CONSULENZA FINANZIARIA INDIPENDENTE

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1 CONSULENZA FINANZIARIA INDIPENDENTE D&P NEWS - LETTERA di INFORMAZIONE FINANZIARIA Anno VI - Numero 10 del 30 Novembre 2011 ARTICOLO - IL BENESSERE SI CREA CON IL LAVORO, NON CON GLI INVESTIMENTI IN BORSA YouInvest.org Come ho avuto modo di scrivere in altre occasioni, mi capita spesso di cogliere un certo stupore negli occhi dei miei interlocutori quando gli confido che secondo me la saggezza popolare o convenzionale tipica dei mercati finanziari è completamente sbagliata e decisamente fuorviante ARTICOLO - FRATELLI D ITALIA, COMPRATE BTP? LaVoce.Info Comprare i Btp per salvare il paese: è un invito che gli italiani si sono sentiti rivolgere da più parti in questi giorni. E un ragionamento corretto? Sostituendo i depositi bancari con titoli di stato si rischia di spostare il problema di liquidità dal governo alle banche. Un effetto netto positivo duraturo si avrebbe ARTICOLO - BTP DAY AGLI SPORTELLI. MA TUTTI GLI ALTRI SONO BOND DAYS YouInvest.org Il 28 novembre avremo il BTp-day agli sportelli, ma tutti gli altri giorni restano bond days. Nel senso di bond bancari, ovviamente. Secondo i dati pubblicati l 8 novembre da Banca d Italia, i titoli pubblici pesano il 6,2% nel portafoglie di attività finanziarie lorde delle famiglie italiane, mentre le obbligazioni di istituzioni... ARTICOLO - CHE FATICA FARE PERFORMANCE Morningstar.it Attivo o non attivo? Questo è il problema. Meglio puntare sulla generazione di alpha, e quindi scommettere sul gestore o preferire gli strumenti a basso costo che replicano un indice? Spesso si sente dire che solo una piccola parte dei fondi attivi batte con una certa costanza il benchmark, e che solo ARTICOLO - SI PUO USCIRE DALL EURO? LaVoce.Info Un paese può uscire legalmente dall euro? L opinione dominante è che non sia possibile senza una modifica dei trattati. L estromissione di uno stato dalla moneta unica o dalla Unione Europea sembra giuridicamente impossibile, mentre l uscita del blocco dei virtuosi è ammissibile, ma costituzionalmente ARTICOLO - SEI COSE DA SAPERE SUGLI ETF Morningstar.it Il mercato europeo degli Exchange traded product (Etp) conta oltre prodotti, che coprono tutte le asset class (azioni, obbligazioni, valute e materie prime), per un totale di 200 miliardi di euro. L originaria definizione di strumenti che replicano passivamente un indice e sono quotati in borsa non è più DOSSIER - PENSIONI & PREVIDENZA AA.VV. Cliccate, consultate e scaricate la D&P News al link DONADI & PARTNERS di Baldasso V. & C. S.a.s. Sede Legale: Via XXIV Maggio, 51/2 Sede Operativa: Piazza Caduti per la Libertà, 1/ Spresiano fraz. Visnadello (TV) Telefono Telefax SE NON DESIDERA PIU RICEVERE QUESTA MAIL CLICCHI qui

2 Printer Friendly Version localhost - Printer Friendly Page V2.0 - YouInvest.org Il benessere si crea con il lavoro, non con gli investimenti in Borsa di Nicola Zanella - 15/11/2011 Come ho avuto modo di scrivere in altre occasioni, mi capita spesso di cogliere un certo stupore negli occhi dei miei interlocutori quando gli confido che secondo me la saggezza popolare o convenzionale tipica dei mercati finanziari è completamente sbagliata e decisamente fuorviante, se non addirittura pericolosa per i semplici risparmiatori. Mi riferisco a quelle leggende metropolitane che i media e l industria finanziaria continuano a pubblicizzare da anni (si legga qui un altro mio articolo a tal riguardo), anche se di fatto non hanno alcun fondamento teorico, né empirico: si pensi, ad esempio, al rischio dell investimento in azioni che dovrebbe scomparire nel lungo periodo, alla convenienza di un piano di accumulo del capitale (PAC) rispetto al PIC (investimento in un unica soluzione), all utilità della diversificazione tra asset classes, anche quando questa comporta l acquisto di azioni da parte di risparmiatori che non possono permetterselo, etc. Anche questo articolo credo che meraviglierà molti. Vediamo perché. Come ho scritto nel titolo, sono più che convinto che il benessere economico di una persona dipende quasi esclusivamente dai salari o redditi derivanti dal lavoro (e, ovvio, dalla capacità poi di risparmio), e non dagli investimenti in Borsa. E non vale fare riferimento a Warren Buffett e al fatto che sia diventato uno degli uomini più ricchi del mondo investendo i soldi sul mercato finanziario. Evidentemente le eccezioni esistono, ma anche in questo caso dire quanto bravo o fortunato sia stato il mitico Buffett è difficile da stimare, anche perché nella sua carriera non sono state poche le scommesse, molto ma molto rischiose, che ha corso. Ricordiamo anche, a tal proposito, quanto fossero bravi e smart i dirigenti, gli analisti e i traders della banca di investimento Lehman Brothers, prima che fallisse miseramente nel settembre del 2008: evidentemente, i profitti miliardari a cui puntavano alla Lehman erano anche una pura compensazione per l elevatissimo rischio delle operazioni di investimento che erano soliti realizzare. Il punto che non dovrebbe sfuggire ai lettori è che la maggior parte dei lavoratori, diciamo italiani, ma il discorso non cambia allargando gli orizzonti, non può assolutamente comportarsi, ad esempio, come Warren Buffett, non fosse altro perché lo stesso Oracolo di Omaha sostiene che da anni il suo orizzonte temporale di investimento preferito è per sempre. E questo, si sa, non è decisamente l orizzonte temporale di investimento (investment time horizon) della maggior parte dei lavoratori (da non confondere, come spesso accade, con il periodo di tempo, lungo anche qualche decina di anni, a disposizione degli investitori per far crescere, in termini di potere d acquisto, i propri risparmi o planning time horizon). Nella migliore delle ipotesi, il periodo di tempo durante il quale gli investitori ritengono di non dover rivedere la propria strategia di investimento, che dipende anche dal periodo di valutazione o di monitoraggio del portafoglio (evaluation period), è breve; nella maggior parte dei casi è 1 di 4 18/11/

