Al papà Giorgio. Valentina Pes

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1 Al papà Giorgio Valentina Pes 1

2 1^ edizione - anno 2009 Copyright 2009 Italia Press Edizioni srl Via Larga, Milano tel Cell fax sito: Per il Sud America: Italia Press edizioni srl Rua Duque Costa, 365 AP.23 blocco Saô Paulo-SP Brasil tel: Gabriella e Claudio Caruso Fava Chagas Impaginazione Sascia L. Katlewicz Stampa The Pool srl Milano - via Col di Lana, 12 tel fax Tutti i diritti riservati - Printed in Italy 2

3 Ottobre 1969; Scuola elementare Rinnovata Pizzigoni di Milano. Di fianco alla porta d ingresso è inciso il motto del metodo Pizzigoni : TEMPIO: LA NATURA; SCOPO: IL VERO; METODO: L ESPERIENZA. Solo molti anni dopo il mio primo giorno di scuola ho compreso davvero il significato di queste parole. Cari remigini Questa frase del direttore Manzi è il primissimo ricordo che ho delle elementari; nel cortile pieno di sole, già divisi per classi, sotto i platani, con un impegnativo grembiulino turchese e altri 31 seienni appartenenti alla 1 A, capitanati dalla vecchissima signorina Antonia Aiolfi, allora quarantaquattrenne, alta come un granatiere, con un rossetto rosso sangue e un filo di perle. Per me, insieme alla mia mamma, era già la più bella donna del mondo. 3

4 Il periodo passato con lei, presente dalle 9 alle 16,30, dal lunedì al venerdì per 5 anni, è stato assolutamente determinante per il resto della vita, e meraviglioso. A parte la scuola fantastica (agraria, animali, letteratura straniera, nuoto, disegno, laboratorio di fisica, tempo pieno quando la signora Gelmini non era neanche nata), c era una sorta di incubo: la REFEZIONE. L odore nauseabondo che fluttuava nei corridoi del pianterreno era in grado di far indietreggiare qualunque soldato non disposto ad una missione suicida. Ma lei, inflessibile: che fosse minestrone non meglio identificato, brasato non si sa di quale bestia, o il famigerato pollo in gelatina, non c erano santi: se si poteva masticare e inghiottire era commestibile, e andava mangiato. TUTTO. Avendo noi il tempo pieno, i bambini fortunati, di bocca buona, che finivano di mangiare in tempi ragionevoli, avevano diritto ad un ora di ricreazione in giardino. I poveri cristi come la sottoscritta, che a casa aveva la sfiga di essere straviziata e la cui nonna, pur di farle mangiare la frutta, sbucciava e toglieva i semi dei chicchi d uva, se la passavano peggio. All improvviso si bloccava l epiglottide e non c era verso che potesse scendere neanche una briciola. Il risultato era un enorme stanzone, con decine di tavoloni da trenta persone, vuoti, e tre o quattro solitari bambini che, sotto lo sguardo feroce dei maestri, cercavano di nascosto di infilare carne o gnocchi in tutte le tasche a disposizione per poter uscire a giocare almeno un quarto d ora. A casa, poi, si trattava di scrostare grembiulini e vestiti, con una madre stupita, che non capiva. Ma non puoi dire alla maestra che non ti piace? Beata innocenza; evidentemente, quando andava a scuola lei, nel 1941, c erano altri problemi (che ne so, i bombardamenti, la gente impiccata per la strada, il pane fatto con la segatura ) L Aiolfi non era solo un granatiere, un capitano e un aguzzino; ma anche una gran ficcanaso e una vice mamma meravigliosa. Il primo giorno della seconda elementare me lo ricordo come fosse adesso: tutti coi nostri grembiulini o le nostre casacche turchesi, a turno dovevamo andare di fianco alla cattedra e raccontare al resto della classe le nostre vacanze, o quello che delle vacanze ci aveva colpito di più. Ogni interrogatorio durava circa 10 minuti, in classe eravamo in 32, e per amore di disciplina e di comodità si andava in ordine alfabetico. Era un attività lunga, impegnativa e piuttosto noiosa. Il momento più angosciante è stato 4

