PER UN NUOVO WELFARE

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1 Gruppo Sinistra Ecologia Libertà Camera dei Deputati gennaio 2015 PER UN NUOVO WELFARE A cura di: Walter Gori

2 PER UN NUOVO WELFARE INDICE Premessa pag. 1 PROPOSTA DI LEGGE Abrogazione del comma 1 dell articolo 5 del decreto legge 47/2014, convertito con modificazioni, dalla legge 80/2014, in materia di occupazione abusiva di immobili pag. 2 PROPOSTA DI LEGGE Istituzione del Reddito minimo garantito pag. 4 MOZIONE su iniziative per il contrasto del Gioco d'azzardo patologico pag. 12 MOZIONE su Infanzia e Adolescenza pag. 16 MOZIONE in materia di Violenze sui minori pag. 22 MOZIONE sui Minori non accompagnati pag. 26 MOZIONE sulle Politiche di genere pag. 29 MOZIONE Emergenza abitativa pag. 34 Proposte emendative SEL al Disegno di legge delega per la riforma del Terzo Settore (C 2617) pag. 36

3 Premessa I documenti parlamentari che trovate nei due Dossier Diritto alla Salute e Per un nuovo Welfare, sono chiaramente, e inevitabilmente, solo una minima parte del lavoro che in questa legislatura stiamo cercando di portare avanti alla Camera con costanza, quotidianamente, attraverso interventi, Interrogazioni, Risoluzioni, Mozioni, Ordini del giorno, emendamenti ai singoli provvedimenti che abbiamo in esame. Si è quindi deciso di selezionare solamente alcuni principali Atti parlamentari, quali Proposte di legge e Mozioni, presentati in questi quasi due anni di legislatura, e che riteniamo quelli più significativi, riguardo ai temi della Salute e delle Politiche sociali. Riguardo in particolare al Dossier Per un nuovo Welfare, abbiamo ritenuto utile integrare i testi delle nostre Proposte di legge e delle Mozioni in materia di politiche sociali, con il recente lavoro emendativo che abbiamo svolto riguardo al disegno di legge delega del Governo di riforma del Terzo Settore e del Servizio civile, perché detta delega è proprio in questi giorni all esame della Commissione Affari sociali della Camera, ed è un tema particolarmente importante che riguarda la revisione della legislazione sul volontariato, la cooperazione sociale, l associazionismo non-profit, le fondazioni e le imprese sociali. Marisa Nicchi 1

4 XVII LEGISLATURA CAMERA DEI DEPUTATI N PROPOSTA DI LEGGE d'iniziativa dei deputati COSTANTINO, SCOTTO, ZARATTI, PELLEGRINO, NICCHI, AIRAUDO, FRANCO BORDO, DURANTI, DANIELE FARINA, FERRARA, FRATOIANNI, GIANCARLO GIORDANO, KRONBICHLER, MARCON, MATARRELLI, MELILLA, PAGLIA, PALAZZOTTO, PANNARALE, PIRAS, PLACIDO, QUARANTA, RICCIATTI, SANNICANDRO Abrogazione del comma 1 dell'articolo 5 del decreto-legge 28 marzo 2014, n. 47, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 maggio 2014, n. 80, in materia di occupazione abusiva di immobili Presentata il 3 luglio 2014 Onorevoli Colleghi! Il decreto-legge n. 47 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 80 del 2014, ha introdotto una serie di disposizioni finalizzate, nelle ottimistiche intenzioni del Governo Renzi, a dare una prima risposta all'emergenza abitativa del nostro Paese. L'articolo 5 reca norme volte a contrastare l'occupazione abusiva di immobili. In particolare il comma 1 prevede, tra l'altro, che chi occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l'allacciamento a pubblici servizi in relazione all'immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge. In pratica chi occupa abusivamente un appartamento non potrà ottenere gli allacciamenti di acqua e gas e non potrà vedersi riconosciuta dal comune la residenza in quell'alloggio. Una norma di dubbia costituzionalità poiché non si possono mettere in relazione eventuali reati, da perseguire secondo le norme del codice di procedura penale o civile, con diritti come quello della residenza e all'allacciamento di servizi fondamentali, come acqua, luce e gas. Le norme per perseguire i reati ci sono e vanno attuate secondo quanto previsto dalle leggi e secondo le procedure stabilite. In secondo luogo, la norma così come scritta si presta a interpretazioni ambigue ed estensive, che possono essere foriere di ulteriore contenzioso, laddove si fa riferimento a chi occupa abusivamente un immobile «senza titolo», in quanto anche coloro che sono sotto sfratto vengono a trovarsi nella fattispecie di occupanti «senza titolo» valido o, meglio, con «titolo scaduto». In linea teorica anche tutti gli immobili privi del certificato di abitabilità sono occupati «abusivamente» e «senza titolo». Insomma, più che a essere finalizzato, come dovrebbe, a contrastare efficacemente la compravendita clandestina o le occupazioni nelle case popolari gestite dalla criminalità, il comma 1 dell'articolo 5 interviene in maniera del tutto generica e soprattutto senza tenere in alcun modo conto la fase di emergenza abitativa sempre più esplosiva, e che dovrebbe essere quindi gestita con estrema cautela e con la massima attenzione verso le categorie coinvolte più deboli ed esposte. La previsione normativa rischia di colpire migliaia di famiglie di sfrattati che sono costrette a occupare un immobile pubblico abbandonato solo perché hanno perso il lavoro e la casa e non ricevono risposte dai comuni, a loro volta privi di risorse adeguate. Ma forse la cosa più grave, per le sue implicazioni dirette, risiede nella negazione della residenza, che tocca uno dei diritti fondamentali dei cittadini. La residenza, infatti, non può essere negata a nessuno perché da questa discendono molti diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione: senza residenza non si può votare (articolo 48 della Costituzione), non ci si può curare (articolo 32 della Costituzione), non si ha diritto il diritto al gratuito patrocinio e quindi alla difesa. Tutto questo riguarda ovviamente anche i 2

5 minori, la cui residenza dipende da quella dei genitori, e che avrebbero difficoltà anche a iscriversi a scuola. L'ottenimento della residenza è un completo diritto soggettivo del cittadino che trova tutela e fondamento nei princìpi generali dell'ordinamento e nella Carta costituzionale. Il concetto giuridico di residenza è contenuto nell'articolo 43 del codice civile, il quale dispone che «il domicilio di una persona è nel luogo in cui ha stabilito la sede dei suoi affari e interessi. La residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale». Sancisce così una sorta di diritto di affermazione dell'esistenza, cioè di registrazione quale cittadino residente ai fini di tutte le rilevazioni statistiche, della distribuzione delle risorse e delle imputazione delle imposte. La residenza è precondizione dell'esercizio dei diritti politici, con particolare riferimento all'iscrizione nelle liste elettorali e alla possibilità di esercitare l'elettorato passivo. Senza la residenza non è possibile, poi, godere a pieno del diritto alla salute, in quanto è condizione per ottenere l'assegnazione di un medico di famiglia, e del diritto allo studio, in quanto è condizione per l'accertamento dell'obbligo scolastico. E, infine, la «residenza legale» in Italia è requisito necessario per ottenere la cittadinanza italiana. Proprio per quanto esposto, la proposta di legge che sottoponiamo alla vostra attenzione abroga il comma 1 dell'articolo 5 del decreto-legge n. 47 del PROPOSTA DI LEGGE Art Il comma 1 dell'articolo 5 del decreto-legge 28 marzo 2014, n. 47, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 maggio 2014, n. 80, è abrogato. 3

