ooioo happy birthday warp! La battaglia di Yoshimi 20 Warped Years Moon duo // Black To Comm Lucky Elephant // Edda Michael J.

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1 digital magazine novembre 2009 N.61 ooioo La battaglia di Yoshimi happy birthday warp! 20 Warped Years Moon duo // Black To Comm Lucky Elephant // Edda Michael J. Sheeny // Felix RUINS // JOOKABOX HALF-HANDED CLOUD TEARDROP EXPLODES

2 La casa editrice Odoya e SentireAscoltare presentano: Turn On Sentireascoltare n.61 p. 4 Moon Duo 5 Black to Comm PJ Harvey Musica.Maschere.Vita Un libro di Stefano Solventi La sua musica è una sferzata misteriosa e misteriosamente liberatoria. Un ossessione blues sbocciata nella culla del Dorset, cresciuta tra inquietudini adolescenziali e una incontenibile brama di mondo. Quando infine è esplosa, lo ha fatto col piglio travolgente dei predestinati. Dei suoi primi quaranta anni, Polly Jean Harvey ne ha dedicati venti a tracciare una parabola fatta di musica, maschere e vita. 240 pagine Volume illustrato euro 15,00 6 Lucky Elephant 7 Edda 8 Michael J Sheeny 9 Felix 10 Ruins 12 Jookabox 14 Half-Handed Cloud Drop Out warped years 24 (OO) I (OO) got the rhythm Rubriche 108 Giant Steps 109 Classic Album 116 La sera della prima 122 A night at the Opera 124 I cosiddetti contemporanei concept Album Un libro di Daniele Follero Introduzione Franco Fabbri Nata sull onda della rivoluzione musicale di fine anni Sessanta, la pratica del concept album ha accompagnato la maturità del rock, scrivendo un capitolo importantissimo nella storia della popular music. I dischi a tema continuano ancora oggi a rappresentare un affascinante mezzo espressivo, anche negli ambienti del pop da classifica. I recenti concept album dei Green Day sono la testimonianza più lampante di un filo rosso che, partendo da Frank Sinatra, tiene insieme Sgt. Pepper s dei Beatles, Tommy degli Who, The Dark Side of the Moon e The Wall dei Pink Floyd, le storie d amore di Claudio Baglioni arrivando fino ai Dream Theater e al brit-pop. 226 pagine Volume illustrato euro 15,00 Recensioni 34 Bloody Beetroots, Broadcast/Focus Group, Teatro degli Orrori, Comaneci... Rearview Mirror 98 Teardrop Explodes, Flipper, MF Doom... Di r e t t o r e : Edoardo Bridda Uf f i c i o St a m pa : Teresa Greco Sta f f : Gaspare Caliri, Nicolas Campagnari, Antonello Comunale, Teresa Greco Ha n n o c o l l a b o r at o : Leonardo Amico, Gianni Avella, Giorgio Avezzù, Luca Barachetti, Salvatore Borrelli, Sara Bracco, Marco Braggion, Luca Collepiccolo, Luca Colnaghi, Daniele Follero, Gabriele Marino, Francesca Marongiu, Andrea Napoli, Massimo Padalino, Giulio Pasquali, Stefano Pifferi, Andrea Provinciali, Antonio Puglia, Aldo Romanelli, Costanza Salvi, Vincenzo Santarcangelo, Stefano Solventi, Giancarlo Turra, Fabrizio Zampighi. Gu i d a s p i r i t ua l e : Adriano Trauber ( ) Gr a f i c a e Im pa g i n a z i o n e : Nicolas Campagnari In copertina : OOIOO In tutte le librerie dal 19 novembre SentireAscoltare online music magazine Registrazione Trib.BO N 7590 del 28/10/05 Editore: Edoardo Bridda Direttore responsabile: Antonello Comunale Provider NGI S.p.A. Copyright 2009 Edoardo Bridda. Tutti i diritti riservati.la riproduzione totale o parziale, in qualsiasi forma, su qualsiasi supporto e con qualsiasi mezzo, è proibita senza autorizzazione scritta di SentireAscoltare

3 Moon Duo Black To comm New kraut wave Alphabet Drones I suoni e la magia di Marc Richter, boss della Dekorder, alchimista del laptop, krauto illuminato a suon di drones Dal frontman dei Wooden Shjips arriva un nuovo progetto solista e questa volta il ''rock'' è davvero lontano. Cosa induce il cantante e chitarrista di una band piuttosto nota (sempre negli angusti limiti dei rispettivi ambiti) come i Wooden Shjips ad intraprendere un progetto parallelo dalle più ristrette sembianze? La volontà di dar vita ad un duo, formula da cui Ripley Johnson dichiara di essere da sempre affascinato, per poter mantenere la cosa il più possibile essenziale e facile da gestire, specialmente in sede live. Ed è così che nasce la collaborazione tra Johnson e Sanae Yamada, artista performativa forse già nota al pubblico del quartetto di Frisco per aver partecipato con le proprie proiezioni ad alcuni concerti della band. Nella scorsa primavera è un pezzo di partecipazione al CD compilation Yeti 7 dell'omonimo magazine a sancire l'esistenza del Moon Duo: si tratta di una prima versione, più breve, di quella Love On The Sea che sarà di lì a poco ripresa in forma più dilatata sulla prima facciata del disco d'esordio. Tuttavia la proposta è già chiara: psichedelia solo vagamente chitarristica e molto più incline ai vortici del kraut che non ai riff di matrice blues/rock di cui invece si cibano i progenitori Wooden Shjips; il tutto cullato (se così si può dire) da un cantato/parlato di chiara ispirazione Veganiana. Ma è presto tempo per autoprodursi il primo singolo; esce così per Sick Thirst, label inventata per l'occasione, un 12 pollici composto da due lunghe jam in cui i nostri mettono sul tavolo le carte delle proprie influenze: Suicide, Neu!