RASSEGNA STAMPA Martedì 21 ottobre 2014

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1 RASSEGNA STAMPA Martedì 21 ottobre 2014 ESTERI INTERNI LEGALITA DEMOCRATICA RAZZISMO E IMMIGRAZIONE SOCIETA BENI COMUNI/AMBIENTE INFORMAZIONE CULTURA E SCUOLA INTERESSE ASSOCIAZIONE ECONOMIA E LAVORO CORRIERE DELLA SERA LA REPUBBLICA LA STAMPA IL SOLE 24 ORE IL MESSAGGERO IL MANIFESTO AVVENIRE IL FATTO IL RIFORMISTA PANORAMA L ESPRESSO VITA LEFT IL SALVAGENTE INTERNAZIONALE

2 L ARCI SUI MEDIA Da Repubblica.it del 21/10/2014 Lavoro, Cgil: "Un milione di persone pronte a scendere in piazza contro Jobs Act" Il dato emerge da un sondaggio effettuato da Tecné per il sindacato di Corso d'italia. Camusso: "Mi aspetto tante persone in piazza". Stoccata a Padoan: "800 mila posti di lavoro? l'aveva già detto Berlusconi" ROMA - La Cgil si prepara alla grande manifestazione del 25 ottobre contro le politiche del governo ( e in particolare contro la riforma del lavoro). Una manifestazione che potrebbe avere numeri importanti: secondo un sondaggio realizzato da Tecnè per il sindacato guidato da Susanna Camusso potrebbero arrivare a Piazza San Giovanni a Roma un milione di persone. Resta sullo sfondo l'ipotesi dello sciopero generale, che nei giorni scorsi la Camusso non ha escluso, nella speranza che anche Cisl e Uil si uniscano alla protesta contro il governo. Alla giornata di lotta ha aderito anche l'arci. Secondo il sondaggio il 70% della popolazione italiana giudica positivo lo slogan scelto dalla manifestazione indetta dalla Cgil peri il 25 ottobre: "Lavoro, dignità, uguaglianza, per cambiare l'italia". Una percentuale che sale al 79% tra gli iscritti al sindacato. "Mi aspetto tante persone in piazza - ha detto la leader Cgil Susanna Camusso - ma non siamo appassionati ai numeri e continueremo a non dare numeri. Mi aspetto una bella, grande, colorata manifestazione, con tante donne, tanti uomini e soprattutto con tanti giovani", ha aggiunto. E oggi alla direzione del Pd sono arrivate parole distensive dal premier Renzi verso la Cgil: "Abbiamo un profondo rispetto di quella piazza, a prescindere dal dibattito che c'è tra di noi". Al momento però i numeri sono diversi: le prenotazioni reali sono per ora 120mila escluso il Lazio, ma la Cgil sottolinea che si stanno chiedendo pullman anche in altre nazioni. Sono stati organizzati pullman, sette treni straordinari e una nave che partirà dalla Sardegna. Sono previsti due cortei, da Piazza della Repubblica e da Stazione Ostiense, che confluiranno in Piazza S.Giovanni, dove è previsto il comizio che si concluderà con l'intervento del segretario generale della Cgil. Prevista anche la presenza sul palco dei Modena City Ramblers per un accompagnamento musicale. "Sarà una grande manifestazione - ha aggiunto Camusso - aperta a tutti coloro che condividono la nostra piattaforma", lasciando così la porta aperta ai dissidenti dem, come Stefano Fassina, che hanno annunciato la loro presenza in piazza. Camusso però ha messo le mani avanti e ha invitato a non fare paragoni con il marzo 2002 quando il sindacato portò al Circo Massimo 3 milioni di persone: "Sono passati sette anni di crisi e ci sono tre milioni di disoccupati", ha sottolineato la leader Cgil, che non ha rinunciato ad una nuova stoccata all'esecutivo: "800mila posti di lavoro creati dalla legge di stabilità? L'aveva gia detto Berlusconi: 1 milione di posti di lavoro" è stato il commento di Camusso all'annuncio fatto ieri dal ministro dell'economia Pier Carlo Padoan. "La legge di stabilità - secondo Camusso - non cambia il quadro rispetto alla disoccupazione e non è una nostra malignità perchè se guardiamo la nota di aggiornamento prevede il tasso di disoccupazione ancora all'11,2% nel 2018". Il governo, per la leader Cgil, deve spiegare da dove arriveranno gli 800mila posti di lavoro. "Senza investimenti, pubblici e privati, vedo difficile ridurre di un terzo la disoccupazione" ha spiegato. Bocciato anche il bonus bebè promesso ieri dal premier in tv: "Non so se 2

3 l'intervento potrà essere coperto dal fondo previsto nella legge di stabilità e mi colpisce che non si decida mai una politica organica sulla povertà". onte_ad_andare_in_piazza_contro_jobs_act_tl_fv_20-ott-14_13_49_nnnn_eco_legge_s /?ref=search Da Repubblica.it del 21/10/2014 Lo "ius soli temperato" di Renzi: tanto fumo e poco ius Il vice presidente dell'arci analizza e commenta gli annunci sul diritto di cittadinanza per i figli di stranieri nati e cresciuti in Italia. Viene subordinato per i ragazzi stranieri il completamento della scuola dell'obbligo, cioè a 16 anni. In pratica, dopo tante chiacchiere, dalla nascita ai 16 anni i figli di immigrati continuerebbero a essere considerati stranieri di FILIPPO MIRAGLIA * Caro direttore, Il metodo è sempre lo stesso: l'annuncio calcolato nei tempi e nei modi per avere il massimo impatto sui media (e magari spostare l'attenzione dai problemi del giorno), i tempi di realizzazione rimandati a un futuro non meglio definito, l'uso improprio dei termini per descrivere un provvedimento che con la definizione che gli viene attribuita ha poco a che fare. Stiamo parlando della dichiarazione del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, sulla volontà di introdurre lo ius soli "temperato", ma temperato al punto che di "ius", cioè di diritto soggettivo, conserva ben poco. Tanto fumo per abbassare la soglia di 2 anni. Viene infatti subordinato, per i ragazzi stranieri nati e/o cresciuti in Italia al completamento di un ciclo di studi: scuola dell'obbligo - da noi contemplata fino ai 16 anni - per chi è nato in Italia, oppure la scuola secondaria superiore per chi è arrivato adolescente (dando per scontato che chi arriva abbia completato il precedente ciclo di studi nel suo paese d'origine o che debba frequentare qui l'intero ciclo scolastico preuniversitario). Una autentico bluff che, rispetto alla situazione attuale (a 18 anni chiunque sia nato in Italia può presentare richiesta di cittadinanza), abbasserebbe nel migliore dei casi solo di due anni l'età di accesso alla cittadinanza: in pratica, dopo tante chiacchiere, dalla nascita ai 16 anni i figli di immigrati continuerebbero a essere considerati stranieri nel Paese dove sono nati e cresciuti. Eppure, ci sono 200 mila firme per lo "ius soli". Si continua poi a fare scientemente confusione sulle condizioni che dovrebbero, per temperare lo ius soli, riguardare i genitori, e quelle che invece riguardano i bambini e le bambine che continuerebbero ad essere considerati cittadini di serie B. Il tutto, mentre in Parlamento giace da anni una proposta di legge di iniziativa popolare di riforma della cittadinanza per la quale la campagna L'Italia sono anch'io ha raccolto ben 200mila firme, che prevede sì uno ius soli temperato, ma condizionato soltanto alla residenza di uno dei genitori da almeno un anno. E mentre la competente Commissione della Camera, dopo varie audizioni di organizzazioni sociali che sul tema lavorano (compresa la Campagna citata) sta lavorando a un testo unificato da portare in Aula. Il gioco del consenso. Insomma, oltre al solito metodo un po' furbesco di affrontare argomenti così seri e che riguardano la vita di centinaia di migliaia di giovani stranieri, si conferma, da parte di Renzi, il solito fastidio non solo per il parere dei cittadini (in questo caso addirittura firmatari di una proposta di legge), ma anche per il lavoro del Parlamento. Non è più accettabile che per acquisire consenso si giochi sulla pelle delle persone, 3

