RIAPRIRE I CANTIERI. * dal capitolo II del libro Paradiso e libertà, pp

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1 RIAPRIRE I CANTIERI * dal capitolo II del libro Paradiso e libertà, pp Ma si può dire a degli uomini, a delle donne: «Voi siete Dèi»? Quando c erano i manicomi, chi lo diceva stava lì dentro. Non sempre c era bisogno di dire cose insensate per essere privati della libertà. Ma se a dirlo è Dio, allora è un altra cosa. Forse Dio non è monoteista? E gli uomini non sono cenere? Eppure proprio questo c è scritto nel Salmo 82: «Io - (il Signore) - ho detto: Voi siete Dèi», e Gesù conferma e commenta, nel vangelo di Giovanni: «la Scrittura non può essere annullata». Noi siamo Dio? Di questo vorremmo parlare. Ma come parlare di ciò che non si sa? E quanti sarebbero interessati a leggerlo? In verità se non se ne parla, non si può nemmeno venire a saperlo. E se non si scrive e non si legge, non si può mettere la ricerca in comune. E parlando, scrivendo, leggendo, scopriamo cose che magari già sapevamo e tenevamo nascoste, o che, prima ancora di conoscerle, già amavamo, o che sapevamo senza averle ancora capite. La conoscenza è spesso un riconoscere, che è un conoscere di nuovo, un comprendere, che è un prendere per sé, e questo vale per tutti, per chi scrive, chi legge, chi ascolta. A me è successo quando, giovane giornalista, andai a Roma per raccontare il Concilio. Nulla sapevo di ciò che lì si discuteva, perché non avevo studiato teologia, a malapena capivo il latino della Messa, e del problema delle fonti della Rivelazione, che fossero due, una o centomila, non avevo avuto nessun sentore; e proprio quello fu il primo problema di cui mi dovetti occupare. Ho scoperto poi che non ero il solo; anche i vescovi poco sapevano, tant è che candidamente molti di loro dissero che frequentare il Concilio era come tornare in seminario; ma era un seminario dove si dicevano cose mai dette e si apprendevano cose mai imparate in nessun altro seminario, come ad esempio il fatto che di fonti della Rivelazione ce n era una sola, la Parola di Dio, e non due, una delle quali fosse la Chiesa. E se c è stata una minoranza riottosa in Concilio, è perché i vescovi che la formavano non volevano ammettere niente di ciò che già non sapevano, o che pur sapendo non avevano ancora capito, e ciò che non sapevano e non capivano secondo loro non esisteva, era fuori della Tradizione; non è per niente un caso che i più conservatori fossero i prelati della Curia romana e della sua scuola, perché proprio loro sono quelli che credono di sapere di più, di avere tutta la scienza e tutta la profezia, di essere lo scrigno della Rivelazione, perché non ci sarebbe che Roma, per tutta la Chiesa, ad avere un carisma sicuro di verità; e inorridivano all idea che certe cose nella Chiesa potessero essere decise a maggioranza, fosse pure una maggioranza di vescovi. Dunque, per scrivere del Concilio, e farlo giorno per giorno perché il mio libro allora era un quotidiano, dovetti imparare e capire quello che quasi nello stesso tempo scrivevo; non potevo andare per semestri, aspettare una laurea, era una conoscenza e una comprensione di giornata: un informazione. Poi tutti hanno detto che quella è stata la cosa migliore che io abbia fatto nella mia vita; ed anch io lo penso. Qualcuno, ed era autorevole, scrisse - in francese, perché era il teologo René Laurentin - che quella era stata la migliore informazione sul Concilio. E se questo lo può fare uno scrittore, lo può fare ogni lettore; l uno scrivendo, l altro leggendo, insieme conoscono e capiscono. Per questo sarebbe importante che a leggere libri, in Italia, fossero più di venticinque; perché, come si dirà più avanti, il fatto che in Italia a prendere in mano un libro siano così pochi, è una delle principali debolezze della nostra democrazia e dell ascesa degli ignoranti al potere. Ho detto che quella del Concilio è stata la cosa migliore che io abbia fatto. Per togliere a questo asserto ogni ombra di presunzione, dirò che io penso che quando si ha in mano un potere (e un giornalista ce l ha), uno riesce a fare una sola cosa veramente importante, perché quando l hai fatta,