3 Printer Friendly Version assolutamente incerto, non sapendo affatto il momento in cui potrebbero aver bisogno di una parte o anche della totalità dei risparmi investiti (subendo il cosiddetto exit time risk). In entrambi i casi, il comportamento che gli investitori normali sono costretti a tenere quando investono sui mercati i loro risparmi non può essere simile a quello di Warren Buffett. Sono molti i non addetti ai lavori convinti che con gli investimenti in Borsa (non necessariamente in azioni) si possano guadagnare tantissimi soldi, facendoli girare nel modo giusto. È anche per questo motivo che diversi si buttano, è il caso di dirlo, nel trading di breve termine e frequentano corsi ad hoc senza avere una minima cultura finanziaria. Certamente, l industria finanziaria e i media (da certi giornali e peggio ancora la tv) hanno aiutato a creare un immagine distorta dei mercati finanziari e del loro ruolo primario, fondamentale. D altro canto, sono molti gli addetti ai lavori che non hanno la minima idea del profilo rischio/rendimento di lungo periodo e a livello mondiale delle più importanti classi di investimento (dai T-Bills o BOT alle azioni, passando per le materie prime e in particolare l oro). È convinzione diffusa che le azioni debbano rendere sempre molto più degli investimenti in obbligazioni in periodi, ad esempio, decennali (si veda quanto successo, purtroppo, da inizio secolo) e, in generale, che il rendimento di un portafoglio ben diversificato (secondo loro), ad esempio, in bond-azioni e ovviamente (!) materie prime, non possa che essere talmente consistente da aumentare considerevolmente il patrimonio e quindi il relativo status sociale di una persona/famiglia. I 2 errori presenti in un simile ragionamento sono: 1) attendersi rendimenti, al netto dell inflazione, anche superiori al 5% annuo, basandosi sulle medie di lungo periodo di paesi come gli Stati Uniti, in cui dal 1930 al 2010 il rendimento reale di un banale portafoglio 60% azioni e 40% bond è stato del 5% annuo; 2) dimenticare che per passare da uno scaglione, in termini di patrimonio netto, a quello con una maggiore ricchezza sono necessari molti, ma molti più soldi di quelli a disposizione. Basti pensare, ad esempio, che negli Stati Uniti una famiglia, per passare dal 40 percentile di ricchezza netta (poco sotto alla mediana) al 60 percentile (poco sopra la mediana), deve quasi triplicare il proprio patrimonio. Si veda, nella tabella di seguito, la ricchezza percentile delle famiglie americane. Ricordo che per percentile si intende il livello di misura al di sotto del quale si ritrova una determinata percentuale di una distribuzione: ad esempio, il 25 percentile indica che il 25% delle famiglie ha una ricchezza più bassa del valore ad esso corrispondente. Figura 1 (clicca sopra per ingrandire) 2 di 4 18/11/

4 Printer Friendly Version Come si può vedere dai dati presentati in questa tabella, per spostarsi verso destra nella distribuzione di probabilità della ricchezza (per passare da uno scaglione a quello caratterizzato da una ricchezza maggiore), sarebbero necessari molti anni di investimento dell intera ricchezza già accumulata (particolare non secondario!), infatti dollari investiti per 21 anni al rendimento reale del 5% annuo diventano o dei rendimenti molto maggiori. Il problema è che non esiste al mondo una strategia di investimento (e asset allocation) che ci permetta di raggiungere in modo continuativo un rendimento target intorno al 5%, al netto dell inflazione. Per fare un esempio, il portafoglio 60% azioni e 40% bond ha fatto registrare rendimenti reali decisamente più bassi anche nell arco di un intero decennio: 1,4% dal gennaio 1940 al dicembre 1949, 2,9% dal gennaio 1960 al dicembre 1969, -0,7% dal gennaio 1970 al dicembre 1979, 0,2% da gennaio 2000 al dicembre E ci stiamo riferendo agli Stati Uniti, la più grande potenza economica e mondiale del Novecento, che ha avuto, anche per questo probabilmente, il mercato azionario con i rendimenti tra i più alti a livello mondiale. Molti altri paesi, tra cui l Italia, hanno avuto mercati finanziari molto, ma molto meno fortunati, con rendimenti azionari ed obbligazioni più bassi, di molto. Con il Bund tedesco indicizzato all inflazione dell eurozona (scadenza nel 2020) che ora rende a scadenza il -0,04%, a cui dovrebbe essere aggiunto il premio per il rischio (equity premium) per stimare il rendimento atteso delle azioni, credo che si capisca quanto sia difficile raddoppiare, triplicare il valore di un portafoglio finanziario ben diversificato, in linea, ad esempio con l Approccio finanziario a piramide che ho ideato insieme a Marco Liera. In definitiva, investire sui mercati finanziari, non lasciando tutti i risparmi sul C/C tradizionale a zero interessi è una necessità, non tanto però per aspirare ad incrementare la propria ricchezza in relazione a quella delle altre famiglie (migliorando dunque la propria posizione percentile), quanto per mantenere nel corso del tempo almeno la ricchezza del proprio gruppo di appartenenza e soprattutto per non peggiorare la propria posizione nella distribuzione della ricchezza, perdendo pertanto il proprio potere d acquisto. L obiettivo realistico che i risparmiatori dovrebbero porsi è quello di ottenere nel corso del periodo di investimento un rendimento reale almeno positivo. Già un rendimento intorno al 2,5-3% al netto dell inflazione sarebbe più che un successo. Brutto? Troppo poco? Purtroppo, non vi sono alternative. Se volete migliorare sostanzialmente il vostro benessere futuro, è al vostro lavoro che dovete guardare, non ai rendimenti potenziali dei mercati finanziari. 3 di 4 18/11/