4 mentre nel paese rimangono divisioni, ingiustizie, discriminazioni e crescono le pulsioni razziste. Una legge che riformi l'attuale normativa sulla cittadinanza va fatta presto e bene, per il futuro non solo di quei giovani, ma di tutti noi. * Filippo Miraglia è il vicepresidente nazionale Arci /?ref=search Del 21/10/2014, pag. 3 Lavoro, dignità, eguaglianza. Prima tappa in San Giovanni Roma Calling. La Cgil presenta (con sondaggio) la manifestazione di sabato. Camusso: "Sarà l'inizio di una stagione di mobilitazione, perché non ci rassegniamo al fatto che la strada per l'uscita dalla crisi sia quella della riduzione delle tutele e dei diritti. Doppio corteo per centinaia di migliaia. Riccardo Chiari Sabato sarà l inizio di una stagione di mobilitazione, perché non ci rassegniamo al fatto che la strada per l uscita dalla crisi sia quella della riduzione delle tutele e dei diritti. Susanna Camusso presenta un 25 ottobre che non vuole essere una tappa isolata. E che non sarà solo della Cgil: C è un attenzione che va ben oltre i nostri iscritti. La sottolineatura è l effetto di un sondaggio commissionato da Corso Italia a Tecnè. Su un campione di mille maggiorenni, iscritti e non iscritti al sindacato, i risultati indicano che il 54% degli italiani (75% degli iscritti Cgil) ritiene che sia meglio estendere le tutele, perché ridurle non favorisce l occupazione. A seguire il 64% (70% iscritti) pensa che la delega al governo per la riforma del lavoro non farà crescere l occupazione. Ancora, il 51% (74% iscritti) è d accordo con il sindacato nel ritenere che i rapporti di lavoro devono continuare ad essere a tempo indeterminato, e che la flessibilità deve essere limitata nel tempo. Il 55% (79% iscritti) si dice d accordo con la proposta Cgil di estendere la cassa integrazione a tutti i lavoratori, e di dare l indennità di disoccupazione a tutti con una durata rapportata agli anni effettivamente lavorati. Infine l 80% complessivo è pessimista sul 2015: il 55% pensa che la disoccupazione aumenterà ancora nei prossimi dodici mesi, e il 25% che resterà sui livelli attuali. Agli occhi di un un sindacato che ha quasi tre milioni di tesserati attivi e altrettanti pensionati, il sondaggio indica inoltre che le organizzazione sindacali non sono considerate inutili: Sono invece l unica barriera alla frantumazione del corpo sociale e all idea di divisione osserva Camusso del tutti contro tutti. Per questo la manifestazione Libertà, dignità, uguaglianza. Per cambiare l Italia viene considerata come una prima risposta a un governo la cui riforma del lavoro è bocciata senza appello: Mira a abbassare i salari senza creare nuovo lavoro ma peggiorando quello attuale, visto che le stesse stime dell esecutivo nel Def indicano un tasso di disoccupazione nel 2018 dell 11,2%. Quanto alle politiche economiche, la segretaria generale è altrettanto esplicita: Mancano nuove politiche industriali, e gli investimenti, pubblici e privati, sono azzerati. Senza quelli non si esce dalla crisi. Infine un passaggio in risposta alle ultime promesse di palazzo Chigi, dal bonus di 80 euro alle neo mamme (Renzi) agli 800mila posti di lavoro (Padoan): La legge di stabilità non cambia il quadro rispetto all occupazione: non sono certo gli incentivi a pioggia a crearla, altrimenti avremmo dovuto avere incrementi altissimi con le misure dell ex ministro Tremonti. Intanto si va avanti con l organizzazione del 25 ottobre. Con 4

5 i consueti problemi logistici: Ci sono difficoltà per i pullman, li stiamo cercando all estero. E la riduzione del servizio ferroviario sta penalizzando il sud. Numeri? Dalla Cgil offrono le cifre di venerdì scorso e solo del sindacato (120mila prenotati), senza considerare Roma e il Lazio, gli studenti e gli autorganizzati. Fra le adesioni sono già arrivate quelle dell Arci e di Rifondazione, previsti due concentramenti alle 9 in piazza della Repubblica e piazzale dei Partigiani. Da Adnkronos del 20/10/2014 Immigrati: Arci, su ius soli da Renzi solito bluff per avere consensi L'annuncio fatto dal presidente Renzi sull'apertura allo 'ius soli temperato', è "un autentico bluff che, rispetto alla situazione attuale, abbasserebbe nel migliore dei casi solo di due anni l'età di accesso alla cittadinanza", ed è stato fatto con il metodo di sempre: calcolato nei tempi e nei modi per avere il massimo impatto sui media e magari spostare l'attenzione dai problemi del giorno, con tempi di realizzazione rimandati a un futuro non meglio definito e con un uso improprio dei termini". Lo dichiara Filippo Miraglia, vicepresidente nazionale dell'arci.il riconoscimento della cittadinanza viene infatti subordinato, prosegue Miraglia, "per i ragazzi stranieri nati e/o cresciuti in Italia, al completamento di un ciclo di studi: scuola dell'obbligo, da noi contemplata fino ai 16 anni, per chi è nato in Italia, oppure la scuola secondaria superiore per chi è arrivato adolescente, dando per scontato che chi arriva abbia completato il precedente ciclo di studi nel suo paese d'origine o che debba frequentare qui l'intero ciclo scolastico preuniversitario".in pratica, continua il vice presidente dell'arci, "dopo tante chiacchiere, dalla nascita ai 16 anni, i figli di immigrati continuerebbero a essere considerati stranieri nel paese dove sono nati e cresciuti. Si continua poi a fare scientemente confusione sulle condizioni che dovrebbero, per temperare lo ius soli, riguardare i genitori, e quelle che invece riguardano i bambini e le bambine che continuerebbero ad essere considerati cittadini di serie B. Il tutto, mentre in Parlamento giace da anni una proposta di legge di iniziativa popolare e mentre la competente commissione della Camera sta lavorando a un testo unificato da portare in Aula. Non è più accettabile che, per acquisire consenso, si giochi sulla pelle delle persone, mentre nel paese rimangono divisioni, ingiustizie, discriminazioni e crescono le pulsioni razziste", conclude. Da Redattore Sociale del 20/10/2014 "Novo modo", 600 persone alla kermesse sulle responsabilità comuni Tanti visitatori per i tre giorni di incontri promossi da Acli, Arci, Banca Popolare Etica, Caritas Italiana, CISL, Fondazione Culturale Responsabilità Etica e Legambiente FIRENZE - Si è conclusa ieri a Firenze la prima esperienza di Novo Modo Responsabilità di Tutti, tre giorni di incontri intensi e costruttivi per mettere le basi di una ricerca condivisa di nuove soluzioni. Questo è stato infatti l obiettivo fin da subito dichiarato degli organizzatori (ACLI, ARCI, Banca Popolare Etica, Caritas Italiana, CISL, Fondazione Culturale Responsabilità Etica e Legambiente): riportare la responsabilità al centro del 5

6 nostro agire, cercare un nuovo modo di leggere ed affrontare le conseguenze della crisi prendendo spunto da chi, quotidianamente, è abituato a riflettere su questi temi ma anche ad agire. Nell auditorium di Sant Apollonia si sono alternati decine di relatori e di chi ha portato la propria testimonianza ma soprattutto si sono alternati oltre 600 visitatori che hanno ascoltato, partecipato ai laboratori, visitato la mostra dei ragazzi di Casal di Principe e della Terra dei Fuochi. Proprio la presenza di questi ragazzi, insieme a quella del sindaco di Casal di Principe, ha dimostrato la fondamentale importanza di mettere in rete le esperienze virtuose: nel corso del confronto su mafie e legalità, il direttore della Galleria degli Uffizi, Antonio Natali, si è infatti impegnato a portare una mostra, organizzata dal museo fiorentino, proprio nel comune campano. Una piccola ma grande dimostrazione di come sia indispensabile declinare assieme un novo modo di affrontare le sfide come cittadini e come organizzazione della società civile. Uno sguardo alle problematiche italiane ma anche a quelle europee e globali che ci impongono una scelta di responsabilità. Si è parlato di Europa, un'europa lontanissima da quella immaginata dai padri fondatori, percorsa da innumerevoli frontiere, non solo geografiche ma anche economiche, sociali, democratiche. Un'Europa dei diritti ambientali e sociali, minacciati dall'accordo TTIP con gli USA nel nome dei diritti delle imprese multinazionali. E' emersa la consapevolezza dei danni e degli impatti di queste e altre frontiere, e la necessità di abbatterle dando vita ad un approccio, nei diversi ambiti, fondato sulla solidarietà e la cooperazione. Infine, nella giornata in cui migliaia di persone si sono messe in marcia per la pace, un messaggio di responsabilità verso l'atteggiamento che ciascuno di noi deve avere nel perseguimento di azioni di pace intesa come ricerca di libertà, verità, giustizia e fraternità. Si tratta di creare una cultura della pace proponendo la nonviolenza come stile di vita e strumento di contrasto rifiutando la logica della violenza vs. violenza. Mettere in relazione le comunità, socializzare le problematiche, aprire un confronto vero per proseguire questo percorso - questo il filo rosso che ha legato le tre giornate fiorentine. Novo Modo s'è rivelato essere il luogo in cui portare avanti questo percorso anche attraverso una mappatura legata a ciò che è veramente nuovo e a ciò che si può mettere davvero in rete e relazione, uscendo dalla logica di leggere la realtà attraverso un unico punto di vista. Da qui partirà il futuro di Novo Modo che è poi il futuro di tutta la società civile e di coloro che realmente vogliono impegnarsi per il bene comune Da Vita.it del 20/10/2014 AZZARDO Quel misterioso protocollo d intesa di Lorenzo Maria Alvaro Il riassunto di tutto quel che c è da sapere sull accordo tra la campagna Mettiamoci in Gioco e Sistema Gioco Italia (Confindustria)in cui tutte le associazioni sono firmatarie ma nessuna lo ammette. Ma qualcosa si muove, l'auser per esempio... Sembra proprio che Confindustria abbia deciso di firmare un protocollo d'intesa con un buon parroco e poco più. O almeno è questa la conlcusione cui porta la lettura della sfilza di comunicati con cui le associazioni partecipanti a Mettiamoci in Gioco stanno prendendo in questi giorni le distanze dai fatti. 6