5 l interrogatorio del penultimo bambino: Allora, Roberto, cosa hai fatto tu quest estate, raccontaci. Eh, sono stato con la mia mamma, che non stava tanto bene Ah sì, e poi? Eh, poi è morta Non c è limite all imbarazzo, e tutto sommato va anche bene sapere di doversi fermare ad un certo punto; credo che per un bel pezzo la signorina non abbia osato interrogare Roberto nemmeno sulla tabellina del 3. Abitando lontano da scuola, avevo bisogno che qualcuno mi accompagnasse tutte le mattine. Mia madre era abitualmente in stato semicomatoso fino circa alle 10, infatti i suoi pazienti non arrivavano mai prima delle 11, così l autista era mio padre, e ci divertivamo un sacco lungo il tragitto: cantavamo e ci raccontavamo storie surreali. Questo, quando la FIAT 850 color nebbia, partiva; diciamo che il 60% delle volte partiva con grande, grandissimo ritardo, quindi la mia entrata in classe avveniva spesso dopo tempo massimo, cioè dopo le I bambini potevano cominciare a entrare in classe alle 8,45, e visto che io spesso arrivavo verso le 9.30, mi sono persa un abbondante fetta di vita scolastica. Ho attraversato gli anni delle elementari in una specie di limbo: ero considerata un po tonta, molto, molto distratta e con qualche rotella fuori posto, ma tanto buona e gentile, come diceva sempre la signorina alla mia mamma, cercando di consolarla per i miei 4 in matematica. Da sempre adoravo gli animali, e questo deve aver determinato nei miei genitori la scelta della scuola. (A 15 anni abbiamo poi capito la ragione del mio intontimento: ho avuto la mia prima crisi epilettica, dopo che, da 12 anni, in seguito a una febbre cerebrale, i miei neuroni subivano un assenza di un secondo ogni sei. Vale a dire 10 secondi ogni minuto, cioè 10 minuti ogni ora. Un autentica stordita). Inoltre ero considerata assolutamente negata per qualunque attività manuale, dal disegno al ricamo, oltre che nelle materie come il canto e la danza. Per quel che riguardava il ricamo o la danza non c erano dubbi: avrei preferito mille volte, nell ora di lavoro, fare mosaico o legatoria, come i miei compagni maschi, e, piuttosto del balletto, era di sicuro più divertente giocare a pallone o a pallavolo. 5

6 Ma cantare, e soprattutto disegnare, mi è sempre piaciuto; anche se l opinione della signorina Aiolfi era fortemente contraria: Questa bambina non sa neanche tenerla in mano, una matita! Figurarsi disegnare!. A nulla valevano le ragioni dell insegnante di disegno: Ma guarda com è creativa! E un po originale, ma non guasta Certo, a te vanno bene le cose strane; sei una comunista! A sette anni non si può inventare, bisogna disegnare le case e le persone come Dio comanda, non devono volare per aria! E con i capelli verdi, poi! Nazim Hikmet, Shakespeare, Leopardi, Carducci, Neruda avevano un significato entusiasmante e umano, con lei studiavamo sicuramente più volentieri la letteratura che la matematica, almeno per ciò che mi riguarda. Quindi il passaggio alla scuola media, è stato totalmente traumatico; lasciando perdere il fatto che fosse una classe tutta femminile, già di per sé cosa piuttosto angosciante, le attività generali si possono considerare NON PERVENUTE. Come profitto ero una bestia, non combinavo niente e gli argomenti che mi interessavano esulavano dal programma ministeriale. Speravo sempre che ad un certo punto sarebbero comparsi personaggi tipo Hemingway, Joyce, Dostoevskij. Quando mi sentivo rispondere, quando sarai al liceo, ci rimanevo malissimo e non capivo tutto quest interesse per D Annunzio, pochi altri, rigorosamente italiani; oltre all inspiegabile interesse della professoressa per queste perenni domeniche o vacanze al mare di ognuna di noi, di cui era costretta a leggere nei nostri banalissimi temi. Le insegnanti non brillavano per fantasia, entusiasmo e voglia di fare, e il mio eroe del momento era Don Lorenzo Milani, con la sua grinta e il suo coraggio. In realtà sono sempre stata affascinata dalle immagini; le prime che ho cercato di copiare sono state i fotogrammi di Bambi e di Biancaneve, e non posso dire con quale risultato. Avevo circa 5 anni ed ero convinta di aver prodotto delle autentiche opere d arte: passavo interi pomeriggi e serate a copiare coniglietti, cerbiatti e puzzole e la cosa che mi preoccupava di più era come rendere il senso di morbidezza della coda di Tippete. 6

