1 Lingua. di Giuseppe Antonelli. Una lingua in movimento: le tendenze generali

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1 1 Lingua di Giuseppe Antonelli Una lingua in movimento: le tendenze generali La modernità linguistica comincia in Italia con gli anni sessanta. A cento anni di distanza dal raggiungimento dell unità politica (1861, proclamazione del Regno d Italia) e a mille da quello che è considerato il primo testo della lingua italiana (960, placito capuano), una fase storica di discussioni sull italiano è archiviata dalla monumentale Storia della lingua italiana di Bruno Migliorini (1960) e un altra è aperta dall innovativa Storia linguistica dell Italia unita di Tullio De Mauro (1963). Gli anni dal 1958 al 1963 quelli del boom economico, della televisione che entra nelle case degli italiani, della prima vera scolarizzazione di massa sono anche per la lingua un periodo di rapido cambiamento: «uno dei momenti critici in cui i fenomeni di deriva sono ulteriormente accentuati dalle condizioni materiali in cui avviene la trasformazione» (Tesi, 2005, p. 248). È alla fine di questo periodo che Pier Paolo Pasolini, basandosi sul modello costituito dal pensiero di Gramsci 1, lancia quella che verrà definita la «nuova questione della lingua». A scatenarla è, nel 1964, un articolo intitolato Nuove questioni linguistiche, in cui Pasolini teorizza la nascita di un nuovo italiano tecnologico, modellato e alimentato non più dai letterati, ma dai protagonisti dell economia neocapitalistica; e dunque irradiato non più dal classico asse Roma-Firenze, ma dall industrializzato asse Torino-Milano: «la nascente tecnocrazia del Nord si identifica egemonicamente con l intera nazione, ed elabora quindi un nuovo tipo di cultura e di lingua effettivamente nazionali» (in Parlangèli, 1971 [1969], p. 97). Secondo Pasoli- 1. «Ogni volta che affiora, in un modo o nell altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l egemonia culturale» (Gramsci, 1975, p. 2346; è il paragrafo 3 del Quaderno 29, databile al 1935). 15

2 MODERNITÀ ITALIANA ni, l affermarsi di questo italiano tecnologico avrebbe provocato in un sol colpo il ripiegamento della lingua letteraria su un anonima lingua media e la scomparsa dei dialetti, irrimediabilmente legati a un mondo rurale in via di estinzione. Tra i moltissimi interventi che seguirono (tutti, di fatto, critici verso le tesi pasoliniane), spicca quello di Italo Calvino, che capovolse il discorso di Pasolini insistendo su due punti. Uno: lungi dall essere appena nato, l «italiano da un pezzo sta morendo», soffocato dall ipocrisia dell «antilingua» burocratica («l italiano di chi non sa dire ho fatto ma deve dire ho effettuato»). Due: l italiano è destinato a sopravvivere solo se riuscirà «a diventare una lingua strumentalmente moderna» (ivi, pp ). È da qui, dunque, che bisogna ripartire per cercare di capire come quella sfida è stata vinta. Il decennio successivo ( ) è caratterizzato da una vivacissima riflessione sulla lingua e in particolare sul mutato rapporto tra lingua e società. Un dibattito non solo accademico o ristretto all élite intellettuale: «indicative di una larga richiesta di sociolinguistica sono le rubriche e le inchieste giornalistiche dedicate ai risvolti sociali del fenomeno linguistico» (Coveri, 1977, p. 267); come quelle tenuto dallo stesso Pasolini e da Umberto Eco nelle pagine del Corriere della Sera ; da Maria Corti, Maurizio Dardano ed Enzo Golino nel Giorno ; da Tullio De Mauro in Paese Sera 2. Una significativa svolta nell ambito del rapporto tra lingua e utenti è nel 1975 la presentazione delle Dieci tesi per un educazione linguistica democratica promosse dal GISCEL (Gruppo di intervento e studio nel campo dell educazione linguistica, di cui fa parte anche De Mauro): principi che influiranno profondamente sul modo di insegnare l italiano a scuola, e di riflesso sull idea stessa di norma e di grammatica. In quegli anni, peraltro, lo svecchiamento linguistico investe anche i giornali (dal 1976 la Repubblica impone «uno stile più narrativo e brillante»: Gualdo, 2007, pp. 21-2), la pubblicità (personaggi come Pasquale Barbella, Annamaria Testa, Emanuele Pirella, Aldo Biasi «tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta hanno modernizzato la comunicazione italiana e il copywriting in particolare», Afribo, 2009), la televisione (il 1976 è l anno in cui vengono liberalizzate le TV locali, mentre trasmissioni come Bontà loro e Domenica in inaugurano il tempo che Eco chiamerà 2. In Carrafiello (1977, p. 593) si censisce «tutto ciò che, sul linguaggio, è stato scritto [...] da sette importanti quotidiani: La Stampa, Corriere della Sera, Il Giorno per il nord; La Nazione, Paese Sera, L Unità per il centro; Il Mattino per il sud» nei bienni e Scorrendo l indice degli argomenti, il più frequente risulta quello degli anglicismi e in generale degli esotismi (21 articoli nel ; 28 nel ); seguono i dialetti (rispettivamente 13 e 5), i neologismi (11 e 10), la didattica dell italiano (5 e 9). 16

3 1. LINGUA della neotelevisione: cfr. Alfieri, Bonomi, 2008, pp. 11-2), anche le canzoni (con una notevole apertura verso alcuni tratti del parlato: cfr. Antonelli, 2010a, pp ). Insomma, con Michele Cortelazzo (2000, p. 22), «si può davvero dire che il decennio di svolta per la storia recente dell italiano sono gli anni Settanta». A confermarlo, anche il susseguirsi nella seconda metà del decennio di bilanci a più voci (convegni, antologie, opere collettive): Italiano d oggi. Lingua italiana e varietà regionali (Italiano d oggi, 1977), La lingua italiana oggi: un problema scolastico e sociale (Renzi, Cortelazzo, 1977), La lingua italiana oggi (LLIO, 1980). Bilanci che possono essere riassunti nella lucida sintesi di Dardano (1978, p. 243): 1 Estendendosi a spese dei dialetti, l italiano è diventato la lingua della nazione. Certo rimane del cammino da compiere, ma il processo di italianizzazione è in una fase avanzata [...]. 2 I linguaggi tecnici e le varietà socioprofessionali hanno progredito rapidamente negli ultimi anni. Crescono i particolarismi; si alzano barriere. Al tempo stesso, molti elementi rifluiscono nella lingua comune, travasano da un settore all altro [...]. 3 L influsso dell inglese è un fenomeno strettamente connesso con il punto precedente. Accanto agli aspetti negativi (inutilità di molti anglismi, scarsa perspicuità) è opportuno ricordare quelli positivi: acquisto di calchi e di prestiti necessari a varie terminologie, incentivo a una più estesa formazione delle parole e a una sintassi più snella [...]. 4 I moderni mezzi di comunicazione di massa determinano la forma del messaggio. Talvolta purtroppo ne modificano anche il contenuto, diventando essi stessi produttori di realtà [...]. Viviamo in un epoca di transizione. L uso che facciamo della nostra lingua riflette i progressi e le contraddizioni di un Paese che è mutato e continua a mutare. Nella lingua di tutti i giorni, intanto, è ormai avviato il processo che in una decina d anni porterà a quell «italiano dell uso medio» descritto da Francesco Sabatini (1985). Sancendo l affermazione di quello che altri chiameranno neostandard, il saggio di Sabatini chiude un periodo caratterizzato dalla difficile presa d atto da parte dei linguisti, ma ancor più di tutti i parlanti colti dei cambiamenti che la lingua italiana aveva subito (e subiva) nell impatto con una massa sempre più ampia di parlanti. Titoli come Lingua in rivoluzione (Fochi, 1966), Il museo degli errori. L italiano come si parla oggi (Gabrielli, 1977), Prontuario della lingua selvaggia (Zingarelli, 1979), Ma che lingua parliamo? (Todisco, 1984) rendono bene il contrasto tra «una prepotente, vitale, inarrestabile espansione, quale la lingua italiana non aveva forse mai conosciuto nella sua storia» e l «immagine di decadimento e di corruzione presentata non solo da pubblicisti palesemente sprovveduti [...] ma anche da letterati e linguisti» (Lepschy, Lepschy, 1992, pp. 28-9). 17