2 ti scoprono, e non te ne fanno fare più. I migliori riescono a farne due, come Giuseppe Dossetti, che ha fatto la Costituzione e ha fatto il Concilio (e non gli perdonano nessuna delle due), ma ha giocato sul fattore sorpresa, con una specie di depistaggio, perché le due sfere erano così diverse e gli uomini del Concilio non erano quelli della Costituente. Il fatto che uno può fare una sola cosa veramente importante col potere l ho capito una volta che sono andato a Sulmona per celebrare Celestino V, quello che secondo Dante, e non è l ultimo dei suoi errori, «fece per viltade il gran rifiuto». In realtà a Celestino V fu impedito di pontificare, con le buone e con le cattive, da chi voleva rapidamente riportare il pontificato alla normalità dopo di lui; perché la cosa veramente nuova ed importante che aveva fatto Celestino era stata di sposare la povertà e istituire la «perdonanza», il che voleva dire che la misericordia e il perdono di Dio erano per tutti, e che non c era alcun bisogno di vendere né di comprare indulgenze. Ciò che voleva fare quel papa che veniva dal freddo della Maiella, era di sostituire alla Chiesa che regnava sui peccati, la Chiesa ministra della grazia; e questo certo Dante, il cantore dell Inferno, non lo poteva capire. Scrisse infatti Celestino che «tutti i veramente pentiti» sarebbero stati liberati dalla colpa e dalla pena «fin dal battesimo»; ciò che voleva dire non solo essere graziati della pena, ma fatti innocenti della colpa, resi liberi fin dal principio, come se non ci fosse stato il peccato. Era una cosa così sapiente e alternativa, rispetto alle concezioni del tempo, in quella fine del Duecento, che non gliene fecero fare altre. E non solo si può fare una sola cosa, ma bisogna farla in fretta, perché il tempo è poco. Quando c è un urgenza storica, e un compito da adempiere, e se lo manchi non ci sarà un altra occasione, bisogna essere pronti, coi sandali ai piedi il bastone in mano e il pane azzimo (poiché non c è il tempo che lieviti), come gli ebrei all improvvisa partenza dall Egitto. Così in soli quattro anni e mezzo papa Giovanni XXIII ha abbracciato il mondo senza andare oltre Assisi, ha fatto il Concilio, ha riconosciuto come Chiese le altre Chiese, ha licenziato i profeti di sventura e ha messo non solo fuori della fede, ma fuori della ragione, la guerra, anche quella «giusta», e poi se ne è andato. Ora questo libro si riattacca in qualche modo a quella cosa così straordinaria che è stata il Concilio Vaticano II, una cosa così degna e salutare che per molto tempo di Concili non ne faranno fare più. Sicché bisogna vivere di questo, è un patrimonio che dovrà durare per diverse generazioni, non ci saranno nuovi lasciti; e questo spiega perché oggi esso è oggetto di così vibranti contrasti nella Chiesa, perché lo stare o il cadere del Concilio, la sua ricezione o il suo rifiuto determineranno non tanto lo stato della Chiesa, ma lo statuto della fede per un lungo periodo. Perché della fede si tratta, non dell istituzione. In chi e che cosa credere? Di per sé non sembra una questione di grande attualità; non la ritengono tale neppure quelli che vedono dappertutto «un ritorno del sacro», e tifano per il crocefisso nelle scuole, perché il loro problema non è la fede, è la casata; il dirsi cristiani ed eredi di cristiani è un titolo di nobiltà, che permette di trattare gli altri come pezzenti. Il discorso della fede, così in contrasto ormai con la ragione moderna, sembra improponibile perfino agli uomini di Chiesa, che gli preferiscono dei succedanei più maneggevoli, etici e culturali, e avanzano progetti di legge, più che proposte di vita. Già nel Novecento, all alba della secolarizzazione, il destino sembrava segnato. Il cardinale Suhard, arcivescovo di Parigi, scriveva una lettera pastorale che «Cronache sociali» e la Corsia dei Servi facevano uscire in Italia col titolo: «Agonia della Chiesa?». Pio XII moriva in uno stato di lucida disperazione, e papa Giovanni appena eletto parlando col suo segretario di Stato Tardini si interrogava sul che fare, perché «la navicella di Cristo» in gran tempesta non fosse ridotta a lanciare al mondo moniti inascoltati. È a quel punto che è venuto il Concilio, che ha ripreso in mano le carte, che ha dato nuove risposte a domande antiche, forse quando quelle domande non venivano già poste più, e per questo molti non se ne sono neanche accorti. Ma quando quelle domande tornassero, ecco che le risposte sarebbero diverse. Anzitutto il Concilio ha permesso di ristabilire una coerenza tra le parole che vengono pronunciate, ad esempio nelle celebrazioni liturgiche, e le cose che veramente si credono. E anche se si tratta di