5 Conti Pubblici / Finanza FRATELLI D'ITALIA, COMPRATE BPT? di Cinzia Alcidi e Daniel Gros Comprare i Btp per salvare il paese: è un invito che gli italiani si sono sentiti rivolgere da più parti in questi giorni. È un ragionamento corretto? Sostituendo i depositi bancari con titoli di Stato si rischia di spostare il problema di liquidità dal governo alle banche. Un effetto netto positivo duraturo si avrebbe solo se gli italiani liquidassero asset stranieri oppure rinunciassero a parte del loro consumo attuale per comprare i titoli di Stato. Le spese per interessi diventerebbero così una forma di redistribuzione interna invece di un trasferimento di risorse all'estero. Da qualche giorno si è aperto in Italia un dibattito sulla possibilità che i risparmiatori italiani possano contribuire a migliorare la situazione finanziaria del paese comprando titoli del debito italiano. Solo per citare due esempi, basti pensare all iniziativa di Giuliano Melani e al richiamo di Fausto Panunzi a un patriottismo economico vigile e critico. (1) Ma al di là del concetto di patriottismo economico, in termini economici il ragionamento di chi dice i risparmiatori italiani possono aiutare a risolvere i problemi correnti dell Italia non fa una piega. O quasi. PIÙ RISPARMIO PER GLI ITALIANI L Italia ha uno stock di debito (detto marketable) di circa miliardi di euro e la crisi è cominciata quando alcuni investitori - banche estere (come Deutsche Bank, Bnp e altre), ma non solo - hanno cominciato a liquidare le loro posizioni verso il settore pubblico italiano. Questo ha generato un impennata nei rendimenti dei titoli italiani. Sembra dunque chiaro che qualora nuovi investitori interessati a comprare debito si affacciassero all orizzonte, l effetto spread si ridurrebbe e con esso la crisi di liquidità e il dubbio di insolvenza. A parte i cinesi, soluzione insperabile, di recente l accento è stato posto sul ruolo cruciale del popolo dei Bot (e dei Btp). Tuttavia il ragionamento è meno lineare di quanto possa sembrare. Paolo Manasse ha messo in evidenza come, quando si acquistano titoli sul mercato secondario, la controparte da cui si compra sia di solito ignota. (2) Quindi, non è chiaro se con il loro acquisto i risparmiatori italiani stiano riducendo la dipendenza del paese da finanziatori esteri o semplicemente liberando banche italiane da asset semi-tossici. Ma questo non è questo il punto cruciale. (3) Anche una situazione in cui gli italiani sostituissero i loro depositi bancari con titoli di Stato non sarebbe foriera di soluzione: rischierebbe di spostare il problema di liquidità dal governo alle banche che vedrebbero ridursi la loro disponibilità di risorse. Page 1/2

6 Un effetto netto positivo duraturo si avrebbe solo se gli italiani liquidassero asset stranieri per comprare i titoli di Stato. O rinunciassero a parte del loro consumo presente, meglio ancora se le rinunce si concentrassero su beni importati. Se così non fosse, la soluzione non funzionerebbe. Una semplice riallocazione del risparmio tra attività domestiche rischia solo di spostare il problema da un settore all altro dell economia: una soluzione non efficace, visto che le banche in crisi di liquidità non si potrebbero rivolgere all estero per reperire i fondi. La dipendenza del paese dai finanziatori esteri può essere ridotta soltanto finanziando l acquisto di titoli di Stato grazie a nuovo risparmio interno (generato ex-novo tramite meno consumo o liquidando attività estere). In questo modo si ridurrebbe anche il pagamento degli interessi all estero. Come già negli anni Novanta, le spese per interessi diventerebbero una forma di redistribuzione interna (tassi di interesse più alti significano tasse più alte, ma anche rendimenti più alti per i detentori del debito), piuttosto che un trasferimento di risorse del paese verso l estero. (1) Si veda, rispettivamente, "Comprare Btp, tanti si alla campagna, ma servono riforme" e "Il patriottismo economico è un'altra cosa" (2) (3) La proposta originale di Melani invitava gli italiani a dare mandato alla propria banca di acquistare i titoli di Stato sul mercato primario e nel quadro di una strategia di lungo periodo. Page 2/2

7 Printer Friendly Version localhost - Printer Friendly Page V2.0 - YouInvest.org BTP-day agli sportelli. Ma tutti gli altri sono bond-days di Marco Liera (*) - 20/11/2011 Il 28 novembre avremo il BTp-day agli sportelli, ma tutti gli altri giorni restano bond days. Nel senso di bond bancari, ovviamente. Secondo i dati pubblicati l 8 novembre della Banca d Italia, i titoli pubblici pesano il 6,2% nel portafoglio di attività finanziarie lorde delle famiglie italiane, mentre le obbligazioni di istituzioni finanziarie come le banche rappresentano il 10,7%. Dagli anni 90 la quota di risparmi investita dai privati in BoT e BTp è andata erodendosi, soprattutto perché il Tesoro non ha una rete di vendita di proprietà. E non fa neppure pubblicità alle sue emissioni (negli anni 80 ricordo che invece comprava sobrie inserzioni sui giornali). Per quanto riguarda il collocamento presso il pubblico retail, il Tesoro deve servirsi degli sportelli bancari, che però hanno sempre più esigenza di vendere i propri bond, date le tensioni sul mercato interbancario. Nel corso del 2011, questo spiazzamento non si è ridotto, anzi. Nei tormentati mesi di luglio-agosto in cui gli spread BTp-Bund decollavano, da una parte i titoli di Stato venivano venduti a mani basse sul mercato secondario in Italia e all estero. Dall altra, le emissioni nette di titoli di Stato collocati a risparmiatori e istituzionali sul mercato primario frenavano, con un saldo positivo di appena 2,9 miliardi di euro (-11 miliardi nel solo mese di agosto). E le banche cosa facevano nel frattempo? Secondo i dati Abi, riuscivano a collocare 4 miliardi di euro di propri bond al netto dei rimborsi. Il saldo complessivo dei primi otto mesi del 2011 vede emissioni nette di titoli di Stato (solo in parte sottoscritti dai risparmiatori, e in altra parte dalle stesse banche) per 52,6 miliardi, ed emissioni nette di bond bancari (quasi totalmente sottoscritti dai risparmiatori) per 41 miliardi di euro. Per capire la dinamica dei flussi dalle famiglie verso il sistema bancario occorrerebbe tenere conto anche della tenuta dei depositi bancari dei privati, vicini nel complesso al trilione di euro (+10 miliardi di stock a fine giugno rispetto a un anno prima secondo Bankitalia) e degli aumenti di capitale lanciati da vari istituti per rispondere ai requisiti di patrimonializzazione. Ovviamente, in presenza di un rendimento congruente rispetto al rischio, anche i bond bancari si rivelano degli ottimi investimenti. Il fatto è che, come denunciato dalla Consob, questi titoli vengono emessi a tassi non sempre competitivi con quelli dei BTp. I prospetti illustrano anche questo lato dei bond bancari, ma raramente vengono letti e analizzati. I deficit cognitivi dei risparmiatori e la pressione commerciale delle reti possono spiegare allora il successo di questi collocamenti. Come valutare il fenomeno? Mai come adesso occorre tenere presente che le esigenze di trasparenza nei confronti della clientela (rappresentate dalla Consob) vanno contemperate con le esigenze di stabilità del sistema bancario (che sono di competenza della Banca d Italia). Le banche che riescono a fare raccolta presso i clienti mantengono la loro solvibilità. E per raggiungere l obiettivo fanno anche leva sui deficit cognitivi della clientela. Non è una novità. 1 di 2 24/11/

