Si ringrazia il professor Luigi De Marchi per la gentile autorizzazione all uso di diverse citazioni dal suo Sesso e civiltà (Bari, Laterza, 1959).

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1 Narrativa Aracne 39

2 Si ringrazia la casa editrice Garzanti per l autorizzazione a pubblicare il breve brano tratto da I giorni in fuga, di Geno Pampaloni (Milano, Garzanti, 1994), citato a pagina 64 del presente volume. Si ringrazia il professor Luigi De Marchi per la gentile autorizzazione all uso di diverse citazioni dal suo Sesso e civiltà (Bari, Laterza, 1959).

3 Glauco Romeo Redacinta g Memorie di un giovane scapestrato

4 Copyright MMVI Glauco Romeo Fremont, California * * * Copyright MMVI ARACNE editrice S.r.l. via Raffaele Garofalo, 133 A/B Roma (06) ISBN I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi. Non sono assolutamente consentite le fotocopie senza il permesso scritto dell Autore o dell Editore. I edizione: novembre 2006

5 E non potrebbe darsi, continuò Austerlitz, che noi si abbia pure appuntamenti da rispettare nel passato, in ciò che è avvenuto prima ed è in maggior parte estinto; e là ci si debba recare in cerca di posti e persone che hanno qualche nesso con noi all estremo lato del tempo, per così dire? W.G. Sebald, Austerlitz Tutti i loro atti sono nei Nostri libri; ogni azione, piccola o grande, vi è scritta Corano, Sura della Luna (Al Qamar, 54, 53)

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7 INDICE Premessa...XI Ringraziamenti...XII PREAMBOLO...1 MESSINA...5 Nasce il feto L asse del cesso preriscaldata Storie del Muricello Il terremoto Marchesi, sì o no? Alla spiaggia - La lettera divina Escursioni sopra e sott acqua I fatti della vita - La Vara VERSO IL NORD...23 Infanzia a Roma Colonie marine e montane Uva e letame - A Como Fascisti e partigiani Un estate a Bellagio Pioggia di caramelle La casa di Rivoli BELLAGIO Pipe fatte in casa e attacchi di diarrea I fantasmi del cimitero - Piaceri e crudeltà Mark Twain a Bellagio Lo zio Pasquale Il nuovo pisciatoio Soprannomi Il tuffo dal battipalo Il maestro Bobby O Silber Rizzino in barca Marilù, contessa DeViel INTERLUDIO IN ALTO ADIGE A Bressanone Boschi, sentieri e laghetti I frati tedeschi Al liceo-ginnasio Dante Alighieri Madonne pellegrine - Partenza per il sud Un infortunio di viaggio APPRODO A BOLZANO...61 Sfollati e alluvionati Il Liceo Carducci Classi miste o monosex Gite scolastiche Primo giorno di scuola Preside, professori e studenti Memorie di un maestro Regie benedizioni Conflitti matematici Al cesso il miscredente! Zia Flora e zia Hilde Cronache medioevali Franchir la frontière Vassalli e valvassori Sciare a buon mercato Il foglio di via 7

8 ANCORA A BOLZANO...75 Danze in montagna L avvinazzato in Lambretta Vita dai Mumelter e in Via Cesare Battisti Fascisti o comunisti? Braghella & Testina Di fronte al Navarro Caste sociali La terza liceo DA BOLZANO A PADOVA...83 Il collegio universitario Don Mazza La Casa dello Studente Arnaldo Fusinato L arte della coprofilia Al calduccio dei postriboli L Istituto Chimico di Via Loredan Sandonnini e Croatto La Casa dello Studente Ippolito Nievo Il custode Dario Il gioco del bagolotto Lino, Linetto... Il bombarolo Amici vari La Latteria Pajaro La Carlona Ernesto e Pasquale Zio Getulio e Saturnino Le avventure di Giorgio Amoretti Padua, ich muss dich lassen... JAZZ E AUTOSTOP Jazz, passione giovanile Il concerto di Coltrane e Miles Davis Pernottamento e colazione in Casa Jucker Con Luca e Carlo verso la Svezia Sesso e Civiltà Il Giardino del Re Gazzelle e leopardi Ritorno a casa TRANSFUGA A FERRARA La fuga da Padova Nebbia e galline Schifanoia Il cuculo ozioso Crisi letteraria Angeli custodi Un bel casino Il lamento del marmittone Naja tripudians Neve, whisky e 7Up Di guardia ai patrii confini Ritorno a Ferrara Amore e termodinamica AMARCORD DI FERRARA Veronica e Liliana Ninuzzo e Nunziante Pendenza Librai ambulanti e sognatori STORIE FERRARESI (CON LICENZA DI BASSANI) Veliki Yuri! È Lombardi il vero buon brodo La tragica fine della povera Ortensia Il Macrocefalo e l Agricola Piume, baciatemi! Rognoni arrosto Il Metodo Carezza Hai guardato la signorina! Passa il Santissimo L azzurra visïon Il fedele maharatto LA TRADUZIONE E ALTRE STORIE Il mal de l asen Boca de Puta La morte del Direttore L Incantevole Schifanoia Il Montagnone Aurora principessa 8