4 MODERNITÀ ITALIANA Alla fine degli anni ottanta, l italiano è ormai una lingua parlata da quasi tutti gli italiani. Secondo un indagine ISTAT del 1988, a parlare esclusivamente in dialetto è rimasto il 14% della popolazione; una percentuale che pochi anni dopo risulta già dimezzata (7% secondo un indagine ISTAT del 1995; cfr. D Agostino, 2007, p. 55). L importanza sempre maggiore rivestita dai mezzi di comunicazione di massa (televisione su tutti), la pressione sempre più forte dei linguaggi settoriali (specie quelli tecnico-scientifici), la progressiva internazionalizzazione del lessico su base anglo-americana trasformano a poco a poco l italiano da lingua moderna a lingua se così si può dire postmoderna. Un ulteriore potente impulso al cambiamento verrà, alla metà degli anni novanta, dall avvento della telematica. Internet (con le , le chat line, i blog, i social network) e il telefono cellulare (con gli SMS e l instant messaging) arricchiranno il repertorio di nuove varietà trasmesse (come quelle della radio, del telefono, della televisione), ma scritte. Anche alla nostra lingua si apriranno così nuove frontiere, legate a un uso quotidiano scritto e non più solo parlato. Un evoluzione imprevedibile fino a pochi anni fa e in netta controtendenza rispetto alla prima tra le linee di sviluppo che hanno caratterizzato l italiano degli ultimi decenni. ORALIZZAZIONE Dopo aver vissuto per secoli (compreso quello successivo all Unità d Italia) soprattutto come lingua scritta, tra gli anni sessanta e gli anni ottanta l italiano conquista finalmente la dimensione parlata spontanea e familiare che fino a quel momento era stata del dialetto. «Tra coloro che conoscevano vent anni fa l italiano», nota De Mauro (in Beccaria, 1973, p. 109), «la grande maggioranza ne aveva una conoscenza prevalentemente scritta [...], quindi era portata ad usare l italiano secondo moduli stilistici di tipo formale, tendenzialmente scolastico». Nel giro di pochi decenni, lo sbilanciamento verso l oralità proprio anche della nuova educazione scolastica porterà a capovolgere il tradizionale rapporto tra scritto e parlato. «Si è rovesciato il rapporto che c era trent anni fa, quando l italiano orale nazionale quasi non esisteva, era regionale, e, invece, reggeva lo scritto», nota Maria Corti (in Todisco, 1984, p. 38), lamentando che nelle tesi di laurea, anche di studenti brillanti, «l insufficienza va da errori di ortografia a un parlato riprodotto nello scritto che risulta un italiano poverissimo». Su un piano di diversa consapevolezza, la tendenza a simulare il parlato nello scritto permea in quegli anni lo stile dei giornali e di molta letteratura. Tutto era cominciato, ancora una volta, alla metà degli anni ses- 18

5 1. LINGUA santa: «la lingua letteraria italiana, oggi, è irrequieta» scriveva la stessa Corti (2001 [1965], p. 93) «in essa succede qualcosa. Il contraccolpo del progressivo mutarsi di situazione nel settore della lingua parlata non può non agire sul sistema nervoso letterario». Quanto ai giornali, l espansione del parlato 3 parte alla fine degli anni sessanta dalla cronaca cittadina, in cui la patina dialettale e gergale serve a dare ai resoconti un tono di volta in volta comico o patetico. Nel decennio successivo, orientandosi verso registri meno marcati, questa «tonalità parlata» diventa la cifra specifica dei quotidiani più innovativi. Infine, complice la tecnica del «mosaico di citazioni» e la presenza sempre più invadente delle interviste, la simulazione di parlato si afferma come il principale strumento di animazione della scrittura (Dardano, 2008 [1994], p. 276). Non più solo scelte lessicali basse, ma anche strutture sintattiche anomale, interiezioni, intercalari, abbondanza di segnali discorsivi che si cristallizzano in una manieristica stilizzazione dell oralità (cfr. Serianni, 2000, pp ). Tuttavia, la vivacizzazione, lo svecchiamento, l avvicinamento al parlato che la lingua dei mass media italiani ha conosciuto non sono serviti o solo apparentemente a coinvolgere i cittadini in un circuito d informazione più maturo, utile alla società civile: il passaggio «dalla vecchia retorica dell oscurità alla nuova retorica della brillantezza non ha cambiato, nella sostanza, il discorso dei giornali italiani» (Loporcaro, 2005, p. 71). L oralizzazione investe in questi anni anche i media orali, in cui si passa in misura sempre più massiccia dallo scritto-parlato (cioè detto sulla base di una traccia scritta, più o meno precisa: Nencioni, 1983 [1976]) al parlato-parlato: il parlato spontaneo, non pianificato. Quello dei presentatori come Mike Bongiorno (che «rende movenze tipiche del parlato più irriflesso»: De Mauro, 1970 [1963], p. 437) 4, ma anche dei 3. Che Dardano (1981 [1973], p. 253) mette in relazione «con il grande progresso dei mezzi di registrazione della parola. La possibilità di riascoltare un discorso, un dialogo fa sì che certi caratteri formali possano essere più facilmente ritenuti e successivamente immessi nella lingua scritta». 4. «Guardi, questa sera le dobbiamo dire due cose molto belle: la prima è che nell evenienza che lei non raddoppi questa sera, c è un gruppo di persone, che non so bene quale gruppo sia, che le costruirà un appartamento che lei potrà andare ad abitare il giorno in cui si sposa». In effetti, il brano con cui De Mauro (1970 [1963], p. 437) esemplifica questo «parlato informale standard, povero lessicalmente, sintatticamente precario» (tratto da una puntata di Lascia o raddoppia? dell 11 febbraio 1956) presenta una «infilata di che a cannocchiale», ma si mostra anche attento all uso del congiuntivo, al rispetto della consecutio temporum, alla formalità del le. Siamo lontani, insomma, dal «basic italian» attribuito a Mike Bongiorno da Eco (1963 [1961], p. 75): «il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione sintassi». 19

