E' CAMBIATO L'INDIRIZZO DI POSTA ELETTRONICA DELLA BACHECA. QUELLO NUOVO E' :

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2 E' CAMBIATO L'INDIRIZZO DI POSTA ELETTRONICA DELLA BACHECA. QUELLO NUOVO E' : Non mandate più messaggi sul vecchio indirizzo! grazie La Bacheca di MCF è attualmente divisa in tre argomenti: 1. NOTIZIE - APPUNTAMENTI 2. CERCO - SCAMBIO - OFFRO 3. SPAZIO DI CONDIVISIONE La Bacheca di MCF sarà spedita il giorno 1e15diogni mese tramite a tutti coloro che avranno segnalato il proprio indirizzo in segreteria o al recapito della Bacheca, cioè: che è anche l'indirizzo al quale far pervenire le segnalazioni da condividere. Emanuela e Marco Doniselli progetto insieme lettera trimestrale agli Amici della ASSOCIAZIONE COMUNITÀ E FAMIGLIA Redazione: Roberto Bertolina, Giorgio Chiaffarino, Elena Carloni, Emanuela Casiraghi, Marco Doniselli, Marco Frigerio, Rita Isella, Alfredo Longoni, Luca Marchesi, Marco Moreschi, Susanna Paccagnini, Mario Reguzzoni S.I. Coordinatore Giorgio Chiaffarino, Disegni: Giuseppe Ferrario Corrispondenza: progetto insieme Associazione Comunità e Famiglia Piazza Villapizzone, MILANO Ccp: fono-fax: e- mail: sito internet: Si ringrazia la coop il Girasole di Inzago per aver contribuito alla stampa di questo numero. pro - manuscripto 2

3 Per vivere e sperare VEDERE DIO «Beati i puri di cuore perché essi vedranno Dio» (Mt 5,8) Sono due le cose da capire. La prima: quand è che il cuore è puro? Ma il cuore cos è? La seconda: come si fa a vedere Dio? I filosofi antichi dicevano che il cuore è la sede delle sensazioni e delle emozioni; guida privilegiata dell uomo nell ambito della morale, della religione, della filosofia, dell eloquenza, in quanto ha il potere di conoscere i rapporti umani e tutto ciò che da essi nasce; nella filosofia moderna invece il termine «cuore» viene usato scambievolmente con quello di «coscienza» per indicare quella sfera privilegiata in cui l uomo può attingere con certezza assoluta le realtà ultime. In ogni caso, il termine lo si usa in senso figurato per indicare il centro delle facoltà affettive, dei sentimenti, dei vari moti d animo, sede della facoltà di sentire, della sensibilità; centro dei sentimenti, delle passioni, degli affetti; sorgente dell ispirazione poetica e artistica, tanto che finisce con l indicare l indole, l animo, il carattere di una persona e diventa sinonimo di bontà, generosità, compassione, sensibilità, delicatezza d animo. È anche la sede dei moti interiori, intima parte dell animo umano per indicare l interiorità, il segreto della mente, del pensiero, della sensibilità, la memoria dei sentimenti e degli affetti. Diventa persino principio e origine della vitalità, della forza d animo, dell energia e significa allora coraggio, fierezza, ardimento, entusiasmo nell intraprendere un azione. Si capisce perché, con tutti questi significati, la Chiesa cattolica ha sentito il bisogno di onorare il Cuore di Gesù e l università cattolica non ha trovato di meglio per definire se stessa che dire di essere l «Università del Sacro Cuore». Occorre allora spiegare come fa un cuore simile a essere puro. Una cosa è pura quando si presenta allo stato naturale, inalterata, in tutta la sua genuinità, non mescolata con elementi eterogenei che la possono corrompere, guastare, inquinare. L acqua è pura quando si trova così come sgorga dalla sorgente; l aria è pura quando è libera da miasmi, da vapori, da nebbie, da fumi, da esalazioni nocive e quando il cielo è sereno e senza nubi; lo sguardo è puro quando riflette con la sua luminosità il buono stato della salute e la serenità di una coscienza in pace con se stessa; una voce è pura se si distingue per la perfezione del timbro e del tono; il vino (o il latte) è puro se non è annacquato; ma si dice anche che uno è puro se è immune da vizi e difetti, da errori e colpe perché dotato di salde virtù morali ed è privo di malizia; un animo è puro se è innocente e irreprensibile, mentre la coscienza è pura quando è intemerata (cioè non violata, non profanata; vale a dire di assoluta integrità morale, come la Vergine Maria che è Mater intemerata). Infine si dice che uno è puro di cuore per indicare la rettitudine delle sue intenzioni, l intima sua