7 Normalmente si pensa che la vita di un bambino, in un paese più o meno pacifico, scorra piacevolmente tra amichetti giocosi, qualche compito e atmosfere fiabesche tipo Mulino Bianco. Per quel che ricordo, non ho mai avuto emozioni così profonde, nel bene e nel male, come nei miei primi anni. Avevo, inoltre, una davvero precoce consapevolezza del tempo che passa, anche se i sentimenti troppo intensi venivano stemperati dall amore e dalla levità delle persone che mi circondavano, soprattutto il papà Giorgio e la nonna Bice, la mamma di mia mamma. Solo l ironia, la leggerezza e l amore del mio papà mi hanno impedito di andare fuori di testa dall ansia e dalla paura di perdere la mamma Fulvia, gravemente malata di cuore da quando aveva ventitre anni. Ogni volta che la vedevo a letto con l influenza, invece che nel suo studio di strizzacervelli, pensavo che sarebbe morta durante la notte; il rischio era reale, perché anche adesso ha una capacità polmonare di circa il 15%, unita ad un funzionamento cardiaco del 20% e, attualmente, ad una memoria che non raggiunge il 2%, avendo ormai l Alzheimer da quattro anni. Mio papà era giudice alla Corte dei Conti, fino a 57 anni, quando decise che era meglio fare l avvocato, ma per tre settimane al mese lavorava a Milano invece che a Roma e spesso si fermava a scrivere a casa. Normalmente si svegliava alle sei, faceva colazione con uova, fagioli e gli avanzi della cena del giorno prima. Poi, per mezz ora, flessioni e vogatore: forse sperava di bruciare tutte le calorie appena inghiottite. Di solito, prima di uscire di casa, ci lasciava un disegno: una vignetta in cui raccontava cosa avrebbe fatto durante la giornata. Erano meravigliose, lo rappresentavano in pieno, ma, soprattutto, rappresentavano perfettamente la 7

8 cosa più impressionante, e che stupiva persino me: la sua dedizione a mia madre. L aveva conosciuta nel 54, lui aveva 31 anni e lei 22. Le aveva chiesto di sposarlo mentre le batteva a macchina la tesi di storia medioevale. Mia madre, molto prosaica e indaffarata, era contenta, ma aveva troppo da fare. Lavorare, fare le sue cose, viaggiare per conto suo; come prima cosa, dopo la laurea in lettere, (si è laureata in psicologia 15 anni più tardi) si era trasferita a Napoli a fare l operaia e poi a Milano dove lavorava come copywriter per la Thompson. 8

9 Mio papà lavorava a Roma. Dopo 6 anni e centinaia di lettere di mio padre, lei finalmente ha accettato di sposarlo, e dopo tre anni di ripensamenti sono nata io. Ripensamenti, perché, anche dopo sposati, mia madre lavorava a Milano e mio papà faceva avanti e indietro da Roma. La lettera che è riportata qui vicino, rappresenta in maniera impressionante l atteggiamento e il modo di pensare di mia madre nel Quello che faceva più colpo del papà Giorgio, su chi lo conosceva erano la sua allegria, la sua leggerezza e la sua capacità di godersi la vita. Erano qualità contagiose. Gli piaceva il suo lavoro, ma la sua passione erano la pittura, la musica e giocare con me, esattamente come in futuro sarebbe stato giocare. Aveva decorato i muri della mia camera, dipingeva nel tempo libero, scriveva poesie buffe e inventava storie e avventure. Io ne ero totalmente innamorata e mi pareva un papà scintillante, molto presente, che si prendeva cura, con passione, di me e della mia mamma, ma, purtroppo, pensavo che fosse assolutamente nella norma. I miei trentotto anni con lui sono stati allegri, giocosi e molto fisici, gli anni con a mia mamma, comunque segnati dalla sua perenne condizione di pericolo di vita, sono, ancora adesso che si può solo 9