6 MODERNITÀ ITALIANA concorrenti che partecipano ai suoi quiz; e poi quello degli intervistati: i politici, i cantanti, gli sportivi, e le tante persone qualunque che vengono coinvolte nelle inchieste e nei numerosi reportage prodotti dalla RAI. Una componente, quella del parlato quotidiano, che si affaccerà precocemente alla radio (la prima trasmissione con le telefonate degli ascoltatori in diretta è Chiamate Roma 3131, 1969) 5 e tenderà a prendere il sopravvento nelle trasmissioni più o meno abborracciate delle prime radio e TV locali (dal 1976), e poi nella cosiddetta TV verità della RAI 3 diretta da Angelo Guglielmi (dal 1987). Infine, dagli anni novanta, invaderà definitivamente i teleschermi attraverso il proliferare dei talk show, con la loro «conversazione spettacolarizzata» (Romano, 2010) e dei cosiddetti reality, in cui assumerà le forme di un enfatico iperparlato (Antonelli, 2007, pp ) 6. La progressiva perdita di terreno della scrittura, d altra parte, è legata anche all uso del telefono. «La differenza tra me e mia figlia», chiosava nel 1983 la linguista Maria Luisa Altieri Biagi, intervenendo a un convegno dell Accademia della Crusca, «è scandita dal fatto che i miei epistolari amorosi erano per me importantissimi. Ho perfino desiderato che i miei fidanzati partissero per avere questo tipo di contatto verbale. Invece mia figlia telefona, con grave danno delle finanze familiari, e, a parer mio, perdendo qualche cosa nel tipo di rapporto» (in Todisco, 1984, p. 85). Negli stessi anni, d altra parte, il semiologo Gian Paolo Caprettini assimilava la telefonata a una lettera simultanea: «la telefonata ha strette analogie con certe forme epistolari, anzi è l attuale equivalente della lettera» (Caprettini, 1985, p. 223). Era il trionfo della cosiddetta «oralità secondaria»: all interno «dell attuale cultura tecnologica avanzata», scriveva Ong (1986 [1982], pp ), «una nuova oralità è incoraggiata dal telefono, dalla radio, dalla televisione e da altri mezzi elettronici». L analfabetismo di ritorno appariva come una china inesorabile; la scrittura stessa veniva data per spacciata in molte prognosi autorevoli. Negli ultimi vent anni, però, lo sviluppo della telematica ha reso possibile inviare contemporaneamente testi scritti, immagini fisse e in movi- 5. «Bisogna per onestà ricordare che la radio RAI non ha aspettato il 76 per instaurare un filo diretto col proprio pubblico. Basta in proposito citare una trasmissione famosa, Chiamate Roma 3131, in onda tutte le mattine a partire dal 7 gennaio 1969 (condotta da Gianni Boncompagni, Franco Moccagatta e Federica Taddei), continuata dal 72 da Dalla vostra parte, condotta da Guglielmo Zacconi e Maurizio Costanzo» (Maraschio, 1987, p. 207). 6. Significativo che anche quello messo in scena nelle fiction della neotelevisione non venga più definito un parlato recitato (cfr. ancora Nencioni, 1983 [1976]), ma un «parlato-oralizzato» (Alfieri et al., 2010). 20

7 1. LINGUA mento, suoni; anche nei telefoni cellulari di ultima generazione la trasmissione della voce è diventato solo uno dei diversi impieghi. Così il concetto di audiovisivo è stato riassorbito all interno di quello più ampio di multimediale: l evoluzione tecnologica ci ha abituati a una fruizione integrata della comunicazione, in cui la parola scritta ha riconquistato uno spazio importante. «È con la rete, o meglio con le diverse forme di Comunicazione Mediata dal Computer (CMC), che la parola sembra davvero conoscere un poderoso ritorno» (Carlini, 1999, p. 40). Chi pone l accento sulla scrittura, parla di una «terza fase» dopo quelle dominate dalla scrittura alfabetica e dalla stampa in cui all intelligenza sequenziale si va sostituendo un intelligenza simultanea, che guarda invece di leggere (cfr. Simone, 2000, pp ). Chi invece si concentra sul parlato, segnala lo sviluppo di un oralità terziaria: «quella dei sistemi multimediali, della realtà virtuale e della rete è un oralità elettronica, come la seconda, ma si basa sulla simulazione della sensorialità, non più sulla trasmissione della sensorialità» (De Kerckhove, 2004). SEMPLIFICAZIONE Proprio la conquista di una dimensione parlata sempre più significativa ha creato nell italiano dell uso diversi «punti di crisi soggetti a pressioni di vario ordine (strutturale, tipologico, di contatto interlinguistico, diastratico, diatopico, diamesico) che nel complesso mirano ad una semplificazione del suo complicato sistema e fanno riemergere tratti dell italiano non letterario già presenti nel passato» (Ramat, 1993, p. 35). Come ricorda Berruto (1987, pp. 42-3), il concetto di semplificazione è in linguistica un concetto comodo, ma rischioso: intuitivo, ma anche vago nei suoi contorni. Nondimeno, la nozione può essere definita facendo riferimento allo scarto che esiste tra «le risorse messe a disposizione dalla lingua e quelle effettivamente adoperate dai parlanti»: «l italiano ha dovuto adattarsi alle esigenze di una più vasta massa di parlanti, ed ha così perduto un certo numero di proprietà che questi percepivano come eccessivamente complicate» (Simone, 1993, pp. 64-5). Le aree del sistema che sono state maggiormente investite dal movimento verso il neostandard sono senz altro quella dei pronomi personali (lui, lei, loro come soggetto al posto di egli, ella, essi/esse; gli anche per a lei e a loro ); quella dei tempi verbali (uso sempre più frequente del passato prossimo e sempre più raro del passato remoto, scomparsa definitiva del trapassato remoto 7, espansione dell imperfetto controfattua- 7. Cfr. Telve (2005). 21