onestà, l assoluta mancanza di malizia. C è stato persino chi (Marino Moretti) nel 1923 ha scritto un libro dal titolo I puri di cuore per parlare del coraggio degli oppressi e del sacrificio silenzioso dei semplici. Per questo Isaia dice: «Lavatevi, purificatevi [ ] togliete la malvagità dalle vostre azioni davanti ai miei occhi, cessate di fare il male. Abituatevi a operare il bene, cercate la giustizia, soccorrete 1 oppresso, giudicate in favore dell orfano, difendete la causa della vedova [ ] allora venite e trattiamo fra noi, dice il Signore. Sebbene i vostri peccati fossero come scarlatto, rimarranno bianchi come la neve; sebbene fossero rossi come la porpora, rimarranno come la lana» (Is 1,11-18; cfr. 33,14-16 e Sal 15). Il salmista poi si domanda: «Chi potrà salire al monte del Signore?» e risponde: «L innocente di mani e limpido di cuore, colui che non rivolge la sua anima alla menzogna né giura al suo prossimo con inganno» (Sal 24,1-6). Forse per questo si dice «il tale è un puro» perché s impegna con tutte le forze nel professare una religione o una ideologia, nel sostenere le sue convinzioni e nell attuare un programma; oppure perché è contrario a compromessi e cedimenti, è intransigente, rigoroso e severo. Ma «puro» si dice anche di chi si presenta con tutti i crismi di un innocenza intemerata, che rivela pudicizia e castità, tranquillità di coscienza e bontà d animo, illibatezza di costumi e onestà di vita, oppure sublimità di ideali. Ma è puro anche chi è immune da errori concettuali o anche religiosi; chi è chiaro, evidente, preciso, veritiero (che dice la verità) e verace (che è veramente tale quale dice il suo nome); insomma, chi è totalmente ed esclusivamente se stesso, chi è in tutto e per tutto quello che è, con esclusione di qualsiasi altra cosa. Alla fin fine, bisogna dire che solo Dio è puro. Per vedere Dio bisogna essere simili a lui, per questo sono pochi coloro che lo vedono. La Sapienza dice che «lo hanno cercato con amore per la giustizia e con cuore sincero e Dio si è lasciato vedere daloro» (Sap 1,ls.). Si tratta di «vedere» Dio attraverso la sua provvi- 3

4 denza salvatrice; si tratta cioè di esperienza interiore, poiché quando Mosè chiede: «fammi vedere la tua gloria», Dio risponde: «Non potrai vedere il mio volto, perché l uomo non può vedermi e continuare a vivere» (Es 33,18.20). Per avere questa esperienza è necessaria la carità che «procede da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede senza doppiezze» (1Tm 1,5). Il cuore deve essere «senza doppiezze, buono, sincero, timorato di Dio e tutto impegnato nel suo servizio» (Ef 6,5-8; Col 2,22-25), allora sì che, se non si capisce cosa sia Dio, si percepisce almeno che senza di Lui non si può vivere e Lo «si vede», come quando si dice «vedo» per dire «capisco». La prima fase quindi di questa «visione» è la familiarità con Dio. Essere familiare con Dio vuol dire essere schietto, semplice, naturale, alla buona con Lui, come avviene nell intimità della vita familiare; vuol dire sentirlo cortese, affabile, alla mano, come uno che è ben conosciuto per lunga pratica e per assidua consuetudine. La seconda fase del «vedere» Dio sarà la «visione beatifica», che non sappiamo cosa sia; sappiamo solo che i credenti, «rispecchiando la gloria del Signore, di gloria in gloria si trasformano pian piano nella sua stessa immagine» (2 Cor 3,18); infatti, «ora vediamo attraverso uno specchio, in enigma, ma allora faccia a faccia» (1 Cor 13,12). Per avere la visione beatifica occorre aspettare che Egli si manifesti: «Guardate di quale amore ci ha fatto dono il Padre, affinché siamo chiamati figli di Dio e lo siamo [ ]; e non è stato ancora manifestato quello che saremo. Sappiamo che, quando ciò sarà manifestato, saremo simili a lui, perché lo vedremo come Egli è» (1 Gv 3,1-2). Il guaio è che, nel nostro linguaggio, questo si chiama «morire». Gesù aveva detto: «Padre, io voglio che quelli che tu mi hai dati, dove sono io siano anch essi con me, perché vedano la mia gloria, che tu mi hai dato» (Gv 17,24). Perché ciò avvenga ho una sola cosa da fare: devo essere un «puro», stavo per dire un «duro», cioè professare il Vangelo, essere fedele alla mia missione fino alla morte, come lui. «Chiunque