7 Ma andiamo con ordine. Il 15 ottobre scorso la campagna contro il gioco d'azzardo Mettiamoci in Gioco (in cui si raccolgono Acli, Ada, Adusbef, Alea, Anci, Anteas, Arci, Associazione Orthos, Auser, Aupi, Avviso Pubblico, Azione Cattolica Italiana, Cgil, Cisl, Cnca, Conagga, Ctg, Federazione Scs-Cnos/Salesiani per il sociale, Federconsumatori, FeDerSerD, Fict, Fitel, Fondazione Pime, Fp Cgil, Gruppo Abele, InterCear, Ital Uil, Lega Consumatori, Libera, Rete della conoscenza, Scuola delle Buone Pratiche/Legautonomie Terre di mezzo, Shakerpensieri senza dimora, Uil, Uil Pensionati, Uisp) firma un protocollo d'intesa con Sistema Gioco Italia, il settore di Confindustria che riunisce i pricipali marchi e protagonisti dell settore del gioco d'azzardo legalizzato dandone notizia sul proprio sito. Un protocollo che mira ad «elaborare insieme proposte su illegalità e infiltrazioni mafiose, pubblicità, minori e sistemi di cura», come spiegano sempre dalla Campagna. Ma tra le tante cose che il testo dice c'è anche il vincolo per i partecipanti a non utilizzare più il termine azzardo ma il più consono «gioco con alea con vincite in denaro». A questo si aggiunge una clausola di riservatezza per cui la comunicazione di quanto i due attori si diranno da qui in poi sarà concordato. Per capire come sia stato accolto il testo dell'accordo dal mondo di chi si batte contro l'azzardo legalizzato basta leggere quella che a riguardo hanno scritto Luigino Bruni e Leonardo Becchetti. Tornando ai fatti, nelle ore successiva alla firma del protocollo d'intesa, su Vita.it il nostro giornalista Marco Dotti riprende il Comunicato della Campagna Mettiamoci in gioco e del suo portavoce Don Armando Zappollini, presidente di Cnca, il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza. Avendo dato notizia dell'accordo anche criticandolo abbiamo poi pubblicato una lunga intervista in cui il prete spiega la ratio che ha portato all'accordo. Spiega lo stesso Zappollini che ci sono voluti 8 mesi di trattive e incontri, cui hanno partecipato anche i delegati di tutte le associazioni partecipanti a Mettiamoci in Gioco e che compaiono come firmatarie. Ed è a questo punto che la faccenda, al di là dei contenuti del Protocollo, diventa un caso. Perché Vita, contattando i presidenti delle associazioni firmatarie scopre che, in sostanza, il protocollo è stato firmato a loro insaputa. O almeno è questo che i presidenti delle associazioni sostengono. Riassumendo: And e Alea smentiscono di essere al corrente dell'accordo sia per voce di Daniela Capitanucci presidente e socia fondatrice che con comunicati ufficiali. Sulla stessa posizone anche Azione Cattolica che si dissocia via comunicato. Il presidente di Acli, Gianni Bottalico non sa nulla della faccenda e ci rimanda al delegato Antonio Russo, che non smentisce la firma ma non spiega il perché la presidenza non ne sia informata. Il presidente di Auser, Enzo Costa, sconfessa il contenuto annunciando che l'accordo sarà al centro di discussione dentro e fuori l'associazione. Anche Don Mimmo Battaglia, presidente di Fict, non conosce il contenuto dell'accordo e ci rimanda al suo delegato. Poi c'è chi non risponde al telefono, come la presidente di Arci, Francesca Chiavacci. Insomma Don Zappollini è sempre più solo. Gli rimane il suo mondo di riferimento, cioè Libera, che è anche capofila di Mettiamoci in Gioco. E invece no, perché venerdì scorso a Vita arriva una lunga lettera di Don Luigi Ciotti, padre dell'associazione, che assesta il colpo finale: «del protocollo d intesa firmato dalle realtà di Mettiamoci in gioco non sapevo assolutamente nulla e tuttora ne ignoro i contenuti». Don Ciotti annuncia anche comunicati ufficiali da parte di Libera e Gruppo Abele che infatti arrivano, anche qui dissociandosi dalla firma del Protocollo (qui) C'è poi la posizione di Don Colmegna (anche lui tra i firmatari e anche lui a "sua insaputa ), che sulla faccenda ha voluto parlare solo durante un convegno sull'azzardo a 7

8 Milano sabato scorso. Una breve intervento in cui si è detto estraneo alla firma per poi sottolineare che si deve favorire l unità al contrasto dell azzardo. Posizione questa ricalcata anche dall ultimo comunicato di Mettiamoci in Gioco che già dal titolo fa capire quanta sia la confusione: Nessuna alleanza con i concessionari di Confindustria. Un solo obiettivo: la legge quadro sul gioco d azzardo. Proprio in queste ore Renzi propone di innalzare la tassazione Preu (le tasse su slot e Vlt) ed è in approvazione il ddl Binetti sul contrasto al Gap. Perchè allora parlare con Confindustria quando la politica dimostra di essere sul pezzo? In conclusione c'è da dire che tutte queste smentite non cambiano lo stato delle cose: c'è un protocollo d'intesa firmato. Ad oggi infatti tutti i partecipanti a Mettiamoci in Gioco sono contraenti di un accordo con Confindustria. Per stralciare la propria posizione un comunicato non basta, occorrerebbe il coraggio di dire: stracciate quell'accordo. Non in mio nome. Qualcosa di simile viene finalmente detto da Auser in un Comunicato arrivato poco fa in redazione. Eccolo: L Auser nazionale ritiene che la gestione dei contenuti del protocollo sia un fatto non condivisibile e contraddittorio rispetto a quanto sostenuto fino ad oggi tale che, se portato avanti, determinerà l uscita dell Auser dalla Campagna stessa. Finalmente una posizione coerente e coraggiosa. 8

9 INTERESSE ASSOCIAZIONE Del 21/10/2014, pag. 9 La Perugia-Assisi conferma la forza del sentimento pacifista italiano Marcia della pace. Nonostante gli F35 e le spese militari in aumento Emanuele Giordana Se la voglia di pace si misura anche numericamente, la scorsa domenica sembra confermare che questo sentimento rimane importante nel cuore profondo dell Italia. Centomila secondo gli organizzatori, ben oltre per Andrea Ferrari, presidente degli Enti locali per la pace, sarebbero stati i partecipanti della 40ma Marcia della pace Perugia Assisi, percorso di 16 chilometri che dal 1961, quando Aldo Capitini lanciò la prima camminata simbolica con la bandiera a strisce colorate, ricorda che in questo Paese la Costituzione ripudia la guerra. Agenzie e televisioni confermano. Così le nubi che si erano addensate su un evento che compie 53 anni tra distinguo, polemiche e addirittura dissociazioni si dissolvono in una giornata solare a conferma che anche la ritualità ha un suo perché e che dentro quella marcia ci stanno le varie posizioni che si legano al pacifismo italiano. In effetti il timore che qualcosa andasse storto c era: alla vigilia il Movimento Nonviolento si sfila contestando una ritualità senza contenuti e lo stesso fa l Agesci, la maggior associazione degli scout italiani che lascia così il campo al Masci, un movimento scoutistico di sola matrice cattolica. Infine c è una crisi che attraversa il movimento per la pace e una crisi economica che forse rende difficile anche metter la benzina. E, per dirla tutta, c è anche un governo che dovrebbe tradursi nella sinistra al potere dove però balenano fulmini bellicisti come dimostra la recente polemica tra il ministro della Difesa Pinotti e L Espresso che paventa un ritorno dei nostri soldati in Irak e l Italia sembra andare nella direzione opposta a quella indicata dall articolo 11. Ma forse, proprio per questo malessere diffuso tra «missioni di pace», F-35 e spese militari sempre in aumento, la gente si muove, esce di casa, cammina. I numeri, ancora un volta, sono confortanti. Alla marcia hanno aderito 117 scuole, 277 enti locali, tutte le Regioni italiane e un totale di 526 città. E ancora, 479 associazioni di cui 80 nazionali. Al tavolo di una conferenza stampa che fa il punto dell evento c è evidente soddisfazione: una lettera del capo dello Stato e una del Papa. La presidente della Camera che, dopo un tiraemolla, arriva e si mette in marcia. Migliaia di persone che fanno la camminata, altre che arrivano fino in pullman sin sotto la città di Assisi per far soltanto la salita alla Rocca. Alex Zanotelli, l ispirato ex direttore di Nigrizia che fu cacciato per le sue posizioni radicali, ci mette giustizia e ambiente e se la prende con un pianeta che divora se stesso con un 10% che mangia per il resto del 90. Luigi Ciotti, un uomo che quando passa in mezzo alla gente solleva ovazioni e applausi, ci mette legalità e lotta alla mafia. Flavio Lotti ringrazia le scuole che, in effetti, sono le grandi protagoniste dell evento: Aluisi Tosolini, il preside che ha organizzato la loro adesione, rivendica con orgoglio che questi giovani studenti ce n è per tutte le età a lezione studiano la Costituzione. Padre Fortunato, del sacro convento di Assisi anfitrione storico della marcia elargisce sorrisi. Dunque per ora le polemiche si mettono da parte. Del resto ci sono sempre state. A margine del Salone dell Editoria sociale a Roma negli stessi giorni Goffredo Fofi sorride sornione di un ricordo: quando alla terza Perugia Assisi, lui che aveva fatto anche la prima, decise addirittura una contromarcia (che poi non si fece) da Assisi a Perugia «per- 9