8 MODERNITÀ ITALIANA le in frasi come «se lo sapevo venivo» e del presente a spese del futuro in frasi come «domani passo») 8. Alcuni cambiamenti nell uso dei modi verbali vanno interpretati nel quadro di un più vasto mutamento. In particolare, «la scelta dell indicativo nelle subordinate» al posto del congiuntivo 9 può essere considerata «un indicatore prezioso del movimento dell italiano contemporaneo verso la semplificazione profonda delle strutture sintattiche» (Tesi, 2005, p. 231). Mettendo a confronto un campione di prosa argomentativa del 1913 (il Breviario di estetica di Benedetto Croce) e uno del 1985 (Sugli specchi e altri saggi di Umberto Eco), il rarefarsi del congiuntivo (da 19 casi a 4) va di pari passo con la drastica riduzione del numero medio di proposizioni per periodo sintattico (da 7,8 a 3,5) e della profondità della subordinazione: l italiano scritto contemporaneo «non scende oltre la soglia del 2 grado di subordinazione, se non in casi quantitativamente limitati o prossimi allo zero» (ivi, p. 233). Dati analoghi emergono da confronti a campione sull italiano dei giornali. In base ai calcoli fatti da Bonomi (2002, pp ), il numero di parole che costituiscono un periodo nei giornali di oggi è in media tra 20 e 25; negli anni cinquanta era maggiore di circa dieci punti, negli anni ottanta era poco meno di 28. Il numero medio di proposizioni per periodo è oggi 2,5 (2,39 nei quotidiani on line): una sessantina d anni fa era 3,5. Si tratta d altra parte di un fenomeno generalizzato, che ultimamente ha investito anche la scrittura letteraria, specie quella dei best seller. «Lo accompagnai in ospedale. Abbracciò forte la mamma. Le disse parole di conforto. Poi portarono Stella. Lui la guardò in silenzio, confuso». Nel romanzo di Walter Veltroni, La scoperta dell alba (pubblicato da Rizzoli nel 2006: oltre centomila copie vendute nei primi due giorni dall uscita), la media calcolata a campione rimane al di sotto delle 10 parole per periodo; gran parte dei periodi è composta da una sola proposizione; la subordinazione non scende mai oltre il primo grado. Come si vede, la brevità dei periodi è spesso dovuta all uso abnorme del punto fermo. Un fenomeno già segnalato nella scrittura giornalistica di fine anni sessanta (cfr. Frescaroli, 1968, pp. 21-3), poi dilagante a partire dagli anni novanta (cfr. Gatta, 2004, pp ), che va inquadrato in un più generale processo di semplificazione della punteggiatura. A fronte di un ricorso sempre più frequente alla punteggiatura espressiva, infatti (punti esclamativi e punti di sospensione: L Italia è una Re- 8. Per un sintetico ma articolato quadro dell italiano contemporaneo, cfr. D Achille (2010 [2003]). 9. Nei limiti e nelle condizioni emerse da studi come Schneider (1999) e Lombardi Vallauri (2003). 22

9 1. LINGUA pubblica fondata sui puntini di sospensione, scherzava Eco, 1992), sta prendendo piede un «estremismo interpuntorio» (Garavelli, 2003, p. 67). Ovvero un uso che privilegia il sistema bipartito virgola per pausa breve, punto fermo per pausa forte, a scapito della cosiddetta punteggiatura intermedia (due punti e punto e virgola). Non sarà un caso che il T9 di molti telefoni cellulari offra in sequenza punto, virgola, trattino, punto interrogativo, punto esclamativo, apostrofo, chiocciola e solo in fondo alla lista i due punti e il punto e virgola. Ma la tendenza è riscontrabile ben oltre i confini della scrittura digitata. Se ancora nel 2001 tutti i libri finalisti al premio Strega usavano regolarmente il punto e virgola (con l eccezione di Annalucia Lomunno, classe 1972: cfr. Serianni, 2001), nel suo best seller del 2008 La solitudine dei numeri di primi, più di un milione di copie vendute a oggi solo in Italia Paolo Giordano (classe 1982) usa soltanto punti fermi, virgole e qualche sparuto quanto inevitabile punto interrogativo. ICONICITÀ In compenso, due punti e punti e virgola sono molto usati negli emoticons, le faccine ottenute combinando trattini, parentesi e segni di punteggiatura che appaiono con grande frequenza nelle chat e nelle informali, un po meno negli SMS (perché scomode da digitare sulla tastiera del telefono). Le faccine sono una delle tante soluzioni della scrittura digitata miranti a restituire gli aspetti non verbali del parlato faccia a faccia: la mimica, appunto, ma anche l intonazione e il volume della voce, la gestualità. Soluzioni che, da un punto di vista linguistico, si possono definire iconiche. Nella stessa direzione vanno le onomatopee come smack, brrr, eccì, pruuuuuu!; la resa emotiva affidata all uso del maiuscolo («c è il PORCONE mascherato da docile PECORELLA»), all iterazione vocalica (ciaooo, arrivooooo), a trattini e asterischi (che servono a mettere *qualcosa* in particolare e-v-i-d-e-n-z-a). Faccine escluse, non si tratta certo di novità. Moltissimi, ad esempio, i punti di contatto che chat, e SMS presentano con le lettere di adolescenti degli anni ottanta. In quelle lettere, notava Dinale (2001, p. 57), «compaiono numerosi elementi extralinguistici, che possono essere considerati gli equivalenti grafici di risorse espressive non-verbali quali sguardi, gesti, espressioni facciali». E segnalava la presenza di cumuli interpuntivi ispirati alla lingua dei fumetti e della pubblicità (??,!!!,!?!?); di simbolismi iconici e fonici come onomatopee, acrostici, disegnini stilizzati («che 0 0!» che palle! ); di grafie espressive (come le più bbone o ciaoooo); oltre al largo uso di sottolineature, alternanze stampatello/corsivo, freccette e molti altri espedienti grafici (frasi a raggiera, a festone, a 23

10 MODERNITÀ ITALIANA nuvoletta, a quadro). Una iconicità che deve molto anche se non consapevolmente a quella del linguaggio pubblicitario, in cui erano normali fin dai decenni precedenti soluzioni come «cafffè Camerino, il caffè con tre effe» e «la refrigerazione Costan brrrevetta il freddo» (più tardi anche Brr Brancamenta o «siamo tutti soffffffici, soffffffici Fay») e spesseggiavano trovate grafiche come «perché seduti anziché S.D.R.A.I.A.T.I. fino agli USA?» o «cin contriamo con Cin Soda» (cfr. Arcangeli, 2008, p. 58) 10. Fin dagli anni settanta, d altra parte, l iconismo non ha riguardato solo il modo di scrivere le parole, ma anche quello di organizzare e presentare i testi. «Con immagini e iconismi di varia natura, prima il rotocalco poi il quotidiano, hanno cominciato a mimare la visibilità e il parlato-parlato della televisione» (Dardano, 2008 [1994], p. 250). Oggi è normale che in una pagina di giornale «riepiloghi storici, argomenti collaterali, testimonianze, interviste, statistiche, glossari» (insieme a elementi visivi come foto e grafici e a microtesti come sommari, didascalie, trafiletti, riquadri) si dispongano intorno al testo centrale secondo una «struttura a stella» spiccatamente iconica (ibid.). Una tendenza che, fortemente condizionata dall abitudine della lettura a schermo, coinvolge ultimamente anche la scrittura professionale: basti pensare al corredo di elenchi punti, rientri, frecce usato sull esempio della scrittura-cartello veicolata prima dalle diapositive e dai lucidi, poi dalle presentazioni in power point. L ARCHITETTURA DELL ITALIANO CONTEMPORANEO/1 A proposito di iconismo, per rendere anche visivamente l evoluzione dell italiano in questi quarant anni, si è scelto di riportare in fondo a ognuna delle tre parti in cui è strutturato questo contributo uno schema sinottico (FIG. 1). Il primo è quello con cui Wandruska (1974, p. 6), pur riconoscendo che «non è facile raffigurare la polifonia socio-culturale di una lingua umana senza incorrere in geometrizzazioni abusive» (ivi, p. 5), prova a sintetizzare la situazione dell italiano all inizio degli anni settanta. 10. Un aspetto, questo, per cui si potrebbe risalire fino al futurismo, con la sua stretta interazione tra scrittura e arti visive che portava a soluzioni grafiche («fffiiiischia», «goonfio» in una Tavola parolibera di Francesco Cangiullo) o tipografiche («SOLE colossale blocco di sapone» nelle Rarefazioni e parole in libertà di Corrado Govoni) miranti a ricondurre le parole non tanto al senso, quanto ai sensi. Tra tutti, l udito, come nella ben nota Fontana malata di Palazzeschi («Clof, clop, cloch, / cloffete, / cloppete, / clocchete, / chchch») o nel marinettiano Zang rumb tumb («sulla spiaggia del silenzio bulgaro mare agonie eleganti Nizza Menton Sanremo patapum-pluff ONDA fraaaaaah GHIAIA»). 24