3 parole pronunciate da secoli, e spesso ridotte a un puro suono, non si può non chiedersi quanto siano vere e che corrispondenza abbiano con la vita reale. Per me è stato sempre un problema, perché per la mia stessa professione ho l abito di non scrivere o dire nessuna parola che non senta corrispondere al vero. Ma ecco che nella preghiera pubblica della Chiesa, nelle veglie pasquali, nelle salmodie delle ore liturgiche, a cui pur volentieri partecipavo, sentivo echeggiare parole, raccontare avvenimenti, formulare vaticini e pronunziare anatemi che non corrispondevano affatto all immagine di Dio che amavo e alla percezione dell uomo che avevo. D altra parte ci avevano detto «lex orandi lex credendi», cioè che il pregare e il credere dovevano essere una cosa sola, ma qui invece c era uno stacco, talvolta un contrasto tra le parole della preghiera e il senso della fede; e magari la fede era costretta a mortificarsi per obbedire all autorità di quella preghiera < > Ed ecco che il Concilio ha riaperto il cantiere. La nuova liturgia non allude più a un Dio che debba essere placato con sacrifici ed olocausti, sanguinosi o rinnovati in forma incruenta, insiste sulla Messa come memoria e come cena, non si compiace delle tenebre e dell afflizione umana, non inculca il disprezzo delle cose del mondo, nella morte di Gesù non registra un riscatto preteso da Dio, ma rende presente la gratuità del suo amore che libera gli uomini dal loro peccato; nel sacrificio di Cristo, inflitto dagli uomini e da lui patito una volta per tutte per la loro salvezza, il vecchio istituto dell'olocausto è ripudiato e si rovescia secondo il desiderio di Dio: «Misericordia voglio e non sacrifici». <...> Certo, quanti oggi vogliono riportare indietro il corso delle cose e fare una Chiesa come se il Concilio non ci fosse stato, possono dire che in fin dei conti con il Dio trasmesso da quelle preghiere e con l'antropologia implicita in quel rito, si era giunti ad uno stadio assai avanzato della storia umana, e tutto sommato quando si celebrava il Concilio si poteva esserne contenti, non c'era alcun bisogno di cambiare. La civiltà era a buon punto, anche se c erano state le tragedie del Novecento; la scienza aveva preso l abbrivio di un moto sempre più veloce e la tecnica ne faceva ricolme le mani di ciascuno; popoli si liberavano e perfino i diritti umani erano stati proclamati. Ma il mondo era zeppo di armi, ormai nucleari, e rischiava di andare verso la distruzione. L umanità ha perso la sua immortalità, avrebbe detto anni dopo Gorbaciov. La povertà dilagava e alla fame sembrava non potesse esserci rimedio. La storia stava sfuggendo di mano, preda del dominio e della guerra, e ci si chiedeva quali potessero essere i soggetti della liberazione: ancora la classe operaia, le donne, i giovani, i popoli del Terzo Mondo? E tuttavia quelle erano solo le avvisaglie di una crisi di ben maggiori proporzioni che doveva erompere molto più tardi, all ingresso nel nuovo millennio, nel quale oggi siamo; e questa è una crisi che è molto dubbio che l uomo vecchio possa affrontare, l uomo, cioè, quale ci è consegnato dalle vecchie antropologie ancora dominanti, sia quello orgoglioso di sé della tradizione laica, sia quello «convinto di peccato» della tradizione cattolica, che è l uomo sfigurato dalla colpa originale e poi redento per una salvezza rinviata al mondo che verrà, oltre la terra vissuta come esilio. Nei dialoghi culturali, negli incontri attorno alla «cattedra dei non credenti», nel famoso colloquio Habermas-Ratzinger del gennaio 2004 su «democrazia e religione», è emerso un analogo sgomento negli uomini di entrambe le tradizioni; e se il filosofo francofortese temeva che il «legame democratico» e «quella particolare forma di solidarietà da cui lo Stato democratico dipende» potessero non reggere a «una modernizzazione aberrante», il cardinale Ratzinger ammetteva una patologia della religione per la quale essa doveva farsi docile al «controllo della ragione», sicché ambedue propugnavano «un apprendimento reciproco» tra fede cristiana e razionalità occidentale. Ma dove stava veramente la crisi? Aveva ragione Habermas a contestare il «detto» del costituzionalista cattolico tedesco Böckenförde secondo cui «lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti normativi che da se stesso non può garantire», e non aveva ragione Benedetto XVI a sostenere, nel discorso non fatto all Università di Roma, che la democrazia è in balia di maggioranze e partiti così da non potere, senza il ricorso a una verità superiore, assicurare libertà, dignità e diritti dell uomo. Ci sono al contrario secoli di esperienze di libertà e di lotte per il diritto

4 che sono venute a concludere nel costituzionalismo moderno, che hanno tirato giù il diritto naturale per metterlo nei preamboli e nei principi fondamentali delle Costituzioni, che hanno tradotto le conquiste raggiunte in norme positive e le hanno messe al riparo nella sfera dell indecidibile, sottraendole all arbitrio di maggioranze e partiti; certo può non funzionare, ma i fondamenti ideali e morali ci sono, e papa Giovanni non ebbe difficoltà a riconoscerli come «segni dei tempi», cioè preannunci del Regno, nell enciclica «Pacem in terris»: l ascesa dei lavoratori, la dignità della donna, la liberazione dei popoli, le Carte dei diritti e perfino l ONU. È stato un parto della storia quello che invano si sarebbe reclamato come attuazione di una volontà imposta dall alto. Non sta qui dunque la crisi della democrazia; né il fatto che in Italia quindici anni di berlusconismo l abbiano portata al collasso, è la prova di un inevitabile errore di sistema, quando invece è un anomalia e un onta italiana, venuta per colpa nostra, frutto di scelte e sbagli non necessari; anzi proprio in Italia la fondazione teorica dei principi e delle pratiche della democrazia ha avuto uno straordinario apporto con i «Principia iuris» di Luigi Ferrajoli, che si discutono in tutto il mondo tranne, naturalmente, che da noi. La crisi della democrazia sta invece in uno scarto antropologico tra l uomo come pensa se stesso e vive la propria dimensione politica e le nuove sfide che oggi egli deve affrontare. Sono questi i cantieri che bisogna riaprire. Non è una novità del resto che la portata del cambiamento necessario si presenti sotto le forme di una rivoluzione antropologica, cioè dell autocomprensione dell uomo; anche nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, senza un radicale cambiamento di prospettiva non si sarebbe potuti passare dalla cultura della disuguaglianza e dei razzismi all universalità dei diritti umani, dalla ideologia del conflitto al ripudio della guerra, dalla arroganza delle sovranità al vagito dell interdipendenza, dal dominio alla decolonizzazione: tutte cose che dipendevano dall una o dall altra idea dell uomo. La novità della sfida sta oggi in questo, che il corso della storia è giunto a un punto tale che essa non si può più svolgere come se ci fossero tante storie diverse di parti di umanità diverse, ciascuna intenta alla sua corsa, separate le une dalle altre e in relazione tra loro solo con i commerci e la guerra. Per la prima volta la storia si prende in carico l umanità tutta intera; quella casa di tutti i popoli, quel partecipare di una stessa mensa, quella unicità ed unità di tutta la famiglia umana, quella comunanza di destino di tutte le stirpi della terra, quelle «cose nuove» di cui parlavano finora solo le pagine bibliche e profetiche, o le utopie gandhiane e tolstoiane e che sembravano rimandate alla fine dei tempi, ecco che ora sono giunte, si sono svelate ai nostri occhi dentro la storia stessa che stiamo vivendo. L uomo che conosciamo non sembra in pari con questa sfida. Non è solo, come si dice, che il progresso dell etica non tiene il passo con le novità del progresso scientifico, o che i giganti economici sono dei nani politici. È che l uomo stesso deve essere nuovo. È molto difficile che possa affrontare la crisi storica l uomo rimasto umiliato dal peccato originale, declassato nella sua stessa natura quale era uscita dalle mani di Dio, convinto a pensare che se c è la morte, perfino quella è per colpa sua. È molto difficile che possa affrontare la crisi storica