9 NUOVE METE Il miraggio della cattedra Le damigiane di acqua distillata Vita di commissionato Panni da risciacquare in Tamigi La tapa del delco Il fatale coup-de-foudre VITA IN INGHILTERRA Prigioni e biscotti Un appartamento su tre piani I cigni della regina Bianchi e neri Hippies e figli dei fiori Incontro con Yoko Dimostrazioni a Trafalgar Square Il Greek Pig Meneghello e Strickland Il Dipartimento di Chimica Le mele dei porci Il prof. Pruitt Ricerche e frustrazioni Le palline d argento PASSAGGIO A NORD-OVEST Rose sotto la luna Traversata atlantica Al Vice-consolato di Hamilton Parolacce internazionali I megapolli Elefanti alla monta Puntando a sud Spaghetti e polpette Premi Nobel Gerarchie e gabinetti di decenza ESOTICA L Anaconda Rio de Janeiro Mulatte, tagliaborse e macumba La schiava Anastasia Padre Geronimo Il santero Jorge Bahia Monsieur Haiti Il munifico Monsieur Avakian Nel mare de La Sirène I riti del vudù Ritorno nel Paese di Bengodi EPILOGO Illustrazioni La Vara...19 Mata...20 Grifone...21 La Vasca...65 Il Giardino delle Rose...81 Prato della Valle...87 Il Modern Jazz Quartet Schifanoia La Schiava Anastasia Iemanjá Vévé per Ezilì

10 A Emmegì, senza la cui affettuosa presenza la vita non sarebbe stata così facile. 10

11 PREMESSA Spesso fisionomie di persone diverse possono apparire tanto simili da parlarne come di sosia. Nel caso di Elvis Presley, per esempio, a Las Vegas i suoi sosia hanno creato una vera industria dell imitazione, al punto da far credere che cloni umani siano già stati creati da qualche scienziato ribelle. Così i personaggi di un racconto possono richiamare alla mente persone esistenti o esistite. Se il lettore di queste memorie dovesse ravvisare nella narrazione persone di sua conoscenza, tenga presente che i caratteri di uomini e donne, come le fisionomie, possono sembrare quasi identici, ma non per questo corrispondono necessariamente a persone reali. Con l eccezione di personaggi storici, protagonisti ed eventi di queste memorie sono in gran parte frutto della fantasia di Guelfo Torrazzi, indimenticabile amico. Il lettore deve rendersi conto del fatto che questo è un romanzo a fumetti privo per ora di vignette con le nuvolette parlanti. In attesa dei fumetti reali, provveda il lettore a creare con la sua immaginazione i fumetti virtuali. XI

12 RINGRAZIAMENTI Devo anzitutto dar credito agli scritti di Piero Chiara, Luciano De Crescenzo e Kurt Vonnegut per aver ispirato la stesura di queste memorie, con un umile inchino a Boccaccio e all Aretino. Alcuni vecchi amici di Guelfo Torrazzi mi son stati prodighi di suggerimenti e aneddoti: da un lato dell Atlantico Mario Bolognani, Ian Delderfield, Lia Fedeli (indimenticabile bellagina), Ettore Frangipane, Giampaolo Guasti, Giorgio Jellici, Mariano Mazzoni, il comandante Vittorio Marsiglio, pilota dell Alitalia, e il prof. Fernando Secco dell Università di Pisa; dall altro lato dell Atlantico il prof. James D. Livingston del Massachusetts Institute of Technology e il dr. Marcus P. Borom, scienziato, subacqueo e aviatore. Ringrazio pure l avvocato Gaia Carofiglio e la prof. Gabriella Salinetti dell Università di Roma-La Sapienza per una attenta ed efficace revisione del testo. Emmegì, da sempre mia compagna e consigliera, ha sfoltito la prima stesura del manoscritto e creato non solo grafica e illustrazioni, ma anche un atmosfera di serenità ideale per chiunque, sia grande scrittore che oscuro scrivano come me, dia mano alla penna o alla tastiera del computer. Glauco Romeo XII