11 1. LINGUA FIGURA 1 L architettura dell italiano contemporaneo (Wandruska, 1974) Poetoletti registro letterario LINGUA STANDARD Il punto da cui partire per ricostruire la storia dell italiano moderno è, come s è detto, il dibattito sorto alla metà degli anni sessanta intorno alreligioso filosofico ufficiale giuridico medico scientifico tecnologico sportivo ecc. ecc. locale regionale Regioletti Dialetti lingua parlata familiare popolare Socioletti gerghi Tecnoletti Adottando una terminologia che oggi ci appare datata 11, Wandruska colloca al di sopra della lingua standard un ventaglio di varietà settoriali che scende dai poetoletti (facili all arcaismo) verso i tecnoletti (i più ricchi di «europeismi» e «internazionalismi»). Al di sotto si situano, invece, le varietà locali («utilissimo il termine regioletto»: ivi, p. 6) e quelle socialmente caratterizzate (socioletti, appunto), fino ai gerghi («si pensi ai tecnoletti-socioletti dei vari sottogruppi e sottoculti marginali [...] al gergo hippy, a quello della droga...»: ivi, p. 10). L italiano nella società dei consumi: gli anni settanta e ottanta 11. E rifiutando, invece, quella destinata a diventare di uso generale: «Leiv Flydal sin dal 1952 aveva proposto di nominare («sulla scia del dia-letto e del neologismo saussuriano dia-cronico») diatopico tutto ciò che è varietà regionale, diastratico i vari registri sociali; coniature non molto felici, e ancora meno felice diafasico, aggiunto da Eugenio Coseriu per designare i vari tipi di modalità espressiva» (Wandruska, 1974, p. 4). 25

12 MODERNITÀ ITALIANA le posizioni di Pier Paolo Pasolini. Raccogliendo in volume i principali interventi di quella Nuova questione della lingua, Oronzo Parlangèli confuta recisamente l assunto di Pasolini («cioè che in Italia non esiste una vera e propria lingua nazionale»), ed esclama: «invece, la lingua nazionale esiste ed è vera!» (Parlangèli, 1971 [1969], p. 22). Ma l affermazione, qualche pagina più avanti, si rivela più che altro un auspicio: «una lingua italiana, dignitosa ma non pedante, vivace ma non sguaiata, è un traguardo che merita d essere raggiunto. Quella lingua comune ci appare quasi come un miracolo : ma si potrà raggiungere soltanto se gli Italiani leggeranno più libri, se i giornali saranno più diffusi e più facili, se la TV sarà più istruttiva, ma soprattutto se nella scuola si insegnerà veramente l italiano» (ivi, p. 36). Solo alcune di queste condizioni si realizzeranno negli anni a venire. Eppure, nel giro di due decenni, l italiano riuscirà a diventare finalmente una vera lingua nazionale, superando quegli ostacoli che un secolo di unità politica non era bastato a superare: «Uno è l affermazione nei confronti del dialetto [...]. L altro aspetto è l affermazione di un italiano medio usuale, cioè di un modello linguistico per l uso quotidiano della collettività» (Peruzzi, 1964 [1961], pp. 6-7). DAL DIALETTO ALL ITALIANO REGIONALE Dal primo dei due aspetti ripartivano, nella loro descrizione dell italiano contemporaneo, Giacomo Devoto e Maria Luisa Altieri Biagi (1979 [1968], p. 271): In cento anni di unità nazionale la lingua della «repubblica letteraria» è diventata la lingua di tutti gli italiani [...]. È innegabile che il ruolo dei dialetti, negli ultimi decenni, sia diventato di secondo piano. I dialetti non si pongono più come alternativa: annacquano le loro caratteristiche più spiccate (lessicali, morfologiche, sintattiche, fonetiche) in un progressivo accostamento alla lingua nazionale. La progressiva diffusione della conoscenza dell italiano implica un indebolimento dei dialetti sia sotto il profilo quantitativo (sempre meno persone che si esprimono in dialetto o soltanto in dialetto), sia sotto il profilo qualitativo (progressivo avvicinamento dei dialetti all italiano) 12. Il primo processo è quello più clamoroso ed evidente, con le maggiori 12. È quella che è stata definita la «trasfigurazione dei dialetti» (Francescato, 1986): una tendenza che, nel giro di qualche decennio, ha portato a distinguere nettamente tra dialetto «arcaico» e dialetto «moderno» (Marcato, 2002a, pp ). 26

13 1. LINGUA TABELLA 1 I sondaggi Doxa degli anni settanta e ottanta Domanda: Quando parla con i suoi familiari, lei che cosa fa di solito? parlo con tutti i familiari in dialetto 51,3% 46,7% 39,6% parlo con tutti i familiari in italiano 25,0% 29,4% 34,4% con qualcuno parlo in dialetto e con altri in italiano 23,7% 23,9% 26,0% Domanda: Quando lei parla fuori di casa, cioè con gli amici, con i compagni di lavoro, che cosa fa, di solito? parlo sempre in dialetto 28,9% 23,0% 23,3% parlo più spesso in dialetto 13,4% 13,1% 9,9% parlo sia in dialetto che in italiano 22,1% 22,0% 19,5% parlo più spesso in italiano 12,9% 15,2% 16,3% parlo sempre in italiano 22,7% 26,7% 31,0% ricadute sociali. Se fino agli anni sessanta i dati sulla diffusione di italiano e dialetto possono essere ricavati solo indirettamente da altri fattori (come l alfabetizzazione o il livello di istruzione) 13, dal decennio successivo si comincia a disporre di dati statistici più o meno ampi. I primi sono nel 1974, 1982 e 1988 quelli dei sondaggi Doxa (TAB. 1), in cui veniva chiesto a un campione tra i mille e i duemila intervistati di valutare il proprio modo di parlare. Per quanto riguarda il dialetto, si registra in quindici anni una diminuzione che è all incirca del 10% fuori di casa e del 12% in casa; per l italiano un aumento del 12% fuori di casa e del 9% in casa. Tuttavia, mentre nell uso fuori di casa l italiano supera il dialetto già nel 1982, nell uso in famiglia il dialetto risulta maggioritario ancora alla fine degli anni ottanta. Nello stesso 1988, però, dati diversi emergono da un inchiesta dell ISTAT basata sullo stesso meccanismo dell autovalutazione, ma su un campione molto più ampio. In questo caso, «il linguaggio abitualmente usato in famiglia» è solo o prevalentemente italiano per il 41,9% degli italiani, solo o prevalentemente il dialetto per il 31,9%, sia italiano che dialetto per il 25%; «il linguaggio abitualmente usato con estra- 13. Secondo i calcoli di De Mauro (1970 [1963], p. 131), nel 1951 «per oltre quattro quinti della popolazione italiana il dialetto era ancora abituale e per quasi due terzi [...] era l idioma d uso normale nel parlare in ogni circostanza». 27