/La Düsseldorf, Silver Apples e ovviamente molti altri. La cosa non passa inosservata ed infatti è l'iperattiva Sacred Bones a farsi avanti e a pubblicare, proprio di recente, il secondo EP 12" Killing Time, i cui quattro pezzi risultano meno feroci dei precedenti e maggiormente sospesi in un limbo astrale creato dalle tastiere della Yamada e delle algide drum-machine che meccanicizzano ed ovattano il tutto. Se l'evoluzione reggerà il ritmo fin qui sostenuto e se il nome di Woodsist che campeggia, tra gli altri, sul Myspace del gruppo non è lì per caso, sentiremo ancora parlare del duo lunare. Andrea Napoli Un personaggio del genere non poteva non destare l attenzione di Julian Cope, che dall alto della sua regolare rubrica, Head Heritage, si trova ad un certo punto a magnificare il tedesco Marc Richter, ovvero Black To Comm, innalzandolo al rango di drone master dei nostri giorni, di quelli che possono salvare tutti i drone freaks annoiati da una pletora ininterrotta di dischi tutti simili e con packaging ridotti all osso. La scoperta per Cope avviene con il tentacolare e cacofonico WIR KÖNNEN LEI- DER NICHT ETWAS MEHR ZU TUN, ovvero Non possiamo fare queste canzoni in un modo diverso da come le abbiamo fatte. Canzoni per modo di dire. Black to Comm è infatti un musicista abbastanza sui generis, di quelli che individui subito in una folla, e per un genere così inflazionato come l ambient noise dei nostri giorni, la caratteristica è di quelle da porre all occhiello come un vanto. Richter eccelle nel bozzetto naive, surreale e onirico, condito con una sapiente miscela di kraut rock anni 2000, laptop music, field recordings a tutto spiano. Ingredienti tutto sommato consueti di questi tempi, ma è il modo in cui vengono miscelati, che fa di lui un nome da tenere sott occhio per i suoni più originali dell attuale scena sperimentale. Non a caso Richter è anche l uomo che gestisce la Dekorder etichetta tedesca che sta pubblicando tutto il meglio del settore. La prolificità è degna dell epoca contemporanea, questo 2009 però merita di essere considerato come l anno della svolta. Prima una pubblicazione su Digitalis, interessante, ma ancora in regola con lo stile standard, intitolata Charlemagne & Pippin, per poi passare al vero asso nella manica calato su Type records proprio in questi giorni, ovvero il migliore dei suoi lavori, intitolato Alphabet Trattasi di un disco quanto meno di svolta, innanzitutto nella durata delle composizioni e nel taglio generale che viene dato al disco: ovvero dieci tracce in 45 minuti, uno standard compresso e regolarizzato se paragonato alle precedenti espressioni del musicista tedesco e comunque all andazzo generale della scena ambient contemporanea. Alphabet 1968 quindi ragiona maggiormente sul concetto di vignetta, che come sempre è surreale e astratta, ma con un senso della sintesi che giova. Richter ha la mano giusta per dosare tutti gli equilibri necessari. Registrazioni e field recordings impiantate su un panorama algido, ma non severo, di ariette digitali leggere come l aria e a tratti dense come le nebbie invernali. Antonello Comunale 4 Turn On Turn On 5

4 Lucky Elephant Edda Happy Sad Secondo natura Rob Da Bank, dj inglese di Radio 1 nonché titolare dell etichetta Sunday Best e organizzatore, tra le altre cose, del Bestival che si tiene nell isola di Wight, ha avuto l occhio lungo a scoprire e mettere sotto contratto i quattro Lucky Elephant. Metà gruppo proviene appunto dall isola citata, il cantante e frontman Emmanuel Manu Labescat è invece originario del sud ovest della Francia, ed è colui il quale fornisce alla band il tocco vocale esotico così riconoscibile ad un primo ascolto. Il cuore della formazione si è costituito intorno ai Treacle Studios a Londra, gestito dal bassista Paul Burnley, un piccolo ma attivo studio di registrazione indipendente, che ha visto la nascita del collettivo. In realtà prima ci