13 PREAMBOLO Sul finire degli anni Ottanta la società per cui lavoravo mi aveva inviato come consulente presso una centrale nucleare di nuova costruzione ai bordi del lago Ontario, al nord dello stato di New York. Il mio compito era quello di organizzare i laboratori di analisi chimica e radiologica e di stilare procedure ad uso dei tecnici. La cittadina di Oswego ospitava tre reattori che fornivano energia elettrica a una vasta porzione dello stato e lavoro a un buon numero di abitanti. A Oswego incontrai un italiano, un chimico che lavorava in una delle altre centrali. Diventammo subito amici, sia per reciproca congenialità che per la lontananza dalle nostre famiglie impostaci dall incarico ricevuto. Finimmo per affittare insieme un villino ai bordi della città, con vista su un fiume che la tagliava a mezzo prima di fluire nel lago. Guelfo Torrazzi era un uomo di una cinquantina d anni, alto e di taglia atletica, di carnagione scura, capelli neri brizzolati alle tempie, e occhi grigio-azzurri. Mi diceva: Sono un misto di arabi e di normanni, come se ne trova in Sicilia. Era nato infatti nell isola, da un siciliano e da una milanese. Sono per tre quarti siciliano con qualche goccia di sangue austriaco, mi diceva, alludendo a un lontano ascendente germanico, la cui presenza nella sua famiglia risaliva ai tempi dell occupazione austro-ungarica della Lombardia durante il Risorgimento. Mio padre, mi diceva Guelfo, era un siciliano biondo e con gli occhi chiari. Sua madre era invece di pelle scura come un araba, figlia di un siciliano discendente dai mori e di una lombarda. Guelfo mi aveva mostrato una fotografia della madre, fatta in gioventù durante una gita al Marocco. Drappeggiata nel costume locale, sua madre era indistinguibile dalle donne arabe. 1

14 Le estati di Oswego erano luminose. Il lago abbagliante sotto il sole e l aria pulita, senza traccia di inquinamento per l assenza di industrie, ci invogliavano a lunghe passeggiate in cui Guelfo mi raccontava le peripezie della sua vita movimentata. Erano storie picaresche, forse in parte inventate, che Guelfo infarciva di citazioni letterarie e poetiche. Leggeva di tutto, Guelfo: dai fumetti alle vite dei santi. E da questa sua cultura eclettica e arruffata estraeva frasi ed esclamazioni che io trovavo buffe e al tempo stesso m intimidivano io di quello di cui Guelfo parlava sapevo poco. Ad esempio: «Hé Dieu! si j eusse étudié au temps de ma jeunesse folle!». Io lo guardavo senza capire e lui mi spiegava Villon, François Villon. Criminale e gran poeta del tardo medio evo. Oppure mi chiedeva Sai tu che effetti fa amore?, e continuava quelli del tartufo, che ai giovani fa rizzar la ventura e ai vecchi tirar coregge. La sera le nostre conversazioni continuavano nelle trattorie locali dove spesso andavamo insieme a cenare. Io trovavo questi suoi discorsi affascinanti, avendo vissuto da adolescente in modo ben poco avventuroso in un piccolo paese della Venezia Giulia. Guelfo aveva l estro del narratore e condiva i suoi racconti di un tono sardonico e auto-deprecatorio che spesso mi faceva ridere. Mai prendersi troppo sul serio, mi ammoniva. Per la sua propensità a dissacrare miti e tabù io, di scarsa immaginazione, l avevo soprannominato Guelfo l Iconoclasta. Fin da giovane avevo preso l abitudine di registrare in un mio diario le impressioni della giornata, e molte delle storie di Guelfo trovavano posto nelle sue pagine. Fatta eccezione per le periodiche visite alle nostre famiglie, lontane molte centinaia di chilometri, Guelfo ed io vivemmo insieme per più di due anni prima di doverci separare per perseguire nuovi incarichi. Restammo però in contatto per molti anni, per telefono e scrivendoci lettere, le sue piene di cronache e commenti riportati sempre tra il serio e il faceto, mai lamentando le asperità che ognuno incontra nel corso dell esistenza. Fui colpito e addolorato nel ricevere una telefonata di sua moglie: Guelfo era scomparso, vittima di un incidente di aereo. Ritiratosi dalla sua attività di consulente, non si era rassegnato alla placida vita del pensionato, ma sempre in cerca di avventure e di nuovi interessi, si era aggregato a un gruppo internazionale di 2

