Associazione turistica Pro-Corinaldo

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1 Associazione turistica Pro-Corinaldo Vita Corinaldese 1

2 Collana Vita Corinaldese a cura di Ettore Montesi hanno collaborato alla pubblicazione: Cristina Baruffi Luigia Bucci Denise Costantini Associazione turistica PRO - Corinaldo 20 Via del velluto CORINALDO (AN) Questo volume e stato stampato con il contributo del Comune di Corinaldo E della Banca di Credito Cooperativo di Corinaldo 1998 Diritti di traduzione, riproduzione e adattamento totale o parziale e con qualsiasi mezzo, riservati per tutti i paesi. In copertina cartolina di Corinaldo del 1906 ( panoramica) 2

3 Associazione turistica Pro-Corinaldo Corinaldo nel cammino dei secoli (Cenni storici) di D.C. SFORZA 3

4 Casa Editrice Si ringrazia la famiglia Sforza per aver messo a disposizione questo interessante materiale. 4

5 presentazione Dott. Luciano Antonietti Sindaco di presentazione Dott. Arch. Ettore Montesi Presidente Pro - PRIMA PARTE.... 5

6 Presentazione Il sindaco di Corinaldo Luciano Antonietti Una nuova pubblicazione, un altro tassello della storia di Corinaldo prende vita grazie alla stampa del volume di storia patrira di Domenico Clemente Sforza a cura della Pro Loco. L opera, pubblicata nel lontano 1947 in forma incompleta, era oramai introvabile; ecco perché, dunque, l idea e lo sforzo economico sostenuti dall Associazione Turistica Pro Corinaldo sono meritevoli di encomio da parte di questa Amministrazione Comunale, degli studiosi di storia locale e di tutti i corinaldesi. E un vanto per la nostra comunità poter accedere a notizie che ci fanno riflettere sul nostro glorioso passato, senza tuttavia farci dimenticare gli impegni con il presente e, soprattutto, con il futuro. Se é vero che la grandezza di un popolo si misura anche dall insegnamento che trae dal suo comune passato per avvalorare, significare e, perché no?, correggere ove del caso il proprio presente per garantire a tutti un futuro sempre migliore, il volume dello Sforza apporta un ulteriore contributo all approfondimento ed arricchimento della nostra conoscenza in merito alle vicende storiche di Corinaldo e dei corinaldesi. I filosofici (ma anche estremamente terreni) quesiti esistenzialistici del chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo ci sospingono più o meno coscientemente ad analizzare la nostra storia, singola e collettiva, alla luce delle esperienze consolidate, delle presenti necessità e delle aspettative future. Non pensiamo che un libro possa, da solo, rispondere esaustivamente a quelle domande di fronte alle quali tanti ingegni, atei e credenti, si sono cimentati nel corso dei secoli con studi e pubblicazioni anche poderose. Ci farà, però, riscoprire alcuni nuovi aspetti forse poco noti o addirittura sconosciuti, soprattutto per le nuove generazioni, della vita e della storia della nostra città, dalle origini a metà circa degli Anni 50. D altra parte, senza per nulla sminuire il valore dell opera in questione e dell utilissima iniziativa, soprattutto per la parte antica, va detto anche che, trattandosi di una ristampa di un opera non recentissima ed essendo deceduto l Autore, la ricerca dello Sforza andrà comprensibilmente e necessariamente confrontata con studi e metodologie della più recente indagine storiografica. Questo libro ci accompagnerà in una piacevole e piena lettura, utile per tutti noi ma in particolare, credo, per i nostri giovani che non devono mai dimenticare la loro origine, la cultura della loro terra, le tradizioni: l appartenenza ad una Patria ben precisa. 6

7 IL Presidente della Pro- Corinaldo Arch. Ettore Montesi Fu una grande sorpresa, nell agosto scorso, quando come presidente della Pro Corinaldo, mi presentai a casa Sforza per chiedere la liberatoria per la ristampa del volumetto Corinaldo nel cammino dei secoli cenni storici, sentirmi rispondere dalla famiglia Sforza che quello che volevo pubblicare era solo il riassunto di una storia di Corinaldo ben più grande e completa, che arriva fino ai nostri giorni. Di questo volumetto erano già state corrette le bozze, ma per sopraggiunto decesso dell autore non si era più proceduto alla pubblicazione. La mia voglia di pubblicare una storia di Corinaldo dopo il 1642, periodo in cui Francesco Cimarelli pubblicò Istorie dello Stato d Urbino, Brescia 1642, era tanta, ma soprattutto mi interessava conoscere e far conoscere quello che nella nostra piccola comunità è successo nel 1700 e nell unificazione d Italia, come si sono comportati i corinaldesi e poi il grande evento religioso quale la Beatificazione e poi la Santificazione di S. Maria Goretti, come la comunità corinaldese aveva risposto a questo evento. Questa curiosità ha finalmente una risposta, forze parziale, forse qualche storico troverà da ridire sui criteri storiografici di valutazione. Be, non ci importa niente! Come Pro Corinaldo abbiamo voglia di iniziare con questa una serie di pubblicazioni che hanno soprattutto lo scopo di documentare particolari momenti della nostra storia. Abbiamo infatti intenzione di iniziare una serie di pubblicazioni mantenendo lo stesso atteggiamento cioè quello di tramandare il documento così come l autore lo ha scritto, senza commenti nel pieno rispetto del tempo. Facciamo bene? Non lo sappiamo, ma ci sembra giusto farlo. 7

8 Foto di D.C. Sforza 8

9 Domenico Clemente sforza Una vita per la storia Scheda sintetica sulla vita di D.C. Sforza Domenico Sforza, nato a Corinaldo il 20 Gennaio 1884 da antica nobile famiglia corinaldese, è il fratello maggiore del capitano Guido degli Sforza, che nella guerra ha meritato la medaglia d argento al valore militare, alla memoria, ed al quale Corinaldo ha ritenuto di dedicare la Scuola Media Statale. Trasferitosi a Roma già nel 1908, vi è rimasto con la moglie, Liduina Ciani, anche lei corinaldese, quale apprezzato funzionario della Direzione Generale del Ministero delle Comunicazioni, fin quasi al termine dell attività lavorativa. Successivamente, pur continuando a non risiedere stabilmente a Corinaldo, si è potuto dedicare con maggiore impegno all hobby della pittura e ai problemi della città natia, non tralasciando occasione per far conoscere, anche fuori delle Marche, Corinaldo, le sue bellezze artistiche, i suoi cittadini più illustri. Quanto sopra, sia quando nel 1946 è stato eletto consigliere comunale e vice sindaco, sia successivamente quando, quale componente dell apposito comitato, ha operato per l acquisto della casa natale di Santa Maria Goretti, per l elevazione del monumento alla Santa, collocato davanti alla Casa Canonica di Viale degli Eroi, nonché per l erezione alla stessa di un apposito Santuario, mai realizzato. A lui si devono i seguenti opuscoli: Corinaldo nel cammino dei secoli (cenni storici), pubblicato nel 1947 e Cenni storico artistici riguardanti l antico Santuario dell Incancellata che si venerava a Corinaldo, pubblicato nel Per disguidi editoriali il presente lavoro, già annunciato nella pubblicazione del 1947, viene dato alla stampa solo ora dopo la sua morte, avvenuta il 28 agosto