14 MODERNITÀ ITALIANA nei» è solo o prevalentemente l italiano per il 64,1%, solo o prevalentemente l italiano per il 13,9%, sia l uno che l altro per il 20,3%. Una situazione nettamente più sbilanciata a favore dell italiano, che stando così le cose sarebbe la lingua di gran lunga più usata con gli estranei, ma anche (sia pure da meno di metà degli italiani) in famiglia 14. In ogni caso, vale ancora a quest epoca l osservazione fatta quasi dieci anni prima da Manlio Cortelazzo (1980, p. 22): «i dialetti, lontanissimi dall estinzione, continuano ad essere usati in circostanze diverse, non come parlata esclusiva, ma in situazioni di diglossia e/o bilinguismo, con acquisti sempre più numerosi e fitti, e non solo nel lessico, dall italiano». L abitudine a parlare l una e l altra lingua porta a una permeabilità sempre maggiore in entrambe le direzioni. Secondo i calcoli fatti da Trifone (2011, pp ) sull edizione digitale del GRADIT, più della metà delle parole dialettali e regionali censite da quel vocabolario è entrata in italiano dopo l Unità (3.648 parole datate tra 1861 e 2000 contro le dalle origini al 1860). In particolare, «nella seconda metà del Novecento, dal 1951 al Duemila, si sarebbero diffuse nella nostra lingua parole dialettali o regionali». Anche se l afflusso si affievolisce via via che il dialetto perde terreno sull italiano: dalla fase di transizione costituita dagli anni Cinquanta [691 parole], all affermazione del consumismo con i suoi stili di vita e i connessi mutamenti sociolinguistici negli anni Sessanta [310 parole], al consolidamento dei processi paralleli di italianizzazione e sdialettizzazione negli anni Settanta [191 parole], fino al superamento del tabù dialettale da parte di una comunità di parlanti ormai largamente italofona negli anni Ottanta [260 parole] e Novanta [212 parole] (ivi, p. 159). I confini tra lingua e dialetto tendono sempre più ad assottigliarsi. Già nel 1959, Giovan Battista Pellegrini soffermava la sua attenzione sul «settore che possiamo definire mediano tra lingua e dialetto», ovvero «tra i due poli opposti della lingua letteraria (o, meglio, italiano standard) e del dialetto schietto (che tende a sparire)». In quel settore potevano individuarsi, «non senza difficoltà di separazione o d individuazione», due varietà distinte: l italiano regionale e le koinài dia- 14. «La discrepanza a favore dell italofonia nei dati ISTAT rispetto a quelli Doxa si potrebbe in parte spiegare con la presenza della classe d età più giovane, molto propensa all italofonia. Nei sondaggi Doxa sono esclusi dall intervista parlanti al di sotto dei quindici anni», nelle inchieste ISTAT si prende in considerazione la popolazione dai sei anni in su (Berruto, 1994, p. 43). 28

15 1. LINGUA lettali o dialetti regionali (Pellegrini, 1975 [1959], pp. 11-2). Ne veniva fuori una stratificazione a quattro livelli italiano, italiano regionale, dialetto regionale, dialetto locale che per diversi anni avrebbe rappresentato, con minime varianti, il modello condiviso del repertorio linguistico italiano 15. Tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, gli studi sull uso del dialetto (Sornicola, 1977; Trumper, 1984; Berruto, 1985) mettono in evidenza la frequenza sempre maggiore, nel parlato spontaneo, dei fenomeni di code switching e code mixing, cioè dell abitudine ad alternare nel discorso le due varietà o a mescolarle anche all interno di una stessa frase. Il rapporto tra lingua e dialetto non è più descrivibile in termini di contrapposizione, e neanche di gradatum a quattro o più livelli, ma di continuum, ovvero di un insieme separato da una serie tendenzialmente infinita di possibilità intermedie che sfumano l una nell altra («continuum con addensamenti», lo definisce Berruto, 1987, p. 29). Come dire che all interno dei due estremi della dialettofonia e dell italofonia esclusiva (limitate sempre più a particolari contesti o situazioni), la comunicazione quotidiana informale è rappresentata ormai da una lingua in cui, in diversa forma e misura, italiano e dialetto vengono mescidati. Sempre in quegli anni, le varietà regionali dapprima «considerate una tappa intermedia verso la standardizzazione linguistica, un passaggio necessario nel lungo cammino che dalla dialettofonia porta all italofonia» conoscono una legittimazione culturale» tale da consentirne «un rilancio prima del tutto imprevedibile» (Sobrero, 1978, p. 210). E questo anche grazie alla rivoluzione avvenuta nella comunicazione radiotelevisiva: con la fortuna e la proliferazione eccezionale delle emittenti locali uno strumento di comunicazione che sino a due-tre anni fa era unanimemente ritenuto il principale fattore di standardizzazione linguistica si è radicalmente trasformato, offrendo all ascoltatore la disponibilità ricettiva e produttiva di un italiano geograficamente connotato, che è, nella maggior parte dei casi, la varietà usata dai presentatori e dagli annunciatori delle emittenti locali (ivi, p. 211). «Le inchieste sull italiano regionale» si avviano così a diventare «la fonte più utile per la conoscenza dell italiano parlato» (Nencioni, 1989 [1973], p. 256) e, giunti agli anni novanta, «la vera realtà parlata dell italiano sono gli italiani regionali» (Mengaldo, 1994, p. 98). 15. Sulla storia e l evoluzione del concetto di italiano regionale, cfr. L italiano e le regioni (2002; in particolare Marcato, 2002b, pp ) e D Achille (2001). 29