6 XVII LEGISLATURA CAMERA DEI DEPUTATI N PROPOSTA DI LEGGE d'iniziativa dei deputati MIGLIORE, DI SALVO, AIELLO, AIRAUDO, BOCCADUTRI, FRANCO BORDO, COSTANTINO, DURANTI, DANIELE FARINA, FAVA, FERRARA, FRATOIANNI, GIANCARLO GIORDANO, KRONBICHLER, LACQUANITI, LAVAGNO, MARCON, MATARRELLI, MELILLA, NARDI, NICCHI, PAGLIA, PALAZZOTTO, PANNARALE, PELLEGRINO, PIAZZONI, PILOZZI, PIRAS, PLACIDO, QUARANTA, RAGOSTA, RICCIATTI, SANNICANDRO, SCOTTO, ZAN, ZARATTI Istituzione del reddito minimo garantito Presentata il 14 ottobre 2013 Onorevoli Colleghi! La presente proposta di legge è il frutto di un lavoro importante e impegnativo realizzato dalla società civile. Essa è stata discussa in decine e decine di assemblee pubbliche e ha trovato il consenso di oltre elettori e di oltre 170 tra associazioni, comitati e forze politiche. Si tratta di una proposta di legge d'iniziativa popolare che, per la presentazione non tempestiva delle sottoscrizioni raccolte, non ha assunto tale veste formale in Parlamento e che i deputati e le deputate di Sinistra Ecologia Libertà (SEL) condividono. Con questo atto vogliamo quindi valorizzare l'importante lavoro di molte associazioni e cittadini, vogliamo seguire la Costituzione la via maestra che richiede il rafforzamento del contributo della società civile e vogliamo rappresentare l'impegno di SEL a favore del reddito minimo garantito. In sede parlamentare, in occasione della discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in merito alla riunione ordinaria del Consiglio dell'unione europea del 27 e 28 giugno 2013, abbiamo presentato una risoluzione che chiedeva al Governo di proporre l'introduzione di un sistema continentale di reddito minimo garantito cofinanziato dagli Stati europei, ricordando che il 21 ottobre 2010 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione sul «reddito minimo nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa». Siamo convinti che, in attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell'unione europea (Carta di Nizza), il reddito minimo sia un diritto sociale fondamentale, destinato a fungere da strumento di protezione della dignità della persona e della sua «possibilità di partecipare pienamente alla vita sociale, culturale e politica». Vi è fin troppo nota per doverla ricordare in questa sede la condizione di profonda crisi in cui tuttora versa la società italiana. Gli ultimi rilevamenti dell'istituto nazionale di statistica (ISTAT) ci hanno restituito ancora una volta un'immagine drammatica: sono 2,8 milioni i lavoratori precari, la disoccupazione è prossima ormai alla soglia inaudita del 12 per cento, con punte che sfiorano il 40 per cento tra i più giovani, tra i disoccupati solo uno su quattro riesce a trovare un lavoro, sempre più spesso precario, entro un anno (dati della Banca d'italia, novembre 2011). I furti dei generi di prima necessità nei supermercati sono aumentati del 7,8 per cento (dato tratto dal «Barometro dei furti nella vendita al dettaglio» a cura del Centre for Retail Research, ottobre 2011). Si aggiungano a tutto questo l'emergere di continui scandali nella gestione delle risorse pubbliche (ammonta a 60 miliardi ogni anno il costo della corruzione, secondo la Corte dei conti), e la perdurante incapacità dei poteri pubblici di agire in modo convincente sul fronte dell'evasione fiscale (l'agenzia delle entrate stima l'evasione fiscale in misura pari a 120 miliardi di euro annui). Il mix esplosivo tra crisi economica e impoverimento di massa da un lato, e corruzione e ingiustizie sociali dall'altro, rende 4

7 sempre meno differibile l'avvio di un'operazione di importante redistribuzione delle risorse. La presente proposta di legge, istitutiva del reddito minimo garantito, si propone di porre un argine alla spirale di declino che sta avviluppando il Paese in modo sempre più grave. La proposta di legge, modellata sugli schemi di tutela del reddito presenti nella maggior parte dei Paesi europei e rispettosa delle indicazioni in materia del Parlamento europeo, prevede un sostegno ai soggetti disoccupati, precariamente occupati o in cerca di prima occupazione pari a 600 euro mensili, oltre integrazioni in beni e servizi a carico delle regioni. Il beneficiario del reddito minimo garantito è tenuto ad accettare eventuali proposte di impiego, purché le stesse siano effettivamente compatibili con la carriera lavorativa pregressa del soggetto e con le competenze, formali o informali, in suo possesso. Sono infine previste deleghe al Governo per la fissazione di un salario minimo orario e per il riordino degli ammortizzatori sociali e della spesa assistenziale in genere, allo scopo di rendere l'insieme del welfare italiano coerente con la nuova misura di garanzia dei minimi vitali. I proponenti auspicano che da tale iniziativa possa finalmente scaturire per l'italia una riforma da lungo attesa, adatta a fornire tutela al cittadino nell'epoca della crisi e della cosiddetta «produzione flessibile». Da troppo tempo il nostro Paese attende che vengano corrette le drammatiche carenze di un sistema di protezione sociale incapace di offrire protezioni adeguate ai soggetti più esposti ai rischi di esclusione sociale: giovani, donne e lavoratori precari primi fra tutti. La Commissione europea ci esorta da anni a combattere quella che definisce la «segmentazione» del nostro mercato del lavoro e ci chiede di adottare in particolare misure in favore del precariato e dei giovani, nonché di adottare forme inclusive e universali di indennità di disoccupazione, oltre che efficienti misure di sostegno al reddito. Risale addirittura al 1992 la prima raccomandazione in questo senso, con la quale veniva chiesto all'italia di adottare misure di garanzia a partire dal reddito minimo come elemento qualificante del modello sociale europeo. Il Parlamento europeo ha adottato nell'ottobre del 2010 a larghissima maggioranza una risoluzione dai toni ancora più netti. È noto che in numerosi Stati europei quando si perde il posto di lavoro si ha la possibilità di accedere ad un sussidio di disoccupazione (in Italia solo il 17,2 per cento di disoccupati riesce a farlo, contro il 94,7 per cento dell'olanda o il 91,8 per cento del Belgio o il 70,9 per cento della Francia o l'80 per cento della Germania) e sappiamo anche che quando questo tipo di misura termina si può ancora avere un sostegno economico quale il reddito minimo garantito. E non si tratta di sostegni simbolici perché l'ammontare medio è pari a circa 600 euro al mese in Belgio, a circa 700 euro in Austria e altrettanti in Irlanda, senza poi menzionare i livelli di tutela offerti dagli ordinamenti scandinavi. È noto poi che oltre al sostegno finanziario i nostri concittadini europei in stato di bisogno possono contare sull'accesso alla casa, ai trasporti, alla cultura o alle misure di supporto per la famiglia o per i figli. La proposta di legge prende le mosse dalla legge della regione Lazio 20 marzo 2009, n. 4, che, seppure solo in via sperimentale, ha introdotto nella regione una misura di reddito garantito dalle caratteristiche fortemente innovative, che molti osservatori hanno salutato con entusiasmo come possibile momento di svolta per le politiche sociali del nostro Paese. Sulla base di quanto previsto nella citata legge regionale e in accordo con le migliori prassi in vigore nei Paesi europei, l'erogazione ha carattere individuale (e non familiare, come molte prestazioni assistenziali del nostro welfare) ed è destinata non soltanto ai soggetti irrevocabilmente esclusi dal mercato del lavoro, ma anche ai soggetti in cerca di prima occupazione o ai lavoratori precariamente occupati o a basso reddito. Le trasformazioni sociali degli ultimi decenni hanno infatti ridimensionato il ruolo del lavoro e della famiglia, baluardi un tempo, rispettivamente, dei diritti di cittadinanza e dell'inclusione sociale in caso di bisogno, e tale mutata condizione rende indispensabile una revisione critica di alcune impostazioni tradizionali della nostra politica assistenziale. Il carattere individuale dell'erogazione non impedisce un'interferenza con il reddito familiare. Infatti se più sono gli aventi diritto all'interno della famiglia (articolo 3, comma 4) l'erogazione individuale decresce (e quella complessivamente a disposizione della famiglia aumenta) secondo delle scale di equivalenza comunemente utilizzate dall'istat per calcolare gli indici di povertà e dunque la situazione di bisogno degli individui. 5