10 Restano tuttora allo stato di manoscritti: I dintorni della città e Le mura di Corinaldo. PARTE I PRESTORIA E STORIA ANTICA (Dalle origini al 476 d.c ) 1 Origini leggendarie Corinaldo ed i suoi abitanti, come continuatori della città di Suasa da cui ebbero origine, risalgono con le radici della loro storia, al periodo mitico della storia dei popoli e più propriamente alla origine del popolo Egizio, da cui Suasa si ritiene fondata. Infatti, secondo la leggenda (vedasi Catone Origini ) Osiride il più antico dio egiziano e primo re dell Egitto, civilizzò tutto il suo popolo e, volendo poi civilizzare le altre parti del mondo, partì dall Egitto, lasciando il trono alla moglie Iside; ma al suo ritorno fu ucciso dal fratello Tifone, che aspirava ad impadronirsi del regno. Venuto a conoscenza della morte di Osiride, il figlio Ercole il Libico, re dei Geti, decise con i suoi compagni Egizi di vendicarlo e partito da Geti, con Ilea sua moglie, entrò in Egitto ed uccise di propria mano il crudele Tifone ed i suoi principali seguaci. Non sembrandogli però di aver completata la vendetta, se non avesse tolto la vita anche a tutti gli altri congiurati, si diresse con una armata in Fenicia ed uccise Bosiride; nella Licia uccise Tifeo il giovane; nelle spiagge di Creta uccise il ladrone Milino; nella Libia uccise Anteo; indi trasferitosi a Cadice, nella penisola Iberica, combatté ed uccise i tre fratelli Gerioni, donando al proprio figlio Ispalo il regno, che da lui prese il nome di Spagna e, al comando di una forte armata, si diresse poi,con la madre Iside, verso l Italia per combattere e disperdere nel Veneto i Listrigoni e Licurgo loro capo, che avevano anche essi cooperato alla morte del Padre. 10

11 2 Colonizzazione Egizia- Contrasti con gli Autoctoni- Fondazione di Suasa- Dominazione cui fu soggetta- Invasione dei Goti capitanati dal re Alarico- Distruzione di Suasa. Completata la vendetta e celebratone il trionfo, Ercole navigò poscia lungo le coste adriatiche; stabilendo colonie egizie nei luoghi più ameni e vi fondò alcune città, tra cui Ariminum(Rimini) nella valle del Marecchia, Pisaurum (Pesaro) nella valle del Foglia; Suasa nella valle del Cesano; ed Ostra nella valle del Misa; e più propriamente nella località oggi denominata Pongelli, da non confondere con la Ostra attuale. Pur non escludendo che possano essersi stabiliti in tale località alcuni cittadini dell antica Ostra,(distrutta nel 409 d.c. dai Goti capitanati da Ataulfo figlio del re Alarico) la Ostra attuale fu edificata nel 900 d.c. nella regione del Bodio o Boddo, da cui prese il nome di Montalboddo, dopo che fu rifugio ai senigallesi sfuggiti all incendio di Sena, operato da Sabba capitano dei Saraceni. Giunti gli Egizi nella valle del Cesano (Cimarelli, libro III pag. 176) trovarono le località coperte di boschi e infestate da orsi, lupi ed altri animali selvaggi, abitata però da una colonia di giganti ivi stabilitasi secondo il Cimarelli, dopo che, confusi in Babele, andarono vagando per il mondo. Combattuti valorosamente i Giganti(alcuni sepolcri venuti alla luce al tempo del Cimarelli, furono da detto storico descritti con ricchezza di particolari) gli Egizi costruirono alla maniera libica la città, che dal nome di altra città egizia da cui erano partiti, chiamarono Suasa e le sue dimensioni, inizialmente limitate, andarono man mano crescendo, per le ricchezze agricolo - commerciali del luogo, che portarono la città a grande importanza, come testimoniarono anche i numerosi ritrovamenti archeologici che vennero alla luce in tempi diversi. Dopo gli Egizi, come attesta Xante in De Bello Pelasgico e come citato anche da Marsilio Lesbio, ebbero gran tempo la signoria della città i Pelasgi; ma poi prevalendo su di essi gli Umbri, Suasa rimase in possesso di questi i quali la ornarono di sontuosi edifici. Gli Umbri sopraffatti nel tempo dagli Etruschi, Suasa come molte altre città della regione rimase in loro possesso e venne da essi considerevolmente abbellita. Confederata di Chiusi, guerreggiò contro i Romani per rimettere i Tarquini sul trono (520 a.c.). Gli Etruschi furono vinti dai Galli Senoni e Suasa da questi conquistata, venne devastata e lasciata in abbandono: ma dopo circa 300 anni i Romani cacciarono i Galli (295 a.c.) e, trovata la città in completa rovina, la riedificarono adornandola di splendide costruzioni ed onorandola della loro cittadinanza, la crearono Municipio. Anche attualmente nella valle del Cesano ove sorgeva Suasa sono visibili i resti archeologici di un teatro romano. Nel 184 d.c. essendo imperatore Commodo e Pontefice Eleuterio da Nicopoli, prevalendo sui pagani l elemento cristiano, Suasa si diede la nuova religione. 11

12 Discesi i Goti in Italia e vinto Stilicone, capitano di Onorio nel 409 d.c., Suasa fu saccheggiata, arsa e distrutta dal crudele Alarico, re dei Visigoti, insieme a tante altre città; gli abitanti che scapparono dall incendio fuggirono per salvarsi nei colli vicini, allora tutti boscosi e piangendo il loro doloroso destino, fondarono piccoli villaggi da cui ebbero origine S. Andrea, Castelleone, Montalfoglio, S. Vito al Cesano, Montesecco e Corinaldo. 12