un uomo che se si dichiara adulto la Chiesa si offende. È difficile che possa affrontare la crisi storica un uomo di cui si dice nelle liturgie e nelle preghiere che Dio è tutto e l uomo è niente. È difficile che possa farcela l uomo a cui ancora si nega la scelta etica, secondo coscienza, e la cui libertà, se pur riconosciuta, dovrebbe restare una libertà vigilata. È difficile che si possa risanare la terra se la consideriamo una valle di lagrime nella quale possiamo solo gemere e piangere fino a quando la Nostra Avvocata non ci mostri dopo questo esilio suo figlio Gesù come, sia pure attraverso una bellissima preghiera, è ben radicato nella pietà popolare. Eppure, or è mezzo secolo, il Concilio ha detto che abbiamo i mezzi per farcela, con la nostra intelligenza, poiché Dio «ha messo l uomo in mano al suo consiglio»; e che se è in pericolo il futuro stesso del mondo, non occorre aspettarsi un miracolo, basterebbe che «vengano suscitati uomini più saggi». Ma quali uomini e quali donne? È per cercare di saperlo che conviene riprendere in mano domande antiche. In che cosa l uomo è davvero diverso dagli «altri animali»? Sono più le differenze che si

5 vedono o quelle che non si vedono? Che cosa significa che l uomo sia a immagine e somiglianza di Dio? Non è per niente chiaro, eppure è una cosa che tutti dicono volentieri, credenti e non credenti. E l immagine sta nella ragione o nella libertà? Che cosa significa poi assomigliare a Dio, non è questa la pretesa blasfema di una scalata al cielo? E che cosa vuol dire, come dice il Concilio, che con l incarnazione Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo? Che cosa è la croce, è un simbolo culturale, un messaggio identitario, un ciondolo, un prezzo pagato dall uomo al Padre offeso, o è il segno di un amore che non bada a spese, fino a farsi vittima dei carnefici? Che cosa vuol dire che, come hanno sempre detto i Padri greci, «Dio si è fatto uomo perché l uomo diventasse Dio»? E che vuol dire chiedere, come fa proprio l «Ordo Missae» del rituale romano, che questa nostra «terrena sostanza» ci dia ciò che è divino, e che la partecipazione ai misteri ci renda «partecipi della somma, unica divinità»? Dunque l uomo è divino? E se Dio ci dobbiamo diventare, come è possibile che diventi Dio chi non lo era fin dall inizio? Sono domande forse inusuali. Ma se il Novecento si è chiesto «se questo è un uomo», forse è ora il momento di chiedersi chi davvero quest uomo sia. E di scoprire dove sta la vera radice della sua tanto contrastata libertà. Si racconta, più avanti, come una legge bolognese medioevale che aveva restituito ai servi la libertà, fosse chiamata «Libro Paradiso»; il Paradiso è dunque il luogo dove gli uomini vengono a libertà. Ma guai se gli uomini fossero liberi solo in Paradiso. Invano sarebbero stati creati liberi, come dice la Dichiarazione di indipendenza americana, e invano nascerebbero liberi ed eguali in libertà e diritti, come dice la Dichiarazione universale dei diritti umani, se questo paradiso non dovesse essere già qui sulla terra. Si è data la croce addosso alle ideologie che promettevano il paradiso in terra, si è detto che promettevano troppo, e sono stati tutti contenti quando queste ideologie sono state sconfitte e sono cadute. Ma se il Paradiso è libertà, perché lì abita Dio la cui immagine è la libertà, allora ogni volta che sono stati liberati dei prigionieri, che è stata abolita la schiavitù, che sono state chiuse le Inquisizioni, che sono stati cacciati gli invasori, che sono stati arrestati gli usurai, che sono stati sconfitti i mafiosi, che hanno acquistato diritti gli operai, che sono uscite le donne dalle mani di padri e padroni, che si sono poste garanzie per i delitti e per le pene, e ogni volta che sono state scritte le Costituzioni, e si è dato mano ad attuarle, e le si sono difese contro i loro eversori, e quando il costituzionalismo ha fatto concepire anche altre, ulteriori conquiste, allora si è stabilito un pezzo di paradiso in terra; e ogni volta che questo accade, si accorciano le distanze tra i due paradisi, e l uomo, se è divino, può trovarsi a casa sua in ambedue le città. Raniero La Valle * dal capitolo II del libro Paradiso e libertà, pp

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