16 MODERNITÀ ITALIANA DALL ITALIANO POPOLARE ALL ITALIANO DELL USO MEDIO L italiano regionale, dunque, non è solo la lingua di chi ha per lingua madre il dialetto: è anche in condizioni d informalità una forma d espressione delle persone colte 16. Questo lo differenzia nettamente dal cosiddetto «italiano popolare», varietà individuata per la prima volta da De Mauro (1970a, p. 43: «il modo di esprimersi di un incolto che, sotto la spinta di comunicare e senza addestramento, maneggia quella che ottimisticamente si chiama lingua nazionale») e sistematicamente descritta da Cortelazzo (1976 [1972], p. 11), che la definisce «il tipo di italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto». Esemplificata quasi sempre con esempi di lingua scritta e suscettibile di essere applicata anche a testi prodotti nei secoli precedenti, l etichetta individua stavolta sì quella che oggi si definirebbe un interlingua, vale a dire l insieme di errori comuni dovuti all insufficiente conoscenza di una lingua diversa dalla lingua madre. Questa matrice comune era enfatizzata sia da De Mauro (1970a, p. 43), che parlava esplicitamente di «italiano popolare unitario», sia da Cortelazzo (1976 [1972], p. 13): «sebbene sorto dalla multiforme matrice di innumerevoli varietà dialettali, l italiano popolare presenta sorprendenti caratteri comuni, che lo rendono, al di là delle superficiali variegature di provenienza locale, fondamentalmente unitario nella forma e nella sostanza». Questa «impressione di unitarietà [...] è stata poi molto ridimensionata negli studi successivi» (D Achille, 2011, p. 724), e all etichetta di italiano popolare si è spesso preferita quella di italiano dei semicolti (cioè di coloro che «pur essendo alfabetizzati, non hanno acquisito una piena competenza della scrittura»: D Achille, 1994, p. 40) 17. Ancora per tutti gli anni ottanta, tuttavia, le nozioni di italiano regionale e italiano popolare tenderanno a confondersi e a essere identificate con l «italiano tendenziale» (Mioni, 1983), ovvero con quello che in proiezione si pensava sarebbe diventato l italiano del futuro. Del futuro forse, ma nel presente di quegli anni ancora un italiano scorretto, sbagliato, pieno di usi e costrutti tutt altro che accettati dalla coscienza linguistica collettiva. Un italiano, insomma, al di sotto di quell uso medio che Sabatini (1985) descriveva sulla base di una ventina di fenomeni grammaticali e microsintattici. Tra i principali: l uso di lui, lei e loro in funzione di soggetto 18 ; i tipi c(i) ho ( ci attualizzante ) e il caffè lo bevo amaro per bevo il caffè amaro ( dislocazione ); il ci locativo al posto di 16. Cfr. almeno Sabatini (1985, p. 176); Telmon (1994, p. 609) e Avolio (1994, p. 574). 17. La definizione di semicolti è stata promossa da Bruni (1984, pp ). 18. All altezza dei primi anni novanta, nel Lessico di frequenza dell italiano parlato (LIP), «il rapporto egli/lui è mediamente di 1/20 (ma egli è assente dai testi meno forma- 30

17 1. LINGUA vi; la preferenza per questo rispetto a ciò e per siccome, perché, quando nei confronti di poiché, giacché, allorché; la maggiore diffusione di costrutti con l indicativo al posto del congiuntivo (penso che è bello) e il presente al posto del futuro (domani parto); una generale estensione degli impieghi dell imperfetto indicativo (come nel periodo ipotetico: se lo sapevo non venivo). A un livello che ancora oggi risulta accettato solo in registri informali (e comunque non nello scritto), anche l uso di gli per a lei e a loro ; le forme sto e sta per questo e questa; l uso di costrutti come a me mi o il ragazzo che ci ho parlato ieri. In molti casi come lo stesso Sabatini faceva notare si tratta di usi attestati nella nostra lingua fin da epoca molto antica, a volte corrispondenti a tendenze del parlato che già dall inizio dell Ottocento cominciano a far breccia nello scritto 19. L impiego di lui, lei e loro come pronomi soggetto, ad esempio, è una delle novità introdotte da Alessandro Manzoni nella seconda edizione dei Promessi sposi ( ). I cambiamenti rispetto al passato, dunque, non possono essere definiti in termini di contraddizione, quanto piuttosto di avanzamento quantitativo e soprattutto qualitativo: nel senso, cioè, dell ascesa di alcuni tratti prima relegati alle varietà più basse della lingua fino ai registri di maggior prestigio. Il fatto nuovo è proprio la conquistata accettabilità di quei tratti anche in contesti in cui prima non erano permessi: una «risalita verso la norma (certamente orale, in gran parte anche scritta) di esiti, in genere riscontrabili da tempo nella lingua italiana, fino ad ora considerati non standard, normativamente non accettabili» (Cortelazzo, 1995, p. 109) che fa di questo italiano dell uso medio l equivalente di un «neostandard» (Berruto, 1987, pp e 62-5). DALLA NORMA ALLA CONTESTAZIONE In una lingua viva, d altra parte, la norma è un concetto dinamico, in continua evoluzione. La norma degli utenti scriveva Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere è definita «dal controllo reciproco, dall insegnamento reciproco, dalla censura reciproca»: «tutto questo complesso di azioni e reazioni confluiscono a determinare un conformismo grammaticale, cioè a stabilire norme o giudizi di correttezza o di scorrettezza» (cit. in Tesi, 2005, p. 210). Nel secondo Novecento, svanito il potere modellizzante dei testi letterari, continuano ovviamente a es- li), ella risulta definitivamente scomparso» (Sobrero, 1993, p. 414) e anche nei quotidiani la preferenza per lui/lei/loro risulta schiacciante (Bonomi, 1993, pp ). 19. Tanto che Castellani (1991) li riconduceva all «italiano normale» o «senz aggettivi». 31

18 MODERNITÀ ITALIANA sere tenuti in considerazione i testi normativi per definizione: grammatiche e dizionari. Ma le maggiori responsabilità nel plasmare la sensibilità normativa degli utenti spettano senz altro alla scuola. Proprio su quest aspetto puntava polemicamente l intervento di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana in Toscana. La sua Lettera a una professoressa (1967) ebbe un impatto notevolissimo sulla cultura del tempo, ponendo la questione linguistica al centro della scuola e dunque della società. Convinto che la lingua svolga un ruolo determinante per l integrazione sociale dei poveri, don Milani denunciò la complessità e l artificiosità dell italiano che si insegnava a scuola: «Bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro». Non solo: la lingua aulica insegnata a scuola era a suo modo di vedere dannosa per tutti: «Ai poveri toglie il mezzo di espressione. Ai ricchi toglie la conoscenza delle cose». Di qui l esigenza di «eliminare ogni parola che non usiamo parlando» e il sogno di una lingua «che possa essere letta da tutti, fatta di parola d ogni giorno». Infatti, «è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli» (Lettera, 1967, pp. 18, 104, 96). Molto polemico nei confronti dell insegnamento linguistico impartito a scuola era anche Tullio De Mauro, che già qualche anno prima aveva denunciato la scarsa capacità della scuola nel promuovere realmente l italofonia: Se la situazione linguistica del paese si è andata modificando, se sempre crescente è stato di anno in anno il numero degli italofoni, ciò è dipeso non tanto dall azione della scuola, quanto da altri fattori: industrializzazione, migrazioni interne, urbanesimo, allargamento del dibattito politico a ceti più vasti, adozione dei mezzi di informazione e di spettacolo di massa, hanno consentito e imposto a masse enormi di individui di varie regioni di venire a contatto fra loro e di venire a conoscere la lingua comune (De Mauro, 1977 [1965], p. 21). Di qui la battaglia sostenuta in prima persona da De Mauro (insieme ad altri linguisti) perché quell insegnamento fosse svecchiato nelle forme e nei contenuti: «La scuola tradizionale ha insegnato come si deve dire una cosa. La scuola democratica insegnerà come si può dire una cosa, in quale infinito universo di modi distinti di comunicare noi siamo proiettati nel momento in cui abbiamo da risolvere il problema di dire una cosa» (De Mauro, 1977 [1974], p. 100). Valga, come esempio dell «italiano artificiale veicolato e codificato» dalle grammatiche scolastiche di quegli anni e della perfetta convergen- 32