13 3 Fondazione di Corinaldo - Inizio della vita di autogoverno Dapprima i profughi costruirono modeste e rozze capanne organizzandosi in repubblica indipendente secondo le leggi della distrutta patria ed il nome di Corinaldo sorse dal curre in altum, come credono di affermare molti storici; ma data la tragicità degli eventi trascorsi è anche probabile che la parola avesse invece un significato incoraggiante (Cor in alto) molto affine al mistico sursum corda, per il senso di sicurezza ispirato dalla località prescelta: Colle più delizioso in mezzo ad altri colli allora tutti boscosi, solo a tre miglia dalla distrutta patria. Nel 410 d. C. Alarico ebbro di gloria per le tante vittorie, nonché per la distruzione di tante città e tante contrade d Italia, se ne passò nell Abruzzo e quindi a Roma, che ai primi di aprile prese per assedio, saccheggiò e distrusse. Nel 411 d. C. si diede inizio a fabbricare più decorosi edifici nella modesta nuova città; (sembra che inizialmente le case di Corinaldo fossero soltanto 700); venne poi deciso in seguito, di cingerla a protezione, anche di forti ed alte muraglie. I lavori si protrassero certamente per molti anni, di cui non si ha notizia; ma intanto i nuovi terreni presi a coltivare, risultarono così feraci, che, come asserisce il Cimarelli resero a guisa di cornucopia e gli abitanti permettendosi una vita molto comoda e deliziosa, si moltiplicarono in sì gran numero che non essendo più capace a contenerli il circuito della nuova città, incominciarono a stabilirsi anche in campagna, formando delle borgate e, per la loro sicurezza, in seguito edificarono forti e bei castelli che tutti dipendevano dal Magistrato di Corinaldo. 13

14 PARTE II STORIA MEDIOEVALE (dal 476 d. C. al 1492) 14

15 1 Fine dell autogoverno I Goti vinti da Narsete I Longobardi Nel 491 d. C. le cose cambiarono decisamente perché venuto in Italia dalla Tracia Teodorico re degli Ostrogoti, mandato da Zenone imperatore a combattere Odoacre re degli Eruli, per le terribili guerre che ne derivarono, gran parte del territorio delle Marche rimase distrutto e, prevalendo i Goti sugli Eruli, Corinaldo fu privata di gran parte del territorio fino allora posseduto e cioè quello che apparteneva alla città di Suasa, nonché della libertà che aveva dal primo sorgere goduta ( il territorio di Suasa confinava ad est con le terre di Ostra, a ovest con quelle di Fossombrone, a nord con le terre di Senigallia, a sud con gli Appennini e con la città di Tufico. Venne lasciato a Corinaldo soltanto il territorio compreso fra il Cesano e il Misa, nonché Casalta e Conagrande con quei piccoli castelli che anche oggi si chiamano Lucerta, Schioppo, Magliano e i due castellari dell isola, Montirone e Castellaccia.). Venne quindi sottomessa ad un principe goto, tanto è vero che, come risultava da una iscrizione ancora esistente ai tempi del Cimarelli nel 504, d. C. il principe goto Scriba, signore di Corinaldo, fra tante altre costruzioni di degna struttura, fece costruire in stile gotico, la Chiesa ed Abbazia di S Maria del Mercato (ora non più esistente) con il materiale dell antico tempio della Dea Bona. L iscrizione afferma il Cimarelli era scolpita sul marmo di una delle due piramidi che ornavano l altare maggiore di detto Santuario ; ma poi, per restauri ordinati da Giuliano Della Rovere, quando ne fu Abate, quelle piramidi furono tolte e trasportate a Pesaro nel palazzo dei Duchi della Rovere. Ai Goti subentrarono i Greci nel dominio di tutte le Marche ed anche Corinaldo fu conquistata a viva forza da Giovanni Vitaliano, secondo il Cimarelli, o da Giovanni e Vitale, secondo il Machiavelli,capitani di Belisario e fu posta, sotto Giustiniano imperatore, con tutte le altre città delle Marche. Sentirono al vivo in quei giorni i Corinaldesi infinite molestie ed incredibili travagli, poiché ora vincendo una parte ed ora l altra, erano divenuti bersaglio di tutte le disgrazie e dei più ingordi taglieggiamenti che divoravano le loro rendite nonché le sostanze e se ne liberarono soltanto quando Narsete, vinto Totila, ebbe completamente sbaragliati i Goti (562 d. C ) e, seguendo la sorte di questa regione in quei tempi, Corinaldo passò probabilmente sotto il dominio degli Esarchi di Ravenna. 15

16 2 Invasione dei Saraceni Signoria della Santa Sede Tempi calamitosi Fervore religioso Nell anno 812 d. C. in seguito alla vittoria riportata presso Crotone su Teodorico, duce dell armata di Balbo imperatore di Grecia, si ebbero nell Adriatico incursioni di Saraceni capitanati da Sabba, i quali saccheggiarono e distrussero Ancona e Senigallia. I cittadini di questa ultima città si rifugiarono nella località denominata Bodio o Boddo ove di Bodio Romano erano i campi antichi dice il Cimarelli, sovrapponendosi a quella colonia, che prese il nome di Montalboddo (attuale Ostra). Anche Corinaldo in detta occasione fu seriamente minacciata e subì danni al territorio; ma l abitato, mercé il valore dei difensori, resistette a tutti gli assalti di quei barbari. Nell anno 817 d.c. Lodovico il Pio, figlio di Carlo Magno, ratificò le donazioni del padre al Pontefice Pasquale I e per tanto Corinaldo e le Marche non ebbero altra signoria che la Santa Sede e se nel periodo che immediatamente seguì, di cui non si hanno notizie, fu da altri posseduta, fu per usurpazione e manomissione di quella libertà di cui beneficiava per speciale concessione della Sede Apostolica, che le consentiva di vivere a guisa di repubblica, con proprie leggi. In ogni modo, secondo il Cimarelli, da questa data, Corinaldo riposò fino all anno 896 d.c. quarto del pontificato di Formoso, dal quale ebbero origine tempi calamitosi e pieni di sciagure, per l aspro ed imprudente governo di Astolfo, imperatore tedesco, nipote di Carlo III, che suscitò in Europa crudelissime rivoluzioni. L Italia e Roma si riempirono allora di sangue, di rapine, di adulteri. di tradimenti e di ogni scelleraggine. 16