ha questa speranza in Lui, rende puro se stesso, come Egli è puro» (1 Gv 3,3-6). Anche perché Gesù ha detto che «solo colui che viene da Dio ha visto il Padre» (Gv 6,46) e «nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,27); cose queste che sono state nascoste ai sapienti e agli intelligenti e sono state rivelate ai piccoli. Sono loro quelli che vedono Dio. p. Mario Reguzzoni S.I. LA FIGURA DEL DIACONO A chiunque chiedesse che cos è il diaconato si dovrebbe innanzitutto rispondere che esso è una vocazione e in particolare è una vocazione che porta alla ordinazione. Ma se si tratta di una vocazione da cui consegue un ordinazione sacramentale allora non si potrà considerare il diaconato a partire da questioni pratiche, siano anch esse di tipo parrocchiale o diocesano. Il diaconato è, nella sua specificità ma al pari delle altre vocazioni, un evento di grazia. Se le cose stanno in questo modo pensando al diaconato le domande da affrontare non saranno del tipo: a cosa serve un diacono? Che cosa può fare di diverso da un laico? Che cosa fa di diverso, o non fa, rispetto al sacerdote? Ma piuttosto queste altre: chi è veramente il diacono? Perché lo Spirito del Signore ha voluto che il diaconato esistesse nella Chiesa fin dalle origini e che tornasse a esistere ora? Vocazione e ordinazione sacramentale sono dunque i due poli intorno ai quali ruota la realtà del diaconato al suo livello ultimo. Il diaconato, nella sua forma permanente, è realtà nuova e insieme antica. Va considerato un dono provvidenziale che lo Spirito Santo fa oggi alla Chiesa d Occidente (nella Chiesa d Oriente non è mai scomparso), riportando in vita un ministero che in origine aveva un posto importante nella comunità cristiana. A partire dal V secolo, e per circa quindici secoli, il diaconato è rimasto praticamente assente dalla Chiesa d Occidente e solo in questi ultimi decenni, dopo che il Concilio Vaticano II si è espresso a favore di un suo ripristino, è tornato a esistere. Il fatto che il diaconato abbia ripreso a vivere non significa necessariamente che esso sia compreso e valorizzato. La maggiore difficoltà da superare è quella della novità della figura diaconale. È una difficoltà del tutto comprensibile e che va riconosciuta e affrontata con serenità e pazienza. Ci vorranno anni prima che il diaconato venga considerato una realtà del tutto normale all interno della nostra Chiesa. Non avendo punti di riferimento che permettano d immaginare chi sia realmente il diacono e come si collochi all interno della Chiesa, ognuno di noi tende a confrontarlo con figure ecclesiali che già conosce. Lo si paragona al sacerdote, al religioso, al laico impegnato in parrocchia, ma poi ci si accorge che non è possibile identificarlo con nessuna di queste figure. Il diacono non è un sacerdote, inoltre il diacono ha spesso una sua professione e nella maggior parte dei casi è coniugato e ha figli. D altra parte il diacono non è più, come si dice spesso, un semplice laico: riceve infatti il sacramento 4

5 dell Ordine sacro: è un ministro di Cristo a tutti gli effetti. È perciò importante rendersi conto che il diacono non può essere definito a partire da altre figure ecclesiali, procedendo per sottrazione (è meno di un prete), o per addizione (è più di un laico). Si rischierebbe così di ingenerare false classifiche di importanza e di sapere bene cosa il diacono non è ma non chi è effettivamente! Per capire chi sia il diacono occorre mettersi in una prospettiva ben precisa che è quella del primato del Battesimo e dell appartenenza alla Chiesa del Signore. Il diacono è innanzitutto un cristiano, chiamato a essere figlio di Dio in Cristo mediante la fede. Insieme a tutti gli altri fratelli cristiani egli contribuisce alla vita e alla santità della Chiesa offrendo il suo specifico contributo. Il diacono, come ogni altro cristiano, spende tutta intera la sua vita affinché la comunità cristiana sia sempre più Chiesa, crescendo per grazia di Dio in una vera esperienza di comunione e portando l annuncio della salvezza a tutti gli uomini. L atteggiamento allora cambia: invece di domandarsi in che cosa il diacono è meno di un sacerdote e in che cosa è più di un laico, ci si domanderà come il sacerdote, il diacono