10 ché dice il Pci ci aveva messo il cappello sopra e non era questo lo spirito». Anche le polemiche, forse, sono un segno di vitalità. Del 21/10/2014, pag. RM V Il prefetto ordina: Cancellate le nozze gay L ultimatum al sindaco perché provveda in tempi brevi è destinato a cadere nel vuoto: Marino pensa al ricorso Ue Ma il Viminale studia la procedura per l annullamento. Le coppie trascritte sabato: Andremo dal giudice GIOVANNA VITALE L ORDINE è perentorio: «Per evitare irregolarità sul registro di stato civile» il sindaco Marino cancelli subito «le trascrizioni dei matrimoni contratti all estero tra persone dello stesso sesso» effettuate sabato scorso in Campidoglio, altrimenti sarà la prefettura ad avviare d ufficio l iter di annullamento. Stavolta Giuseppe Pecoraro fa sul serio. Constatato il fallimento della moral suasion esercitata per giorni sul primo cittadino, caduto nel vuoto l invito a desistere messo per iscritto alla vigilia della cerimonia, il rappresentante territoriale del governo ha dato seguito alle indicazioni ricevute dal ministro dell Interno e inviato all inquilino di palazzo Senatorio una richiesta formale di dietrofront. Che però Marino, ancora a Cracovia con gli studenti, sarebbe orientato a lasciar scadere. Anche perché la lettera «non dà una data entro cui ottemperare, ma usa una formula generica», fanno notare i suoi. Dice cioè di provvedere «in tempi rapidi». Come a far intendere che forse sulla direttrice Viminale- prefettura non hanno ancora le idee chiare. E se pure le aves- sero, non sarebbe un problema: l arma del ricorso alla Corte di giustizia europea («A causa della potenziale discriminazione contenuta in un azione di cancellazione di un atto civile, eseguito legalmente in un paese Ue, solo sulla base del sesso dei contraenti») resta sempre carica. In realtà negli uffici di Alfano, dove in mattinata è stata convocata una riunione ad hoc, sono decisi ad andare fino in fondo: dalla loro ci sarebbero non solo diverse sentenze (della Corte Costituzionale e della Cassazione) che depongono per l illegalità delle trascrizioni dei matrimoni gay, ma soprattutto un Dpr (il 396 del 2000) che all articolo 9 recita: «L ufficiale dello stato civile è tenuto a uniformarsi alle istruzioni che vengono impartite dal ministero dell Interno», specificando al comma seguente che «la vigilanza sugli uffici dello stato civile spetta al prefetto». Una norma che si adatta alla perfezione al caso Roma, secondo i tecnici del Viminale. Per i quali, finché non interverrà una legge specifica, sarà impossibile registrare all anagrafe le nozze tra omosessuali contratte all estero. L unica cosa che resta da decidere, visto che è la prima volta che si presenta un caso del genere, è la procedura: ossia come provvedere materialmente a un eventuale cancellazione degli atti di stato civile ordinata dal prefetto. Ma le coppie che sabato scorso sono state riconosciute marito& marito-moglie&moglie dal sindaco Marino non ci stanno. «Siamo pronti a far partire una diffida», annunciano i legali di una di esse. «Tecnicamente spiega l avvocato Antonio Rotelli della Rete Lenford il prefetto non può procedere con la cancellazione perché è una attività che spetta esclusivamente ad un giudice e non ad un autorità amministrativa, neanche al ministro. In caso contrario, siamo pronti a impugnare tutto e a rivolgerci alla magistratura». Puntano invece sulla mozione degli affetti Jeff e Domenico, attivisti di Gay Center e sposi in Campidoglio: «Caro Prefetto ci incontri, non siamo un problema di ordine pubblico», l appello lanciato ieri. «Siamo solo una coppia. Non possiamo essere coniugi in Belgio e single a Roma». 10

11 Del 21/10/2014, pag. 4 Varese, agenti in tribunale per la morte di Uva. Ci sono voluti 6 anni Mario di Vito Imputati, in aula. Sei anni e mezzo dopo la morte di Giuseppe Uva, per la prima volta i due carabinieri e i sei poliziotti che lo arrestarono e lo portarono nella caserma di via Saffi, varcano le soglie dell aula bunker del tribunale di Varese. Contro di loro le accuse sono pesantissime: omicidio preterintenzionale, abuso di potere, arresto illegale e abbandono d incapace. Una vittoria già così, visti i sei anni di fatiche dolorosissime patite dalla sorella della vittima, Lucia Uva, che in più occasioni si è scontrata con i procuratori Agostino Abate e Sara Arduini, che hanno messo sotto inchiesta tutti (medici, giornalisti, la stessa Lucia) ma mai hanno voluto sfiorare gli uomini in divisa: per loro avevano chiesto due volte l archiviazione, trovando sempre l opposizione del gip di turno. Anche il pm che arrivò in loro sostituzione, Felice Isnardi, concluse che Giuseppe non era stato pestato, ma, anche in questo caso, alla fine il gup Stefano Sala decise per il dibattimento in aula. La giornata a Varese è cominciata con l ammissione delle telecamere di Raitre e dei microfoni di Radio Radicale, che potranno trasmettere il processo in differita. La Corte d Assise di Varese, presieduta dal giudice Vito Piglionica, ha anche ammesso i parenti di Uva come parti civili, escludendo però l associazione A Buon Diritto del senatore Luigi Manconi. L avvocato degli agenti (nonché consigliere regionale eletto con il Pdl) Luca Marsico ha cercato di opporsi a entrambe le istanze, parlando apertamente di «processo mediatico» e cercando di mettere subito sotto accusa lo stile di vita di Giuseppe Uva. Tutto era cominciato con una bravata, la notte del 14 giugno 2008, Giuseppe e il suo amico Alberto Biggiogero, ubriachi, stavano spostando una transenna in mezzo alla strada. Arrivò una pattuglia, un agente disse: «Uva, proprio te cercavamo». Poi l arresto, le ore in caserma tra urla e secondo l accusa sevizie, il Tso, il ricovero in ospedale e la morte. Adesso sarà un processo a stabilire cosa successe quella notte. L aspettativa è grande: tra il pubblico si sono visti i ragazzi di Acad (Associazione contro gli abusi in divisa), Domenica Ferrulli (figlia di Michele, morto durante l arresto, a Milano, nel 2011), Paolo Scaroni (il tifoso del Brescia picchiato brutalmente dalla celere dopo la partita, a Verona, nel 2005), oltre a Biggiogero: tutti lì a sostenere Lucia Uva e la sua battaglia. C era anche Gianni Tonelli, leader del Sap, a testimoniare la solidarietà sua e del sindacato di polizia ai colleghi finiti alla sbarra. Un copione che si ripete sempre uguale: furono proprio i militanti del Sap a tributare cinque minuti con standing ovation agli agenti condannati per l omicidio Aldrovandi, durante l ultimo congresso, lo scorso aprile. «La sua presenza non ci disturba ha detto l avvocato di Lucia, Fabio Ambrosetti l udienza è pubblica, chiunque può venire a vedere». La giornata, ad ogni modo, è stata buona: «A noi basterebbe una condanna in primo grado per poter dimostrare che quella notte ci furono violenze. La Corte ci ha dato l idea di voler fare in fretta». I primi testimoni saranno sentiti il prossimo 14 novembre, a parte l omicidio preterintenzionale, tutti i reati contestati agli agenti andranno in prescrizione il 15 dicembre del 2015: c è tempo per fare un processo, ma non per superare tutti e tre i gradi di giudizio. 11

