagli Agenti di Polizia Penitenziaria a tutti i cittadini dello Stato. Poiché il tema del Convegno riguarda la pena e la mia deve essere solo una comunicazione, soprassiedo l analisi profonda sugli uomini e passo ad analizzare le strutture. 2) Strutture La prima struttura che analizzo è il carcere. Il carcere è usato come forma preventiva o cautelare e come forma di pena. Teoricamente il carcere in se stesso è una struttura di detenzione imposta, quindi una struttura repressiva, violenta: toglie o limita moltissimo proprio come suo elemento essenziale, la libertà fisica ed a volte psichica dell uomo. È uno strumento contro la libertà dell uomo, attuato in modo repressivo quindi di sua natura violento. È quindi uno strumento in se stesso antiumano. Questa valutazione non vuole avere altro scopo che di far prendere coscienza di che cosa sia il carcere in se stesso, per non pretendere da esso quello che non può dare. Se poi si conoscesse cos è il carcere in concreto, tutto quanto ho detto in linea teorica si realizza pienamente. Anzi, la realtà è peggiore perché è attuata da uomini imperfetti, che possono abbrutire di più uno strumento già cattivo in se stesso. Il carcere fa parte poi del potere giudiziario che è in se stesso, di sua natura, come attualmente concepito e attuato, repressivo e quindi violento. La violenza dello Stato è una violenza regolata da norme e dovrebbe essere violenza al minimo e quindi il meno possibile lesiva della persona: comunque rimane violenza. Il potere giudiziario di sua natura e in tutte le sue componenti non può non essere repressivo. Alla violenza del reato corrisponde la violenza dello Stato nell amministrazione della giustizia. Quale sarà la violenza del penale in uno Stato autoritario? Allora proprio nell analisi diciamo filosofica e teologica della pena non si può non tener conto e non valutare l eventualità di come in concreto si può realizzare nello Stato l amministrazione della pena. Perché lo Stato usa questo strumento di violenza che distrugge l uomo e lo usa per punire e castigare? Perché noi uomini pensiamo che lo Stato abbia il potere di punire in quanto lo pensiamo, anche sotto l influsso del pensiero filosofico, come l assoluto: comanda, tutto controlla, tutto da lui dipende; il cittadino è al suo servizio, è come se fosse il tutto. Da questo considerarsi come l assoluto deriva che lo Stato gestisce il potere giudiziario con questa visione di se stesso. La terminologia usata nell amministrazione dalla giustizia, e cioè il nome stesso di giustizia; e poi: indagare 2

3 giudicare condannare castigare pena per sempre perdonare sembra dedotta dal linguaggio religioso: l uomo pecca, viola la legge di Dio, e Dio indaga, giudica, condanna, punisce con una pena, per sempre e poi, se vuole, perdona. È qui più che in altre branche del potere che lo Stato, ed in specifico il potere giudiziario, si sente (Dio) l assoluto. Gli uomini che gestiscono questo potere, in teoria ed in pratica identificano la loro autorità e le loro funzioni come quelle di Dio. È da questo concetto di Stato e di amministrazione della giustizia che deriva il termine pena, la sua funzione e la sua qualità. Dopo il giudizio, che è considerato definitivo come quello di Dio, la condanna: cioè il riconoscimento della colpevolezza giuridica e quindi la punizione, il castigo, cioè la pena. E la pena è il castigo che deve essere pari al reato. In altre parole pena retributiva, la quale è in sé sempre afflittiva e vendicativa; pena che dovendo essere pari al reato, naturalmente può essere ergastolo e pena di morte. In sintesi: è dalla concezione di Stato inteso come l assoluto, come il padrone, che deriva il potere di punire: pena intesa solo come retributiva, ma che è sempre castigo, repressione, violenza, come ad esempio il carcere. Tralascio l analisi del terzo elemento della realtà del penale, cioè i fatti, perché mi condurrebbe, forse, fuori tema. Analizzate queste realtà del penale, passo al secondo punto e cioè: b) LETTURA EVANGELICA DELLA REALTÀ DEL PENALE 1) Uomini. Una lettura velocissima. Gli uomini che hanno commesso dei reati sono sempre uomini; non sono né delinquenti, né ultimi. Gesù Cristo non fu chiamato dai suoi né delinquente né ultimo, eppure fu incarcerato, processato, condannato da due tribunali. Inoltre ricordo che Gesù, il Cristo, realizza la sua missione messianica salvatrice liberando i prigionieri. 