10 intuire il suo pensiero, improntati ad una continua analisi del perché e del percome di ogni azione. Col risultato, ovvio, che con lei sono sempre stata molto più chiusa che con mio papà. Quando si parla di deformazione professionale 10

11 Mia madre è triestina, e da sempre, alla fine della scuola (a volte anche prima), venivo depositata a casa della mia meravigliosa nonna Bice, in campagna vicino a Trieste. Abitudine che è andata avanti con infinito amore da parte di entrambe fino al 1989, quando lei ha deciso di morire. Lì passavo circa 4 mesi beati; come si fa con i maiali, venivo messa sulla bilancia il giorno in cui arrivavo: la nonna scuoteva la testa, sconsolata, lamentandosi del mio deperimento (allora, e fino a circa 15 anni fa, ero gravemente sottopeso) e iniziava la cura ingrassante Pane, burro, marmellata, cioccolato, festoni di caramelle Rossana, che al mio arrivo mi faceva trovare appesi in giro per casa a mo di ghirlande natalizie. Oltre, naturalmente, a dosi doppie di pasta, carne, verdura e frutta di tutti i generi. La nonna Bice era un cuorcontento : quando uscivamo per andare a passeggio o al mare, fermava tutti i bambini che incrociavamo, mi presentava, allora avevo circa 4 anni, e chiedeva se volevano diventare miei amici. 11

12 Diciamo che aveva una tale dolce fermezza, che i malcapitati non avevano altra scelta. Dovevano dire di sì, per forza. Per prendere più di un piccione con una fava, all inizio dell estate ordinava una ventina di pizze margherite nella pizzeria sotto casa, un paio di cassette di gazzosa alla fabbrica di bibite del nonno, e batteva l intera pineta in riva al mare, chiamando a raccolta chiunque volesse una pizza e una gazzosa. In questo modo avevo la compagnia assicurata per la stagione e con molti di loro sono passata dall età della paletta e del secchiello attraverso il calcio, i flirt, la fidanzata, i figli e il divorzio. Naturalmente erano quasi tutti maschi, anche perché negli anni 70, di bambine che passavano l estate a giocare a pallone non ce n erano molte. La mia fortuna era che, all epoca, il mio aspetto era piuttosto mascolino e molto poco squinzio, per cui venivo accettata senza problemi. Le estati, quindi, le passavamo a giocare a pallone, fare i bagni, allevare mantidi religiose e lucertole e raccontarci storie del terrore sotto casa, possibilmente in piena notte, mentre d inverno, durante le vacanze di Natale, con fuori la bora e le strade ghiacciate, ci rintanavamo a turno nelle varie cucine a disegnare. Sono stati anni meravigliosi, in cui ho cominciato ad affinare i miei gusti artistici e a razionalizzare quello che, all inizio, era solo un sogno poco chiaro. Sapevo che vivere con i pennelli e i colori non sarebbe stata una cosa semplice; ma, come ha detto una volta il mio amico inglese Alex a mia figlia Anna, She believes. Avevo anche diviso in due un foglio, come si fa sulla lavagna a scuola, con una riga verticale in mezzo: di qua i favorevoli, di là i contrari. Tra i favorevoli c erano i miei amici d infanzia, ovviamente mio padre, e pochi altri. Tra i contrari il mondo intero, con in testa mia madre, davvero troppo razionale e poco incline a fantasticherie irrealizzabili. Dopotutto diceva, non sei mica Leonardo. Per il liceo non avevo dubbi. Mi interessava moltissimo la letteratura, amavo scrivere e avevo una chiara idea di quello che sarebbe stato il mio futuro. Volevo disegnare, scrivere, lavorare in team, avere tanti amici e girare il mondo. Quindi l unico percorso possibile era il liceo classico perché apre la mente. Avevo un concetto molto vago di cosa si intendesse con traduzione di greco e latino. Andavo a senso e le declinazioni o l ablativo assoluto erano per me delle oscure minacce che andavano combattute e vinte. I risultati delle mie impari lotte erano una sfilza di 4 e 5. Ma le letterature andavano benissimo. E in storia dell arte avevo un insegnante, tuttora mia amica, che aveva capito, anche prima di me, quale sarebbe stata la mia strada. Per anni avevo avuto così tanta paura di non riuscire a realizzare il mio sogno, che non avevo neanche affrontato il problema. In più, nel maggio del 1981, a 48 anni, tanto per coronare uno stato di salute non proprio eccellente, la mamma Fulvia aveva avuto il suo primo ictus. 12