8 L'ammontare in termini monetari per un beneficiario singolo è pari a 600 euro mensili: detta previsione rispetta l'indicazione del Parlamento europeo che ha raccomandato agli Stati membri di prevedere schemi di reddito minimo in misura almeno pari al 60 per cento del reddito mediano. Oltre all'allocazione fissa versata mensilmente la legge prevede di destinare agli aventi diritto con modalità da stabilire con un regolamento di attuazione un contributo economico per fronteggiare spese impreviste. L'accesso al cosiddetto reddito indiretto e alle prestazioni del welfare locale è regolamentato dall'articolo 5 che mira ad ottenere con l'introduzione della nuova misura una complessiva riorganizzazione del sistema di tutele multilivello. La Conferenza unificata è la sede istituzionale individuata per la discussione e la realizzazione di un simile obiettivo. La razionalizzazione del sistema della spesa sociale è un fine perseguito anche dall'articolo 9 che delega il Governo al riordinamento delle principali prestazioni assistenziali erogate dallo Stato, in modo da renderle coerenti con l'istituzione del reddito minimo garantito. La gestione della misura è stata demandata sul piano amministrativo ai centri per l'impiego, seguendo in ciò la buona prassi avviata dalla regione Lazio nell'esperienza sopra menzionata. I centri per l'impiego hanno la dimensione territoriale ottimale e gli strumenti operativi adeguati per situare l'erogazione del beneficio in una più vasta strategia d'intervento ed eventualmente per propiziare l'attivazione del beneficiario con adeguate proposte di tipo lavorativo o formativo. Si stima inoltre che la misura in discussione non sia rivolta in via esclusiva a soggetti definitivamente esclusi dal mondo del lavoro. La procedura amministrativa è strutturata secondo criteri di speditezza, semplificazione e buon andamento; è stabilito che la domanda possa essere presentata anche on line e si postula la rapida capacità del sistema di registrare mutazioni della situazione di fatto del beneficiario che possano comportare di volta in volta un diverso atteggiarsi del diritto al reddito garantito. La previsione di obblighi più o meno stringenti di attivazione da parte del beneficiario è un punto particolarmente sensibile in qualsiasi legislazione in tema di reddito minimo. Una subordinazione troppo netta del beneficiario alle indicazioni e ai desiderata dell'ente erogatore della misura rischia infatti di porsi in frontale contrasto con gli obiettivi perseguiti dalla legge. Va scongiurata la formazione di un mercato del lavoro destinato a soggetti di «serie B», indirizzati verso impieghi di scarsa qualità, dietro minaccia più o meno esplicita di essere privati di ogni residuo sostegno. Le esperienze in Italia dei lavoratori socialmente utili negli anni novanta, così come quelle del cosiddetto workfare in alcuni Paesi europei hanno dato pessima prova di sé e sono decisamente da non replicare. L'articolo 7, comma 5, indica dunque a tale riguardo un punto di equilibrio tra contrapposte esigenze, stabilendo che non opera la decadenza dal beneficio nella ipotesi di non congruità della proposta di impiego eventualmente offerta, ove la stessa non tenga conto del salario precedentemente percepito dal soggetto interessato, della professionalità acquisita, della formazione ricevuta e del riconoscimento delle competenze formali e informali in suo possesso certificate dal centro per l'impiego territorialmente competente attraverso l'erogazione di un bilancio di competenze. La logica del provvedimento è in definitiva quella di imporre un obbligo di qualità delle proposte di attivazione formulate dai centri per l'impiego. Completano la proposta di legge, come già accennato, gli articoli 9, 10 e 11 in materia di salario minimo orario, di riordinamento della spesa assistenziale e di riforma degli ammortizzatori sociali. Ci si propone così di garantire un'adeguata coerenza ai livelli di reddito nei vari momenti della vita lavorativa della persona, con un'appropriata modulazione delle forme di protezione nei casi di disoccupazione di breve o di lunga durata. PROPOSTA DI LEGGE Art. 1. (Istituzione del reddito minimo garantito). 1. Al fine di dare attuazione al diritto fondamentale sancito dall'articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell'unione europea e ai princìpi di cui agli articoli 2, 3, 4 e 38 della Costituzione, è 6

9 istituito il reddito minimo garantito. 2. Il reddito minimo garantito ha lo scopo di contrastare la marginalità, di garantire la dignità della persona e di favorire la cittadinanza, attraverso l'inclusione sociale per gli inoccupati, i disoccupati e i lavoratori precariamente occupati, quale misura di contrasto della disuguaglianza e dell'esclusione sociale nonché quale strumento di rafforzamento delle politiche finalizzate al sostegno economico e all'inserimento sociale dei soggetti maggiormente esposti al rischio di marginalità nella società e nel mercato del lavoro. 3. Le prestazioni del reddito minimo garantito costituiscono livelli essenziali concernenti i diritti sociali che devono essere garantiti in tutto il territorio nazionale, ai sensi dell'articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione. 4. Entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, è emanato il relativo regolamento di attuazione ai sensi dell'articolo 17, comma 1, della legge 23 agosto 1988, n. 400, e successive modificazioni, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri. Art. 2. (Definizioni). 1. Ai fini di cui alla presente legge si intende per: a) «reddito minimo garantito»: l'insieme di forme reddituali dirette e indirette che mirano ad assicurare un'esistenza libera e dignitosa; le forme reddituali dirette consistono nell'erogazione di somme di denaro, quelle indirette nell'erogazione di beni e di servizi in forma gratuita o agevolata da parte dello Stato e di enti territoriali, enti pubblici e privati convenzionati; b) «centri per l'impiego»: le strutture previste dal decreto legislativo 23 dicembre 1997, n. 469; c) «nucleo familiare»: l'insieme delle persone che dividono una medesima abitazione e che, indipendentemente dalla composizione anagrafica, hanno una relazione di coniugio o di tipo genitoriale; d) «lavoratori autonomi»: i lavoratori che prestano attività lavorativa senza vincoli di subordinazione e che sono titolari di partita IVA; e) «lavoratori a tempo parziale»: i lavoratori che prestano attività di lavoro subordinato con un orario di lavoro inferiore a quello normale individuato all'articolo 13, comma 1, della legge 24 giugno 1997, n. 196, e successive modificazioni, o l'eventuale minor orario normale fissato dai contratti collettivi. Art. 3. (Reddito minimo garantito). 1. Il reddito minimo garantito, in relazione alla sua forma reddituale diretta, consiste nell'erogazione di un beneficio individuale in denaro pari a euro l'anno, da corrispondere in importi mensili di 600 euro ciascuno, rivalutati annualmente sulla base degli indici sul costo della vita delle famiglie degli impiegati e degli operai elaborati dall'istituto nazionale di statistica (ISTAT). 2. La persona ammessa a beneficiare del reddito minimo garantito riceve, altresì, un contributo parziale o integrale per fronteggiare le spese impreviste, secondo i criteri e le modalità stabiliti dal regolamento di attuazione di cui all'articolo 1, comma Le somme di cui al comma 1 sono ricalcolate secondo i coefficienti di cui all'allegato A annesso alla presente legge, in ragione del numero dei componenti del nucleo familiare a carico del beneficiario. 4. L'erogazione in denaro del reddito minimo garantito per ogni nucleo familiare è pari alla somma di cui al comma 1, maggiorata secondo i coefficienti di cui all'allegato A annesso alla presente legge. Il regolamento di attuazione di cui all'articolo 1, comma 4, disciplina le modalità di erogazione in caso di presenza di minori o di più aventi diritto all'interno del nucleo familiare, assicurando il principio di pari trattamento tra i coniugi e tra tutti gli aventi diritto. 7