sono stati i Boomclick, formazione a due di Burnley e Sam Johnson, attuale chitarrista e pianista degli Elefanti, già sotto contratto con Rob Da Bank e poi l incontro con Labescat. Il resto è già storia attuale. Forse la provenienza geografica non continentale ha fatto sì che la band si stabilizzasse nei dintorni di una solarità e di un attitudine gioiosa/giocosa che fa del pop e di una scrittura dinamica le sue carte vincenti. Il lato happy/sad della vicenda è ben dosato, contribuendo ai cambi di ritmo dell album d esordio Starsign Trampoline (in spazio recensioni), che si mantiene sobrio nelle sonorità, prevedendo Pop e scrittura dinamica, un attitudine giocoso/malinconica e una buona miscela degli ingredienti a disposizione fanno un esordio promettente. Lucky Elephant is the reason. anche l uso di vecchi synth, di un piano Wurlitzer, di un harmonium, nonché ukulele e chitarre spesso acustiche. Il contrasto della musica può riflettere sociologicamente le caratteristiche dei posti turistici dai quali il gruppo proviene, nei quali la frenesia delle estati è seguita dalla lunga noia invernale. Ma queste sono solo ipotesi, in realtà. Quel che conta è il risultato dato dalla fusione degli elementi a disposizione. Ecco allora un french touch sensuale con accento prettamente nasale, una miscela che prevede brit pop emotivo/espressivo coniugato con la chanson francese da un lato, e con una scrittura d autore mediata dai Sixties e rivista con gli ultimi decenni dei Morrissey e dei Paul Weller. E ancora elementi di afrobeat e spezie tropical che ultimamente abbiamo trovato spesso, dai Vampire Weekend in su e in giù, e un sentore jazzy da revival Style Council che ogni tanto si manifesta. Ma ci sono anche il dub, il blues e lo shoegaze tra le melodie sparse dell esordio. A questo si aggiunga un emotività che si percepisce nelle liriche di Labescat, passionali, introspettive e dotate nello stesso tempo di humour e curiosità, e che rivelano un osservazione minuziosa della realtà. Promettenti. Teresa Greco reare mi aveva impedito di vivere veramente. CScrivevo canzoni. Il mio lavoro era andare dietro alle emozioni, che è anche una cosa giusta. Ma ad un certo punto le emozioni finiscono. E allora bisogna cercare di trovare qualcosa di vero, come la vita reale. E io di questa cosa avevo paura. E la vita reale l'ha trovata, Stefano Edda Rampoldi. Operaio specializzato in ponteggi e quarantaseienne musicista a tempo perso con in carniere un mezzo capolavoro come l'ultimo Semper Biot. Oltre che - dettagli - una delle figure cardine del rock italiano tra Ottanta e Novanta alla guida dei seminali Ritmo Tribale. Seminali, certo, perché seme furono di tutta quella scena milanese - Afterhours in testa - che proprio nei Novanta sdoganò il rock in italiano, creando un nuovo punto di riferimento per miriadi di musicisti e ascoltatori. Il Nostro, nel frattempo, si era già eclissato tra i flutti di una tossicodipendenza quasi inevitabile, nella spiritualità degli Hare Krishna, comunque lontano dalla band che gli aveva regalato notorietà e rispetto. Abbandonata, neanche a dirlo, nel momento di massimo successo, in preda a quella crisi di identità ben circoscritta dalle parole riportate in apertura e che già allora rivelava una sensibilità enorme ma fragilissima. Tanto che ad ascoltare ora la musica dell'edda solista ci si chiede quanto lontana fosse la realtà dei Ritmo Tribale dalla personalità dubbiosa e solitaria del front-man della band. Allora si parlava di un suono preso in prestito dai Torna l'ex cantante dei Ritmo Tribale con un disco colmo di rarefazioni e riferimenti autobiografici Novanta americani - Red Hot Chili Peppers, Pearl Jam, ma non solo - mentre il presente si attesta su una canzone d'autore acustica, peculiare, estremamente catartica e difficilmente riconducibile a modelli stranieri. Semper Biot, per parafrasare il titolo del disco, ovvero scarna, spoglia di qualsiasi retaggio del passato musicale del suo autore ma nel contempo dai contenuti fortemente autobiografici. L'idea che ci si fa ascoltando brani come Io e te, Milano, Scamarcio, Snigdelina, è che tutto nasca da un input immediato, quasi irresistibile, come se la musica fosse parte integrante del percorso di recupero dell'uomo, questa volta affrontato senza l'aiuto di comunità esterne. Da un lato verso la riscoperta di una creatività messa in stand-by per dodici anni ma evidentemente innata e dall'altro nel tentativo di riprendere coscienza di sé stessi. I risultati sorprendono, se si ha la pazienza di leggere tra le righe, anche perché è dentro ai brani che c'è tutto quello che serve per entrare in contatto con l'artista. Grazie anche al lavoro egregio di collaboratori come Walter Somà - autore con Edda della maggior parte degli episodi - e Andrea Rabuffetti, fondamentale nel riscrivere la storia recente di Stefano Rampoldi oltre la facciata da rocker maledetto che così poco si addice a un carattere tanto trasparente. Fabrizio Zampighi 6 Turn On Turn On 7

