IL RISCHIO DI CREDITO E I MODELLI DI MISURAZIONE Autore: Lorusso Vincenzo INDICE GENERALE. INDICE 1 Introduzione 4

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1 INDICE GENERALE INDICE 1 Introduzione 4 CAPITOLO 1: LA VIGILANZA BANCARIA E IL RISCHIO DI CREDITO Premessa I rischi dell attività bancaria Il rischio di credito e i coefficienti patrimoniali Rischio di regolamento, di controparte e di concentrazione Conclusioni 33 CAPITOLO 2: IL RISCHIO DI PRE-REGOLAMENTO E L EQUIVALENTE CREDITIZIO Premessa Rischio di regolamento e di pre-regolamento Il rischio di pre-regolamento e l approccio delle autorità di vigilanza Il metodo dell equivalente creditizio Due brevi esempi di calcolo dell equivalente creditizio Elementi che influiscono sull equivalente creditizio Conclusioni 49 CAPITOLO 3: I DERIVATI CREDITIZI Premessa Credit derivatives: la struttura del mercato e i limiti allo sviluppo dello stesso Definizione ed elementi contrattuali comuni alle varie tipologie I rischi nei derivati creditizi Tipologie varie Credit default swap Credit default option Total rate of return swap Credit spread swap Credit spread option Credit linked note Altre tipologie di derivati creditizi Credit derivatives: considerazioni generali sulla gestione 1

2 efficiente di un portafoglio prestiti La gestione del rischio di credito e le tecniche di utilizzo dei credit derivatives La disciplina dei requisiti patrimoniali e la situazione italiana Conclusioni 98 CAPITOLO 4: SECURITIZATION Premessa Definizione dell operazione Schema dell operazione Il supporto di credito Vantaggi e rischi di una dell Asset-Backed securitization La cartolarizzazione dei crediti in sofferenza La legge sulla securitization in Italia Un modello per l analisi del rischio di credito di portafogli di mutui Conclusioni 125 CAPITOLO 5: I MODELLI DI MISURAZIONE DEL RISCHIO DI CREDITO Premessa Il rischio di credito e le sue componenti La perdita attesa e il pricing di un prestito Term structure degli spread Modelli attuariali basati sul tasso di mortalità Option pricing theory La perdita inattesa Il VAR di un esposizione creditizia Approccio insolvenza vs non insolvenza Approccio basato su una distribuzione discreta dei tassi di insolvenza La matrice di transizione e il rischio di migrazione La perdita inattesa come deviazione standard della perdita attesa La perdita inattesa come perdita massima potenziale con un certo livello di confidenza: il VAR CreditMetrics Valutazione delle singole esposizioni Il rischio di portafoglio e l effetto diversificazione CreditRisk Input iniziali del modello La valutazione del numero e della dimensione delle insolvenze Il capitale economico Il modello KMV Il rischio di credito tra capitale economico e capitale regolamentare 194 2

3 CONSIDERAZIONI FINALI 199 Bibliografia 203 3

4 INTRODUZIONE Il rischio di credito figura come il più importante e critico rischio nell ambito del business bancario. Le banche hanno assunto, nei confronti di tale rischio, all inizio un atteggiamento di accettazione dell inevitabilità dei danni derivanti da massicce insolvenze, successivamente l illusione di poter esattamente quantificare, gestire e controllare tale rischio mediante tecniche di affidamento sofisticate e di misurazione dello stesso. Per quanto riguarda l altra faccia del rischio, rappresentata dai rischi di mercato, già da tempo le banche hanno utilizzato modelli manageriali interni di controllo (in particolare modelli VAR), anticipando gli orientamenti delle stesse Autorità di vigilanza. Se gli anni 80 sono stati caratterizzati, da parte del mondo bancario e accademico, dall attenzione ai rischi di mercato conseguenti all introduzione di strumenti derivati, che hanno fornito al sistema bancario finanziario la possibilità non solo di gestire e controllare tali rischi ma anche di poter assumere posizioni speculative, gli anni 90 e successivi sono contraddistinti dal problema della misurazione e gestione del rischio di credito. Ciò ha comportato 4