15 entomologi che si occupava di ricerche su insetti esotici. Durante un viaggio di studi sulle falene della Papua Nuova Guinea, un piccolo aeroplano che lo portava verso Port Moresby dopo aver segnalato per radio un avaria al motore era precipitato nel fitto della giungla, in una zona scarsamente esplorata che pare sia ancora abitata da cannibali. Intense ricerche erano state fatte per rintracciare l aereo e i suoi occupanti, con la collaborazione dell aviazione militare australiana; ma nessuna traccia fu rinvenuta, e dopo alcuni anni dalla loro scomparsa Guelfo e i suoi compagni di sventura furono dichiarati deceduti dal punto di vista legale. Anni dopo, rileggendo i miei diari e la nostra corrispondenza, decisi di mettere ordine nei ricordi di Guelfo. Lui mi diceva: La storia non è fatta solo di battaglie vinte o perse da questo o quel generale, ma è la risultante di miriadi di storie di gente comune come me. In omaggio a questa sua convinzione e alla sua memoria, pensai di aggiungere come minuscolo contributo alla storia dell umanità le storie di Guelfo, con il titolo REDACINTA, un termine coniato da Torrazzi di sua derivazione dal dialetto siciliano. Redacinta significa oltre la cinta delle mura, un titolo emblematico della natura di Guelfo, che avrebbe voluto vivere al di là delle muraglie di convenzioni sociali. E poiché il mio amico a volte sospirava Ah, che scapestrato ero da giovane, decisi di dare alle sue memorie il sottotitolo Memorie di un giovane scapestrato. Nel far parlare Guelfo di persona mi è sembrato di sentirlo di nuovo vicino. Spero che il suo spirito allegro come il personaggio di Noel Coward, nel leggere le sue parole ne sorrida. G. R. 1 aprile

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17 Deh, come è gran pietate de le donne di Messina, veggendole scarmigliate caricar pietre e calcina (Anon., secolo XIII) MESSINA Nasce il feto L asse del cesso preriscaldata Storie del Muricello Il terremoto Marchesi, sì o no? Alla spiaggia La lettera divina Escursioni sopra e sott acqua I fatti della vita La Vara E vediamo questo feto! Con queste parole il prozio Nannino, in visita di prammatica alla famiglia del neonato, annunciò il suo ingresso. Il feto ero io, nato solo da poche ore, e quindi solo di recente non meritevole della qualifica. Bettina, la mia nonna paterna, prontamente rimbeccò: E intanto noi di questi feti ne abbiamo già due!, ricordando a Nannino con orgoglio l esistenza di una mia cugina, un altra nipote nata l anno precedente dalla figlia Camilla, Milla, come era chiamata in famiglia. Raccontano che al momento della mia nascita la levatrice emise un gridolino strozzato: Oddiomio!.... Mia madre era convinta di aver messo al mondo un mostro, e solo dopo alcune ore le fu consentito di ispezionarmi e accertare che se da mostruosità ero afflitto, lo ero solo nella fantasia della levatrice che si era spaventata nel vedere il cordone ombelicale arrotolato intorno alla mia testa mentre sbucavo dal quieto ambiente dell utero materno. Il prozio, capitano di lungo corso a riposo, con un viso austero cinto da una barba bianca e sulle spalle una 5