17 I Corinaldesi, rinserratisi entro le mura, dovevano uscire giornalmente a difendere la parte del territorio che era soggetta a furti e devastazioni e vissero in questo stato di cose fino al 966 d.c., secondo del pontificato di Giovanni XIII, il quale, rimesso alla Sede Pontificia da Ottone II, imperatore di Germania, riprese possesso di tutto lo Stato Ecclesiastico, e, castigati gli usurpatori, con l aiuto dello stesso imperatore, ristabilì la desiderata pace Beneficiarono anche i Corinaldesi di questo periodo di tranquillità e felici ne approfittarono per dedicarsi ai loro campi. Pieni di fervore religioso, introdussero in città i Padri Agostiniani e quelli di San Francesco, il cui convento fu eretto nel 1214, tempo in cui viveva il Santo Fondatore, il quale più volte (secondo il Cimarelli) sembra predicasse a Corinaldo. Nel 1250, sembra che vi abbia predicato anche San Pietro Martire e nel 1270 San Tommaso D Aquino. 3 Federico II nemico dell Apostolica Sede Raduno a Corinaldo del Parlamento Provinciale Piceno La Santa Sede si trasferisce ad Avignone Nicolò Boscareto signore di Corinaldo Distruzione della città da parte di Galeotto Malatesta Nel 1244, terzo del pontificato di Innocenzo IV, l imperatore tedesco Federico II si dichiarò nemico dell Apostolica Sede e cercò di farle ribellare tutto lo Stato. Gli abitanti di Jesi (patria nativa dell imperatore) assalirono Corinaldo improvvisamente e con tanto impeto che, con l aiuto di 500 soldati Tedeschi, dopo un lungo e sanguinoso contrasto, la conquistarono. Federico II, scomunicato, deposto dalla dignità imperiale nel concilio di Lione e sconfitto finalmente dai valorosi Parmigiani, scappò in Puglia, dove morì miseramente e Corinaldo riacquistò la sua libertà, che godette lungamente. Verso la fine dell anno 1299 venne tenuto a Corinaldo il raduno del Parlamento Provinciale Piceno per redimere le discordie fra le città marchigiane; ma detta riunione non raggiunse lo scopo; come non lo raggiunsero le Costituziones emanate da Bonifacio VIII, ma anzi si iniziò contro il Papa in tutta Italia una ribellione generale, che culminò col il famoso insulto di Anagni (1303), dove Bonifacio fu fatto prigioniero e schiaffeggiato da Stefano Sciarra Colonna e dal francese Guglielmo da Nogaret. Nel 1305 la Sede Pontificia si trasferì ad Avignone e le terre della Chiesa rimasero pertanto quasi abbandonate; ma continuando accanite le lotte fra guelfi e ghibellini, non seppero e non poterono ricostituirsi a libero governo e caddero per lo più in mano delle varie Signorie locali. 17

18 Anche Corinaldo finì nelle mani di Nicolò Boscareto (antenato dei Boscarini) suo cittadino, capo della parte ghibellina, che teneva col titolo di Vicario Imperiale la città di Jesi, di cui si era impadronito cacciandone la parte guelfa. Egli occupò la città natale nel 1327 obbligando Pier Benedetto Fontini, della parte guelfa, a ritirarsi. Fu la stessa epoca in cui Ludovico il Bavaro venne chiamato in Italia dai potenti della parte ghibellina, per combattere i guelfi e cingere a Roma la corona imperiale. Il 7 novembre 1328 il Papa Nicolò V nominò Vescovo di Senigallia un certo Giovanni dei minori conventuali di Ancona, il quale ottenne di trasferire la residenza a Corinaldo, adducendo a ragione, l aria cattiva di Senigallia (Dagli annali di Monti Guarnieri ). Nel 1352 fu eletto papa in Avignone Innocenzo VI che, nel 1353, mandò a riconquistare lo Stato della Chiesa il Cardinale spagnolo Egidio Carilla Albornoz. Nel 1355 detto cardinale venne con un esercito nelle Marche e vi ristabilì il dominio del Pontefice. Nicolò Boscareto fu allora costretto a deporre il governo della città ed a ritirarsi a vita privata in Boscareto, castello di sua proprietà che si trovava (dice il Cimarelli) sui colli tra il Misa ed il Nevola a tre miglia da Corinaldo o, secondo quanto asserisce Marcello Pericoli nella storia di Ostra, nella località in cui sorse poi Montenovo, ovvero Ostra Vetere. Però negli annali di Senigallia viene fatta distinzione fra Montenovo e Boscareto, ed alcuni ritengono che Boscareto sorgesse invece nei pressi di S. Vito di Montenovo. Aveva tenuto il dominio della sua città natale per 28 anni e, sebbene malvisto dalla parte guelfa, furono però quegli anni relativamente felici per i cittadini corinaldesi, perché godettero la desiderata quiete e lo stesso Cimarelli, non senza qualche contraddizione, asserisce che infine meritò tanta stima, che da tutti fu poco meno che adorato. Però, sempre nemico del dominio papale, non tralasciava di congiurare contro i nuovi signori, anche per incoraggiamento di Bernabò Visconti duca di Milano e tanto poterono i suoi maneggi che nel 1360, prendendo occasione dal mal governo del Cardinale Carilla e dall obbligo fatto di corrispondere gravi tributi per pagare i soldati, Corinaldo e Boscareto si ribellarono al Papa. A sedare l incendio, prima che si propagasse, il Cardinale Carilla mandò un esercito al comando di Galeotto Malatesta, il quale giunse sul luogo con tanta prontezza, che non diede tempo a pensare ad aiuto o difesa; Corinaldo dovette deporre le armi ed accettare la resa: null altro salvo che la vita (anno 1360). Gli abitanti dovettero sgombrare nel termine di un ora le loro case e, nel termine di sette ore, il suo territorio; furono tutti avviati, sotto sorveglianza militare, attraverso la contrada del Traforato (dice il Cimarelli), verso gli Olmi grandi, portando indosso soltanto la camicia e, dopo fatte saccheggiare dai soldati tutte le abitazioni, venne dato ogni cosa alle fiamme e raso al suolo. Uguale punizione toccò agli abitanti di Boscareto il cui signore morì di crepacuore. 18

19 4 Riedificazione di Corinaldo Nel 1366, tornato in Italia dalla Francia Urbano V, alcuni corinaldesi ne approfittarono per ottenere dalla sua magnanimità l autorizzazione a poter ritornare nel luogo della distrutta patria e di poterla riedificare. Soccorsi anche dai paesi vicini ed in special modo dai Malatesta, allora signori di Pesaro, ripresero possesso delle rispettive terre e si accinsero a riedificare la distrutta città, ergendovi forti mura con baluardi, torrioni, piombatoi, merli, terrapieni, fossati e ponti levatoi, come era in uso in quei tempi per le più ben munite fortezze e, data la vicinanza con i territori dei Malatesta, ripresero con questi le più strette relazioni di commercio ed in ogni circostanza si mostravano scambievolmente stretti amici, però a poco a poco i Malatesta cominciarono a mostrarsi arbitri nelle decisioni e tennero a sostituirsi all autorità dei Sommi Pontefici. I Corinaldesi invece continuarono a mostrarsi sempre fedelissimi e riconoscenti ai Malatesta e quando nel 1416 Braccio da Montone, sconfitti i Perugini e fatto prigioniero Carlo Malatesta, passò nelle Marche per impadronirsi del suo Stato, trovò che non solo i Corinaldesi non gli aprirono le porte, come fecero altre città, ma si posero in valorosa difesa e rigettarono dalle mura i soldati di Braccio, sostenendo un durissimo assedio, finché soccorsi da Pandolfo Malatesta, Signore di Brescia e da Martino da Faenza, furono gloriosamente liberati. Dopo questa valorosa resistenza, Pandolfo Malatesta stabilì a difesa di Corinaldo un forte presidio per premunirlo dalle scorrerie dei bracceschi che occupavano Montalboddo, ed essendo stato Pandolfo nel 1421 cacciato dalla signoria di Brescia, 19