5 una serie di conseguenze, quali: introduzione di sistemi di scoring come strumenti di supporto alle decisioni di affidamento e monitoraggio delle esposizioni creditizie; sviluppo di modelli diretti alla quantificazione del rischio di credito di una singola esposizione creditizia o di un portafoglio di crediti, estendendo a tale rischio la logica del VAR (originariamente introdotto dalle istituzioni finanziarie per gestire e controllare i rischi di mercato); diffusione delle informazioni e di dati riguardanti il merito creditizio (rating) di soggetti, imprese e governi richiedenti prestiti nelle diverse forme, da parte di agenzie specializzate. Anche le Autorità di vigilanza, in questi ultimi anni, sempre più consapevoli dei limiti dei coefficienti di solvibilità connessi allo schema di adeguatezza patrimoniale introdotto dal Comitato di Basilea nel 1988, stanno sostituendo tali requisiti standard con modelli interni, come già avvenuto per i rischi di mercato. Infatti nel giugno 1999 il Comitato di Basilea ha pubblicato un documento consultivo, intitolato A new capital adequacy framework, contenente i principi generali che si propone di applicare al nuovo quadro regolamentare. In particolare la nuova proposta di Basilea per la misurazione del rischio di credito, e quindi nel calcolo dei fattori di 5

6 ponderazione delle controparti, prevede il riconoscimento di modelli interni opportunamente validati. I motivi principali che hanno spinto le banche a interessarsi del rischio di credito, a parte la criticità di tale rischio per le stesse istituzioni finanziarie, riguardano le opportunità che tale rischio offre alle banche e al management per la creazione di valore per gli azionisti. Le conseguenze di tale interessamento hanno portato allo sviluppo di operazioni quali: cartolarizzazione degli attivi bancari (securitization), crescita di mercati secondari dei prestiti bancari (loan sales) e nascita degli strumenti derivati per la gestione del rischio di credito (credit derivatives). Tali innovazioni finanziarie, favorendo la negoziabilità degli attivi bancari, hanno consentito di migliorare il grado di liquidità del sistema e l efficienza del circuito di intermediazione. In particolare la securitization ha influenzato non solo la struttura dei mercati bancari ma anche le scelte di composizione del portafoglio delle banche stesse, modificando la distribuzione tra titoli e prestiti e la detenzione delle attività a scopo precauzionale. La securitization, come operazione di trasformazione di attivi non negoziabili in titoli negoziabili sui mercati, è uno strumento che, nato negli Stati Uniti verso la fine degli anni 70, negli ultimi anni ha 6

7 conosciuto un notevole sviluppo. Per quanto riguarda il mercato secondario dei prestiti questo ha avuto origine nei primi anni 90, soprattutto nei mercati anglosassoni, per alleggerire la posizione di molti enti creditizi nei confronti dei paesi in via di sviluppo con rating molto basso o ritenuti insolventi. Tale mercato è stato organizzato sia in forma diretta che in forma dei titoli derivati. Analogamente si è sviluppato un mercato secondario per i prestiti che consente alle banche di ristrutturare e rivendere parte dei propri attivi non negoziabili a investitori istituzionali e banche, alle banche che operano in un contesto di alta concentrazione geografica e/o settoriale, come le banche italiane, consentendo una diversificazione dei propri portafogli prestiti. I derivati creditizi rappresentano una nuova generazione di prodotti dell innovazione finanziaria importante per gestire il rischio creditizio nelle sue varie componenti. Pur essendo il rischio di credito, come probabilità che un debitore diventi insolvente e non riesca a far fronte alle obbligazioni contratte, il più antico e più studiato nella teoria finanziaria, fino a pochi anni fa non esistevano strumenti finanziari che consentissero di gestirlo; ciò probabilmente derivava dal fatto che buona parte dei rischi creditizi venivano scaricati sul sistema 7

8 pubblico e che gli operatori fino a qualche anno fa erano interessati più ad altre opportunità di investimento, e quindi ad altre fonti di rischio. Con i derivati creditizi si è creata una classe di prodotti che consentono di trasferire singole componenti del rischio di credito in maniera efficiente e a costi limitati. Questi strumenti, credit derivatives nella terminologia anglosassone, hanno raggiunto un volume iniziale di circa 40 miliardi di dollari e presentano un potenziale di crescita unanimente considerato enorme. Un ultima considerazione concerne lo sviluppo di numerosi metodi per la gestione del rischio di portafoglio di crediti. Su quest ultima materia il processo di approfondimento metodologico ha proceduto più lentamente rispetto a quelli di mercato anche a causa di obiettive difficoltà concettuali, tra cui la forma asimmetrica delle distribuzioni dei rendimenti delle operazioni di credito e la mancanza di ampie banche dati estese per un sufficiente arco temporale. Tra i vari metodi figurano: Modelli basati sul concetto di VAR (Credit Metrics); Modelli econometrici; 8