8 Printer Friendly Version Una ventina di anni fa, un grande banchiere oggi purtroppo scomparso, di fronte alle mie domande sulla scarsa redditività dei certificati di deposito di allora rispetto a quella dei BoT, mi disse: <Se la banca è contenta, vedrà che anche il cliente lo è>. Ai fini della stabilità delle banche non aveva tutti i torti, ma a condizione di non spiazzare i titoli di Stato, perché altrimenti le conseguenze sono ancora peggiori. (*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 20 novembre 2011 Printed from: ionid=6 2 di 2 24/11/

9 Che fatica fare performance Uno studio di Morningstar confronta i migliori fondi attivi azionari globali e obbligazionari con quelli passivi. E scopre che... Valerio Baselli Attivo o non attivo? Questo è il problema. Meglio puntare sulla generezione di alpha, e quindi scommettere sul gestore o preferire gli strumenti a basso costo che replicano un indice? Spesso si sente dire che solo una piccola parte dei fondi attivi batte con una certa costanza il benchmark, e che solo per questa piccola parte vale la pena di pagare delle commissioni più elevate. Morningstar ha confrontato i fondi attivi con 5 stelle di rating, i migliori, con la totalità dei fondi passivi. I dati Le due categorie prese in considerazione sono gli Azionari globali large cap blend e gli Obbligazionari globali. L orizzonte temporale va ottobre 2006 a ottobre Morningstar ha verificato quanti fondi a 5 stelle hanno superato la propria media (sul campione) e la media dell intera categoria, per poi confrontare i dati con quelli dei fondi indicizzati (esclusi gli Etf). Fonte: Morningstar Direct. Rating Retain indica la percentuale dei fondi a 5 stelle che hanno mantenuto la massima valutazione (dopo 5 anni).

10 In pratica, se cinque anni fa fosse stato scelto un fondo attivo azionario globale large cap blend con cinque stelle di rating Morningstar, si avrebbe avuto il 76% di probabilità di battere la media di categoria sui cinque anni. Se la scelta fosse caduta su di un fondo passivo, le probabilità sarebbero state pari al 91%. I risultati sono simili per la categoria a reddito fisso (77% contro 91%). Questo significa che i fondi passivi sono sempre da preferire? No. Innanzitutto, non bisogna dimenticare l attività periodica di ribilanciamento del portafoglio. Infatti, lo studio evidenzia come solo il 24% dei fondi azionari attivi presi in considerazioni siano riusciti a mantenere il rating a cinque stelle (il 37% per i fondi obbligazionari). Non a caso, dallo studio di Morningstar, si evidenzia come i fondi azionari analizzati che abbiano mantenuto il massimo rating nei cinque anni, abbiano registrato una performance annua media superiore del 2,17% rispetto al miglior fondo passivo della stessa categoria. Inoltre, è fondamentale essere consapevoli dei propri obiettivi d investimento e dell orizzonte temporale. Dopo di che, nella scelta degli strumenti da inserire nella propria asset allocation è sempre meglio tenere in considerazione diversi aspetti e non solo uno. I più importanti sono sicuramente i costi, il track-record del fondo e la propensione al rischio. Insomma, in un portafoglio equilibrato c è sicuramente spazio per entrambe le tipologie di fondi. Copyright 2011 Morningstar. All rights reserved.

11 Europa / Moneta e Inflazione SI PUÒ USCIRE DALL'EURO? di Pietro Manzini Un paese può uscire legalmente dall'euro? L'opinione dominante è che non sia possibile senza una modifica dei Trattati. In realtà, vanno esaminate tre differenti ipotesi. L'estromissione di uno Stato dalla moneta unica o dalla Unione Europea sembra giuridicamente impossibile, mentre l'uscita del blocco dei virtuosi è ammissibile, ma costituzionalmente rivoluzionaria. Il recesso volontario dei paesi in default non è previsto, ma non trova ostacoli giuridici insormontabili. E i partner europei potrebbero suggerirlo come soluzione obbligata ai paesi in default. L opinione dominante è che senza una modifica dei Trattati non si possa legalmente uscire dall euro. In realtà il problema richiede una risposta più articolata e impone di esaminare almeno tre differenti ipotesi: a) l espulsione dall euro di uno o più paesi in default; b) il recesso volontario di questi stessi paesi; c) l abbandono volontario dell euro da parte dei paesi virtuosi per costituire un super euro. ESPULSIONE DEI PAESI IN DEFAULT Si tratta senz altro dell ipotesi più irrealistica. L espulsione di uno Stato non è contemplata in nessun caso dai Trattati europei, né per quanto riguarda l appartenenza all Unione né per quanto attiene l adesione all euro. Una simile eventualità appare inoltre del tutto estranea al sistema. L Unione infatti possiede regole che disciplinano le conseguenze della violazione dei Trattati (intervento della Commissione e della Corte di giustizia). Tutte queste regole sono orientate a far sì che lo Stato rientri dell alveo della legalità europea e non a estrometterlo dall Europa. Peraltro, in relazione allo specifico problema dell eccesso di disavanzo pubblico rispetto al Pil, l articolo 126 Tfue stabilisce espressamente che la Commissione o gli altri Stati membri non possono adire le vie giudiziarie normalmente esperibili contro le infrazioni dei Trattati, dovendosi invece obbligatoriamente perseguire una soluzione politica elaborata in seno al Consiglio. (1) Quest ultimo può giungere a intimare allo Stato membro di prendere le misure necessarie per correggere la situazione, ma non può obbligarlo a lasciare l euro. Dunque non appare configurabile nessuna espulsione forzata di uno Stato in default, né attraverso un ricorso alla Corte, né con una deliberazione politica da parte degli altri Stati membri. RECESSO VOLONTARIO DEI PAESI IN DEFAULT Il Trattato Unione Europea, all articolo 50, prevede che ogni Stato membro possa decidere di recedere dall Unione. Si tratta di una decisione sostanzialmente incondizionata: lo Stato non deve spiegare perché intende uscire o dimostrare di trovarsi nella necessità di uscire dall Unione. Il Page 1/2