20 se ne venne nelle sue terre delle Marche, eleggendo Corinaldo per sua residenza e vi ordinò la costruzione di un superbo palazzo con logge, portici e torri, come si conveniva alla residenza di un principe. Mentre detto edificio stava completandosi, Pandolfo Malatesta fu chiamato al soldo dei Veneziani contro l imperatore d Alemagna e contro il re d Ungheria che avevano invaso il Friuli e lasciò quindi Corinaldo sperando di ritornarvi presto, ed intanto, a maggior decoro della città, fece obbligo a tutti i proprietari di terre di fabbricare case coloniche in campagna per alloggiare i coltivatori ed il loro bestiame, non ritenendo conveniente che questo fosse concentrato nelle immediate adiacenze delle mura cittadine. Pandolfo Malatesta non fece però ritorno e morì nel I suoi discendenti rinunciarono per accordo a quasi tutte le terre delle Marche in favore del pontefice Martino V; mantennero però Corinaldo, il quale ricomperò la propria libertà nel 1429, sborsando una grossa somma di denaro a Gismondo Malatesta figlio di Pandolfo. Però i tempi più non comportavano, né i Corinaldesi forse avevano sufficienti forze per mantenere l indipendenza e poiché Novello Malatesta, signore di Cesena, fratello di Gismondo, non volle riconoscere il contratto e con l aiuto del suocero Antonio Feltrio di Urbino, si preparava a riconquistare Corinaldo, i Corinaldesi prima ricorsero a Gismondo perché facesse osservare al fratello i patti conclusi; ma non vedendosi sostenuti, decisero di mettersi sotto la protezione del Papa. Il Malatesta però non si mosse e Corinaldo si trovò sotto nuova signoria, magramente compensato della perduta libertà. 20

21 5 Sante Garelli assedia Corinaldo ed è sconfitto Dominazione sforzesca L Accattabriga Bianca Maria Sforza a Corinaldo Fine del dominio sforzesco nelle Marche. Vissero tranquilli i Corinaldesi fino alla morte del Papa Martino V (1431); ma essendogli succeduto Eugenio IV, furono di nuovo molestati da Sante Garelli, nemico di detto pontefice e ribelle di Santa Madre Chiesa, che decise di impadronirsi delle Marche. Venuto alle mura di Corinaldo, tentò di conquistarla a viva forza, ma trovando grande ardire e valore nei difensori, più volte rigettato dalle mura, si diede a danneggiare il territorio. Non mancarono i Corinaldesi, con opportune sortite, di fare ripetutamente strage di nemici; ma dato che simile stato di cose impediva loro di coltivare i campi e rifornirsi di viveri e munizioni, si videro loro malgrado nuovamente costretti a chiedere aiuto al Papa ed il Garelli preso fra i fuochi delle due parti, fu sconfitto disastrosamente ed a mala pena poté salvare la vita. Celebrata a Corinaldo la vittoria riportata, il Papa fu pronto a trarre profitto dall accaduto e col pretesto di meglio garantire la sicurezza pubblica, fece richiesta di poter mettere in città un presidio di 300 fanti (1432). Ottenne senza sforzo quanto chiedeva e fu mandato con la sua gente un certo Paolo Tedesco, il quale sembra che avesse molto tatto e si portasse assai bene di fronte alla popolazione; però vi rimase breve tempo, perché nel 1433 Filippo Maria Visconti, duca di Milano, mentre il pontefice Eugenio IV era fortemente travagliato dal Concilio di Basilea, inviò nelle Marche Francesco Sforza, il più grande e valoroso condottiero dell epoca, per toglierle al Papa, ed avendo lo Sforza già preso a viva forza Jesi, Montefilottrano ed altre terre, meno Ancona, rivolse lo sguardo verso Corinaldo, considerandolo il luogo 21

22 più adatto per portare a termine i suoi disegni. Cercò quindi di averla con amorevolezza e spontanea esibizione: vi mandò un ambasciatore con lettere autografe piene di cortesi offerte. Udito l ambasciatore dello Sforza, i Corinaldesi lo licenziarono senza risposta e subito si accinsero a preparativi di difesa. Mandarono intanto oratori a Giovanni Vitelleschi, governatore pontificio delle Marche, che risiedeva a Recanati, per chiedere aiuti. Gli oratori trovarono che il Vitelleschi era fuggito a Roma e che quasi tutte le città si arrendevano senza contrasto allo Sforza, proclamandolo loro Signore. Ritornati in patria, tutto riferirono ai concittadini, i quali allora a malincuore decisero fare di necessità virtù e mandarono gli stessi ambasciatori a Francesco Sforza, che intanto da Jesi si era stabilito a Fermo, per fare atto di spontanea sottomissione. Dapprima Francesco Sforza mostrò disprezzarli, ma poi gli ambasciatori seppero così bene placarne l animo, che, trattenutili come ostaggi, mandò Antonello Accattabriga da Castelfranco, suo capitano, a prendere possesso di Corinaldo. L Accattabriga, giunto a Corinaldo, si compiacque altamente di trovarla così bene fortificata e considerandola di grande importanza pel mantenimento dell occupazione delle terre conquistate, per rendere la località maggiormente inespugnabile, ordinò che vi si edificasse una forte e capace rocca, chiamata Cassero (dall arabo Kasr = castello ), che fu provvista di vettovaglie, di armi offensive e difensive, nonchè di artiglierie da poco scoperte (dice il Cimarelli) da Bertoldo Tedesco. Francesco Sforza, lieto di quanto aveva fatto l Accattabriga a Corinaldo per renderlo inespugnabile, in considerazione anche dei meriti acquisiti, per la fedeltà da tanto tempo dimostrata alla sua famiglia, decise di dargli la città in Signoria, insieme al castello di Barbara. Nel frattempo il duca di Milano, Filippo Maria Visconti, indispettito che il genero Francesco Sforza fosse passato al soldo dei Veneziani, nel 1443 seppe indurre il papa Eugenio IV e Alfonso d Aragona, duca di Napoli, a riconquistare la Marca: ne dettero incarico a Nicolò Piccinino. Questi assalì con tanto valore tale regione, che in pochi giorni la Sede Apostolica riconquistò i suoi domini, eccetto Corinaldo a cui il Piccinino non ardì avvicinarsi ed assalirlo, quantunque molte volte fosse passato pel suo territorio, avendo conquistato anche Montalboddo e Montenovo. Lo Sforza venuto da Cremona in difesa delle sue terre che godeva da dieci anni in pacifico possesso, si fermò in un primo tempo a Fano, pur giuntigli rinforzi dai veneziani e fatta trasferire la moglie Bianca Maria Visconti nella rocca di Corinaldo, che era in mano al fedele Accattabriga, luogo ritenuto eccezionalmente sicuro, rivolse le armi contro il Piccinino ed il 9 novembre 1443, dopo lunga ed aspra battaglia lo vinse a Montelauro. Fatto bandire, il 12 novembre, la notizia della vittoria, fece annunciare contemporaneamente la costituzione di una lega con i milanesi, i veneziani, i fiorentini e i bolognesi e ritornarono così al suo dominio terre e paesi che ne avevano bandita la sudditanza, ed egli interrompendo la marcia, sostò a Corinaldo per rallegrarsi dei successi ottenuti insieme alla moglie Bianca Maria, la quale da quando vi era giunta, per la sua bontà, per la bellezza, modestia e dolcezza dei modi, secondo il Cimarelli, aveva saputo così bene guadagnarsi le simpatie della popolazione, che 22