9 Modelli attuariali (CrediRisk+). La mancanza di una teoria generale della diversificazione dei crediti comporta la caratterizzazione asimmetrica (downside) di tale rischio in cui la probabilità di incremento di valore di un credito, dovuto ad un miglioramento del rating del debitore, risulta nulla. Tale problema muta nel momento in cui i crediti vengano concessi originariamente anche a clienti rischiosi, rivenduti sul mercato secondario e, infine, riesaminati durante la loro vita. A ciò seguirebbe l applicazione della teoria del portafoglio, dato che la distribuzione di probabilità dei profitti tende a essere simmetrica, comportando la logica conseguenza che ad una variazione migliorativa del rating di un debitore dovrebbe corrispondere un aumento del valore di mercato del credito in portafoglio. Tuttavia la mancanza di un mercato secondario dei prestiti può rendere poco attendibile l utilizzo di tali modelli, visto che verrebbe a mancare un controllo del rischio di credito mediante la negoziazione sul mercato; si verificherebbe la concentrazione dei prestiti limitatamente alle aree in cui la banca ha accesso diretto e quindi con scarsa diversificazione del portafoglio crediti. Anche se la valutazione del rischio di credito implica l analisi congiunta di tre elementi - ammontare dell esposizione, probabilità di 9

10 default e perdita potenziale -, dal punto di vista metodologico tale rischio è, e non potrebbe non essere, correlato al rischio di mercato; da ciò dovrebbe conseguire una valutazione complessiva dei rischi che una banca si trova ad affrontare quotidianamente, valutazione da affrontare attraverso l utilizzo di strumenti derivati, tradizionali e creditizi, che permettano la gestione integrata dei rischi stessi. Con il ricorso alle metodologie VAR, per un controllo integrato dei rischi, si adotterebbe un evoluto sistema di risk management in grado di misurare tutto il capitale assorbito all interno delle singole aree di attività della banca e si renderebbero confrontabili rischi differenti, sia in termini di orizzonti temporali che di criteri di misurazione, di natura creditizia e di mercato. In questo modo si metterebbe a punto un processo di allocazione del capitale, fra le diverse aree di attività, finalizzato alla massimizzazione della redditività corretta per il rischio onde creare valore per gli azionisti. 10

11 LA VIGILANZA BANCARIA E IL RISCHIO DI CREDITO Premessa La vigilanza sugli intermediari finanziari ha conosciuto negli ultimi anni un radicale cambiamento in quasi tutti i paesi evoluti. Questo cambiamento ha riguardato sia gli obiettivi perseguiti dalle autorità di vigilanza e sia gli strumenti adottati per perseguire tali obiettivi. Con riferimento agli obiettivi si è passati da una vigilanza orientata alla salvaguardia della stabilità dell intermediario e, di conseguenza, del sistema nel suo complesso, ad una vigilanza più orientata al perseguimento di obiettivi di concorrenza fra gli intermediari e, quindi, di efficienza del sistema. Questo ha portato all emanazione, in Europa, della seconda direttiva bancaria del Mutati gli obiettivi, sono cambiati anche gli strumenti utilizzati dalle autorità di vigilanza, facendo sì che si passasse da una vigilanza 1 di tipo strutturale ad una di tipo prudenziale necessaria a garantire la 11

12 solvibilità e la liquidità degli intermediari finanziari coerentemente con il rischio assunto. Se quindi in passato gli strumenti adottati, e che quindi riflettevano gli obiettivi della stabilità, erano specializzazione funzionale e territoriale, controllo sui prezzi (tassi di interesse e cambi), controlli all entrata e alla successiva espansione nel mercato, oggi tali obiettivi sono raggiunti indirettamente attraverso l applicazione del sistema dei coefficienti patrimoniali ponderati per il rischio e altri coefficienti volti a limitare il rischio di concentrazione e a garantire la solvibilità e liquidità delle banche. Ciò ha portato anche al rafforzamento di altri strumenti (fair play regulation e vigilanza protettiva) che da un lato favoriscono condizioni di trasparenza e di diffusione corretta delle informazioni, dall altro tendono a prevenire crisi sistemiche. Negli ultimi due decenni si è assistito ad un evoluzione della stessa politica di vigilanza, nel senso di una internazionalizzazione della disciplina dell attività degli intermediari che ha portato ad un coordinamento fra le politiche di vigilanza dei diversi paesi. 1 CEE Direttiva 647/89 del Consiglio relativa al coefficiente di solvibilità degli enti creditizi, Bruxelles,