12 recesso dai Trattati europei è un atto di sovranità che ciascuno Stato può prendere conformemente alle sue regole costituzionali. L articolo 50 prevede che si possa uscire dall Unione e la lettura che comunemente è stata data della norma è che non sia utilizzabile per uscire solo da un pezzo dell Unione, ossia dall euro: o si esce completamente dalla casa europea o se ne rimane completamente all interno. Altre disposizioni dei Trattati sembrano collegare l appartenenza all Unione con quella all euro in maniera definitiva. Ad esempio l articolo 3 Tue dichiara che l Unione istituisce un unione economica e monetaria la cui moneta è l euro, mentre l articolo 140 Tfue stabilisce che, al momento dell accesso di uno Stato nell euro, il tasso al quale l euro subentra alla moneta nazionale è fissato irrevocabilmente. Tuttavia, a ben vedere l articolo 50 non è un ostacolo giuridico insormontabile all uscita dall euro, mantenendo contemporaneamente l appartenenza all Unione. Anzitutto, prevedendo la possibilità di recesso dall Unione, non vieta esplicitamente il recesso solo dall euro; in effetti, al riguardo, l'articolo semplicemente tace. In secondo luogo, una norma che ammette la possibilità di recedere dall intero blocco degli obblighi europei potrebbe essere interpretata nel senso di consentire anche la possibilità di recedere da una parte soltanto di questi obblighi: qui peut le plus peut le moins. Infine, la permanenza nell Unione sia di Stati che ancora non hanno i requisiti per far parte dell euro sia di Stati che, pur avendone i requisiti, non hanno la volontà politica di aderirvi, dimostra che l appartenenza all Unione non è costituzionalmente legata all adesione alla moneta unica. (2) Pertanto, il recesso volontario dall euro di alcuni Stati in default (o a rischio default), sebbene non esplicitamente previsto, non è giuridicamente inimmaginabile. RECESSO VOLONTARIO DEI PAESI VIRTUOSI Una terza ipotesi è quella che, di fronte all impossibilità di estromettere gli Stati a rischio default, gli altri Stati decidano di lasciare l area euro per dotarsi di una nuova moneta di più sicura stabilità. Anche questa ipotesi non è del tutto inconcepibile dal punto di vista giuridico, ma appare assai meno compatibile con l odierna struttura costituzionale europea rispetto a quella precedente. L articolo 3 Tue prevede che la moneta dell Unione sia l euro; dunque contempla che vi sia una sola moneta (e non due) e tale sia quella attualmente in circolazione. Inoltre, l articolo 50 appare redatto per il caso di un recesso individuale o di un numero limitato di paesi e non per l ipotesi di un uscita di un intero blocco di Stati membri. Tuttavia, se si ammette che sulla base di tale norma i paesi in default possano abbandonare l euro, sembra difficile ritenere che tale opzione non sia aperta anche ai paesi virtuosi. Non è nemmeno da escludere che questi ultimi, ritenendo che il loro recesso sia motivato dal mancato rispetto da parte di altri Stati dei vincoli posti dai Trattati europei, invochino - conformemente al diritto internazionale - la violazione di tali Trattati come motivo per sciogliersi dagli impegni relativi alla moneta unica. Pertanto: se l estromissione di uno Stato dall euro (o dalla Unione Europea) sembra giuridicamente impossibile e l uscita dall euro del blocco degli Stati virtuosi un ipotesi ammissibile, ma costituzionalmente rivoluzionaria, il recesso volontario dall euro dei paesi in default, per quanto non previsto, non trova ostacoli giuridici insormontabili. È meglio saperlo nel caso in cui il recesso volontario venga suggerito dai partner europei come una soluzione obbligata. (1) Dopo l entrata in vigore del trattato di Lisbona (1 dicembre 2009) i trattati sui cui si fonda l Unione sono il Trattato sull Unione Europea (Tue) e il Trattato sul funzionamento dell Unione Europea (Tfue). (2) L articolo 140 Tfue disciplina la procedura di accesso all euro per quegli Stati che ancora non ne sono parti. Il Regno Unito e la Danimarca possono mantenersi fuori dall area euro indefinitamente (vedi Protocolli 15 e 16). Page 2/2

13 Sei cose da sapere sugli Etf Tutti replicano un indice, ma non lo fanno nello stesso modo. E hanno un diverso ruolo in portafoglio. Sara Silano Il mercato europeo degli Exchange traded product (Etp) conta oltre prodotti, che coprono tutte le asset class (azioni, obbligazioni, valute e materie prime), per un totale di più di 200 miliardi di euro. L originaria definizione di strumenti che replicano passivamente un indice e sono quotati in Borsa non è più sufficiente a dare conto delle caratteristiche della gamma di prodotti. L analisi deve andare più in profondità. In occasione della seconda edizione della Etf invest conference, che si terrà domani, 22 novembre a Palazzo Mezzanotte, Morningstar presenta l approccio di ricerca su questi prodotti, che è stato lanciato in primavera in Europa, ma che è già una realtà consolidata negli Stati Uniti. La ricerca, che copre l 80% del patrimonio gestito in Etp (oltre 200 strumenti), si basa su sei pilastri fondamentali: il profilo, i fondamentali, la struttura dell indice e quella del prodotto, i costi e le alternative. Vediamoli in dettaglio. Il profilo Gli analisti considerano la situazione economica e finanziaria che può influenzare l andamento dell Etp, in modo da delineare il miglior uso all interno di un portafoglio di investimento. In particolare, valutano se può avere un ruolo chiave (core) o è uno strumento tattico (satellite) e se può essere utilizzato in entrambi i modi. Mettono anche in evidenza le complessità dei prodotti esotici, come gli Etp su commodity, a leva finanziaria e inversi. I fondamentali Morningstar analizza la situazione macroeconomica che può influenzare la performance del prodotto e i rischi connessi. Dà anche un indicazione delle valutazioni dell indice sottostante (a premio o a sconto). La struttura dell indice L analisi non si ferma ai prodotti, ma si estende agli indici sottostanti o alle commodity (nel caso degli Etc). In particolare, vengono approfondite le metodologie di ponderazione, i limiti nella concentrazione dell indice su singoli titoli, gli aggiustamenti del flottante, i periodi di revisione e di ribilanciamento, il trattamento dei dividendi e, tra gli altri, i criteri di ammissibilità dei titoli.