10 5. Le prestazioni di cui al comma 1 non sono cumulabili dai soggetti beneficiari con altri trattamenti di sostegno del reddito aventi natura previdenziale, compresi i trattamenti di cassa integrazione guadagni, nonché con gli altri trattamenti assistenziali erogati dallo Stato indicati nell'elenco di cui all'allegato B annesso alla presente legge. 6. Le prestazioni previste dal comma 1 sono personali e non sono cedibili né trasmissibili a terzi. 7. Le funzioni amministrative di cui alla presente legge, tenuto conto dei criteri di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza, sono attribuite ai centri per l'impiego. La domanda per la concessione del reddito minimo garantito deve essere presentata al centro per l'impiego del luogo di residenza del richiedente. Il centro per l'impiego acquisisce la documentazione necessaria e provvede nel termine di dieci giorni. In caso di mancata risposta la domanda si intende accolta, fatta salva la facoltà di revoca del beneficio in caso di adesione tardiva del provvedimento di reiezione della domanda. Il regolamento di attuazione di cui all'articolo 1, comma 4, disciplina le modalità di presentazione, anche telematica, delle domande e stabilisce gli ulteriori compiti dei centri per l'impiego. Art. 4. (Soggetti beneficiari e requisiti). 1. Sono beneficiari del reddito minimo garantito coloro che, al momento della presentazione della domanda per l'accesso alle prestazioni di cui all'articolo 3, sono in possesso dei seguenti requisiti: a) residenza nel territorio nazionale da almeno ventiquattro mesi; b) iscrizione ai centri per l'impiego, salvo che si tratti di lavoratori autonomi, di lavoratori a tempo parziale o di lavoratori che hanno subìto la sospensione della retribuzione nei casi di aspettativa non retribuita per gravi e documentate ragioni familiari ai sensi dell'articolo 4 della legge 8 marzo 2000, n. 53, e successive modificazioni; c) reddito personale imponibile non superiore a euro nell'anno precedente alla presentazione dell'istanza; d) reddito del nucleo familiare in cui il soggetto richiedente è inserito non superiore all'ammontare stabilito dal regolamento di attuazione di cui all'articolo 1, comma 4. A tale fine il regolamento prevede, comunque, un ragionevole bilanciamento tra il carattere individuale dell'attribuzione e i criteri di equità e solidarietà sociale; e) non aver maturato i requisiti per il trattamento pensionistico; f) non essere in possesso a livello individuale di un patrimonio mobiliare o immobiliare superiore a quanto stabilito dal regolamento di attuazione di cui all'articolo 1, comma 4. Il regolamento assicura che nella determinazione della soglia patrimoniale oltre la quale si perde il diritto al reddito minimo garantito non si tenga conto della proprietà di un immobile residenziale adibito ad abitazione principale del beneficiario, né degli altri beni mobili o immobili necessari alla soddisfazione dei bisogni primari della persona, indicati dall'articolo 5, comma 2. Art. 5. (Compiti delle regioni e degli enti locali). 1. In sede di Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, sono definite, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, le linee guida per il riconoscimento e per l'erogazione di prestazioni di reddito minimo garantito nelle forme dirette e indirette, ulteriori e aggiuntive rispetto a quanto previsto dall'articolo Le linee guida di cui al comma 1 stabiliscono le modalità con cui: a) garantire la circolazione gratuita, previo accordo con gli enti e con i soggetti privati interessati, sui mezzi di trasporto pubblico locale e regionale su gomma, rotaia e metropolitano; b) favorire la fruizione di attività e di servizi di carattere culturale, ricreativo o sportivo; c) contribuire al pagamento delle forniture di pubblici servizi; d) garantire la fornitura gratuita dei libri di testo scolastici; 8

11 e) erogare contributi per ridurre l'incidenza del costo della locazione dell'immobile adibito ad abitazione principale sul reddito dei soggetti beneficiari di cui all'articolo 4, titolari del contratto di locazione; f) garantire la gratuità delle prestazioni sanitarie; g) erogare somme in denaro aggiuntive rispetto a quelle di cui all'articolo 3, tenuto conto delle particolari esigenze di protezione e di sostegno nei differenti contesti territoriali. 3. Le regioni che intendono partecipare al raggiungimento degli obiettivi definiti nelle linee guida di cui al comma 1, di concerto con i comuni e con gli enti locali, stabiliscono un piano d'azione annuale e un piano d'azione triennale, nel quale definiscono la platea dei beneficiari e il contenuto dei diritti da garantire che eccedono i livelli essenziali di cui all'articolo 3. Art. 6. (Durata del beneficio e obblighi del beneficiario). 1. Il provvedimento di concessione del reddito minimo garantito ha una durata di dodici mesi. Alla scadenza del periodo indicato, il beneficiario che intende continuare a percepire il reddito minimo garantito è tenuto a presentare una nuova domanda al centro per l'impiego competente con le modalità stabilite dal regolamento di attuazione di cui all'articolo 1, comma Il beneficiario è tenuto a comunicare tempestivamente al centro per l'impiego, con le modalità stabilite dal regolamento di attuazione di cui all'articolo 1, comma 4, ogni variazione della propria situazione reddituale, lavorativa, familiare o patrimoniale rilevante ai fini dell'erogazione del reddito minimo garantito. Art. 7. (Sospensione, esclusione e decadenza dalle prestazioni). 1. Nel caso in cui uno dei beneficiari di cui all'articolo 4, comma 1, all'atto della presentazione della domanda o nelle successive sue integrazioni, dichiari il falso in ordine anche a uno solo dei requisiti previsti, l'erogazione delle prestazioni di cui all'articolo 3 è sospesa e il beneficiario medesimo è tenuto alla restituzione di quanto indebitamente percepito ed è escluso dalla possibilità di richiedere l'erogazione di tali prestazioni, pur ricorrendone i presupposti, per un periodo doppio di quello nel quale ne ha indebitamente beneficiato. 2. Il beneficiario decade dal diritto al reddito minimo garantito al compimento di sessantacinque anni di età ovvero al raggiungimento dell'età pensionabile. 3. La decadenza dalle prestazioni di cui all'articolo 3 opera nel caso in cui il beneficiario venga assunto con un contratto di lavoro subordinato o parasubordinato, ovvero nel caso in cui lo stesso svolga un'attività lavorativa di natura autonoma e, comunque, qualora percepisca un reddito imponibile superiore al limite di cui all'articolo 4, comma 1, lettera c). 4. La decadenza opera, altresì, nel caso in cui il beneficiario rifiuti una proposta di impiego offerta dal centro per l'impiego territorialmente competente. 5. La decadenza di cui al comma 4 non opera in caso di non congruità della proposta di impiego, qualora la stessa non tenga conto del salario precedentemente percepito dal soggetto interessato, della professionalità acquisita, della formazione ricevuta e del riconoscimento delle competenze formali e informali in suo possesso certificate dal centro per l'impiego territorialmente competente attraverso l'erogazione di un bilancio di competenze. 6. In caso di rifiuto, di sospensione o di decadenza dalle prestazioni di cui all'articolo 3 i centri per l'impiego rendono un provvedimento motivato da notificare all'interessato. Gli atti riguardanti tutte le controversie relative alla presente legge sono esenti da imposte, tasse e oneri comunque denominati. Art. 8. 9