13 Grazie alla globalizzazione dei mercati finanziari, dovuta all eliminazione delle barriere normative all attività bancaria internazionale e all adozione del modello dell home country control, si è evidenziata la necessità di una minima regolamentazione comune tanto da poter parlare di un autorità di vigilanza sovranazionale, nel senso di organizzazioni sovranazionali che formulano delle regole oggettive che formano il quadro normativo di riferimento per l attività degli intermediari finanziari. Si pensi al ruolo centrale svolto dallo schema di adeguatezza patrimoniale originariamente formulato dal Comitato di Basilea nel e successivamente recepito dalla CEE e dalle autorità di vigilanza dei principali paesi sviluppati, come del resto le proposte formulate dallo stesso Comitato per l estensione degli stessi coefficienti ai rischi di mercato, proposte recepite dall ordinamento comunitario e italiano; oppure il ruolo che la CEE ha svolto negli ultimi anni nella definizione di condizioni comuni di accesso all attività bancaria, nei limiti alla concentrazione degli impieghi e nell assicurazione dei depositi. In Italia il Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio (CICR), con una 2 Basle Committee on Banking Supervision, July 1988, International Agreement on the definition of capital and on minimum capital ratios, Basilea. 13

14 delibera datata 23 dicembre 1986, determinò i principi fondamentali relativi all introduzione di coefficienti patrimoniali minimi obbligatori, tenendo conto delle varie tipologie di rischio e delegò alla Banca d Italia il compito di definire la normativa di applicazione. La Banca d Italia, infatti, introdusse, all inizio con Circolare del 31 marzo 1987, poi sostituita con altre fino a quella attualmente in vigore, la Circolare n. 229 del 21 aprile , i coefficienti di rischiosità correlati a ciascun tipo di operazione e per ogni tipo di controparte, ed un coefficiente patrimoniale minimo obbligatorio collegato al rischio aziendale delle attività ponderate in base ai coefficienti di rischiosità. Infine bisogna ricordare la pubblicazione nel giugno 1999, da parte del Comitato di Basilea, di un documento consultivo 4, intitolato A new capital adequacy framework, contenente nuovi principi generali da applicare al nuovo quadro regolamentare. Questo documento si pone l obiettivo di apportare una evoluzione all attuale regime, proponendo fattori di ponderazione che meglio riflettano la rischiosità della controparte, ossia modelli basati 3 Banca d Italia, Circolare n. 229 del 21 aprile Basle Committee on Banking Supervision, Giugno 1999, A New Capital Adequacy Framework. Consultative Paper, Basilea. 14

15 su ratings assegnati da agenzie esterne, ratings interni assegnati dalle stesse banche oppure modelli interni validati. Un altra novità consiste nel fatto che il coefficiente patrimoniale minimo dovrebbe coprire non solo il rischio di credito e di mercato, ma anche il rischio di interesse, di liquidità, legale, di reputazione e operativo. Infine, il documento propone una supervisione da parte delle Autorità di vigilanza della gestione, allocazione, misurazione e politica della banca circa il capitale proprio. Questo capitolo, dopo una breve elencazione dei principali rischi bancari, tratterà i principali provvedimenti riguardanti il rischio di credito, cioè lo schema di adeguatezza patrimoniale formulato dal Comitato di Basilea nel 1988 (recepito dalla Comunità europea con direttiva 647/89) con successive modifiche introdotte e aggiornate dalla Circolare della Banca d Italia del 21 aprile 1999 n. 229, e quelli riguardanti il rischio di regolamento, il rischio di controparte e il rischio di concentrazione. 15

16 1.1 I rischi dell attività bancaria Il rischio rappresenta l eventualità di accadimenti futuri suscettibili di generare: Perdite assolute (distruzione di ricchezza esistente); Perdite relative (mancato conseguimento di ricchezza che si era previsto di produrre). Quindi per rischio si intende l incertezza gravante sui risultati futuri, misurati generalmente in termini di ROE, ROA, RAROC etc. L utilizzo di tale tipologia di coefficienti patrimoniali introduce una correlazione tra rischio e dotazione patrimoniale, in accordo a quanto richiesto dagli organi di vigilanza (nazionali ed internazionali): si afferma, così, la logica di allocazione efficiente del capitale. Il rischio può essere distinto in varie tipologie, e ogni tipologia varia in funzione della causa che lo origina. Vi sono varie tipologie di rischio le quali possiedono delle sottocategorie. Le principali categorie di rischio sono: rischio di credito; rischio di interesse; 16