e il laico devono operare, ciascuno secondo il proprio specifico carisma, affinché la Chiesa sia sempre più comunità di credenti e risponda meglio al suo compito di evangelizzazione. Per riprendere la domanda che ci ha guidato sin qui: Chi è il diacono? facciamoci aiutare dal vocabolario. La parola greca diákonos significa servitore, colui che svolge un servizio a favore di qualcuno. Ecco dunque in che direzione ci si deve muovere per comprendere lo specifico della santità cristiana che il diacono è chiamato a vivere: il volto specifico del ministero diaconale è quello del servo. A qualcuno l affermazione potrebbe sembrare piuttosto generica. Verrebbe infatti da obiettare che l invito a servire è rivolto dal Signore Gesù a tutti i suoi discepoli e non soltanto ai diaconi. È vero! Ma appunto per questo il diaconato esiste, per ricordare a tutti che il cristianesimo è servizio. La riflessione che stiamo conducendo sul diaconato nella sua forma permanente ci porta a toccare un punto molto importante, quello del rapporto tra il diaconato stesso e il matrimonio cristiano. È un dato di fatto che gran parte dei diaconi permanenti e di quelli che si stanno preparando a esserlo sono sposati. Non vi è contraddizione in ciò. Nel caso di persone sposate (esistono anche diaconi, o persone che si stanno preparando a esserlo, celibi) la vocazione al ministero diaconale sorge dentro una vita familiare ormai assodata e quindi a partire da una spiritualità familiare già attiva. Non è perciò immaginabile che tale vocazione prescinda da una simile spiritualità e neppure che, sviluppando una spiritualità diaconale, quest ultima vada a ridimensionare la spiritualità familiare o addirittura ad annullarla. Si dovrà invece ritenere che la spiritualità diaconale conduce la spiritualità familiare a un singolare sviluppo, quindi esaltandola e non penalizzandola. Molto concretamente il primo ambito di esercizio del ministero diaconale è proprio la famiglia. Tre sono le linee portanti della personalità diaconale: l amore per Cristo, l amore per la Chiesa, la passione per il servizio dei poveri. Queste tre linee non possono essere minimamente disgiunte. Il diacono è un uomo che conosce la dimensione contemplativa della vita, un uomo di preghiera, che ama la Parola di Dio. Il diacono è poi una persona che ama la Chiesa. Si sente parte viva di essa e con essa si fa carico dell annuncio del Vangelo di Cristo. Infine il diacono è una persona che ama i poveri. Deve essere una persona che vive e lascia intravedere una sincera e intensa passione per il bene altrui, in particolare dei più sfortunati. E dei più deboli. Il diacono, proprio perché inserito nella normale vita quotidiana di tutti, è uomo di frontiera e deve tenere viva nella comunità cristiana l ansia missionaria. Con queste brevi riflessioni non si è voluto presentare completamente la figura del diacono, anche perché essa si costruirà con il contributo di tutta la comunità cristiana e saranno le esperienze concrete e reali che permetteranno, nel tempo, di comprendere sempre meglio la volontà dello Spirito per il bene di tutti. Dario Gellera PRIMA DI TUTTO L ASCOLTO Facciamo finta di giocare al gioco di avere a disposizione una sola regola. Facciamo finta che essa possa divenire davvero l impegno etico, la bussola interiore, l attitudine da coltivare un intera giornata. Giochiamo al gioco che quella regola oggi sia: prima di tutto l ascolto. Siccome lo sto proponendo, come minimo devo offrire qualche buona ragione che convinca a provare. Vediamo se regge come strategia del buon comunicare. Vediamo se per caso ha a che vedere col nostro essere donne e uomini in ricerca, magari anche della veracità di noi e della verità delle cose. Vediamo se sostiene quel laborioso dialogo tra noi sul come stare al mondo. 5