13 Il più grave: ha polverizzato il centro di Broka e le uniche parole che era ancora in grado di dire erano ciao e Valentina. Per una persona con due lauree era davvero troppo poco. In una situazione del genere, qualunque pensiero che non riguardasse la vita e la salute di mia madre non veniva, giustamente, nemmeno preso in considerazione. Se voleva ricominciare a parlare, e quindi a lavorare (almeno in italiano, visto che aveva resettato completamente anche inglese, francese e tedesco) doveva farlo con i libri di Richard Scarry, dove, ad ogni oggetto disegnato era affiancata la sua definizione. Per un anno, tutti i pomeriggi, è venuta a casa nostra una logoterapista, e mia madre ha ricominciato a parlare l italiano e a curare i suoi pazienti. Un impresa nella quale non sarebbe mai riuscita senza l entusiasmo, l incoraggiamento e la complicità di mio padre, anche nel costringerla a giocare a Scarabeo per esercitarsi. In questo foglio è rappresentato il punteggio di una loro partita. La prima, dopo 3 mesi dall ictus, in cui mia madre sconfisse mio padre. Hanno continuato a giocare per oltre 20 anni, indipendentemente dalle prescrizioni mediche. In una situazione familiare così incasinata, il rapporto con mio padre era diventato ancora più esclusivo, ormai i genitori eravamo io e lui, e insieme, per un anno, ci siamo occupati della mamma, che aveva soprattutto gravi problemi di disistima. Alla fine del liceo mi sono fiondata da mio padre e gli ho detto, quasi furente perché avevo paura che dicesse di no: Io voglio andare a Firenze a studiare restauro. Lui ha sollevato gli occhi e il cucchiaio di legno dal risotto che stava mescolando (scelgo sempre dei momenti fantastici per informare le persone delle mie scelte di vita) e mi ha detto solo: VA BENE. Il papà Giorgio era una persona di grande spessore umano, ma non ha mai parlato molto. A settembre abbiamo caricato tutto (gatto, libri, vestiti, musica e vecchie foto) sulla macchina (non più la FIAT 850 del 1969 ma una bellissima ALFA ROMEO) e siamo approdati a Firenze, in Via Marconi 34, a dieci minuti a piedi dalla mia scuola, sulla strada per Fiesole. Mia madre era incazzatissima, dopo l ictus il suo carattere era cambiato parecchio, quando sono partita non mi ha quasi salutato (atteggiamento che si è mantenuto, praticamente invariato, per i miei tre anni fiorentini), ma quel che è peggio, temo che abbia tenuto il muso anche al papà per un bel pezzo. 13

14 Nel 1985 Firenze era meravigliosa e io ero pazzamente innamorata del mio futuro ex marito. Un lungo, doloroso, amore che è durato per oltre quindici anni. Avevo conosciuto Roberto solo 1 anno prima, ad un concerto di Guccini, ma senza nemmeno sapere il suo nome avevo deciso che avremmo avuto una figlia insieme; mi ero innamorata dei suoi occhi sorridenti e della sua vulnerabilità. Soprattutto immaginavo una grande empatia e comunicazione la possibilità di divertirci e di affrontare insieme le difficoltà. Praticamente auspicavo una situazione clonata da quella che vedevo tutti i giorni tra i miei genitori. La vita a Firenze era straordinaria: immersa fino al collo in qualcosa che pensavo esistesse solo nei libri o nelle mie fantasticherie; la luce, le persone, l atmosfera, il paesaggio, il mondo che sapevo sarebbe durato poco: il tempo della scuola. E, incredibilmente, a distanza di tempo e di spazio, ero per caso riuscita a trovare ciò che avevo avuto in mente per anni: un luogo esteticamente straordinario, persone di ogni parte del mondo che condividevano con me gli stessi interessi (non a caso il nome della scuola era Università Internazionale dell Arte), una vita quasi autonoma (quando non andavo a scuola avevo un lavoro part-time come apprendista da un restauratore di Borgo Pinti). 14