14 La struttura del prodotto Morningstar analizza come il prodotto è costruito per replicare o simulare la performance dell indice o delle materie prime di riferimento. In particolare, vengono considerati i metodi di replica (fisica o sintetica), la tipologia di prodotto (fondo comune o altro), gli eventuali rischi di controparte, le misure impiegate per ridurli, le politiche di distribuzione dei dividendi, il ricorso al prestito titoli, e così via. I costi Il total expense ratio (Ter) dell Etf, che è un indicatore sintetico della spesa totale, viene confrontato con quello dei prodotti concorrenti. Nel caso di prodotti indicizzati, tuttavia, è importante calcolare la spesa complessiva dell investimento nel prodotto, che comprende anche i costi legati alla liquidità dello strumento e al suo mantenimento in portafoglio (per questo Morningstar sta mettendo a punto dei tool che permettano agli investitori di stimare il costo complessivo). Le alternative Gli analisti collocano il prodotto nel contesto più ampio dell offerta di Etf o prodotti simili, per mettere in luce i punti di forza e debolezza. Le alternative sono valutate sulla base dei costi, dell accessibilità e dei rischi. Ad esempio, l Etc sull oro fisico viene confrontato con il possesso dei lingotti, l Etf a leva con l impiego di opzioni o la leva sui singoli titoli, e così via Rispetto alla ricerca sui fondi comuni tradizionali, cambiano i fattori di analisi (non avrebbe molto senso valutare il gestore o il processo, dato che si tratta di strumenti passivi), ma la filosofia è sempre la stessa: aiutare gli investitori a decidere in modo consapevole. Copyright 2011 Morningstar. All rights reserved.

15 Pensioni COSA FARE DELLE PENSIONI DI ANZIANITÀ di Sandro Gronchi Come abbiamo messo in evidenza nella proposta di riforma pubblicata su questo sito, le pensioni di anzianità restano il grande nemico del sistema pensionistico. La riforma Dini ammetteva il pensionamento flessibile, ma assumeva il principio di corrispettività tra pensione e contributi versati. Gli interventi successivi hanno soffocato quella flessibilità, che invece va restituita al sistema. Si possono anticipare alla fase transitoria le regole previste a regime per il contributivo. Le pensioni di anzianità dovrebbero essere sottoposte a una correzione attuariale che dia conto della loro maggior durata rispetto alla pensione di vecchiaia. Le pensioni di anzianità restano il grande nemico del sistema pensionistico. Vanno tuttavia contrastate con strumenti in grado di conciliarle con la flessibilità che occorre contestualmente restituire alle pensioni contributive. I TENTATIVI DEGLI ANNI NOVANTA In un frangente ancor più grave dell attuale, nel 1992 un governo tecnico presieduto da Giuliano Amato realizzò un incisiva riforma che aumentò di cinque anni l età di vecchiaia, estese il calcolo della pensione all intera vita lavorativa e limitò l indicizzazione al mero recupero dell inflazione. Invece, non osò intervenire sul tabù costituito dalle pensioni di anzianità. Dopo i tentativi del primo governo Berlusconi, che ne determinarono la caduta, nel 1995 della questione fu incaricato un altro governo tecnico presieduto da Lamberto Dini. Evitando un nuovo attacco frontale alle pensioni di anzianità, Dini trovò la quadra con una riforma, organica e innovativa, che, da un lato, ammetteva il pensionamento flessibile sfumando la tradizionale distinzione fra vecchiaia e anzianità, mentre dall altro assumeva il principio di corrispettività in base al quale la pensione deve restituire i contributi versati. La flessibilità non poneva fine al pensionamento precoce (sebbene ammesso solo dopo i 57 anni d età). Anzi, lo consentiva a prescindere dall anzianità contributiva. Tuttavia, la corrispettività ne sterilizzava il costo consentendo rate annue di pensione più basse in presenza di tempi di restituzione più lunghi. GLI ERRORI DEGLI ANNI DUEMILA Sfortunatamente, alla riforma contributiva furono concessi tempi biblici di attuazione, durante i quali le pensioni di anzianità sarebbero rimaste la spina nel fianco del sistema pensionistico italiano. Ciò spiega i provvedimenti di Berlusconi nel 2004 (scalone) e di Prodi nel 2007 (scalini). Entrambi ebbero l imperdonabile torto di affrontare il problema transitorio delle pensioni di anzianità con Page 1/2

16 strumenti permanenti, rivolti anche alle future pensioni contributive nonostante fossero con esse totalmente incompatibili. I requisiti anagrafico contributivi per l accesso al pensionamento anticipato furono inaspriti al punto da soffocare quella flessibilità che tanta parte aveva avuto nel processo politico di approvazione della riforma Dini e che resta un connotato irrinunciabile del modello contributivo (oltre a essere utile al mercato del lavoro). I RIMEDI ANCORA POSSIBILI Gli interventi richiesti dall Europa sono un occasione da non perdere per porre rimedio. In primo luogo, occorre ristabilire una fascia d età sufficientemente ampia entro la quale ammettere al pensionamento i lavoratori contributivi (che hanno avviato, o avvieranno, il rapporto di lavoro dopo il 1 gennaio 1996). Non sarebbe utile ruotare all indietro le lancette dell orologio: piuttosto che da 57 a 65 anni come prevedeva la riforma Dini, l odierna fascia potrebbe andare da 61 a 67 come in Svezia. In tal caso, sarebbe subito necessario un nuovo vettore di coefficienti di trasformazione. Inoltre, gli estremi (inferiore e superiore) della nuova fascia potrebbero essere agganciati all evoluzione della longevità con criteri da stabilire dettagliatamente. In secondo luogo, occorre anticipare alla fase transitoria le regole di accesso previste a regime. In particolare, occorre:» fissare a 67 anni l età di vecchiaia per i lavoratori retributivi (che al 1 gennaio 1996 lavoravano da almeno 18 anni) e per quelli misti (che alla medesima data lavoravano da minor tempo);» consentire, agli uni e agli altri, di accedere alla pensione di anzianità (definita, ad esempio, da una contribuzione di almeno 37 anni) in età compresa fra 61 e 66 anni. Il punto fondamentale è che l intera pensione spettante agli uni e la parte retributiva della pensione spettante agli altri devono essere assoggettate a una correzione attuariale che dia conto della loro maggior durata rispetto alla pensione di vecchiaia. Pragmaticamente, la correzione potrebbe fare riferimento ai coefficienti di trasformazione usati per il calcolo delle pensioni contributive, cioè consistere nella moltiplicazione per una frazione (inferiore all unità) che porti al denominatore il coefficiente dei 67 anni e al numeratore quello dell età di pensionamento prescelta.» LA RISPOSTA AI COMMENTI, Sandro Gronchi Page 2/2