5 felix Michael J. Sheehy Ascesa e caduta di un songwriter Per sottrazione Una parabola da perdente, un pugno di dischi che migliorano invecchiando, un concept album sul pugilato. Ladies & gentlemen... Mr. Sheehy Vengono da Nottingham ed esordiscono su Kranky. Le trame sonore dei Felix tra chamber pop, ambient e minimalismo Per chi si interessa di loosers e cause perse, il personaggio Michael J. Sheehy non è certo nuovo. I più attenti lo avvistano una decina di anni fa, quando canta alla testa dei Dream City Film Club, sfortunatissima band britannica che si trovò inghiottita nell oblio allorché in piena epopea brit pop pensò di poter avere attenzione con un repertorio che aveva per modelli Elvis e i Virgin Prunes. La rapida fine della band causò in maniera più o meno indiretta, da un lato l apparizione sulle scene dei Placebo, che giocarono carte molto simili a loro, forti però di un taglio glam molto più pronunciato e commerciabile e dall altro l inizio delle trasmissioni soliste dello Sheehy. Va da sé che l attenzione attorno ai suoi dischi ha continuato ad essere fumosa, poco monetizzabile, parecchio dimessa e discreta, che è poi anche un riflesso della personalità del suo autore. Cresciuto in una famiglia di cattolici parecchio praticanti, con una predilezione per i dischi di Elvis e del rock n roll anni 50/ 60, salvo poi una tardiva e leggera inclinazione per la new wave tendente al gotico, Sheehy è un autore classico la cui specialità principale è quella di saper trovare sempre nuovi varianti sul modello di Love Me Tender. Con il tempo si è fatto sempre più raffinato e smaliziato arrivando nel 2009 al quinto lavoro in proprio. With These Hands merita di essere considerato uno dei migliori dischi dell anno, una sorta di concept album, ideato su un musical ambientato nei primi anni 60, che Sheehy ha messo su con una band di musicisti di supporto, omaggiati nell intestazione del disco con il nome di Hired Mourners. Il ciclo delle canzoni narra la storia di Francis Delaney, un pugile fittizio che è un riflesso distorto dell autore, pugile anche lui in tenera età. Più che dalle parti di Rocky Balboa o Tony Montana, Francis Delaney e la sua storia sono più avvicinabili a quella di Rocky Graziano nelle sembianze del Paul Newman di Lassù Qualcuno Mi Ama, quindi una storia che vive nella sociologia e nell immaginario tipici dello sport più popolano e popolare, con una fauna di personaggi viziosi e una serie di ambienti maleodoranti, che giustamente stimolano alla vignetta satirica. Un disco quindi che va ascoltato come se si stesse all Opera tenendo il libretto con i testi costantemente a portata di mano. Come lonesome man Sheehy non fa una piega. Si diverte ad immaginarsi come uno storyteller demodè riuscendoci perfettamente, anche quando indossa le maschere un po storte di Tom Waits o Nick Cave o meglio ancora dell icona Elvis. Antonello Comunale Un accumulo di elementi che in musica si risolve nella sottrazione: questa la parabola degli inglesi Felix, duo di trentenni proveniente da Nottingham, esordienti su Kranky, autori di un chamber pop colto e rarefatto tra ambient e droning. Accumulo si diceva, per la mole di esperienze variegate dei due componenti il gruppo: l una, Lucinda Chua, con studi classici alle spalle, è violoncello, piano e voce del gruppo, nonché fotografa professionista nonché pianista /violoncellista in tour per Stars Of The Lid; l altro, Chris Summerlin chitarre e drones nonché componente di molti gruppi (Lords, Kogumaza, Stage Blood nonché Damo Suzuki's Network e Glenn Branca e la lista qui è piuttosto lunga) nonché graphic designer e illustratore freelance per magazine e in campo musicale. Tra queste attività, l incontro reciproco e la nascita del duo Felix, che esordisce nel 2007 con un split 7" single con Chris Herbert su Low Point (As Blue As Your Eyes Lover / What I Learned From TV). In mezzo collaborazioni a tutto campo, come si diceva, e poi l esordio sulla lunga distanza a novembre 2009 con You Are The One I Pick (in recensioni). Con