15 Insomma un esistenza piena e soddisfacente nella città più bella del mondo, con la consapevolezza di prepararmi a fare il lavoro migliore in assoluto. Ma con un neo. La certezza che l amore della mia vita, che abitava a Milano, non sarebbe mai stato in grado di condividere la mia passione. Il vecchio discorso della lavagna adesso riprendeva corpo, dolorosamente. Non potevo immaginare la mia vita senza Roberto e, purtroppo, sapevo che lui, come il 90% delle persone che conoscevo, considerava il restauro un capriccio passeggero. A Firenze lavoravo, disegnavo, studiavo, scrivevo, leggevo, ascoltavo musica, andavo al cinema o alle mostre con i miei amici; a scuola era una gioia: oltre al fatto di poter lavorare in cantieri come la Madonna del Carmine, c erano ore e ore di laboratorio con personaggi che oggi non esistono più. Restauratori di 60 o 70 anni che ci trasmettevano i segreti di una vita di lavoro e lo facevano con amore e passione. Avevo una vita da studentessa gaudente dal lunedì al venerdì. Il venerdì sera mollavo tutto, prendevo il mio gatto Romeo, salivo sul treno e mi precipitavo a Milano, dal mio amore. Passavamo insieme dei bellissimi week end da piccioncini e molti nostri amici ci portavano da esempio come coppia felice. Ma a 22 anni conoscevo, a Milano anche troppe persone disincantate, deluse dalla vita e depresse. E, purtroppo, me la prendevo maledettamente. Per loro io ero una poco di buono, andata via di casa senza essere sposata, da sola, in una città lontana, che frequentava gente poco seria e andava a suonare la chitarra, la sera, in Piazza Signoria. Ero davvero poco raccomandabile; (sì, perché ero anche un po stronzetta: una volta capito che tipi erano, mi divertivo a provocarli raccontando loro tutto quello che facevo). 15

16 Dopo tre anni, finita la vita studentesca, avrei potuto, comunque, proseguire con la vita fiorentina. Il lavoro part time si era consolidato, e molti miei insegnanti restauratori, che si occupavano di Masaccio, Andrea del Sarto e personaggi affini, mi avevano proposto di collaborare con loro. Poteva essere un buon inizio, ma in quel momento, per me, il cuore era molto più importante. Così ho chiuso la casa da studentessa gaudente, e, sono tornata a Milano, felice, con Romeo e una lettera di presentazione per la signora Pinin Brambilla. Da lei ho iniziato a lavorare per davvero; a Palazzo Reale, dove si occupava di parecchie tele in contemporanea con il cantiere del Cenacolo, ho trascorso 4 mesi, insieme ad altri 6 restauratori. I compiti iniziali erano le stuccature su un gigantesco quadro del Bellini e le basi su qualche sconosciuto, mentre le sue ragazze, con lei da decenni e ormai quasi mummificate, erano addette al ritocco pittorico sul manto della Madonna del cardellino di Raffaello. Era un luogo fuori dal mondo, e mi rendevo perfettamente conto della fortuna toccatami. Al mio ritorno a Milano ero certa che sarei tornata a casa, in camera mia, con i miei genitori. Sia perché non sapevo dove altro andare, sia, soprattutto, perché mi mancavano; ma una sorpresa poco piacevole mi aspettava: Mi dispiace - mi ha detto mio papà al mio ritorno sei grande (in effetti avevo 24 anni); in questi anni siamo stati benissimo da soli. E ora che ti trovi un altra casa. Per qualche settimana sono andata in giro a cercare un bilocale che coincidesse più o meno con il budget che mi avevano messo a disposizione i miei genitori, finché una sera, tornati da una cena fuori con gli amici (negli anni della mia assenza erano diventati ancora più conviviali, e stavano vivendo una seconda giovinezza), mi hanno detto: Abbiamo visto una casa bellissima. Esce parecchio dalla cifra che abbiamo in mente, ma, se ti piace, te la prendiamo volentieri. E così, in anni in cui era ancora fattibile, mi sono ritrovata ad essere proprietaria di una casa di ringhiera sul Naviglio (col posto auto). 16