19 1. LINGUA za tra «grammatica della società e grammatica della lingua», l autodiacronia linguistica di Giuseppe Patota (2009, p. 87), nella quale si riporta un brano della grammatica su cui il futuro linguista dodicenne studiava nel 1968: Roberto e Mariolina Nerelli sono due fanciulli di dodici e di dieci anni. Roberto è il primogenito, Mariolina la secondogenita. Essi abitano, con i loro genitori, a Roma; il loro babbo è funzionario di una Compagnia Aerea e, per questo motivo, viaggia molto. La loro mamma non ha un lavoro extradomestico; ella è una casalinga, accudisce alle faccende di casa con l aiuto di una lavoratrice a ore e si occupa particolarmente dell educazione e dell istruzione dei suoi due bambini. Dopo la diffusione delle Dieci tesi per un educazione linguistica democratica promosse dal GISCEL (1975), si registra, nel campo delle grammatiche scolastiche, una vigorosa ventata innovativa e antinormativa 20. Il libro di grammatica si apre alle nozioni teoriche soprattutto a quelle dello strutturalismo, molto in voga in quegli anni e rinuncia a dare indicazioni assolute su ciò che è giusto o sbagliato: «le regole di una lingua, le leggi che bisogna rispettare nel parlarle, non ci sono imposte da Dio, non sono fissate per l eternità», proclamava Raffaele Simone nel suo Libro d italiano (Simone, 1976, p. 98). Il risultato è, come annota lo stesso Simone (1980, p. 12), che «quanto alla scuola, fino a un decennio fa la si poteva tranquillamente accusare di esser lei l ostacolo più serio ad una seria diffusione dell italiano. [...] Oggi le cose per fortuna non stanno più così». Già con gli anni ottanta, però, le grammatiche scolastiche sarebbero tornate a un atteggiamento più tradizionalmente normativo, sia pure attento alle variazioni legate ai diversi contesti e ai diversi usi della lingua e aperto alle acquisizioni della linguistica scientifica 21. Si era ormai chiusa (con il cosiddetto riflusso verso i valori del privato: lavoro, guadagno, famiglia) la stagione contestataria aperta dal maggio Una contestazione che in pochi anni era stata in grado di cambiare in buona parte il costume linguistico degli italiani. «Moto di democratizzazione profonda, il 1968 ha significato la conquista della parola per categorie di subalterni e di emarginati; è nata la controinformazione; si è affermata una precisa esigenza di controllo sul linguaggio 20. «L interesse e l attenzione degli addetti ai lavori in linguistica nei riguardi dell educazione linguistica sta crescendo con rapidità esponenziale» (Berruto, 1979 [1975], p. 120). Per una rassegna critica delle grammatiche scolastiche disponibili in quegli anni, cfr. Cardona, Simone (1971) e Bertinetto (1974). 21. «Abbiamo avuto da qualche anno a questa parte un ritorno ad antiche certezze: lo studio della grammatica e dell analisi logica, le ragioni della norma, i modelli da tener presente nella pratica dei vari tipi di scrittura» (Dardano, 1994, p. 377). 33

20 MODERNITÀ ITALIANA politico; sono caduti tabù sociali e linguistici» (Dardano, 1978, p. 244). E c è stato anche l affacciarsi alla ribalta nazionale del linguaggio giovanile: una varietà generazionale che negli anni a venire avrebbe dato un importante contributo all italiano colloquiale. Fino alla seconda metà del Novecento, «che i figli [...] cercassero un linguaggio diverso da quello dei padri non passava per la mente né ai genitori né ai professori» (Nencioni, 1988 [1983], p. 104). Se i primi cenni a un gergo delle signorine snob risalgono addirittura al 1940 («Quel Giorgio mi piace un pozzo!», «Oggi mi sento racchia, racchissima», «Mi fa un baffo»: cfr. Lauta, 2006, p. 10), è solo dai primi anni sessanta che si avverte «presso le classi giovanili della media e dell alta borghesia» una «tendenza a sovvertire gli equilibri e i pudori della comunicazione verbale», dando vita a «un linguaggio che oscilla tra il burlesco e il cinico, indulge a esibizionismi snobistici, a invenzioni grottesche, a vocaboli stranieri, dialettali, furbeschi [...]. E lascio i casi di estrema libertà di linguaggio, di turpiloquio, di trivialità», come scriveva nel 1961 Alfredo Schiaffini (cit. ivi, p. 9). Dalla fine degli anni sessanta, in corrispondenza col primo momento storico di vera contrapposizione generazionale, il linguaggio giovanile si trasforma in un fenomeno di massa e tende a essere connotato in senso contestatario. «Il controlinguaggio dei giovani» lo chiama addirittura Lanza (1974), un dizionarietto che raccoglie espressioni in uso ancora oggi come sfiga sfortuna, fuso esaurito o gasato euforico, presuntuoso, e altre scomparse presto come streppo bidone, fregatura o zippo cafone. In realtà, a prevalere è già la funzione ludica e autoidentitaria; la stessa che, scrostata da ogni implicazione politica, caratterizzerà i decenni successivi: «l intenzione non è tanto quella di non farsi capire, quanto quella di riconoscersi come appartenente al medesimo gruppo»; «se c è contestazione, questa non è certo ideologica, bensì linguistica, nelle forme dello stravolgimento, della parodia, del gioco» (Coveri, 1992, pp. 63-4). Tra i portati linguistici del Sessantotto, c è anche la detabuizzazione del turpiloquio. Nei primi anni sessanta, le parolacce si potevano considerare ancora una caratteristica di «ambienti chiusi come scolaresche o caserme», legate a «un tentativo di affrancarsi dalla repressione, analogo a quello del turpiloquio adolescenziale» (Galli de Paratesi, 1969 [1964], p. 58). Qualche anno dopo, sull onda della contestazione, quei «termini interdetti» sono ormai parole alla moda, che fanno tutt uno coi tic linguistici del cosiddetto sinistrese 22. Tra i lemmi dell ironico dizio- 22. Scrive Giorgio Bocca nell introduzione che «il sinistrese è una invenzione linguistica, collettiva e spontanea, di rapida e facile comunicazione, intesa a coprire la mancanza di idee generali e di prospettive per il futuro [...]. Esso è tutto una interlocuzione, 34

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