17 IN EUROPA CHE ETA PENSIONISTICA? Carlo Vallotto 02/11/2011 UNA RECENTE analisi comparativa della Commissione Europea (Pension Schemes and pension projections in the EU-27 Members States) tra i vari regimi pensionistici europei, evidenzia come senza modifiche al nostro sistema previdenziale, già tra nove anni, avremmo la più alta incidenza di spesa per le pensioni tra i 27 Paesi dell Unione Europea. E tanto per snocciolare due numeri il 14,1 per cento del Prodotto Interno Lordo, contro il 10,5% della Germania, il 9,4% della Svezia, il 6,9% del Regno Unito, il 9,5% della Spagna. IN ITALIA, si apprende dal report vi è una grande diversità rispetto agli altri Paesi membri, dove l'età pensionabile si raggiunge con i 65 il sistema previdenziale è, più di ogni altra voce della spesa pubblica, il più delicato anni. LE DIFFERENZE maggiori tra il nostro Paese e gli altri membri dell'unione Europea sono: la diversa età di pensionamento tra uomini e donne e la pensione d'anzianità, istituto tutto italiano. IN FRANCIA ad esempio, non esiste tale differenza uomini e donne vanno in pensione a 62 anni. Infatti la spesa pensionistica dei transalpini ha caratteristiche molto simili alla nostra: 13,3% del pil e 13,9% nel Si deve notare tuttavia che la rifoma voluta da Sarkozy nel 2010, per attuare una riduzione del deficit del sistema pensionistico, ha previsto un progressivo aumento, senza distinzione di genere, di 4 mesi all anno a partire dal luglio scorso. IN GERMANIA pensione per tutti, uomini e donne, a 65 anni. L ultima importante riforma è stata fatta nel 2007: sebbene sia in corso il processo di transizione verso l aumento dell età pensionabile a 65 anni previsto dalla precedente riforma, è stato stabilito un graduale incremento di un mese ogni anno dal 2012 al 2023 e, successivamente, di 2 mesi ogni anno, che eleverà a 67 anni nel 2029 l età pensionabile. SPAGNA E DANIMARCA hanno regole uguali che spostano al 2024 il limite dei 67. Per la Spagna in paricolare è stata approvata la riforma delle pensioni, che, nel 2027, porterà a 67 anni l età per andare in pensione e che ha inserito un trattamento di favore per le donne che hanno avuto figli (al massimo due) di anticipare il pensionamento di 9 mesi per ogni figlio. NEL REGNO UNITO, dal 2007 è in vigore una disciplina che prevede, tra il 2024 ed il 2046, l aumento dell età pensionabile a 68 anni, sia per gli uomini che per le donne. Il capitolo riguardante il sistema previdenziale è, più di ogni altra voce della spesa pubblica, sempre più spesso sottoposto alle sfide derivanti dai cambiamenti demografici, dalle nuove formule di contratti di lavoro, ed inoltre come appare chiaramente in questi mesi, dalla situazione economica internazionale. ProfessioneFinanza testata giornalistica iscritta al Registro Stampa del Tribunale della Spezia al n. 03/2009 il 12/06/2009 Proprietario: PFHOLDING Srl Editore: Paolo Buro Edizioni Direttore Responsabile: Francesco Pelosi Copyright 2009, Tutti i diritti riservati - Ogni contenuto è riproducibile riportando la fonte, PFHOLDING Srl - P.I

18 Pensioni NON PER CASSA MA PER EQUITÀ di Tito Boeri e Agar Brugiavini Tra i provvedimenti più urgenti che possono arrestare la drammatica crisi di credibilità del paese, c'è ai primi posti una definitiva riforma delle pensioni. Che deve superare i trattamenti d'anzianità, essere equa e semplificare la giungla di regole introdotte negli ultimi anni. Occorre estendere le regole del sistema contributivo a tutti i lavoratori. Per uniformare le regole di pensionamento fra categorie, sessi e generazioni diverse, salvaguardando i diritti acquisiti per chi va in pensione a partire dai 65 anni di età. Sulla base di esempi concreti vediamo come si possono raggiungere questi obiettivi. I mercati e la troika che ormai monitora le politiche economiche nel nostro paese -Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale- ci chiedono una riforma delle pensioni. Può essere un opportunità per fare un operazione che non solo porti a ridurre il peso della spesa previdenziale sulla spesa corrente primaria (salito fino al 40 per cento dopo la Grande recessione), ma anche e soprattutto a superare le palesi iniquità del sistema attuale, a incoraggiare una maggiore partecipazione al lavoro fra gli ultra-cinquantacinquenni e a semplificare la giungla di trattamenti, di regimi diversi che si è venuta a creare con i tanti micro-aggiustamenti apportati al sistema negli ultimi 15 anni. Prima di illustrare le nostre proposte, è bene richiamare brevemente le iniquità del sistema attuale. LE PENSIONI DEI GIOVANI Diversi quotidiani nei giorni scorsi hanno dibattuto sulle pensioni future dei giovani ponendo l accento sui tassi di rimpiazzo (rapporto tra prima pensione e ultimo salario). Peccato che questi calcoli si basino su (i) ipotesi irrealistiche per quanto riguarda la crescita del Pil potenziale, (ii) non tengano conto degli effetti delle frequenti interruzioni di carriera sulle prestazioni pensionistiche nell ambito del regime contributivo, e (iii) non mostrino mai i livelli assoluti delle prestazioni limitandosi a mostrare il rapporto tra pensione e ultima retribuzione. La tabella 1 mostra che per un giovane che ha cominciato a lavorare a 23 anni dopo il 1996 (e quindi è soggetto interamente al sistema contributivo nel quale è rilevante il valore totale dei contributi effettivamente versati), se pure i tassi di rimpiazzo fossero intorno al 70 per cento - la pensione potrebbe non eccedere i euro al mese. Se andasse in pensione a 64 anni avrebbe appena 900 euro!! Per un lavoratore giovane non possiamo considerare a normativa vigente una uscita a 61 anni, ma è chiaro che si avrebbe una pensione che non raggiungerebbe neanche gli 800 euro al mese con tassi di rimpiazzo inferiori al 60 per cento. Page 1/5

