PROGETTO KYOTO LOMBARDIA

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1 PROGETTO KYOTO LOMBARDIA RISPOSTE ALLE DOMANDE INDICE Linea Completamento quadro climatologico e scenari climatici..pag. 2 Linea Emissioni.pag. 6 Linea Stima e mappatura dei C-sinks e C-stocks pag. 8 Linea Esternalità Ambientali pag. 11 Linea Scenari e Politiche...pag. 28 1

2 LINEA COMPLETAMENTO QUADRO CLIMATOLOGICO E SCENARI CLIMATICI 1. A LIVELLO REGIONALE LOMBARDO, O PER LO MENO A LIVELLO DELL AREA PADANA, SONO EVIDENTI CAMBIAMENTI CLIMATICI IN CORSO? IN PARTICOLARE QUAL È L ANDAMENTO NEL TEMPO DELLE TEMPERATURE E DELLE PRECIPITAZIONI? Dall analisi dei dati attualmente disponibili si è osservata una netta tendenza verso temperature più alte e una tendenza molto più sfumata verso una riduzione delle precipitazioni. In particolare, l andamento delle temperature medie annue relative all intero territorio lombardo mostra una crescita dell ordine di 1,8 C nell arco del periodo , con il contributo più forte al riscaldamento dato dagli ultimi 25/30 anni. Questa tendenza a lungo termine è piuttosto omogenea per tutte le stagioni, anche se le serie termometriche delle diverse stagioni mostrano interessanti specificità, come, per esempio, il fatto che il fortissimo riscaldamento che ha caratterizzato gli ultimi tre decenni sia particolarmente evidente in primavera ed estate. È anche interessante notare come due importanti estremi della seria delle temperature medie annuali, ossia i valori del 1816 (l anno più freddo) e del 2003 (uno dei due anni più caldi), siano principalmente legati alla stagione estiva; essi corrispondono a due eventi ben noti e ampiamente studiati, ossia l estate fredda dell anno 1816, noto anche come anno senza estate, e la prolungata ondata di calore del L altro anno più caldo (il 2007) è invece legato alla stagione invernale e a quella primaverile per le quali si sono registrati i valori più alti dell intera seria, con anomalie, rispettivamente, di 3,1 C e di 2,9 C oltre le medie del periodo Se a ciò si aggiunge l elevata anomalia dell autunno precedente (+2,1 C, che rappresentano il massimo assoluto per l autunno), si evidenzia ancora meglio la fortissima anomalia del recente episodio caldo che ha avuto luogo dal settembre 2006 al maggio È peraltro evidente come l elevata concentrazione di massimi assoluti che si hanno negli ultimi anni delle serie sia stagionali che annuali risulti un ovvia conseguenza del forte incremento di temperatura che ha caratterizzato gli ultimi decenni. È anche interessante osservare come, dal punto di vista del trend termometrico di lungo periodo, il dato lombardo risulti in ottimo accordo con quello medio nazionale, in quanto il riscaldamento degli ultimi due secoli ha mostrato una grande coerenza spaziale su tutto il territorio italiano. Questo comportamento risulta peraltro confermato da quello di altri Paesi europei che confinano con l Italia. L analisi dell andamento delle temperature minime e massime giornaliere ha messo in luce un aumento più forte nelle prime rispetto alle seconde; se però si considerano solo gli ultimi 50 anni la situazione è capovolta, con le temperature massime che crescono più delle minime: ciò significa che nell ultimo mezzo secolo vi è stato un aumento dell escursione termica giornaliera. Per quanto riguarda le precipitazioni la situazione è più delicata. A livello italiano si è registrato un leggero calo nella quantità totale annua, dell ordine del 5% ogni cento anni. Tale diminuzione è maggiormente evidente nell Italia peninsulare, mentre nel territorio lombardo e, più in generale nell intero bacino padano, l andamento a lungo termine delle precipitazioni è meno significativo. Il quadro di sintesi presentato emerge dall analisi di un database di oltre cento serie storiche di lunghezza secolare, frutto di un lungo e paziente lavoro di recupero e omogeneizzazione dei dati meteorologici raccolti nei più antichi osservatori del nostro Paese nell arco degli ultimi due secoli, oltre che dallo sviluppo di innovative metodologie volte a proiettare le informazioni fornite da tali serie su una griglia ad alta risoluzione spaziale che copre l intero territorio italiano. 2. A LIVELLO REGIONALE LOMBARDO, O PER LO MENO A LIVELLO DELL AREA PADANA, SI OSSERVA UNA VARIAZIONE DI FREQUENZA E INTENSITÀ DEGLI EVENTI ESTREMI QUALI EPISODI DI SICCITÀ PROLUNGATA ED EPISODI DI INTENSE PRECIPITAZIONI? Il database messo a punto è stato utilizzato anche per verificare se la tendenza verso un accentuazione dell intensità delle precipitazioni, evidenziata recentemente per varie aree del nostro Pianeta, sia riferibile anche all Italia. Questo aspetto è particolarmente interessante in quanto il nostro Paese, in 2

3 virtù di svariati elementi caratteristici quali la presenza della catena alpina e appenninica, la vicinanza del Mediterraneo e l elevata densità della popolazione, ha una naturale propensione al rischio alluvioni, il che lo rende criticamente esposto a un eventuale incremento degli eventi precipitativi di forte intensità. I risultati evidenziano come, accanto a una leggera diminuzione al sud e a variazioni non significative al nord delle precipitazioni totali, si sia registrata negli ultimi anni una sensibile e altamente significativa diminuzione del numero totale di eventi precipitativi in tutta Italia (mediamente del 10% dal 1880 a oggi). Tale andamento, tuttavia, non è uniforme su tutta la distribuzione delle piogge giornaliere, bensì presenta comportamenti opposti se si considerano gli eventi di bassa intensità e quelli più intensi, essendo in calo i primi e in aumento gli ultimi. Le evidenze più forti di questo comportamento si hanno nell area settentrionale della penisola. 3. COM È E COME STA EVOLVENDO LA SITUAZIONE DEI GHIACCIAI ALPINI LOMBARDI? La prima osservazione generale che si può proporre è che i ghiacciai lombardi stanno subendo una riduzione di forte entità a livello di lunghezza, di superficie e di volume, da circa un secolo e mezzo, che negli ultimi due decenni potrebbe essere definita un vero e proprio collasso. Per quanto riguarda le variazioni di lunghezza, cioè il parametro per il quale si dispone di serie di misure più lunghe, il campione dei 70 ghiacciai considerati appare in netto regresso. L osservazione delle serie storiche più lunghe di variazioni di lunghezza fornisce le informazioni più interessanti. Di queste la serie dei Forni (Ortles Cevedale), il più vasto ghiacciaio vallivo delle Alpi lombarde, monitorato per quasi un secolo, fa registrare un regresso totale di circa 1,7 chilometri; se si tiene conto anche dei rari dati della seconda metà dell Ottocento si arriva a un regresso di circa 2,6 km. In sintesi si può affermare che dalle serie storiche superiori a mezzo secolo si conferma una netta e intensa fase di regresso glaciale per tutti i più importanti ghiacciai della Lombardia con valori totali che per i ghiacciai che dispongono di un ottantennio di misure oscillano fra i metri dei Forni, i 960 metri del Ventina, gli 876 metri del Caspoggio fino ai 271 metri dello Sforzellina. Emerge anche che i ghiacciai più estesi o più lunghi presentano variazioni medie annue più elevate, mentre ghiacciai di minore estensione areale e/o più corti hanno subìto variazioni frontali medie annue più limitate. Sono quindi i ghiacciai vallivi che hanno le fronti alle quote più basse, e normalmente presentano maggiore lunghezza e più ampie superfici, a risentire in misura maggiore dell incremento termico in atto. Il loro regresso è quindi la risposta a una variazione nel delicato equilibrio fra ablazione e accumulo; la reazione si concretizza nel ricollocare le proprie fronti a una quota superiore in condizioni climatiche che permettano di recuperare quell equilibrio. L accelerazione del regresso all inizio del XXI secolo sembra indicare che questo processo non sia stato positivo. Un ulteriore conferma della situazione di netta degradazione delle masse glaciali lombarde deriva dai dati dei bilanci di massa (misure di variazione di spessore) che indicano una costante riduzione di spessori e di volume dei ghiacciai campione (Sforzellina, riduzione totale di spessore di 18 metri dal 1987 al 2004; Dosdè di 9 metri dal 1996 al 2004) di circa 1 metro all anno. Se si tiene conto che gli spessori medi dei ghiacciai lombardi raramente superano qualche decina di metri, è ipotizzabile che il loro tempo di sopravvivenza sia di circa mezzo secolo. Naturalmente la loro estinzione avverrà solo se le tendenze attuali del clima non si modificheranno (basterebbe una riduzione delle temperature estive di pochi decimi di grado e un incremento delle precipitazioni solide del per cento per invertire la tendenza). L estinzione avverrà con modalità complesse: i grandi ghiacciai si frammenteranno in diverse unità minori perdendo le loro lingue poste a quota più bassa, mentre i ghiacciai più piccoli si ricopriranno di detrito e si fossilizzeranno, creando un paesaggio simile a quello degli attuali Pirenei. Successivamente anche i ghiacciai più elevati si estingueranno e il paesaggio diventerà simile a quello degli attuali Appennini. 4. VI SONO SEGNALI EVIDENTI CHE NEGLI ULTIMI DECENNI LE PRODUZIONI DELLE PRINCIPALI COLTURE LOMBARDE HANNO SUBÌTO VARIAZIONI RICONDUCIBILI AL CAMBIAMENTO CLIMATICO IN CORSO? 3