12 (Oneri derivanti dal reddito minimo garantito). 1. Il reddito minimo garantito è erogato dall'istituto nazione della previdenza sociale (INPS) a seguito di comunicazione del centro per l'impiego competente. 2. Al fine di cui al comma 1 sono trasferite dal bilancio dello Stato all'inps le somme necessarie, con conguaglio, alla fine di ogni esercizio finanziario, sulla base di specifica rendicontazione. 3. Per il finanziamento del reddito minimo garantito di cui all'articolo 3 è istituito un fondo presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, in cui confluiscono dotazioni provenienti dalla fiscalità generale. Art. 9. (Delega al Governo in materia di riordinamento della spesa assistenziale). 1. Il Governo è delegato a provvedere, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, al riordinamento della disciplina delle prestazioni assistenziali erogate dallo Stato, di cui all'allegato B annesso alla presente legge, secondo il seguente principio e criterio direttivo: assicurare la compatibilità di tali prestazioni con il reddito minimo garantito previsto dalla presente legge. Art. 10. (Delega al Governo in materia di ammortizzatori sociali). 1. Il Governo è delegato a riformare, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, la disciplina degli ammortizzatori sociali, secondo il seguente principio e criterio direttivo: introdurre un sussidio unico di disoccupazione, esteso a tutte le categorie di lavoratori in stato di disoccupazione, indipendentemente dalla tipologia contrattuale di provenienza e dall'anzianità contributiva e assicurativa. Art. 11. (Istituzione del salario minimo garantito). 1. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presenta legge, il Governo provvede a stabilire le modalità di determinazione del compenso orario minimo applicabile a tutti i rapporti aventi ad oggetto una prestazione lavorativa, inclusi quelli di natura parasubordinata e quelli con contenuto formativo. 2. Il salario base dei lavoratori dipendenti e parasubordinati non può essere determinato in misura tale che il reddito del lavoratore risulti inferiore a quello che risulterebbe dall'applicazione del compenso orario minimo di cui al comma 1. ALLEGATO A (Articolo 3, commi 3 e 4) Coefficienti di maggiorazione del reddito minimo garantito in ragione del numero di familiari a carico Numero di componenti Coefficiente Beneficio erogato , , ,

13 5 3, ALLEGATO B (Articoli 3, comma 5, e 5, comma 1) Prestazioni assistenziali erogate dallo Stato oggetto di riordino Denominazione della misura Riferimento legislativo Assegno sociale Legge n. 335 del 1995 Pensione sociale Articolo 26, della legge n. 153 del 1969 Assegno ai nuclei familiari numerosi Articolo 65, della legge n. 448 del 1998 Assegno di maternità di base Articolo 74 del testo unico di cui al decreto legislativo n. 151 del 2001 Pensione di inabilità Legge n. 118 del 1971 Indennità di frequenza Legge n. 118 del 1971 Assegno di invalidità Legge n. 118 del 1971 Pensione per i ciechi Legge n. 66 del 1962 Pensione ai sordi Legge n. 381 del 1970 Social card minori Social card anziani Decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008 Decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del

14 MOZIONE iniziative per il contrasto del Gioco d'azzardo patologico presentato da NICCHI Marisa testo di Venerdì 16 gennaio 2015 La Camera, premesso che: il purtroppo costante aumento in questi ultimi anni delle offerte di gioco pubblico, sempre nuove e invasive, con il conseguente forte aumento della domanda indotta, è stato favorito anche da una situazione sociale, quale quella di una crisi economica in atto, che spinge sempre più persone a cercare nella fortuna la possibile uscita dalle difficoltà economiche; soprattutto in questi ultimi anni lo Stato ha incentivato l'offerta di nuovi giochi, che gli hanno garantito un evidente, e molto «facile» ritorno in termini di consistenti entrate tributarie, senza però tenere in debito conto le ricadute sociali ed economiche fortemente negative connesse a questa decisione. Il gioco d'azzardo compulsivo è una forma morbosa che si sta sempre più trasformando in un'autentica malattia sociale; la scelta di incrementare il settore del «gioco pubblico» nel nostro Paese, se ha avuto alcuni aspetti positivi legati a una riduzione delle offerte di gioco illegali, oltre all'aumento conseguente delle entrate erariali, sta mostrando però forti e sempre più preoccupanti ricadute negative in termini di «spesa sociale». Il dilagare dei giochi e l'influenza che essi esercitano soprattutto sui soggetti psicologicamente più fragili, stanno infatti determinando e determineranno sempre di più, conseguenze pesanti a livello sociale e sulla vita di molte persone e famiglie. A questo va aggiunta l'attrattiva che questo settore esercita per le organizzazioni malavitose che hanno capitali da riciclare; la ricerca pubblicata nel 2009 dall'eurispes, ha evidenziato come il fatturato dell'industria del gioco, la pone come il terzo settore del Paese; il 2 agosto 2012, la Commissione affari sociali della Camera, ha approvato il Documento conclusivo relativo all'indagine conoscitiva relativa agli aspetti sociali e sanitari della dipendenza dal gioco d'azzardo; quanto emerso dalla suddetta indagine conoscitiva, gli italiani spendono 1200 euro procapite all'anno per i giochi e l'universo dei giocatori è di 30 milioni di persone, delle quali, come riferito in primo luogo dall'associazione Libera, ma ribadito anche da altri soggetti auditi, sono a rischio di dipendenza circa 2 milioni mentre sono 800 mila i giocatori patologici; se in Italia si stimano in 393 mila i tossicodipendenti, i giocatori patologici sono il doppio; giocano le persone che anche in passato cercavano di risolvere i problemi economici con il gioco, ma ora la platea si è enormemente allargata e questo ha determinato l'ampliamento della fascia della dipendenza. Sono interessati con una certa prevalenza i ceti meno abbienti e le persone più povere da un punto di vista relazionale che cercano, attraverso il gioco, di coltivare un sogno che talvolta però si traduce in un incubo. Il fenomeno è legato alla scarsa diffusione della cultura scientifica ed alla larga tendenza a convincersi di poter acquistare un sogno; a giocare di più sono gli uomini, con bassa scolarizzazione e tra questi prevalgono coloro hanno una situazione lavorativa precaria; secondo l'anci, che riferisce ricerche condotte sulla materia, il 10 per cento gioca ad almeno 6 o più giochi, il 10 per cento gioca più di tre volte alla settimana. Il 4,2 per cento spende 12