17 rischio di liquidità; rischio di mercato; rischio paese; rischio operativo; rischio non standard. Il rischio di credito rappresenta il rischio di perdite dovute all incapacità della controparte nei cui confronti si è assunta una esposizione creditizia di adempiere le proprie obbligazioni di pagamento. Esso è articolato in tre fattispecie 5 : rischio di credito pieno, che consiste nel rischio che la controparte non adempia la propria obbligazione di pagamento a causa della propria insolvenza (e non sia rischio di consegna o di sostituzione); rischio di consegna, che può esistere soltanto qualora le parti abbiano reciproche obbligazioni da eseguirsi contemporaneamente e consiste nel fatto che una parte adempia al proprio obbligo di pagamento o 5 Cfr. Nassetti C. F., 2000, Natura dei rischi presenti nei credit derivatives, in Nassetti C. F., Fabbri A., Trattato sui contratti derivati di credito, Egea, Milano,

18 consegna non ricevendo contestualmente la consegna o il pagamento del dovuto dall altra parte; rischio di sostituzione, che è presente nei contratti a termine con prestazioni corrispettive, consiste nel maggior costo o nel mancato guadagno che la parte solvente sopporta, qualora la controparte diventi insolvente prima della scadenza pattuita. In questo caso, la parte potenzialmente solvente si asterrà, ovviamente, dall effettuare la propria consegna, effettuando un nuovo contratto con una nuova controparte. Il prezzo del nuovo contratto potrebbe essere diverso dal precedente, comportando una perdita od un utile. Poiché dal punto di vista regolamentare e contabile, il portafoglio di una banca è distinto in portafoglio di investimento (valori mobiliari detenuti per finalità di investimento) e portafoglio di negoziazione (posizioni detenute in vista di una loro cessione a breve termine, posizioni assunte a copertura di altri elementi del portafoglio di negoziazione etc.), la precedente articolazione del rischio di credito si riferisce ai rischi presenti nel portafoglio investimento, o banking book. I corrispondenti rischi di credito presenti nel portafoglio negoziazione, o trading book, sono: 18

19 rischio specifico, che corrisponde al rischio di credito pieno, consiste nel rischio di perdite causate da una sfavorevole variazione del prezzo degli strumenti finanziari negoziati, dovuta a fattori connessi con la situazione dell emittente; rischio di regolamento, che corrisponde al rischio di consegna, limitato, solo, alle operazioni in titoli; rischio di controparte, che corrisponde al rischio di sostituzione. Il rischio di interesse si presenta nel momento in cui una banca presenta una differenza nelle scadenze e nei tempi di ridefinizione del tasso di interesse delle attività e delle passività. Queste differenze espongono una banca ad un rischio potenziale sia di rifinanziamento sia di reinvestimento. Il rischio di rifinanziamento sorge ogniqualvolta la scadenza media delle passività è inferiore a quella delle attività, il rischio di reinvestimento nel caso opposto. In entrambi i casi, variazioni inattese dei tassi di riferimento sul mercato, provocano una variazione inattesa del margine di interesse atteso nel breve periodo. Il rischio di liquidità nella incapacità della banca (la quale è maggiormente esposta, visto che detiene una parte del proprio attivo 19

20 investita in strumenti - prestiti - non negoziabili ed una parte rilevante del passivo in strumenti immediatamente convertibili in moneta) di far fronte tempestivamente ed economicamente alle uscite di cassa. Quindi il rischio di liquidità rappresenta un rischio derivante dalla mancanza o scarso spessore della domanda e offerta di strumenti finanziari tale da rendere impossibile o difficile la liquidazione di una posizione; illiquidità si riferisce, quindi, all assenza di domanda e offerta. Il rischio di mercato rappresenta il rischio connesso agli effetti che inattese variazioni nelle variabili di mercato potrebbero avere sulla valutazione delle posizioni che la banca detiene in strumenti finanziari, trattati sia sui mercati regolamentati che over the counter. Le fonti di variazioni nei valori di mercato delle posizioni detenute in portafoglio sono riconducibili alle seguenti 6 : tassi di interesse; tassi di cambio; quotazioni azionarie; 6 Sironi A., 1995, La gestione dei rischi di mercato : il metodo del capitale a rischio, in AA.VV., Nuovi modelli di gestione dei flussi finanziari nelle banche ( a cura di Fabrizi P.L. ), Giuffrè, Milano.p