18 mezza redingote (così appare nelle vecchie foto di famiglia), era seguito dalla moglie, una donnetta minuscola vestita di nero, in lutto permanente come si addiceva ad un anziana siciliana, e dalla figlia, una donna alta e di taglia massiccia. Anche la figlia di Nannino si chiamava Camilla, ma per distinguerla da Milla, veniva detta la Millona. Era afflitta da una disfunzione ormonale, la Millona, che le aveva fatto raggiungere limiti inverosimili di pinguedine, e benché in possesso di un marito, le aveva impedito di produrre prole per la soddisfazione della famiglia. Quindi la freccia di mia nonna aveva colto il prozio nel suo tallone d Achille. A causa della disfunzione di cui soffriva, la Millona era anche pigrissima. Non faceva mai niente, ma amava le comodità al punto che prima di andare al gabinetto obbligava la cameriera a sedersi sull asse per riscaldargliela. Venni quindi al mondo circondato da questo bizzarro corteggio di parenti. L appartamento di mia nonna, in cui grazie alle cure di una levatrice ero venuto alla luce, stava in un grande caseggiato del Muricello, un rumoroso quartiere della zona nord di Messina con strade fitte di negozi e di bancarelle da cui si poteva comprare sia pesce che fichi d India, entrambi i generi conservati su ghiaccio; i fichi d India sbucciati dal venditore venivano squartati e serviti al cliente per essere consumati sul posto o portati a casa su un piatto. Una delicatezza siciliana. L origine del nome Muricello si perde nel passato, ma forse il muretto poteva essere un parapetto del torrente Trapani che di lì passava, e ci passa ancora, ma sottoterra. L appartamento della nonna stava al quinto piano, l ultimo di un grande caseggiato sopravvissuto al terremoto del 1908 e in seguito rinforzato in accordo alle procedure antisismiche. Dai balconi si calavano panieri fino alla strada, con soldi e bicchieri vuoti che venivano riempiti dai venditori di granite al limone, che dalla strada urlavano la loro presenza. Dal lato opposto del cortile del caseggiato c era l appartamento di zia Milla. Con la scusa di ospitare la mia partoriente madre mia nonna aveva convinto il marito ad affittare casa dove avrebbe potuto 6

19 vivere a pochissima distanza dalla figlia. Nonna Bettina era una donna alta, bionda, imponente, con una grinta che intimidiva. Era la figlia di una donna del nord e di un siciliano. Giovanissima, aveva sposato il nonno, un uomo di temperamento mite, di molti anni piu anziano di lei, direttore delle dogane locali. Un onesto funzionario statale con cui aveva messo al mondo quattro figli, tre maschi e una femmina. Lei aveva approfittato del carattere accomodante del marito per fare il bello e il cattivo tempo in famiglia, con risultati a volte disastrosi. Una vittima dei pregiudizi di mia nonna e delle balorde idee della società del tempo fu la figlia Milla. La zia Milla fin da giovanissima era una pianista di non comune talento. Frequentando sia il conservatorio che le scuole medie, a sedici anni aveva conseguito il diploma di pianoforte al Conservatorio di Palermo e iniziato una carriera di concertista di cui i critici musicali tessevano le lodi, ma che aveva esacerbato la pazienza dei vicini di casa, costretti a sorbirsi interminabili ore di pratica sui concerti di Liszt e di Rachmaninoff. Nel frattempo la cugina Millona si era fidanzata, e questo era un rospo che mia nonna aveva inghiottito a fatica. Per le donne del tempo il principale obiettivo era assicurarsi un marito. Una corsa verso una meta dove era importante arrivare per prime. Durante l estate, in spiaggia mia nonna e Milla avevano conosciuto un giovane uomo, Michele. Di bell aspetto, elegante, benestante, di una diecina d anni più anziano di Milla. Possedeva una barca a motore e aveva invitato madre e figlia a gite in mare. Le carte erano tutte in regola, eccetto una. Il giovane era un orefice, un artigiano, insomma. A causa di rovesci familiari aveva dovuto interrompere gli studi dopo le elementari e imparare un mestiere. Nell Italia inguaribilmente umbertina come la famiglia De Tappetti e stratificata in classi anzi caste sociali, la mancanza di un titolo di studio avrebbe precluso l ingresso nelle famiglie di professionisti se non a prezzo di conflitti familiari. Tuttavia Michele, dotato di buona volontà, di notevole acume finanziario e di un particolare aspetto del carattere, sulla base di prestiti sulla parola, ripagati al più 7