23 malgrado le angustie procurate dal suo tiranno, tutti accorrevano a riverirla, facendola quasi segno di venerazione come una Dea e tutti si mostravano ben felici di manifestarle obbedienza. Montenovo le si dichiarò umilissimo vassallo, ed ella per mezzo di un agente ne prese possesso. Ma trattenere le soldatesche, quando appena avevano ripreso ad avanzare e saccheggiare, sarebbe stato infliggere loro una punizione e poiché un gruppo di montenovesi era giunto a Corinaldo a chiedere misericordia per i disgraziati paesani, Bianca Maria pregò il marito di trattenere l impeto dei soldati, anche perché la clemenza verso i vinti è senso di gratitudine e buona politica pel vincitore. Ma le truppe del capitano Serpellone avevano già iniziate le rapine e Francesco Sforza lasciata la moglie, corse personalmente a Montenovo, ed avviò le truppe verso bottini più ricchi. Bianca Maria le fu assai grata della nobile obbedienza e sorridendo soffrì volentieri il nuovo distacco e la solitudine, più di qualsiasi altra prova d amore. Lasciò poco dopo Corinaldo per raggiungere il marito a Fermo, cuore fortificato delle Marche, dove nel Girafalco il 14 gennaio 1444 dette alla luce il figlio che portava in grembo, cui fu dato il nome di Galeazzo Maria. Però il dominio degli Sforza nelle Marche subì nuovamente un grave colpo: quasi tutte le città si ribellarono tornando alla Chiesa, eccetto Corinaldo.(1446) Francesco Sforza, pressato da lungimiranti obbiettivi, non poteva però ulteriormente trattenersi e conclusa la pace col S. Padre venne creato Marchese della Marca e Gonfaloniere di Santa Madre Chiesa; con i suoi soldati se ne tornò a Pesaro, presso il fratello duca Alessandro, da dove poi insieme alla moglie Bianca Maria e tutta la famiglia ripartì il 9 Agosto 1447 dirigendosi verso Milano; dopo breve tempo, in seguito alla morte del suocero duca Filippo Maria Visconti(1448), senza eredi in linea maschile, si impadronì di quasi tutta la Lombardia e nel 1450 fu proclamato duca di Milano. L Accattabriga, signore di Corinaldo, anziché cercare di attirarsi le simpatie del popolo, continuò ad angariarlo in tutti i modi e pertanto i Corinaldesi, dall esempio delle altre città delle Marche, confortati dall allontanamento di Francesco Sforza, e sempre più esasperati contro il dominatore, incominciarono ad agognare alla libertà, ed ordita una congiura, verso la fine dell anno 1447, cacciarono il tiranno, costituendosi in repubblica indipendente. Per celebrare l avvenimento furono fatte grandiose feste; ma poi, stimando che per la vicinanza a Pesaro, che era in mano agli Sforza, non avrebbero potuto da soli reggersi lungamente, decisero di chiedere nuovamente la protezione della Sede Apostolica, invitando ambasciatori al Pontefice Nicola V, succeduto in detto anno ad Eugenio IV. (1447) 23

24 6 Protezione della Santa Sede Distruzione del Cassero Gravi discordie con Mondavio. Gli oratori corinaldesi si presentarono alla Corte Romana nell aprile 1448 e furono accolti assai favorevolmente e colmati di promesse. Recatisi poi a Tolentino a fare atto di omaggio al Governatore della Marca, Monsignore Filippo, Vescovo di Bologna, ottennero per ordine del Pontefice, grandi favori, e fra l altro, con data 19 gennaio 1452, un Breve da cui ebbero la facoltà di aggiungere allo stemma civico, fino ad allora costituito da sei monti sovrapposti in campo rosso e le chiavi, emblema della Chiesa. Fra le altre concessioni fatte dal Pontefice agli ambasciatori di Corinaldo, vi era anche la promessa che non sarebbe stato tenuto a ricettare gente d armi, se non in caso di guerra nel paese circostante e che non sarebbe mai stato ceduto in signoria ad alcuno; ma tali condizioni non furono in seguito strettamente osservate. Infatti, preso possesso di Corinaldo, Nicola V volle che nella rocca soggiornasse un castellano con soldati, cui il comune pagava un congruo tributo. Scorsero tranquilli sotto il nuovo dominio i primi sette anni, poi nel 1454 Corinaldo fu funestato da una terribile peste che imperversò per due anni di seguito; soltanto una piccola parte degli abitanti restò in vita e molte famiglie rimasero estinte. I castellani e i soldati, che dapprima mostravano verso i cittadini un contegno corretto e deferente, con l andare del tempo si resero insolenti ed insopportabili, ed alcuni Corinaldesi coraggiosi, approfittando che un giorno il castellano era uscito con piccola scorta, si ribellarono: lo fecero prigioniero. Il popolo allora al colmo dell esasperazione, invasa la rocca, la distrusse completamente (1467). 24

25 Dispiacque assai alla Corte Romana così violenta reazione e, considerandola offesa alla Maestà della Chiesa, furono emessi contro i Corinaldesi rigorosi decreti, ma poi essendo stati inviati oratori al Papa Paolo II, vennero notevolmente attenuati (1468). Distrutto il Cassero, scemò l alto concetto strategico in cui era precedentemente tenuta Corinaldo e molti cittadini valorosi nelle armi disapprovarono il violento impulso popolare e, per compensare il diminuito prestigio militare, proposero di allargare la città includendo, entro un più vasto recinto di mura, anche la parte in cui sorgeva la rocca, utilizzando il materiale risultato dalla distruzione di essa. Infatti nel 1484 vennero spediti oratori al Pontefice Sisto IV ed ottenuto il consenso ed il concorso, si diede subito con fervore principio all opera. In pochi anni il nuovo recinto fu portato a compimento (1490) e tutti i cittadini si diedero con solerzia a ricoprire di fabbricati lo spazio compreso entro il nuovo recinto di mura, che aveva restituito alla città l antica importanza militare, tanto che da Lorenzo dei Medici, Duca di Urbino, venne eletta piazza d armi pel ricovero delle sue truppe, nella guerra che ebbe contro Francesco Maria della Rovere.. Lo stesso anno 1490 si ebbe a Corinaldo un principio di gravi discordie con Mondavio, originate da alcune chiuse che gli abitanti di Mondavio avevano costruite sul fiume Cesano, che come oggi, segnava il confine fra i due Comuni. Ai contrasti seguirono zuffe sanguinose con varia vicenda, finché il Pontefice Alessandro VI mandò a comporre il dissidio il commissario Francesco Saltamacchia, che nel 1494 riuscì a stabilire un primo accordo. 25