6 Il tra noi Ascoltare è tante cose quando sono con gli altri. È mettere a disposizione il silenzio di me perché diventi evento il dirsi di un altra persona e, dentro quella sorta di pagina bianca che reciprocamente ci offriamo nel dialogare e nel dirci, deponiamo i fili delle possibilità di incontrarci, di incontrare ciascuno, il dirsi dell altro perché una trama inedita emerga. Senza quel sostare un poco in ciò che l altro ha detto, si fa una replica di se stessi e ciascuno, semplicemente col garbo di farlo a turno, recita il già detto di sé. E si ricama niente di nuovo. E il tra noi non s edifica. Ciascuno resta dov era anche prima che l altro avesse parlato. È fare uno sconfinamento, un pezzo di strada oltre me in quello spazio silenzioso ma non vuoto. Un pezzo di strada con bagaglio diverso: le parole altrui. Le parole altrui accanto alle mie, e poi via via intrecciate fino ad altre parole. Le parole tra noi: né solo mie né solo dell altro. È accogliere chiavi altre per aprire perfino le porte di casa mia. Se prima il silenzio è stato guardato come spazio per coltivare e alimentare la capacità empatica che ciascuno un poco o tanto possiede; se è stato additato come luogo della costruzione del tra noi, ora addirittura arrischio l idea di una ulteriore possibilità. Le altrui parole possono raggiungere di me ciò che di me era sconosciuto. Solo con un po di pazienza e coraggio nella sosta in quelle parole non mie, dell altro, potrei trovarmi tra le mani chiavi per aprire le porte di stanze di casa mia, quelle che neppure sospettavo di avere. Ciò che pare inaccoglibile E quando l altro pronuncia parole che non riesco a portare, a capire? E quando io pronuncio parole che l altro non sopporta o non capisce? Ancor più prezioso un tempo di silenzio che impedisca di cadere nella banale equivalenza ciò che non capisco è stupido o ciò che non riesco ora a portare è improponibile. E ci aspetterebbe subito dopo, dietro l angolo, la spirale della catalogazione: prima inscatoliamo il detto, poi etichettiamo la persona. Così chi ha detto ciò che non si sa ora cogliere e accogliere è superiore, oppure si sta inimicando, oppure è sciocco Ciò che pare inaccoglibile va almeno messo nella regione del possibile. Non mi è richiesto di sposare una causa, ma di non gettare subito nel regno dell esclusione ciò che l altro esprime. Le regioni del possibile sono vaste. Le regioni vaste del possibile mi esercitano ad ammettere che nessuno ha la verità. Ciò che pare inaccoglibile ora è forse qualcosa che turba un mio equilibrio. Forse quel turbamento è per rompere quell equilibrio, spostarmi oltre, raggiungendone un altro. Di inaccoglibile c è solo la pretesa di imporsi e di escludere. Tutto il resto che pare sul momento inaccoglibile forse è una parola-spada che mette a nudo la fatica di lasciarsi spossessare da modi autosufficienti di stare al mondo. Un tra noi abitato E c è chi scommette che il tra noi già sia abitato dalla parola e che gli uomini e le donne diventano tali scoprendo di abitare la parola. Una parola che suscita le nostre, che ha voglia di insediarsi nei nostri idiomi personali, che ascolta non ci zittisce ma ci provoca a dire quella porzione di verità a noi destinata. Una parola che ama essere interpretata, tradotta, rievocata. Non ha paura di essere violata e sciolta nelle nostre parole perché sa risorgere. In esse risorge. È nell alveo dell ascoltare che ciascun piccolo d uomo diventa quell uomo e quella donna che può divenire ed è nell alveo dell ascoltare una parola ricevuta come dono che ciascuno cresce in umanità in modo suo proprio, irripetibile. Ed è nell alveo di una parola suscitatrice delle nostre che il tra noi diventa qualcosa d imprendibile e grande che non s accontenta di essere la somma dei tanti io e tu nella scena del tempo. Quando si osa e si accoglie la responsabilità del reinventare quella parola, il tra noi muore e risorge continuamente, diventando l inedito che Dio desidera. Dunque c è chi scommette sul primato dell ascolto di parole che da soli non possiamo darci, ma che solo insieme possiamo reinventare proprio mentre ci accingiamo a stare al mondo senza pretese di esclusione e di imposizione. Perché scommettere sul primato di quell ascolto non è roba da enunciare, ma è subito modo di vivere il nostro divenire uomini e donne davvero. Eva Maio 6