4 Sebbene non vi siano evidenze inconfutabili sugli effetti del cambiamento climatico sull agricoltura lombarda è necessario evidenziare che tra le principali colture lombarde vi siano colture più suscettibili e altre meno suscettibili al cambiamento climatico. Una prima distinzione andrebbe fatta tra i possibili effetti sulle colture arboree (meno sensibili) e quelli sulle erbacee. Tra le colture erbacee occorre distinguere a seconda della diversa fisiologia. Queste specie infatti, si dividono in C3 (vite, ortaggi, frumento, orzo) e C4 (mais, girasole) in funzione dei prodotti della fotosintesi. In particolare tra le colture C3 autunno-vernine (orzo e frumento) si può considerare che le produzioni lombarde siano già inferiori a quelle d Oltralpe (Francia e Germania) a causa delle temperature che caratterizzano la fine del ciclo di maturazione che, nella maggioranza dei casi, tendono a velocizzare il riempimento della granella e quindi ridurre la quantità di carboidrati totali traslocati nella spiga. Questo si traduce in produzioni inferiori a quelle potenziali. Su queste colture, temperature primaverili più elevate e precipitazioni inferiori come previsto dai diversi scenari di cambiamento climatico potrebbero ulteriormente diminuire la produzione finale. Anche sulle piante C4 (in Lombardia sostanzialmente il mais) le maggiori temperature e gli stress idrici estivi potrebbero abbreviare il ciclo di maturazione con diminuzione delle produzioni finali. 5. IN QUALE MISURA LO STATO DELL ARTE DELLE ATTUALI CONOSCENZE CI PERMETTONO DI ESPRIMERE VALUTAZIONI RELATIVE ALLA SENSIBILITÀ AL RISCHIO IDROLOGICO E GEOLOGICO DEL TERRITORIO DELLA NOSTRA REGIONE NEL CONTESTO DI UN CLIMA CHE CAMBIA? I complessi rapporti e meccanismi che governano il ciclo idrologico sono solo parzialmente conosciuti. In una valutazione della sensibilità al rischio idrologico inevitabilmente si ripercuote il livello di incertezza, a maggiore ragione in un contesto di cambiamento climatico. In particolare l incertezza della variazione degli afflussi si propaga necessariamente anche sulle stime dei deflussi, che si riflettono nel determinare e descrivere le trasformazione dell afflusso meteorico in deflusso superficiale e sotterraneo. Sono molte le variazioni importanti legate al rischio idrologico. Tra queste possiamo citare: l aumento delle precipitazioni brevi e intense, la presenza di lunghi periodi siccitosi, la possibile variazione nel rapporto fra le precipitazioni acquee e nevose in clima montano. A queste condizioni saranno sensibili non solo fiumi, laghi e acquiferi, ma anche gli altri processi di interfaccia tra suolo, vegetazione e atmosfera. Ridotte precipitazioni estive potranno essere parzialmente compensate da un aumento delle precipitazioni invernali. Particolarmente significativo può essere l impatto sugli invasi alpini poiché le modificazioni di regime, da nivale a pluvio-nivale o, addirittura, pluviale, possono determinare una redistribuzione stagionale dei deflussi a causa dello scioglimento delle nevi, anticipato per via di temperature più elevate al termine dell inverno, o per via della minore copertura nivale, dovuta alla riduzione della quota di precipitazioni nevose sul totale delle precipitazioni. Inoltre, i torrenti montani, influenzati dai cambiamenti del clima montano, potrebbero vedere un anticipo e, forse, un consistente aumento delle morbide primaverili a causa dello scioglimento più intenso delle nevi e dei ghiacciai. Un altro effetto sui deflussi da parte di eventi di pioggia breve e intensa, presumibilmente più gravosi e frequenti, è costituito dall aumento delle portate al colmo di piena: per esempio, un evento giudicato oggi cinquantennale potrebbe divenire ventennale o trentennale, e l analogo ventennale si potrebbe verificare assai più frequentemente (una volta ogni 3-5 anni). In tal caso, non solo le reti idrografiche naturali verrebbero sollecitate in modo più gravoso, ma anche le reti di drenaggio urbano. I cambiamenti più rilevanti potranno comunque manifestarsi nei piccoli bacini alpini, data la loro maggiore sensibilità all effetto di tropicalizzazione. Altri effetti importanti prodotti da mutazioni del regime delle precipitazioni si possono sintetizzare nella maggiore aggressività climatica, che comporta una crescente potenzialità erosiva delle piogge, un aumento del tasso di erosione (un aumento dell erosione ha come conseguenza non solo una perdita di fertilità dei suoli, ma anche una loro maggior suscettibilità all innesco delle frane superficiali e delle colate detritiche) e mutazioni delle modalità di trasporto dei nutrienti da parte delle acque (con prevedibile impatto sugli ecosistemi lacustri 4

5 e fluviali). Un altro aspetto importante deriva dalla maggiore durate dei cicli siccitosi estivi. Questo provoca la competizione nell uso della risorsa idrica fra gli utilizzi con la conseguente e necessaria ridefinizione della politica delle priorità. 6. IN QUALE MISURA I DATI PRODOTTI DAI MODELLI CHE VENGONO UTILIZZATI PER IL CLIMA DEI PROSSIMI DECENNI POSSONO ESSERE UTILIZZATI NELL AMBITO DI STUDI VOLTI A VALUTARE IL POTENZIALE IMPATTO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI? L aspetto più problematico connesso alla costruzione di proiezioni relative all evoluzione del clima è che i dati forniti da organi quali l IPCC allo scopo di studiare il riscaldamento globale non possono essere utilizzati in modo immediato. Infatti essi si basano su modelli che producono dati con una risoluzione geografica del tutto insufficiente per un territorio orograficamente complesso come quello lombardo. Una simile lacuna, unitamente a vari altri problemi aperti, induce a considerare con estrema cautela gli output immediati o grezzi dei modelli climatici. Tale cautela deve riguardare in particolare le precipitazioni, in quanto, la modellizzazione delle precipitazioni è particolarmente complessa a causa della considerevole incoerenza spaziale di questa variabile e del suo complesso legame con le caratteristiche orografiche e geografiche del territorio. Questo problema può venire risolto, almeno parzialmente, adottando opportune metodologie di downscaling, basate su legami di tipo fisico esistenti tra la circolazione atmosferica a grande scala e la meteorologia locale. Questi legami vengono definiti sulla base di serie storiche osservative locali di opportuna lunghezza e qualità e sulla base di dati globali come quelli relativi alle re-analisi operate da enti quali ECMWF (European Centre for Medium-Range Weather Forecasts) o NCAR/NCEP (National Center for Atmospheric Research/National Centers for Environmental Prediction). È quindi evidente come la disponibilità di una buona base di dati osservativi non consenta solo di avere un quadro più chiaro della variabità e dei cambiamenti climatici relativi al passato, ma risulti anche un aspetto essenziale per la costruzione di solide proiezioni per il futuro. 7. È IPOTIZZABILE, NEI PROSSIMI 50 ANNI, UNA VARIAZIONE DELLE RESE NELLE PRODUZIONI AGRICOLE PIÙ TIPICHE DELLA LOMBARDIA? COME DOVRÀ ADATTARSI L AGRICOLTURA REGIONALE ALLE EVENTUALI VARIAZIONI? In base ai risultati finora ottenuti dalle analisi effettuate mediante l aiuto del modello dei sistemi colturali CROPSYST, e prendendo come riferimento (evidentemente parziale) solo la coltura di mais, si evidenzia un minor incremento produttivo sulle colture di mais rispetto a quello attendibile dal miglioramento genetico abbinato al miglioramento tecnologico e agronomico degli ambienti di coltura. Questa diminuzione (nella produzione potenziale) sembra essere più evidente a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso. In base agli scenari di cambiamento climatico si può ipotizzare che la perdita di produzione potenziale (cioè la produzione senza limitazione per nutrienti, insetti, patologie, stress di natura abiotica) continuerà a seguire il trend mostrato dalla fine degli anni Ottanta, mentre è in leggero incremento la produzione reale (cioè la produzione al netto delle limitazioni date da nutrienti, insetti, patologie, stress di natura abiotica e biotica). 8. QUALI TECNICHE INNOVATIVE DOVRANNO NECESSARIAMENTE ESSERE ADOTTATE DAGLI AGRICOLTORI LOMBARDI PER MANTENERSI COMPETITIVI A FRONTE DELLE VARIAZIONI NELLA DISTRIBUZIONE DELLE PIOGGE, DELL AUMENTO DELLE TEMPERATURE, O DELL AUMENTO DEGLI EVENTI ESTREMI? L agricoltura lombarda dovrà far ricorso a strategie di adattamento di tipo economico e di tipo agronomico. Queste tecniche avranno un ruolo rilevante per ridurre le perdite dovute al cambiamento climatico e dovranno provare a ottenere, su alcune specifiche colture, dei vantaggi dal cambiamento climatico. Le principali strategie economiche dovranno prevedere di rendere i costi agricoli inferiori in funzione delle variazioni che si verificheranno a carico delle produzioni, mentre quelle agronomiche dovranno prevedere soluzioni atte a ridurre al minimo le perdite nelle produzioni agricole. Queste strategie dovranno prevedere aggiustamenti a breve termine: utilizzo di cultivar con caratteristiche 5

6 diverse, cambio di varietà coltivate, variazioni nelle pratiche agronomiche e cambio del tipo e della modalità di fertilizzante e antiparassitario utilizzato, introduzione di tecniche atte a conservare l umidità del suolo, migliore gestione dell irrigazione e aggiustamenti a lungo termine (cambio dell uso del suolo, sviluppo di nuove varietà, sostituzione delle specie coltivate e modifiche del microclima della coltura). 9. A QUALI INDICATORI BIOLOGICI È POSSILE RICORRERE PER OSSERVARE EVENTUALI CAMBIAMENTI NEGLI ECOSISTEMI FORESTALI INDOTTI DAL CAMBIAMENTO CLIMATICO? Il comportamento di patogeni e parassiti è un buon indicatore in quanto il comportamento di questi organismi è fortemente influenzato dai parametri climatici, in particolare dalle temperature. In Lombardia si registra ormai da diversi anni una pericolosa espansione della processionaria del pino che viene generalmente considerata come uno dei principali fattori limitanti per lo sviluppo e la sopravvivenza delle pinete in Europa meridionale e nel Mediterraneo. L insetto può causare estese defogliazioni che causano il deperimento delle pinete fino a mille metri di quota, cosa impensabile fino a anni fa. Gli inverni caldi e siccitosi che si sono registrati nell ultimo decennio hanno ridotto notevolmente la mortalità stagionale di questo pericoloso defogliatore. Diverse segnalazioni indicano anche come nell ultimo decennio vi è stata una sostanziale espansione dell areale di presenza di Traumatocampa pityocampa sia in latitudine che in altitudine, con elevati attacchi in zone prima non interessate (oltre i mille metri di quota). All inizio degli anni Novanta, la prolungata siccità invernale accompagnata da temperature superiori alle medie stagionali cui hanno fatto seguito abbondanti nevicate tardive in primavera a quote basse, ha favorito le pullulazioni di Ips typographus L. (bostrico dell abete rosso), che ha causato danni estesi soprattutto nei popolamenti artificiali di questa specie in provincia di Bergamo e Brescia. 10. QUALE CONTRIBUTO CONCRETO POSSONO DARE LE FORESTE DELLA LOMBARDIA PER LIMITARE L IMPATTO POTENZIALE DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO? Le capacità degli ecosistemi forestali di compensare la crescita dei gas serra e di contribuire alla difesa del suolo e al mantenimento della biodiversità costituiscono, in un periodo come l attuale dominato da enormi incertezze sul futuro dell ambiente, un forte motivo per la loro tutela oltre che un incentivo per la loro espansione. L aumento delle superfici forestate in aree fortemente urbanizzate, infatti, oltre ad aumentare le quantità di carbonio immagazzinate, contribuisce attraverso la multifunzionalità dell ecosistema bosco alla depurazione dell atmosfera e al mantenimento di condizioni ambientali equilibrate. È pertanto prioritario mantenere una continua vigilanza sullo stato di salute delle nostre foreste. Ciò anche alla luce del fatto che, se è noto che un ecosistema in buono stato possiede discrete capacità di resistenza alle perturbazioni ambientali, è anche vero che tali capacità, una volta che si è superata la soglia di non ritorno, vengano meno in tempi molto rapidi. LINEA EMISSIONI 1. È POSSIBILE TRACCIARE UN INVENTARIO COMPLETO, AFFIDABILE E AGGIORNATO DELLE EMISSIONI DEI GAS SERRA REGOLATI DAL PROTOCOLLO DI KYOTO RELATIVO ALLA LOMBARDIA? La Regione Lombardia dispone di un inventario regionale delle emissioni periodicamente aggiornato da ARPA Lombardia e disponibile al pubblico sul web (http://ambiente.regione.lombardia.it/inemar/inemarhome.htm). I dati disponibili comprendono i principali macroinquinanti (SO2, NOX, CO, COVNM), i gas serra (CO2, CH4, N2O, gas fluorurati), le polveri (PTS, PM10, PM2.5). Il sistema INEMAR permette dunque di mantenere aggiornato l inventario lombardo delle emissioni e di conoscere il trend delle emissioni inquinanti. Per quanto riguarda i gas serra, sono state considerate tutte le più rilevanti fonti emissive, e grazie anche ai lavori svolti nell ambito del Progetto Kyoto Lombardia l inventario ha raggiunto un grado di completezza adeguato con gli standard internazionali e le metodologie proposte dall IPCC. 6