21 prezzi merci; volatilità nei tassi (di interesse e di cambio) e nelle quotazioni (azioni e merci). Il tasso di interesse è quel fattore rischio che causa un rischio di mercato, ogni qual volta interviene un cambiamento nel livello corrente della struttura a termine dei tassi di interesse, con conseguente variazione nel valore delle posizioni sensibili ai tassi di interesse, in bilancio e fuori bilancio. Esso assume tre forme: a) spostamento parallelo della curva dei rendimenti; b) modifica della forma della curva dei rendimenti, nel senso di una variazione dei tassi a breve termine diversa da quelli a lungo termine; c) modifica della relazione esistente tra i tassi di interesse di mercato e quelli dello strumento in portafoglio. Il tasso di cambio costituisce un altro fattore fonte del rischio di mercato in cui, un movimento avverso dell andamento dei tassi di cambio, può produrre un effetto sulla dinamica patrimoniale e reddituale della banca che detiene posizioni in valuta (è necessaria, per ciascuna valuta, l individuazione di una <posizione netta>. 21

22 Altra componente che causa il rischio di mercato è presente nelle quotazioni azionarie, nel senso di una detenzione di titoli azionari in bilancio e fuori bilancio, queste ultime come sottostanti di contratti derivati, anche in forma di indici azionari (es. FIB 30). Anche per le quotazioni delle merci vale lo stesso discorso che per le quotazioni azionarie. Infine, abbiamo come ultima componente del rischio di mercato il rischio di volatilità dei tassi e dei prezzi, riferibile alla variazione del valore delle posizioni in opzioni a seguito di mutamenti nel livello di volatilità attesa del prezzo dello strumento sottostante. Il rischio paese è una categoria di rischio che si avvicina al rischio di credito, ma differisce sottili distinzioni. Non si è in presenza di un rischio paese nel caso in cui il debitore sia il paese stesso: in tal caso si è in presenza di un rischio di credito che dipende dalla solvibilità del debitore stesso, in quanto tale rischio è analogo a quello presente nel privato (a parte de differenze di standing creditizio) a cui si concede un prestito. In generale, quindi, il rischio paese deriva dalla possibilità di perdita dovuta ad eventi non dipendenti dalla solvenza del debitore, 22

23 ma riconducibili al paese, inteso in senso lato, in cui esso è residente; il rischio paese e un rischio aggiuntivo rispetto al rischio di credito ed è sempre presente ogniqualvolta il debitore ed il creditore siano residenti in paesi diversi 7. Ci sono tre tipi di rischio paese, cioè: rischio politico o sovrano, che consiste nel rischio di perdite quando il debitore solvente non sia in grado di adempiere a causa di un actum principis, quale, ad esempio, la sospensione unilaterale dei pagamenti dovuti da privati verso l estero imposta da una norma locale, guerre contro gli altri stati, la confisca - senza un adeguato indennizzo - di un investimento o di beni presenti in altri paesi, etc.. 8 Rischio sociale, cioè rischi derivanti dall appartenenza del debitore solvente in un paese in cui sono presenti eventi sociali, quali scioperi, rivolte, sommosse etc.. Rischio naturale, cioè nel caso in cui il debitore non possa adempiere, questa volta, per eventi naturali catastrofici. Il rischio operativo rappresenta una tipologia molto varia e 7 Cfr. Nassetti C. F., 2000, Natura dei rischi presenti nei credit derivatives, 235, cit. 8 Cfr. Nassetti C. F., 2000, Natura dei rischi presenti nei credit derivatives, 236, cit. 23