15 parecchie centinaia di euro al mese. Il 7,2 per cento è rappresentato da giocatori a rischio e di questi il 2,1 per cento ha le caratteristiche del giocatore patologico; quando l'impulso a giocare si fa persistente, e diventa difficile porvi dei limiti, il gioco d'azzardo si definisce patologico, ossia diventa una vera e propria malattia. Il giocatore patologico è colui che gioca più denaro di altri, più a lungo e più spesso di quanto lui stesso ha previsto e soprattutto più di quanto si può permettere. E ciò accade perché ha perso la libertà di astenersi; sono migliaia i giocatori patologici in terapia nei SERD (servizio per le dipendenze), ossia i centri per le dipendenze delle nostre Asl, che ora si occupano con zero risorse in più oltre che di alcolisti, tossicodipendenti e altro, anche dei malati da gioco. Altri malati si appoggiano invece ad associazioni di volontariato e centri di ascolto. Tra queste persone in cura nei SERD, circa il 40 per cento sono precari, disoccupati, pensionati, casalinghe, fasce deboli della popolazione; molto spesso poi, il gioco d'azzardo patologico (g.a.p.) è accompagnato da altre dipendenze, quali alcool, sostanze stupefacenti, e pertanto si rende necessario instaurare percorsi di cura integrati fra SERD e i centri per la salute mentale; una più recente indagine sul gioco d'azzardo nei minori, condotta da Datanalysis e promossa da SIMPe e l'osservatorio Nazionale sulla salute dell'infanzia e dell'adolescenza (Paidòss) e presentata all'international Pediatric Congress on Environment, Nutrition and Skin Diseases, organizzato a Marrakech dal 24 al 26 aprile 2014, ha evidenziato come sono circa 800 mila gli adolescenti italiani fra i 10 e i 17 anni che giocano d'azzardo e 400 mila i bimbi fra i 7 e i 9 anni che si sono già avvicinati al mondo di lotterie, scommesse sportive, bingo e altro. Inoltre in più della metà delle famiglie, i computer di casa non hanno filtri per impedire di accedere ai siti per il gioco on-line vietati ai minori. Si tratta di uno studio che tratteggia scenari preoccupanti, per questo parte dai pediatri dalla SIMPe, la società italiana medici pediatri, una campagna di sensibilizzazione «Ragazzi in gioco» rivolta ai professionisti e agli studenti delle scuole; la medesima indagine, ha segnalato come il 35 per cento degli adulti conosce ragazzini che frequentano sale giochi e in un caso su tre vi ha incontrato minori, dai quali peraltro ha ricevuto la richiesta di giocare al loro posto per eludere i divieti che impediscono alcune tipologie di scommesse a chi non è maggiorenne; come ricordato dalla campagna di sensibilizzazione di «Mettiamoci in gioco» contro i rischi del gioco d'azzardo, presentata il 14 novembre 2014, e promossa da Acli, Ada, Adusbef, Anci, Anteas, Arci, Associazione Orthos, Auser, Aupi, Avviso Pubblico, Azione Cattolica Italiana, Cgil, Cisl, Cnca, Conagga, Ctg, Federazione Scs-Cnos/Salesiani per il sociale, Federconsumatori, FeDerSerD, Fict, Fitel, Fp Cgil, Gruppo Abele, InterCear, Ital Uil, Lega Consumatori, Libera, Scuola delle Buone Pratiche/Legautonomie-Terre di mezzo, Shaker-pensieri senza dimora, Uil, Uil Pensionati, Uisp, il gioco d'azzardo ha conosciuto una fortissima crescita nel nostro Paese, che rimane tra i primi al mondo per consumo di giochi. Si è passati da un fatturato di 24,8 miliardi di euro nel 2004 agli 88,5 miliardi di euro del Solo nel 2013 vi è stato un leggero calo del fatturato (84,7 miliardi di euro); come sottolineato dal comunicato della suddetta campagna, il 56,3 per cento del fatturato viene dagli «apparecchi» (slot machine e VLT), ma è in significativa ascesa il gioco on-line; al crescere del fatturato non sono però seguiti maggiori introiti per le casse dello Stato. Come ricorda il comunicato della campagna «Mettiamoci in gioco», nel 2004, l'erario ha incassato dal gioco azzardo 7,3 miliardi di euro (il 29,4 per cento del fatturato complessivo), mentre nel 2013 ha registrato un'entrata di 8,1 miliardi (pari al 9,5 per cento del fatturato, nel 2013 era stato addirittura il 9 per cento). Dunque, una cifra non indifferente per le finanze pubbliche, ma molto più bassa del giro d'affari attivato dal settore, con le sue pesanti ricadute sociali e sanitarie che comportano un notevole dispendio di risorse economiche per farvi fronte; va ricordato che il 29 gennaio 2014, è stata depositata alla Camera una proposta di legge d'iniziativa popolare recante «Disposizioni per il divieto del gioco d'azzardo», che propone una soluzione radicale del problema, ossia il divieto assoluto e totale dei giochi con puntata di denaro, 13

16 da considerare giochi d'azzardo (uniche eccezioni: il lotto, escluso il lotto istantaneo, le lotterie nelle loro varie forme e le scommesse sugli eventi sportivi); il CNR stima in 17 milioni (42 per cento delle persone residenti in Italia tra i 15 e i 64 anni) il numero di coloro che hanno giocato almeno una volta in un anno, in 2 milioni gli italiani a rischio minimo e in circa un milione i giocatori ad alto rischio ( mila) o già patologici ( mila); le patologie connesse alla dipendenza da gioco d'azzardo ancora oggi non sono state inserite all'interno dei livelli essenziali di assistenza (Lea), nonostante che già l'allora decreto-legge n. 158 del 2012 (cosiddetto decreto Balduzzi) avesse previsto che l'aggiornamento dei Lea, comprensivo di dette patologie, avrebbe dovuto essere aggiornato entro dicembre 2012; la legge n. 190 del 2014 (legge di stabilità per il 2015) ha disposto uno stanziamento a partire dal 2015, nell'ambito delle risorse destinate al finanziamento del Servizio sanitario nazionale, di una quota pari a 50 milioni di euro da destinare alla prevenzione, alla cura e alla riabilitazione delle patologie connesse alla dipendenza da gioco d'azzardo; inoltre, in attesa del riordino della disciplina in materia di giochi pubblici che discenderà dai decreti attuativi di cui all'articolo 14 della legge n. 23 del 2014, (cosiddetta delega fiscale) volti, tra l'altro, ad affrontare la spinosa questione della rimodulazione degli aggi e dei compensi ai concessionari dei giochi, la suddetta legge di stabilità 2015 interviene prevedendo, a fini condonistici, una maggiore imposizione fiscale per quegli operatori del settore presenti nel nostro Paese senza una regolare licenza; dette disposizioni, che vorrebbero operare nel solco di assicurare una maggiore tutela delle fasce sociali più deboli ed esposte, e dei minori d'età, nonché una maggiore prevenzione e contrasto alla «ludopatia», sono però affiancate, con una sorta di vera e propria schizofrenia normativa, da norme che testimoniano l'inconfessato obiettivo del Governo di proseguire con politiche espansive dell'azzardo; lo Stato conta infatti di incassare nel triennio , grazie a giochi, lotto e lotterie, circa 35,7 miliardi di euro così ripartiti: oltre 11,85 miliardi nel 2015; 11,88 miliardi nel 2016; 11,95 miliardi nel 2017, con un aumento dell'entrate tributarie pari a +2,5 per cento; va inoltre segnalato come il Governo, interrogato lo scorso 21 ottobre 2014 presso la Commissione finanze con l'atto di sindacato ispettivo n. 5/03835 con il quale veniva sollevata la questione della mancata pianificazione nazionale di cui all'articolo 7, comma 10 del decreto legge n.158 del 2012, (cosiddetto decreto Balduzzi) da parte all'amministrazione autonoma dei monopoli, alla quale lo stesso decreto attribuisce competenza decisoria esclusiva in tema di distribuzione delle sale giochi sul territorio, ed il mancato coinvolgimento fino ad oggi degli enti locali al procedimento di autorizzazione e di pianificazione, come del resto previsto dalla stessa legge di delega fiscale, ha dato una risposta, ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo, elusiva che non solleva quei comuni che nel frattempo hanno, invece, stabilito con proprio regolamento per ragioni di ordine pubblico distanze minime dai luoghi sensibili dal soccombere ai ricorsi presentati nei loro confronti, impegna il Governo: a provvedere in tempi rapidi all'aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza (Lea), e all'inserimento all'interno dei medesimi, delle patologie connesse alla dipendenza da gioco d'azzardo; ad attivarsi fin da subito, con proprie iniziative normative, affinché la propaganda pubblicitaria del gioco d'azzardo, in tutte le sue forme, venga vietata nel territorio nazionale; ad assumere iniziative per stanziare ulteriori indispensabili risorse a integrazione di quelle, peraltro insufficienti, già previste dalla legge n. 190 del 2014, per la prevenzione, la cura e la riabilitazione delle patologie connesse alla dipendenza da gioco d'azzardo, con particolare 14