7 TRA SOBRIETÀ, AUTOPRODUZIONE E CONSUMO Nel ricordare che il 24 novembre scorso si è svolta la giornata del non acquisto (che è cosa un po diversa dallo sciopero dei consumi dello scorso settembre), vorrei riprendere il cammino iniziato da Gianni sullo scorso n 15 ( Libertà e desideri ). Le provocazioni di Gianni hanno echeggiato in me suoni diversi ma sinfonici. Da un lato ciò che già esiste da tempo: il movimento del Consumo Critico e consapevole (http:// pages.inrete,it/cocorico/materiali/cosafacc.htm), dall altro la realtà dei condomini solidali di ACF come possibilità, qui e ora, di offrire una migliore qualità di vita alle persone e alle famiglie, attraverso la fiducia, la sobrietà e la condivisione. Gli aspetti in comune a queste due aree sono, a mio parere, più di quelli che riusciamo a immaginare. E, ne sono certo, possono essere gettati ponti di sinergia e collaborazione tra esperienze che si conoscono poco ma che guardano al medesimo orizzonte. Conti EQUI in famiglia La Campagna Bilanci di Giustizia (http://www.unimondo.org/bilancidigiustizia/index.htm) nasce all Arena di Verona nel 1993 con lo slogan Quando l economia uccide bisogna cambiare! ed è rivolta alle famiglie, intese come soggetto micro-economico. A oggi le famiglie impegnate sono più di 500. La prima cosa che ci accomuna è il fatto di essere famiglie: in questo caso esse si confrontano mensilmente sulle caratteristiche del proprio bilancio familiare per valutare se possono essere apportati miglioramenti coerenti con valori sociali, ambientali o solidali. Poi cercano di valutare se la sobrietà (anche questo termine non dovrebbe esserci estraneo!) può fare davvero rima con felicità e benessere. Le famiglie che hanno inviato i bilanci nel 1999 documentano un consumo mensile individuale medio di a fonte di un pari dato ISTAT di Quindi un risparmio medio mensile individuale di L obiettivo principale però è scegliere i consumi tenendo presente anche la giustizia. Tale atteggiamento è stato documentato nel 1999 con uno spostamento di consumi, da parte delle famiglie partecipanti, per una percentuale del 27,9% sulla totalità dei consumi. Nel contesto dei 6,8 miliardi di consumi rilevati, milioni sono stati spostati, trasferendo la spesa da acquisti giudicati dannosi per la salute, per l ambiente e per i popoli del Sud del mondo a prodotti alternativi, che non danneggiano cicli biologici o che non rappresentano uno sfruttamento ingiusto di persone e di risorse naturali. Le famiglie impegnate nella campagna hanno dimostrato la possibilità di condurre una vita sobria senza compiere sacrifici eccessivi: prova ne sia che la spesa media mensile risulta di inferiore al dato ISTAT 95 sui consumi degli italiani e che, nella sua composizione, è stato rilevato un minore esborso per generi voluttuari, quali l abbigliamento e i regali. Comportamenti ormai consolidati sono risultati la raccolta differenziata dei rifiuti e l acquisto di prodotti delle Botteghe del Mondo, messi in atto dal 60% degli aderenti, insieme alla preferenza per alimenti di stagione e il riuso e scambio (ci dice qualcosa?) di vestiti, abitudini acquisite da quasi il 50%. Consumare insieme, nella responsabilità Un altra iniziativa interessante sono i Gruppi d Acquisto Solidali (GAS Si tratta di gruppi di singoli o famiglie che si uniscono sia per migliorare la qualità e l economia negli acquisti sia per favorire una produzione più equa sul piano sociale, ambientale e solidale. Perché nasce un GAS? Ogni GAS nasce per motivazioni proprie, spesso però alla base vi è una critica profonda verso il modello di consumo e di economia globale ora imperante, insieme alla ricerca di una alternativa praticabile da subito. Il gruppo aiuta a non sentirsi soli nella propria critica al consumismo, a scambiarsi esperienze e appoggio, a verificare le proprie scelte. L istruttoria e la scelta dei produttori (spesso i distributori vengono saltati ) avvengono su criteri quali: la vicinanza al luogo di residenza (favorire i piccoli produttori locali; meno energia e inquinamento prodotti a causa dei trasporti, maggiore tipicità locale dei prodotti); la sostenibilità ambientale dell intero ciclo di vita del prodotto (produzione, distribuzione, uso e smaltimento); la salubrità dei prodotti; la correttezza nel rispetto delle regole dei contratti di lavoro; l inclusione di soggetti svantaggiati nei cicli di produzione. In questi gruppi, molto alla mano, ci si divide i compiti (contatto con i produttori, ricezione della merce, tenuta dei conti ecc.), si discute e decide insieme quali prodotti acquistare e da quali produttori e, periodicamente, si raccolgono gli ordini e, all arrivo della merce, si distribuisce la spesa. Non ci sollecita nulla pensando alle nostre dispense 7