20 presto, aveva aperto un negozio di grande successo nel centro di Messina e accumulato una fortuna. Ciò aveva abbagliato mia nonna, che ad onta delle obiezioni del resto della famiglia spinse la figlia a sposare l intraprendente giovane. Maggiormente contrario al matrimonio della sorella era il fratello maggiore di Milla, mio padre, che essendo andato all università non trangugiava l idea di un cognato non altrettanto istruito. La carriera di concertista finì alle ortiche, perché il marito, avendo dichiarato Io non accetto il ruolo di principe consorte, relegò Milla tra le pareti domestiche facendole fare cinque figli. Lavoratore indefesso, buon marito e buon padre dal punto di vista dei canoni sociali, Michele purtroppo aveva un lato del carattere micidiale: era di un avarizia allucinante. Elegantemente abbigliato, ogni giorno andava nel suo negozio sul Viale San Martino in sella a una scassatissima Lambretta. Il talento della moglie non gli interessava se non per pretendere che Milla desse lezioni ai ragazzini e coi soldi guadagnati provvedesse alle necessità della famiglia. Lui i soldi guadagnati con la gioielleria li metteva in banca, e alla nascita di ogni figlio correva a depositare una grossa somma a nome del neonato. Ma in casa i figli facevano la fame e se andavano in visita dai parenti si buttavano sui vassoi di frutta e di dolci, ingozzandosi come se non ci fosse un domani. La situazione aveva raggiunto estremi tali che in occasione di un Natale un fratello di Milla convinse malignamente i ragazzi a scrivere una lettera a Gesù Bambino chiedendo come strenna una nuova asse per la tazza del gabinetto. Una richiesta commovente che convinse Michele ad allentare i cordoni della borsa. Povera Milla La ricordo con indosso una vestaglietta sdruscita, intenta a insegnare a qualche ragazzina i rudimenti della tastiera, con i figli vocianti nelle stanze del modesto appartamento in cui vivevano. Una volta mi confidò: Ho cinque figli, ma l unico che capisca qualcosa di musica è mio nipote Guelfo. g 8

21 Avevo tre anni quando la mia famiglia si trasferì a Roma. Naturalmente di quei primi anni di vita a Messina non ricordo niente, se non le storie udite in casa. I ricordi di famiglia arrivano sino all anno del catastrofico terremoto del 1908 che ridusse Messina a un cumulo di macerie e provocò circa morti nelle zone di Messina e di Reggio Calabria. Un terremoto che creò molti più lutti e distruzione di quello di San Francisco che lo aveva preceduto di un paio d anni. Che Messina avesse una storia di antichi disastri lo mostrano i versi di Anonimo che precedono questo capitolo. Mio padre, nato da pochi mesi, sopravvisse al terremoto insieme ai genitori. Ma la famiglia di suo padre fu quasi completamente decimata. Il mio bisnonno si sarebbe salvato, ma raccolto dai marinai di una nave russa alla fonda nel porto, completamente inebetito e incapace di spiccicar parola, fu buttato a mare dai russi insieme ai morti e ai feriti gravi dati per persi. Una cruda selezione dettata dalla scarsità dei viveri a disposizione della nave che sarebbero stati sciupati per un vegliardo incoerente. Il terremoto avvenne nel pieno della notte. La gente scappava nelle strade seminuda, strappata dal letto dalle scosse che si ripetevano, a volte aprendo baratri in cui alcuni sfortunati cadevano. Era la fine di dicembre, anche in Sicilia faceva freddo. Mio nonno, il cav. Egidio Torrazzi, era uscito per cercare i suoi familiari indossando giacca e cappotto, ma tornò a casa in camicia e mutande per aver dato i suoi panni a chi non aveva indosso indumenti. Gli orrori visti da Egidio nelle strade lo fecero incanutire prematuramente. La famiglia Torrazzi era numerosa, ma il terremoto ne uccise sedici membri: genitori, fratelli, cognati, e nipoti. Si salvò solo un fratello di mio nonno, quel Nannino che avrebbe salutato la mia nascita appioppandomi la qualifica di feto. Vantavano ascendenze aristocratiche, i Torrazzi. In famiglia si parlava di un marchesato delle Torrazze, di cui io sarei stato l ultimo rampollo. Un mio zio, fratello minore di mio padre, lo stesso che aveva suggerito come strenna una nuova asse per il gabinetto, si era fatto stampare serissimo - biglietti da visita col titolo Marchese delle 9