l album si finisce per sottrarre, costituendo nello stesso tempo una sintesi apprezzabile tra ambient e chamber pop, droning e minimalismo, chitarrismo post rock e sonorità dream pop, elementi tutti che convivono unificati e bilanciati da un emotività controllata ma non troppo, che rappresenta il valore aggiunto del disco. Come dei Low più rivolti all ambient e al minimalismo, ma con la stessa capacità comunicativa ed emozionale. Disco piuttosto breve, You Are The One I Pick, che ha il merito di riportare su un versante più pop, ma non troppo, diremo abbastanza colto, le influenze reciproche di cui s è detto. Il gioco di corrispondenze intime tra il piano e il violoncello della Chua e l accompagnamento chitarristico di Summerlin, uniti ad un espressività mai strabordante sono il punto di forza del duo e dell album tutto. Si aggiungano all insieme liriche minimalistiche e sghembe tra surreale, humour ed esplorazione di sentimenti e realtà, liriche che diventano a tratti uno spiazzante spoken word da parte di Lucinda Chua, quasi una declamazione di intenti e che lasciano così intravedere l inquietudine sottesa e non troppo nascosta, a dire la verità. Finendo per assomigliare a una Cat Power più dimessa in questo, e c è da dire che musicalmente, nonostante l apparente diversità, i punti in comune tra le due non mancano. Non si sa se Felix sia un progetto sulla lunga distanza, per il momento ci è piaciuto così com è. Teresa Greco 8 Turn On Turn On 9

6 Ruins Goes jazzcore Dopo l'autarchia radicale degli ultimi anni, Yoshida torna a suonare Ruins assieme ad un altro essere umano. Mette il sax al posto del basso e dice chiaro e tondo di essere uno dei papà del jazzcore Ruins sono - come si dice - una band di culto. I E una di quelle senza il cui precedente sarebbe forse venuto a mancare un intero ramo dell'albero genealogico della musica d'oggi. Il ramo che - tra efficacia descrittiva, abuso e svuotamento di senso di un'etichetta - chiamiamo jazzcore. Senza perdersi in ricerche archeologiche che ci porterebbero indietro alla fine degli anni Sessanta (Stooges? Captain Beefheart? Free jazz?), e senza pensare di potere ridurre il fenomeno ai suoi riferimenti di base, comunque, senza i Ruins (sponda prog-based della faccenda), e senza certi fermenti post punkhc (l'altra sponda, anche dell'oceano) che vanno dai Minutemen alle sperimentazioni della "musica compressa" dei Naked City di John Zorn (con dietro tutta la No Wave che ci può essere), senza tutto questo, il jazzcore non esisterebbe. Chiedere ai nostrani Diego D'Agata (Splatterpink, Testadeporcu), Zu e compagnia (Neo, Squartet). Ma anche ai Lightning Bolt, che pure hanno già avuto modo di precisare che: «Noi "insegniamo" educazione fisica. Loro fisica teorica». I Ruins dunque. Creatura tiranneggiata dal piccolo gigante Tatsuya Yoshida, giapponese dagli occhialetti rotondi, raccoglitore giramondo di immagini di pietre strane ed esoteriche, batterista dallo stile architettonico, polipesco, grappoloso, uomo di punta della scena radical/impro giappa, compagno di merende, per capirci, di tipi come Keiji Haino e Otomo Yoshihide. Yoshida è stato negli anni, dalla metà degli Ottanta in avanti, un vero sciupabassisti, sempre alla ricerca del feeling perfetto per il suo power-duo e per il suo ideale di progcore geometrico, melmoso, esagerato. Nel 2004 ha mandato tutti a quel paese e ha continuato da solo (Ruins Alone), suonando e cantando (sempre in perfetto stile Zeuhl, tribal dadadelirante) sopra basi pre-registrate, in una dichiarazione di autarchia che è una dichiarazione di autismo, ad un tempo commovente e al limite del ridicolo. Dopo mille progetti da solista, da leader o da "semplice" batterista (vedi Korekyojinn, Koenji Hyakkei e Acid Mothers Gong, capaci di regalare ai maniaci del prog momenti di vera goduria), e collaborazioni che ne hanno fatto scoprire la figura anche ai non cultori di genere (ha suonato in una delle incarnazioni live dei Painkiller di Zorn, per la serie tutto si tiene), nel 2006 Yoshi ha messo in piedi - un po' a sorpresa - i Sax Ruins, rispolverando quindi l'idea perduta di Ruins-come-gruppo, per rileggere - col sax al posto del solito monumentale basso - un repertorio di fatto già cristallizzato (in senso positivo e negativo). Le label su cui ritroviamo il marchio Ruins si commentano da sole, e rivelano molto della natura della musica del nostro: Skin Graft, Shimmy Disc (quando questa lanciava negli USA anche i Boredoms di Yamatsuka Eye), Tzadik, Ipecac (che ospita