12 ESTERI Del 21/10/2014, pag Il reportage La feroce internazionale dei jihadisti dell Is accende sogni nei Paesi arabi. Ma anche la paura in Occidente che la guerra possa provocare un terremoto geopolitico. Il presidente turco non muove i tank alla la frontiera per non rafforzare i ribelli del Pkk Avvantaggiando così il nemico storico Assad Califfi immaginari, tagliagole e curdi Ecco gli incubi del sultano Erdogan BERNARDO VALLI ISTANBUL È UN califfato immaginario quello proclamato il 29 giugno nella valle del Tigri e dell Eufrate. Nella sua traduzione pratica è invece una macchina infernale. E immaginario perché risveglia il ricordo della città islamica nell età classica, spesso associata all idea di un epoca d oro dell Islam, al paradiso perduto, alla potenza svanita, alla comunità dei credenti ancora unita. Insomma un messianismo emblematico della crisi che attraversa il mondo arabo. E al tempo stesso in concreto, oggi, è un entità cosmopolita con confini instabili e ambizioni sterminate, composta da fanatici religiosi, giovani in cerca d avventura, tagliagole, stupratori, mercenari e buoni combattenti. Un internazionale formatasi in prossimità dei luoghi dove furono ambientate alcune delle bellissime pagine di Mille e una notte. Dunque accende fantasie e paure. Sogni e incubi. Le grandi istituzioni sunnite e ancor meno quelle sciite non gli riconoscono la minima autenticità. Secondo i grandi lettori del Corano, il testo sacro dettato da Dio a Maometto, tramite l Arcangelo Gabriele, non parla mai di istituzione politica con quel termine. La parola «khalifa» al singolare appare soltanto due volte a proposito di Adamo e di Davide. E il suo significato si avvicina a «luogotenenza». Per questo i primi successori del Profeta adottarono il titolo di califfo. La storia ha fatto il resto fino all abolizione del califfato decretata (1924) da Ataturk allo scioglimento dell Impero ottomano. Questo preambolo spiega, almeno in parte, la complessità e le contraddizioni della guerra del califfato immaginario. I fronti caldi, in cui si combatte, si decapita e si violenta, sono due: quello siriano e quello iracheno. Ma il conflitto può estendersi in modo più o meno cruento in altre regioni del mondo musulmano. Dove la jihad, intesa all origine come mobilitazione spirituale, rischia di diventare per emulazione violenta. Sul piano geopolitico è un autentico terremoto, perché è esploso in un area in cui i confini tracciati dagli occidentali un secolo fa, sulle spo- glie dell Impero ottomano, frantumano gruppi etnici e religiosi e spaccano nazioni ansiose di nascere o rinascere. Senza i richiami messianici che rimbalzano in comunità frustrate alla ricerca di un rifugio nel remoto passato religioso, l impatto militare del califfato immaginario sarebbe più modesto di quel che appare. Nelle città del Kurdistan turco, a Diyarbakir, sulle rive del Tigri, a Batman, a Bingol, a Van, all inizio del mese almeno trenta manifestanti sono stati uccisi, e più di cento feriti, mentre esprimevano solidarietà ai curdi siriani impegnati a difendere Kobane dai jihadisti del califfato. Era anche una protesta contro la passività delle truppe turche schierate lungo la frontiera con il solo non nobile compito di impedire il passaggio degli aiuti alla città aggredita e a portata di mano. Senza l autorevole invito alla calma di Abdullah Ocalan, il leader curdo imprigionato da anni, la situazione si sarebbe aggravata in Turchia. Questo è l aspetto etnico del conflitto che trabocca dal campo di battaglia siro iracheno. In questo 12

13 caso la religione non c entra: si tratta infatti di uno scontro tra sunniti alimentato dal patriottismo represso. La posizione turca appare ambigua. «Zero problemi con i vicini» era la formula riassuntiva della dottrina del ministro degli affari esteri Ahmet Davutoðlu. Il quale nel frattempo è diventato capo del governo all ombra di Recep Tayyip Erdoðan, eletto presidente. In quanto alla formula del ministro filosofo (Davutoglu si è definito kantiano) adesso appare non solo superata ma ridicola. I problemi con i vicini infatti non si contano. Da quando lo Stato islamico, o califfato, si è impegnato in un offensiva contro Kobane, diventata una città simbolo, il governo turco si è chiuso in un rifiuto non sempre decifrabile. E paradossalmente la posizione potrebbe appesantirsi se i jihadisti dovessero perdere terreno e i curdi finissero col vincere la battaglia. Se Kobane resterà nelle mani dei suoi naturali abitanti e gli aggressori subiranno una sconfitta e dovranno abbandonare i sobborghi che occupano, per Erdoðan sarebbe una scommessa perduta. Pur moltiplicando gli appelli a un intervento terrestre oltre che aereo, Erdoðan è rimasto immobile per sei settimane. E fermi, silenziosi sono rimasti i suoi carri armati sulle colline turche dominanti la città siriana assediata. Rivelandosi operativi soltanto per impedire ai curdi di Turchia di soccorrere i loro amici oltre confine. Nelle ultime ore c è stata tuttavia una svolta. In seguito a una lunga e pare tempestosa telefonata di Barack Obama a Erdoðan avvenuta domenica, il ministro degli Esteri, Mevlut Çavuþoðlu, ha annunciato che i curdi iracheni, i peshmerga, potranno raggiungere Kobane per battersi a fianco dei curdi siriani contro i jihadisti del califfato. Erdðan ha dovuto cedere, almeno in parte, alle richieste del presidente americano, e tener conto dei severi giudizi internazionali per il suo comportamento davanti a quel che accade appena al di là della sua frontiera. E ha messo sul tappeto, come un abile giocatore, i curdi iracheni, con i quali ha buoni rapporti, perché non minacciano l integrità della Turchia e gli vendono direttamente il petrolio, senza passare per Bagdad. Per queste loro virtù e perché buoni combattenti i peshmerga sono autorizzati a raggiungere Kobane. Diversa la posizione dei curdi di Turchia, ai quali non è concesso di soccorrere i fratelli siriani. Erdogan si augura il crollo del regime di Bashar al Assad ed anche la sconfitta di Daesh (acronimo arabo di Stato islamico), ma al tempo stesso non vuole rafforzare troppo i combattenti curdi di Kobane, molti dei quali sono affiliati al Partito di unione democratica (PYD), sezione siriana del Partito dei lala voratori curdi (PKK) di Turchia, il quale è fuori legge e schedato come movimento terrorista dopo decenni di lotta contro il governo di Ankara. Da qui la preferenza data ai curdi dell Iraq, estranei alle vicende turche. Anche sui curdi siriani pesano forti sospetti. Hanno legami con i fratelli turchi e soprattutto usufruiscono già di una larga autonomia. Un loro successo sul campo di battaglia equivarrebbe alla prima pietra di un futuro Kurdistan indipendente, capace di esercitare una forte attrazione su tutte le comunità disperse nei vari Paesi del Medio Oriente. Non esclusi i circa dodici milioni che vivono in Turchia. Affiancati alla città di Kobane ci sono altri due centri curdi autoamministrati, Afrin e Diezireh. L insieme del territorio semi indipendente è chiamato Rojava. Per Ankara è un grosso fastidio. Questo spiegherebbe l atteggiamento di Erdoðan. Nel passato recente il suo governo ha aiutato i gruppi jihadisti impegnati contro il regime di Damasco e simultaneamente contro i curdi. Con lo scoppio della guerra civile siriana la sua politica è diventata zigzagante. A tratti ambigua. Di recente non ha neppure esitato a rifiutare, almeno per ora, l uso della base aerea di Incirlik agli Stati Uniti che la chiedevano per poter intervenire più facilmente a Kobane. E ha suggerito invano agli americani di creare una no-fly zone per privare Bashar al Assad della superiorità aerea che gli consente di bombardare senza rischio i ribelli risparmiati dalle incursioni americane. Washington ha deciso che la no-fly zone è troppo costosa. È una strana guerra quella del califfato immaginario: Bashar al Assad e 13