22 Torrazze e uno stemma di sua invenzione: uno scudo con tre torri rosse in campo azzurro tripartito, sormontato da corona marchionale con fioroni d oro alternati a gruppi di perle. A rigore di Consulta Araldica, essendo un cadetto lo zio avrebbe dovuto dichiararsi dei marchesi delle Torrazze, non usurpando il legittimo titolo di marchese che sarebbe spettato a me come primogenito del casato. Ma essendo io di tendenze proletarie, della patente di nobiltà avrei fatto miglior uso se stampata su carta igienica. Adolescente, tornai a Messina in una estate dell immediato dopoguerra, ospite della nonna. Un estate di sole e di mare, ubriacante come sono le estati siciliane. Le notti erano caldissime, soffocanti. Spesso dormivo sul pavimento di coccio perché i nodosi materassi di lana erano insopportabili. A volte soffiava lo scirocco, portando con sé dal Sahara veli di sabbia finissima. Sui tetti, a terrazza come nelle costruzioni nordafricane, passavo ore arrostendomi al sole, leggendo e fantasticando. Si andava in spiaggia al mattino, quando il sole era ancora amico, non un leone ruggente. Lasciavamo nel capanno in affitto i vestiti e qualcosa da mangiare prima di tornare a casa nel primo pomeriggio, scacciati dalla calura. Gli altoparlanti installati dalla gestione dello stabilimento balneare ci elargivano le canzonette del dopoguerra, in 10

23 gran parte un lascito delle truppe americane: Angiolina, Io t ho incontrata a Napoli bella dagli occhioni blu, Ehi babariba, la versione italianizzata di bo-bo-rebop ; e i bughibughi del jazz, la musica barbara del nemico bandita dai fascisti ma ascoltata e praticata in segreto dai figli di Mussolini. Le giornate passate in spiaggia erano piene di scoperte. Davanti ai Bagni Vittoria era arenato un enorme piroscafo, il Principe di Piemonte. A pochi metri dalla spiaggia, inclinato su un fianco nella sabbia, era in parte immerso nell acqua. Non so come la nave fosse finita a così breve distanza dalla riva. Forse era stata affondata dai tedeschi in previsione dell invasione alleata. Noi ragazzi vi andavamo a nuoto e ci calavamo dentro ai suoi anfratti arrugginiti, affascinati dalla fauna che vi aveva trovato alloggio: pesciolini multicolori sguazzanti tra alghe oscillanti nella marea, incrostazioni di conchiglie. L acqua, lambendo il metallo, risuonava di ritmi remoti. Lo zio Sam ci aveva iniziati alla gomma da masticare, il chewing-gum da noi ribattezzato la ciunga ; ci aveva fatto scoprire le prime penne biro, che per lungo tempo avrebbero fatto colare inchiostro indelebile nei nostri taschini. Ma soprattutto ci aveva inondato di Coca Cola, simbolo dell America più popolare della bandiera a stelle e strisce, elisir che avrebbe soppiantato le nostre orzate e limonate paesane. Al cinema il regime fascista ci aveva consentito di vedere solo Biancaneve e i Sette Nani e altri cartoni animati di Walt Disney. Per il resto, il nemico doveva essere tenuto a bada dal Minculpop impedendo che subdola propaganda ci contaminasse colando dagli schermi cinematografici. A guerra finita, la gente aveva voglia di dimenticare quel periodo funesto e di divertirsi. La produzione di Hollywood era finalmente approdata alle soglie di casa nostra. Film come Il Sergente York ci mostravano le virtù del pio americano, impersonato da Gary Cooper, che durante la Grande Guerra per amor patrio si era trasformato da pacifista in guerriero, mettendo a buon uso la sua abilità di cecchino - cui si era allenato sparando ai tacchini selvatici nei boschi del Tennessee - e 11