anche il debutto dei Sax Ruins). La musica di Yoshi è, nei suoi momenti di massima ispirazione, una deflagrazione totale di muscolarità e cervelloticità (non cerebralità) che concilia cinetismo e senso del massiccio (con stop&go che sono veri schiaffi sonori) e che riesce ad appagare un po' tutti gli amanti delle musiche estreme: con la sua intricatezza prog (ipertecnicismo, senso della struttura e gusto della giustapposizione, temi contorti, tempi composti), la sua foga hardcore e il suo spesso compiaciuto casinarismo noise (e in tal senso va letta la sua componente jazz, pensando, come suggerisce Zorn, che il free era in fondo una musica "punk"), la sua geometrica solidità (leggi math), la sua capacità, insomma, di sposare deriv(azion)e punk, prog alla Magma e alla Henry Cow e stranezze caricaturali alla Frank Zappa. Certo, come accade a chi inventa davvero qualcosa, fa spesso capolino lo spettro della fissità, dell'eterna ripetizione di sé (e il pensiero corre ai Primus), rischio questo che Yoshi ha sempre cercato di arginare - pur rimanendo fedele alle proprie ossessioni - variando formazioni e organici (e questo è anche il caso dei Sax Ruins), non sempre riuscendoci però. Altro spettro, anche questo inevitabile, avendo Yoshi a che fare con un'idea di musica difficile (complessa, ossessiva, nodosa; ancora i Primus) e dovendo gestire una tecnica e una espressività comunque debordanti, quello della godibilità di una proposta che spesso non riesce a uscire dallo stile, dal virtuosismo, dall'esercizio, per quanto agonisticamente avvincente. Gabriele Marino 10 Turn On Turn On 11

7 Jookabox Indiana kings of inconvenience Bisognerà pur inventarci un etichetta nostra per descrivere gente come Dan Deacon e David Adamson / Jookabox. Grassi di sound e di stazza, creativi democratici stellestrisce, drum machine e beat box come pane quotidiano, un attitudine a far muovere le hips a diverse velocità e il classico David Adamson è un dropout folk rinnegato con in mano un microfono e nell'altra il fucile. Attenzione alle definizioni: questa è world wave soul freakout... canovaccio d overdubbing esuberante ad alto tasso ritmico. Caratteristiche comuni a loro e a molti musicisti off del panorama down under americano; nessuna grande sorpresa per chi ne osserva il sottobosco, neppure salti con i già frullanti Novanta ma sicuramente tante e molte più possibilities. Dan, per esempio, in Bromst ha spinto a tavoletta sull elettronica e l estetica rave. Adamson si è rinominato Grandpall Jookabox ed è partito unendo due lembi stilistici di questi anni: il folk delle origini e il lo-fi. Ne ha fatto un DIY di chitarra e ritmi registrati, blues del Delta e Appalachi, tenendosi nel cuore - il suo e di milioni di nerd cresciuti con il sequencer - l'amore per l hip hop e una mentalità quattro tracce che poi diventa Pro Tools. Dicendovi di una voglia deep house sottotraccia che li accomuna, le somiglianze finiscono e le stranezze che ti fanno il caso iniziano a farsi notare: Moose è nativo dall Indiana, lo Stato americano dimenticato da Dio. La recessione è costante e le tensioni razziali nell'aria quanto l odor della polvere da sparo. E che dire del downtown popolato da soli negozi di liquori? In pratica è l'epitome del White Trash USA altro che gli skater di Van Sant. Tanto più che da adolescente, David trova un modo creativo per godere di quelle strane energie: si butta pesto sui funghi finendo per amare la psichedelia e un modo di comporre per immagini appese al muro, lo stesso che notammo il mese scorso analizzando il piccolo fenomeno Tune-Yards. Per entrambi torniamo a parlare di una fake world music, etnica appresa in TV o sentita in altri dischi, o meglio un idea di etnica senza legami di terra. Nel caso di David però, la terra in cui abita conta tantissimo, le sue difficoltà e sofferenze vengono sputate fuori attraverso i millenari modi afro-americani. Dal secondo disco in avanti maturano curosi furti: spirituals e canzoni ball & chain, canzoni che lui imbottisce di elio trasformandole da negre in esquimesi (à la Residents) e c'è una grande nuvola di fumo sopra agli arrangiamenti. Fate conto un Beck in combutta con Michael Moore, un produttore ardkore britannico che rinnega tutto per l amore di Tricky. Fortuna che a tener salda la baracca, c è il ritmo tribale. Ti riporta a terra, nella brutta provincia a suon di rime sgangherate dallo humor secco come una pistola e lo straniamento tipico andersoniano è servito. Prendete Girls Ain't Preggers, un talking