17 riferimento al rafforzamento dei SERD (servizi per le dipendenze) per la presa in carico dei giocatori patologici; a prevedere, laddove necessario, opportune forme di sostegno finanziario anche diretto, nei confronti dei soggetti coinvolti e dei loro nuclei familiari; a individuare, quale ulteriore fonte di finanziamento della cura e riabilitazione per le suddette patologie, una quota delle entrate derivanti dal gioco lecito a carico quindi sia dello Stato che dei concessionari e gestori nonché una quota delle sanzioni comminate a concessionarie o gestori degli apparecchi da gioco; a individuare forme e modalità premiali e un pubblico riconoscimento agli esercizi commerciali che si impegnano, per un determinato numero di anni, a rimuovere o a non installare apparecchiature per giochi con vincita in denaro; a introdurre idonei sistemi automatici per impedire l'accesso alle slot e ai giochi on-line, da parte dei minori; ad assumere iniziative per vietare l'esercizio di nuove sale da gioco e di nuovi punti vendita in cui si esercita come attività principale l'offerta di scommesse a una distanza inferiore a 500 metri da scuole di ogni ordine e grado, strutture sanitarie, luoghi di culto, centri di aggregazione e altri luoghi sensibili, prevedendo nelle more dell'applicazione della suddetta distanza minima nonché dell'emanazione dei decreti attuativi di cui al citato articolo 14 della legge n. 23 del 2014, che l'amministrazione autonoma dei monopoli si uniformi, con proprie direttive, a quanto ad oggi già disposto dai singoli comuni in tema di regolamentazione di distanze dai luoghi sensibili, al fine di dare tempestiva regolamentazione ad un settore particolarmente delicato; ad assumere comunque, per quanto di competenza, iniziative normative che attribuiscano ai sindaci competenze in materia di apertura, ubicazione e orari delle sale da gioco; a introdurre un criterio per regolare e limitare le nuove autorizzazioni e sospendere la proliferazione dei giochi d'azzardo, individuando opportuni parametri a cui agganciarsi, quali, per esempio il tasso di crescita del Paese, o un determinato rapporto tra le autorizzazioni per nuove sale giochi e i cittadini residenti; ad agevolare, per quanto di propria competenza, l iter delle proposte di legge in materia, già all'esame della Commissione affari sociali della Camera dal settembre ( ) «Nicchi, Matarrelli, Paglia, Ricciatti, Ferrara, Franco Bordo, Scotto». 15

18 MOZIONE Infanzia e adolescenza presentato da NICCHI Marisa testo di Martedì 19 novembre 2013 La Camera, premesso che: in base agli ultimi dati Istat, in Italia vivono in situazione di povertà relativa minorenni, pari al 17,6 per cento di tutti i bambini e gli adolescenti. Il 7 per cento dei minorenni vive in condizioni di povertà assoluta, pari a persone di minore età; la quota è del 10,9 per cento nel Mezzogiorno, rispetto al 4,7 per cento nel Centro e nel Nord del Paese; negli ultimi anni il reddito delle famiglie degli adolescenti in stato di povertà assoluta è diminuito del 31 per cento; come riporta la relazione al Parlamento dell'autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, presentata il 13 maggio 2013, il dato che più di altri ci aiuta ad individuare il fallimento delle politiche sinora adottate è quello relativo al rischio di povertà ed esclusione sociale per i bambini e gli adolescenti che vivono in famiglie con tre o più minorenni: esso è pari al 70 per cento nel Mezzogiorno, a fronte del 46,5 per cento a livello nazionale. Settanta su cento minorenni che nascono in una famiglia numerosa del Mezzogiorno d'italia rischiano di essere poveri; la suddetta relazione dell'autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza ricorda come la comparazione con altri Stati industrializzati ci aiuta a ponderare meglio la situazione: «l'unicef, nella Report card n. 11 Benessere dei bambini e degli adolescenti nei Paesi ricchi (aprile 2013) ci informa che nella classifica del benessere dei bambini l'italia occupa il 22 o posto su 29 Paesi: alle spalle di Spagna, Ungheria e Polonia e prima di Estonia, Slovacchia e Grecia. L'Italia risulta il paese con il tasso neet (not in education, employment or training) più elevato tra tutti Paesi industrializzati, dopo la Spagna. L'11 per cento dei nostri giovani tra 15 e 19 anni non sono iscritti a scuola, non lavorano e non frequentano corsi di formazione»; le peggiori condizioni di privazione ricadono, peraltro, sui figli degli immigrati, sui bambini delle famiglie giovani o i bambini con un solo genitore, spesso la madre, che, per il tasso di impiego delle donne molto più basso della media europea, non riesce a mantenere il bambino; già nella relazione del 2012 l'autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza aveva sollevato la problematica relativa all'impatto negativo della mancanza di investimenti, da parte della Stato, a favore dell'infanzia e dell'adolescenza; al forte ridimensionamento dell'intervento pubblico in questo ambito si aggiunga la mancata definizione dei livelli essenziali delle prestazioni da garantire su tutto il territorio nazionale; il fondo per le politiche sociali è stato in questi ultimi anni costantemente definanziato. Lo stesso fondo nazionale per l'infanzia e l'adolescenza, finanziato annualmente dalla legge di stabilità, ha visto ridursi negli anni la sua dotazione finanziaria: se la legge di stabilità per il 2012 stanziava quasi 40 milioni di euro per il 2012, la legge di stabilità attualmente all'esame del Parlamento stanzia per il 2014 meno di 28,7 milioni di euro. Ciò si è tradotto in una riduzione in due anni del 28 per cento delle risorse assegnate al medesimo fondo nazionale per l'infanzia e l'adolescenza; 16