8 comuni? E vero che, a volte, il puro risparmio economico risulta sacrificato in virtu di valori che forse assumono la stessa (o maggiore) importanza. Bisogna ricordare che, nell analisi dei Bilanci di Giustizia, le famiglie destinano agli alimentari una percentuale che oscilla tra il 10 e il 20% del proprio bilancio mensile, come a dire che, se si vuole puntare a un consistente risparmio, occorre puntare su altre tipologie di consumi mentre ci si puo permettere di aumentare di qualche punto percentuale la voce alimentari per scegliere alimenti biologici che rispettano la salute delle persone e della terra dove vengono coltivati. Conclusioni e spunti per MCF Alcuni dati di fatto: due valori fondanti dei condomini solidali di ACF sono la sobrietà e la condivisione; nella vita quotidiana delle convivenze delle famiglie vi sono alcune soluzioni pratiche (la cassa comune, la dispensa comune, la parziale autoproduzione di frutta/verdura, il Banco Alimentare); di norma le famiglie cercano di essere presenti nella comunità locale in cui vivono; in MCF vi sono alcune esperienze di lavoro e di produzione di beni e servizi: la Società Semplice di Berzano (prodotti agricoli, forniti già oggi a diversi GAS), la Piccola Cooperativa di servizi (amministrativi), la Cooperativa Di Mano in Mano (sgomberi e riutilizzo), il negozio di via Durazzo. Le riflessioni 1. Con lo Statuto della nuova Associazione emergono anche nuove attenzioni come la giustizia nella distribuzione delle ricchezze nel mondo e la sostenibilità ambientale nell uso delle risorse: come si coniugano queste attenzioni con, ad esempio, la positiva fiducia nella Provvidenza che porta a volte ad accettare in modo acritico le donazioni in generale e i prodotti del Banco Alimentare e del Banco Telematico? 2. Abbiamo sempre detto che la nostra esperienza può interpellare chiunque ed è aperta a tutti: è importante evitare il rischio di MCF come isola felice, autosufficiente e chiuso su se stesso; dunque procurare che MCF resti aperto al mondo, capace di fare rete con il territorio: potremmo avere un ruolo dignitoso nelle nascenti Reti locali di Economia Solidale, verso la costruzione del nuovo mondo possibile? 3. È possibile ripensare i meccanismi di approvvigionamento dei condomini solidali o delle singole famiglie che camminano in MCF (ad esempio i gruppi di condivisione) alla luce delle proposte dei Gruppi d Acquisto Solidali (GAS)? 4. Il lavoro in ACF: come si misura il necessario equilibrio sul piano dei diritti sindacali, della sostenibilità ambientale nell intero ciclo produttivo, della legalità e della solidarietà? 5. Il tema del bilancio familiare e comunitario (sia sul piano economico sia su quello dell impronta ecologica) può entrare a far parte dei nostri momenti di condivisione, facendo tesoro dell esperienza e del metodo proposto dalla Campagna Bilanci di Giustizia? Come si vede, i temi del denaro, del consumo, della produzione (e dell autoproduzione) ci riguardano da vicino se nel nostro sogno abbiamo una vita felice, accessibile non solo a noi, alla nostra famiglia, al nostro condominio solidale, bensì a tutti gli uomini e donne che condividono oggi il condominio planetario e a quelli che lo abiteranno domani. Per cominciare, dopo il buon successo di partecipazione del seminario su questi argomenti registrato all AGORÀ di giugno scorso, è tempo di rimboccarsi le maniche: vi ricordo il Cantiere che ha svolto i suoi lavori in quel di Villapizzone, il 18 ottobre scorso, con la partecipazione di Mauro Serventi di Fidenza che ci ha introdotto a questi temi nella plenaria pomeridiana dell AGORÀ. Sergio Venezia 8