blues alla Lcd Soundsystem in combutta Jon Spencer fatto da un B-Boy fallito, un singolo must per senzatetto con le rime a mo di lista della spesa e un coretto in tono farsesco Pere Ubu a recitare "fortuna che le ragazze non sono incinte". I modi sono quelli filiati dal mainstream, l'estetica di partenza il white negro. E' il fare disperato di chi non ha niente da perdere e ti fa ridere senza ridere. Sotto, a tenere il tempo, c'è un ritmo battente e un right now a chiudere ogni strofa; ritmo che ci riporta all altra caratteristica degli USA di questi anni (vedi lo Smell e Foot Village, Health e compagnia bella), un monoloch scompaginante a guastare l idea folky originaria giocata con le parole Grandpall (il nonnaccio) e jookabox (il jukebox). Il taglio della ragione sociale viene naturale: per Dead Zone Boys, terzo disco del nostro, a rimanere è soltanto la seconda parola e, già dal titolo gangsta, alcuni cambiamenti sono evidenti. Ben oltre il blues, il lo-fi e il muso duro di Ropechain, il sound pensa in grande e non resiste nemmeno all altro vento in freschezza black, certo glam-soul cibernetico. Inevitabile il confronto con la confraternita Tv On The Radio / Rain Machine, vero marchio forte quando mescoli wave a negritudine, ennesima testimonianza dell oggi che David si porta a casa preferendo al taglio freaky-romantichy-proggy del Malone, un Beck anti-folk e anti-cool, amante di dada e fervente predicatore di un culto I-hate-metropoli-che-fa-figo e al diavolo la fottuta Scientology. A fargli da conforto gli ritroviamo in bocca la puzza di whisky di un dropout come David Thomas, uno dei suoi idoli, e lui che non è certo un lunatico o uno snob intellettuale, al rantolo beefartiano, c attacca un falsetto blasfemo à la Micheal Jackson, un brother dell'indiana naturalmente. Il brano celeberrimo è naturalmente I Will Save Young Michael, tra i soliti talking e svolazzi soul, confida al King Of Pop di tornare agli amori per James Brown e Jackie Wilson. In pratica, Moose disegna una parabola folk per il nuovo millennio: provinciale e globale, torta millegusti psycoattiva e ballabile senza negasi il piacere della caricatura. Per Dead Zone Boys, parla di una storia d amore e uno zombie musical psichedelico, un concept sui generis dove compaiono ancora i canti rubati ai bambini del debutto Scientific Cricket mescolati ad alcune visioni del Peter Gabriel di Shock The Monkey. I risvolti sono tragicomici, pure per merito dei due nuovi membri in formazione, gli psych-poppers Everthus the Deadbeats. Se date un occhio alle press foto del neo formato quartetto vi renderete conto con chi avete a che fare: dei perdenti con in mano un microfono e dall'altra un fucile e, in questa terza puntata, un arcigno yes scritto in fronte. Edoardo Bridda 12 Turn On Turn On 13

8 Half-handed Cloud Anarchia pop Un cantautore che scava dal di dentro l indie-pop per fare piccole gemme senza barincentro. Un devoto cristiano che fa docili esercizi di anarchia. John Ringofer, aka Half-handed Cloud Hello, my name is John Ringhofer, and welcome to this collection of Half-handed Cloud from the 17 non-album releases between the years 2000 and 2009, now available in one convenient place. Così si presenta, mr. Ringhofer da Knoxville, Tennessee, ideatore senza freni di piccole canzoni che del pop hanno gli elementi ma non la compiutezza, polistrumentista e lo-fier artigianale. Anzi, così inaugura le note contenute nel booklet di quel posto conveniente in cui ha deciso di mettere in ordine tutta la carriera. Si chiama Cut Me Down & Count My Rings, titolo che già dice molto, come del resto la citazione iniziale potrebbe da sola mettere a fuoco questa stranissima creatura chiamata Halfhanded Cloud. Cut me down and count my rings, ci suggerisce il nome della raccolta, ma non per segnalarci presunte discontinuità e ritrovati anelli mancanti, quanto l op- posto, o quasi, sia a livello esistenziale sia musicale. La raccolta o macro-album (46 tracce di artigianato lo-fi melodico) con cui John si propone a un pubblico senza dubbio più vasto - tramite promozione più sviluppata, soprattutto in Europa - è infatti un flusso dove i pezzi si rincorrono tra loro senza soluzioni di continuità percepite. E si ha davvero l impressione di scoperchiare un mondo, per il quale sono a disposizione almeno due atteggiamenti: la riluttanza a entrarci, ché vi si può rimanere incastrati per giorni, imbrigliati entro una precisa strategia nei confronti dell ascoltatore. Una massa critica che, in fin dei conti, non