14 Barack Obama, avversari dichiarati, si spartiscono il compito di attaccare dal cielo i ribelli che a terra si combattono tra di loro, trascurando spesso il nemico originario, il regime di Damasco. Il quale per ora esce abbastanza bene dalla mischia, poiché controlla metà del Paese e la maggioranza della popolazione. Il caso della Turchia è bizzarro ma non è l unico. È senz altro particolare e decisivo per la forza militare di cui dispone il paese. Il quale è membro della Nato ma rifiuta agli alleati americani l uso di una base aerea che faciliterebbe le loro incursioni in Siria. Autorizzato dal Parlamento a intervenire in Siria, il presidente Erdoðan rimane immobile lungo il confine siriano con i suoi carri armati. Con il risultato che a trarre vantaggio della situazione è proprio Bashar al Assad, che Erdoðan considera il suo principale avversario. Essendo lui, Erdoðan, un sunnita fervente, e Assad un alawita, quindi dell area religiosa sciita. Ma a prevalere in questo caso è soprattutto la realpolitik. La religione c entra poco. Il Medio Oriente è come una vasta sabbia mobile, da cui emerge una nazione frantumata e sommersa: il Kurdistan. Erdoðan se lo sogna di notte, anche se per adesso è uno dei tanti fantasmi della regione. Dai Paesi arabi, come del resto dalla Turchia, sono partiti i primi aiuti ai numerosi gruppi islamisti armati avversari del regime di Damasco. I sunniti dell Arabia saudita, degli Emirati del Golfo e del Qatar, spesso in competizione, hanno aiutato i gruppi islamisti armati per colpire il regime di Assad, alleato degli ayatollah di Teheran, capitale sciita alla quale si è affiancata Bagdad, dopo l invasione americana, da cui è spuntato un governo sciita. In tre anni di guerra civile i movimenti islamisti hanno neutralizzato la vera forza moderata d opposizione (il Libero esercito siriano) e si sono immersi in una rissa senza fine tra di loro, favorendo di fatto il loro nemico dichiarato, il regime di Assad. Non è poi tanto azzardato sostenere che Daesh, ossia il califfato, sia un alleato obiettivo di Bashar al Assad. La notte dei lunghi coltelli islamisti oppone i Fratelli musulmani ai salafiti (musulmani integralisti), e la vecchia Al Qaeda ai discepoli infedeli di Daesch. Se sul terreno, in Siria e in Iraq, è in corso una mischia non sempre decifrabile, le coscienze di molti musulmani sono in tumulto. Stando a un sondaggio la stragrande maggioranza dei sauditi, appartenenti a un Paese che partecipa alla coalizione guidata dagli americani, giudica il califfato «conforme ai valori dell Islam e alla legge islamica». Le famiglie dei giovani sauditi morti combattendo nelle file jihadiste li considerano martiri e quindi ne sono fiere, e invece di esprimere dolore non esitano a manifestare l orgoglio per quei figli destinati al paradiso riservato a chi muore per l Islam. Nonostante la condanna delle autorità religiose la vendita di indumenti con scritte inneggianti al califfato e invitanti alla jihad hanno un notevole successo, anche perché pubblicizzati sugli website. Enfatizzato da generazioni di teologi e di letterati come un «paradiso perduto», il califfato sia pur immaginario sollecita le fantasie. Favorisce il fenomeno la difficoltà intellettuale e politica a pensare o a creare dei modelli alternativi, e quindi la naturale propensione a ricorrere a movimenti messianici rivolti al passato. Gli Stati Uniti non hanno mai partecipato a una guerra del genere. Si tratta di bonificare politicamente e di ridisegnare una regione, che va da Bagdad, dove muoiono per attentati una trentina di persone al giorno, a Raqqa, dove un califfato immaginario è retto da un chierico che si ispira al Settimo secolo, ma che è un esperto o quasi in comunicazione di massa. Spegnere questo conflitto sorvolando e bombardando il campo di battaglia, senza mettere piede a terra. Questo è il quesito posto agli strateghi del Pentagono. Ma una politica condotta Paese per Paese, tesa ad isolare quella che gli storici hanno battezzato la Mezzaluna fertile, la curva striscia di terra adesso insanguinata che taglia il Tigri e l Eufrate, è probabilmente la strada più intelligente da seguire per arrivare col tempo a un risultato. Che non sarà comunque una vittoria. 14

15 Del 21/10/2014, pag. 15 Kobane, la svolta di Ankara Sì al passaggio dei peshmerga dopo il pressing americano ALIX VAN BUREN LA TURCHIA di Erdogan, costretta all angolo da una bufera di critiche internazionali, apre a sorpresa il passaggio ai curdi iracheni, autorizzandoli a soccorrere i curdi siriani assediati a Kobane dallo Stato islamico (Is). Il ripensamento di Ankara, accusata di inerzia se non di complicità con l Is per il rifiuto di intervenire a sostegno di Kobane malgrado l insistenza degli alleati, e di sigillare le frontiere al passaggio dei jihadisti, avviene dopo un formidabile pressing americano. Nella notte fra domenica e lunedì, tre C-1-30 Usa paracadutano ai curdi siriani 27 carichi di armi, munizioni e farmaci. È la risposta di Washington a Erdogan, il quale aveva appena escluso ogni aiuto all Ypg, l esercito del Kurdistan siriano, definito da Ankara «terrorista». L intervento Usa è preceduto da una «aspra» conversazione telefonica fra il presidente Obama e il turco. Il segretario di Stato Kerry lancia un altra stoccata: «Sarebbe difficile sotto il profilo morale» negare sostegno «ai valorosi curdi», dice. È allora che Ankara inverte la rotta: come, però, e da dove passeranno i peshmerga è tutto da stabilire: «I colloqui sono ancora in corso», è vago il ministro degli Esteri Çavuþoðlu. Washington opera una scelta di campo: i combattenti dell Ypg siriano stanno rivelandosi le più efficaci forze di terra nella guerra della Coalizione contro l Is. In 36 giorni, hanno pressoché respinto l offensiva dei jihadisti nonostante i rinforzi che questi hanno ricevuto da Raqqa, la capitale siriana dell autoproclamatosi califfato. Ieri i curdi siriani costringono l Is ad arretrare nel quartiere di Kaniye Kurda vicino al valico di confine a Kobane; lo stesso accade sui fronti meridionale e orientale. Catturano mitra, munizioni e lanciagranate. Per il secondo giorno di fila, da Kobane non arriva l eco assordante delle armi. L Is sarebbe stato allontanato da gran parte della città: alle spalle ha il deserto, dov è facile bersaglio dei raid aerei Usa. Di fronte ha le vie del centro di Kobane, dove sono appostati uomini e donne dell Ypg. L avanzata jihadista ora sembra arenarsi. Da Roma papa Francesco al termine di un Concistoro dedicato al Medio Oriente descrive «un fenomeno di terrorismo di dimensioni prima inimmaginabili»; denuncia orrori e persecuzioni «purtroppo nell indifferenza dei più». E ammonisce: «Non possiamo rassegnarci a pensare al Medio Oriente senza i cristiani, che da duemila anni vi confessano il nome di Gesù». Del 21/10/2014, pag. 8 La Turchia apre la frontiera ai peshmerga Iraq/Siria. A Kobane i primi aiuti militari: dai jet Usa sganciate armi e munizioni. In Iraq sotto attacco la città sacra sciita Karbala e Baghdad: 50 morti Chiara Cruciati Dopo un mese d assedio a Kobane arrivano i primi aiuti militari. Dal cielo e da terra: domenica jet statunitensi hanno sganciato sulla città kurda a nord della Siria armi, munizioni e medicinali inviati dalla regione autonoma del Kurdistan iracheno per «permettere la continuazione della resistenza contro l Isis», si legge in un comunicato dell esercito Usa. 15