24 ampia di rischio, tuttavia dovrebbe contenere il rischio di perdite causate da fenomeni patologici dei sistemi informatici (guasti, virus, errori di programmazione, etc.), dei sistemi organizzativi (controlli interni non adeguati, smarrimento di documenti, etc.) e dei comportamenti umani (errori, frodi, etc.). Infine abbiamo i rischi non standard, tra cui figurano: rischio legale e fiscale, che sono riconducibili ad una scarsa conoscenza delle normative nazionali ed internazionali, oltre alle carenze legislative legate alla non standardizzazione delle caratteristiche tecnico-giuridiche dei contratti; rischio regolamentare, che è riconducibile alla possibilità che il legislatore cambi le regole del gioco, alterando il valore dei contratti o creando vincoli regolamentari che modifichino l economicità dell operazione. rischio di reputazione, consiste nel rischio di perdite che l azienda può subire quale conseguenza della pubblicità negativa, indipendentemente dal fatto che essa sia fondata o infondata, che sia causa di contenzioso, di perdita di quote di mercato, di perdita di 24

25 clientela o di riduzione di entrate 9. 9 Cfr. Nassetti C. F., 2000, Natura dei rischi presenti nei credit derivatives, 241, cit. 25

26 1.2 Il rischio di credito e i coefficienti patrimoniali Nel 1988 le autorità di vigilanza dei principali paesi sviluppati si riunirono, nell ambito del Comitato di Basilea, per la formulazione di uno schema normativo uniforme in tema di adeguatezza patrimoniale delle banche. Questo schema basato sull imposizione dei capital ratios, è stato recepito dalla Comunità europea con direttiva 647/89 e da altri paesi anche esterni allo stesso Comitato di Basilea. La scelta di tale impostazione, cioè l imposizione di coefficienti patrimoniali ponderati per il rischio, è basata sulla convinzione che i capital ratios favoriscano condizioni di solvibilità, condizioni di stabilità nei mercati finanziari internazionali e creino condizioni concorrenziali uniformi per gli intermediari dei diversi paesi. Tale schema di adeguatezza patrimoniale, elaborato dal Comitato di Basilea, consiste in un rapporto minimo, pari all 8%, fra patrimonio di vigilanza e la somma delle attività ponderate per il relativo grado di rischio, analiticamente: P= A i *P i 8% dove: 26

27 P = patrimonio di vigilanza A i = attività i-esima R i = fattore di ponderazione dell attività i-esima Definiamo patrimonio di base un aggregato comprendente il capitale azionario versato, le riserve da utili e, infine, la riserva soprapprezzo azioni e patrimonio supplementare (un altro aggregato che contiene le riserve di rivalutazione), il fondo rischi generali e gli strumenti ibridi/debito subordinato; tale patrimonio supplementare non può superare il 50% del patrimonio complessivo. La somma del patrimonio di base e del patrimonio supplementare, meno l avviamento e le partecipazioni in altre istituzioni creditizie, ci definisce il patrimonio di vigilanza. Per quanto riguarda de ponderazioni per il rischio, la seguente tabella riassume, esemplificativamente, i diversi fattori di ponderazione attribuiti alle diverse poste dell attivo (Tabella 1). Tale distinzione fra le varie poste è basata sul grado di liquidità, la natura dei mutuatari e l area geografica di questi ultimi (zona A e zona B). 27

28 Tabella 1 Coefficienti di ponderazione del rischio per le attività in bilancio Ponderazione 0% Cassa e valori assimilati Crediti verso banche centrali e assimilati della zona A Crediti per cassa nei confronti di governi o banche centrali della zona B Ponderazione 20% Crediti verso banche multilaterali di sviluppo Crediti verso il settore pubblico della zona A Valori all incasso Ponderazione 50% Mutui assistiti da garanzia reale Contratti su tassi e su titoli di capitali verso settore privato Ratei attivi di cui non sia individuabile la controparte Ponderazione 100% Crediti nei confronti di enti del settore pubblico della zona B Crediti per cassa e operazioni fuori bilancio nei confronti del settore privato Attività materiali Ponderazione 200% Partecipazioni in imprese non finanziarie con risultati negativi negli ultimi 2 esercizi Per ciò concerne le attività fuori bilancio di tipo creditizio, le banche devono utilizzare fattori di conversione necessari per trasformarle in esposizioni creditizie per cassa, alle quali applicare i coefficienti di ponderazione. Queste operazioni fuori bilancio sono suddivise, da un lato, in garanzie e impegni, e dall altro, in contratti derivati. I fattori di conversione per la determinazione degli equivalenti creditizi delle garanzie e degli impegni sono (rimandando, per la classificazione delle varie forme di garanzia e impegni, alla Circolare della Banca d Italia 21 aprile 1999, n. 229 ecc.): 28

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