è altro che il prodotto di una levatrice di canzoni, oppure di un unico canzoniere quasi infinito, eppure compatto per durata, se pensiamo alla quantità di gemme che contiene. Già, dimenticavamo il secondo atteggiamento, ma è insito nelle premesse: è quello per cui si accettano le condizioni e ci si butta a capofitto nel discorso di Half-handed Cloud, dei suoi schizzi apparentemente non-finiti, o witz cantautoriali. Non che Cut Me Down & Count My Rings possa a tutti gli effetti essere considerato il primo album di John; né che prima d ora da questa parte dell Oceano potessimo ritenerci esclusi dalla distribuzione. Anzi, già Thy Is A Word And Feet Need Lamps (Asthmatic Kitty, 2006), terzo disco di Half-Handed Cloud, aveva viaggiato oltreoceano. Ma è lo stesso Ringhofer, come abbiamo visto, che vede le precedenti uscite come non-album, e in un certo senso a ragione. È l atmosfera che sa di eppì, in Thy, nel precedente We Haven't Just Been Told, We Have Been Loved (Asthmatic Kitty, 2002), e ovviamente a partire da un EP vero e proprio, l aurorale I m So Sheepy, del 2000, pubblicato inizialmente sull etichetta Corner Room dell amico Brandon Buckner, con cui John aveva condiviso l esperienza di una band precendete, i Wookieback. Entriamo di getto nella biografia di Ringhofer, giusto per sottolineare due elementi che, ancora una volta, sintetizzano l insieme. John è stato il primo artista dopo Sufjan Stevens ad aver pubblicato su Asthmatic Kitty, che praticamente ha tenuto con l amico Sufjan a battesimo. Dopo l EP del 2000, il Nostro era diventato amico di penna del cantautore newyorkese, che gli chiese qualche brano da mettere su una compilation della sua neonata label, To Spirit Back The Mews. In seguito, lo Stevens farà anche da batterista per il già menzionato terzo disco di Half-handed Cloud. Insieme a lui altre figure a noi note (una su tutti: Nedelle Torrisi dei Cryptacize) faranno compagnia a Ringhofer, interrompendo la sua mania di comporre e suonare tutto da solo, usando strumenti del più classico indie-pop ma anche fiati e piccola elettronica cheap. Ma il rapporto tra Sufjan e John non si basava e non si basa solo sull intesa musicale. Nel nome della band, nei titoli succitati delle uscite, ma più banalmente nelle liriche delle vocalità poppy e strampalate di Ringhofer non si parla di adolescenza o amore. Si parla di religione, devozione cristiana, Gesù Cristo. Half-Handed Cloud è un nome che deriva dal Vecchio Testamento, e la one-man-band non si è trasferita a Berkeley per respirare aria giovane e idee frizzanti e audaci, ma per offrire i propri servigi alla chiesa locale. Eppure crea stupore il modo in cui le sonorità di Half-handed Cloud non risentano degli stigmi del christian rock. Il tutto più che composizioni clericali sembra piuttosto un esercizio divertito di complessità nata dalla semplicità. Stesso discorso dei non-album: è la velocità con cui questi frammenti si susseguono a orientarne la lettura come forme brevi, anche se organizzate, e completamente sprovviste dell aulicità che ci si aspetterebbe. Half-handed Cloud è anzi la riscoperta del livello n-1 delle costruzioni pop. Attira chi ascolta e poi gli mette confusione in testa. È un calderone di musica a-baricenrica, e questo non vuol dire che essa sia rizomatica, o centripeta, perché usa tutti gli elementi che normalmente ci farebbero ricondurre a un baricentro, a una struttura pop. Usando gli strumenti della musica pop, oltre che piccoli inserti di elettronica cacofonica in sordina, Half-handed Cloud produce qualcosa di completamente anarchico. Altro che gerarchie divine. Il divertimento di John è affatto terreno. E lo stress indotto nell ascoltatore dipende proprio da questa capacità di lasciare sempre degli appigli a qualcosa di orecchiabile senza mai raggiungerla, continuando a cambiarla, e quindi non consentendo alla memoria e al taccuino visuo-spaziale delle nostre orecchie di aggrapparsi a qualcosa. Ovviamente, tutto questo è molto Residents-iano. Colpo di piatti. E non temiamo di essere considerati bestemmiatori se al capitan scoreggia pensiamo per segnalare come in queste 46 tracce ci siano sempre le stesse forme, gli stessi timbri, quasi le stesse note. Altro colpo di piatti, che in conclusione trascina un dubbio. Cut Me Down & Count My Rings è una summa, un punto e a capo, sotto molti aspetti. E dopo? Ce la dobbiamo aspettare per il futuro, la discontinuità? Gaspare Caliri 14 Turn On Turn On 15

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