16 Da Irbil giungono anche combattenti: un gruppo di peshmerga attraverserà la frontiera tra Turchia e Siria per raggiungere la città nella regione di Rojava, coordinati con le autorità turche. Lo ha fatto sapere ieri il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu: «Stiamo aiutando i peshmerga ad entrare a Kobane. Non è nostro desiderio che la città cada». Una decisione che stravolge la politica di immobilismo adottata finora da Ankara e che segue, secondo l agenzia stampa kurda Rudaw, alla richiesta del presidente del Kurdistan iracheno Barzani, ma soprattutto alla pressioni Usa nonostante il palese fastidio espresso dal presidente Erdogan per la consegna di armi ai kurdi delle Ypg, le Unità di protezione popolare del Partito di Unità Democratica (Pyd), estensione siriana del Pkk. La Casa Bianca aveva riportato di una telefonata, sabato, tra il presidente Obama e Erdogan con la quale si annunciava il lancio di aiuti militari su Kobane: «Comprendiamo la preoccupazione turca per il tipo di gruppi, compresi quelli kurdi, che sono stati impegnati in un conflitto [con la Turchia] ha commentato un funzionario Usa Tuttavia, riteniamo che Stati uniti e Turchia si trovino di fronte un nemico comune, l Isis». La reazione era scontata: «Il Pyd è per noi uguale al Pkk ha detto Erdogan ad un gruppo di giornalisti Un organizzazione terroristica. Sarebbe un errore per gli Stati uniti con cui siamo amici e alleati nella Nato aspettarsi da noi un sì al sostegno di un organizzazione terroristica». L apatia turca nei confronti della resistenza di Kobane è frutto dell alleanza tra i kurdi siriani e il Partito Kurdo dei lavoratori di Abdullah Ocalan: per Ankara ogni fucile consegnato a Rojava è un fucile nelle mani del Pkk. Per questo, il permesso di ingresso in Siria è stato accordato ai soli kurdi iracheni e lascia fuori i combattenti del Pkk che da settimane tentano di passare la frontiera. Per ottenere quel sì dalle autorità turche, ha ricordato ieri il premier Davutoglu, è necessario che la coalizione globale guidata dagli Usa accetti le precondizioni di Ankara: no-fly zone sul cielo della Siria e zona cuscinetto dentro il territorio siriano. Precondizioni figlie del reale obiettivo turco, far cadere il presidente Assad. Sul fronte Damasco, ieri, è stata l Unione Europea a muoversi di nuovo: i ministri degli Esteri dei paesi membri hanno aggiunto alla lista nera di Bruxelles altre 16 personalità legate al regime di Assad. E se a Kobane si continua a combattere l assedio che nonostante l intensificazione dei raid aerei non cessa (135 i bombardamenti sulla città), sul fronte iracheno si assiste ad una recrudescenza dell offensiva islamista. Protagonista torna Sinjar, la comunità yazidi che all inizio di agosto attirò l attenzione del mondo: peshmergae coalizione aprirono un corridoio umanitario per salvare migliaia di persone intrappolate sul monte Sinjar, ma 5mila yazidi furono uccisi e altri 7mila soprattutto donne finivano nelle mani dei miliziani di al-baghdadi, venduti al mercato degli schiavi o costrette a matrimoni con i combattenti islamisti. Oggi l assedio dello Stato Islamico soffoca di nuovo la minoranza irachena: sarebbero 700 le famiglie yazidi ancora in trappola sul monte Sinjar. Nelle stesse ore target dell Isis era la città sacra sciita di Karbala, considerata da Teheran la linea rossa che lo Stato Islamico non dovrebbe superare. Ieri è stata colpita da 5 autobombe che hanno ucciso 15 persone in zone commerciali e parcheggi vicino a uffici governativi. Bombe anche a Baghdad: almeno 22 le vittime di un esplosione in un mercato nel quartiere di al-taramiya e 10 in un attentato suicida contro una moschea sciita nel distretto di Sinak, colpita dopo la preghiera di mezzogiorno. La serie di attacchi è giunta dopo l attentato di domenica contro un altra moschea sciita a Baghdad, nel quartiere di Harthiya. Un attentatore suicida si è fatto saltare in aria durante un funerale, uccidendo 21 persone. Baghdad è da giorni teatro di sanguinosi attacchi che colpiscono al cuore il potere centrale e le sue istituzioni: in un mese e mezzo sono stati 31 gli attentati suicidi nella capitale. 16

17 Del 21/10/2014, pag. 8 Libia, Haftar e jihadisti alla resa dei conti Bengasi in fiamme. I miliziani di Ansar al Sharia al contrattacco, 80 le vittime Giuseppe Acconcia I jihadisti di Ansar al Sharia vanno al contrattacco. Dopo l offensiva dell ex agente Cia, Khalifa Haftar, che la scorsa settimana ha costretto alla ritirata temporanea i miliziani combattenti che nel luglio scorso avevano conquistato Bengasi, una serie di attentati ha dilaniato il capoluogo della Cirenaica. Sarebbero almeno 75 i morti negli attacchi suicidi, avvenuti negli ultimi cinque giorni di combattimenti. Le milizie islamiste avevano lanciato una serie di appelli ai loro sostenitori nell est della Libia e a tutti i combattenti armati a mobilitarsi per dare «una risposta alle bande del criminale Khalifa Haftar». Nell appello, citato dai media libici, si chiede di contattare al più presto i capi delle brigate armate e di scagliarsi contro i miliziani che hanno appoggiato l ex militare, soprattutto i Zintani che hanno sostenuto per primi il tentativo di colpo di stato perpetrato da Haftar nel maggio scorso. Anche una donna è rimasta uccisa in uno degli attacchi dinamitardi contro una residenza, nel centro di Bengasi, del generale Khalifa Haftar. Un altra combattente è rimasta ferita. Tra i morti c è anche il coordinatore umanitario per il sostegno ai rifugiati di Bengasi, Omar Amsib el Mashiti. L operatore è stato trovato morto dai servizi di sicurezza libici. L uomo sarebbe stato freddato con un colpo d arma da fuoco. Mashiti era stato rapito lo scorso martedì davanti alla sua casa di al Kwarsha, a ovest di Bengasi; aveva accusato di recente funzionari del consiglio municipale di Bengasi di aver sottratto i fondi destinati all assistenza agli sfollati della città. Secondo l Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), sono oltre 300 mila gli sfollati interni in Libia dopo lo scoppio delle violenze l estate scorsa. Centinaia di profughi hanno tentato negli ultimi giorni di lasciare la Libia. In particolare, 196 migranti sono stati arrestati mentre tentavano di superare il confine libico attraverso il deserto che separa la Libia dall Egitto. Il ministero degli esteri egiziano ha rinnovato l allerta agli egiziani di lasciare il paese e a camionisti e agenti commerciali di non passare dal porto di Tobruk per questioni di sicurezza. Decine di egiziani, tra cui sia sostenitori dei Fratelli musulmani sia ufficiali dell esercito, sono accusati di aver preso parte ai combattimenti nelle fila delle milizie islamiste Scudo di Misurata, 17 febbraio, Ansar al Sharia, o per le milizie pro-militari tra cui i più agguerriti guerriglieri di Zintan. Molti di questi combattenti egiziani sono stati arrestati con l accusa di immigrazione illegale e marciscono nelle carceri libiche. Con l aggravarsi della crisi, si susseguono gli appelli per un cessate il fuoco tra militari e islamisti. «La situazione in Libia si è molto deteriorata», ha detto l Alto rappresentante uscente per gli Affari esteri dell Unione europea, Catherine Ashton. Anche i governi di Francia, Italia, Germania, Regno Unito e Usa, i cui rappresentanti diplomatici in molti casi hanno lasciato il paese, condannano le violenze che si stanno commettendo in Libia e chiedono un immediata cessazione delle ostilità. I firmatari del comunicato hanno condannato «i crimini commessi dai gruppi Ansar al-sharia e gli attacchi di Khalifa Hafter a Bengasi». Con l inviato speciale per la Libia dell Onu, Bernardino Leon, questi paesi sono pronti ad adottare, «sanzioni individuali contro coloro che minacciano la stabilità in Libia». 17

18 Del 21/10/2014, pag. 5 Spagna, da movimento a partito, Podemos verso l assalto L'assemblea fondativa. Nel week-end con 7mila militanti. Primi problemi sulla leadership. Pablo Iglesias pronto per la segreteria, ma c'è chi punta a una direzione collegiale Giuseppe Grosso <<Il cielo non si conquista con il consenso, ma con un assalto». È iniziata parafrasando Marx l assemblea fondativa di Podemos, anche se di sinistra e di destra, di mostri sacri del passato e di etichette, nessuno vuol sentire parlare tra le fila del movimento, diventato ormai partito. E non potrebbe essere altrimenti per una formazione senza storia (un vantaggio e uno svantaggio al contempo), spuntata quasi all improvviso nel solco tracciato dagli indignados del 15M. Tutto è nuovo, tutto è all insegna di un iconoclastia a volte un po inquietante nel partito che «cambierà il Paese», come ha promesso Pablo Iglesias, giovane professore di scienze politiche, principale ideologo e leader di Podemos. L assalto è previsto per il 2015, data delle elezioni generali che potrebbero segnare uno spartiacque nella storia democratica della politica spagnola. Prima ci sarebbero le consultazioni municipali, ma la periferia politica non rientra nei piani di conquista, che puntano dritto alla giugulare del sistema. «Occupare il centro dello scenario politico»: questo è l obiettivo che Pablo Iglesias ha riaffermato davanti a circa 7mila militanti accorsi all assemblea costituente di Podemos, che si è svolta tra sabato e domenica a Madrid. Un obiettivo ambizioso, ma non irraggiungibile. A legittimarlo ci sono l emorragia di voti dei partiti maggioritari, spinti nel baratro dai dilaganti scandali di corruzione, il logorio inarrestabile del sistema bipartitico, e soprattutto i numeri: 1,2 milioni di voti alle scorse europee, che hanno mandato ben cinque deputati a Strasburgo, sconvolgendo la superficie stagnante e paludosa della politica spagnola. Ed è proprio l effetto «rottamazione» a seminare lo sconcerto nell ancien régime, impreparato a contrastare (al di là delle facili accusa di populismo) uno dei pochi progetti capaci, a livello europeo, di (ri)avvicinare le persone alla politica. Di creare secondo la definizione di Iglesias aspettative «tra quella maggioranza sociale che vuole che i ricchi paghino più tasse, che sa che per porre fine alla corruzione è necessario democratizzare l economia e che è cosciente che la crisi deriva dal fatto che siamo stati governati per anni da ladri». Le intenzioni, insomma, sono buone, ma vari ostacoli si intravedono fin d ora sul cammino. Il più insidioso viene dall interno, e riguarda la leadership del partito. Iglesias ha in mente un organizzazione gerarchica tradizionale con una segretaria unipersonale (a cui ovviamente aspira), mentre altre correnti del partito, rappresentate dall europarlamentare Pablo Echenique, vorrebbero affidare la direzione a organi collegiali, difficili da conciliare con la carismatica personalità di Iglesias, spesso incline a vestire i panni del padre padrone. «Per vincere contro Rajoy o Pedro Sánchez (segretario del Psoe, ndr), non ci vogliono tre segretari, ma uno», ha tagliato corto. La questione è stata comunque sottoposta all assemblea e fino a domenica prossima gli iscritti potranno votare via internet il modello di partito da adottare. Sulla base dei risultati saranno presentate le candidature e il 15 novembre si saprà già il nome del primo segretario di Podemos. Iglesias ha dichiarato che se la sua proposta non dovesse passare rinuncerà alla candidatura, ma al momento è difficile immaginare il partito senza il suo principale ideologo al timone. Al voto degli iscritti (circa ) anche altre importanti questioni etiche e organizzative: la partecipazione alle municipali (la corrente dominante si asterrebbe), un tetto salariale 18