24 producendo da solo una mini-ecatombe di tedeschi. Altri film erano meno eroici ma più divertenti. In Serenata a Vallechiara, Sonja Henie sgambettava allegramente sul ghiaccio, mentre il trenino di Ciattanuga faceva ciù-ciù con l orchestra di Glenn Miller. g Alla fine di quella estate dovetti tornare nelle nebbie del nord. Ma due anni dopo fui di nuovo rispedito a Messina, questa volta per un intero anno scolastico. Avevo quindici anni, e cominciavo a capire qualcosa del mondo intorno a me. Ai miei occhi Messina era una splendida città. A volte andavo a camminare sul lungomare, dalla zona della Fiera Campionaria fino al porto, per il piacere di osservare le onde che scintillavano sotto al sole prima d infrangersi sugli scogli. La statua della Madonna della Lettera, patrona della città, stava appollaiata in cima a una colonna, all estremità del molo che cingeva una vasta distesa d acqua protetta dai marosi. La leggenda narra che nei primi anni dell era cristiana una delegazione di messinesi si recò a Gerusalemme per rendere visita alla Madonna e impetrarne la protezione. La Vergine, commossa dalla devozione dei messinesi, si impegnò per scritto a garantire il suo soccorso in casi di necessità, e a tal fine consegnò ai postulanti una pergamena arrotolata e legata con alcuni dei suoi capelli. Da allora sembra che Messina abbia ricevuto aiuti miracolosi nei momenti di crisi, come carestie, pestilenze, o guerre. Tutto merito della Madonna della Lettera, la cui venerazione è più che giustificata. Il nome Letterio è tipico messinese. Io stesso lo porto: Guelfo Maria Letterio. Dalla piazza del Muricello si snodava ViaPalermo, una lunga strada che saliva verso i monti Peloritani. Lungo la strada le edicole dei giornali esibivano in quegli anni le prime pagine dei rotocalchi con le storie romanzate del bandito Giuliano, considerato da molti una specie di Robin Hood, ma alla fine fatto fuori dal cugino Gaspare Pisciotta, probabilmente in combutta con le autorità. Erano i tempi in 12

25 cui Finocchiaro Aprile, un politico siciliano, aveva proposto al governo degli Stati Uniti la secessione della Sicilia dall Italia e l annessione come stato americano distaccato nel Mediterraneo. Al Dipartimento di Stato americano la Sicilia era ben nota, da quando Lucky Luciano, il pezzoda-novanta di Cosa Nostra negli Stati Uniti, aveva favorito nel 43 lo sbarco delle truppe del generale Patton in Sicilia tramite i suoi agganci con la mafia locale. La Sicilia come parte degli Stati Uniti sarebbe stata una enorme portaerei, ma grazieadio non se ne fece nulla. All idea le ossa di Garibaldi e dei Mille si sarebbero rivoltate nella tomba. Alla Villa Mazzini, il parco sulla via Garibaldi non distante da casa mia, andavo a sedermi con i bambini davanti al teatrino dei pupi, il teatro di marionette in cui venivano evocate per la delizia del pubblico infantile le gesta dei paladini di Francia in lotta con i mori. I guerrieri paludati in armature variopinte ed elmi di latta si davano botte da orbi, salutate da urla di soddisfazione dei ragazzini ogni volta che una piattonata raggiungeva il segno e un saraceno spariva sotto la tenda. Grande emozione procurava la morte di Orlando a Roncisvalle, tradito dal perfido Gano di Maganza. Come vuole la leggenda, prima di morire Orlando soffiava nel corno Olifante impugnando Durlindana, la fida spada. Le storie dei paladini sono ancora dipinte sui bordi dei tradizionali carretti siciliani, ormai solo un attrazione per i turisti. Talvolta noi ragazzi, tutti maschi, organizzavamo gite che culminavano in picnic nei boschi di conifere dei Peloritani, freschi e profumati. Salivamo per sentieri rocciosi fiancheggiati da enormi piante di fichidindia e agavi fiorite di zammare e circondate da sciami di insetti ronzanti. Alla vista delle zammare, enormi steli ritti verso il cielo, i ragazzi cominciavano a cantare versi ribaldi sull aria di Ciuri, ciuri, ciuri di tuttu l annu - l amuri ca mi dasti ti lu tornu : Tina, Tina, jarrusa e zumpettara apri li cosci e pigghia sta zammara. 13

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