7 2. È POSSIBILE IDENTIFICARE I SETTORI MAGGIORMENTE RESPONSABILI DELLE EMISSIONI DI GAS SERRA? Considerando singolarmente i gas serra si individuano quattro principali contributi alle emissioni di CO2, che costituiscono l 80% delle emissioni totali: traffico, produzione di energia, riscaldamento domestico e combustione nell industria. Le emissioni di metano e di protossido d azoto sono invece dovute fondamentalmente all agricoltura e in particolare agli allevamenti e alla gestione dei loro reflui, alle discariche di rifiuti e alle perdite nelle reti di distribuzione del metano. I gas fluorurati infine presentano emissioni dovute ai loro utilizzi come solventi nell industria della componentistica elettronica e come fluidi refrigeranti nella refrigerazione e nel condizionamento dell aria. 3. QUANTO INFLUISCONO I DIVERSI GAS SERRA REGOLATI DAL PROTOCOLLO DI KYOTO SULLE EMISSIONI COMPLESSIVE DI GAS CLIMALTERANTI IN LOMBARDIA? Le emissioni complessive di gas serra vengono indicate attraverso l indicatore CO2eq (CO2 equivalente) che contiene tutti i gas serra pesati secondo il loro potenziale climalterante (GWP vedi box a pag. 57). La CO2 è il gas serra più importante, e contribuisce a quasi l 85% del totale, mentre contributi minori arrivano da metano e protossido di azoto; i gas fluorurati incidono solo per l 1% delle emissioni totali. La composizione delle sorgenti della CO2eq risultante dall inventario emissioni le presenta una suddivisione analoga a quella della CO2: i contributi principali sono quattro dovuti al traffico (23%), alla produzione di energia (22%), al riscaldamento domestico (21%) e alla combustione nell industria (14%). Il peso del metano e del protossido d azoto si notano in particolare nel contributo dell agricoltura (9%). 4. QUAL È L AFFIDABILITÀ E L INCERTEZZA COLLEGATA ALLE STIME DI EMISSIONI DI GAS SERRA, SIA A LIVELLO REGIONALE, SIA PER QUANTO RIGUARDA I DATI DISAGGREGATI A LIVELLO DELLE SINGOLE PROVINCE E DEI SINGOLI COMUNI? Per quanto riguarda l affidabilità dei dati di emissioni di gas serra, la maggiore fonte di incertezza deriva dai dati di attività, ossia dalla possibilità di stimare adeguatamente a scala locale i flussi di combustibili e carburanti. I quantitativi di combustibili utilizzati sono disponibili a scala nazionale dalle statistiche import/export, ma alla scala regionale permangono, soprattutto per i combustibili liquidi, alcune incertezze. La stima delle emissioni di gas serra a livello regionale (ma ancora più a livello provinciale e comunale) presenta quindi una minore precisione di quella a livello nazionale, pur se le tendenze emergono chiaramente. 5. QUALI SONO LE AZIONI NECESSARIE PER MIGLIORARE LE PRECISIONI DELLE STIME DI EMISSIONI DI GAS SERRA PER I DIVERSI SETTORI? È necessario un rafforzamento dei sistemi di raccolta ed elaborazione dati disponibili a livello locale per quanto riguarda i consumi di combustibili, di carburanti e le attività responsabili dei gas serra. In particolare in questo contesto può essere utile l accesso ai dati relativi agli impianti soggetti all emission trading europeo, nonché la realizzazione di indagini ad hoc su alcuni settori di particolare importanza. Sarà infine necessario in futuro realizzare la stima degli assorbimenti o dei rilasci di CO2 per effetto della variazione di utilizzo del suolo; anche a questo fine si rileva la necessità di raccogliere dati specifici necessari per la stima. 7

8 LINEA STIMA E MAPPATURA DEI C-SINKS E C-STOCKS 1. QUALI SONO I MECCANISMI/STRUMENTI E LE ATTIVITÀ DEL PROTOCOLLO DI KYOTO PIÙ RILEVANTI PER LA POLITICA AGRO-FORESTALE IN LOMBARDIA? L art. 2 del Protocollo di Kyoto prevede che i Paesi firmatari possano assolvere i propri impegni di riduzione agendo alla fonte (source), quindi limitando l emissione diretta di gas serra in atmosfera attraverso il miglioramento dell efficienza energetica, la promozione di forme sostenibili di agricoltura, l utilizzo di forme energetiche rinnovabili e, nello stesso tempo, promuovendo iniziative volte all immagazzinamento (sink) di gas ad effetto serra attraverso, tra l altro, la riforestazione e pratiche di gestione forestale sostenibile. L art. 3 del Protocollo di Kyoto prevede che nell ambito del settore LULUCF (Land Use, Land-Use Change and Forestry ossia uso del suolo, cambiamento d uso del suolo e selvicoltura) le emissioni e gli accumuli di carbonio derivanti da attività di afforestazione/ riforestazione e di deforestazione avvenuti dopo il 1990 vanno obbligatoriamente conteggiate (art. 3.3); diversamente, ogni Paese può liberamente decidere se conteggiare o no anche altre attività volontarie (art. 3.4): gestione forestale (forest management), gestione delle culture agrarie (cropland management), gestione dei prati e dei pascoli (grazing management), rivegetazione (revegetation) - comunque avvenute dopo il In questo contesto, in Lombardia il Reg. 2080/92 e il successivo Piano di Sviluppo Rurale hanno portato alla realizzazione di circa ettari di piantagioni, in parte potenzialmente conteggiabili nell ambito delle misure forestali previste dal Protocollo di Kyoto, a cui si aggiungono circa ettari indicati nella programmazione del Piano di Sviluppo Rurale e quanto realizzato nell ambito del progetto regionale 10 grandi foreste per la pianura avviato nel 2002 e successivamente portato avanti con l iniziativa denominata Realizzazione di ettari di nuovi boschi e sistemi verdi multifunzionali. A ciò sono poi da aggiungersi altre iniziative regionali volte a promuovere la gestione forestale sostenibile del patrimonio forestale lombardo (per esempio L.R. 7/2000). In generale, interventi che garantiscono una fissazione costante e duratura nel tempo, quali la creazione di boschi permanenti, l arboricoltura a ciclo lungo, la pioppicoltura e la gestione forestale, offrono un contributo rilevante ai serbatoi di carbonio locali. 2. QUAL È UN REALISTICO OBIETTIVO DI ASSORBIMENTO ANNUO DI BIOSSIDO DI CARBONIO E DI RIDUZIONE DELLE EMISSIONI NETTE DI GAS SERRA, CONSEGUIBILE CON UNA POLITICA AGRO-FORESTALE OPPORTUNA? La promozione di una politica che valorizzi i suoli agricoli come sink di carbonio potrebbe dare risultati importanti. Nel caso della Lombardia, secondo uno scenario prudente, si può infatti stimare un tasso medio annuo potenziale di assorbimento di carbonio organico nei suoli agrari della pianura pari a 0,3 0,4 t/ha all anno. Le superfici forestali lombarde presentano complessivamente una produzione ecosistemica netta stimata in circa 2.4 MtCy-1: a fronte di circa 93 MtCO2 equivalente di origine antropica emesse in un anno sul territorio lombardo, il C-sink forestale lombardo è in grado di sequestrarne circa un decimo. 3. QUALI SONO E COME SONO QUANTIFICABILI LE ESTERNALITÀ AMBIENTALI DELLE ATTIVITÀ AGRO- FORESTALI ATTIVABILI AI FINI DEL PROTOCOLLO DI KYOTO? Maggiori dotazioni in sostanza organica nei suoli attraverso attività di afforestazione/riforestazione si traducono in numerosi benefici ambientali, difficilmente quantificabili, ma tutti rilevanti, quali l incremento a lungo termine della fertilità, una maggiore capacità tampone nei confronti di sostanze potenzialmente tossiche, una migliore regolazione dei cicli idrologici, la conservazione della biodiversità, la protezione dall erosione. Per quanto 8