9 Dalle associazioni LA COMUNICAZIONE NEL MONDO DI COMUNITÀ EFAMIGLIA Qualche riflessione dopo il primo Consiglio Generale di MCF 1 - Chi? I soggetti che si raccontano all interno del Mondo di Comunità e Famiglia, come più volte è stato detto, sono le diverse cordate. Sappiamo che le cordate (Progetto Insieme 14) sono formate da persone che vivono insieme esperienze comuni: la vita quotidiana nelle comunità e nei condomini solidali, il lavoro, gli incontri di condivisione, il servizio nell Associazione, l amicizia e i contatti più o meno regolari, le responsabilità amministrative... Il nome stesso di cordata, di chiara derivazione alpinistica, sottolinea la corda, il legame che ciascun componente del gruppo ha con tutti gli altri. Le cordate esprimono e vivono realtà differenti: qualche gruppo lavora o si conosce da molto tempo, alcune comunità si sono formate diversi anni fa mentre altre sono insieme da poco, alcune esperienze sono ormai consolidate quando altre stanno partendo proprio in questi mesi eccetera. Insomma, come ha ricordato Bruno prima delle vacanze: C è veramente in giro della gente in gamba. Tutti sono in gamba: non tutti (però) sono allo stesso momento di crescita (Progetto Insieme 18). Ebbene, ogni persona, ogni gruppo, ogni esperienza del Mondo di Cominità e Famiglia deve trovare un tempo per raccontarsi, per dire agli altri dove si trova e che tipo di fatica sta facendo. 2 - Perché? Per conoscerci, per esprimere ciascuno la propria identità, per presentarsi agli altri, per far capire chi siamo e che cosa stiamo facendo. E tutto questo diventa un dovere proprio nel momento in cui c è il legame con i compagni della cordata e si può essere d aiuto agli amici delle altre cordate. Ricordiamo due segni che caratterizzano l Associazione, citati dallo Statuto: art. 3.5: L accompagnamento tra famiglie e persone, come reciproco sostegno, come stile e cultura per essere se stessi, per essere famiglia, per essere gruppo, per essere comunità. In altre parole: se vogliamo camminare con qualcuno, è meglio se troviamo il modo di parlare dei legami che ci accomunano, dello stile che ci fa riconoscere, della cultura in cui crediamo! art. 3.8: L impegno personale, come modalità di autopromozione per affrontare le esigenze e i problemi che emergono. Impegno, sostenuto da un clima di fiducia della collettività, alla quale si presenteranno i frutti del proprio operare. In altre parole: la condivisione delle emozioni e delle esperienze deve esplicitarsi in un clima di rispetto e di fiducia, così non può che far maturare i buoni frutti (del proprio operare)! 3 - Quando? Tutte le volte che c è l opportunità di farlo! Ma questo è un grosso problema, perché vuole dire valutare attentamente ogni occasione per decidere che cosa dire, come dirlo e perché. Ho accennato in un altro scritto all importanza della manutenzione dei legami / delle relazioni / degli affetti nella vita di tutti i giorni (Progetto Insieme 17): era una riflessione nata durante uno straordinario incontro di qualche anno fa tra gli amici del Consiglio di Gestione e quelli del Coordinamento dei Gruppi di Condivisione (il cosiddetto Tavolino ). In quella sede si diceva che era molto importante imparare a guardarsi dentro, a parlare di sé in prima persona, ad ascoltare attentamente gli altri (cioè a fare condivisione nel gruppo) per crescere nella consapevolezza e nella capacità di discernimento. Proprio in quell incontro, qualcuno dei presenti aveva avuto l intuizione di definire questa attività comunitaria con le parole fare manutenzione degli affetti, che, io credo, illustrano molto bene questo tipo di sforzo e di fatica. Riguardando indietro le esperienze delle cordate in questi ultimi anni, da più parti è stata segnalata l importanza degli incontri tra i diversi gruppi proprio perché diventavano occasioni di riflessioni e di confronti che, con il metodo della condivisione, portavano maggior consapevolezza in tutti coloro che partecipavano. Credo che lo spirito vincente delle nostre proposte sia un po questo: mettere a frutto gli sforzi e le fatiche di ciascuno all interno di un disegno più grande che piano piano si definisce alla luce di piccoli momenti di incontro e di scambio. In queste situazioni, nelle quali talvolta può prevalere anche una sensazione di grande peso, di fatica, la posizione del singolo si ricolloca in un attività condivisa da tutti: l atto della manutenzione dei propri affetti insieme agli altri. È questa comunione spirituale che vince sulla sensazione di fatica, lasciando il desiderio e la voglia di ritrovarsi ancora, presto. 9

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