19 C è quindi un problema di equità intergenerazionale che deve essere affrontato nel rimettere mano al nostro sistema pensionistico. LA NOSTRA PROPOSTA Come già da tempo proposto su questo sito, è fondamentale armonizzare tutti i trattamenti ai principi del sistema introdotto nel 1995, vita lavorativa secondo principi di equità attuariale e garantendo flessibilità alle scelte di pensionamento, permettendo a chi decide di ritardare l'andata in pensione di ottenere quiescenze più alte. È un modo per rispondere a esigenze diverse e a diverse lunghezze auspicate (o imposte dal mercato del lavoro) della vita lavorativa, sia per gli uomini che per le donne, sia per i dipendenti pubblici che per i privati. In questo modo si può tener conto del fatto che i tempi del lavoro e del non-lavoro sono diversi non solo tra uomini e donne, ma anche tra le persone dello stesso sesso, cioè tra le donne e gli uomini che hanno fatto scelte diverse in quanto a responsabilità famigliari, carriere lavorative, redditi per la vecchiaia e durata del loro impegno professionale. Questo valorizza il lavoro e permette di ridurre la spesa pensionistica al tempo stesso. Il regime contributivo, inoltre, scoraggia il lavoro irregolare in quanto fa dipendere l ammontare delle pensioni future dai contributi versati fin da quando si è iniziato a lavorare. È un fatto importante per un paese come il nostro, con un economia informale molto estesa. COME PASSARE A REGOLE UGUALI PER TUTTI La riforma che andrebbe attuata subito consiste nell estendere le regole del sistema contributivo a tutti i lavoratori. È un modo di uniformare le regole di pensionamento fra categorie, sessi e generazioni diverse. Il tutto salvaguardando i diritti acquisiti per chi va in pensione a partire dai 65 anni di età. Questo significa essenzialmente due cose. Primo, per i lavoratori che secondo la normativa attuale potrebbero solo accedere alle pensioni di vecchiaia, a partire da 65 anni, la riforma implica che l importo della pensione, da qui in poi verrà calcolato in base a correttivi del tutto analoghi a quelli introdotti dalla riforma del 1995 (sulla base dell ultima revisione dei coefficienti di trasformazione, aggiornati periodicamente in base alle disposizioni previste dal 2007). Questo cambiamento incide sui lavoratori attualmente soggetti interamente al sistema retributivo- quei lavoratori che nel 1995 avevano più di 18 anni di contributi versati oppure alla quota retributiva dei lavoratori soggetti al sistema misto. Il secondo effetto di questa riforma è cambiare per tutti le regole sull età di pensionamento in modo da rimuovere le asimmetrie di trattamento fra uomini e donne, dipendenti pubblici e privati. Chi, con le regole attuali, avrebbe potuto andare in pensione prima dei 65 anni di età in particolare con la regola delle quote, potrà ancora farlo dopo aver raggiunto almeno 62 anni, ma con pensioni più basse se andrà in pensione prima di aver raggiunto 65 anni o più alte se andrà in pensione più tardi, fino a 70 anni. Le riduzioni (o incrementi) verranno calcolate sulla base dei coefficienti di trasformazione e dei loro aggiornamenti. Allo stato attuale si tratta di circa un 4 per cento in meno (in più) per ogni anno di anticipo (posticipo) rispetto al raggiungimento dei 65 anni di età. Questo significa che anche i lavoratori con 40 anni di anzianità contributiva, pur dovendo attendere fino ad almeno 62 anni per andare in pensione, verranno in parte compensati per questo prolungamento forzoso della loro vita lavorativa dall aumento della loro pensione. Con le regole attuali, invece, ogni anno in più di lavoro non avrebbe loro fruttato alcun incremento nelle quiescenze future. In questo senso la nostra riforma considera tutto l arco della vita poiché ricevono rate più elevate di pensione coloro che ne godranno per un numero inferiore di anni e viceversa. Page 2/5

20 Dato che la crisi ha fortemente intaccato i patrimoni di molti e l unico modo di ricostruirli è lavorare di più, molti lavoratori potrebbero vedere di buon grado uno scenario in cui vanno in pensione più tardi ma con una pensione più pesante di prima, anche a parità di stipendio. La forbice anni si ottiene tenendo conto dell allungamento della vita rispetto al 1995, quando è stato introdotto il sistema contributivo nel nostro ordinamento, e del prolungamento indotto dal sistema delle finestre oggi in vigore. Questa gamma di età poi si sposterebbe gradualmente verso l alto in base agli aggiornamenti delle tavole di mortalità dell Istat, come del resto già previsto dal nostro ordinamento. Questa sarebbe la riforma definitiva del nostro sistema previdenziale nel senso che chiuderebbe la transizione al sistema contributivo, che è sostenibile nel lungo periodo, senza richiedere alcun altra modifica. UNA RIFORMA PER AUMENTARE IL LAVORO Si ritiene spesso che i lavoratori italiani vogliano andare in pensione il prima possibile, ma non è così. Il 50 per cento di loro non va in pensione appena maturati i diritti e questa percentuale è destinata a salire quando ai lavoratori venissero offerti incrementi nelle quiescenze future per ogni anno di lavoro in più. Inoltre, completando il processo di riforma verrebbe meno un altro potente stimolo ad andare in pensione prima possibile: quello di evitare di rimanere intrappolati nell ennesima arbitraria riforma delle pensioni. Non si dica che questa riforma renderebbe più difficile il riassorbimento della disoccupazione giovanile. Al contrario, come mostra l esperienza internazionale, gli ultra-sessantenni hanno un ruolo cruciale nel facilitare l ingresso produttivo dei giovani nel mondo del lavoro. Del resto basta guardare a casa nostra per rendersi conto che abbiamo due primati poco invidiabili: quello della quota più alta di giovani che non lavorano e non studiano al tempo stesso e quello di chi ha vite lavorative più brevi. Lavorando più a lungo possiamo ridurre la pressione fiscale che grava sui giovani e aumentare assunzioni e rendimento dell istruzione fra chi ha meno di 24 anni. I TRATTAMENTI PENSIONISTICI CON QUESTA RIFORMA: ALCUNI ESEMPI Dei molti casi che si potrebbero presentare, ne abbiamo scelti due esemplificativi: del Signor Rossi, che inizia a lavorare a 23 anni nel 1974 e del Signor Bianchi, che inizia sempre a 23 anni ma nel A questi due casi applichiamo la normativa vigente e mostriamo gli effetti della nostra proposta solo nel primo caso (Rossi) per rendere evidente il principio dell equità. Tutti gli esempi considerano il medesimo profilo salariale lungo l arco della vita, basato sui dati di un individuo medio, che inizia con 840 euro mensili e raggiunge circa 1700 euro dopo 35 anni di carriera fino a 1770 euro dopo 40 anni di carriera. Il profilo non è lineare ma è tipicamente con una fase di crescita e una successiva stabilizzazione dopo i 40 anni fino a raggiungere un picco tipicamente intorno ai 50 anni (come si osserva nella realtà). Il medesimo profilo viene traslato nel tempo a seconda della data di nascita utilizzando valori monetari tutti in termini reali. In questo modo si pongono i due lavoratori sullo stesso piano pur appartenendo loro a generazioni diverse. Per ciascun caso è interessante considerare diversi risultati:» la prima rata di pensione, che rappresenta il risultato più diretto del calcolo pensionistico» il tasso di rimpiazzo (il rapporto tra prima pensione e ultimo salario)» la ricchezza pensionistica lorda cioè il valore scontato all età di pensionamento dell intero Page 3/5

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