9 riguarda la produzione di biomasse a fini energetici, l impatto può risultare negativo se le biomasse derivano dai residui forestali (rami, ceppaie ecc.) Se invece la biomassa deriva da un impianto di short rotation forestry su campi precedentemente destinati all uso agricolo, l impatto appare complessivamente positivo. 4. QUAL È IL POTENZIALE DI ASSORBIMENTO E DI IMMAGAZZINAMENTO DI BIOSSIDO DI CARBONIO IN LOMBARDIA A OPERA DEI SUOLI (IN FUNZIONE DELLE DESTINAZIONE D USO E DELLE POSSIBILI PRATICHE AGRONOMICHE) E DELLE BIOMASSE LEGNOSE? Anche in Lombardia lo stock di carbonio presente nei suoli coltivati a seminativo (57 t/ha nei primi 30 cm di suolo) è significativamente inferiore a quello dei suoli sotto foresta o formazioni prativo pascolive (da 70 a 90 t/ha circa). Tuttavia, un incremento di solo lo 0,1% in valore assoluto (passando per esempio da 2 a 2,1%) del tenore in carbonio organico dello strato arato dei suoli coltivati a seminativo in Lombardia comporterebbe una variazione nello stock di carbonio di oltre 3 milioni di tonnellate, corrispondenti all immagazzinamento di circa 10 milioni di tonnellate di CO2. Considerando che dal 1990 al 2000 si è assistito a una diminuzione degli impianti pari all 1,68% su base annua (ISTAT) e che le superfici a pioppeto sono pari a 38819,92 ha (DUSAF, 1999), si può stabilire che, nel caso in cui la riduzione delle superfici coltivate a pioppo si mantenga costante, nei prossimi anni si potrebbe osservare una riduzione del sequestro di carbonio pari a circa tc anno QUALI SONO I FATTORI CLIMATICI, AMBIENTALI E ANTROPICI (INQUINAMENTO, SICCITÀ, ELEVATE TEMPERATURE) IN GRADO DI INFLUENZARE (POSITIVAMENTE O NEGATIVAMENTE) LE CAPACITÀ DI ASSORBIMENTO E DI IMMAGAZZINAMENTO DEL CARBONIO DA PARTE DEL SISTEMA AGRO-FORESTALE? Nel pioppeto sperimentale di Zerbolò (PV) l ondata di calore del 2003 ha provocato una riduzione dell efficienza fotosintetica, con una conseguente diminuzione dell assimilazione lorda di CO2. Le misure di flussi di ozono effettuate nel 2005 sul pioppeto, hanno mostrato come l ozono può diminuire l assorbimento di carbonio, sia per quanto riguarda i valori massimi giornalieri che i valori giornalieri cumulati. Ulteriori analisi hanno permesso di individuare una soglia di concentrazione per l ozono oltre la quale il mancato assorbimento di anidride carbonica può arrivare a oltre il 7 %. L analisi a livello regionale tramite modelli di simulazione basati su dati di telerilevamento ha permesso di identificare una riduzione della produttività primaria netta nell anno 2003 per le categorie distribuite principalmente in pianura e un aumento rispetto alla media della produttività delle foreste dell area prealpina. Questo risultato è di particolare interesse poiché mette in evidenza risposte differenti ad eventi climatici estremi. I fattori climatici sono sicuramente importanti per i loro effetti diretti ed indiretti, ma i fattori antropici lo sono altrettanto e, per quanto riguarda il suolo, appaiono più rilevanti. Il contenuto attuale medio di carbonio organico dei suoli è da considerarsi coerente con le condizioni pedoclimatiche della Lombardia (14,6 kg/m2 nei primi 200 cm per un totale di 276 Mt): il riscaldamento globale potrebbe modificare negativamente l equilibrio presente, così come l aumento delle precipitazioni (in quantità e intensità) potrebbe accrescere i fenomeni erosivi. Tuttavia i rischi maggiori per la capacità dei suoli di conservare e immagazzinare carbonio provengono dalle semplificazioni degli ordinamenti produttivi e dalla diffusione di pratiche e modalità di gestione agricola che non garantiscono un sufficiente reintegro della sostanza organica nonché dal consumo di suolo per urbanizzazione. Decisive sono dunque delle corrette politiche agricole e di governo del territorio: va infatti tenuto presente che l accumulo ulteriore di carbonio nei suoli è possibile, ma richiede tempo ed è relativamente difficile mentre la sua perdita è un processo che può essere drammaticamente rapido se le risorse agro-forestali e i suoli stessi non sono adeguatamente protetti e gestiti. 9

10 6. QUAL È L IMPATTO DELLA GESTIONE DELLE PIANTAGIONI DI PIOPPO (CICLO LUNGO, CICLO BREVE) SUL BILANCIO TOTALE DELLE EMISSIONI DI GAS AD EFFETTO SERRA (BASATO SUL CICLO COMPLETO DI VITA: DALLA PRODUZIONE ALLA DESTINAZIONE FINALE DEL PRODOTTO)? La coltivazione del pioppo in Lombardia interessa circa ettari con un contributo non irrilevante nel sequestro della CO2. Tuttavia, come per tutti gli accumulatori di carbonio forestali, il comparto pioppicolo risente fortemente del problema della non permanenza del servizio apportato. Se da un lato questo può essere in parte limitato dalla pioppicoltura tradizionale che ha come prodotto finale la produzione di sfogliati con un ciclo di vita relativamente lungo, dall altro, per quanto riguarda gli impianti a ciclo breve (Short Rotation Forestry), non appena la biomassa è utilizzata come combustibile si ha un ritorno immediato in atmosfera della CO2 immagazzinata nel legno. 7. QUALI SONO GLI STOCKS DI CARBONIO ACCUMULATISI NEL TERRITORIO REGIONALE, QUALE CONSEGUENZA DELL ABBANDONO DELLE PRATICHE AGRICOLE, RICONOSCIBILI AI FINI DEL PROTOCOLLO DI KYOTO (CONVERSIONE DI TERRE AGRICOLE E PASCOLI IN FORESTA, SOSTITUZIONE DEGLI ERBAI DA SFALCIO CON PRATI-PASCOLI)? L abbandono delle pratiche agricole ha portato, tra gli altri effetti, alla riforestazione di terreni un tempo utilizzati come coltivi. A questo proposito bisogna distinguere due distinti fenomeni: da un lato, in pianura, la riforestazione di ex coltivi, sostenuta per lo più da politiche comunitarie, ha portato in Lombardia alla realizzazione di nuovi boschi efficacemente conteggiabili dall Italia al fine di raggiungere gli obiettivi del Protocollo di Kyoto; dall altro, in montagna, l abbandono dei pascoli ha portato a una naturale espansione del bosco, fenomeno la cui legittimità ai fini del Protocollo di Kyoto è messa seriamente in dubbio dalla condizione posta dal Protocollo stesso di direct human induced. In linea generale le variazioni di uso del suolo delle diverse categorie sono state estremamente piccole (da - 0,41% a +2,10%). In base al secondo inventario INFC del 2005 la superficie a bosco in Regione Lombardia è di ha mentre quella forestale totale è di ha. Lo stock di carbonio organico contenuto nei suoli lombardi è pari a quasi 280 Mt e quello nella biomassa forestale è di circa 20 Mt per un totale regionale che arriva quindi a sfiorare 300 Mt. Con i dati attualmente a disposizione risulta difficile valutare quali conseguenze possano avere l abbandono delle pratiche agricole e la loro estensivizzazione. In ogni caso, soprattutto in aree collinari e in aree periurbane soggette a intensi processi di marginalizzazione dell agricoltura, la conversione delle superfici abbandonate ad aree forestali può avere effetti positivi sull ambiente (riduzione dell erosione e dell ulteriore degrado dei suoli) utili anche ai fini del Protocollo di Kyoto. Ancora più difficile è dire se lo stock di carbonio presente nei suoli sia o meno diminuito rispetto a un recente passato: di certo, data la sua rilevanza quantitativa, appare importante una strategia tesa a preservare tale stock. 8. QUAL È LA DISPONIBILITÀ DI DATI A LIVELLO REGIONALE PER LA COMPILAZIONE, NEL SETTORE AGRO- FORESTALE, DELL INVENTARIO ANNUALE DELLE EMISSIONI (SOTTO LA UNFCCC) E DEL REGISTRO DELLE ATTIVITÀ DI USO DEI SUOLI, CAMBIAMENTO DI USO DEI SUOLI E SELVICOLTURA (SOTTO IL PROTOCOLLO DI KYOTO)? Oltre alle incertezze legate alle decisioni da intraprendere a livello nazionale (vedi domanda 1), la mancanza di un inventario forestale regionale e in generale lo scarso dettaglio e specificità delle informazioni disponibili sull uso dei suoli rappresentano un indubbio limite per la compilazione nel settore agro-forestale dell inventario annuale delle emissioni sotto la UNFCCC e del registro delle attività di uso del suolo, cambiamento di uso del suolo e selvicoltura sotto il Protocollo. Si rileva peraltro che, soprattutto per quanto riguarda le informazioni sul suolo, tale scarsità di informazioni è comune a molte realtà europee, con poche eccezioni (per esempio, Regno Unito). La Regione Lombardia dispone di basi informative del suolo per la 10