26 26

27 PARTE III STORIA MODERNA (dal 1493 al 1789) 1 Rottura dell accordo con Mondavio Passaggio per Corinaldo di Cesare Borgia Giuliano Della Rovere elevato al Papato Assedio di Corinaldo da parte del Duca Della Rovere Gloriosa difesa Concessione del Vescovato. Nel 1497 l accordo con i cittadini di Mondavio fu rotto e composto quasi subito per intromissione del duca di Urbino Guido Feltrio, di Giovanna Della Rovere signora di Senigallia e di Bentivoglio Bentivogli di Sassoferrato, accordo che poté durare fino ai tempi di Giulio III. Nulla di notevole accadde a Corinaldo per parecchio tempo dopo aver riconquistata la sua sicurezza militare, col nuovo recinto di mura e neppure all epoca di Alessandro VI e del Valentino (Cesare Borgia ) pur così ricca di torbidi avvenimenti. Rimase sempre fedele al Papa e sfuggì all ambizione dei signorotti che pur pullulavano in quei tempi. Fu visitata dal Valentino, dopo la strage compiuta a Senigallia nel 1502, in cui vennero uccisi a tradimento Paolo Orsini e Vitellozzo Vitelli, in occasione dell andata dello stesso Valentino a Sassoferrato, Gualdo ed Assisi, come fanno fede le lettere di Nicolò Machiavelli che ne seguiva l esercito, datate da Corinaldo, alla signoria di Firenze. Nel 1503 Giuliano Della Rovere, ex Priore ed Abate in Corinaldo della antica Abbazia di S. Maria del Mercato e Cardinale di Urbino dal 1471, fu assunto alla dignità pontificia col nome di Giulio II. Giulio II ( ) Papa guerriero, recuperò la Romagna dal dominio di Cesare Borgia, combatté contro i veneziani, promosse la Lega Santa, professò le arti del Bramante, Raffaello e Michelangelo ed iniziò in Roma la costruzione della Basilica di San Pietro in Vaticano. Nel 1517 il duca d Urbino Francesco Maria I Della Rovere, essendo stato privato del suo stato dal Pontefice Leone X, per darlo al nipote Lorenzo dei Medici, raccolse una 27

28 grande quantità di soldati di tutte le nazioni, ed in gran parte spagnoli, e, formato un grosso esercito, dopo aver riacquistate quasi tutte le sue terre, desideroso di allargare il dominio, rivolse la sua cupidigia verso Corinaldo. Si fece dapprima grande premura, con segnalate offerte, di averla per accordi; ma visti inutili i suoi tentativi, minacciò la città e gli abitanti d incendio e di rovine. I Corinaldesi intimoriti dalla minaccia e dai tragici eventi di altre città della Marca, promisero di sottomettersi e gli mandarono con le chiavi della città, ricchi doni per mezzo degli ambasciatori Viviano Brunori ed un certo Ser Sante. Tale atteggiamento però dispiacque ad una larga maggioranza del popolo, specialmente ai giovani più coraggiosi, che giudicando di pregiudizio all amor proprio della patria, ed una macchia alla candida fede verso la Sede Apostolica, con grande strepito si sollevarono in armi, corsero ad inchiodare tutte le porte della città ed a sollevare tutti i ponti levatoi della medesima, lasciando aperta al transito soltanto la Bianchetta di Porta S. Giovanni, custodita da una forte guardia. Le due parti in cui si trovò divisa Corinaldo, avrebbero dato luogo senza dubbio a conflitti sanguinosi, se l autorità del Magistrato non fosse riuscita ad imporsi. Radunatisi quindi i più influenti cittadini delle due parti dal Confaloniere, dopo aver lungamente discusso e dopo ascoltato il parere di un venerando e valoroso patriota, che godeva la stima di tutti, prevalse il parere di prepararsi alla difesa. Furono lasciati in città soltanto i cittadini abili alle armi; le donne, i vecchi e i fanciulli, guidati da G. Benedetto Amati, furono condotti ad Arcevia, dove l Amati, assoldata una compagnia di 200 fanti comandata da Michele Corso, immediatamente la condusse a Corinaldo e, rafforzate le mura con ogni genere di difesa, aspettarono il nemico. Ai primi di giugno dello stesso anno 1517, il duca Francesco Maria, dopo aver preso Jesi e Montenovo, si presentò con l esercito di 20 mila spagnoli sotto le mura di Corinaldo e pose il campo sul colle dei Cappuccini vecchi (attuale villa Orlandi - Venturoli), da cui più agevole ritenne l assalto alla città. Irritato per il modificato contegno dei Corinaldesi, condannò a morte i due ambasciatori che gli avevano recate le chiavi della città, trattenuti come ostaggi e per atterrire gli assediati, fece proclamare con lugubre apparato la sentenza, la quale doveva eseguirsi il giorno appresso. Però nella notte ai due condannati riuscì di fuggire e dalla Bianchetta di porta S. Giovanni di rifugiarsi fra i loro concittadini. La cosa, ritenuta di assai lieto pronostico, entusiasmò ed incoraggiò maggiormente i Corinaldesi, anche perché i due fuggitivi, non seppero attribuire il loro scampo che al soccorso Divino. Il terzo giorno dal suo arrivo, il Duca tentò di dare la scalata alle mura, ma ne fu ributtato, rinnovò il tentativo il giorno appresso con forze maggiori, senza migliore esito, ed allora ordinò di piantare le artiglierie. Queste dapprima, per la troppa distanza, ebbero poco effetto e dopo che furono avvicinate, non ebbero efficacia, oltre che per la solidità delle mura perché impedite dal convento di S. Francesco, che i difensori avevano terrapienato e convenientemente munito. 28