19 per i dirigenti, la rinuncia al finanziamento bancario e uno dei punti più controversi lo sbarramento che impedirebbe a militanti di altre formazioni l accesso agli incarichi direttivi. Una scelta appoggiata da Iglesias, che sembra fatta apposta per sigillare il partito e tagliare fuori la corrente di Izquierda plural, formazione cofondatrice di Podemos. Intanto alcune direttive fondamentali sono già state ratificate durante l assemblea. Podemos si impegnerà a universalizzare la sanità pubblica e a sospendere la riforma della scuola del Pp, proponendo un testo alternativo che valorizzi l istruzione pubblica; sul piano della lotta per la trasparenza, si lavorerà per iscrivere tra i reati penali quelli riguardanti la corruzione, istituendo il reato di associazione a delinquere per le malversazioni commesse da gruppi politici. Tra le priorità, anche il diritto alla casa, fronte su cui Podemos ha sempre combattuto in prima linea: in agenda il contrasto agli sfratti e allo strapotere bancario e l universalizzazione del diritto alla casa. Sul piano economico, l obiettivo sarà invece la rinegoziazione del debito pubblico che prevede una revisione delle scadenze e dell entità del debito, considerato in parte illegittimo. Del 21/10/2014, pag. 5 Turingia, la prima volta della Linke Germania. Via libera dell Spd al governo di coalizione rosso-rossoverde. Ramelow verso la presidenza del Land Jacopo Rosatelli L annuncio atteso è arrivato: ieri i vertici del partito socialdemocratico (Spd) in Turingia hanno dato il via libera alla formazione di un governo progressista di coalizione con alla testa un esponente della Linke. Il piccolo Land della Germania orientale è ormai vicinissimo a diventare la prima regione tedesca guidata da un membro della formazione lontana discendente dalla Sed, il partito-stato della Ddr. Giusto venticinque anni dopo la caduta del Muro di Berlino. Una notizia che era nell aria: la scorsa settimana si erano positivamente conclusi i colloqui fra le delegazioni di Linke, Spd e Verdi (rispettivamente 28%, 12% e 6% alle regionali) sui temi di una possibile intesa, e la maggioranza degli osservatori scommetteva sulla decisione di ieri. Tecnicamente, gli incontri di vertice non erano ancora vere e proprie consultazioni di coalizione, ma soltanto «dialoghi esplorativi»: la politica tedesca vive di molte ritualità, e ogni passo viene compiuto con prudenza. Nella sostanza, però, la scelta di ieri significa un «sì» della Spd all accordo con la Linke, anche se formalmente è solo una semaforo verde per «ufficiali» trattative di coalizione. Il benestare dei Verdi, partner minore della futura maggioranza, appare scontato. Passeranno dunque ancora settimane di negoziato sul programma, e poi il 58enne Bodo Ramelow dovrebbe diventare salvo sempre possibili sorprese il primo dirigente della Linke (forza che si batte «per il superamento del capitalismo») a ricoprire il ruolo di ministerpräsident, cioè capo del governo di un Land. Nel sistema federale della Germania è un ruolo decisamente più importante di quello di un presidente di regione in Italia. La novità ha un grande valore politico per molte ragioni, in primo luogo di tipo simbolico: se Ramelow verrà eletto, finirà quella sorta di conventio ad excludendum che ha relegato il partito più a sinistra dello spettro politico tedesco ai margini della scena per molti anni. Pur in presenza ancora di molte tangibili differenze Est-Ovest sul piano sociale, potrà dirsi compiuta davvero la normalizzazione post-1989 almeno nella dimensione istituzionale. Oltre ai simboli, c è il dato puramente politico: la Linke alla guida di una coalizione di sinistra in un Land significa che una maggioranza alternativa alla grosse Koalition a livello 19

20 federale non è più fantascienza. Non accadrà nella legislatura in corso, purtroppo: ma non è impossibile che, se l eventuale gabinetto Ramelow darà buona prova di sé, la Spd prenda finalmente in considerazione alle prossime elezioni politiche (nel 2017) l ipotesi di stringere un patto tripartito con Verdi e Linke. Fino ad ora, infatti, tra le regole non scritte che definivano il rapporto di non-collaborazione fra socialdemocratici ed «estremisti» della Linke c era il rifiuto da parte della Spd di entrare in governi regionali guidati dal partito ritenuto «troppo a sinistra». Ora questo tabù è caduto, e il segnale è inequivocabile. Naturalmente, tutti i protagonisti della vicenda si stanno affrettando a dire che «ciò che accade in Turingia riguarda solo la Turingia»: la Spd nazionale non vuole prestare il fianco alle accuse di «deriva massimalista» (e di «oltraggio alla memoria») che possano arrivarle dagli alleati della Cdu di Angela Merkel, e la Linke sa che i motivi di contrasto con i socialdemocratici a Berlino sono moltissimi. Allo stesso modo, tutti sanno che se un giorno vedrà mai la luce un governo federale «rosso-rosso-verde» in Germania, la decisione di ieri sarà ricordata come il primo passo che avrà condotto a quel risultato. Del 21/10/2014, pag. 6 Contro Ebola scendono in pista i rapper africani. E la Nigeria è virus-free Ebola. Dopo il Senegal, un altro paese dichiarato "fuori pericolo" dall'oms. L Europa si dota di un coordinatore unico, Cuba invia altri medici. E in Liberia è la musica a informare sui rischi dell'epidemia Marco Boccitto Prime buone notizie da quando si assiste all escalation di Ebola in Africa occidentale e oltre. Innanzitutto dalla Nigeria, la nazione più popolosa del continente: dopo sei settimane in cui neanche un nuovo caso è stato segnalato, il paese è stato dichiarato «virus free» dall Organizzazione mondiale della sanità (Oms), i cui responsabili ad Abuja parlano finalmente di «una straordinaria storia di successo». Analoga (buona) sorte è toccata al Senegal nei giorni scorsi, essendo anche qui passati 42 giorni che equivalgono a due periodi di incubazione completi dall ultimo caso. Ma l emergenza continua a mietere vittime in Liberia, Sierra Leone e Guinea-Conakry, i paesi di gran lunga più colpiti dall epidemia, e i meno preparati ad affrontarla, nei quali si concentrano la maggioranza delle oltre vittime registrate, con punte di mortalità che superano il 70%. E qui l Oms con un ritardo proporzionale a quello con cui è stata messa in campo una qualche risposta all emergenza ha ammesso i suoi iniziali errori di valutazione, dovuti a un misto di incompetenza, paludi burocratiche e mancanza di informazioni attendibili. Ma lo fa indirettamente, in un documento interno che doveva restare segreto. Tornando alle buone notizie, lo è sicuramente il fatto che anziché aspettare le campagne di sensibilizzazione dell Oms e dei loro governi, in Liberia, Sierra Leone e Guinea sono scesi in campo rapper e radio comunitarie, voci che in una certa misura hanno ereditato il prestigio e la capacità di penetrazione che nella tradizione erano appannaggio dei griot, la casta dei cantastorie itineranti. Carlos Chirinos, direttore della Soas Radio alla University of London e ricercatore nel campo delle connessioni tra radio, musica e sviluppo sociale in Africa, segnala che almeno una dozzina di canzoni recenti con relativi videoclip -, tempestive e di successo, sono incentrate su Ebola. E cita in particolare Ebola in town dei liberiani Shadow, D-12 and Kuzzy of 2kings. Con l invito, rivolto agli esperti chiamati a fronteggiare l emergenza, di collaborare più con gli artisti che con i politici, se l obiettivo 20

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