11 determinazione dello stock di carbonio e dell uso del territorio. I dati delle dichiarazioni PAC (Politica Agricola Comunitaria) e la Carta Forestale completano il quadro delle conoscenze utili. Per il futuro appare necessario dotarsi di: 1) un sistema per il monitoraggio dei suoli agricoli e quindi dei contenuti di carbonio in essi immagazzinati; 2) un database topografico dell uso del suolo che consenta di registrare le variazioni intervenute; 3) un inventario forestale regionale. 9. QUAL È IL POTENZIALE DI METODI AVANZATI (MONITORAGGIO FLUSSO NETTO DI CO2, MAPPATURA BIOMASSA CON 3D LASER SCANNER, GROUND PENETRATING RADAR, APPLICAZIONI REMOTE SENSING, MODELLI) PER MIGLIORARE LA STIMA DEL BILANCIO DEI GAS A EFFETTO SERRA DEL TERRITORIO REGIONALE? Allo stato attuale è possibile affermare che il monitoraggio dei flussi di carbonio, realizzabile mediante la tecnica eddy covariance, costituisce uno strumento essenziale ai fini della calibrazione e della validazione dei modelli. Tale tecnica è anche utile per individuare i limiti dei modelli nella descrizione dei principali processi (fotosintesi, respirazione ecc.). Le osservazioni remote satellitari sono uno strumento fondamentale per l estrapolazione (upscaling) dei processi da scale locali a scale regionali. L analisi di immagini telerilevate permette di monitorare la variabilità nel tempo e nello spazio dei parametri biofisici della vegetazione necessari per la parametrizzazione dei modelli di simulazione del ciclo del carbonio. 10. QUALI SONO I DATI ESSENZIALI MINIMI DI BASE CHE DEVE CONTENERE UN DATABASE AL FINE DI UN MONITORAGGIO CONTINUO DEL BILANCIO DI CARBONIO NEL TEMPO E NELLO SPAZIO? Relativamente al comparto suolo gli strumenti conoscitivi di cui è necessario disporre sono innanzi tutto un Sistema Informativo sui Suoli aggiornato e dettagliato e una rete permanente di monitoraggio dei suoli. Il database ipotizzato deve contenere: carta d uso del suolo delle colture agricole e inventario forestale (con informazioni relative alla gestione); superfici meteorologiche (parametri necessari: temperatura media dell aria, massima e minima, precipitazioni, radiazione globale e umidità relativa); dati pedologici (carbonio organico percentuale, tessitura, scheletro, densità apparente, contenuto unitario di carbonio - kg/m2 - riferito a differenti spessori); informazioni sulle deposizioni azotate; dati ecofisiologici (relativi alle principali tipologie forestali e colture); immagini multitemporali satellitari necessarie per stimare le dinamiche dei parametri biofisici e strutturali della vegetazione a scala regionale; dati di validazione dei modelli (misure eddy covariance, dati relativi alla produttività) LINEA ESTERNALITÀ AMBIENTALI 1. QUALI SONO I PRINCIPALI IMPATTI DIRETTI O PRIMARI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI IN LOMBARDIA? Gli effetti macroscopici più rilevanti sono ovviamente riconducibili all aumento di frequenza dei fenomeni estremi, in modo particolare temperatura e precipitazioni, con effetti che andranno a sovrapporsi e a interagire pericolosamente con problematiche strutturali caratteristiche del sistema socio-economico e naturale lombardo, quali l invecchiamento della popolazione, il dissesto idrogeologico, la crescita della domanda energetica, la difficoltà di sostenere la produzione agricola, la necessità di conservare biodiversità e la rete delle aree naturali protette della Regione Lombardia. Tenuto conto che gli scenari dell IPCC prevedono un aumento della temperatura compreso fra 1,4 C e 5,8 C per la fine del secolo, a fronte dell aumento già osservato ai nostri giorni di 0,7-1 C, è verosimile che nei prossimi anni possano verificarsi nuovamente ondate di calore simili a quella record che ha colpito il Nord Italia nel 2003 (come del resto l Europa) e che ha provocato oltre 7 mila morti nel nostro Paese con temperature di 4 gradi sopra la media stagionale per oltre tre mesi. 11

12 Le analisi sulla frequenza dei ricoveri ospedalieri a Milano nell estate del 2003 hanno messo in evidenza che l effetto delle ondate di caldo risulta significativo a partire dal quinto giorno consecutivo di superamento dei 32 C e in forte crescita a partire dall ottavo. Le aree più critiche saranno quelle urbane ad alta densità abitativa a causa del concomitante effetto isola di calore che comporta un aumento della temperatura rispetto alle aree periurbane. I cambiamenti climatici avranno del resto un impatto diretto sul ritiro, evidente già da alcuni decenni, dei ghiacciai nelle zone montane della regione e determineranno in media una diminuzione della copertura nevosa durante la stagione invernale. Questi fenomeni influenzeranno a loro volta il regime idrico durante il periodo di scioglimento delle nevi e potranno determinare una riduzione dell invaso dei bacini e una diminuzione della ricarica delle falde. Lo stress termico legato alle ondate di calore e quello idrico conseguente a una diminuzione delle precipitazioni e, quindi, a una riduzione della disponibilità idrica nel periodo estivo nel momento del picco massimo della domanda potranno ripercuotersi negativamente sulla produzione agricola soprattutto fra giugno e luglio, in particolare in quelle zone già caratterizzate tradizionalmente da deficit idrico nel periodo estivo, come per esempio la Bassa padana. Le colture di mais e orticole saranno verosimilmente quelle più colpite dai cambiamenti climatici. Non meno rilevanti saranno gli impatti sulla componente naturale, in particolare sulla struttura e il funzionamento degli ecosistemi terrestri, sulla fisiologia e fenologia delle specie vegetali e animali, sulla localizzazione degli areali di distribuzione delle specie. In questo ambito, oltre all evidente impatto negativo generato dall aumento di frequenza degli eventi estremi (ondate di calore, siccità, precipitazioni intense), giocano un ruolo fondamentale anche le variazioni piccole ma continue e progressive della temperatura capaci di influenzare il ciclo biologico di molte specie animali e vegetali. Per esempio, inverni mediamente più miti e brevi possono modificare le relazioni competitive fra le specie alterando la struttura delle comunità biologiche e, in alcuni casi, favorendo la diffusione di agenti parassitari la cui azione negativa è peraltro già stata osservata anche in agricoltura. Le aree naturali più vulnerabili della regione Lombardia saranno quelle tendenzialmente isolate, localizzate in particolare in zone montane, come gli ecosistemi fragili alpini. Infatti, un aumento della temperatura provocherà una riduzione degli habitat adatti alla sopravvivenza delle specie alpine e caratterizzati da condizioni estreme; la presenza di barriere naturali o antropiche impedirà inoltre la migrazione delle specie verso habitat caratterizzati da un clima più adatto. Questo fenomeno interesserà del resto anche gli ambienti naturali collinari e di pianura a causa dell elevato livello di frammentazione degli habitat. Impatti diretti si potranno verificare anche sugli ecosistemi acquatici a causa dell aumento della temperatura dell acqua e alla possibile riduzione delle portate dei torrenti nel periodo estivo. Le specie ittiche saranno particolarmente vulnerabili in quanto lo spostamento degli individui è ostacolato dalla presenza di numerose barriere di origine antropica che interrompono e dividono i corsi d acqua. 2. ESISTONO ANCHE IMPATTI SECONDARI O INDIRETTI CHE POTREBBERO ESSERE RILEVANTI? QUALI SONO? Oltre ai fenomeni più eclatanti legati all aumento di frequenza e intensità degli eventi estremi, i cambiamenti climatici possono esercitare pressioni che si ripercuotono a cascata in una catena di impatti secondari o indiretti sul sistema socioeconomico e naturale della Lombardia. Per quanto riguarda l ambito sanitario, oltre al già citato impatto delle ondate di calore, un aumento anche lento ma progressivo della temperatura che comporti inverni più miti e un anticipazione delle temperature tipiche del periodo primaverile favoriranno la diffusione dei pollini responsabili di allergie e problemi respiratori, come l asma bronchiale e la rinite. Alte temperature ed elevati livelli di umidità, caratteristici di ondate di calore estive potenzialmente sempre più frequenti, sono condizioni favorevoli alla produzione di aflattossine uno dei più potenti cancerogeni naturali da parte di funghi presenti su vari substrati vegetali (foraggi, insilati, cereali, farine di estrazione, arachidi) in agricoltura. Sebbene inizi sul campo, la contaminazione può interessare successivamente le fasi di raccolta, essiccazione, conservazione, trasformazione, manipolazione e trasporto e diffondersi nella 12

13 catena alimentare agro-zootecnica fino a costituire una potenziale minaccia per la salute umana, come avvenuto nella primavera successiva all ondata di caldo del Un aumento della durata dei periodi con stabilità atmosferica e una diminuzione della copertura nuvolosa, accompagnato da una riduzione delle precipitazioni, potrebbe aggravare il problema della qualità dell aria nella aree urbanizzate, sia per la riduzione dell effetto di dilavamento delle piogge e di rimozione delle polveri dalle strade, sia per la formazione di inquinanti chimici secondari come le polveri fini e l ozono, tipicamente nel periodo estivo, con conseguente acutizzarsi delle patologie respiratorie a essi associate. Al contrario, inverni più miti avranno il vantaggio quanto meno di ridurre i consumi per riscaldamento con una conseguente riduzione delle emissioni di polveri. Un aumento della temperatura, unitamente alla riduzione delle portate, potrà inoltre peggiorare la qualità delle acque superficiali e favorire la diffusione di salmonellosi e infezioni gastrointestinali creando anche problemi per la balneazione dei laghi lombardi, soprattutto quelli di dimensioni medio-piccole (come Iseo, Idro, Varese e il tratto lombardo del lago di Lugano) già caratterizzati da uno scarso livello di qualità delle acque. Un aumento della temperatura può inoltre creare condizioni favorevoli a esplosioni algali che contribuiranno a peggiorare ulteriormente la qualità delle acque. L aumento progressivo della temperatura potrà favorire in prospettiva anche la diffusione di malattie portate da vettori, tipicamente insetti e roditori che, oltre a colpire la fauna selvatica, possono trasmettersi all uomo (zoonosi). Mentre sembra lontano il rischio della trasmissione della malaria attraverso le zanzare o dell Hantavirus (noto anche come agente bio-terroristico), maggiore attenzione deve essere posta nei confronti del ruolo delle zecche. Le zecche possono essere vettori di malattie come l encefalite virale e l erlichiosi, capaci di causare anche effetti letali per l uomo. Sempre sul fronte sanitario, è infine possibile che l esondazione di rogge e corpi d acqua inquinati, come il Lambro, il Seveso e l Olona, in conseguenza di precipitazioni particolarmente intense, possa provocare la risospensione del sedimento di fondo e favorire così la contaminazione delle aree allagate. Le aree alluvionate sono comunque soggette a un peggioramento della qualità delle acque a causa del ristagno e dei danni generati al sistema fognario e alla rete dell acqua potabile. Se verrà confermata la tendenza a un aumento dei fenomeni di precipitazione breve ma intensa, i processi di dissesto idrogeologico potranno subire un accelerazione che comporterà un aumento dei fenomeni franosi nelle zone montane e collinari e del rischio alluvionale in modo particolare nelle aree storicamente già interessate da allagamenti. L aumento di questi fenomeni avrà conseguenze negative sia per i danni generati al sistema delle infrastrutture, sia per le conseguenze sull indotto socio-economico delle aree alluvionate. Mentre l attenzione è generalmente concentrata su eventi catastrofici con elevato tempo di ritorno, ovvero 200 e 500 anni, la maggior parte dei danni monetari rilevati dal settore assicurativo proviene in genere da eventi di piena con tempi di ritorno inferiori, ovvero quelli per cui si percepirà più chiaramente un aumento della frequenza a causa dei cambiamenti climatici. Analisi preliminari sui flussi turistici negli ultimi vent anni in alcune stazioni sciistiche lombarde mostrano chiaramente che inverni più miti e meno nevosi potranno condizionare gli afflussi turistici nelle località montane, in modo particolare in quelle situate a quote più basse e quindi più sensibili a una riduzione delle precipitazioni nevose. In questa situazione, l innalzamento dello zero termico vanificherà il ricorso a sistemi di Innevamento artificiale. Bisogna tener presente che più che una mera ipotesi questo è un fenomeno già in atto da oltre un decennio: la riduzione delle precipitazioni nevose è un fatto che, con poche eccezioni, ha interessato l intero settore meridionale delle Alpi, senza particolari distinzioni geografiche o altimetriche. La riduzione è stata in media di poco inferiore al 20% in vent anni con punte del 40% per le località a bassa quota, un fenomeno evidentemente correlato con l aumento delle temperature nello stesso periodo. L utilizzo dell innevamento artificiale, laddove tecnicamente possibile, comporta del resto impatti ambientali sia per la realizzazione delle opere e degli impianti, sia per la tipologia stessa della neve artificiale che risulta dalle 4 alle 5 volte più pesante di quella naturale producendo così una pressione anomala sul suolo. Una conseguenza dell aumento della temperatura durante il periodo estivo sarà quella di accelerare la vendita di condizionatori per uso domestico: nel 2003 l incremento è 13