2) Strutture - Carcere Ho affermato, nella prima parte, che il carcere, sia teoricamente che concretamente, e una struttura antiumana: quindi a maggior ragione è anticristiano e non è battezzabile. Idealmente parlando: se una società si realizzasse secondo i valori evangelici ed i cittadini vivessero secondo questi valori, la risposta ai reati non sarebbe necessariamente in forma punitiva, né detentiva e tanto meno carceraria. - Stato Non esiste concettualmente lo Stato cristiano. I cristiani, però, nel gestire il loro essere raggruppati in società, devono rispettare, sia nella progettazione che nella realizzazione, i valori cristiani. Ad esempio, nel documento Dopo Loreto i Vescovi italiani, parlando appunto di giustizia, al n. 39 dicono: La comunità ecclesiale è chiamata ad operare nell unità, nella verità e nell amore, perché l esercizio della giustizia sia rispettoso dell uomo e sia fondato sullo spirito del diritto. Ora ci sono tanti valori che la Dottrina della Chiesa esige che siano rispettati dai cristiani nella società: la centralità dell uomo che è persona e quindi sempre soggetto di diritti e di doveri; il rispetto e la difesa totale della vita e della dignità dell uomo; 3

4 la libertà vera e totale dell uomo; la ricerca del bene comune; il potere considerato come servizio e non come dominio; il principio della non-violenza: neanche la guerra difensiva è lecita se vi è di mezzo la bomba atomica; i principi della solidarietà, sussidiarietà, responsabilità; tanto per citarne alcuni. Ora lo Stato, velocemente indicato nella prima parte, non sembra rispettare, anche concettualmente e non solo praticamente, in modo serio, questi principi. Per me lo Stato Vero sono i cittadini della stessa nazione, il gruppo umano che si riconosce nazione, ed è il soggetto ed il solo soggetto dell autorità civile. Naturalmente neanche questi cittadini, che sono il soggetto dell autorità, possono considerarsi l assoluto; il gruppo è un insieme di uomini uguali, nessuno è superiore o inferiore agli altri, per nessun motivo. Gli uomini di questo gruppo si danno delle regole di base per la convivenza (la costituzione) e scelgono gli strumenti adatti per realizzarla Questi strumenti li chiamano Stato Apparato che è formato dai poteri: esecutivo, legislativo, giudiziario, le leggi, gli organismi amministrativi, etc.; questi sono solo gli strumenti attraverso i quali lo Stato Vero tende a realizzare, nel bene comune, il vivere e lo sviluppo di ogni singolo cittadino. Compito ed espressione precipua e direi unica come costitutiva dello Stato nei due sensi espressi, non è quella di dominare, di imporre un dominio, di sentirsi come l assoluto, ma di amministrare, con lealtà, serietà e responsabilità un servizio: e questo servizio è quello di regolare i rapporti tra le singole persone tra loro, e le persone e la comunità, in modo tale che si realizzi il bene comune, dando veramente a ciascuno la possibilità di soddisfare i propri bisogni, di sviluppare e realizzare la propria personalità in una convivenza rispettosa dell uomo e fondata sullo spirito del diritto e del dovere. In questa concezione di Stato, l amministrazione della giustizia e del mondo del penale si realizza nell impedire le azioni negative e contrarie al bene comune e quelle lesive delle singole persone, con i mezzi idonei. Impedire vuol dire: prevenire i reati bloccare far ricostruire. Prevenire i reati: cioè creare le condizioni per cui i cittadini non siano posti nella necessità di dover rompere i rapporti tra di loro, violando le leggi. Lo Stato (quello Vero e l Apparato) devono innanzi tutto dare la possibilità a tutti ed a ciascuno di soddisfare i bisogni fondamentali e inalienabili; deve vivere e favorire una cultura di veri valori, etc. Se lo Stato non dà questo, come può permettersi poi di reprimere e punire? Bloccare: cioè lo Stato deve fermare chi tentasse di rompere o rompesse i rapporti tra i cittadini, violando la legge, danneggiando così la comunità o le singole persone. Questo bloccare è in se steso un azione di repressione, sempre, ed a volte potrebbe essere violenta, come è violenza l azione di chi commette il reato, di chi cioè rompe i rapporti. Ma questa azione di repressione, che può essere violenta anche fisicamente al momento dell atto, è vista e considerata non come repressione e violenza, ma come difesa e legittima: tu mi stai uccidendo, io mi difendo e ti blocco, e non ti uccido. È certo una azione di forza, ma non è l azione di chi crede d avere il potere di schiacciare, eliminare, punire. Non si applica il principio della legittima difesa aggredendo, comminando pene. Questo bloccare, in pratica si traduce al massimo nel detenere anche nel carcere preventivo o cautelare. Far ricostruire: cioè lo Stato deve far riaggiustare i rapporti rotti violando la legge, da chi li ha rotti e farne riparare i danni. Attualmente lo Stato dice: Tu hai sbagliato, paghi; tu sei il colpevole, ed io ti punisco e ti metto in castigo; sei cattivo, e ti do uno schiaffo. Invece lo Stato 4

5 deve dire solo: Tu hai rotto l ordine, e tu riaggiusti; hai prodotto danni, e li ripari; hai distrutto, ricostruisci. L amministrazione della giustizia, che parte dall indagine e arriva al processo, non si conclude con una pena da comminare, pena proporzionata al reato, ma con una ordinanza, un decreto di ricostruzione dell ordine distrutto, di riparazione del danno fatto, e così non si chiama più azione penale; la parola pena non è più usabile: scompare la pena del carcere, la pena dell ergastolo, la pena di morte. Concependo lo Stato (il Vero e l Apparato) come regolatore di rapporti gli si toglie la capacità, il potere di punire, di condannare, di comminare pene, e gli si riconosce quella di impedire, come ho indicato. Il carcere dovrebbe essere usato solo e veramente come strumento di legittima difesa, difesa da quei cittadini che non accettassero di ricostruire e continuassero a rompere i rapporti con gli altri violando la legge. Con questo modo di concepire la giustizia, il giudizio del giudice riguarderebbe veramente solo gli atti compiuti e non le persone in se stesse ( non giudicate del Vangelo): si usa dire punire il reato e non le persone. Lo Stato non può erigersi a giudice delle persone, non solo perché il suo compito è di regolare i rapporti tra le persone e valutare gli atti in rapporto alla legge e alla responsabilità giuridica, ma anche perché non può valutare e conoscere la vera e profonda responsabilità e colpevolezza delle persone. Inoltre, gli uomini che compongono lo Stato, dai cittadini agli amministratori anche della giustizia, possono sbagliare, sbagliano di fatto e a volte in malafede. L amministrazione della giustizia, che obbliga alla ricostruzione invece della punizione e con strumenti che distruggono come il carcere, è logica ed accettata senza scatenare il senso della ribellione, che è invece prodotto dalla punizione e dalla vendetta; stimola il senso della giustizia; fa capire che il reato non paga perché costringe a rimettere al posto le cose disfatte e a riparare i danni, a risarcire realmente le vittime del reato; non toglie né attutisce il senso di colpa che accompagna certamente i crimini più gravi, come invece fanno il