29 Dalla parte di levante e mezzodì la città rimase immune da offesa perché le mura erano ritenute meno accessibili e sembra che il duca si limitasse a mandarvi a far scorrerie, le quali però venivano combattute, come tra l altro lo proverebbe il fatto che, avendo un giorno gli assediati avuto notizia che una numerosa quantità di cavalli nemici si erano recati a foraggiare verso il Nevola, mandarono contro di essi un discreto numero di soldati nella Valle delle Nottole(dice il Cimarelli), per tendere ad essi un imboscata. Tanto bene fu condotta l azione, che i cavalli nemici ne rimasero rotti e dispersi, lasciando grossa preda e, quantunque il nemico avvertito accorresse con rinforzi, presso la chiesa di S. Anna i Corinaldesi li affrontarono e con pochissime perdite si ridussero salvi in città con tutta la preda. In seguito il duca volle tentare un attacco notturno alle mura, nella speranza di trovare in difetto la vigilanza dei difensori, ma trovò ben apparecchiate le opportune difese e furono così bene usate all improvviso, che l assalitore, che voleva sorprendere, restò a sua volta sorpreso e fu messo in scompiglio e poi in completa rotta. Pur continuando ansiosamente nella difesa, i Corinaldesi sollecitarono con ogni mezzo i rinforzi al Cardinale di S. Maria in Portico (Bibbiena) legato pontificio che trovavasi con l esercito a Pesaro ed attendeva il rinforzo di seimila Svizzeri; però senza l arrivo di questi non volle sapere di muoversi. Le condizioni degli assediati si facevano pertanto realmente un pò difficili perché, fra l altro, cominciavano a scarseggiare le munizioni da guerra ed occorreva assolutamente provvedersene. All invito che fu fatto dal Magistrato, con promessa di premio, un frate eremitano della famiglia dei Godicini, si offrì di recarsi a Senigallia a farne ricerca, ed uscito dalla Bianchetta di porta S. Giovanni al principio della sera, tanta fu la sua accortezza e tanta la negligenza del nemico, che poté giungere a Senigallia, ottenere da quel Governatore quattro some di polvere ed altre munizioni e, prima ancora che fosse giorno, poté rientrare con i muli carichi a Corinaldo. Questo nuovo favorevole evento fu ritenuto miracoloso e le conseguenze morali di sì ben riuscita impresa furono per gli assediati indescrivibili. Ne presero incalcolabile ardire e tanto seppero fare e con ogni mezzo insidiare e molestare l assalitore, che questi, incominciando a dubitare del successo, ed impensierito anche di quanto avrebbe potuto operare il Cardinale. Legato, deciso di abbandonare l impresa e dopo 23 giorni di inutile aspro e sanguinoso assedio, decise di ritirarsi con l esercito nel suo ducato, accordandosi dopo poco tempo con il Papa. Di questa splendida difesa fa cenno anche il Guicciardini nella sua Storia d Italia e dalle sue parole si comprende, come il fatto fosse ritenuto di grande importanza. Corinaldo beneficiò soltanto della fama e di qualche segno di benevolenza da parte del Pontefice Leone X, tra cui la concessione che vi si erigesse un vescovato, ed avesse onore e titolo di città. Però il comune avrebbe dovuto provvedere a fabbricare un decoroso palazzo episcopale e la chiesa; ma per il momento non vi erano i mezzi necessari, ed in seguito fu lasciato tutto in dimenticanza. 29

30 2 Difesa della possibilità di poter conservare i privilegi Poderoso attacco di peste Giulio III contravviene ai patti Discordie fra i cittadini Si riaccende la lite con Mondavio. Nel 1521 morì Leone X e dopo breve Pontificato di Adriano VI, saliva al papato, nel 1523, Clemente VII: lo Stato di Urbino, nel quale comprendevasi Mondavio e Senigallia, fece ritorno, per concessione del nuovo pontefice all antico duca. Corinaldo invece rimase alla Sede Apostolica, alla quale dovette inviare l oratore Viviano Amati, per difendere la conservazione dei privilegi, indulti e grazie, di cui aveva sempre goduto, contro le pretese del Legato delle Marche. Nel 1527 si ebbe a Corinaldo, per la seconda volta, una violenta pestilenza, che sembra rapisse i quattro quinti della popolazione; a tale flagello seguì una terribile carestia, anche perché il territorio fu miseramente devastato dalle locuste e molti dovettero ricorrere alla beneficenza della Abbazia del Fonte Avellana, la quale, come nel 1458, rimase proprietaria di gran parte dei territori che le vennero offerti nella circostanza. Non si hanno notizie di avvenimenti importanti verificatisi a Corinaldo fino alla metà del secolo e cioè fino al pontificato di Giulio III, il quale, contrariamente ai patti convenuti, in seguito alla dedizione alla Chiesa, dopo la cacciata dell Accattabriga, donò Corinaldo al nipote Giulio Della Rovere, Cardinale di Urbino. Fu questa epoca piuttosto critica per Corinaldo, perché sorsero gravi discordie ed inimicizie tra cittadini e ne derivarono omicidi, incendi e rapine. Tali discordie interne portarono alcuni fuorusciti nel 1552, ad entrare di notte tempo nella città e fare strage degli abitanti colti alla sprovvista nei loro letti. Tornarono inoltre a scoppiare i dissensi con gli abitanti di Mondavio per motivi dei confini, dissensi che il Cardinale Giulio non riuscì a comporre che nel seguente anno 1553, con un accordo solenne stipulato in S. Lorenzo in Campo, che però dava appiglio a dispareri. Il governo del Cardinale Giulio Della Rovere non soddisfaceva però i Corinaldesi, i quali chiesero alla Sede Apostolica l osservanza dei patti inerenti alla dedizione, ed il Papa, riconoscendo giusto il reclamo, chiamò il Cardinale di Urbino ad altro ufficio. Durante il pontificato di Paolo IV ( ), Roma corse il pericolo di essere saccheggiata dalla gente del vice re di Napoli e lo stesso Pontefice di essere imprigionato come il suo antecessore Clemente VII e tutti i Corinaldesi atti alle armi accorsero allora in difesa della Santa Sede, eccetto le donne, i vecchi ed i fanciulli. Durante il Pontificato di Pio V ( ), non vi fu cittadino Corinaldese che non prendesse parte alla guerra contro i Turchi e molti combatterono anche la gloriosa battaglia di Lepanto, vinta il 7 Ottobre 1571, da Don Giovanni d Austria e da Marcantonio Colonna. Nel 1573 si riaccese la lite con gli abitanti di Mondavio e dovettero nuovamente imporsi il Papa Giovanni XIII e Guidobaldo d Urbino. Altri dissensi, manifestatesi nel 1589, furono amichevolmente composti da apposita ambasceria mandata da Corinaldo al Duca d Urbino, sotto la guida di Benedetto Fontini. Però le discordie dovevano allora essere in relazione al periodo attraversato, in quanto nel 1582, Montalboddo corse lo stesso pericolo di Corinaldo e fu salvato per lo opportuno e 30

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