14 stato del 45% rispetto all anno precedente. Il maggior ricorso a impianti di condizionamento nel settore civile, industriale e dei servizi sostenuto dalla necessità di difendersi dalle ondate di calore comporterà inevitabilmente un aumento dei consumi energetici nel periodo estivo che già da qualche anno hanno raggiunto e si avviano ormai a superare quelli invernali, un problema non marginale per un Paese come l Italia in cui la capacità produttiva fa fatica a soddisfare la crescente domanda energetica. Se non si riuscirà ad agire efficacemente sulla promozione del risparmio energetico, dell efficienza energetica e delle fonti di energia rinnovabile, l unica possibilità per scongiurare i blackout controllati che già nel giugno del 2003 hanno interessato il nostro Paese, provocando notevoli danni al sistema produttivo e disagi alla popolazione, sarà quella di aumentare la produzione di energia con sistemi basati su combustibili fossili (gas, carbone, olio combustibile) che, per loro natura, aumenteranno le emissioni di gas serra e quindi ci allontaneranno dagli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto per l Italia. Nel quadro della Direttiva europea sull Emission Trading, la crescita delle emissioni di gas climalteranti non si pone soltanto come un grave problema ambientale ma, nel caso non si riuscisse a rispettare le quote di emissione previste dal Piano Nazionale di Allocazione, comporterà anche un aumento della bolletta energetica nazionale a causa della necessità di acquistare quote sul mercato dei diritti di emissione o di pagare una multa che, nella seconda fase di attuazione della Direttiva, salirà a 100 euro/tonnellata di CO2 emessa oltre il limite prefissato. Per quanto riguarda la produzione di energia idroelettrica, già molto rilevante in Lombardia, è necessario tener presente che una variazione del regime delle precipitazioni nella direzione di un aumento della frequenza delle piogge brevi e intense e di un prolungamento dei periodi siccitosi potrebbe comportare una riduzione anche a parità di precipitazioni annuali della reale capacità di generazione di energia dei bacini idroelettrici a causa della difficoltà di garantire un sufficiente invaso nei periodi in cui è maggiore il picco di domanda energetica. La riduzione delle precipitazioni nevose a causa di temperature invernali sempre più miti produrrà una sensibile diminuzione degli apporti al sistema idrico di superficie e a quello delle acque sotterranee. L aumento delle derivazioni nel settore mini-idroelettrico per incrementare la capacità produttiva dovrà, d altro canto, fare i conti col problema di assicurare le portate minime vitali per il rispetto dell integrità ecologica dei corsi d acqua soggetti a prelievo nel rispetto della Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60/CE. Sprechi e consumi crescenti portano in deficit il bilancio fra domanda e disponibilità idrica. Secondo la ricerca Water Footprints of Nations (2007), ogni italiano consuma metri cubi d acqua all anno (equivalenti a 2 milioni e 332 mila litri). L Italia è prima in Europa per il consumo d acqua e terza nel mondo, più di noi soltanto gli Stati Uniti e il Canada. Gli italiani consumano quasi otto volte l acqua usata in Gran Bretagna, dieci volte quella usata dai danesi e tre volte quello che consumano in Irlanda o in Svezia. In questo quadro, l intensificarsi dei periodi siccitosi renderà drammatici gli storici conflitti connessi alla gestione delle risorse idriche nel settore civile, agricolo e industriale. Gli effetti di una riduzione degli apporti idrici sul sistema socio-economico e produttivo saranno molteplici. La siccità dell estate del 2003 e il conseguente deficit della rete idrica superficiale hanno reso problematico il rispetto dei limiti di legge sugli scarichi termici delle centrali termoelettriche. A questo problema si pose rimedio col DL 239/2003 che evitò il temuto fermo di esercizio degli impianti proprio nel momento in cui la domanda energetica era particolarmente alta. Al di là degli aspetti di carattere normativo, è evidente che una riduzione delle portate e un aumento della temperatura dell acqua di approvvigionamento potrà mettere in difficoltà i sistemi di raffreddamento delle centrali termoelettriche oltre a generare un conflitto fra l uso per raffreddamento e quello per irrigazione in agricoltura. Il perdurare di periodi siccitosi potrebbe portare a una riduzione dell invaso dei grandi laghi lombardi e della portata del Po, cosa che metterà in seria difficoltà la navigazione lacustre e fluviale generando difficoltà nel trasporto merci e persone. 14

15 Un aumento di frequenza dei fenomeni siccitosi avrà inevitabilmente ripercussioni sul regime degli incendi boschivi con un possibile aumento di frequenza e severità e ricadute sulla conservazione degli habitat e della biodiversità. I cambiamenti climatici avranno impatti secondari sulle interazioni tra le specie, favoriranno la diffusione di specie invasive, vettori di malattie e agenti infestanti negli ecosistemi terrestri, fenomeni del resto già osservati nel recente passato. Inverni più miti e l anticipazione del ciclo biologico potranno favorire la diffusione di malattie e di agenti infestanti in agricoltura per il controllo dei quali potrebbe essere necessario ricorrere a un uso più intenso di pesticidi. Ammesso che questi siano sempre efficaci nel controllo dei patogeni e parassiti, è evidente che un uso maggiore di pesticidi avrà inevitabili ricadute sulla qualità dell ambiente e delle acque. Al di là degli ovvi impatti in agricoltura generati da fenomeni climatici estremi come le ondate di calore, le alluvioni e il perdurare di periodi siccitosi, un incremento anche lento ma graduale della temperatura potrebbe influenzare la geografia del settore vinicolo nel centro-sud Europa, alterando direttamente le condizioni di crescita della vite e di maturazione dell uva al punto da richiedere cambiamenti strutturali delle produzioni. Gli effetti di piccoli cambiamenti di temperatura sulla crescita e maturazione dell uva e quindi sulla qualità del prodotto finale potranno nel caso essere corretti con interventi tecnologici durante il processo di produzione ma, per vitigni che si trovano già ai margini dell intervallo ammissibile di temperatura per una specifica produzione, un incremento della temperatura potrebbe rendere vano ogni correzione e richiedere quindi un cambiamento di produzione a partire dal vitigno. Infine, il settore assicurativo dovrà fronteggiare una situazione che vede le catastrofi naturali (generate da tempeste e alluvioni) in progressivo aumento a livello globale, come riportato nel rapporto della Harvard Medical School e sponsorizzato dalla Swiss Re Assicurazioni (2005). Lo stesso rapporto evidenzia che i danni economici generati da eventi climatici sono andati sensibilmente aumentando nel corso degli ultimi cinquant anni così come i conseguenti indennizzi. E altresì chiaro che un aumento dei premi assicurativi graverà sui bilanci di quelle attività che più possono risentire della variabilità climatica e di eventi meteorologici estremi. 3. QUALI SARANNO I SETTORI SOCIALI ED ECONOMICI PIÙ COLPITI IN REGIONE LOMBARDIA? È POSSIBILE STIMARE L INFLUENZA DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI SUL SISTEMA INFRASTRUTTURALE, SUL SETTORE ENERGETICO E TURISTICO, SULL UTILIZZO DI RISORSE QUALI L ACQUA? CON QUALE GRADO DI INCERTEZZA? Il settore socio-sanitario risentirà ovviamente dell aumento della frequenza delle ondate di calore, anche a causa del progressivo invecchiamento della popolazione e quindi della maggiore consistenza numerica delle classi anziane, le più vulnerabili allo stress termico. L aumento dei ricoveri ospedalieri potrà comportare un aggravio della corrispondente spesa sanitaria. La relazione causa-effetto fra stress termico e decessi e/o ricoveri ospedalieri è assai robusta ma la stima della dimensione e l importanza del fenomeno necessitano di previsioni quantitative sulle caratteristiche locali del clima e della frequenza delle ondate di calore a livello regionale che ancora non sono disponibili. Se queste ondate di calore si verificheranno di nuovo, come sembra probabile, l impatto sulla crescente popolazione anziana sarà ineluttabile in assenza di opportuni interventi sanitari. In termini di politiche di prevenzione, i risultati del Progetto Kyoto Lombardia hanno messo in evidenza che è tanto più importante porre in condizioni di allerta le popolazioni esposte al rischio e le strutture preposte a gestire le emergenze quando siano previsti più giorni consecutivi di caldo eccezionale. Sarà quindi opportuno non basarsi solo sulla previsione giorno per giorno ma sulle previsioni per più giorni e aumentare il livello di allerta in funzione della durata stessa. Per calibrare la capacità di accoglienza delle strutture sanitarie, sarà utile sapere che il numero atteso di ricoveri giornalieri cresce man mano con il passare dei giorni durante l ondata di caldo. L agricoltura è ovviamente un altro comparto che risentirà fortemente di un possibile aumento di frequenza dei fenomeni siccitosi. 15