17 Contemporaneamente alla gioia di poter fare un lavoro per il quale avevo studiato, che sentivo mio fino in fondo all anima, e che già consideravo come un vecchio amico, dovevo fare i conti con un martellante atteggiamento distruttivo, messo quotidianamente in atto da molte persone. Praticamente da chiunque non facesse il restauratore per vivere. Un po per volta, il mio grado di autostima, stava raggiungendo cifre negative. E molto meglio se vai in un ufficio, ma dai, ma sei sempre tutta impolverata, ma è faticoso, ma non è un lavoro sicuro, ma tanto non sei capace, ma a chi vuoi che interessi far restaurare un quadro o un affresco. E sempre piacevole avere vicino qualcuno che ti incoraggia amorevolmente e ha fiducia in te Il problema era anche riuscire a lavorare in un mondo dove, ad ogni colloquio di lavoro veniva argutamente espressa la convinzione che io NON fossi un maschio. Sì, il suo curriculum è ottimo, ma lei è una donna; sa, è un lavoro faticoso, tipo muratore. Peggio di quando, a 12 anni, ero felice di sembrare un maschio per giocare a pallone in santa pace: allora potevo bluffare, a 25 anni era un po più complicato. In genere, però, una volta appurato che ero indubitabilmente una donna, le persone erano contente. Il primo lavoro, finito lo stage dalla Brambilla, era a Milano. Dopo un paio di telefonate, durante le quali, pur mascherando la voce, non riuscivo a farmi passare per Giovanni, devo aver stressato a tal punto il signor Giacomelli, che ha accettato di vedermi e di farmi entrare a far parte del team che lavorava a palazzo Litta, la sede delle ferrovie dello Stato, in corso Magenta. Eravamo 5 restauratori (di cui 2 donne), lavoravamo nel cortile, su facciate e colonne, ed eravamo perennemente in lotta con i muratori. Era una questione di velocità. Avevamo dei tempi da rispettare per la consegna dei lavori, come sempre, e, naturalmente, la considerazione dei muratori per noi signorine, come venivano definiti i restauratori, indipendentemente dal sesso, era pari a zero. E davvero tutto relativo. Ogni tanto, d inverno, il cantiere rimaneva deserto perché le scalette gelavano e non si poteva salire sul ponteggio, senza il rischio, quasi la certezza, di volare di sotto. La vita di cantiere era, ed è, faticosa, scomoda e disagevole; se una persona deve fare pipì, magari preferisce rimandare di qualche ora, a rischio di esplodere, piuttosto che farsi 6 o 7 piani e spogliarsi in uno sgabuzzino gelido. Nel mio caso poi era particolarmente tragico: all inizio soffrivo di vertigini e così salivo sul ponteggio con un cappellino da baseball calcato in testa e gli occhiali da sole, per non vedere altro che gli scalini davanti a me. 17

18 Ma è comunque straordinaria: esiste tutto un mondo, un contorno, un intreccio di rapporti e di amicizie che durano ben oltre la consegna dei lavori. A volte succedeva che la stessa ditta avesse in piedi più di un cantiere e allora, visto che alla fine degli anni 80 i restauratori di affreschi e di materiali lapidei non erano moltissimi, ci veniva velatamente chiesto di avere il dono dell ubiquità. Le ditte non potevano, e non volevano, rifiutare un appalto e, normalmente, non si preoccupavano più di tanto di quante persone fossero necessarie per portare avanti i lavori. Finito il cantiere di Palazzo Litta, ho cominciato a lavorare anche per conto mio. Ormai da qualche anno abitavo sul Naviglio: avevo il mio appartamento, ma, soprattutto, uno spazio dove circondarmi di boccettini pieni di sol enti e vernici, infilarmi il camice e accendere la radio, senza dover rendere conto a nessuno di quello che facevo, se non a me stessa. Roberto e io praticamente vivevamo insieme, e lui accettava il mio comportamento un po strampalato quasi senza riserve. Ero sempre più decisa ad andare avanti per la mia strada, anche se, spesso, mi sono trovata a dover scegliere tra la libertà e la tranquillità economica. Dopo tanti anni sono sempre convinta che la libertà non abbia prezzo. Nel 1993, alla fine del mio primo trompe l oeil, a casa del mio ginecologo, ho cominciato a non stare troppo bene la mattina. Mi dava veramente fastidio, sono abituata a essere sempre in forma e ho parecchia energia: questi malesseri dimezzavano la mia carica e non li sopportavo. Non la concepivo nemmeno, l ipotesi più ovvia in una persona di 30 anni con una normale vita sessuale: che potessi essere incinta. 18