19 vale la pena riportare un passaggio della suddetta ultima relazione al Parlamento laddove si sottolinea come «l'autorità non manca di ricordare alle istituzioni i già richiamati costi sociali ed economici dei mancati investimenti sull'infanzia e l'adolescenza e quello che sarà l'impatto di essi sull'italia del presente ma soprattutto del futuro»; il 20 maggio 2013 l'associazione onlus Save the children ha presentato un rapporto, in concomitanza dell'avvio di una campagna sull'infanzia, per accendere i riflettori sulla condizione dei minori in Italia; secondo il rapporto dell'organizzazione, sono quattro i principali pregiudizi determinati dalle politiche pubbliche ai danni di bambini e adolescenti: il taglio dei fondi per minori e famiglia, la mancanza di risorse per una vita dignitosa, il basso livello di istruzione e il lavoro. L'Italia è al 18 o posto per la spesa per l'infanzia e la famiglia pari all'1 per cento del prodotto interno lordo. Quasi il 29 per cento di bambini sotto i 6 anni vive ai limiti della povertà, tanto che il nostro Paese è al 21 o posto in Unione europea per rischio povertà ed esclusione sociale fra i minori di età 0-6 anni e il 23,7 per cento vive in stato di deprivazione materiale. Ancora, il nostro Paese è al 22 o posto per quanto riguarda il basso livello d'istruzione e per dispersione scolastica ed è all'ultimo posto per tasso di laureati; il rapporto mette in evidenza come «tutta la politica italiana nei confronti dell'infanzia appare caratterizzata da evidenti amputazioni e protesi : 1) l'assenza di un piano organico di contrasto alle povertà minorili e di interventi di sostegno alle famiglie in questa condizione (agevolazioni fiscali, voucher ed altro); 2) l'assenza di politiche organiche e attive di sostegno al lavoro femminile e alla conciliazione lavoro-famiglia; 3) l'impalpabilità del sistema di servizi per la prima infanzia in tante regioni del Mezzogiorno e il suo ritardo anche in alcune aree del Centro e del Nord; 4) la fragilità del sistema di orientamento e formazione professionale soprattutto nel Mezzogiorno, malgrado le significative riforme degli ultimi dieci anni; 5) l'assenza di un programma urgente di investimenti per il recupero e la ristrutturazione dell'edilizia scolastica; 6) la mancata riforma legislativa per garantire la cittadinanza ai minori di origine straniera nati in Italia»; il generale impoverimento delle generazioni più giovani va in parallelo con una colpevole disattenzione nei loro confronti, che si sta traducendo in una gravissima privazione di prospettive. Da qui la richiesta avanzata dall'organizzazione Save the children, per un piano specifico di contrasto alla povertà minorile, per un piano d'investimento a favore dell'istruzione pubblica e per un nuovo piano per l'utilizzo dei fondi europei; finora il nostro Paese non si è dato obiettivi precisi per la riduzione della povertà minorile e non esiste nessun piano serio di intervento al riguardo; si rileva tutta questa «disattenzione», nonostante il fatto che la Commissione europea abbia inserito tra i principali obiettivi dei Governi degli Stati dell'unione europea la prevenzione e la lotta alla povertà minorile; a giugno 2013, l'istat ha reso noti gli indicatori demografici per il 2012, confermando un saldo naturale (differenza tra nati e morti) negativo rispetto al 2011 per unità, che rappresenta un picco negativo mai raggiunto prima. Il numero dei nati è diminuito rispetto al 2011 ( , pari a -2,3 per cento), seguendo un andamento già registrato a partire dal 2009; a livello nazionale si conferma, quindi, la tendenza alla diminuzione delle nascite già osservata negli anni ; uno dei principali problemi del nostro Paese, che contribuisce fortemente ai costante calo demografico, risiede principalmente nella sostanziale assenza di mirati aiuti finanziari, di adeguati servizi all'infanzia a supporto delle famiglie e di politiche mirate a sostenere le pari opportunità tra uomini e donne; non è solo il reddito della famiglia a determinare la condizione di povertà di un bambino, ma è fondamentale poter contare anche su una rete di opportunità e di servizi, come l'asilo nido e una scuola di qualità, così come di spazi adeguati per il gioco e il movimento; dal rapporto Istat presentato il 25 luglio 2013 sull'offerta comunale di asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia in Italia emerge che i bambini che usufruiscono di asili 17

20 nido comunali o finanziati dai comuni variano dal 3,5 per cento al Sud al 17,1 per cento al Nord- Est, mentre la percentuale dei comuni che garantiscono la presenza del servizio varia dal 24,3 per cento al Sud all'82,6 per cento al Nord-Est; uno dei problemi strutturali dell'italia è, peraltro, l'evidente carenza di strutture per l'infanzia e di asili nido comunali e un quadro avvilente in fatto di welfare, con alti costi e forti disparità nell'offerta tra le diverse aree del Paese. Gli asili nido comunali sembrano più strutture a pagamento che statali, con costi medi che si aggirano intorno ai 300 euro mensili, e tariffe in crescita rispetto agli anni passati. La distribuzione sul territorio nazionale di nidi comunali o finanziati dal comune è, peraltro, fortemente squilibrata; i pesanti tagli agli enti locali, attuati in questi ultimi anni, non hanno fatto che peggiorare la situazione dal punto di vista sia della qualità del servizio che dei costi. Il dato di fondo resta sempre l'enorme scarto esistente tra le esigenze delle famiglie e la reale possibilità di soddisfare tali esigenze; il dossier di Cittadinanzattiva 2012 ha confermato in pieno le difficoltà in questo ambito: le strutture comunali su cui possono contare le famiglie superano di poco quota e sono in grado di soddisfare circa 147 mila richieste di iscrizione. I genitori di un bambino su quattro (23,5 per cento) restano in lista d'attesa e sono costretti a rivolgersi altrove; di fronte a questi dati non stupisce il fatto che molte giovani donne siano spinte a rinunciare o a rinviare sine die una maternità, comunque desiderata, come confermano i dati Istat sopra esposti; l'insufficienza nell'offerta dei servizi socio-educativi per l'infanzia influisce negativamente e scoraggia la partecipazione femminile al mercato del lavoro, facendo rinunciare le donne. Si ricorda, infatti, che questo rappresenta uno dei maggiori ostacoli che ancora oggi una donna incontra nel mondo del lavoro, tanto che il tasso di occupazione femminile pone l'italia all'ultimo posto nella, graduatoria europea del livello di attività; in questo ambito è, quindi, improcrastinabile individuare efficaci politiche attive del lavoro che puntino a favorire la buona e stabile occupazione femminile nel nostro Paese. Per far ciò, dette politiche non possono non intrecciarsi inevitabilmente con le esigenze di cura della famiglia e, quindi, anche con un aumento dell'offerta qualitativa e quantitativa della scuola, del tempo pieno, dei servizi socio-educativi per l'infanzia; un ulteriore aspetto centrale che riguarda le politiche di tutela dei minori è quello relativo ai minori non accompagnati; secondo i dati delle Nazioni Unite, nel 2013 i migranti nel mondo sono stati 232 milioni di persone, pari al 3,2 per cento della popolazione globale, contro 175 milioni nel 2000 e 154 milioni nel 1996; si calcola che siano 33 milioni i migranti di età inferiore ai 20 anni (il 16 per cento di tutte le persone migranti), di cui 11 milioni hanno un'età compresa tra i 15 e i 19 anni; all'interno di questo processo migratorio, i minori non accompagnati negli ultimi 10 anni sono notevolmente aumentati. Anche nel nostro Paese i minori stranieri, e quelli non accompagnati in particolare, costituiscono una realtà sempre più importante, dalle caratteristiche molto variegate e composite. Ciò comporta anche la difficoltà di quantificare con precisione il fenomeno; i dati del Ministero del lavoro e delle politiche sociali riportano, al 30 settembre 2013, la segnalazione di minori stranieri non accompagnati; nella XVI legislatura, la Commissione parlamentare bicamerale per l'infanzia e l'adolescenza avviò e concluse un'indagine conoscitiva sulla condizione dei minori stranieri non accompagnati. L'obiettivo principale dell'indagine è stato proprio quello di voler approfondire la situazione e il destino dei suddetti minori immigrati clandestinamente in Italia, una volta abbandonati i centri di prima accoglienza per gli immigrati. È evidente, infatti, come sia estremamente critica la fase del loro primo inserimento nella società civile, che li espone inevitabilmente a gravi rischi di sfruttamento da parte della criminalità, oltre che per la loro stessa incolumità; 18

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