16 Maggiori approfondimenti su questi comparti vengono presentati nel seguito, ma si può anticipare che anche in questo caso la relazione causa-effetto risulta molto robusta, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti associati al deficit idrico e allo stress termico. L aumento della diffusione di agenti infestanti in agricoltura a causa dei cambiamenti climatici è un problema concreto anche se la valutazione quantitativa degli impatti risulta invece di più difficile previsione. Anche il turismo potrà risultare fortemente influenzato dai cambiamenti climatici. Quello turistico è un settore economico assai rilevante per la Lombardia: contribuisce a circa il 7% del PIL regionale con 25 milioni di presenze nel 2002 e un incremento del 35% delle presenze e dell 85% dei turisti stranieri in 10 anni. Il turismo invernale sull arco alpino sarà ovviamente colpito da una possibile riduzione delle precipitazioni nevose. Infatti, analizzando i dati degli ultimi quarant anni, è già possibile evidenziare un andamento tendenzialmente decrescente nelle presenze turistiche durante i mesi invernali in località di media e bassa quota, ovvero quelle più sensibili a una riduzione dell innevamento. Ovviamente, un ulteriore innalzamento della Linea di Affidabilità della Neve (LAN o snow-reliability, ovvero la quota al di sopra della quale è garantita una copertura nevosa di almeno 30 cm di neve per un periodo di 100 giorni fra dicembre e aprile durante la stagione invernale) in conseguenza dell aumento dello zero termico, fenomeno previsto dai principali modelli presentati nel Quarto Rapporto dell IPPC, limiterà la praticabilità degli sport invernali e in particolare la fruibilità degli impianti sciistici posti a bassa quota. Proprio su questi impianti è possibile prevedere un impatto importante con una notevole perdita per il turismo invernale cui contribuirà anche l impossibilità di ricorrere a sistemi di innevamento artificiale, a causa proprio dell innalzamento dello zero termico. Per quanto riguarda il settore energetico si è già accennato precedentemente ai problemi esistenti sia sul lato della domanda che su quello della produzione. Esiste la possibilità che i quasi 300 impianti di produzione di energia idroelettrica localizzati principalmente in Valtellina e che già nel 1997 contribuivano a coprire circa un quinto della domanda di energia a livello regionale potrebbero risentire delle variazioni del regime delle precipitazioni invernali ed estive. La prevista diminuzione di precipitazioni nevose dovuta a variazioni del regime delle precipitazioni e all aumento di temperatura durante il periodo invernale farà diminuire, infatti, l accumulo di acqua sotto forma di neve e conseguentemente la disponibilità di acqua nella stagione estiva e in quella primaverile. D altro canto nei periodi di precipitazione più intensa si potrebbe raggiungere rapidamente la massima capacità di invaso dei bacini idroelettrici senza la possibilità di accumulare il surplus di risorsa idrica da sfruttare successivamente nei periodi di picco della domanda energetica. Una stima quantitativa dell entità di questi fenomeni non è però ancora possibile, sia per la difficoltà di reperire informazioni anche solo sulle modalità attuali di gestione dei bacini per uso idroelettrico, sia per il notevole livello di incertezza associato alla stima delle precipitazioni future, non solo quelle medie annuali o mensili, ma soprattutto quelle di breve durata, da poche ore a pochi giorni, che sono fondamentali per la determinazione degli afflussi e la formazione delle piene. 4. A LIVELLO LOCALE NEGLI ULTIMI 10 ANNI QUALI SONO STATI GLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO SULLA MORTALITÀ IN LOMBARDIA? E GLI EFFETTI SUGLI EPISODI E I RICOVERI D EMERGENZA? Gli effetti del cambiamento climatico sulla salute in Lombardia sono stati studiati a livello locale, nei comuni di Milano e di Brescia. Gli studi condotti a livello locale hanno consentito infatti di cogliere in modo puntuale gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute delle popolazioni residenti nelle aree di interesse, concentrandosi in particolare sugli effetti della temperatura (principale veicolo attraverso cui si manifestano gli effetti del cambiamento climatico nei Paesi sviluppati). L analisi degli effetti della temperatura sia sui decessi sia sui ricoveri è stata sviluppata in prima battuta stimando e selezionando Modelli Additivi Generalizzati (GAM) sul numero di eventi giornalieri, considerati distintamente. In una seconda fase si è deciso di approfondire l importanza che può 16

17 rivestire, sulla salute delle popolazioni residenti, il persistere di condizioni climatiche avverse, studiando gli effetti delle ondate di calore, quali l estate calda del 2003, sulla salute. La ricerca condotta è stata poi dedicata alla comparazione degli effetti climatici sui ricoveri nelle due città, effettuata includendo nei modelli una variabile dummy e un termine di interazione in grado di cogliere il ruolo della città, anche in termini marginali, nell effetto della temperatura sui ricoveri. La procedura di stima e di selezione dei modelli GAM è stata applicata ai conteggi dei ricoveri e dei decessi, sia di Milano sia di Brescia, considerando tutti i ricoveri (sia per malattie del sistema cardiocircolatorio, sia per malattie del sistema respiratorio). La forma della relazione è sostanzialmente quella attesa, ovvero una relazione crescente tra le due variabili (temperatura ed episodi sanitari) che, in qualche caso, risulta lineare. Inoltre un effetto marginale positivo, anche se contenuto, è stato individuato per Brescia. L analisi degli effetti delle ondate di calore ha consentito di evidenziare, attraverso le procedure di selezione, come le ondate di calore siano significative per spiegare il numero di ricoveri e quanto questa conclusione sia robusta rispetto alla definizione di ondata di calore e di intensità della stessa. In tale contesto il miglior modello è risultato quello basato su ondate di calore definite come periodo di almeno due giorni con temperatura massima al di sopra di 32 C e con P(L)t (variante della posizione del giorno entro l ondata di calore) come misura di intensità dell ondata di calore. 5. IN FUNZIONE DEGLI SCENARI DI PREVISIONE SULL ANDAMENTO DEL CLIMA NEL MEDIO E LUNGO PERIODO, QUALI IMPATTI POSSIAMO ASPETTARCI PER I PROSSIMI ANNI SUL SETTORE DELLA SALUTE NELLA REGIONE? Per valutare gli impatti futuri del cambiamento climatico sulla salute sono state utilizzate delle simulazioni relative all aumento della temperatura previsto dal 2000 al 2020, al 2050 e al 2099 in base a due scenari IPCC, A2 e B2, per Milano e Brescia. Gli impatti sono stati stimati sul numero di ricoveri e decessi giornalieri per gli anziani nel periodo estivo. L analisi mostra un incremento atteso del numero di ricoveri giornalieri e di decessi per tutte le diagnosi, relativamente alla città di Milano. L effetto è comunque percentualmente più elevato sui ricoveri piuttosto che sui decessi. Relativamente alla città di Brescia, appare evidente l effetto di un incremento medio della temperatura massima sul numero di decessi giornalieri di soggetti con più di settantacinque anni per patologie respiratorie. 6. SI È REGISTRATO NEGLI ULTIMI ANNI UN AUMENTO DEI DANNI ALLE INFRASTRUTTURE LOMBARDE IN SEGUITO AD ALLUVIONI E/O SMOTTAMENTI E/O VALANGHE ATTRIBUIBILE AL VERIFICARSI DI EVENTI ESTREMI? LA FREQUENZA DI QUESTI EVENTI È CORRELATA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI? È POSSSIBILE SVOLGERE UNA MONETIZZAZIONE DEI DANNI SUBITI? Per quanto riguarda la monetizzazione dei danni legati a un aumento del rischio alluvionale è possibile effettuarne una stima preliminare per la Lombardia che risulta ovviamente caratterizzata da un certo grado di incertezza legato a fattori quali l elevata dimensione territoriale, la varietà di ambiti territoriali presenti, la mancanza di affidabili modelli previsionali delle precipitazioni future e soprattutto dell eventuale variazione nel regime pluviometrico in relazione ai mutamenti climatici. Nonostante queste difficoltà è stato sviluppato un semplice modello costruito a partire dalla definizione classica di rischio. Con questo modello è stato possibile stimare l entità dei danni materiali alle infrastrutture viarie misurati in termini di costi di ripristino in conseguenza di un aumento di frequenza delle piene di progetto di 200 e 500 anni utilizzate dall Autorità di Bacino del Fiume Po per determinare rispettivamente le fasce fluviali B e C. Un analisi territoriale condotta in questo studio su principali corpi idrici della Lombardia (Adda, Chiese, Lambro, Mincio, Oglio, Serio e Ticino) ha stimato che il valore di determinate infrastrutture (strade, elettrodotti, aree residenziali) localizzate all interno di aree a rischio alluvionale è vicino ai 35 miliardi di euro. Nello studio non è stato possibile stimare il valore delle restanti infrastrutture, altrimenti la cifra sarebbe stata di gran lunga superiore. 17

18 Il danno che un evento con tempo di ritorno di 200 anni potrebbe generare su scala regionale per le sole infrastrutture considerate è di circa 1 miliardo e 300 milioni di euro che sale a 15 miliardi e 200 milioni per piene con tempi di ritorno di 500 anni. Un aumento sensibile della frequenza delle piene di progetto, ovvero della probabilità che si verifichino eventi alluvionali di questa importanza, avrebbe quindi delle conseguenze drammatiche. Purtroppo non è stato possibile condurre un indagine simile anche per il rischio valanghe, per quanto l interazione fra andamento della temperatura e regime delle precipitazioni risulti ovviamente determinante nell innesco di questo fenomeno. Infatti, la variazione di questi due fattori meteo-climatici in seguito ai cambiamenti climatici, in particolare all aumento della temperatura, può quindi favorire la formazione di valanghe. 7. È POSSIBILE PREVEDERE LA VARIAZIONE SUPERFICIALE DELLE FASCE ESONDABILI, OVVERO VALUTARE COME UN CAMBIAMENTO DEL REGIME PLUVIOMETRICO INFLUENZI L ESONDABILITÀ DI ALCUNE AREE? Stimare come si modificheranno le fasce esondabili in conseguenza dei cambiamenti climatici è un operazione che a oggi risulta affetta ancora da notevole incertezza. Essa infatti richiede di conoscere con un ragionevole livello di precisione come si modificherà il regime delle precipitazioni a livello di scala di bacino e su intervalli di tempo molti brevi per il corretto calcolo della formazione degli afflussi e quindi della portata di piena. Purtroppo, per il momento non sono ancora disponibili queste informazioni a causa del notevole livello di incertezza delle previsioni dei modelli climatici su scala locale con l eccezione dei bacini più grandi, essenzialmente, per quel che riguarda il nostro territorio, per il fiume Po per il quale è possibile cominciare a formulare delle previsioni a scala di bacino. Per superare queste difficoltà, invece che sull aumento di portata a parità di tempi di ritorno, è però possibile lavorare sull aumento di frequenza delle piene di progetto di 200 e 500 anni che sono state utilizzate per determinare le fasce fluviali B e C. Così, operando a parità di portata, è lecito supporre che in prima approssimazione le fasce alluvionali rimangano sostanzialmente invariate. In questo modo è stato possibile operare un inquadramento generale delle problematiche legate al rischio alluvionale e avere così una valutazione preliminare dell entità degli impatti economici generati da un aumento del rischio alluvionale. Auspicabilmente, la messa a punto di procedure di calcolo per il downscaling a livello locale delle previsioni dei modelli climatici globali permetterà nel futuro prossimo venturo di lavorare direttamente su modelli idraulici di formazione degli afflussi. 8. È POSSIBILE PREVEDERE LA VARIAZIONE SUPERFICIALE DELLE FASCE SOGGETTE A FRANE E/O SMOTTAMENTI IN SEGUITO AI CAMBIAMENTI CLIMATICI PREVISTI PER LA REGIONE LOMBARDIA? Frane e smottamenti sembrano risentire degli effetti dei cambiamenti climatici; in particolare, nell ultimo secolo si è verificato un aumento degli eventi franosi in parte connessi col cambiamento di uso del suolo. Tuttavia, quantificare in maniera precisa la relazione che intercorre tra frane e smottamenti e i cambiamenti climatici non è semplice anche se gli studi più recenti sullo stato del permafrost alpino hanno cominciato a portar luce su questo problema. I dati ottenuti dalle perforazioni dei versanti condotte nell ambito del progetto PACE (Permafrost and Climate in Europe), hanno evidenziato inequivocabilmente un aumento notevole della temperatura interna ai versanti alpini ghiacciati, ben al di sopra dei valori di riscaldamento della temperatura atmosferica, in costante incremento negli ultimi decenni a causa dell immissione di gas serra. Le stime indicano un aumento complessivo della temperatura del permafrost alpino da 1 C a 2 C nel secolo scorso. Tra gli ulteriori fattori scatenanti vi sarebbe poi il progressivo ritiro dei ghiacciai che lascia esposte intere superfici ghiacciate agli effetti deleteri del calore estivo. Il disgelo del permafrost rende maggiormente instabili i pendii e l alterazione dei flussi idrici può avere effetti diretti sulla frequenza di accadimento di frane e smottamenti provocando frane e colate di fango di dimensioni potenzialmente molto rilevanti. 18