19 A me la convivenza andava benissimo, ma per Roberto e la sua famiglia l arrivo di un bambino comportava assolutamente il matrimonio. Così nel giugno del 1993 ci siamo sposati e il 17 novembre è nata Anna. All epoca, la famiglia era composta dal gatto Romeo, mio compagno già a Firenze, Witz ( barzelletta in tedesco) un cagnolino meticcio trovato nella spazzatura e allevato dal suddetto gatto, con conseguente grave crisi d identità, Anna, Roberto e la sottoscritta. Io avevo deciso d intensificare il mio lavoro privato, trompe l oeil e restauro di quadri, piuttosto che i cantieri, perché ci tenevo a passare i primi tre anni della vita di mia figlia con lei. Era un grosso impegno, lavorare, stare con Anna, impedirle di bersi il contenuto dei miei affascinanti boccettini (trementina, acetone e roba del genere) e, contemporaneamente, avere un qualche barlume di equilibrio mentale, ma, in fin dei conti, a distanza di 15 anni, penso di esserci riuscita e non ho nessun rimpianto. E inoltre i miei genitori e mia suocera erano dei bravissimi nonni e baby-sitter. In quegli anni anche il matrimonio andava piuttosto bene; eravamo soddisfatti della nostra vita, passavamo insieme parecchio tempo piacevole e durante le vacanze facevamo dei bellissimi viaggi avventurosi. Avevo la fissazione del nord Europa, e ho sempre trascinato la mia famiglia in Inghilterra, Germania, Francia e Norvegia, a girare in lande desolate dove gli unici turisti eravamo noi tre. Ci siamo divertiti, abbiamo visto posti magici e conosciuto persone meravigliose. 19

20 Soprattutto, siamo stati insieme, come famiglia, in un modo molto intenso, e condividendo esperienze che nessuno al mondo potrà mai toglierci, anche se, col tempo, le nostre strade si sono allontanate. Mentre ancora ero incinta, avevamo deciso che Anna sarebbe andata alla scuola inglese, e mi ero presentata al primo incontro con un attonita preside sui 60 anni, che, molto educatamente, cercava di farmi capire che l iscrizione era prematura. Ero convinta che fosse fondamentale, per un bambino, avere un impostazione anglosassone, e l atteggiamento accondiscendente e sdolcinato che vedevo nelle insegnanti degli asili vicino a casa mia, non mi piaceva affatto. Da sempre ho l impressione che, in Italia, i bambini vengano trattati come ceramiche da collezione, e che intorno ai anni gli venga richiesto di punto in bianco di essere grandi. Il risultato è, spesso, un enorme quantità di bambini straviziati, che si sentono autorizzati e giustificati a fare qualsiasi cosa. (E sufficiente trovarsi in un ristorante dove siano presenti 2 o 3 seienni, per rendersene conto. Di solito la risposta della mamma alle timide proteste di chi gradirebbe mangiare in santa pace, senza energumeni che si lanciano palline di carta o posate, è: Eh, ma sa, cosa vuole, sono bambini Col risultato di far sentire l altro una specie di Erode senza cuore). Di botto, poi, verso i 13 anni, quando la creatura si è trasformata in un marcantonio con cui è pericoloso discutere, agli stessi bambini che si lanciavano i coltelli, viene richiesto un comportamento da Piccolo Lord. Sono dell idea che il rispetto per gli altri e quella piccola cosa comunemente nota come senso di responsabilità, debbano essere trasmessi prima possibile. 20

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