castigo e la sofferenza del carcere; costringe di fatto l uomo (anche contro voglia) ad agire in positivo, ad agire bene, se non vuole avere conseguenze spiacevoli. Se lo Stato, poi, non ha come funzione quella di condannare e punire, non ha neanche quella di perdonare. Lo Stato infatti non può non volere che l ordine rotto non venga riaggiustato, che il danno prodotto non venga riparato, che l offesa non venga risarcita. Nell ambito giuridico, i termini pena e perdono non hanno senso, così come misericordia e pentimento non entrano nel rapporto giuridico. Il termine perdono richiama quello di offesa. Comunque sia, anche con la concezione dello Stato come l Assoluto, nella commissione di un reato, lo Stato non è offeso. Violando una legge, il cittadino non offende lo Stato. Può essere offesa una persona: Dio, l uomo, ma non lo Stato perché non è persona. Di certo non è offeso lo Stato Apparato. Forse è offeso lo Stato Vero, cioè i cittadini componenti il gruppo, quando il reato è contro il bene comune. Ma l insieme di persone non è persona, se non in senso giuridico e quindi non è offeso e il perdono è atto della persona offesa. Inoltre il perdono dato non toglie l obbligo morale e a maggior ragione giuridico della riparazione. Ricordiamo inoltre che Dio può perdonare o meglio riesce a far accettare il dono del Suo perdono, che è permanente, solo dall uomo che sinceramente si pente. Nell ambito giuridico lo Stato non può valutare la realtà e la sincerità del pentimento, né gli interessa. La Chiesa perdona l offesa fatta a Dio, il peccato, perché Gesù in questo l ha delegata. L uomo, poi, se è cristiano può e deve perdonare, anche se il colpevole non è pentito. Ma lo Stato non può imporre ai cittadini il perdono né il pentimento, né può dare il perdono perché il suo è un rapporto giuridico; ed inoltre, secondo la concezione di Stato illustrata, non potendo condannare non può neanche perdonare. 5

6 In questa mia comunicazione non ho riportato né mi sono esplicitamente riferito alla Bibbia ed al Vangelo in modo particolare, non perché non mi abbiano guidato nella riflessione, ma per motivo di spazio e tempo. Non posso però, concludendo, non rifarmi ancora al n. 39 del documento della CEI Dopo Loreto, che, come ho già riferito, stimola la comunità cristiana a rivedere con la luce del Vangelo la concezione dello Stato (comma 1). Continua poi dicendo che: la comunità cristiana deve riflettere sulla giustizia e sulla revisione delle pene. Afferma poi che non ci può essere vero diritto, e cioè a ciascuno il suo, se alla base della convivenza tra gli uomini non c è l amore, cioè quel valore evangelico che è l unico veramente valido per realizzare i rapporti tra gli uomini come singoli e come comunità: questo è il principio della Solidarietà. Con questi concetti mi sembra che i Vescovi dicano allo Stato che il suo diritto non può contenere violenza, vendetta, castigo, distruzione dell uomo, come avviene purtroppo nel modo attuale di amministrare la giustizia. Il documento episcopale parla poi di giustizia aperta a speranza: se la pena è retributiva, immutabile, distruttiva, dove va la speranza? Certo non può essere distrutta la Speranza cristiana basata sulla Fede, ma quella umana, sì. E allora il comportamento dello Stato che toglie all uomo la speranza, è antiumano e quindi anticristiano. A Loreto la comunità cristiana chiese ufficialmente allo Stato italiano di abolire l ergastolo. Concludendo: mi sembra che quanto esposto in questo mio tentativo di lettura evangelica delle strutture ed in particolare della pena, sia in linea col documento della CEI. Inoltre, queste mie riflessioni non sono e non possono essere prese come indicazioni pratiche o ricette da applicare: sono un tentativo per ripensare le idee ed i valori che sono alla base del Diritto Penale. 6

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