19 Le aree più a rischio sono i cosiddetti ghiacciai di roccia, giganteschi accumuli di roccia e ghiaccio simili a colate di lava e in lentissimo movimento verso valle. Fra le zone a rischio, per esempio, c è il Passo dello Stelvio, dove la coltre ghiacciata raggiunge i 100 metri di profondità a quote di metri. Nonostante la difficoltà di fare previsioni quantitative sui tempi e modi con cui potrebbero verificarsi eventi franosi innescati o accelerati dai cambiamenti climatici globali, questa problematica non può essere trascurata in una regione come la Lombardia che, fra le regioni italiane, è ai primi posti come numero di eventi legati ai dissesti idrogeologici. 9. QUALI PROBLEMATICHE SOCIO-ECONOMICHE LEGATE AL TURISMO INVERNALE POSSONO ESSERE CAUSATE DALLA RIDUZIONE DELLA COPERTURA NEVOSA? La copertura nevosa rappresenta una risposta integrata alla variazione sia della temperatura sia della precipitazione. Le proiezioni per il XXI secolo danno una diminuzione distribuita su vaste aree del Pianeta, ed è attesa una riduzione della copertura nevosa annuale nell emisfero nord intorno al 13%. Le conseguenze sono (peraltro già evidenti) un ritardo nell accumulo di neve al suolo nella stagione invernale e un anticipo nello scioglimento in primavera. Utilizzando i dati di 35 stazioni di rilevamento alpine indicative dei settori alpini meridionali posti tra i e i metri di quota, fascia entro cui si trova la maggior parte delle stazioni sciistiche invernali (WWF, 2006), è stato stimato che le precipitazioni nevose hanno subito mediamente una diminuzione complessiva del 18,7 % nel periodo Il turismo invernale è stato, di conseguenza, sfavorito da questa situazione a causa dello spostamento verso quote più alte della Linea di Affidabilità della Neve (quella quota al di sotto della quale lo spessore di neve al suolo è insufficiente per praticare sport invernali). Poiché la dipendenza dalla neve di tutte le località turistiche invernali è totale, si è cercato di ovviare al deficit delle precipitazioni nevose con l innevamento artificiale, oggi una necessità per garantire la sciabilità al di sotto di m per tutta la stagione. In analogia a uno studio condotto nella vicina Svizzera, si è assunto che ogni grado centigrado di aumento di temperatura media invernale a causa dei cambiamenti climatici, la LAN tradizionalmente posta a circa metri di quota sale di circa 150 m. Grazie al downscaling effettuato per le stazioni sciistiche della Lombardia dall Istituto di Fisica Generale Applicata dell Università degli Studi di Milano sulle previsioni di temperatura generate dai modelli climatici globali, è stato calcolato che oltre il 60% delle piste attuali non sarà più fruibile nel giro di 60 anni. 10. QUALI SONO LE AREE IN CUI SONO PIÙ VISTOSE LE LACUNE DI CONOSCENZA SCIENTIFICA, MONITORAGGIO, DISPONIBILITÀ DI DATI SU CUI SAREBBE NECESSARIO OPERARE PER MIGLIORARE LA STIMA DEI COSTI SOCIALI ED ECONOMICI DOVUTI AI CAMBIAMENTI CLIMATICI? In relazione alla valutazione del danno economico e alla stima dei costi sociali dei cambiamenti climatici è necessario sicuramente approfondire la conoscenza dei possibili effetti che tali cambiamenti hanno prodotto in passato e potranno produrre in futuro su scala regionale. Questo implica necessariamente uno sforzo nella raccolta, nell organizzazione e nell elaborazione dei dati necessari e nello sviluppo di nuove metodologie di calcolo. Per quanto riguarda il rischio idraulico, la stima del danno alluvionale beneficerebbe di analisi quantitative sulle aree esondabili calcolate per piene con tempi di ritorno inferiori ai 200 anni, visto che questi saranno gli eventi per cui verosimilmente si registrerà più facilmente un aumento di frequenza di accadimento nei prossimi anni. Sarà necessario mettere a punto una metodologia standardizzata per il calcolo delle aree esondabili, eventualmente estendibile anche ai corsi d acqua minori ma di interesse da un punto di vista alluvionale. Per la stima del rischio valanghe, di frane e di smottamenti si dovrà senz altro concentrare gli sforzi sull elaborazione di modelli che possano riprodurre condizioni di instabilità dei versanti indotta dalla fusione e degradazione dei terreni gelati, e stimare di conseguenza i potenziali rischi ai quali le popolazioni montane saranno sottoposte a causa dei cambiamenti climatici. 19

20 Sarà necessario concentrare lo sforzo sul monitoraggio delle zone a rischio e sulla realizzazione di database contenenti serie storiche di portate, precipitazioni, temperature, grazie alle quali si potranno produrre mappe di rischio relative allo stato attuale. È infine auspicabile aumentare lo sforzo per un corretto e sistematico downscaling delle previsioni fornite dai modelli climatici globali, in modo tale che sia possibile formulare delle stime sull evoluzione futura dei fenomeni oggetto di studio. 11. COSA SI PUÒ FARE PER FAR FRONTE A UNA CRESCITA DEL RISCHIO ALLUVIONALE E DI DISSESTO IDROGEOLOGICO? In primo luogo è necessario rafforzare la coscienza istituzionale di questi fenomeni attraverso robuste previsioni meteoclimatiche delle forzanti naturali di questi fenomeni. In secondo luogo sarà necessario creare meccanismi di condivisione del rischio (risk sharing) che coinvolgano tutti gli attori istituzionali che si occupano di protezione civile e di pianificazione e prevenzione a livello nazionale e regionale attraverso il coinvolgimento delle Direzioni Generali della Regione direttamente interessate, i Ministeri e i dipartimenti nazionali della Protezione Civile e a livello locale, attraverso il coinvolgimento di Comuni, Province, Comunità montane, Parchi ecc. Perché i piani di emergenza siano poi efficaci, bisognerà effettuare una capillare opera di sensibilizzazione/informazione della popolazione e dei soggetti interessati. Sarà inoltre necessario migliorare, attraverso il finanziamento alla ricerca, gli strumenti previsionali; individuare e mappare aree potenzialmente pericolose, sulla base dell utilizzo di metodologie inferenziali, statistiche e fisiche; calibrare e ridefinire gli scenari di rischio utili alla valutazione delle possibili perdite dal punto di vista naturale, economico e sociale e ridefinire un efficace pianificazione delle future destinazioni d uso del territorio in corrispondenza di aree potenzialmente pericolose. Si richiama infine la necessità di valutare gli interventi proposti in un ottica di tipo costi/benefici. 12. QUALI MISURE DIFENSIVE E DI ADATTAMENTO POSSONO ESSERE INTRAPRESE PER FAR FRONTE AGLI IMPATTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI SUL SISTEMA INFRASTRUTTURALE? Per far fronte agli impatti dei cambiamenti climatici sul sistema infrastrutturale è necessario approfondire la conoscenza del rischio sul territorio regionale. Applicando modelli per la stima del danno economico sulle diverse aree a rischio è infatti possibile valutare, in base alla quantità di beni presenti, all entità del danno potenziale calcolato e del danno economico atteso su base annua, quali siano le situazioni su cui è più urgente un intervento. Avendo la consapevolezza di quale potrebbe essere la dimensione delle perdite sia in base alla situazione attuale del rischio, sia in relazione ai possibili effetti che i mutamenti climatici stanno producendo e produrranno in futuro, è possibile pianificare le azioni e dirigere gli sforzi in maniera più corretta. Naturalmente l applicazione di questi modelli richiede di disporre di una serie di dati di carattere idraulico, morfologico, climatologico che ne determinano il grado di rappresentatività. Inoltre una valutazione del rischio su larga scala diventa efficace strumento per la pianificazione territoriale, per quanto riguarda la localizzazione di nuove infrastrutture o altre opere antropiche, dal momento che consente di individuare le porzioni di territorio disponibili e di escludere eventualmente quelle in cui il rischio stesso è ritenuto troppo elevato. Grazie alla determinazione della mappa dei rischi, sarà quindi possibile pianificare anche azioni per la messa in sicurezza sulla base delle priorità emerse nello studio. 13. NEL SISTEMA AGRICOLO LOMBARDO, QUALI SONO LE COLTURE PIÙ VULNERABILI, E QUALI QUELLE FAVORITE DAI CAMBIAMENTI CLIMATICI IN ATTO E PREVISTI? I principali problemi connessi con il cambiamento climatico derivano dalle possibili limitazioni nelle disponibilità idriche, nell eventuale incremento dei costi per l acqua destinata a finalità irrigue, nella necessità di dotare le colture a più alto reddito di sistemi di difesa contro eventi climatici estremi, quando possibile. Il riso, anzitutto, se da un lato proprio grazie all effetto termico dell acqua riesce ad 20

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